Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel (1970) - recensione

Come si è posta la cosiddetta cultura occidentale di fronte alla questione femminile? In che termini è stata descritta la condizione delle donne? I “classici” del pensiero hanno fornito strumenti all’emancipazione o alla conservazione del potere patriarcale?

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel
Carla Lonzi. Foto (anni sessanta, Università delle donne) in pubblico dominio

A queste domande, ma non solo, tenta di rispondere Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel, saggio del 1970, frutto del lavoro del collettivo Rivolta Femminile. Come è facile intuire, uno degli obiettivi polemici è il filosofo di Jena.

“Il rapporto hegeliano servo-padrone è un rapporto interno al mondo maschile, e ad esso si attaglia la dialettica nei termini esattamente dedotti dai presupposti della presa del potere” (C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, p. 28).

In questo breve estratto cogliamo già i principali problemi della concettualizzazione classica: parzialità maschiocentrica e subordinazione alla lotta di classe. La filosofia parla agli uomini degli uomini. Quella tra servi e padroni è una lotta tra uomini, che esclude le donne e ha come obiettivo la conquista del potere. Pertanto,

“far rientrare il problema femminile in una concezione di lotta servo-padrone quale è quella classista è un errore storico” (Ivi, p. 29).

La schiavitù femminile è trasversale, riguarda tutti i livelli sociali. Tant’è che questa discriminazione è presente anche nel marxismo, che designa, come soggetto rivoluzionario, la classe operaia maschile e, allo stesso tempo, non considera le donne né come oppresse né come portatrici di futuro. Tornando ad Hegel, Carla Lonzi analizza la sua idea del rapporto uomo-donna che

“non è un dilemma: ad esso non si prevede soluzione in quanto non viene posto nella cultura patriarcale come un problema umano ma come un dato naturale” (Ivi, 28).

Qui ravvisiamo un altro errore metodologico, che smaschera la connivenza della filosofia hegeliana con il dominio maschile: l’essenzializzazione di una situazione storica. Il fatto che la donna sia stata oppressa per secoli non significa che lo sia per natura. Hegel, però, sostiene che la donna sia fondamentalmente incapace di superare la soggettività immediatamente universale, poiché si identifica definitivamente con la famiglia e non compie il salto che le permetterebbe, attraverso l’autocoscienza e il distacco dal nucleo d’origine, di ottenere l’universalità potenziata, tipica del cittadino.

Viene operata qui un’inversione: l’effetto della discriminazione diventa la sua stessa causa. La donna è schiacciata dall’uomo: ciò non soltanto avviene concretamente, ma è anche necessario che avvenga.

“Nel principio femminile Hegel ripropone l’a-priori di una passività nella quale si annullano le prove del dominio maschile” (Ivi, p. 30),

cioè, se si considera l’essere dominata come un attributo essenziale della donna, e non come il risultato dell’oppressione operata dall’uomo, costui, dominando, ossequia l’essenzialità del dover essere, non commette un abuso.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, foto di Muesse, dallo Hegelmuseum Stuttgart, di una incisione di F. W. Bollinger da Chr. Xeller, CC BY 3.0

Carla Lonzi fa un’ipotesi controfattuale: se Hegel avesse riconosciuto l’origine storica, e non essenzial-divina, dell’oppressione femminile, probabilmente avrebbe trattato la questione attraverso la dialettica servo-padrone. Come già accennato in precedenza, la liberazione della donna non può essere descritta in questi termini, perché:

“sul piano donna-uomo non esiste una soluzione che elimini l’altro, quindi si vanifica il traguardo della presa del potere” (Ivi, p. 31).

Ecco il punto fondamentale: mentre il servo e il padrone mirano alla distruzione reciproca, la donna e l’uomo non possono. La soluzione di questo rapporto non sta, come nel caso della figura hegeliana, nella sostituzione dell’oppressore con l’oppresso, ma nella fine dell’oppressione stessa. Il femminino, considerato come eterna ironia della comunità, cerca di allearsi con il giovane e dileggia il vecchio. Lo farebbe per ragioni legate alla logica patriarcale: il giovane sarebbe più abile in guerra.

“In realtà noi”, commenta la Lonzi, “attraverso questo gesto della donna, vediamo in trasparenza il potere del patriarca su di lei e sul giovane” (Ivi, pp. 30-31).

Si prefigura, dunque, un’intesa tra il giovane anarchico, che rifiuta il paternalismo e il ricatto, sentendo su di sé l’angoscia del dominio, e la donna. Senza questo accordo, egli potrebbe cedere alla lotta organizzata di massa, dimenticando l’emancipazione dell’intera umanità, di cui anche le donne fanno parte, diventando così “rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale” (Ivi, p. 33).

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel Francesca Giannuzzi
La copertina del saggio di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, edizioni et al., foto di Francesca Giannuzzi

Riferimenti bibliografici

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Gammalibri, Milano 1982.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello spirito, Bompiani, Milano 2000.


Uno su infinito Cristò

Uno su Infinito di Cristò, anarchia della numerologia

TerraRossa Edizioni rilancia una delle opere più atipiche del panorama letterario italiano, ovvero Uno su infinito di Cristò, già  pubblicato da due editori diversi col titolo That's (im)possible. Dalla sua singolare storia editoriale la novella di Cristò si presenta come un testo proteiforme nel nome e anarchico e deragliante nel contenuto.

Uno su Infinito è un lungo racconto corale, una polifonia di personaggi, ossessioni, segreti, idiosincrasie e speranze. Cristò procede attraverso delle interviste, brevi e taglienti, talvolta illuminanti che ci guidano attraverso il mondo televisivo del programma That's (im)possibile, una lotteria pantagruelica in cui i partecipanti devono indovinare un numero da uno all'infinito. La storia ha un incipit locale, l'emittente televisiva può giusto garantire un montepremi modesto al vincitore. Tutto viene stravolto quando il passaparola proietta Bruno Marinetti (ideatore del format) e tutto lo staff, a partire dal conduttore Luigi Conte e i cameraman, verso un successo mondiale.

Oltre a un'impostazione narrativa quasi surreale è la volontà dei partecipanti di sfidare l'ignoto delle probabilità numeriche e relazionali a rendere Uno su infinito una novella magnetica. L'autore alterna l'anarchia numerologica che impossessa gli scommettitori alle staffilate interiori che mutilano le vicende familiari più oscure. Il racconto procede su entrambi i binari del monologo interiore e del sensazionalismo della lotteria. Il mondo è fatto di individui impazziti che corrono a spedire bigliettini con le loro scommesse, in sintesi.

Uno su infinito
Foto di Steen Møller Laursen

Una narrazione cadenzata in poco più di 70 pagine rende lo storytelling denso di richiami extra-testuali che si allacciano ad altre creazioni di Cristò. Per esempio il medico Tancredi e un Moebius da La Carne. La storia si dimena in un contro-canto di voci che evocano il fenomeno trans-globale della lotteria televisiva; questi echi sembrano la visione schizofrenica di una divinità incatenata a una dimensione numerologica dove la matematica è vittima dell'irrazionalità invece che padrona della logica.

Cristò gioca con le plausibilità narrative e non solo dell'azzardo perché fa coesistere in Bruno Marinetti i deliri psico-numerici e ideologie romantiche e anti-capitaliste. Abbiamo così una figura proiettata su un orizzonte degli eventi dove si concretizza una sacra missione rivoluzionaria. Uno su infinito è una summa teosofica e probabilistica, un crocevia di idee e illusioni, un tubo catodico che (non)proietta il possibile e l'impossibile. É un azzardo o forse più semplicemente il tentativo dell'autore di indagare la conoscenza stessa dell'uomo con la più efficiente delle lenti di ingrandimento: l'assurdo e la bellezza dell'improbabile che può avverarsi. 

uno su infinito Cristò
La copertina di Uno su infinito di Cristò, pubblicato da TerraRossa Edizioni

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Una causa in cui credere

“Esistono due logiche d’azione contrastanti. La logica riformista propone di impegnarsi in modo credibile, accontentandosi di progressi graduali. Quella opposta propone di attuare azioni rivoluzionarie sull’onda dei successi ottenuti. Io dico che è giunta l’ora di adottare il secondo approccio”. A scriverlo il cofondatore del movimento Extinction Rebellion, Roger Hallam, che con Chiarelettere ha di recente pubblicato il libro-manifesto Altrimenti siamo fottuti! Il libro è dedicato alla salvaguardia del pianeta, scevro dall’opportunismo di certe parole che mal traducono le politiche adottate contro il collasso climatico ed ecologico.

Foto di Pete Linforth

Il piano di Hallam è spiegato nel dettaglio ed è insito nella volontà comune di invertire la rotta, scardinare colpo su colpo l’attuale e negligente stato di cose tramite la disobbedienza civile di massa. Secondo l’autore è certo come, almeno dagli anni Novanta, si stia proseguendo verso un “suicidio collettivo” pianificato da quegli assetti politici che nel detenere il potere e le capacità di sfruttare le risorse naturali non riescono a porsi, come i propri oppositori, in una direzione più progressista che veda nel cambiamento strutturale la vera soluzione.

L’effetto della lotta politica nonviolenta è studiato, dalla Storia e dalla scienza: una volta indetta la mobilitazione di migliaia di partecipanti (la cui forza risiede nell’eterogeneità di riconoscere le diversità ideologiche e culturali, ma per il bene comune accettare il problema e agire di conseguenza), il presidio dovrà convergere in una città centrale e trasgredire alla legge conservando un comportamento civile e rispettoso dell’Altro in modo che sia fin da subito chiaro l’intento dell’occupazione. In tal modo lo Stato a cui ci si rivolge avrà alcune alternative: potrà far finta di nulla e lasciare che le cose si calmino da sole ma con il rischio che la cittadinanza esasperata metta in atto guerriglie urbane, oppure potrà reprimere la folla con l’autorità, o anche decidere di aprire una trattativa e sperare di metter fine all’azione reazionaria. La possibilità che si apra una strada per la radicale trasformazione economica è certamente una priorità. È inoltre determinante saper integrare un progetto post-rivolta tramite l’uso di un linguaggio neutro che veicoli il messaggio universale e inclusivo con la collaborazione tra loro di gruppi democratici.

Manifestazione del movimento Extinction Rebellion a Londra (2018). Foto Flickr di Steve Eason, CC BY-SA 2.0

L’invito alla ribellione come dovere civico richiama allora a quella strategia che vede le persone più responsabili del proprio futuro, quella che Hallam riassume nella visione di assemblee di cittadini: “In merito alla crisi climatica e alla direzione che la società deve necessariamente prendere per scongiurare il peggio, (…) le assemblee sono l’antidoto all’attuale democrazia soggiogata dalle multinazionali”. L’urgenza di agire subito risiede nel pericolo sempre più concreto che l’estinzione di massa possa essere davvero ciò che ci attende in una realtà prossima. È necessario condurre il discorso su una comunicazione efficace che “conquisti i cuori e le menti” sugli allarmi che più volte la Terra è stata pronta a lanciare. In questo modo, con l’alleanza dei media, sarà più plausibile pensare ad una rivoluzione che riesca a coinvolgere operatori culturali, ONG ambientaliste, scuole e università, ma anche le istituzioni civiche e politiche come possono essere le amministrazioni comunali. Le Giunte, anche in contrapposizione al governo centrale, potrebbero a tal proposito impegnarsi attivamente e con indignazione avviando ad esempio “misure radicali per imporre un’economia a emissioni zero nella circoscrizione di loro competenza”.

L’adozione di azioni dimostrative secondo le previsioni del manifesto dovrebbe promuovere in tutti i ceti della popolazione una ribellione fatta di convinzioni sostenute: una risoluzione che il lettore potrà forse interpretare come eccessiva, ma che per il cofondatore di Extinction Rebellion è essenziale. “Non smetterò mai di sottolineare quanto sia indispensabile, al fine di determinare un cambiamento sociale radicale, smuovere le coscienze e trasformare la mentalità delle persone (…) Dunque le azioni di disturbo vanno progettare in modo da suscitare un dibattito nazionale in grado di sensibilizzare la gente sull’emergenza climatica e la crisi ambientale”. Si passa dal coinvolgimento alla solidarietà, dal sostegno alla partecipazione, dal coraggio alla risposta emotiva e all’azione, perché come è sempre Hallam a scrivere riassumendo il messaggio comunicato: “Mi sto esponendo al rischio in prima persona, perché credo fermamente nella causa di cui mi faccio portavoce”.

 

Robert Hallam Altrimenti siamo fottuti
La copertina del libro di Robert Hallam, Altrimenti siamo fottuti! Pubblicato da Chiarelettere nella collana Reverse

 

Roger Hallam, Altrimenti siamo fottuti!, Ed. Chiarelettere 2020, pagg. 128, Euro 12.


La Rivoluzione totale dell'irrequieto Jack London

La casa editrice Mattioli 1885 ha pubblicato un interessantissimo volumetto di scritti socio-politici
di Jack London, con il titolo Rivoluzione: un inedito spaccato sul leggendario romanziere
americano nativo di San Francisco. Era il 1909 quando Jack London riunì e diede alle stampe 13
contributi saggistici sotto il titolo “Revolution and Other Essays”. Limpide e cristalline, quanto
oscure, sono panoramiche che si affacciavano sulle difficoltà della società americana del primo decennio
del XX° secolo.

London fu sempre una personalità irrequieta, guerriera e sopra le righe; lo si può evincere già solo da uno dei suoi capolavori, Martin Eden. L'autore lo dimostra però principalmente con la sua verve e la capacità retorica di infiammare le masse, appassionando il suo uditorio con discorsi raramente espressi dagli scrittori americani del
periodo. London si erge a profeta di una global revolution, non un effimero tentativo che si spegnerà lentamente e tantomeno un incendio di pochi secondi: il romanziere vuole una rivoluzione totale che trasformi tutti gli uomini in “compagni”, una rivoluzione unificante. Desidera un socialismo mondiale per riabilitare le sorti del movimento operaio di cui è voce. Scrittore per il popolo e di tutti coloro che non hanno i mezzi, le capacità e le conoscenze per far risaltare la propria condizione, al fine di calamitare l’attenzione di coloro che governano gli Stati Uniti d’America. London non è un semplice filoso politico o teorico dei movimenti socialisti è l’anima battagliera di tutti coloro che non hanno la forza di combattere, trascinatore di uomini, fornace di ideali.

Jack London. Foto tratta da Little Pilgrimages (p. 235), pubblicato da L C Page and Company Boston (1903), in pubblico dominio

Vi lascio un breve assaggio della raccolta:

L’altro giorno ho ricevuto una lettera. Veniva dall’Arizona e iniziava così: “Caro compagno.” Alla
fine la persona concludeva con “Tuo per la Rivoluzione”. Per rispondere ho aperto così la mia
lettera: “Caro compagno.” e ho concluso con “Tuo per la Rivoluzione”. Negli Stati Uniti ci sono
quattrocentomila persone su quasi un milione, tra uomini e donne che cominciano le proprie lettere
con che “Caro compagno” e le concludono con “Tuo per la Rivoluzione”. In Germania tre milioni
di persone cominciano le proprie lettere con “Caro compagno” e le concludono con “Tuo per la
Rivoluzione”; in Francia sono un milione, in Austria ottocentomila; in Belgio trecentomila; in Italia
duecentocinquantamila; in Inghilterra centomila; in Svizzera; centomila; cinquantacinquemila in
Danimarca; trentamila in Spagna – sono tutti compagni, tutti per la Rivoluzione.

Sono numeri, questi, che fanno impallidire le grandi armate di Serse e di Napoleone. Ma non sono i
numeri della conquista e del mantenimento dell’ordine costituito, bensì le cifre della conquista e
della rivoluzione. Lanciato il richiamo, queste persone compongono l’esercito di sette milioni di
uomini e donne che, in rapporto alle attuali condizioni, lottano con tutte le forze per portare il
benessere nel mondo e rovesciare completamente l’ordine della società che conosciamo.
Non c’è mai stata una rivoluzione del genere nella storia del mondo. Non vi è alcuna analogia con
la rivoluzione americana o quella francese. Questa rivoluzione è unica ed è colossale. A confronto,
le altre rivoluzioni sono come asteroidi davanti al sole. È l’unica del proprio genere perché è
l’unica rivoluzione mondiale in un mondo la cui storia abbonda di rivoluzioni. Non solo: si tratta
anche del primo movimento organizzato di uomini e donne che diventa movimento mondiale, i cui
confini sono i confini del pianeta stesso.

Sono tanti gli aspetti che rendono questa rivoluzione così diversa da tutte le altre rivoluzioni. Essa
non è sporadica e casuale. Non è una fiammata dello scontento popolare che un giorno si leva e
quello dopo svanisce. È una rivoluzione più vecchia della generazione che la rappresenta e una
storia con le sue tradizioni, con un elenco di martiri che solo quello della cristianità supera. Ha​
anche una propria letteratura che è milioni di volte più scientifica, imponente e accurata della
letteratura di qualsiasi rivoluzione precedente.

Queste persone si descrivono con la parola “compagno”: compagno della rivoluzione socialista.
Non si pensi che sia una parola vuota, coniata giusto per fare effetto. Questa parola rinsalda i legami
tra le persone affratellandole come dovrebbero, rendendole salde e unite sotto il rosso stendardo
della rivolta. Non fraintendiamo: questo stendardo rosso simbolizza la fratellanza degli uomini, non
l’incendiario significato che gli viene attribuito dalla spaventata mente borghese. Il legame tra i
rivoluzionari è vivo e caloroso. Supera i confini geografici, trascende il pregiudizio razziale e si è
dimostrato persino più potente del Quattro di Luglio, l’americanismo dell’aquila con le ali spiegate
dei nostri progenitori...

Sebbene i tentativi di London di creare un’esegesi del socialismo rivoluzionario sfumarono, rimane (anche in Rivoluzione) la grande lezione dello scrittore, il quale non alimentò le sue idee con la violenza, l’odio e il sensazionalismo dei politicanti e dei fanatici militanti, bensì contribuì a postulare la possibilità dell’auto-miglioramento dell’uomo; possibilità che veniva vista da molti davvero lontana. Comunque, verso la fine del volume Mattioli, troverete diversi “racconti di fantapolitica” dove London, a mio avviso, è capace di dare il meglio, sciorinando tutto il suo pensiero e la sua classe narrativa.

Rivoluzione Jack London
La copertina di Rivoluzione di Jack London, edito da Mattioli 1885 con traduzione di Davide Sapienza.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.