Diamoci un appuntamento alla Reggia di Venaria #FacciamoLuce

Notate i colori utilizzati: azzurro, giallo tenue … il cielo e la luce del sole. Vedete che la superficie di vetrata è amplissima? Le grandi aperture sono su entrambi i lati. Anche la decorazione in stucco ha un aggetto minimo. Proietta pochissima ombra. Juvarra qui sembra quasi far sparire l’architettura. La Galleria Grande è un diaframma sottile e completamente permeabile alla luce. È la luce che disegna lo spazio, e che, mutando, lo rende sempre vivo e vario, anche senza una decorazione sontuosa o una raccolta di opere d’arte.

Reggia Venaria #facciamoluce

Lascio sfumare l’ultima parola nel vociare di altri gruppi … numerosi, densi, chiassosi … le voci rimbalzano sul marmo del pavimento e si mescolano. I‌ colleghi mi tirano occhiate oblique e decido che sì, dobbiamo procedere. Dobbiamo. Eppure, vi garantisco, anche una guida che, come me, abbia percorso troppe volte la Galleria di Grande e sia ormai sfiancata dal tour de force della Reggia non può resistere ad accarezzare con gli occhi, anche solo per pochi istanti, una bellezza tanto sfacciata e seducente.

Eccola, Galleria Grande: una struttura tutto sommato aliena nell’ordinato schema barocco di stanze della Reggia di Venaria. Juvarra, lui che poco c’entrava con la passione sabauda per la selvaggina e la sistemazione francese degli ambienti, lui capisce meglio di altri che il pregio di residenze come questa, o come Stupinigi, è tutto fuori. Inutile rivaleggiare con la natura:‌ piuttosto conviene spalancarle le porte, e lasciare che faccia la gran parte del lavoro. Quando si dice il genio: almeno altri tre architetti, tutti di rango, si succedono nella realizzazione della Reggia, ma Filippo Juvarra riesce a realizzare un luogo iconico, che coglie e trasforma in spazio percorribile l’essenza della dimora.

Iconica, pop, fotogenicainstagrammabile! La Galleria Grande, da quando la Reggia di Venaria è stata riaperta al pubblico, è sempre vissuta, percorsa, popolata, a volte affollata.

Reggia Venaria #facciamoluce

E ora?

Adesso la Reggia è vuota. Vuoto il parco, i giardini che a breve fioriranno. Vuota la Sala di Diana dove le amazzoni di casa Savoia saranno deluse di aver perso il loro pubblico: a chi mostreranno gli outfit sontuosi e le pose spericolate?

Vuota ancor di più la Galleria, pensata per stare senza arredi o altri gingilli. Puro spazio.
Mai come ora sentiamo bisogno di spazio:‌ di uno spazio bello, dove distendere il pensiero e progettare bellezze future.

Ora di questo spazio possiamo disporne, grazie alla geniale iniziativa della Venaria Reale:

La Reggia live #FacciamoLuce: la possibilità di ammirare 24 ore su 24 la Galleria Grande via web cam dal sito lavenaria.it …  il capolavoro indiscusso di Filippo Juvarra, anche se a distanza, può essere contemplato e vissuto in qualsiasi momento della giornata lasciandosi trasportare dalle sue spettacolari scenografie di luce.
Spiega Guido Curto, Direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude: «Con questa iniziativa intendiamo offrire a tutti la possibilità di entrare, seppure virtualmente, all’interno della nostra Reggia per ammirare la Galleria Grande eccezionalmente “vuota e silenziosa”, eppure sempre meravigliosa: la luce che si propaga e la trasforma ogni ora può essere il simbolo della speranza in questi giorni difficili».

Una webcam, una connessione, e tutti possiamo incontrarci lì. Usare la Galleria per lo scopo per cui era stata creata:‌ passeggiare, seppur solo con i pensieri cullati da un raffinato sottofondo di musica barocca. Poggiare gli occhi minuto per minuto, ora per ora, giorno per giorno sulla luce morbida e mutevole che disegna atmosfere sempre nuove.

Io ho aperto la diretta per la prima volta di notte, e confesso, il cuore ha saltato un battito:‌ ho percorso tante volte quello spazio, con gli occhi lo riesco a misurare. Ho avuto l’impressione di muovermi nella Galleria come ci si muove in casa di notte, senza avvertire alcun bisogno di accendere la luce.

Non c’è conflitto, ma sinergia, tra tecnologia e arte:‌ basta una webcam per regalarci un enorme privilegio. Siamo lì, tutto il giorno, tutti i giorni.
Possiamo dare un’occhiata ogni tanto, possiamo passarci anche un’ora, persino una giornata.
E non siamo nemmeno soli: il numeretto che segnala gli spettatori della diretta ci dirà che persino in piena notte c’è qualcuno che ha scelto, come noi, di essere lì. Che in qualche modo ci sta tenendo compagnia, sta condividendo quest’esperienza.

 

Quando ci potremo tornare davvero, dentro Galleria Grande, sentiremo questo spazio tanto più vicino, nostro, e sarà un’esperienza tutta nuova.

Intanto io vi aspetto qui …  Dall’alba al tramonto, e anche dopo. Perché

"È di notte che è bello credere alla luce" - Edmond Rostand

 

Si ringrazia la Reggia di Venaria

Alla faccia di Leonardo: a Torino l’esposizione che indaga i “volti del genio”

Leonardo i volti del genio

Mattoni e pietra. Angoli e feritoie. In mezzo a Torino la cittadella pare una piccola navicella spaziale, spiazzante come un’installazione contemporanea. Fuori luogo.

Un elegante quartiere tardo-ottocentesco, una manciata di edifici razionalisti hanno pian pian circondato quello che rimane della previdente belligeranza sabauda. Che pensa prima a difendere la città che a costruirsi una residenza quando, sul finire del Cinquecento, fa di Torino appena strappata ai francesi la nuova capitale del ducato.

Bravi con le armi, bravi con i matrimoni: per questo saranno ricordati i Savoia. E se lo sfarzo dei legami internazionali ha modellato la città di epoca barocca, la virtù militare è stata abilmente nascosta, come le macchine di scena in teatro. Poter di nuovo visitare il mastio tardo-cinquecentesco, dopo anni di chiusura, ci lascia ritrovare una bellezza che viene dal saper fare, dal pragmatismo e dalla passione per la conoscenza, una bellezza che ancora oggi fa parte della cultura torinese e che sarebbe piaciuta tanto a Leonardo.

Sono passati tondi tondi cinquecento anni dalla morte di questa strana figura di intellettuale, tanto insolita e sfuggente che ancora cerchiamo di indagarlo, capirlo, definirlo. Dargli una faccia.

Solo che dargli una faccia è terribilmente difficile. Così come interpretare la fascinazione che oggi le sue opere producono e qualificare il suo lavoro. Ci prova per l’ennesima volta l’esposizione aperta al Mastio della Cittadella a partire da sabato scorso e fino a maggio 2020.

Un percorso singolare, che ereditiamo da Madrid e che ha l’indubbia qualità di raccontare tanto del pubblico di Leonardo, più che dell’artista stesso.

L’intenzione dichiarata dal curatore è quella di indagare l’uomo, oltre il “genio”. Eppure la parola incriminata è quella che ricorre ossessivamente in tutta il percorso. E, se mi permettete, è quella che mi sforzerò di evitare.

L’esperienza che viene offerta sfugge a facili categorizzazioni: una mostra? Non direi. Oggetti o testimonianze originali sono davvero scarsi, eccezion fatta per un certo numero di buone edizioni storiche di testi su Leonardo.

Piuttosto si tratta di un enorme apparato didattico senza opere. Pannelli, gigantografie, riproduzioni di macchine raccontano la carriera di Leonardo.

Una specie di manuale di scuola superiore attraverso cui passeggiare. Nulla di sgradevole o di drasticamente sbagliato. Ma nulla di più.

Senza considerare che nulla di quanto affermato viene approfondito, contestualizzato o problematizzato. Perché capire l’approccio di Leonardo alla scienza, alle macchine, alla pittura, e la relazione che era in grado di stabilire tra tutte queste cose, richiederebbe ben più di un paio di pannelli didattici. Ma per il “grande pubblico”, soprattutto fuori dall’Italia, queste informazioni paiono essere meno scontate di quanto si possa pensare. E se il mistero di Leonardo stesse tutto qui? Nel fatto che di lui si sa poco, persino di quello che si sa già?

Per fortuna l’allestimento della cittadella offre tanto spazio, che verrà animato da un susseguirsi di iniziative; nella serata inaugurale un acrobata si esibisce in un numero dentro il cerchio, omaggio all’uomo vitruviano (e perfetta dimostrazione che l’invenzione leonardesca è pura astrazione, dal momento che l’acrobata per tutto il tempo tiene le ginocchia piegate). Se questo contorno didattico è solo un preambolo per contestualizzare eventi e performance, beh, potrebbe funzionare.

Come potrebbe funzionare la domanda intorno a cui ruota la seconda parte dell’esposizione: che faccia aveva Leonardo?

Sembra una domanda frivola? Insomma, forse, vediamo. Certo è curioso che davvero non sappiamo che faccia avesse. Lo ipotizziamo; abbiamo indizi per farlo. Il Platone che Raffaello raffigura nelle Stanze Vaticane ha la faccia di Leonardo? Vasari gli attribuisce “straordinaria bellezza fisica”, ma così è un po’ vago.

Il percorso ci guida alla scoperta dei tipi iconografici attraverso cui il passato ci restituisce “il volto del genio”: tutti piuttosto simili tra loro, a onor del vero. Capelli lunghi da filosofo antico, aspetto curato e piacevole. Proprio come Leonardo avrebbe voluto lo immaginassimo.

Il volto di Leonardo sfugge, e noi che viviamo di selfie e auto-rappresentazioni non possiamo rassegnarci. Così ci entusiasmiamo e interroghiamo sulla star di questa mostra: la tavola lucana.

Leonardo i volti del genio

L’unico vero oggetto in esposizione è una tavoletta in legno su cui è dipinto un ritratto, che somiglia molto alla fisionomia che la tradizione attribuisce a Leonardo. Si tratta di una scoperta relativamente recente: individuata una decina d’anni fa in una collezione privata ad Acerenza, ha subito destato curiosità.

Ne sappiamo pochissimo: il legno su cui è dipinta può essere datato a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Certo, seppur ben chiusa in un cubo di plexiglass, una cosa mi sentirei di affermarla con certezza: non si tratta di un autoritratto autografo di Leonardo. A me non parrebbe neppure un’opera cinquecentesca.
Pennellate pesanti e uniformi sono quanto di più lontano si possa immaginare dallo “sfumato” caratteristico della tecnica leonardesca. Citando Montanari “se scambiare il Cristo Gallino per un Michelangelo era come confondere un leone con un gatto, scambiare la tavola di Acerenza per un autoritratto di Leonardo equivale a prendere una bicicletta per una portaerei”.

Però ci si diverte: a pensare che ancora oggi non sappiamo rassegnarci a conoscere Leonardo dalle sue opere e non dal suo aspetto. A immaginare quanto bene Leonardo abbia costruito il mito di sé e del suo volto, tanto da farci credere quello che voleva lui, cinquecento anni più tardi.

Che faccia aveva Leonardo? Mi piace pensare che la faccia che gli abbiamo attribuito sia una sua opera, forse la più riuscita.

Leonardo i volti del genio

 

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