archeologia subacquea Porto Giulio Portus Iulius Parco archeologico sommerso di Baia

Archeologia sommersa: tutte le storie che il mare ha da raccontare

Chi non ha mai sentito parlare dei Bronzi di Riace e della loro fortuita scoperta? Tutti hanno bene in mente il loro fisico statuario e le immagini della loro straordinaria perfezione. Ma è un dato di fatto: se non si fossero adagiati sul fondale per millenni, è quasi certo che non sarebbero giunti a noi; pratiche di spoglio e riutilizzo, soprattutto di statue bronzee, è ampiamente diffuso e documentato durante l'antichità basti pensare a quanti pochi originali bronzei greci e romani ci siano pervenuti. Ebbene, questo è il motivo per cui è importantissima l'archeologia subacquea: nonostante possa distruggere e modificare, l'acqua è anche un prezioso scrigno e conserva gelosamente per millenni grandissimi ed importantissimi tesori e storie, la maggior parte di esse testimoni dell'ingegno e del coraggio dei nostri predecessori che, affidandosi puramente ai segni naturali e a pochi accorgimenti empirici, solcavano i mari armati di moltissimo coraggio.

archeologia subacquea Porto Giulio Portus Iulius Parco archeologico sommerso di Baia
Strutture sommerse del Porto Giulio. Parco archeologico sommerso di Baia. Foto di Ruthven, CC0

Perchè non illudiamoci, ogni relitto ritrovato che per noi è un grande momento di giubilo dato che "congela" i dati presenti a bordo della nave, parla di una tragedia; dietro di esso si celano marosi, tempeste, urti e momenti in cui la morte era spesso accanto ai naviganti, ma anche momenti in cui venivano messi a rischio mesi di processo produttivo, perchè ciò che spinge l'uomo per mare, sin dal Neolitico, è proprio il commercio.

Alcuni dei più antichi sono infatti i relitti risalenti all'età del Bronzo, età in cui l'uomo si accingeva a conquistare con la scrittura capacità di mettere per iscritto i propri pensieri, eppure già si spingeva in rotte kilometriche in tutto il Mediterraneo. Uno di questi è il relitto fenicio di Uluburun, ritrovato in Turchia, del XIV a.C. e, per essere più precisi, mentre era in vita la regina egizia Nefertiti, visto che tra il vasto carico di anfore, rame, avorii e ori era presente anche uno scarabeo in oro recante il suo nome. Un altro risalente a questo periodo è il relitto del XIII a.C. di Capo Gelidonya.

Modello in legno del relitto di Uluburun. Foto di Martin Bahmann, CC BY-SA 3.0

Tanti altri e tanto diversi sono stati i relitti individuati nel corso degli anni in tutto il Mediterraneo: dal "cimitero di navi" del Grand Conglouè, vicino Marsiglia dove un'insidiosa prominenza rocciosa sommersa ha causato l'affondamento di due navi nello stesso punto a un millennio di distanza l'una dall'altra; la prima è di età classica e la seconda di età ellenistica. Ma è bene citare anche le straordinarie e gigantesche navi di committenza imperiale situate sui fondali del Lago di Nemi, probabilmente templi-galleggianti con ponti mosaicati, edicole in marmi coperte da laterizi recante bollo di Caligola, accessori in bronzo e ogni tipo di opulenza e ricchezza purtroppo andate in fumo a causa dell'incendio causato dai Nazisti in ritirata durante l'avanzata Alleata. Come dimenticare poi il relitto di Mahdia, i due tardoantichi di Yassi Ada e quelli che hanno restituito fortunatamente tanti bronzi: Antikythera che ci ha restituito un fantastico strumento meccanico del III a.C che gli antichi naviganti utilizzavano per calcolare il sorgere del Sole, le fasi lunari, i giorni e i mesi e addirittura i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, oltre ad una serie di straordinari bronzi classici ed ellenistici quali il famoso Efebo di Anticitera e la testa di filosofo.

L'Efebo di Anticitera. Foto di Ricardo André Frantz, CC BY-SA 3.0

Da questo punto di vista, noi non siamo da meno: nel 1992 a Punta del Serrone, Brindisi, Puglia, furono ritrovati una moltitudine di bronzi, successivamente attribuiti a diverse epoche storiche, tutte opportunamente "mutilate" per un più facile trasporto in Italia per essere probabilmente rifuse e riutilizzate, oppure ricomposte per adornare una delle tante villae di equites o di senatori romani.

Non solo relitti, ma anche intere città sommerse principalmente a causa di sommovimenti sismici ma anche per la naturale vita dei fiumi. Alcune di queste sono Baia e Porto in Italia, la zona del porto di Alessandria d'Egitto e così via.

Avviene anche il contrario, ovvero zone un tempo sommerse che ora non lo sono più, eppure conservano tracce di un passato da fondale marino: Marsiglia, in pieno centro custodiva una serie di relitti così come Napoli, Ravenna che era una città lagunare e anche relitti di Pisa che, quando era una potenza marina, aveva il suo porto sull'Arno, che però a causa dei detriti ha mutato via via il suo percorso.

Questi studi importantissimi sono stati condotti da una serie di personalità straordinarie: dal padre dell'archeologia subacquea, l'americano George Bass che in un solo mese consegue il brevetto per immergersi e portare il metodo stratigrafico anche sott'acqua, al francese inventore del rivoluzionario respiratore a membrana e pioniere della moderna immersione, Jean-Jacques Cousteau all'italianissimo Nino Lamboglia, archeologo subacqueo incapace di nuotare ma che ha spinto l'Italia, ahimè solo in quegli anni, a primeggiare assieme alla Francia in materia di Archeologia Subacquea.

La storia della disciplina continua fino ai giorni nostri, al compianto professor Tusa, Soprintendente del Mare dell'unica regione che possiede tale carica, la Sicilia, molto attenta a tutelare e salvaguardare ogni tipo di testimonianza umana proveniente dal mare. L'unica che ha messo in pratica una seria politica di salvaguardia e attenzione al patrimonio umano sommerso, che come abbiamo visto può riservare dei veri e propri tesori scientifici che, se valorizzati, possono anche trasformarsi non solo in oneri ma anche in guadagni economici tramite il turismo e la divulgazione.

A tal proposito, segnaliamo che il 24 maggio alle ore 11, presso il castello di Baia, si terrà l'inaugurazione della mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”, con allestimento e curatela realizzati da Teichos: si tratta dell'anteprima della più ampia mostra "Thalassa" che si terrà a Settembre, e ricorderà Sebastiano Tusa, che costituì la Soprintendenza del Mare. È il testamento di un grande professore e un grande studioso ed è un evento che sicuramente renderà giustizia a tutte le storie che il mare ha prima celato e poi raccontato, ma anche di quelle che ancora il mare ha ancora da raccontare.


Relitto del Mercurio rivela nuovi particolari su vita marinai del Regno Italico

RELITTO DEL MERCURIO RIVELA NUOVI PARTICOLARI

SULLA VITA DEI MARINAI DEL REGNO ITALICO

Ca’ Foscari presenta un cannone restaurato e una mostra sui risultati degli scavi di archeologia marittima sul brigantino affondato nel 1812

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VENEZIA – Colò a picco, con il brigantino che difendeva, all’alba del 22 febbraio 1812, al largo di Lignano. Fatta riemergere dal fondale adriatico, è stata restaurata dagli scienziati dell’Università Ca’ Foscari Venezia esperti di corrosione. La petriera, piccolo cannone ad avancarica in bronzo, sarà in mostra nella sala Colonne di San Sebastiano (Venezia) dal 17 maggio al 28 ottobre (inaugurazione lunedì 16 maggio ore 11) assieme alla storia del Mercurio, la più antica nave battente bandiera tricolore conosciuta e tra le più importanti scoperte dell’archeologia marittima.
[GUARDA la petriera in 3D]
Il restauro ha impegnato per un anno e mezzo il gruppo di ricerca sulla corrosione del Dipartimento di Scienze molecolari e nanosistemi, coordinato da Giuseppe Moretti. Progettata e realizzata una vasca adatta al reperto, i ricercatori e gli studenti coinvolti nel progetto hanno alternato elettrolisi, lavaggi e pulitura meccanica, riuscendo a togliere le tante incrostazioni e proteggere la superficie originale del cannone.
La petriera restaurata è tra le tante novità frutto di anni di studi sulle centinaia di resti e reperti rinvenuti, ma non è l’unica. Gli archeologi marittimi di Ca’ Foscari hanno infatti rinvenuto una delle prime lattine ermetiche in circolazione. Questo contenitore, che avrebbe rivoluzionato l’alimentazione specialmente in ambito militare, era stato brevettato in Inghilterra appena pochi mesi prima, nel 1810.
«La lattina permette di conservare il cibo per lungo tempo – spiega Carlo Beltrame, direttore degli scavi sul Mercurio - dava così la possibilità ai marinai di avere un’alimentazione forse non succulenta ma certo più variata e soprattutto vitaminica. La maggior parte delle provviste veniva stivata in sacchi o contenitori di legno e veniva servita agli ufficiali su stoviglie pregiate, come la maiolica e la porcellana trovate sul relitto, e ai soldati semplici su ceramica povera».
Il brig della flotta del Regno Italico, con base a Venezia, si adagiò al fondale su un fianco, quello sinistro. Quel lato della nave è dunque arrivato ai giorni nostri in uno stato di conservazione migliore e lì gli archeologi hanno scavato in profondità portando alla luce, ad esempio, gli attrezzi del calafato, lo specialista che aveva il compito di mantenere stagne le connessure tra le tavole del fasciame e di impeciare lo scafo dentro e fuori.
Lungo i pannelli esposti a San Sebastiano si aprono scorci sulla vita a bordo del Mercurio, sulle uniformi e le calzature indossate dall’equipaggio, sugli oggetti personali e, naturalmente, sulle armi. Il Mercurio, la notte in cui esplose e colò a picco, scortava il Rivoli, un vascello francese da 80 anni  varato in Arsenale e qui rimasto fermo per molti mesi, che Napoleone voleva prendesse per la prima volta il mare.
L’intelligence inglese aveva intuito e allertato il vascello Victorius, comandato dal capitano di vascello Talbot, e il brig Weasel, comandato dal capitano di fregata Andrew, i quali incrociavano la costa veneta nella convinzione che la squadra italo-francese da lì a poco sarebbe uscita dal porto di Malamocco. Barré, comandante del vascello Rivoli, ordinò infatti alla squadra di prendere il largo verso nord.
Alle 2.30 del mattino, il Victorius avvistò la formazione nemica e diede ordine al capitano del Weasel di attaccare il brig italiano da poppa. Le cronache parlano di un cannoneggiamento che durò quaranta minuti e che si concluse con l’esplosione del Mercurio, colpito nella Santa Barbara.
La mostraIl relitto del Mercurio e la battaglia di Grado” è realizzata dal Dipartimento di Studi Umanistici in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi e la Sovrintendenza Archeologia del Veneto. Sarà aperta fino al 28 ottobre nella Sala Colonne di San Sebastiano.
 
La mostra
Il relitto del Mercurio e la Battaglia di Grado
Inaugurazione lunedì 16 maggio alle 11
 
Mostra a cura di Carlo Beltrame
dal 17 maggio al 28 ottobre
San Sebastiano, Aula Colonne (Dorsoduro 1686, Venezia)
Lunedì-Venerdì 9-19, ingresso libero
La mostra resterà chiusa dal 13 al 21 agosto
 
Testo e immagine dall’Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari Venezia.


Il guardaroba del relitto di Texel relativo alla corte di Enrichetta Maria di Borbone-Francia

20 Aprile 2016
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Il guardaroba ritrovato nel relitto vicino Texel apparterrebbe alla corte reale della Regina Inglese Enrichetta Maria di Borbone-Francia (1609-1669), che nel Marzo del 1642 viaggiava in missione segreta nei Paesi Bassi. Una delle navi che trasportavano i suoi bagagli allora affondò nel Mare dei Wadden.
L'ormai celebre gonna in seta sarebbe appartenuta a Jean Kerr, Contessa di Roxburghe (circa 1585-1643), una delle due dame di compagnia. Lo stile e la dimensione della gonna indicano che apparteneva a lei, la più anziana delle due.
Ufficialmente, la missione nei Paesi Bassi riguardava l'arrivo dell'allora undicenne Maria Enrichetta Stuart alla corte di Guglielmo II d'Orange, futuro stadtholder: i due si erano sposati l'anno prima. Il vero scopo del viaggio era però quello di vendere i gioielli della corona per comprare armi, all'epoca della Guerra Civile Inglese.

Il matrimonio da Guglielmo II d'Orange e Maria Enrichetta Stuart, 1641. Credits: Rijksmuseum
Il matrimonio da Guglielmo II d'Orange e Maria Enrichetta Stuart, 1641. Credits: Rijksmuseum

Il riferimento all'affondamento è presente in una lettera , datata 17 Marzo 1642, e spedita da Elisabetta Stuart (1596-1662), cognata di  Enrichetta Maria di Borbone-Francia, a Sir Thomas Roe.

Link: AlphaGalileo via Universiteit van Amsterdam (UVA)
Enrichetta Maria di Borbone-Francia, di Anthony van Dyck - San Diego Museum of Art, da WikipediaPubblico Dominio (Upload: Sir Gawain).


Straordinari reperti da un relitto del diciassettesimo secolo a Texel

18 Aprile 2016

Credits: Kaap Skill
Credits: Kaap Skill

Dal relitto di una nave del diciassettesimo secolo, presso Oudeschild (vicino Texel nel Mare dei Wadden), si sono recuperati straordinari reperti, come una lussuosa gonna, appartenuta ad aristocratici e forse persino a reali. Tra gli altri reperti, un mantello, calze, un corsetto in seta e raso con fili d'argento e oro.
Tra gli altri oggetti: ceramiche dall'Italia, un calice d'argento dorato, profumi da Grecia e Turchia, copertine di libri con lo stemma della casa reale degli Stuart.
I reperti sono oggetto di una mostra, "Garde Robe", aperta al pubblico dal 14 Aprile (e fino al 16 Maggio), presso il Museo Kaap Skil a Texel.

Link: AlphaGalileo via Universiteit van Amsterdam (UVA)


I cannoni in ferro dal Forte William Henry provengono dall'HMS Looe?

25 Marzo 2016
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Secondo Joseph Zarzynski, alcuni (se non tutti) i nove cannoni in ferro (su un totale di 68) presenti nel Forte William Henry, proverrebbero dal relitto della nave HMS Looe.
La nave affondò nel 1744, dopo aver colpito la barriera corallina. Il forte è una riproduzione, ricreata a New York e aperta nel 1954: il forte originale fu costruito nel 1755 dai Britannici durante la guerra contro Francesi e Indiani.

Link: The History Blog; The Eagle; Associated Press
Entrata al Forte William Henry, da WikipediaPubblico Dominio (IrisKawling at en.wikipedia - Work of IrisKawling. Transferred from en.wikipedia to Commons by User:Kurpfalzbilder.de using CommonsHelper).


Oman: ritrovato il relitto della nave portoghese Esmeralda?

14 - 18 Marzo 2016
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Il relitto del sedicesimo secolo, ritrovato presso l'isola di Al Hallaniyah, al largo della costa dell'Oman (nella regione di Dhofar), sarebbe con ogni probabilità quello che resta della nave portoghese Esmeralda.
La nave era parte della flotta di Vasco da Gama durante il suo secondo viaggio in India (1502-3), ed era comandata da Vicente Sodré, zio materno dello stesso. La nave affondò nel 1503, con perdita dell'equipaggio, a causa di una tempesta.
Tra gli oltre tremila reperti ritrovati: un Indio, una moneta d'argento coniata appositamente per il commercio tra India e Portogallo, oltre al frammento di uno strumento per la navigazione, forse un astrolabio.
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Il relitto fu scoperto nel 1998, gli scavi sono avvenuti tra il 2013 e il 2015. Pubblicate su The International Journal of Nautical Archaeology le conclusioni circa gli stessi.





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Hawai'i: recuperata la campana d'ottone dell'I-400 [Video]

16 Marzo 2016

Illustrazione mostra la collocazione relativa dell'I-400 e della sua campana. Credit: Terry Kerby, Hawai'i Undersea Research Laboratory/ University of Hawai'i
Illustrazione mostra la collocazione relativa dell'I-400 e della sua campana. Credit: Terry Kerby, Hawai'i Undersea Research Laboratory/ University of Hawai'i

Recuperata la campana d'ottone dell'I-400, sommergibile della Marina Imperiale Giapponese, durante un'immersione del Laboratorio di Ricerca Sottomarina delle Hawai'i (Hawai'i Undersea Research Laboratory - HURL), effettuata la scorsa settimana.
Con una lunghezza di 122 m, era più lungo di un campo da football: l'I-400 era un sottomarino della classe Sen-Toku (anche classe I-400) - il più grande sottomarino mai costruito fino all'introduzione dei sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare negli anni sessanta.
Recupero della campana dell'I-400. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i
Recupero della campana dell'I-400. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Marina degli Stati Uniti catturò cinque sottomarini giapponesi, compreso l'I-400, e li condusse a Pearl Harbor per un'ispezione. Quando l'Unione Sovietica chiese di poter accedere ai sottomarini nel 1946, sulla base dei termini del trattato che pose fine alla guerra, la Marina statunitense affondò i sottomarini al largo della costa di O'ahu. L'atto fu compiuto allo scopo di tenere quella tecnologia avanzata lontana dalle mani sovietiche nelle fasi di apertura della Guerra Fredda. L'HURL è riuscito a localizzare quattro di questi cinque sottomarini perduti e ha ora recuperato un pezzo di quella storia.
Mano manipolatrice del sommergibile HURL colloca la campana in un cesto di raccolta. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i
Mano manipolatrice del sommergibile HURL mentre colloca la campana in un cesto di raccolta. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i

L'I-400 è sotto la protezione del Sunken Military Craft Act e gestito dal Dipartimento della Marina statunitense. "Queste proprietà nelle isole hawaiane ricordano gli eventi e le innovazioni della Seconda Guerra Mondiale, un periodo che ha grandemente riguardato sia il Giappone che gli Stati Uniti, e ha rimodellato la Regione del Pacifico" - così il dott. Hans Van Tilburg, coordinatore del patrimonio marittimo per il NOAA nella regione delle Isole del Pacifico. "I siti dei relitti come l'I-400 ci ricordano di un'epoca differente, e sono segno del nostro progresso dall'ostilità alla riconciliazione."

Link: EurekAlert! via University of Hawaii at Manoa


Grazie al satellite un nuovo metodo per rilevare i relitti sui fondali marini

11 Marzo 2016

In questa immagine è possibile vedere il pennacchio di sedimenti dai relitti delle navi SS Sansip e SS Samvurn. Credits: NASA/USGS Landsat image/Jesse Allen, NASA Earth Observatory
In questa immagine è possibile vedere il pennacchio di sedimenti dai relitti delle navi SS Sansip e SS Samvurn. Credits: NASA/USGS Landsat image/Jesse Allen, NASA Earth Observatory

Si stima che 3 milioni di relitti siano ancora presenti sui fondali degli oceani, la maggior parte dei quali si determina in prossimità della costa, dove vi sono rischi determinati dalla congestione marittima, da rocce o altri oggetti sommersi.
La localizzazione di questi relitti è importante, non tanto per l'idea romantica che si possano qui trovare tesori, quanto per il valore storico degli stessi, o per quello ecologico: spesso dove affonda una nave si crea una barriera artificiale. Inoltre i relitti possono essere oggi causa di inquinamento o costituire un pericolo per altri naviganti.
Gli autori di un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, hanno rilevato come i relitti lascino un pennacchio di sedimenti sulla superficie marina che può contribuire alla localizzazione degli stessi. L'osservazione, verificata dai ricercatori nelle colorate immagini dal satellite NASA/USGS Landsat 8, è alla base della nuova metodologia da loro proposta.
Un quarto di tutti i relitti sarebbe da collocarsi nel Nord Atlantico, e sarebbe particolarmente evidente all'estremità meridionale del Mare del Nord, dove abbonderebbero quelli della Seconda Guerra Mondiale. I ricercatori hanno testato la nuova metodologia sui relitti noti della SS Sansip, della SS Samvurn, della SS Nippon e della SS Neutron. La profondità sembra essere un fattore importante, perché i pennacchi di sedimenti possano essere rilevabili da satellite.
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Relitto della Guerra di Secessione dalla Carolina del Nord

7 Marzo 2016
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Grazie al sonar, il 27 Febbraio si sono individuati i resti di una nave a vapore con scafo in ferro, risalente all'epoca della Guerra Civile Americana. Il relitto è nella Carolina del Nord, vicino l'isola di Oak.
La nave non è stata identificata, ma potrebbe trattarsi di un violatore di blocco dei Confederati. Erano estremamente veloci per l'epoca. Nell'area risultano perse tre navi: la Agnes E. Fry, la Spunkie e la Georgianna McCaw.
Link: CNN; The Guardian via Reuters; The History Blog; Star News OnlineGizmodo; Associated Press; Live Science; ABC News.
La Carolina del Nord, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Usa edcp location map.svg (by Uwe Dedering). This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  USA Hawaii location map.svg (by NordNordWest). This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Canada location map.svg (by Yug). )


Dai relitti e dagli anelli degli alberi, informazioni sull'uragano atlantico

7 Marzo 2016

L'uragano Katrina, il 28 Agosto 2005. Credit: NOAA
L'uragano Katrina, il 28 Agosto 2005. Credit: NOAA

Valutare l'influenza del cambiamento climatico sull'attività dell'uragano atlantico è di cruciale importanza, eppure la quantità limitata di registrazioni in merito incide sulla possibilità di effettuare proiezioni.
Un nuovo studio, pubblicato su PNAS, ha studiato la variabilità dell'uragano atlantico (a partire dal 1500), utilizzando le registrazioni relative ai relitti spagnoli nei Caraibi (1495-1825) e agli anelli degli alberi (da Florida Keys, 1707-2009). Gli autori sono così giunti alla conclusione che tra il 1645 e il 1715, periodo noto come Minimo di Maunder e caratterizzato dalla più notevole riduzione nell'attività solare (oltre che da basse temperature nel Nord Atlantico), si è pure verificato il minor numero di uragani.
Gli studiosi hanno pure utilizzato due testi per l'elenco dei relitti nell'area: "Shipwrecks in the Americas: A Complete Guide to Every Major Shipwreck in the Western Hemisphere" di Robert F. Marx e "Shipwrecks of Florida: A Comprehensive Listing" di Steven D. Singer.
Gli autori dello studio hanno utilizzato questa conta dei relitti per creare registrazioni degli uragani fino al 1500. Credit: Valerie Trouet, University of Arizona
Gli autori dello studio hanno utilizzato questa conta dei relitti per creare registrazioni degli uragani fino al 1500. Credit: Valerie Trouet, University of Arizona

Sapere che una pausa degli uragani caraibici corrisponde a un periodo di diminuita radiazione solare può permettere di comprendere meglio l'influenza dei grandi cambiamenti delle radiazioni, anche derivanti da attività antropiche (come per i gas serra).
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