Bronzi di Riace Daniele Castrizio

Bronzi di Riace, intervista al Professore Daniele Castrizio

I Bronzi di Riace furono ritrovati in fondo al mare nella Baia di Riace, in Calabria, nell'agosto del 1972. I numerosissimi studi su di loro effettuati non chiariscono del tutto la loro storia e alcune fasi rimangono ancora poco comprese.

Il Professore Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Iconografia e Numismatica greca e romana presso l'Università degli Studi di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria, da anni si occupa dello studio delle due statue.

Secondo la sua ipotesi, i due bronzi avrebbero fatto parte di un gruppo statuario formato da cinque personaggi rappresentanti i protagonisti del momento subito precedente lo scontro fratricida tra i figli di Edipo, re di Tebe. Questa ricostruzione sarebbe supportata dal riscontro nelle fonti letterarie congiuntamente alle recenti analisi effettuate sul materiale bronzeo e sulla argilla.

Lo abbiamo intervistato per ClassiCult.

 

Professore, iniziamo con una domanda di carattere generale: chi sono i Bronzi A e B, e da dove provengono?

Nell'agosto del 1972 i Bronzi vengono ritrovati da un sub e, subito, vengono restaurati a Firenze. Il Bronzo A viene restaurato sicuramente meglio, il Bronzo B viene invece scartavetrato e per questo ha perso una parte della patina che lo ricopriva. Vengono per la prima volta esposti a Firenze, riscuotendo un enorme successo in termini di affluenza; lo stesso accade quando vengono esposti a Roma. Una volta trasportati a Reggio Calabria, la loro presenza provoca un'affluenza che, fino a quel momento, non si era mai vista!

Comincia così la ridda infinita delle ipotesi che, per molti anni, sono state contraddistinte da una caratteristica che le ha accomunate e che non mi è mai piaciuta, e che possiamo definire ottocentesca: i Bronzi sono stati valutati attraverso l'occhio dell'archeologo. Chi ha scritto - e ancora scrive - su di loro, spesso non li ha neanche mai visti di presenza, quindi non sa quali siano le loro caratteristiche anatomiche. Spesso ancora oggi si crede che tra le due statue intercorra uno scarto temporale di 20 anni, ma dai rilevamenti fatti da me e da altri studiosi, si è scoperto che le due statue siano pressoché contemporanee.

Cosa riferiscono le ipotesi contemporanee?

Il Professore Massimo Vidale, docente presso l'Università di Padova, dal 2000 in poi, è stato promotore di un progetto molto interessante che riguarda l'analisi della terra di fusione presente nei Bronzi. Ci sono state tre analisi, due a livello nazionale e una di carattere internazionale. Durante le prime due, confrontando la terra di fusione con le carte geologiche del Mediterraneo, si sono immediatamente escluse le zone dell'Italia Meridionale; non si è riusciti ad escludere Atene perché all'inizio non c'era la mappa geologica della città.

Si era addirittura arrivati a dire che la terra di fusione era stata presa a circa 200 m di distanza l'una dall'altra e, quindi, l'argilla proveniva dallo stesso posto: un'altra prova per dimostrare che le due statue erano state prodotte nello stesso luogo. Nell'ultima analisi, effettuata avendo in mano la mappa di Atene, si è esclusa definitivamente l'area attica. Si è concluso che i Bronzi sono stati fatti ad Argo; nel 146 a.C., quando la Grecia cadde in mano alla potenza romana, i Bronzi vengono presi e portati a Roma, perché Argo viene distrutta assieme a Corinto.

Un'epigramma della Antologia Palatina parla di "eroi di Argos portati via". Molto probabilmente si riferiva a queste due statue, i cui personaggi che rappresentano non compaiono nella ceramica attica. Ricompaiono poi a Roma sicuramente nel I secolo d.C. e non si sa se, nel frattempo, abbiano avuto una qualche funzione. Ad un certo punto della loro travagliata storia, questi Bronzi scompaiono da Roma e li ritroviamo poi a Riace.

A Roma vengono restaurati probabilmente nel I secolo d.C., un restauro molto complesso dove il braccio sinistro di A e l'avambraccio sinistro di B sono risalenti all'epoca romana. Forse sono stati fatti dei calchi sulle braccia rotte, poi fuse e rimesse al loro posto. Questo ha comportato che non si potessero lasciare del loro colore originario, perché avevano colori molto diversi tra loro e, quindi, li hanno dipinti di nero. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida trovata dal Professore Giovanni Buccolieri dell'Università del Salento.

Il Professore Koichi Hada dell'Università di Tokio ha capito che questa era la prova che i bronzi erano stati dipinti tutti di colore nero. Ci sono altri esempi a Roma di restauri di statue risalenti al V secolo a.C. presenti al Museo Capitolino. Insieme ai Bronzi fu trovato tra il braccio destro e la coscia destra un coccio grosso, forse utile ad evitare che il braccio facesse pressione e si potesse rompere. Questo coccio dovrebbe essere un'anfora che serviva da distanziatore. L'Imperatore Costantino prende tutta la collezione imperiale e se la porta a Costantinopoli, come riporta la Antologia Palatina, e probabilmente la fine dei bronzi sarebbe stata quella, se la nave dove viaggiavano non fosse affondata.

 

Da un punto di vista tecnico, quali sono le maggiori differenze tra le due statue, tenendo conto anche delle analisi fatte sul materiale bronzei? Ma soprattutto quale era il loro colore originario?

Ci sono piccole differenze di maestranze. È chiaro che un solo bronzista non possa fare tutto. Era già stato notato dai restauratori che il modo in cui hanno inserito occhi e bocca nelle due statue è diverso. È possibile che si tratti di due orefici diversi. Il bronzo utilizzato non è il medesimo: per realizzare una statua è stato usato bronzo proveniente dalla Spagna; per realizzare l'altro invece è stato usato un bronzo proveniente da Cipro.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

La differenza maggiore si può ricavare dal fatto che, secondo me, B corregge i difetti di A. Nonostante la sua straordinaria bellezza A presenta dei difetti, tanto è vero che per rendere stabile l'elmo si è dovuto mettere un perno e lo scudo presentava qualche imperfezione.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Riguardo a B possiamo dire che presenta una deformazione della scatola cranica per poter inserire l'elmo senza bisogno di perno; qui viene aggiunto anche un gancio nella parte alta della spalla sinistra per ottenere un ancoraggio più saldo dello scudo. Altra vera differenza, scoperta di recente, è che chi ha fatto B ha messo sulla forma interna ricoperta di cera dei salsicciotti di argilla, a simulare le costole, e in modo tale da modellare facilmente le costole.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Ma la differenza più importante è che chi ha fuso A era un genio, chi ha fuso B non era allo stesso livello. Il bronzo A non presenta alcuna imperfezione, mentre il bronzo B presenta qualche bolla d'aria e punti in cui il bronzo non si è fissato per bene. Probabilmente l'autore è l'allievo di Clearcos, Pitagora di Reggio, che aveva un nipote di nome Sostrato. Io ritengo che Sostrato abbia aiutato Pitagora, lavorando a compartimenti stagni. Le proporzioni sono identiche, il sistema di lavorazione è uguale. I Bronzi comunque stanno nello stesso ritmo perché sono stati concepiti dalla stessa mano.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Tra le tante ipotesi che negli anni sono state avanzate, Lei ritiene che i Bronzi sarebbero stati parte di un gruppo scultoreo a cinque. Come è giunto a tale conclusione?

Ci sono tre testimonianze letterarie molto importanti che ho seguito e che mi fanno propendere per l'ipotesi che le statue appartenessero ad un gruppo a cinque. Seguendo l'ipotesi dei fratricidi, troviamo un riferimento nel Papiro di Lille, attribuito a Stesicoro, che parla di una Tebaide, l'originario racconto della storia di Edipo e dei suoi figli, diversa da quella di Sofocle.

In Sofocle, sappiamo che Giocasta muore dopo aver dato alla luce 4 figli da Edipo; secondo la versione fornita da Stesicoro, invece, è probabile che Giocasta si sia uccisa la prima notte di nozze, perché riconosce i piedi gonfi del figlio e, per la vergogna, decide di togliersi la vita. Edipo in seguito avrebbe preso in sposa la cugina della moglie, Euriganeia, che gli concede i 4 figli, cioè Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La seconda testimonianza è il Papiro di Lille che forse ci dà il fumetto del gruppo statuario: in esso la madre fa un discorso prima che i figli si battano. Con l'aiuto di Tiresia li esorta a fare un sorteggio e a suddividersi l'eredità del padre. I due accettano. Ma c'è una parte poco leggibile del papiro che non è stata mai approfondita, ma nella quale forse Tiresia accusa Polinice di aver portato l'esercito contro Tebe, lo esorta a prendere gli armenti e ad andare via.

Polinice ormai non appartiene più a Tebe, ha sposato la figlia del re di Argo e ne diventerà il re (ne papiro c'è la parola wanax). L'ultima parola che si legge è "si arrabbiò". È probabile che Pitagora di Reggio avesse tra le mani la Tebaide di Stesicoro. altro riferimento è Stazio che li descrive nella sua opera intitolata Tebaide (XI libro), e li vede proprio a Roma. Stazio prende un'immagine molto suggestiva che vede i due protagonisti combattere contro dei demoni. L'unico duello nel mondo greco in cui sono presenti i demoni è quello relativo ad Eteocle e Polinice, i figli di Edipo.

Terza e ultima testimonianza: i Bronzi vengono visti da Taziano alla metà del II secolo d.C. e da lui descritti nella Lettera ai greci; vengono presentati come il gruppo dei fratricidi. Pare che li abbia visti anche Marziale. Ma c'è di più: questo gruppo ha lasciato dei confronti tutti provenienti da Roma e tutti pertinenti. In ognuno di questi gruppi, i tre personaggi principali (Eteocle, Polinice e la loro madre in mezzo) sono sempre presenti. In tutti i confronti, Polinice è sempre arrabbiato, esattamente come dice Stazio nella sua opera.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

È sorprendente come la mimica facciale di tutti questi confronti abbia un soggetto raffigurato arrabbiato: è l'unica statua del mondo greco ad essere rappresentata che digrigna i denti in segno di astio. Ha anche l'occhio sinistro strizzato. B non guarda negli occhi A, ma A fissa B perché, secondo la mia ricostruzione, le due statue erano l'una di fronte all'altra, entrambi consapevoli della morte che sta per arrivare. Esiste una sola copia romana dei Bronzi e si trova al Museo Reale di Bruxelles.

Perché il colore dei loro capelli sarebbe stato proprio il biondo?

Tutto nasce da una infinita serie di dialoghi tra me e il mio grafico Saverio Autellitano. Discutendo e facendo mille ipotesi, abbiamo pensato al fatto che i Bronzi fossero a colori: gli occhi erano di un colore simile al quarzo, rosa il sacco lacrimale, i denti bianchi. Abbiamo capito che per scurire il bronzo basta il bitume.

Analizzando la lega e facendo un confronto con le statue antiche, abbiamo visto che tutte possedevano i capelli di un colore biondo pallido, molto tenue. Anche il colore della barba e dei capelli dei bronzi risulta in linea con la colorazione greca. Facendo una ricostruzione grafica il risultato è molto gradevole. Io stesso ne sono rimasto piacevolmente colpito.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


Zeus di Ugento messapico

Dèi tra due mari: le tracce scritte del Salento messapico

SCRIPTA MANENT IV
Dèi tra due mari:
le tracce scritte del Salento messapico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pochi ricordano che nel 1961 a Ugento, sulla costa ionica salentina, fu fatta una scoperta sensazionale, affine per molti versi a quella che sarebbe avvenuta a Riace poco più di dieci anni dopo: duranti i lavori di ammodernamento di un'abitazione privata, fu rinvenuta una statua bronzea, mutila in più parti, che raffigurava una divinità maschile barbuta. Essa aveva giaciuto per lunghi secoli in una buca scavata in fretta e furia a mani nude, sigillata con quello che poi si scoprì essere il piedistallo della statua stessa; pareva quasi esser stata volutamente occultata in tempi molto antichi.

Ulteriori ricerche portarono alla scoperta di molti dei pezzi mancanti, che permisero di ridare alla statua un aspetto quasi identico a quello che doveva avere in origine: il dio ritratto aveva una gamba protesa in avanti, come per avanzare, il braccio sinistro disteso e quello destro ripiegato dietro la testa, quasi fosse sul punto di scagliare un oggetto. Quell'oggetto doveva essere una folgore: le tracce di zampe artigliate sulla mano destra fanno pensare che in origine vi fosse appollaiata un'aquila, e che dunque quel dio fosse Zeus.

Per lo Zeus di Ugento fu ipotizzata una datazione al secolo VI a.C.: in quel periodo la cittadina in cui è stato ritrovato era un fiorente centro portuale il cui nome magnogreco era Ozan; la statua, creata forse per essere esposta in un luogo pubblico, è l'unico esempio pervenutoci di scultura a cera persa in area salentina. Nelle fattezze e nei linguaggi figurativi adoperati si riflettono gli echi del periodo più antico della storia di questa terra protesa tra lo Ionio e l'Adriatico, così legata a entrambi da venire denominata dagli storiografi d'età classica Messapia, la terra dei due mari.

Per la cronaca, le sventure dello Zeus di Ugento non si esaurirono col suo recupero: confluito nella collezione del Museo Archeologico di Taranto, esso è rimasto nascosto per decenni nei suoi depositi in attesa di una consona collocazione, approntata nel 2016 dopo una lunga sequela di rinvii: solo da pochi anni questo meraviglioso reperto è stato reso fruibile al pubblico.

La terra dei due mari

Anche per chi lo conosce bene, il Salento è tuttora una terra schiva, sfuggente, che tiene ben celato il proprio passato pur rifiutandosi di lasciarlo trascorrere come sarebbe opportuno; per questo è così difficile tracciare una puntuale storia dei Messapi, la popolazione che lo abitò in epoca preromana.

Erodoto suggeriva che la loro origine sfiorasse il mito: nelle sue Storie egli narra che i coloni stanziati nell'attuale Puglia provenissero da Creta al seguito del leggendario Minosse; gli studi più recenti e accreditati datano invece il fiorire delle civiltà appule al secolo X a.C., quando si verificò un flusso migratorio di notevole entità dall'intera penisola balcanica.

I coloni si fusero con le popolazioni indigene che abitavano questo territorio già in età paleolitica, dando vita a una popolazione ibrida che manteneva tanto il retaggio balcanico quanto quello autoctono: da un lato il linguaggio e le strutture sociali di chiaro stampo greco-illirico, dall'altro la persistenza degli antichi culti preistorici legati alla terra e alla fertilità.

Nel giro di pochi secoli questa civiltà crebbe e si sviluppò fino a formare, intorno al VI secolo a.C., un consorzio di sedici potenti città-stato che fu in grado di dare filo da torcere a Taranto, la più grande città magnogreca: gli scontri tra le due compagini furono tantissimi e comportarono un'annosa successione di distruzioni e saccheggi; è probabile che lo stesso Zeus di Ugento sia stato nascosto per scongiurare gli effetti nefasti di una di queste lotte. Alla fine, come spesso accade nella storia, a vincere tra i due contendenti è il terzo: intorno alla metà del secolo III a.C. i romani conquistarono l'intero territorio pugliese, sottomettendo tanto i tarantini quanto i messapi; gli uni e gli altri furono condannati a un persistente oblio terminato solo nel secondo dopoguerra, quando si riaccese l'interesse accademico per la Puglia preromana.

Cosa resta dei messapi, al giorno d'oggi? Una manciata di siti archeologici di grande valore, moltissimi reperti e soprattutto tante teorie che attendono di essere vidimate; possiamo farci un'idea di quanto fossero organizzati osservando la Mappa di Soleto, un altro prezioso reperto stipato nei depositi del MArTA e negletto quasi al pari dello Zeus di Ugento, dato che dal 2003 a oggi attende ancora di essere esposto. In questo minuscolo ostrakon di vaso smaltato si riconosce il profilo della penisola salentina disegnato a sgraffio, con tanto dei nomi che alcuni tra i principali centri abitati dovevano avere all'epoca.

Ma l'eredità messapica è maggiormente visibile nei lineamenti della gente salentina, nella parlata grecanica, nella loro resilienza e nella loro dignità, nonché nel loro modo tutto particolare di vivere la spiritualità: sebbene gli antichi culti siano stati via via assorbiti dalla religione romana prima e cristiana poi, permane tuttora un rapporto col sacro intimo e totale, fatto di gestualità accentuate e rituali antichissimi. Il tarantismo, l'espressione oggi più nota di questa religiosità, per quanto sia legata al cristianesimo riecheggia in maniera formidabile il rapporto dei salentini con la propria terra e con la fertilità, come doveva essere ai tempi dei messapi e forse anche prima del loro arrivo.

Il patrimonio scritto della Grotta Porcinara

Grotta Porcinara Salento messapicoNon è facile riassumere in poche righe millenni di storia; esiste però un luogo dove quanto abbiamo scritto nel paragrafo precedente diventa tangibile e soprattutto leggibile. Esso si trova a Santa Maria di Leuca, frazione del comune di Castrignano del Capo e vertice estremo della Puglia: è qui che geograficamente si trova il confine tra Ionio e Adriatico, che si congiungono sul promontorio roccioso denominato Punta Ristola.

Proprio qui, in una zona desolata a picco sul mare, poco distante dal lungomare turistico eppure straordinariamente silenziosa, si apre la Grotta Porcinara. Essa viene impropriamente definita “grotta di terra”, in contrapposizione alle molte “grotte di mare” che si aprono lungo la costiera; in effetti si tratta di una cavità scavata artificialmente intorno al secolo IX a.C. per fini cultuali.

Grotta Porcinara Salento messapico

Sembra che in origine la Porcinara disponesse di un'ara votiva per la venerazione del dio Batàs (o Batìs), la cui origine è probabilmente autoctona, addirittura precedente all'arrivo dei messapi: nel suo nome si legge infatti l'onomatopea dello schianto del tuono, di cui questa divinità era signore.

In seguito alla fusione con le popolazioni greche essa fu sincretizzata con Zeus, il cui nome in territorio salentino fu corrotto in Zis: il nome della precedente divinità divenne un'accezione, pertanto il nuovo titolare del santuario della Porcinara diventò Zis Batàs, ossia “Zeus tonante”. È molto probabile che questi sia il dio raffigurato nella statua ugentina.

Grotta Porcinara Salento messapico

Il culto di Zis Batàs, come abbiamo visto, intorno al secolo VI a.C. era pienamente canonizzato; a questo periodo risale il vero tesoro della Grotta Porcinara: sulle pareti tufacee del piccolo vano sono infatti incise centinaia di iscrizioni votive attraverso le quali i marinai imploravano il dio di assicurare loro bel tempo per il proprio viaggio. La grandezza dei messapi fu infatti dovuta in gran parte al rapporto col mare: anche Leuca, come Ozan/Ugento e molte altre città messapiche, godeva di un porto da cui partivano giornalmente numerose imbarcazioni; sebbene al momento non ne siano state ritrovate tracce, non è sbagliato supporre che esso si trovasse in prossimità di Punta Ristola, orientata verso est.

Le iscrizioni più antiche, molto consumate dagli agenti atmosferici, sono vergate in una lingua molto simile al greco classico con minime corruzioni di stampo locale, così come l'alfabeto adoperato; sorprende inoltre l'accuratezza dello specchio grafico e la forma dei caratteri, quasi per nulla deformata dalla verticalità del supporto: è lecito supporre che queste iscrizioni non avessero carattere estemporaneo come i graffiti di cui abbiamo avuto già modo di parlare in un altro aritcolo, ma che la loro realizzazione fosse demandata a vere e proprie figure professionali preposte, simili ai lapicidi d'età romana. È probabile dunque che gli ex-voto venissero trascritti dietro compenso o oblazione, per sublimare (o integrare) un sacrificio.

Un altro dato sorprendete viene dall'analisi delle iscrizioni della Porcinara: il suo utilizzo non si fermò col tramonto dell'era messapica, ma semplicemente si adattò al culto delle divinità romane, le quali a loro volta avevano mutuato caratteristiche e accezioni provenienti dal pantheon greco; così a Zis/Zeus si sovrappose Giove, che curiosamente mantenne l'accezione Batàs latinizzata in Batius o Vatius.

Sono databili ai secoli II-I a.C. le iscrizioni latine della Porcinara, le quali assumono una forma meno precisa rispetto alle precedenti; rimane lo specchio grafico ben studiato ma non la forma corretta delle lettere: in molte iscrizioni la L viene ancora sostituita col lambda greco, così come la A priva del tratto orizzontale come alpha.

Grotta Porcinara Salento messapico

È difficile stabilire con certezza per quanto tempo si continuò a utilizzare la Grotta Porcinara come santuario: probabilmente essa cadde in disuso alle soglie dell'epoca cristiana, quando il baricentro dei traffici marittimi si spostò a Brindisi e Taranto, più vicine a Roma; nel frattempo, con l'arrivo del cristianesimo, i luoghi di culto si spostarono nei centri delle città: del resto la leggenda vuole che san Pietro sia giunto in Italia approdando proprio a Leuca. Tuttavia alcune tracce molto labili sembrano suggerire un'ennesima, forse effimera trasformazione della Grotta Porcinara.

Grotta Porcinara Salento messapico

In età repubblicana e imperiale, le iscrizioni latine si aprivano spesso con la sigla I O M, che abbreviava la formula Iovis Optimus Maximus; intorno al secolo III d.C. questa formula fu mutuata per le iscrizioni di carattere cristiano sostituendo la prima lettera con una D per Deus o Dominus. La stessa cosa sembra avvenire in un'iscrizione della Porcinara, non visibile perché giacente sotto un'abitazione privata, nella quale alla I vengono aggiunti due tratti obliqui per trasformarla in una D. Viene registrata inoltre la presenza di un triangolo, simbolo della Trinità in epoca paleocristiana; inoltre talvolta la scritta Κύριε Ζις risulta erasa in modo che non si legga il nome della divinità ma solo Κύριε, “Signore”.

Grotta Porcinara Salento messapico

Queste affascinanti incertezze non stupiscono, se viste nel contesto di una generale arretratezza negli studi sul Salento preromano, aggravata tra l'altro dal disinteresse per le vestigia messapiche: come lo Zeus di Ugento e la Mappa di Soleto anche la Grotta Porcinara non gode di una valorizzazione adeguata, nonostante la ricchezza delle informazioni che se ne possono ricavare. C'è da augurarsi che il ritrovato prestigio del Salento come meta turistica riaccenda l'attrattiva per questi tesori seminascosti, dando loro l'attenzione che meritano da parte di tutti.

BIBLIOGRAFIA

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CORVAGLIA F., Ugento e il suo territorio, Lecce 1987.

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DE MARTINO E., La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano 2015

ERODOTO, Storie, Milano 2013

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PIZZURRO A., Ozan. Ugento dalla preistoria all'età moderna, Lecce 2002

MArTA - Museo Archeologico Nazionale di Taranto, sito ufficiale.

 

 

Tutte le fotografie sono di Mariano Rizzo.