Falsa partenza di Edith Wharton: una rincorsa verso il passato

Le arti figurative britanniche erano assetate dal mitico return to Camelot, ovvero dalla Materia di Bretagna di re Artù e i suoi cavalieri; i paladini della Tavola Rotonda, Ginevra, Merlino, la Dama del Lago iniziarono a essere ossessivamente i prototipi ideali dell'estetica preraffaelita e contro-moderna. Quindi si può affermare che nel 1840 la scuola di Dante Gabriele Rossetti “inventò” il Medioevo.

Nacquero nuovi movimenti di ritorno al passato, come il neo-feudalesimo della Young England di Disraeli, o l'aggressiva e cavalleresca opposizione dei sostenitori di Carlyle alla borghesia industriale. Il gotico architettonico, come naturale conseguenza, diventò una vera moda, il pittoresco e l'esotismo fantastico vennero celebrati non solo da scrittori eclettici ma da critici dell'arte e teorici come Pugin, Ruskin e Barry.

Ruskin fu uno dei sostenitori del wild gothic, ovvero uno stile artistico selvaggio, violento e genuino che si oppose alla cavalcata tecnocrate del progresso. Pugin e Ruskin si scontrarono anche dal punto di vista teologico, cioè se associare il gotico ai contenuti religiosi o farlo riflettere solamente come elemento figurativo. Pugin vedeva nel neogotico il trionfo dell'antichità rituale della fede cristiana, legata profondamente alla vertiginosa potenza espressiva delle cattedrali. Ruskin invece cercò di portare su un piano sociale l'arte, di innovarla con una connotazione rivoluzionaria tendente ad avvicinare la natura alla società contemporanea.

Per Ruskin il Medioevo deve essere composto da elementi etici ed edificanti, che lo caratterizzano rispetto al vacuo Rinascimento, dove secondo lui primeggiava la qualità dell'artista ma non la sua anima. Da queste considerazioni architettoniche si evince che il medievalismo non era più un'ideologia intellettuale ma divenne una teoria sociale applicata alle arti figurati. Sorge una sorta di utopia neo-medievale, una rincorsa agli antichi valori di religiosità, armonia ed eroismo del medioevo idealizzato.

A differenza di Walpole o dei primi scrittori gotici, l'eredità di Walter Scott e dei teorici preraffaeliti era molto più "reale" perché assunse una connotazione sociale che rivestì un ruolo specifico nella cultura vittoriana e quella americana che si basava sull'emulazione di quest'ultima. Fu l'epoca delle cattedrali e dei castelli,  del Crystal Palace, di San Giorgio cavaliere che lottava contro il drago della rivoluzione industriale.

Il Medioevo era un ideale reale e tangibile, non una pallida nostalgia di un passato atavico (come lo intendevano i romantici). Il ritorno al feudalesimo per esempio era la cura ai mali della modernità, questa la visione distorta del medievalismo vittoriano. Il revival cavalleresco non esaurì la sua forza di fascinazione fino alla prima guerra mondiale, quando la cavalleria inglese venne definitivamente surclassata dai mezzi bellici alla Somme e a Verdun.

Falsa Partenza Edith Wharton Skira
Copertina di Falsa partenza di Edith Wharton, nell'edizione Skira

Perdonatemi tale cappello introduttivo, ma l'ho considerato consono per presentare il volumetto di recente pubblicazione della Skira: Falsa partenza di Edith Wharton, ben curato sul lato estetico dall'editore con una copertina davvero evocativa e in copertina rigida.

Tra le penne americane più originali del XX secolo, Edith Wharton fu la prima donna a vincere il premio Pulitzer nel 1921 con il romanzo The Age of Innocence, grazie anche l'incoraggiamento del suo amico/maestro, lo scrittore anglo-americano Henry James. La sua formazione culturale (da autodidatta) fu profondamente influenzata da numerose suggestioni, dalla filosofia di  rottura sociale di matrice angloamericana alle grottesche innovazioni narrative del gotico inglese, senza escludere un viscerale amore per l'arte italiana e medievale. Il racconto lungo fa parte dell'antologia Vecchia New York (uscita nel 1924) ed eredità i temi e le idealizzazioni destrutturanti della american society presenti nel capolavoro L'età dell'innocenza.

Foto di Edith Wharton, opera di ignoto, da The World's Work del 1905. Pubblico dominio

Falsa partenza è un racconto figlio di diverse esperienze culturali, ma possiamo rintracciare l'ispirazione principale nelle letture preferite della Wharton, una tra tutte il libro Elementi del disegno (1856/57) di John Ruskin (citato prima a ragione). Il libro dell'esperto d'arte non fu un semplice manuale per imparare a disegnare e divenne nel tempo il manifesto culturale dei più disparati artisti (anche di correnti future o in contrasto con il romanticismo medievale dell'autore, infatti Monet lesse e si ispirò a questi scritti per teorizzare l'impressionismo), che furono costantemente ispirati e guidati dal maestro inglese.

In Falsa partenza ci tuffiamo nel fascino europeo degli accattivanti grand tour di artisti, scrittori, intellettuali o giovani rampolli costantemente magnetizzati dalle bellezze paesaggistiche e culturali del nostro Bel Paese o di altre località franco-tedesche. Seguiamo il viaggio in Europa di Lewis Raycie, inviato dal suo superbo padre ad acquisire pregevoli dipinti barocchi per nobilitare gli aridi saloni domestici. Ma Lewis è un adepto della scuola estetica di Ruskin e compra soltanto opere religiose - riccamente decorate - degli antichi maestri del '300 e del '400, come se fosse posseduto da un fanatismo teo-artistico o da Ruskin stesso. Il giovane poi viene diseredato dal padre, infuriato di vedersi recapitare delle opere lontanissime dal gusto e dall'ideologia dominante della sensibility americana e vittoriana (assetata di modernità e progresso). Il resto è qualcosa che si deve scoprire da soli.

L'atrio principale del Grand Central Terminal a New York. Foto dal WPA Federal Writers' Project, Pubblico dominio

La pungente scrittura di Edith Wharton ci proietta in dimensioni meta-artistiche e riccamente evocative capaci di mettere alla berlina, con classe e raffinatezza, le pallide architetture sociali contemporanee; incapaci di rivaleggiare con le vertiginose bellezze delle cattedrali gotiche.

Falsa partenza
Copertina di False Dawn (Falsa partenza) della statunitense Edith Wharton, la prima parte della serie Old New York (1924). Immagine ad opera di Edward C. Caswell, in pubblico dominio

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Andrea Mantegna

Mantegna come Steve Jobs: la modernità come obiettivo, l’antico come pretesto in mostra a Torino in Palazzo Madama

Tuffarsi di testa in un’epoca sfrenata: di geni, truffatori, poeti, capitani di ventura, banchieri, raffinati umanisti. Un’età di bronzo, di marmo, d’oro. Di pietre colorate e terracotta.

Una stagione intricata come le acconciature dipinte da Crivelli, che ancora oggi si rifiuta di lasciarsi dipanare a una prima occhiata. Nessuna superficiale faciloneria scalfirà la durissima superficie della produzione artistica fiorita nell’Italia del Nord-Est intorno alla metà del Quattrocento.

Di sicuro non lo farà la mostra organizzata da Civita e allestita all’interno del Museo Civico d’Arte Antica di Torino, visitabile fino al 4 maggio 2020.
Ma se ci si tuffa, come anticipavo, con una piccola dose d’incoscienza, questo percorso offre la possibilità di sentire la forza ribollente di uno dei momenti incandescenti dell’arte italiana.

La figura-guida scelta per accompagnarci in questo piccolo e movimentato universo è quella di Andrea Mantegna. Un vero diamante: lucido, splendido, duro e perfettamente sfaccettato, prodotto dal magma del periodo storico che ha attraversato.

Lo incontriamo subito a confronto con la bizzarra figura del suo primo maestro; e padre adottivo, e sfruttatore, e “impresario”. Quel Francesco Squarcione che somiglia un po’ al Mangiafuoco di Collodi; che raccoglie intorno a sé talenti delle più varie provenienze. Per educarli, sfruttarli, spillare loro soldi o lavoro, a seconda delle capacità; perfetta guida una “banda di desperados, come Longhi descrive la massa di pittori che esce dalla sua bottega per occupare con un’arte nuova la chiesa degli Eremitani.
In quella che appare una sapida sfida allievo-maestro vediamo Mantenga e Squarcione impegnati ad indagare lo stesso soggetto: l’austera figura di fra’ Bernardino da Siena, da pochissimo proclamato Santo e che probabilmente entrambi avevano conosciuto. Squarcione si abbandona a un’analisi impietosa del vecchio predicatore e fa emergere tutto “quell'umoresco non certo ridevole” (ancora Longhi) che è forse la sua più interessante eredità. Mantegna, al contrario, conferisce alla figura un sereno distacco. Una sorta di composta lontananza, accentuata dal profilo pieno e dalla scelta di rappresentare l’aureola come un disco che isola dal fondo la testa della figura.

In pratica un ritratto che somiglia a una moneta antica: il rapporto con un mondo che stava emergendo e che affascina il giovane Andrea.

Andrea Mantegna
Mantegna: particolare della Santa Eufemia - 1454 - e ritratto di San Bernardino da Siena - ca 1460 - a confronto con quello realizzato da Squarcione - ca 1450

Quell’antichità, romana ma anche no, che è tutto e il suo contrario, a seconda di chi la guarda e di che pezzo se ne esamina. Mantegna la incontra attraverso Donatello, che lavora a Padova nei suoi stessi anni, e Jacopo Bellini, a capo di una delle più fortunate botteghe del nord Italia, ingombra di reperti.

Questo mondo immaginato, sognato, interpretato, intravisto diventa per il giovane pittore terreno su cui far crescere una personalissima interpretazione di quell’arte che non si poteva conoscere nella sua interezza.

Lo dimostra l’imponente Santa Eufemia: se la materia pittorica ha perso la sua integrità, l’idea non ne subisce troppo danno. Severa, monumentale, vera e vicina ma al tempo stesso fissa, come scolpita in una varietà di pietre dure e marmi preziosi. Chiusa tra archi, colonne e ghirlande, citazione di romanità tarda e opulenta, decadente come il pugnale che si conficca nel fianco senza turbare la serena compostezza del volto. Come fosse niente più di un prezioso orpello.

Nella Santa Eufemia emerge la ferma libertà di Mantegna: punto di partenza su cui seppe costruire il suo formidabile successo.

Intelligente, colto e accorto: non sbaglia una mossa. Sposa la figlia di Jacopo Bellini: esce dalla scomoda influenza di Squarcione ed entra a far parte di quella che possiamo definire la più fortunata e strutturata impresa nel campo dell’arte padana quattrocentesca. Così il genero Jacopo diventa suo sponsor e il cognato Giovanni suo alleato, invece che suo concorrente. Li vediamo duettare sul tema della Madonna col Bambino: un dialogo che li accompagnerà nelle loro carriere e che arricchisce la produzione di entrambi.

Andrea Mantegna
Mantegna cita e si lascia citare dai Bellini: Madonna col Bambino e i santi Gerolamo e Ludovico di Tolosa, 1455 ca

Questa dimensione di apertura, scambio, continua permeabilità emerge molto bene dal percorso: Mantegna non si chiude mai in una solitaria ricerca di perfezione. Piuttosto si lascia contaminare e provocare: dall’antichità, da altre tecniche artistiche (come le fusioni in bronzo della bottega padovana di Donatello, da cui impara la bellezza dei riflessi e delle patine), da colleghi e vie diverse al Rinascimento.

Andrea Mantegna

Il San Giorgio di Mantegna esibisce allo stesso modo i boccoli biondi da reclame dello shampoo e la lancia spezzata, il cui moncone è ancora incastrato nella gola del drago. Più serioso di quello di Cosmè Tura, che stretto in una calzamaglia rosa brandisce uno spadone rosso. Entrambi però esercitano una colorata libertà memore della stagione tardogotica, cui paiono non sentire l’esigenza di rinunciare per entrare a pieno diritto nel Rinascimento.

Il gusto per il confronto che anima Mantegna non si spegne neppure quando Ludovico Gonzaga lo vuole al suo servizio, e inventa per lui un ruolo che ancora non esisteva: quello di “pittore di corte”. Al contrario la rete di relazioni della corte mantovana, che si estendeva anche oltralpe, e la vivace vita culturale che vi si svolgeva (come il Concilio del 1459) crea nuove occasioni di contaminazione. Il presunto ritratto di Carlo de’ Medici rivela, per realismo, severità e qualità scultorea, la frequentazione con l’ambiente fiorentino.

Dialoghi: Mantegna si lascia contaminare dalla monumentalità fiorentina, e si confronta con il siciliano-nordico Antonello, gemma della collezione permanente di palazzo madama. Sullo sfondo di tutto colte letture da umanisti

Mantegna produce e al tempo stesso colleziona: incontriamo opere antiche che l’artista aveva acquistato per sé e che hanno ispirato uno dei suoi capolavori, i “Trionfi”, infinitamente ammirati copiati e citati per secoli. E, nella stessa sala, con grande intelligenza incontriamo le sue incisioni, in particolare quelle ispirate alla classicità.

Il classicissimo ritratto del cardinale Ludovico Trevisan si lascia contaminare dal verismo fiammingo nell'ombra di barba rasata

Opere di superba qualità, ma che rivelano anche la sapiente costruzione di una carriera, di un business di successo: copiata dai tedeschi l’idea di creare incisioni come prodotti autonomi, Mantegna fiuta la possibilità data da questa tecnica di fornire non soltanto un riscontro economico immediato, ma soprattutto garantire ai suoi discendenti una fonte di reddito sicura. A dimostrazione che l’era della riproducibilità tecnica è un fenomeno che l’arte ha affrontato ben prima del Novecento, e che porta sempre con sé una visione imprenditoriale della produzione artistica.

Mantegna costruisce pezzo per pezzo un modello di gestione così solido da resistere ai committenti più esigenti: una piccola sezione, organizzata come una collezione rinascimentale, ci racconta del suo rapporto con Isabella d’Este. Lei granitica nelle sue arzigogolate richieste, lui pragmatico e preparato; capace di soddisfare la passione per le iconografie sovra-significanti senza perdere la direzione della sua ricerca.

Bottega di Mantegna, "Il seppellimento di Cristo". Bulino datato tra il 1465 e il 1480

Strepitose le prove di pittura sacra, in cui emerge con forza il gusto prezioso e raffinatissimo per il colore, quello smagliante del Medioevo tardo a cui non rinuncia, ma che sa traghettare in un mondo di forme nuove. E quello per una solidità mai banale, che non si lascia imbrigliare nelle facili geometrie fiorentine, ma che cattura l’occhio persino quando l’equilibrio delle tinte contraddice la forma.

Andrea Mantegna
Mantegna, Madonna dei Cherubini, 1485

Una sorta di caleidoscopico basso e bassissimo rilievo, come fosse ancora lo stiacciato donatelliano ma tradotto in pittura. Che esercita un fascino irresistibile per un altro irregolare di successo, che la mostra suggerisce erede dell’avventura mantegnesca: lo spericolato Correggio.

A chiudere il percorso un’intenso e tecnicamente perfetto “Ecce homo: una composizione di sole teste eseguita negli stessi anni in cui Leonardo si affanna sulle “arie di testa” dell’Ultima Cena. Un’opera in cui non leggiamo neppure un briciolo di imbarazzo o ansia per il confronto, e neppure un tentativo di avvicinamento. Piuttosto una forte affermazione di distanza e differenza.

Perché Mantegna, nella sua bravura artistica, culturale, imprenditoriale, ci insegna che il Rinascimento non è certo stato uno solo, che la ricchezza di quell’epoca non può essere contenuta nello spazio angusto di poche banalità (riscoperta dell’antico, costruzione prospettica dell’immagine, culto del genio), e che fare grandissima arte non implica per forza scegliere l’emarginazione.

Il percorso ha di certo qualche ombra, alcune incongruenze e significative assenze, ma la forza del contatto con l’avventura di questo artista riesce a restituire tutta la vivace spericolatezza della sua carriera.

 

 

Le immagini delle opere in mostra sono state realizzate da me e sono pubblicate con licenza Creative Commons
Licenza Creative Commons
Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.


Casa Batlló Antoni Gaudí i Cornet

Gaudí: dopo oltre cento anni torna a splendere Casa Batlló

Due anni di pianificazione, sei mesi di attività di restauro esterno e successivi lavori di restauro interno stanno restituendo al pubblico l’antico splendore di Casa Batlló, uno dei principali esempi dell’operato di Antoni Gaudí (1852-1926), celeberrimo architetto spagnolo ideatore della rinomata Sagrada Família, simbolo di Barcellona. La città, infatti, non sarebbe stata la stessa senza l’esistenza di questa peculiare figura che ne ha plasmato abilmente la fisionomia, attraverso edifici colorati e dalle forme inusuali, sette dei quali inseriti tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

Vissuto a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, Gaudí fu esponente primario del Modernismo catalano, del quale esprimeva il punto di vista ideologico e tematico arricchito da forme naturali che lo indussero a rigettare le rigide e consone linee rette, a favore invece di curve quali iperboloidi ed elicoidi. Si è così contraddistinto per lo stile estremamente fantasioso, eclettico ed originale, anticipando le successive soluzioni espressioniste e surrealiste.

Il tetto di Casa Batlló. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

Una genialità che emerse subito durante i suoi giovani studi architettonici, intrapresi a diciassette anni proprio a Barcellona e che lo vedranno poi divenire anche scultore, decoratore e progettista d’interni. Una vita ardua la sua, caratterizzata da numerosi lutti familiari e da una salute precaria dovuta a forti reumatismi che ne esasperarono l’indole schiva e solitaria che lo caratterizzò fino all’assurda morte, per mano di un tram cittadino che lo investì e lasciò agonizzante nella generale indifferenza pubblica, poiché non riconosciuto a causa del suo aspetto trasandato.

Casa Batlló Antoni Gaudí i Cornet Barcellona
Facciata di Casa Batlló a Barcellona. Foto di Amadalvarez, CC BY-SA 3.0

Numerosi i segni lasciatici dalla sua prolificità: Parc Güell (1900-1914), la Pedrera (1906-1912), la sopracitata Sagrada Família (iniziata nel 1882 e non ancora terminata) e l’oggetto principale di questo articolo, Casa Batlló. I materiali da lui prediletti e plasmati furono la pietra, il ferro ed il laterizio, unitamente a legni, stucchi, vetrate e ceramiche. Elementi qui finalmente ravvivati e nuovamente visibili dopo esser stati celati per mezzo anno dai ponteggi, per un’operazione di restauro atta a ridare al luogo la forza cromatica che lo caratterizzava originariamente, nel lontano 1906.

In realtà l’edificio risaliva al 1875, progettato da Emilio Sala Cortés, insegnante di Gaudí; fu riplasmato dal suo allievo per volere del ricco Josep Batlló i Casanovas, proprietario di un’industria tessile che ambiva a rinnovare l’estetica della casa adattandola al quartiere borghese in cui si inseriva, ricolmo di abitazioni dall’aspetto particolare. Ne seguì uno stravolgimento del sito: la totale modifica della facciata in pietra arenaria, la ridistribuzione delle sezioni interne, l’aggiunta di due piani (che ne ha modificato l’altezza dai 21 ai 32 metri, per 14,5 metri di larghezza) e l’ampliamento del cortile, donandogli l’aspetto unico che oggi ammiriamo. Otto piani in totale: un seminterrato, un primo piano abitato dalla famiglia Batlló, altri piani adibiti all’affitto ed un soppalco, nonché un cortile centrale dalle ceramiche azzurre variegate al di sopra del quale è posto un lucernario che lo richiude. Le antiche scuderie invece col tempo sono state adibite a sala multifunzionale per convegni, nel corso degli anni Novanta.

Vetrate del piano nobile di Casa Batlló. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

La policromia della facciata è stata esaltata dai vetri istoriati e dalle ceramiche iridescenti, fonte di lucentezza con riflessi cangianti al sole. Inoltre, è stata fornita una piacevole ventilazione ed una buona illuminazione mediante l’aperto spazio centrale del patio. Estrosità congiunta a funzionalità, ciò che Gaudí ha magistralmente donato al luogo. Il risultato fu fortemente apprezzato, al punto da concorrere al titolo di “migliore architettura dell’anno”, sebbene poi non conseguito.

Da allora il palazzo, monumento storico-artistico nazionale (1969) e patrimonio mondiale dell’UNESCO (2005), aveva subito un solo restauro nel 2001. Il secondo ed ultimo intervento ha richiesto 1,3 milioni di euro, cifra mirante non solo ad una rivalorizzazione e migliore conservazione del sito, ma anche ad un’ottimizzazione del percorso di visita. A due anni di analisi hanno seguito vari mesi di operazioni di restauro che hanno coinvolto oltre 30 persone operanti in sette diversi settori. I lavori hanno riguardato principalmente la facciata e si sono svolti da gennaio a maggio 2019, sebbene siano ancora in corso attività di restauro di alcune sale interne. Attività di pulizia, ripristino, conservazione hanno riguardato materiali differenti quali pietra, vetro, ceramica, ferro e legno, ognuno dei quali richiede un trattamento specifico.

Per quanto concerne il vetro (presente nei pezzi componenti il trecandís, tipico ornamento in mosaico), ha subìto un processo di pulizia basato su acqua calda nebulizzata e, laddove necessario, spazzole e bisturi che ne hanno restituito l’originale brillantezza. I pezzi scomparsi sono stati invece replicati al fine di completare la trama multicolore, mentre il vetro a piombo presente in Galleria ha riassunto l’aspetto originario dai bordi placcati in oro.

La ceramica ha presentato la problematica del recupero delle piastrelle, alcune delle quali in avanzato stato di rovina, reso complesso dalla loro combinazione di colori. Presenti sui trecandís, sul tetto e sulla croce che lo sovrasta, le ceramiche sono state ripulite e talune trattate poiché prive dello smalto e ricoperte da muffe che sono state rimosse per poi procedere con un trattamento di protezione.

Il ferro battuto delle ringhiere dei balconi è stato riportato al suo colore d’origine, con barre dorate e ringhiere in piombo bianco, ripristinando una trave danneggiata e proteggendo il ferro per garantirne la conservazione.

Scale e soffitto. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

Il legno, visibile in particolar modo sulle persiane, è stato ricomposto nelle parti in cui risultava danneggiato aggiungendo altri elementi lignei con le medesime caratteristiche, ovvero pino mugo degli inizi del Novecento. Il restauro ha restituito tonalità di colore ligneo prima non osservabili, ossia un tono di verde più chiaro sulle finestre e un tono più scuro sulle persiane.

La pietra tipica della porzione inferiore della facciata è stata pulita con vapore e spazzole rimuovendo la polvere e l’inquinamento accumulatosi negli anni. Riempiti i fori tra i vari blocchi e restituiti alla pietra gli originali colori e venature, si è proceduto alla stesura di un prodotto idrorepellente che impedisca allo sporco di penetrare nella pietra.

Molteplici, dunque, i miglioramenti ricevuti, tra i quali il recupero del vistoso lampadario di cristallo scomparso dal 1927 (anno a cui risale l’ultima testimonianza fotografica). Il lampadario, dal diametro di un metro ed il peso di 65 kg, è stato riposizionato nuovamente al centro della conchiglia in gesso del salone principale.

L’intera procedura di restauro è visionabile tramite specifici video presenti nella casa-museo ma anche su Internet, come indicato dal direttore dei lavori, Xavier Villanueva. Così si è ridato splendore ad una facciata fiabesca, contrassegnata da un ritmo ondulato e sinuoso che richiama la natura: le colonne poste alla base ricordano delle zampe di elefante ed esaltano la dimensione del palazzo, mentre il tetto è simile ad una coda di drago. A tal proposito, in virtù della forte religiosità dell’autore, una particolare interpretazione del luogo lo ha voluto accostare alla storia di San Giorgio e il drago: al di sotto del tetto dall’aspetto rettile vi sono balconi e colonnine scheletriche che raffigurerebbero le vittime della belva, mentre al di sopra vi è una torretta identificata con la spada del santo e decorata con anagrammi della Sacra Famiglia (“IHS” per indicare Gesù, “M” con la corona per la Madonna e “JHP” per San Giuseppe). Meno appariscente la facciata posteriore, sebbene sia anch’essa contraddistinta da ondulazioni (fornite da terrazze con rientranze e sporgenze alternate) e sormontata da un colorato trecandís con frammenti di ceramica dai motivi geometrici e floreali. La cura dell’esterno si ritrova ovviamente anche negli spazi interni, minuziosamente abbelliti nei particolari di maniglie, porte e sedie di particolare pregio scultoreo.

Casa Batlló Antoni Gaudí
Casa Batlló a Barcellona. Foto di Shawn Lipowski, CC BY 2.5

Lo scorso anno Casa Batlló ha oltrepassato un milione di visitatori con un guadagno di oltre 27 milioni di euro, continuando ad attirare sempre più turisti che sono soliti fotografarsi dinnanzi ad essa. A distanza di quasi un secolo l’estro di Gaudí continua a stupire, lasciando al mondo un patrimonio che va assolutamente preservato. Concludiamo con il divertente commento di Elies Rogent, direttore della facoltà ove Gaudí si diplomò a pieni voti: «Non so se abbiamo conferito il titolo a un pazzo o ad un genio, con il tempo si vedrà». Ai posteri l’ardua sentenza.

Le foto nell'articolo sono di repertorio e quindi precedenti i restauri; i video provengono dal sito ufficiale e mostrano invece i restauri.