Completato il trasferimento dei reperti provenienti dalla necropoli di Himera

Lo scorso 2 maggio è stato completato il trasferimento alla Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali di Palermo di oltre 20.000 reperti, rinvenuti presso la necropoli di Himera, colonia greca fondata nel VII secolo a. C. e situata lungo il tracciato del raddoppio ferroviario Fiumetorto-Cefalù Ogliastrillo (sulla linea Palermo-Messina), in esercizio dal dicembre 2017.

Il Tempio della Vittoria a Himera. Foto di Clemensfranz, CC BY 2.5

Himera fu edificata al centro di un ampio golfo, tra i promontori di Cefalù e Termini Imerese, in prossimità della foce del fiume Imera Settentrionale. Come documentato dagli impianti urbanistici risalenti alla prima metà del VI secolo a.C., la città ebbe un rapido sviluppo edilizio e demografico. Distrutta intorno alla fine del V secolo, in seguito ad uno degli innumerevoli scontri con i Cartaginesi, parte della sua popolazione si disperse nelle campagne, mentre altri presero parte, insieme agli stessi Cartaginesi, alla fondazione di Thermai Himeraiai (Termini Imerese). Tuttavia, i resti di abitazioni erette sugli strati di distruzione della città dimostrano che una piccola parte della popolazione continuò, probabilmente, a vivere nel sito della polis. In seguito, il sito fu abitato in Età Romana e Medievale.

Lo scavo, tra i più importanti in Europa, ha restituito oltre 9.000 sepolture con relativi corredi funerari, consentendo degli studi più approfonditi sulla popolazione della città, anche dal punto di vista antropologico.

La consegna alla Soprintendenza ha portato la maggior parte dei reperti all’ “Albergo delle Povere” di Palermo, mentre i restanti sono stati distribuiti fra i siti archeologici di Solunto e della stessa Himera.

Un importante investimento complessivo di circa 17 milioni di Euro, frutto della decennale collaborazione fra Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo Ferrovie dello Stato) e Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali di Palermo, e dell’impegno del compianto assessore regionale ai Beni Culturali Sebastiano Tusa, ha consentito il finanziamento della campagna di scavo, avviata nel 2008 e conclusasi nel 2010, dei lavori di catalogazione e gli interventi di restauro.

necropoli Himera
Foto © Gruppo FS Italiane 2018

Notre-Dame: una testimonianza che non è possibile cancellare

Nel pomeriggio di lunedì 15 aprile la cattedrale di Notre-Dame ha preso fuoco, è crollata la guglia all’incrocio del transetto, sono crollate tutte le volte a crociera e sono perdute le capriate lignee. Indipendentemente dalle notizie ricevute, ciascuno ha attribuito all’evento un valore e un significato diverso. Al netto delle molte polemiche, infatti, Notre-Dame dimostra di non essere soltanto una chiesa, quindi un simbolo cristiano: per alcuni è il simbolo della Francia; per altri il rifugio di Quasimodo e Esmeralda; altri ancora piangono la scomparsa del luogo dove hanno trascorso il viaggio di nozze; molti parlano di una grande perdita per la cultura o si rammaricano di non averla mai visitata. Questo significa che la cattedrale ha un grosso valore, che esistono molte persone intenzionate a conservare la sua testimonianza, e che per questo nessun incendio può essere così grave. D’altronde questa cattedrale è sopravvissuta fino ad oggi, nonostante tutto.

In rosso, le parti distrutte della Cattedrale di Notre-Dame. Opera di Umbricht, CC BY-SA 4.0

Una chiesa, mille volti.

Notre-Dame è una delle più famose cattedrali gotiche francesi, ma chi l’ha costruita non l’ha mai saputo. Perché “gotico” è un termine dispregiativo inventato nel Cinquecento, quando va di moda la cultura classica e si dà del “barbaro” a chi ha costruto chiese “gotiche”, così poco equilibrate. Quindi, a qualche secolo, dalla sua costruzione, la cattedrale non si credeva così “bella” come la vediamo noi oggi. Dietro all’architettura gotica, in realtà, c’è ben poco di “selvaggio”, perché l’idea di costruire edifici verticali va a braccetto con la diffusione della filosofia scolastica e con l’amore per la logica che la caratterizza. Uno degli intellettuali che ha contribuito a definire le istanze del gotico è Suger, abate di Saint Denis, un uomo colto e dignitario di corte, che scrive sull’importanza della luce come manifestazione e simbolo del divino. Quindi è ovvio che nelle chiese, secondo lui, debba esserci molta luce, perché è lì che si deve manifestare la presenza di Dio.

Per far entrare la luce è necessario ridurre un po' lo spessore delle mura, che nelle chiese precedenti (da noi chiamate romaniche) era molto grosso. Ovviamente, poi, vanno inserite delle vetrate, colorate come noi le conosciamo, che creino giochi di luce all’interno dell’edificio. Certo è che, riducendo lo spessore delle mura e togliendo gran parte dei mattoni per metterci vetro, bisognerà trovare un sistema di sostegno che sostiuisca le maestose pareti romaniche. Si risolve con una modalità di sostegno “esterna”, cioè il peso del tetto è scaricato su sostegni che si trovano fuori dalle mura, non sotto di esse: gli archi rampanti, che si vedono da fuori come tante zampe che sembrano uscire dal corpo della chiesa. Questo funziona anche grazie all’uso del nuovo arco acuto, che non non ha bisogno di grossi pilastri. Gli archi rampanti permettono di sostenere il peso non coprendo le finestre, e quindi fanno entrare la luce; guglie, pinnacoli e tutte le cose alte e verticali che si vedono da fuori, sono in realtà strutture che servono a caricare di peso questi archi esterni, e contribuiscono a sostenere il peso dell’edificio. Più la chiesa è alta (e si cerca di farle più alte possibili) più servono sostegni esterni, e quindi le chiese prendono quell’aspetto particolare che conosciamo. Notre-Dame è la prima chiesa in cui le pareti non sono portanti, infatti, entrando, non si vedono giganteschi pilastri, ma colonne che risultano piuttosto sottili se paragonate all’altezza dell’edificio. Perciò questa cattedarale viene considerata la prima chiesa in stile gotico compiuto, anche se in Saint Denis si erano già sperimentate queste tecniche.

Però, come detto, lo stile gotico non è sempre amato nel corso dei secoli, e nel Seicento si comincia a modificare l’interno della chiesa: viene tolto il pontile che separa la parte riservata al clero e si fa un restauro importante perché il re consacra la Francia alla Madonna, e Notre-Dame è la chiesa simbolo di questa decisione. In seguito, gli ecclesiastici che curano la chiesa chiedono più luce, e vengono così eliminate le vetrate colorate, in favore di vetri trasparenti. Si toglie anche la colonna dell’entrata centrale, perché così diventa più semplice far passare le processioni. Poco importa se su quella colonna (detta troumeau) c’erano fior di sculture.

Se la chiesa è simbolo di decisioni reali, per i rivoluzionari del 1789 è un simbolo da modificarre, quindi la saccheggiano di tutto quanto è di proprietà reale e ne fanno il Tempio della Ragione. Le sculture della facciata vengono scambiate per ritratti di re, e sono tutte eliminate; crolla la guglia centrale (la stessa che ha preso fuoco lunedì) e non c’è più il valore simbolico della luce divina, perché la divinità dei rivouzionari è la ragione. La ragione che porta libertà e uguaglianza, ideali per cui molti rivoluzionari hanno sacrificato la propria vita: la distruzione della chiesa non è quindi conseguenza dell’odio per l’edificio, ma dell’alta considerazione in cui viene tenuta, perché lì, e non altrove, si decide di fondare il nuovo culto della libertà. Ciò che i rivoluzionari volevano era spogliare la cattedrale, che sentivano come propria, dai suoi abiti clericali e regali.

Anche Napoleone le concede lo stesso onore, e cerca di riportarla al suo uso religioso: si fa incoronare al suo interno e copre i danni delle pareti con drappi e bandiere. In quel momento, comunque, la chiesa non è quella che conosciamo: ha vetrate bianche, intonaco bianco, decorazioni barocche: un insieme variegato di stili decorativi, che testimoniano il succedersi delle generazioni che hanno vissuto quegli spazi.

Con la Restaurazione, poi, c’è una rinascita dell’interesse per il Medioevo: ogni nazione cerca le proprie origini, il “certificato” della propria identità, e le cerca in quel periodo storico. Noi oggi sappiamo che in realtà il Medioevo, più che un momento di cristallizzazione delle varie identità culturali, fu un periodo di grandi scambi, un momento in cui si è costruita la cultura che chiamiamo occidentale, e Notre-Dame lo dimostra, essendo punto di partenza di uno stile architettonico che avrà risonanze in tutta Europa.

A metà Ottocento si ha bisogno di molto denaro per recuperare la cattedrale, le capitali europee ormai sono moderne, e si pensa perciò di abbatterla, ma questa idea suscita lo sdegno degli intellettuali, che si battono per conservarla. Primo fra tutti Victor Hugo, che a questo scopo scriverà Notre-Dame de Paris. Hugo crea quello che oggi definiremmo un caso mediatico: i cittadini non vogliono distruggere la chiesa che dopo il libro, sentono ancor di più come propria. Ancora oggi, dopo l’incendio, tantissime immagini sui social fanno riferimento alla storia di Esmeralda e Quasimodo.

Si decide per il restauro, che però non è mai cosa semplice. Bisogna decidere come procedere: si vuole ricostruire tutto com’era nel XII secolo, facendo finta che non sia successo niente e quindi nascondendo l’effetto di secoli di storia (per esempio della Rivoluzione)? Oppure bisogna lasciare, che siano visibili i segni del passare del tempo, come monito per l’uomo e come marchio visibile della storia? Oppure si vuole ricostruire con gusto contemporaneo, segnalando le diverse fasi per poter così identificare i limiti dell’intervento?

L’incarico viene affidato, con molte polemiche, a Viollet Le Duc, uno di quelli che sostiene il “restauro in stile” e cioè il mettersi nei panni dell’artista, immedesimarsi in lui e ricostruire quello che è andato perduto. L’idea è quella di ripristinare la chiesa per come era nel suo primo giorno di vita, il momento perfetto, in cui Notre-Dame era completa. Pazienza se questo avrebbe cancellato secoli di storia.

Le Duc non è uno sprovveduto, classifica e studia tantissimi particolari dell’architettura gotica e ricostruisce la guglia caduta durante la Rivoluzione, rimette a posto le statue nei portali, cancella le decorazioni barocche del Seicento, e sopra le due torri vuole costruire due alte guglie, su modello di altre chiese medievali francesi. Quelle, poi, non si faranno.

Qualche decennio dopo, Haussmann provvede al rinnovamento urbanistico di Parigi: niente più vicoli stretti e niente più spazi per “corti dei miracoli” e barricate rivoluzionarie. Davanti alla cattedrale si apre la piazza e di fatto si perde l’effetto sopresa che le grandi chiese cittadine dovevano suscitare in quei fedeli che, girato l’angolo di un vicolo buio, trovavano davanti a sé la maestosa casa di Dio.

Originalità e testimonianza

Questo breve percorso storico per dire che un edificio distrutto non è un edificio scomparso, e che il concetto di “originalità” è molto complesso. Nessuna testimonianza storica è persa se qualcuno se ne prende cura, e il patrimonio culturale è proprio quell’insieme di beni di cui le comunità si prendono cura. Così lo descrive la Convenzione di Faro, sottoscritta nel 2007 dal Consiglio d’Europa. Notre-Dame è stata spesso modificata, aggiornata, sistemata, perché qualcuno ha sempre voluto conservarla.

E questo “qualcuno” sono persone provenienti da tutto il mondo, non per niente la cattedrale è considerata dall’UNESCO come parte del Patrimonio dell’Umanità, significa che rappresenta un momento importante per la cultura mondiale, non solo francese. Perciò è ancora oggi soggetta a interventi di restauro, svolti per limitare i danni del dramma di questo secolo: lo smog, che danneggia anche numerose opere d’arte. La cattedrale è uno dei luoghi più vistati della Francia ed è normale che ogni intervento di restauro o pulitura (come quello fatto per il Giubileo del 2000) sia interessato da polemiche e dibattiti anche sul piano politico: tutto questo è sintomo del fatto che sul monumento c’è un forte interesse da parte della comunità. I lavori di Disney e di Cocciante sul libro di Victor Hugo hanno contribuito a tenere vivo l’amore per l’edifico, facendolo entrare nel cuore anche di tanti visitatori.

La guglia, poco prima del collasso. Foto di Antoninnnnn, CC BY-SA 4.0

Al di là delle polemiche, però, è importante non perdere il valore documentario della chiesa, il motivo, cioè per cui contribuisce alla nostra crescita culturale. Nel momento di sconforto generale, insomma, bisogna scegliere qual è la “nostra” Notre-Dame. Non possiamo avere la chiesa “originale” medievale, perché già è persa da tempo; non possiamo avere la cattedrale di Quasimodo, perché quella è in realtà di Victor Hugo, è non c’è più nemmeno lei; non possiamo avere il Tempio della Ragione né la chiesa con decorazioni barocche che piaceva agli uomini del Seicento. Non possiamo averne nessuna, ma possiamo, allo stesso tempo, averle tutte, perché lo stesso edificio ci parla di tutte le sue “vite passate”. Dopo questo incendio, quando sarà ricostruita nella maniera in cui si deciderà di ricostruirla, Notre-Dame riprenderà in qualche modo il suo ruolo di testimonianza all’interno del suo territorio e avrà una storia in più da raccontare, e quella storia è la nostra, di oggi.

 

Notre-Dame
La cattedrale di Notre-Dame all'indomani dell'incendio. Foto di Louis H. G., CC BY-SA 4.0
Notre-Dame
La cattedrale di Notre-Dame, prima dell'incendio del 15 aprile 2019. Foto di Steven G. Johnson, CC BY-SA 3.0

"Grande Maternità" di Antonietta Raphaël arricchisce la Galleria Nazionale di Cosenza

Grande Maternità

Galleria Nazionale di Cosenza

Cosenza - Palazzo Arnone

Sabato 20 ottobre 2018 - Ore 18.00

Il patrimonio della Galleria Nazionale di Cosenza si arricchisce della scultura Grande Maternità di Antonietta Raphaël (Vilnius 1895 - Roma 1975). L’opera giunge nelle collezioni del museo per volontà del donante, Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, con decisione condivisa da Giulia Mafai, figlia dell’artista; a conclusione di un delicato intervento di restauro sarà esposta da sabato 20 ottobre 2018, alle ore 18.00, accanto alle sculture di Giorgio de Chirico, Emilio Greco, Pietro Consagra, Mimmo Rotella completando, nella sala dedicata, il nucleo donato dalla Famiglia Bilotti. Per l’occasione la Galleria Nazionale di Cosenza osserverà un’apertura straordinaria degli spazi espositivi fino alle ore 21.00.

Antonietta Raphaël, artista cosmopolita e anticonformista, fu tra le voci femminili più aperte e libere del Novecento. Testimone delle immani tragedie del secolo, fu capace di fondere, nella sua incessante ricerca visionaria, la memoria della millenaria tradizione ebraica con l’utopia, amalgamando nella pittura e nella scultura l’angoscia con la gioia di vivere.

Nata in Lituania da famiglia ebraica – il padre era rabbino e la madre, di origini sefardite, esperta di teologia - alla morte del genitore nel 1905, a causa delle leggi di discriminazione delle minoranze ebraiche e lo scoppio della rivoluzione, si trasferisce con la madre a Londra dove studia musica e frequenta l’ambiente artistico, in particolare lo studio dello scultore di origini polacche, Jacob Epstein. Scomparsa la madre, un dolore profondo le impone di lasciare Londra; nel 1924 si ferma a Parigi e poi a Roma; qui porterà la vivacità e la ricchezza dei suoi viaggi e dei suoi incontri, scintilla essenziale per la nascita del sodalizio con Scipione e Mario Mafai  che sarà chiamata «Scuola di via Cavour» o «Scuola romana». Da Mafai, che diviene compagno di vita, avrà tre figlie, Miriam, Simona e Giulia.

Raphaël affronta incessantemente il tema della maternità inteso come «l’inizio del mondo, l’inizio delle cose, di tutte le cose» e, attratta con energia crescente dalla scultura, lo trasferisce nel gesso, nella terracotta o nel bronzo.

Già rappresentato, nel 1938, quando l’angoscia, il dolore e la paura dell’artista, all’emissione delle leggi razziali, prende corpo nella Niobe, l’abbraccio protettivo di una madre verso la figlia, quasi a volerla riportare nel grembo, è espresso ancora una volta nella Grande Maternità della Galleria Nazionale di Cosenza, realizzata nel 1960 in gesso e cemento, ricoperti da una vibrante patinatura.

Grazie alla collaborazione con il Conservatorio “Stanislao Giacomantonio”, un concerto accompagnerà l’esposizione della scultura e renderà omaggio alla passione per la musica, coltivata dall’artista negli anni della giovanile formazione a Londra, presso la Royal Academy of Music.

Paolo Presta, fisarmonica, e Federica Greco, voce e tamburi a cornice, proporranno un viaggio nelle melodie della musica tradizionale ebraica, evocando le più intime radici famigliari e poetiche dell’artista lituana.

Leggere di più


Quattro appuntamenti per accedere ai cantieri didattici al Parco Archeologico di Ercolano

Il mercoledì vieni al Parco di Ercolano ed entri in un cantiere di restauro
Quattro appuntamenti per osservare il dietro le quinte delle attività

Cantieri didattici al Parco Archeologico di Ercolano. Parte il prossimo mercoledì 12 settembre e si ripete per un totale di quattro appuntamenti, l’opportunità per i visitatori al Parco Archeologico di Ercolano di entrare nel vivo delle attività di ricerca che si svolgono grazie alla convenzione stipulata tra il Parco e l’Istituto Superiore di Conservazione e Restauro (ISCR), ente afferente al MIBAC, specializzato nel restauro di opere d’arte e del patrimonio dei beni culturali, a cui compete il ruolo di formare i futuri restauratori con un approccio interdisciplinare fondato sulla ricerca e la sperimentazione.
Le attività hanno come oggetto lo studio e un primo intervento di messa in sicurezza dei mosaici pavimentali del triclinio (16) e di un cubicolo (18) della Casa del Colonnato Tuscanico sul Decumano Massimo, inserendosi in un progetto più ampio che prevede il restauro integrale della domus al fine di restituirla alla fruizione da parte del pubblico.
I visitatori interessati, acquistando regolarmente il biglietto di ingresso, potranno accedere gratuitamente ai cantieri nei mercoledì 12, 19, 26 settembre e 3 ottobre dalle ore 12.00 alle ore 13.00, prenotando la propria visita presso il Parco, rivolgendosi ogni giorno al personale dell’ufficio informazioni e il mercoledì mattina al personale della Pro Loco Hercvlanevm che li accoglierà nell’area antistante la biglietteria.

Testo da UFFICIO STAMPA
Parco Archeologico di Ercolano
Corso Resina 80056 Ercolano -Na-
facebook: https://it-it.facebook.com/parcoarcheologicodiercolano
www.ercolano.beniculturali.it

Veduta di Ercolano. Foto di Mentnafunangann, CC BY-SA 3.0, da Wikipedia.

Reperti della battaglia delle Egadi saranno affidati a giovani restauratori

La recente scoperta di ben sei rostri nel luogo ove da anni la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana conduce ricerche archeologiche subacquee in collaborazione con la fondazione statunitense RPM Nautical Foundation, e che ha portato alla esatta identificazione del luogo ove avvenne la Battaglia delle Egadi che pose fine alla Prima Guerra Punica, ha posto il problema della tutela di questi preziosi oggetti mediante appropriate operazioni di pulitura e consolidamento.

“I nostri tecnici delle varie Soprintendenze e Musei, sempre più ridotti numericamente - dichiara l’Assessore dei Beni culturali Sebastiano Tusa - hanno provveduto fino ad oggi a tali operazioni con professionalità e passione. Tuttavia, di fronte ad un siffatto numero di reperti di tale rilevanza, d’intesa con il Dirigente Generale del Dipartimento dei Beni culturali e Identità siciliana Sergio Alessandro, abbiamo pensato di cogliere questa opportunità e offrirla a giovani restauratori. Sono tanti, e di elevata professionalità, i restauratori formati dalle varie scuole italiane e da quella presso il nostro Centro regionale per la progettazione ed il restauro. Purtroppo molti di loro stentano nel trovare adeguati sbocchi professionali e pertanto abbiamo pensato di dare loro l’opportunità di lavorare, anche se per brevi e limitati contratti, per il restauro di questi rostri recentemente recuperati; tutto sotto la guida e la sorveglianza dei nostri tecnici”.

L’operazione sarà effettuata a Favignana, presso l’ex Stabilimento Florio, nell’ambito di una collaborazione tra la Soprintendenza del Mare, il Polo Museale di Trapani e la Soprintendenza per i Beni culturali di Trapani, secondo il sistema del “museo aperto” che consentirà al visitatore di ammirare i manufatti già da subito e rendersi conto delle operazioni di conservazione e restauro necessarie per la loro salvaguardia. A breve verrà quindi emanato un bando per selezionare i giovani restauratori ai quali verrà affidato il compito di pulire e consolidare i rostri della Battaglia delle Egadi.

“Si potrebbe obiettare che si tratta di un’operazione minimale che non risolve il grave problema della disoccupazione nel settore dei Beni Culturali – conclude Tusa. Certamente vero, ma costituisce il primo esempio di una serie di operazioni similari che intendiamo estendere a tutto il territorio siciliano e che ci auguriamo darà entusiasmo e speranza ai tanti bravi giovani in cerca di un futuro nel nostro settore”.


Al Parco di Ercolano cantieri didattici e mappatura 3D

Fine estate dedicata a restauro e ricerca
Avvio dei cantieri didattici e della mappatura 3D del Parco


“Il Parco Archeologico di Ercolano – dichiara il Direttore Sirano - si conferma un laboratorio aperto, interdisciplinare, internazionale, attrattivo per le eccellenze mondiali nella formazione delle alte competenze nel settore del patrimonio culturale, una palestra di formazione per i futuri professionisti.”
Si prosegue così una strada che trova il suo primo avvio con la lungimirante attività di Amedeo Maiuri, un testimone raccolto da ultimo dalla lungimirante azione della Fondazione Packard il cui team dell’Herculaneum Conservation Project assicura al nuovo Parco autonomo uno straordinario partenariato pubblico-privato.  Una lunga storia che nel tempo ha reso il Parco una realtà unica al mondo dove giovani talenti trovano un terreno di costante sperimentazione e crescita.


Settembre al Parco si apre infatti con un fermento l’attività di ricerca, tutela e conservazione del patrimonio culturale del Parco Archeologico di Ercolano con una serie di progetti che coinvolgono il Parco e prestigiose istituzioni di studio, ricerca e conservazione. Le attività di ricerca si apriranno al pubblico con un appuntamento settimanale che consentirà di seguire il “dietro-le-quinte” delle attività che si svolgono quotidianamente al Parco e consentono la vita e la conservazione per il futuro dell’immenso patrimonio archeologico di Ercolano. Presto on line il calendario degli appuntamenti.
Partono il 3 settembre, e si protrarranno fino al 5 ottobre, i cantieri didattici frutto della convenzione stipulata tra il Parco e l’Istituto Superiore di Conservazione e Restauro (ISCR), ente afferente al MIBAC, specializzato nel restauro di opere d’arte e del patrimonio dei beni culturali, che ospita nelle sedi di Roma e di Matera la Scuola di Alta Formazione (SAF) a cui compete il ruolo di formare i futuri restauratori con un approccio interdisciplinare fondato sulla ricerca e la sperimentazione. L’attività di ricerca scientifica congiunta si realizza appunto anche attraverso la formazione sul sito degli allievi della SAF iscritti al Corso di Laurea in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali, quest’anno impegnati in cantieri didattici estivi all’interno del Parco Archeologico di Ercolano sotto la guida dei Direttori della scuola di Roma e Matera e del personale docente dell’ISCR in sinergia con il Direttore del Parco Archeologico di Ercolano e dello staff dell’ufficio tecnico e scientifico del Parco. Le attività hanno come oggetto lo studio e un primo intervento di messa in sicurezza dei mosaici pavimentali del triclinio (16) e di un cubicolo (18) della Casa del Colonnato Tuscanico sul Decumano Massimo, inserendosi in un progetto più ampio che prevede il restauro integrale della domus al fine di restituirla alla fruizione da parte del pubblico.


Dal 7 settembre e fino al 29 settembre il Parco di Ercolano sarà inoltre nell’occhio del mirino del laser 3D ad opera della Kurume University, il team giapponese applicherà la tecnologia aggiornata della scansione laser per completare una prima scansione già effettuata tra il 2015 e il 2016, includendo anche l’indagine di Villa dei Papiri. Scanner a lungo e corto raggio permetteranno di accendere un riflettore ulteriore sui preziosi mosaici della Casa del bel cortile e della Casa di Nettuno e Anfitrite e sulle pitture del sito, permettendo di ingrandire elementi specifici e visualizzarli sia in due che in tre dimensioni, consentendo così di scrutare un oggetto da vicino e in maggior dettaglio. La scansione laser fornisce inoltre informazioni riguardo la comprensione della composizione di un dipinto o un mosaico, oltre che di approfondire dimensioni precise di ambienti e muri.
Sempre a settembre continueranno gli studi multidisciplinari di ricostituzione dell’originario aspetto degli apparati decorativi della casa di Nettuno e Anfitrite da parte dell’Università di Toulouse nell’ambito del progetto Vesuvia.
Continuano a cura del Parco i  restauro nella casa del Bicentenario, cui collabora anche il Getty Conservation Institute, e le importanti manutenzioni straordinarie su strutture e superfici decorate che riguarderanno, tra l’altro, anche il grande mosaico della casa dell’Albergo.
Domenica 2 settembre torna inoltre l’appuntamento con l’ingresso gratuito al Parco Archeologico di Ercolano, dove i volontari della proloco Hercvlanevm offriranno ai visitatori un gradevole cenno di accoglienza.


Testo e immagini da UFFICIO STAMPA Parco Archeologico di Ercolano


Hierapolis Frigia Turchia

Alla scoperta di Hierapolis. Sito UNESCO nella magica Turchia

Hierapolis di Frigia è una meravigliosa città antica che sorge sulla sommità delle candide cascate termali del parco naturale di Pamukkale, nella Turchia sud occidentale. È stata una delle città più importanti dell’antica Asia Minore e la sua storia, al pari di quella di Efeso o Pergamo, abbraccia oltre 1500 anni di continui sviluppi e trasformazioni i cui segni si leggono sui resti monumentali dei suoi edifici, negli scavi e nei restauri che la Missione Archeologica Italiana conduce dal 1957.

Hierapolis Frigia TurchiaHierapolis Frigia TurchiaLa città antica e il parco naturale, con la sua collina ammantata dal candido calcare depositato dalle acque che sgorgano a 37°, costituiscono un paesaggio unico al mondo che l’Unesco, nel 1988, ha inserito tra il Patrimonio dell’Umanità. Pamukkale significa in turco “castello di cotone” e già i numerosi viaggiatori europei sette ottocenteschi si rifacevano al nitore dei fiori del cotone o all’abbacinante bianco della neve appena posatasi per riportare le sensazioni scaturite dalla visione di Pamukkale e delle sue imponenti rovine.


Hierapolis Frigia Turchia

 

Hierapolis Frigia TurchiaÈ questa la stessa impressione che colpisce oggi il visitatore e che sessantun’anni fa colpì anche Paolo Verzone, “l’ingegnere con la passione per la storia”, fondatore della Missione italiana che oggi rappresenta la più importante istituzione archeologica straniera che lavora in Turchia e che ogni anno, con il contributo di università e centri di ricerca italiani ed europei, riporta alla luce le pagine ricchissime e affascinanti della storia millenaria della città, restaura i suoi monumenti e valorizza il sito archeologico, con una grande e fattiva collaborazione con le istituzioni culturali e scientifiche turche, vero e proprio ponte tra i due paesi mediterranei in un continuo scambio di amicizia e di cultura. Francesco D’Andria, professore emerito dell’Università di Lecce e uno dei massimi archeologi italiani, ha appena lasciato la direzione della Missione alla collega e allieva Grazia Semeraro, dopo una guida durata 17 anni e che si è rivelata di eccezionale importanza per l’impulso agli studi -divulgati con numerosissime pubblicazioni- e per le importanti scoperte, prime fra tutte quelle della tomba dell’apostolo Filippo, con la basilica sorta ad inglobare lo stesso sacello, e quella del Plutonion: l’accesso agli inferi descritto da Strabone e dedicato al dio Plutone e alla sua sposa Kore-Persephone.

L’unicità del sito e del suo contesto ambientale mettono in primo piano, nell’azione di tutela e di salvaguardia, il dato paesaggistico come elemento imprescindibile degli interventi di restauro che, accanto alle istanze della conservazione, assumono un’attenzione primaria nei confronti della modificazione, sia materiale sia immateriale, del contesto, dei rapporti tra questo e il monumento e tra il monumento e gli altri resti architettonici, del nuovo dialogo che si viene a creare tra gli elementi, prima slegati, del panorama urbano e naturalistico.

Hierapolis Frigia Turchia
È una presa di consapevolezza tutto sommato recente quella di intervenire nella conservazione con attenzione anche alle istanze del paesaggio, e questo perché ci si rende conto che la tutela dell’oggetto-rudere architettonico coinvolge non solo il dato fisico e materiale dei suoi elementi costitutivi, delle parti che ne compongono la struttura e la decorazione, dei suoi rapporti costruttivi interni, ma anche tutti quegli elementi, per così dire di percezione ambientale, che, quasi sempre immateriali, risultano connaturati all’oggetto e al suo contesto e che, se modificati o alterati o comunque non valorizzati, possono rendere incompleta l’azione conservativa. Nasce la consapevolezza che gli oggetti architettonici che popolano un sito archeologico sono altri e profondamente diversi rispetto a quelli che furono nel momento di piena funzionalità della città antica; la stessa città, insieme ai suoi abitanti, ha perso del tutto i suoi rapporti originari, sia quelli formati dalla rete viaria e dai volumi degli edifici, sia quelli generati dalla vita stessa dei suoi cittadini riuniti in comunità.

Hierapolis Frigia TurchiaNon solo, ma quello su cui siamo chiamati ad intervenire non è nemmeno il solo risultato della perdita di questi rapporti e del progressivo abbandono che ha determinato, nel corso dei secoli, una sorta di rinaturalizzazione del contesto urbano; è, piuttosto, il prodotto dello scavo archeologico inteso come azione di conoscenza ma anche come azione di profonda modificazione del territorio e dei suoi rapporti consolidati. Per questo, il progetto del paesaggio in ambito archeologico non può limitarsi al dato naturalistico e vegetazionale –ché, molto spesso, in area archeologica la vegetazione è anzi un disvalore perché capace di modificare profondamente e anche annullare il dato di scavo-, alla mitigazione e alla trasformazione del contesto con l’uso del verde, ma deve invece rivolgersi, piuttosto, alla ricucitura di quel dialogo interrotto dal tempo e dallo scavo, in una vera e propria riprogettazione del sito e dei suoi elementi architettonici; una riprogettazione che non sarà mai neutra ma basata sulla conoscenza storica e sulla consapevolezza della trasformazione.

 

A Hierapolis, il monumento che meglio rappresenta tale azione è il teatro, riportato alla luce in oltre cinquant’anni di scavi e restauri nell’ambito di un vero e proprio superprogetto.


Hierapolis Frigia Turchia

Edificato nella tarda età ellenistica e letteralmente riprogettato in età severiana, all’inizio del terzo secolo d.C. con una riplasmazione della cavea, dell’orchestra e dell’edificio scenico, dopo le fasi di abbandono conseguenti ai crolli dovuti ai numerosi terremoti che stravolsero il sito, il teatro si presentava, all’avvio dei lavori della Missione, come un grande invaso di terra da cui emergevano le gradinate sommitali e alcuni brani della frontescena.


Hierapolis Frigia Turchia

 

Hierapolis Frigia Turchia

Hierapolis Frigia TurchiaUn lento, difficile e costante lavorio di scavo e di trasporto all’esterno dei quasi 5.000 blocchi marmorei che formavano la decorazione della frontescena, accompagnato a consolidamenti e a restauri puntuali, ha consentito di far riemergere le strutture e le decorazioni di una macchina teatrale capace di oltre 12.000 spettatori; mancava, tuttavia, quella lettura unitaria in grado di porre in dialogo gli elementi ora disconnessi dell’edificio, in una visione unitaria che consentisse di leggere i rapporti tra le gradinate della cavea, l’invaso dell’orchestra, il palcoscenico e la frontescena con l’edificio scenico retrostante: la possibilità di riconnettere le desiecta membra in un edificio unitario che potesse diventare un vero e proprio museo di sé stesso.

Hierapolis Frigia Turchia

Hierapolis Frigia TurchiaHierapolis Frigia TurchiaA partire dal 2004 si è affrontato, quindi, con un team di progettazione guidato dall’arch. Paolo Mighetto, il tema di riorganizzare quell’immagine frammentaria con la ricomposizione del palcoscenico -completata nel 2007 con una struttura del tutto reversibile che interpreta e suggerisce l’immagine antica con un linguaggio pienamente contemporaneo- e con l’anastilosi del primo ordine marmoreo della frontescena severiana –realizzata tra il 2009 e il 2016-, per riattivare quel dialogo interrotto e per fare in modo che, accanto alle preminenti esigenze di conservazione, il teatro possa riacquistare un’immagine unitaria interna; a questa si aggiungerà, con gli interventi futuri in programma, la sfida di riconnettere e riattivare i rapporti visuali e prospettici con il tessuto urbano e, in particolare con le sottostanti terrazze del Santuario di Apollo, del Santuario delle Sorgenti e del Plutonion.

 

Hierapolis Frigia TurchiaTutte le foto di Hierapolis ad opera di Paolo Mighetto. Tutti i diritti riservati.


Stabiae: nuovi restauri a Villa Arianna

STABIAE: NUOVI RESTAURI A VILLA ARIANNA

Un gruppo di lavoro dell’Accademia delle Belle Arti di Varsavia

 riporta ad antico splendore alcuni ambienti

La prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Varsavia è tornata, per il quarto anno, alla villa Arianna di Stabiae per occuparsi del restauro di alcuni ambienti. Il progetto, svolto sotto la direzione scientifica del Parco Archeologico di Pompei (ufficio scavi di Stabia) con il coordinamento della Fondazione RAS, ha il supporto del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia.

Fino al 3 agosto, per circa un mese, un gruppo di lavoro coordinato dal vice preside della Facoltà di Conservazione e Restauro dell’Accademia polacca, prof. Krzysztof Chmielewski e dalla professoressa Julia Burdajewicz, è impegnato in interventi di consolidamento e pulitura di due ambienti (il 7 e l’11) entrambi decorati in IV stile.

 

Nell’ambiente 7, uno dei più belli della villa con affaccio sul mare, è stata realizzata la pulitura delle decorazioni parietali: i sali, la cera usata all’epoca degli scavi di Libero D’Orsi con il trascorrere del tempo avevano offuscato lo splendore delle pitture e reso meno nitidi molti dettagli dei dipinti. Dopo il restauro sono tornati alla luce elementi prima scarsamente percepibili: l’intervento ha rivelato nello zoccolo nero della parete a destra dell’ingresso un cesto sospeso ad un finto soffitto a cassettoni.  Inoltre ha restituito il colore originario alle pareti e alle decorazioni e reso molto più visibili dettagli degli elementi decorativi come le immagini di due maschere o il quadretto che raffigura la natura morta composta di fichi e di funghi, posti nella zona superiore della parete sud.

L’ambiente 11, eseguito con una partitura decorativa simile a quella dell’ambiente 7 , si ipotizza eseguito dalla stessa officina pittorica. L’intervento, iniziato quest’anno, ha visto innanzitutto il consolidamento delle pareti che rischiavano di sfaldarsi. Per evitarne il degrado si è proceduto ad un preconsolidamento e poi alla pulitura, sia con impacchi che con l’ausilio di una strumentazione tecnica adeguata, che sta rivelando prime interessanti evidenze pittoriche.

Il lavoro in villa Arianna da parte dell’Accademia di Varsavia sta producendo interessanti risultati da un punto di vista conservativo e di una maggiore vividezza delle cromie delle pareti (come si può vedere negli ambienti 44 e 45 già restaurati).

Il gruppo di lavoro di una delle più prestigiose accademie di restauro europee è composto oltre che dai professori anche da 5 studenti di livello avanzato che hanno così l’occasione di mettersi alla prova sul campo in un contesto d’eccezione.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Parco Archeologico di Pompei


Venezia: nuovo Centro di ricerca per la conservazione e il restauro

Nuovo Centro di ricerca per la conservazione e il restauro: Comune, Ca’ Foscari e Iuav hanno firmato l'accordo di programma

È stato firmato oggi a Ca' Farsetti, dal sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, e dai rettori delle università Ca' Foscari Venezia, Michele Bugliesi, e Iuav di Venezia, Alberto Ferlenga, l'accordo di programma “Per la costituzione di un nuovo centro di ricerca per lo sviluppo di nuove tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali veneziani”.

L'accordo, che si inserisce nel “Patto per lo Sviluppo della Città di Venezia, Interventi per lo sviluppo economico, la coesione sociale e territoriale della Città di Venezia”, mette a disposizione 3 milioni di euro per la creazione di un centro che opererà nei seguenti ambiti di ricerca: caratterizzazione dei materiali e dell’ambiente di conservazione, monitoraggio dello stato di conservazione, nuovi materiali e tecnologie, tecnologie ICT per il monitoraggio e la valorizzazione del patrimonio storico, artistico, architettonico e archeologico della città.

“La scommessa – ha esordito il sindaco – è quella di rendere Venezia un polo universitario sul modello di Boston, capace di attrarre giovani studenti non solo dal nostro Paese, ma anche da tutta Europa e da ogni parte del mondo”. Il primo cittadino ha poi ricordato la sottoscrizione, lo scorso anno, del protocollo costitutivo di “Study in Venice”, il Polo formato da Ca' Foscari, Iuav, Conservatorio Benedetto Marcello e Accademia delle Belle Arti, in collaborazione con il Comune di Venezia, con l'obiettivo di valorizzare la propria immagine di città universitaria nel mondo. “Il rafforzamento di un sistema universitario più ampio – ha aggiunto Brugnaro – è di importanza strategica per il rilancio della città”.

“L' articolo 9 della Costituzione – ha sottolineato il rettore Bugliesi – promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca e questo nuovo centro vuole da un lato rafforzare i presupposti scientifici per preservare il patrimonio di Venezia e dall'altro promuovere l'innovazione in questa città attraverso la ricerca. Sono già in programma una serie di interventi su cui ci concentreremo, dalla Scuola Grande di San Rocco a Torcello al campanile di San Marco. È un progetto che porterà a Venezia studenti, ricercatori e investimenti nell'alta tecnologia contribuendo allo sviluppo della nostra città. Il centro svilupperà metodologie e interventi di restauro e conservazione  con tecnologies legate all'ambito chimico e ICT, da parte di Ca' Foscari, e di ambito strutturale architettonico da parte di IUAV”.

“Questo progetto – ha concluso Ferlenga - è un'occasione eccezionale per dare  valore a ciò che in parte già esiste, mettendo insieme le iniziative offerte dai punti di eccellenza di questa città, che è essa stessa un'eccellenza. Un passo in avanti ulteriore, dopo esperienze come 'Study in Venice' e il Padiglione Venezia alla Biennale, per mettere in campo valori e conoscenze che hanno già un valore per sé stesse ma che, se messe insieme in un circuito virtuoso, possono dare vita a qualcosa di unico”.

Per dare piena attuazione al progetto verrà costituito un Comitato esecutivo composto dai referenti di ciascuna parte, presieduto da un responsabile del Comune di Venezia, che avrà il compito di sovraintendere alle attività del Centro, garantire l’esecuzione del progetto scientifico e stabilire il programma delle attività di disseminazione. Entro 6 mesi dalla sottoscrizione dell'accordo sarà inoltre costituito un Comitato consultivo composto da un rappresentante della Soprintendenza archeologia, Belle arti e paesaggio per il Comune di Venezia e Laguna, Soprintendenza archivistica e bibliografica del Veneto e del Trentino Alto Adige, Archivio di Stato di Venezia e Musei Civici di Venezia, con funzioni di monitoraggio, consulenza e valutazione delle attività del Centro.

Venezia, 14 giugno 2018

Testo da Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Area Comunicazione e Promozione Istituzionale e Culturale Università Ca' Foscari Venezia


Visite al Laboratorio di restauro del cranio di Mammuthus Meridionalis al Museo Paleontologico di Montevarchi

VISITE AL LABORATORIO DI RESTAURO DEL CRANIO DI MAMMUTHUS MERIDIONALIS
Sabato 3 febbraio e domenica 25 febbraio. Per informazioni su orari e prenotazioni: Museo Paleontologico di Montevarchi, tel. 055-981227, ore 9 - 13.

Dallo scorso settembre il cranio di Mammuthus meridionalis, scoperto a Terranuova Bracciolini (AR) e scavato durante la scorsa estate, si trova a San Giovanni Valdarno, in un capannone messo a disposizione da uno sponsor. È qui che la restauratrice Antonella Aquiloni sta liberando il reperto dal residuo di sedimento che lo ricopre. Il paziente lavoro di ripulitura sta facendo emergere la superficie ossea del cranio e l’avorio delle difese. Queste ultime, molto fragili e compromesse dalla permanenza nel terreno da almeno 1,5 milioni di anni, hanno particolarmente bisogno di essere consolidate con specifici prodotti chimici. Durante questo “scavo in laboratorio” è venuto in luce un altro osso, una scapola di cervide, che giaceva nei sedimenti dell’antico torrente che inglobavano anche il cranio di Mammuthus.
Nel corso di un recente incontro tra la Soprintendenza di Siena, l’Accademia Valdarnese del Poggio e l’Università di Firenze è stato valuto l’impegno necessario per concludere il restauro e sono state discusse le soluzioni tecniche per affrontare il trasferimento dell’ingombrante cranio fossile al Museo Paleontologico di Montevarchi dove sarà musealizzato. Nel frattempo continua la campagna “S.O.S. Mammuthus. Aspetta il tuo aiuto da oltre un milione di anni”: grazie all’aiuto di molti è stato possibile coprire una parte delle spese sostenute per lo scavo, ma molto rimane ancora da fare. Le risorse per il restauro saranno infatti reperite attivando anche campagne di crowdfunding e organizzando eventi e visite guidate al laboratorio, per gruppi e per scuole.
Sarà possibile visitare il resto fossile di elefante - al quale deve ancora essere attribuito un nomignolo volgare - e avere particolari circa lo scavo ed il restauro del reperto: sabato 3 febbraio e domenica 25 febbraio. Le visite prevedono prenotazione ed il costo della visita è di 3 € a persona, il ricavato sarà destinato a finanziare il prosieguo del lavoro.