Terra d'ombra ombra romanzo storico Mariano Rizzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Che la citazione sia voluta o meno, immergersi nella lettura di Terra d’ombra è come rimettersi, a quarant’anni di distanza, sulle strade dissestate percorse da Castelnuovo e Ginzburg nel saggio Centro e periferia, per arrivare come allora a scoprire panorami inaspettati e stupefacenti su ciò che crediamo di conoscere.

Motore dell’opera di Mariano Rizzo sono infatti la vita di Paolo Finoglio e la sua eredità artistica. Fenomeni che costituiscono un esempio quasi paradigmatico di quella periferia che in Italia non è quasi mai per i fenomeni di stile approdo passivo e irrimediabilmente ritardatario. Piuttosto laboratorio di soluzioni divergenti, capaci di entrare in competizione con le proposte che arrivano dei centri.

Per affrontare questo tema, e altri non meno impegnativi, l’autore ha scelto la forma del romanzo storico. Una scelta che sulle prime appare quantomeno insidiosa, se non bizzarra e limitante.
​Si tratta però di un giudizio davvero superficiale: mano mano che si procede nella lettura, infatti, si capisce sempre meglio quanto il racconto e l’immaginazione siano funzionali alla ricostruzione di una figura come quella di Finoglio.

E non perché, come si potrebbe dire ricorrendo a un insopportabile cliché, si tratti di un artista la cui “vita sembra un romanzo”. La motivazione sta piuttosto nella necessità di colmare l’irrimediabile lacunosità delle fonti, sanarne l’ambiguità quando non persino scioglierne la contraddittorietà.

Terra d'ombra ombra romanzo storico Mariano Rizzo
Paolo Finoglio, Rinaldo e Armida nel giardino incantato. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le fonti

Sono di certo le protagoniste in incognito di questo romanzo, come ben si addice al suo autore, paleografo e archivista. Fonti documentarie, certo, ma anche molte fonti materiali: i dipinti, anzitutto.
Si tratta di un corpus vasto, in cui si incrociano opere firmate e opere attribuite, o per via stilistica o grazie a testimonianze scritte. Disomogeneo: per qualità, suggestioni, tematiche​. Affascinante, proprio per quel tanto di sorprendente ed imperscrutabile che modella anche l’atmosfera del romanzo.

Paolo Finoglio, Sacra Famiglia del Cucito, Museo Diocesano (Lecce). Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Stando a quello che sappiamo, (quasi) per certo Finoglio è un pittore di formazione napoletana e scuola tardo-manierista, che divide la sua carriera tra Napoli, Lecce e Conversano, dove trascorre l’ultima parte della sua carriera alla corte di Giangirolamo Acquaviva d'Aragona.
Guardare alle sue tele è come fissare negli occhi la magmatica stagione storica e artistica di cui sono figlie, e di cui Finoglio è interprete attento, curioso, aperto, anche se (o forse proprio per questo) tecnicamente incostante.
Suggestioni che si trasformano in intrecci, visioni ed atmosfere di Terra d’ombra, che ha il merito di tradurre in ​vicenda umana, pensieri e sentimenti queste impressioni che il contatto con l’opera di Finoglio suscita.

Pittore colto ma lontano dagli esiti esasperati del concettismo seicentesco riesce a far convivere con disinvoltura le più articolate composizioni dell’arte accademica di tradizione tardo rinascimentale e le suggestioni carnali e realiste del caravaggismo.

Paolo Finoglio, Nozze mistiche di Santa Caterina d'Alessandria, Palazzo Pretorio di Prato. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Il caravaggismo come stile di vita

L’incontro con l’arte, necessariamente esplosiva, che Caravaggio porta anche a Napoli è uno dei punti di svolta delle vicende del romanzo.
E nella stessa misura la questione del caravaggismo è dirimente per la ricostruzione dei fenomeni pittorici italiani del diciassettesimo secolo. Decenni roventi e contraddittori che Rizzo descrive con le stesse pennellate piene e sapide di Finoglio.

Caravaggio, Martirio di Sant'Orsola, Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Caravaggio non ha allievi, ma nessuno, neppure i suoi detrattori, può fare a meno di misurarsi con la sua radicale via alla rappresentazione. Merisi, messo a confronto con la sua eredità, sembra sempre irrimediabilmente alieno. Troppo nordico, troppo estremo. Troppo estraneo al legame mai davvero interrotto con l’antichità romana e greca della pittura italiana. Eppure proprio nei luoghi di Finoglio, proprio in quelle zone dove la lezione di impietosa realtà ottica pare meno in sintonia con il gusto e la cultura della committenza, lì nasce la scuola caravaggista più vivace e fertile.
Ne sono una dimostrazione Finoglio stesso, così come i suoi compagni d’avventura, che punteggiano con ammirevole misura e veridicità le pagine del romanzo. Ribera, Stanzione, Sellitto, Caracciolo, Gentileschi:‌ una cerchia in cui si evolve un caravaggismo del tutto peculiare. Un ambiente che è allo stesso tempo artistico e sociale, che Rizzo tratteggia con grande bravura.

Battistello Caracciolo, Giuseppe e la moglie di Putifarre. Collezione privata, XXVIII Biennale dell'Antiquariato (2013), Courtesy of Maurizio Nobile. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

La finzione narrativa come metodologia d'indagine

Si diceva che la componente “fantastica” e i mezzi della narrazione si rivelano di grande utilità anche dal punto di vista della ricostruzione di fenomeni storico-artistici: il modo in cui l’autore tratteggia le dinamiche della cerchia del caravaggismo napoletano ne è un fenomenale esempio.
Non ci bastano i documenti, non ci bastano le opere. Per ricostruire le dinamiche che legano un gruppo così coeso, che lavora con obiettivi comuni per la stessa committenza, per renderle umane e tangibili non ci si può affidare che alla sensibilità e all’intuito. Alla capacità di creare collegamenti tra quello che si impara sui libri e quello che si apprende attraverso l’esperienza intellettuale, umana ed estetica.

Così rivive nelle pagine di Rizzo una delle stagioni più complesse dell’arte italiana. Attraverso la vicenda umana di Finoglio, così come ce la restituisce l’autore, abbiamo la possibilità di sbirciare nelle prassi di bottega, in quello strano miscuglio di sapienza artigiana, organizzazione aziendale, cialtroneria e talento tanto lontano dalla piatta, riduttiva e insidiosa rappresentazione post-ottocentesca del genio pittorico.

Dipingere nel Seicento

Dipingere nel Seicento, così come praticamente in tutta la storia prima del ventesimo secolo, significa essere artigiani, imprenditori, mercanti di se stessi (e di altri). Senza che tutto questo possa offuscare la reale passione, si potrebbe dire il demone della creazione, di quel fare artistico che inevitabilmente ha qualcosa a che fare con la magia. Rievocare figure, imitarne la carne, il sangue, il calore, fino a renderle più inesorabilmente vere e presenti dei modelli cui si ispirano: il romanzo ci suggerisce che dipingere sia un atto stregonesco, o sciamanico.
E non si può dare torto al suo autore per aver concepito questa lettura dell’opera di Finoglio. Occorre al contrario riconoscere che ci sia qualcosa di dolce e al contempo perturbante nel costante ritorno dei visi femminili, tutti allo stesso modo infantili e imbronciati. Nel dialogo impervio e gustoso degli azzurro polvere con i verdi vescica, che a loro volta duettano con i rossi aranciati, come nei bagliori dei riflessi sui metalli, luci improvvise che mantengono un insondabile fondo di oscurità.

Paolo Finoglio, Martirio di Sant'Orsola e le compagne. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Terra d’ombra è un romanzo che ha più di un merito: provare a indagare un momento vivacissimo dell’arte italiana. Farlo a partire da un nome non così noto, da un autore non impeccabile dal punto di vista tecnico;‌ farlo a partire da un’indagine scrupolosa delle fonti, si tratti di documenti o dipinti. E soprattutto utilizzare l’invenzione, la finzione, come strumento d’indagine. Come metodologia che consente di stabilire una verità più solida, completa e coerente di quella cui possiamo arrivare se ci fermiamo all’indagine delle fonti certe.
​Per raccontare l’avventura di dipingere serve un romanzo.


Come si diventa dittatori col plauso della plebe? Ce lo spiega il Cesare di Galatea Vaglio

Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma

Si può dire qualcosa di nuovo su Cesare?

No di certo. Le fonti sono quelle, non si scappa. Tra gli ultimi che sono riusciti a dire qualcosa di originale su Cesare e i Romani ci sono stati Goscinny e Uderzo dal villaggio degli Irriducibili.

Ma era un fumetto, pure comico. Ai fumetti si perdona tutto. Pure la storpiatura della sigla SPQR (Sono Pazzi Questi Romani).

Se si vuol parlare di Cesare seriamente bisogna essere scrupolosi e rigorosi, e affidarsi a un serio lavoro di ricerca.

Le fonti, appunto.

Ma è necessario essere noiosi, per raccontare gli ultimi anni della Repubblica, il triumvirato e la dittatura del Divo Giulio? E mi perdoni Andreotti, ma per me di Divo Giulio ce n'è solo uno.

A leggere Galatea Vaglio e il suo Cesare si direbbe di no.

Cesare Galatea Vaglio
La copertina del romanzo di Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma, pubblicato da Giunti (2020) nella collana Storia e storie

Capiamoci, è un testo basato sulla biografia di Cesare e sulla storia della repubblica. Non ci dice nulla che non conosca qualsiasi persona che durante le lezioni di storia romana delle medie e superiori sia stata più attenta di me.

Ve li ricordate, quei personaggi romani che non vi restavano mai in testa, tipo Mario, o Silla, e la confusione terribile che facevate con gli avvenimenti della Repubblica, tipo, che ne so, le guerre (civili, puniche, galliche, e tutto quello che riuscite a ripescare dalle vostre reminescenze scolastiche), i trumviri, le liste di proscrizione...?

Ecco, io ci ho messo anni per riuscire a barcamenarmi e mi ci sono voluti anche supplementi di studio. E ancora ho delle lacune enormi perché la Repubblica a Roma dura secoli.

Ma sul periodo di sessant' d'anni che comincia da Mario e Silla e finisce alle idi di marzo del 44 a.C., ora ho le idee un po' più chiare.

Galatea Vaglio Cesare
Galatea Vaglio. Foto di Diego Landi

Perché parlando di Cesare, Galatea riesce a costruire un racconto (è storia, ma è sotto forma di racconto, uno dei modi migliori per divulgare) corale in cui riusciamo finalmente a farci un'idea dei personaggi che si susseguono negli ultimi anni della repubblica.

Allora i nomi che ci hanno perseguitato per mesi quando eravamo costretti a studiare una storia lontana da noi, di cui pochi riuscivano a comprendere in pieno il senso, diventano persone reali con i loro caratteri, le loro simpatie e antipatie, i loro pregi e difetti.

Diventano esseri umani che possiamo riconoscere e di cui ci possiamo interessare come se fossero nostri vicini, amici, nemici, contatti Facebook (perché no? Cesare sarebbe stato di sicuro uno con migliaia di follower, uno di quelli che vengono condivisi urbi et orbi. E che si fanno un sacco di nemici).

E pazienza se ci si perde un po' con i ruoli del potere nella società romana, dove i senatori sono difficilmente paragonabili ai nostri rappresentanti politici odierni, o dove il pontifex si occupa sia del culto che delle cose della repubblica (aspetta, però, che pure il pontifex attuale fa entrambe le cose).

In ogni caso, per qualsiasi dubbio, alla fine del libro c'è un glossario per noi che non solo non ci ricordiamo bene la storia romana ma non abbiamo nemmeno studiato il latino.

Galatea ha pensato proprio a tutto come si conviene a una brava divulgatrice preparata.

Insomma, questo libro, che non è un saggio e non è una biografia ma è una lezione di storia romana coinvolgente, è tanta roba.

Lo consiglio, e mi auguro che a Galatea venga in mente di scriverne una in cui prende tutta la dinastia giulio-claudia, di cui sono una fan, per raccontarla come sa fare lei.

Per saperne di più su Galatea Vaglio consiglio di consultare la sua pagina Facebook Galatea Vaglio Pillole di storia.


Terra d'ombra ombra Mariano Rizzo Paolo Finoglio

I turbamenti di Paolo Finoglio: Terra d'ombra di Mariano Rizzo

I turbamenti di Paolo Finoglio: Terra d'ombra di Mariano Rizzo

Recensione a cura di Esther Celiberti

Terra d’ombra, pubblicato sul finire del 2020 da Edizioni di Pagina, è l’avvincente romanzo di Mariano Rizzo costruito intorno alla figura del pittore campano Paolo Finoglio (1590-1645), noto in Puglia per aver dipinto le volte della camera nuziale del castello di Conversano e il ciclo della Gerusalemme Liberata su committenza di Giangirolamo II d’Acquaviva d’Aragona, il “Guercio delle Puglie”.

Lungo un asse binario e chiaroscurale la trama si snoda alternando parti scritte in prima persona ed altre in terza, con slittamenti non esplicitati ma visibili grazie alla cifra stilistica della sfumatura; si passa così dal piano introspettivo e onirico, lo “scuro” della nuova moda caravaggesca, a quello “chiaro” del reale, all’imitazione del naturale, dal fantastico alla “prosa del mondo”.

Nella prima pagina Rizzo scrive:

[...] Poiché un quadro non è che una storia, un racconto di tela e pigmento, allora il pittore è egli stesso un narratore, che prima di tutto deve avere ben chiaro nella sua mente cosa emergerà dal buio e come dosare correttamente la luce”.

Questa scelta imprime movimento alla narrazione attenuando alcune ridondanze. 

Terra d'ombra ombra Mariano Rizzo Paolo Finoglio Edizioni di Pagina
L'autore Mariano Rizzo con una copia del suo romanzo Terra d'ombra (2020), pubblicato da Edizioni di Pagina

Il ritratto che di Finoglio si tratteggia prende le mosse dall’apprendistato napoletano, prosegue a Lecce, ci riconduce a Napoli per poi concludersi in Terra di Bari, a Conversano. La salda struttura del testo si scompone in quattro parti, che come l'intero romanzo recano il nome di un pigmento: Bianco d’ossa (Napoli,11604-1612), Blu d’oltremare (Lecce,1613-1623), Rosso di Marte (Napoli,1623-1632), Nero di vite (Conversano,1635-1645). Queste sono a loro volta suddivise in capitoletti che hanno come titolo un dipinto e gli incipit smussano le suddivisioni grazie alle malìe delle immagini suggerite. Gli spazi sono ben descritti, soprattutto quelli urbani, unitamente al microcosmo della cittadina/corte di Giangirolamo II, alle botteghe e ai fondachi, luoghi deputati alla ideazione di tele religiose e scene profane ove coniugare trionfo della Fede e successo mondano.

Nell’alunnato di Finoglio i maestri dei quali è stato allievo si mescolano al racconto delle forti influenze di icone come Caravaggio e Artemisia Gentileschi, risonanti di grandezza. La pittura, i problemi della rappresentazione e delle tecniche emergono nella storia così come la ricerca di una via personale, più libera dall’obbedienza alle convenzioni che, però, tenga conto della duttilità necessaria a fronteggiare le richieste dei committenti. Incontreremo la famiglia dell’artista, i pochi amici, gli intermediari, le autorità e una lunga teoria di figuranti da presepe.

Emerge il tema del femminile legato alla figura materna, ai suoi amori, alla misericordia del mito di Cimone e Pero. Le molteplici valenze di una quête simile a quella del Santo Graal conducono il protagonista ai turbamenti dell’eros, ad un infruttuoso tentativo di ricomposizione delle tante tessere del mosaico dell’altro sesso, in infinite sequenze di volti sfuggenti, identità imprecise e lontane sempre in dissolvenza. Di scorcio giocano un ruolo importante il mistero, l’irrazionale, i regni sotterranei e inferi, forse proprio quelle “terre d’ombra” suggerite dal titolo, il buio oscillante fra sogno e incubo alla Fussli.

Mariano Rizzo, che ha esordito nel 2019 con la raccolta Storie di tenebre nella Storia di Puglia, mosso da una vena passionale ha scritto questo romanzo grazie anche a un puntuale lavoro di studio e documentazione, ove qualche falla va ascritta ad alcune stonature espressive, ingenuità o a non sempre riuscite caratterizzazioni psicologiche.

Nel bell’autoritratto di Finoglio, riprodotto sulla copertina, raffiguratosi a mezzobusto, il pittore campeggia tra velature e tonalità terrose, in compagnia di un’ombra/seno, forse eco arcaica di quel regressus ad uterum sotteso al plot. E l’espressione malinconica dell’artista lo sigla come appartenente a quella genìa di “nati sotto Saturno” che spesso presiede alla creatività.

Terra d'ombra ombra Paolo Finoglio Mariano Rizzo
Ritrae Paolo Finoglio la copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine

L'amante del vulcano, storie settecentesche all'ombra del Vesuvio

L'amante del vulcano di Susan Sontag (Edizioni Nottetempo, Milano, 2020), pubblicato per la prima volta nel 1992 negli Stati Uniti, è giunto in Italia nel 1995, edito da Mondadori e tradotto da Paolo Dilonardo.

L’autrice statunitense, filosofa e storica, docente universitaria e prolifica scrittrice, riflette in questo romanzo i diversi ambiti dei suoi interessi, delle sue conoscenze e, forse, anche delle sue travagliate esperienze di vita.

L'amante del vulcano è un romanzo storico che racchiude al suo interno molteplici tematiche, così come molteplici si rivelano, anche, i punti di vista attraverso cui avviene la narrazione.

amante del vulcano L'amante del vulcano romanzo storico di Susan Sontag
L'amante del vulcano, romanzo storico di Susan Sontag, Edizioni Nottetempo (2020). Foto di Annapaola Digiuseppe.

Protagonisti del romanzo, ambientato nel Regno di Napoli alla fine del Settecento, sono i celebri personaggi coinvolti in quello che oggi definiremmo un sexgate, ossia uno scandalo a sfondo sessuale riguardante uomini politici. I loro nomi, passati indelebilmente alla storia, pur con implicazioni ben differenti, sono quelli di Sir William Hamilton, Emma Hart e Horatio Nelson.

Nelle pagine del romanzo, tuttavia, Susan Sontag si riferirà a loro quasi esclusivamente attraverso appellativi: Lord Hamilton, quindi, è “il Cavaliere”; Emma Hart è, all’inizio, semplicemente “la ragazza”, poi “la moglie del Cavaliere”; l’ammiraglio Nelson è “l’eroe”.Leggere di più


Trio di Dacia Maraini

Trio di Dacia Maraini, un concerto a due voci

Dacia Maraini, durante il lockdown, è tornata a scrivere della sua amata Sicilia, creando un romanzo storico, collegato a doppio filo con il suo libro più celebre, La lunga vita di Marianna Ucrìa: il nuovo romanzo (breve), Trio è ambientato tra Messina e la campagna intorno alla città nel 1743, anno della pestilenza, che massacrò gran parte della popolazione urbana.

Trio, però, non è la narrazione di una terribile epidemia, ma è la storia di un triangolo di amicizia e di amore. La trama è apparentemente semplice: una donna, Agata, scopre che il marito ha una relazione con la di lei migliore amica, Annuzza. Le scelte narrative e stilistiche, però, sviluppano questa idea quasi banale in modo inaspettato, trasformandola in altro. Innanzitutto c'è da notare che, a dispetto del titolo, le voci narranti sono soltanto due, quelle di Agata e Annuzza. Le due donne, scambiandosi continue lettere, raccontano la loro storia ed emergono dalle pagine come donne indipendenti, colte e innamorate. Il legame fortissimo tra le due, che risale al tempo in cui entrambe hanno studiato nello stesso collegio di suore, è più importante della gelosia e del tradimento: per questo le loro scritture, nei momenti gioiosi dell'amore e in quelli cupi dell'abbandono, sono sempre sincere. Il loro rapporto è un inno alla vita, contro un mondo fuori che sta morendo.

A differenza di Marianna Ucrìa, Agata e Annuzza sono due donne nostre contemporanee, che sentiamo vicine e che ci appaiono fuori dal loro tempo, non solo per la loro ricchissima cultura, ma soprattutto per la loro capacità di autocoscienza e per il grado di consapevolezza. Ed è proprio questa una caratteristica del romanzo: i personaggi femminili, anche quelli muti, come Suor Mendola, l'istitutrice che ha insegnato alle protagoniste la storia attraverso il ricamo e che sarebbe voluta essere pittrice, sono tutti molto moderni. Al contrario i personaggi maschili, anche quando dipinti in modo simpatetico, come Girolamo, l'uomo bello e tormentato amato da entrambe le protagoniste, sono più legati al loro tempo, quasi fossero incapaci di uscirne. Anche il linguaggio e la sintassi delle due donne, così diretta e acuta, ci fanno pensare ai linguaggi di oggi e ci rendono le narratrici molto più vicine.  Sembra quasi che in questa novella l'autrice abbia voluto costruire una metafora delle dinamiche tra femminismo e patriarcato. E l'ha fatto senza che l'ideologia impedisca di vedere le contraddizioni e le mille sfumature dell'animo umano.

A riportarci, invece, alla Storia ci pensa il contesto, questa epidemia di peste vissuta tra impotenza, terrore e superstizione e che strizza l'occhio un po' a Manzoni e un po' a Vassalli. Ci pensa anche la scelta della forma epistolare, una scelta coraggiosa e che richiama volutamente le modalità dei grandi romanzi settecenteschi e illuministi, da Julie ou La nouvelle Héloïse a Pamela or the virtue rewarded.

Trio è un libro che si legge tutto d'un fiato, breve e intenso, dove domina soprattutto l'equilibrio: quello che per prime tentano, a volte con grande fatica, di mantenere le due protagoniste.

Maraini Dacia Trio copertina
La copertina del romanzo Trio di Dacia Maraini, pubblicato da Rizzoli (2020) nella collana Narrativa italiana

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Peppino Gallo Bufera a Poggiomarasco

Bufera a Poggiomarasco: un romanzo storico in giallo

BUFERA A POGGIOMARASCO: UN ROMANZO STORICO IN GIALLO

Delitti e passioni alle pendici della Sila Greca

Bufera a Poggiomarasco Peppino Gallo
Peppino Gallo, Paesaggio dirupato, olio su tela

Già dalle prime pagine dell’ultimo romanzo di Peppino Gallo, Bufera a Poggiomarasco, si viene letteralmente ipnotizzati da uno stile innovativo, capace di catturare il lettore e trattenerlo, per l’intera durata della narrazione, in uno stato di continua e incessante meraviglia, alla scoperta di un mondo inquieto e tormentato, traboccante intrighi, passioni e delitti irrisolti.

Una scrittura lineare, che tradisce un ampio repertorio di modelli letterari, che si fanno largo nell’orditura sinuosa ed equilibrata della trama, costruisce, parola dopo parola, la complessa psicologia dei personaggi, incastonati nella realtà di Poggiomarasco, cittadina immaginaria adagiata sui pendii della Sila Greca, nella Calabria di inizio XX secolo. L’autore, attraverso gli occhi di Vittoria Palmisano, principale protagonista femminile del romanzo, presenta, in un delicato affresco, suggestivo e variegato, il paesaggio bucolico ed idillico in cui sono immerse le terre delle famiglie dei grandi proprietari terrieri della zona. La disarmante bellezza della terra calabra, incuneata tra monti e mare, piega, con la sua festosa esplosione di colori primaverili, il pensiero raziocinante di Vittoria, vera colonna portante della famiglia Palmisano, sempre intenta a far fruttare lucrosamente le sue proprietà e ad occuparsi amorevolmente del nipotino Daniele, figlio della sorella defunta e di Renato Floris. Renato, personaggio sensibile e politicamente schierato dalla parte dei più bisognosi, estraneo al cinismo dei ricchi possidenti, è totalmente asservito alle esigenze della comunità, battendosi contro le ingiustizie e impegnandosi nel miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, schiava di un’arretratezza imposta dalla nobiltà terriera del paese.

Peppino Gallo, in una precisa e dettagliata analisi, che lascia trapelare una profonda ricerca storica, comprovata dai dati che emergono dalla lettura dell’opera, accompagna il lettore e lo conduce alla comprensione di determinati fenomeni di carattere storico-sociale. Alla brillante descrizione della mentalità e delle usanze dell’aristocrazia di Poggiomarasco, fa da contraltare la realistica presentazione della comunità dei mezzadri, vittima dei soprusi dei potenti, ma animata da un enorme desiderio di riscatto sociale. A tal proposito, vengono riservate diverse pagine alla chimera del Sogno americano e al marasma delle speranze e delle aspettative che portarono migliaia di italiani a cercare oltreoceano l’inizio di una nuova vita. Poggiomarasco, che, il lettore se ne avvedrà, ha ben poco di fantasioso, oltre al nome, diviene teatro di passioni travolgenti e sentimenti contrastanti, capaci di scombussolare il clima della cittadina e innescare una serie di stravolgimenti, sempre legati ai cambiamenti storico-politici del luogo.

È lampante anche l’intento, da parte dell’autore, di evidenziare l’arretratezza economica della Calabria e di tutto il Meridione nei decenni immediatamente successivi all’Unità d’Italia. Una terra di confine, di frontiera, colonia lasciata in mano ai signorotti, ai baroni e ai conti che sedevano nel neonato Parlamento. Uno stato satellite da dover depredare, in combutta con l’aristocrazia locale. Un territorio occupato da tenere a bada, come un cane al guinzaglio.

L’arco cronologico della narrazione interessa un periodo compreso tra il 1911 e il 1920. Si passano in rassegna anni cruciali per la Penisola, che approdano al primo dopoguerra e presagiscono l’ombra della minaccia fascista. La prima guerra mondiale irrompe prepotentemente persino nelle campagne silane, strappando giovani uomini alle famiglie, già costrette a vivere di stenti. La violenza della Storia falcia, futilmente, innumerevoli vite umane, condannando, ulteriormente, una realtà disperata. Rivolte contadine, uccisioni, scontri tra fazioni non fanno che conferire al testo un tono più marcatamente patetico e drammatico.

Di seguito la recensione prosegue con alcuni particolari della trama.

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La Rivoluzione delle donne giacobine: le Nocturnales di Beatrice Da Vela

Il notturlabio è uno strumento che serve per la misurazione degli astri, un corrispettivo dell'astrolabio.

Dal notturlabio Beatrice Da Vela prende il titolo per il suo Nocturnales (Triskell Edizioni), la storia di quattro donne giacobine rimaste a portare avanti la memoria della rivoluzione terminata nel Termidoro 1794, con la morte di Robespierre e dei suoi ultimi sostenitori.

Notturlabio francese del Seicento, presso lo Oxford University Museum of the History of Science. Foto Flickr di takomabibelot, CC BY 2.0

Le Nocturnales sono Eléonore, Babette, Henriette: donne che credono nella rivoluzione e nei loro uomini e costrette a fare i conti con la fine dell'ideale giacobino quando tutto finisce.

A loro si aggiunge Charlotte, sorella di Robespierre, che degli avvenimenti è una vittima: non le interessa la politica, vorrebbe forse una vita normale, ma il suo cognome la costringe a prendersene carico.

Siamo in presenza di un romanzo storico, preciso nel suo racconto, puntuale nelle descrizioni e nella ricerca delle fonti, dove ha potuto trovarle perché sulle donne della Rivoluzione Francese c'è stata una rimozione lunga duecento anni.

Ma siamo soprattutto in presenza di una storia femminista.

E non è un modo di dire.

All'inizio vediamo quattro donne rimaste sole dopo la morte o la carcerazione dei loro uomini: donne che resistono alla prigione con tutti i mezzi a loro disposizione, nel caso di Charlotte anche cedendo a un ricatto. O con un matrimonio che restituisce moralità, nel caso di Henriette.

Nocturnales Le ultime giacobine Beatrice Da Vela
La copertina di Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela. Foto di Giuliana Dea

Eppure queste donne sole hanno qualcosa che le accomuna, volenti o meno: hanno condiviso l'ideale di un mondo più equo ereditato dai loro uomini e possono ancora contare sull'aiuto reciproco.

C'è un grandissimo balzo in avanti nella coscienza di queste quattro donne, evidente anche nel racconto. Finché sono costrette a misurare le parole come si conviene ai veri rivoluzionari sono soggetti passivi delle loro vite. Tutto ruota intorno alle grandissime personalità, destinate anche alla memoria nei libri di storia, di Robespierre, Saint-Just, Le Bas.

Quando i loro uomini spariscono dall'orizzonte devono sopravvivere da sole.

E ci riescono, con l'aiuto reciproco. Non sono più gli uomini i protagonisti delle loro vite, ma le loro scelte.

Henriette - l'amante di Saint-Just - sceglie il male minore, un matrimonio senza amore che però le permette di tornare là dove può essere circondata dalle sue simili: la Parigi della rivoluzione, anche se la rivoluzione non è più. Ma è pur sempre il luogo dove succedono le cose e dove può essere sé stessa, almeno fuori dalla casa coniugale.

Babette, giovane vedova con un figlio, scopre di poter amare ancora e di non doversi rintanare dietro uno status di eterna vedovanza.

Charlotte, per chi scrive il personaggio più sfortunato, riesce a lasciarsi dietro le convezioni che la tenevano imprigionata, comprende che l'amore può anche non avere una certificazione ufficiale e riesce a riconciliarsi con la compagna del fratello e con Maxime stesso cominciando a tenere traccia scritta dei suoi ricordi.

Eléonore, la più difficile da decifrare, resta per molto tempo legata alla sua ossessione per Robespierre. Ne esce prima del baratro, e a salvarla sarà di nuovo una donna, Marianne, l'unico personaggio inventato pur se costruito su basi reali (è un miscuglio di caratteri).

Alla fine del romanzo queste quattro donne non avranno più bisogno degli uomini per esistere come individui. Non vivranno più in funzione dei loro compagni e fratelli.

Da soggetti passivi diventeranno soggetti attivi.

E prenderanno la decisione di tramandare il ricordo della Rivoluzione a chi verrà dopo di loro.

Siamo davanti a un romanzo storico che racconta delle donne di una modernità sconcertante, che potrebbero essere nostre contemporanee e che probabilmente vorremmo avere accanto molto più dei loro compagni nei momenti di difficoltà.

Se non è femminismo questo tipo di sorellanza, chi scrive non ha capito nulla del femminismo.

Nocturnales
La copertina del romanzo storico Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela, pubblicato da Triskell Edizioni

Cicerone Harris

Cicerone protagonista della trilogia di Roma antica di Robert Harris

Marco Tullio Cicerone Robert Harris
Marco Tullio Cicerone, busto in marmo dai Musei Capitolini. Foto di Liam Clarkson-Holborn, CC BY-SA 4.0

Chiacchierando con la professoressa di Latino in facoltà le chiesi se esistesse un qualche libro che parlasse di Roma antica. Volevo calarmi nelle sue vicende da una prospettiva non sempre e solo accademica. Mi disse di aver letto una trilogia che l’aveva tenuta con il naso tra le pagine fino alla fine. Non potevo esimermi dal leggerla.

Edita in Italia presso Mondadori, si compone di tre romanzi di carattere storico (con una patina di giallo) ambientati nella tumultuosa Roma del I sec. a.C., ove se tramontava la Repubblica al tempo stesso nascevano grandi personaggi. Essi raccontano gran parte della vita di un uomo in particolare: Marco Tullio Cicerone.

 

Copertina del romanzo Imperium di Robert Harris. Immagine Fair use

Il primo romanzo si intitola Imperium (2006), il secondo Conspirata (2009, pubblicato in altri Paesi come Lustrum) e il terzo Dictator (2015). Io ho reperito un’edizione del 2017 che raccoglie la trilogia in un volume unico, parte della collana Oscar Bestsellers. Per quanto i romanzi siano autonomi e leggibili individualmente, la raccolta fa tenere il passo con gli eventi e ricordare qualche dettaglio funzionale alla storia.

L’autore di questi romanzi è lo scrittore ed ex giornalista televisivo inglese Robert Harris. Noto probabilmente al pubblico interessato di storia antica per il romanzo Pompei (2003), è consacrato alla fama per i romanzi Fatherland (1992), Enigma (1996), Archangel (1998) e Il ghostwriter (2007), thriller dai quali sono tratti altrettanto famosi film. Come non menzionare inoltre l’attività saggistica dello scrittore, tra la quale si annovera un’inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002).

 

 

Robert Harris Cicerone
Robert Harris (2009). Foto di Jost Hindersmann, CC BY 3.0

Tornando alla trilogia. Si potrebbe pensare di trovarsi in fronte ad una biografia simile a quella dei manuali scolastici. Oppure a un panegirico di colui che conosciamo come un brillante oratore ed avvocato che in prima persona si racconta. Invece Harris ha pensato per il lettore, sin dalle prime pagine di Imperium, di ricorrere alla penna di Marco Tullio Tirone, ovvero liberto di Cicerone dal 53 a.C. Fino ad allora lo si conosce storicamente come Tirone, schiavo (per condizione giuridica) ma anche vero e proprio braccio destro di Cicerone già dall'adolescenza.

Copertina del romanzo Lustrum/Conspirata di Robert Harris. Immagine Fair use

Nei romanzi il vecchio Tirone, sopravvissuto all'amico (secondo le fonti morì a cento anni), ripercorre tutta la vita insieme a lui. Racconta di come crebbero insieme, si istruirono insieme, viaggiarono insieme, di come l’ambizioso Arpinate salì ai vertici del potere fino a scenderne bruscamente, in balia dei capricci della fortuna e dei potenti. Sempre però vivendo in una simbiosi tale con Tirone che nel romanzo Conspirata si legge Terenzia appellarlo “moglie ufficiale” del marito. Il protagonista è tratteggiato in maniera serenamente veritiera e umana. Non mancano infatti accenni di critica da parte del modesto segretario-narratore per alcune scelte del suo padrone, sia a priori che a posteriori.

Copertina del romanzo Dictator di Robert Harris. Immagine Fair use

La narrazione procede scorrevolmente, seguendo in maniera appropriata i fatti storici, modificando e sintetizzando (come scrive l’autore nei ringraziamenti) le parole di Cicerone, citate solo quanto serve a veicolare al meglio il suo pensiero. Ciò che senza dubbio rende peculiare la trilogia è la caratterizzazione dei personaggi. Harris infatti fa in modo che Tirone, per la sua condizione di segretario colto in grado di trascrivere stenograficamente (significativo l’episodio in cui Cicerone sfoggia le sue abilità con il potente Lucullo) abbia la possibilità di accompagnarlo agli incontri o portar loro messaggi. Così il lettore non è mai privato dell’occasione di una descrizione. Esemplare quella di Cesare all'accampamento di Mutina nel romanzo Dictator: Tirone non può nascondere la soggezione innanzi la potenza fisica e il fascino che gli occhi scuri e penetranti del condottiero gli trasmettono, nonostante egli stia tramando contro la Repubblica. Così tutti quei personaggi che trovano posto nella memoria di Tirone assumono consistenza e vesti non sempre scontate. Anche i dialoghi e le lettere sembrano renderli vivi: Attico, Verre, Catilina, Pompeo Magno, Catone l’Uticense, Cesare, Clodio, Antonio o Ottaviano non appaiono solo iconici autori di gesta ma persone le quali non sembra così impossibile abbiano provato paura, odio, disprezzo, invidia.

Robert Harris La trilogia di Cicerone
Copertina del volume La trilogia di Cicerone (con Imperium, Conspirata e Dictator) di Robert Harris, edito da Mondadori, Oscar Bestsellers. Foto di Valentina Foti

Concludendo, nonostante la storia di Marco Tullio Cicerone la conosciamo più o meno tutti, la lettura di questa trilogia di Robert Harris non risulterà mai noiosa e il senso di inquietudine e attesa tipica del romanzo giallo è assicurato.

La Trilogia di Cicerone ha risposto a quello che cercavo.


I "lazzari" e le tre giornate del 1799

Per decenni ce l’hanno descritta come un’occasione mancata, come il miraggio di una (fantomatica) libertà acquisita e persa in pochi mesi per la pseudo ignoranza e scelleratezza dei cosiddetti «lazzari», fedeli ad un Re tiranno e oscurantista.

Contributo fondamentale, nell’ottica di accrescere la rivoluzionaria mitopoietica partenopea del 1799, è stata dato finanche dalla letteratura, dal romanzo storico, col celebre Il resto di niente di Enzo Striano, giusto per citare un esempio.

Agli inizi del gennaio 1799, l’armata francese agli ordini del generale Championnet trova libera la strada per piombare su Napoli e defenestrare Re Ferdinando IV di Borbone. La notizia si diffonde in pochissimo. Il popolo, fedele alla Corona, comincia ad organizzarsi per opporre resistenza. I lazzari, al grido «Serra Serra!» chiamano a raccolta tutti quelli che hanno a cuore la difesa di Napoli e cominciano una strenua resistenza contro l’invasore nemico e i giacobini napoletani che avevano spalancato le porte all’esercito francese. Nella notte tra il 14 e 15 gennaio avviene la spontanea mobilitazione del popolo napoletano: ai lazzari, i cavatori di tufo della Sanità, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, i marinai e i pescatori di Santa Lucia, il più borbonico dei quartieri cittadini. Nella giornata del 15 la folla in tumulto, pur senza la guida di veri capi militari, occupa tutti i punti strategici di Napoli. S’impadronisce così delle porte e delle fortificazioni, issando il vessillo reale a castel Nuovo, castel Sant’Elmo, forte del Carmine, castello dell’Ovo. Poi disarma i 12.000 uomini della milizia civica, rifornendosi quindi di fucili, munizioni e perfino di cannoni. Infine dà l’assalto alle carceri, liberando 6.000 prigionieri, in gran parte ladri. Nella logica dei lazzari quest’ultimi meritano la libertà perché hanno rubato ai borghesi, che sono tutti traditori, prima verso il re ed ora verso la città.

Si crea un vero e proprio esercito di quarantamila uomini che giurano dinanzi alle sante reliquie di San Gennaro di morire in difesa della Patria. Simbolo della lotta sarà una bandiera nera con la scritta «Evviva il Santo Iannuario nostro generalissimo». L’esercito francese, dopo aver crudelmente raso al suolo Pomigliano D’Arco, dispone la sua armata su quattro colonne: è l’inizio della mattanza.

Dopo tre giorni di guerra feroce, in cui i lazzari riescono a tener testa a formidabili strateghi come il giovane Kellerman, il popolo napoletano deve temporaneamente arrendersi al nemico.

Il cardinale Fabrizio Ruffo. Immagine in pubblico dominio

La Repubblica Partenopea ha inizio, ma è destinata a frantumarsi pochi mesi dopo, grazie al Cardinale Ruffo e alla sua armata, inneggiando la celebre «Canto dei Sanfedisti», quale inno di ribellione e libertà.

lazzari 1799
Silvestro Bossi, Lazzari giocano a carte (1824), litografia acquarellata di Cucianiello. Immagine in pubblico dominio

 


Dialoghi londinesi di letteratura italiana

Per un’italiana, umanista (perfino classicista, aggiungiamocelo), lettrice, anglofila, romanzofila (o come si dice, non ne ho idea!), residente nel Regno Unito, l’idea che nella turbolenta Londra per due giorni interi si possa parlare non solo di letteratura, ma nello specifico di letteratura italiana a confronto con quella in lingua inglese, è senz’altro un buon motivo per lasciare la bellissima Oxford (casa dell’umanista, cioè casa mia) e recarsi per qualche ora nell’amata capitale.

 

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Still buzzing with the great success of our pre-festival event on Tuesday, the UK premiere screening of “Dove bisogna stare” (“Where they need to stand”), followed by a beautiful conversation with director Daniele Gaglianone. Big thanks to @regentstreetcinema and to our friends of @CinemaItaliaUK, who have organised this successful event with us! Now looking forward to meeting two other filmmakers that we love at #FILL2019: Oscar winner Asif Kapadia @asifkapadia1 will join Neapolitan writer Alessio Forgione @alessioforgione_ for our festival session “Epic Diego” on the myth of Maradona, Saturday 2 November; Agostino Ferrente, author of the celebrated documentary “Selfie”, will join The Guardian's editor-at-large Gary Younge in a conversation between cinema and journalism, Naples and London, at our session “A tale of two cities. On young people and crime” on Sunday 3th of November. We can't wait! (All the details of our festival sessions on 2-3 November are in our programme – link in our bio).

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È infatti il terzo anno consecutivo che Londra si confronta con la letteratura italiana contemporanea. Dal 2017 un nutrito gruppo di intellettuali italiani e residenti nel Regno Unito, supportati da partner di rilievo (tra cui, in particolare, l’Istituto Italiano di Cultura di Londra), organizza il Festival of Italian Literature in London. Una ghiotta occasione di scambio intellettuale fra alcuni dei più importanti scrittori e giornalisti italiani (e non solo), che per due giorni sono chiamati a parlare – e a parlarsi – a proposito del proprio lavoro, ma anche di temi caldi sia per gli italiani sia per gli inglesi, e gli europei in genere. Lo scopro in ritardo, mi pento di aver perso le prime due annate, ma questo 2019 sembra più che mai appetibile.

Il ritmo dei talks è serrato e quest’anno ha scandito le giornate del 2 e 3 novembre, presso il pittoresco – ma, mi si conceda un aggettivo banale, bellissimo! – Coronet Theatre a Notting Hill. Come ogni anno, si è creata una piacevole alternanza fra ospiti di nicchia e personaggi accattivanti (aggettivo che in realtà qui, in linea col bilinguismo del festival, vuol tradurre l’inglese catchy, forse un termine più adatto).

Foto di Roberta Berardi al Festival of Italian Literature in London

Si è susseguita una serie intensa di incontri, workshop e discussioni (una menzione d’onore va senz’altro al workshop di apertura, Found in Translation, a cura di Livia Franchini e – ahimè – sold out in pochissimi giorni), ma anche vere e proprie performance artistiche, come quella Francesco De Carlo, in My Personal Brexit, la commedia di chiusura della prima giornata, quella di sabato 2 novembre.

A concludere il variegato programma (https://www.fill.org.uk/programme/), che ha incluso discussioni di ogni tipo, dal senso della democrazia al calcio, dai viaggi negli angoli più remoti del mondo alle “digital testimonies”, nell’auditorium principale del teatro, secondo il principio di bipolarità Italia-UK che ha caratterizzato gran parte del festival, si è svolto un confronto tra due romanzieri di spicco di Regno Unito e Italia. A rappresentare la letteratura inglese contemporanea, sedeva sul palco la scrittrice britannica di origini canadesi Rachel Cusk – tradotta in più lingue, incluso l’italiano, e famosa per la sua trilogia semi-autobiografica (Resoconto, Transiti, Kudos) – la cui prosa, nutrita di dettagli e di piccole ma imponenti impressioni tratte dalla quotidianità, le è valsa un ampio successo di critica, nonché numerose nomine per premi illustri (ricordiamo quella per il Man Booker Prize per cui fu finalista nel 2014).

Foto di Roberta Berardi al Festival of Italian Literature in London

Dall’altro lato del palco, il romanzo italiano, non potendo fare affidamento sulla mondana rappresentanza dell’evanescente Elena Ferrante (chiunque costei sia, e a qualunque patto si accetti che sia lei la personificazione esemplare del romanzo italiano contemporaneo), si è aggrappato al poderoso sostegno delle parole del romano Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega nel 2016 con La Scuola Cattolica, il romanzo di cui ci ha per l’appunto parlato domenica 3 novembre, dialogando con Rachel Cusk. A coronare il tutto, una moderatrice d’eccezione: Claudia Durastanti, giornalista e scrittrice bilingue, quest’anno in cinquina per il Premio Strega con La Straniera.

Claudia Durastanti sa evidentemente tenere il palco: se anche una sua leggera preferenza per Rachel Cusk sembra trapelare, la scrittrice che veste i panni della giornalista non manca di incalzare Albinati con domande puntuali e talvolta non prive di una certa profondità, a cui lo scrittore risponde sornione, ma deciso (e preciso), destreggiandosi bene tra l’italiano e l’inglese.

Il compito della moderatrice non è dei più facili: i due autori dialoganti non sono esattamente affini, e il titolo del talk è piuttosto fuorviante, di conseguenza conciliare le due posizioni e rimanere nel frattempo in tema non sembra essere un’operazione scontata. Se Rachel Cusk, infatti, è un’esponente emblematica di quella scrittura romanzesca che ormai più tanto romanzesca davvero non è, che si è svincolata dalla necessità di una trama o anche solo di una vaga storia unitaria, e gettata alle spalle narratori in prima o terza persona, per concentrarsi su sensazioni, impressioni, minuzie del sentire, Albinati, al contrario, è un romanziere vecchio stile: La Scuola Cattolica, nelle sue oltre mille pagine prende le mosse da un fatto di cronaca vero (il tremendo delitto del Circeo, i cui autori frequentavano la stessa scuola, la scuola cattolica, appunto, di Edoardo Albinati) a affronta temi caldi, ‘storici’, come il senso, la natura e forse anche le conseguenze dell’educazione cattolica in Italia, ieri e oggi. Quanto mai distanti, dunque, i due autori sul palco. Ed entrambi non esattamente rappresentativi di un titolo, Where no novels has gone before, che ci farebbe pensare a sperimentazioni mai tentate prima in letteratura, laddove invece né la poderosa staticità del romanzo storico – se così lo possiamo definire – di Albinati, né il delicato intimismo vagamente modernista di Rachel Cusk sembrano voler percorrere strade non ancora battute.

La discussione, tuttavia, procede bene: si parla di espedienti narrativi, di trattazioni fredde e argomenti caldi, di memoria selettiva, di immedesimazione. Si parla di femminismo: quello quasi ovvio di Rachel Cusk, narratrice donna in prima persona, il cui intero dettato è naturalmente filtrato da una percezione femminile “al passo coi tempi”; quello distaccato di Edoardo Albinati, che costruisce un romanzo quasi interamente maschile, per universalizzare in un certo senso l’esperienza drammatica delle donne, vittime nel romanzo, private di un punto di vista o di quella descrizione quasi eccessiva che Albinati riserva ai protagonisti uomini, perché il dolore spesso necessita di silenzio per essere eloquente; ma anche, in fondo, quello di Carla Durastanti, che sebbene non imponga mai la sua personale esperienza di scrittrice, ha un notevole bagaglio di scrittura fatta di personaggi femminili forti, e non lo nasconde.

Malgrado le premesse un po’ claudicanti, questo talk finale scorre con piacere, tra riflessioni pacate e delicate (rese ancor più tali dal tono calmo di Rachel Cusk), ma talvolta anche pesanti e complicate (e penso ad Albinati sulle vittime del massacro del Circeo), aneddoti divertenti, pensieri sparsi e, alla fine, qualche buona domanda dal pubblico.

Sono le 7 di sera, il festival si è concluso più che bene: posso tornare ad Oxford con un pelo di voglia di leggere letteratura italiana in più.

Festival of Italian Literature in London
Locandina del Festival of Italian Literature in London