“Volevo nascondermi”: un Ligabue inedito al cinema

volevo nascondermi Antonio Ligabue

In un primo momento potremmo definire “travagliata” l’uscita di Volevo nascondermi nelle sale italiane: programmata per il 27 febbraio 2020, viene inevitabilmente rimandata dopo la chiusura dei cinema e degli altri luoghi di cultura, i primi ad essere interessati dalle disposizioni per il contenimento della pandemia.

Al contrario, la lunga attesa creatasi e le aspettative sempre più alte, dopo la vittoria di Elio Germano dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, vengono ripagate appieno ora, con la pellicola finalmente nei cinema.

Il regista Giorgio Diritti propone una nuova interpretazione dell’esperienza artistica di Antonio Ligabue, pittore e scultore attivo a Gualtieri, paesino in provincia di Reggio Emilia, dagli anni venti del secolo scorso.

La parte biografica, esaurientemente esposta anche tramite diversi rimandi all'infanzia di Ligabue, agli internamenti in istituti psichiatrici e alle incomprensioni verso il suo particolare carattere, definisce i contorni del mondo interiore dell’artista senza mai eccedere nella pretesa di un lavoro documentarista.

Si crea così un armonico contrasto tra i grigi delle esperienze da lui vissute e i colori vividi dei suoi quadri, i cui protagonisti indiscussi sono gli animali. Spesso li ritrae tesi, in movimento, a volte immersi nell'ambiente che li circonda, altre volte consapevoli dell’osservatore umano, quasi in segno di autodifesa.

Allo stesso modo lui viene catapultato fuori dal suo habitat, espulso dalla nativa Svizzera, trovando proprio negli elementi naturali e faunistici non solo sé stesso ma anche un sentimento primordiale, non intaccato dalla falsità e dalla manipolazione dell’uomo.

In questo senso possiamo ammirare al massimo del suo potenziale il magistrale Elio Germano che, con un’esperta mano sartoriale, si cuce addosso un abito da Antonio Ligabue perfettamente calzante.

Prima di lui solo l’attore Flavio Bucci, scomparso proprio a febbraio di quest’anno, ha rappresentato al meglio l’artista in uno sceneggiato televisivo del 1977.

L’attore romano, dunque, è riuscito perfettamente nel riprodurre le sfaccettature del suo carattere, dando più risalto alle “luci” rispetto alle “ombre” nella sua vita: fra tutte l’amicizia con l’artista Renato Marino Mazzacurati, che sancisce l’inizio di una florida attività creativa, così come quella con lo scultore Andrea Mozzali, che resterà con lui fino alla fine.

Figure importanti, sia pur evanescenti nella vita del Ligabue, sono le donne.

Nel film è evidente l’influenza che ha avuto su di lui la madre: una figura granitica, severa, quasi complementare alla madre adottiva, poiché più comprensiva nei confronti di un ragazzo irrequieto e irascibile.

Agli inizi della sua vita a Gualtieri (un paesino in cui veniva spesso guardato con diffidenza), fa la sua apparizione una bambina, che gli offre un primo approccio di gentilezza nei suoi confronti dopo diverso tempo. La morte prematura di quest’ultima, quasi da episodio leopardiano, segna profondamente Ligabue, ed è proprio da questo evento traumatico che scaturisce la realizzazione del “Ritratto di Elba”.

Ben più tardi, dopo la realizzazione come artista e la crescente visibilità, sorge in Ligabue il desiderio di dedicare del tempo al suo essere uomo, al suo bisogno di una compagnia femminile: Cesarina è la ragazza della locanda che frequenta quotidianamente, oggetto del desiderio che resta per lui irraggiungibile.

In un momento del film viene re immaginata una scena accaduta realmente e ripresa nel documentario del 1962, in cui Ligabue, dopo aver realizzato per lei un disegno, chiede insistentemente alla giovane un premio al grido di “Dam un bes! Dam un bes!”

Dopo aver dato spazio alla figura umana, nel film si torna spesso ad osservare da vicino il processo di gestazione e realizzazione dell’opera da parte del pittore-scultore:  l’eccentrico Ligabue è solito passeggiare nei luoghi lontani dall'uomo, quei paesaggi agresti rievocati nei suoi dipinti, portando sempre legato al collo uno specchio in cui spesso si osserva, e rievocando lui stesso i versi delle belve feroci quasi a volerle personificare, per poi renderle al meglio nelle sue opere.

In particolare, nel film, vi è una scena ben costruita che si incentra sull'approcciarsi di Ligabue alla tela bianca: Diritti lo raffigura concentrato in un rito sacro fatto di ruggiti e spasmi che precedono il concepimento dell’idea e la sua successiva creazione artistica. Questo momento è percepito come quasi sofferto, poiché egli è lontano dalla natura e costretto tra le quattro mura del suo studio, in cui l’horror vacui a volte riesce a prevalere sulla mano che vuole, ma non può, materializzare o esprimere ciò che sente.

Insomma, è un film degno non solo di una prima ma anche di una seconda, terza visione: il lato biografico ben si accompagna alla maestria tecnica di scenografia, fotografia e regia, con un Elio Germano oltre le righe tra i paesaggi sognanti della bassa reggiana.

Con “Volevo Nascondermi” abbiamo finalmente visto un Antonio Ligabue inedito, completo, che ci si è finalmente rivelato.

volevo nascondermi Antonio Ligabue
La locandina del film Volevo nascondermi, per la regia di Giorgio Diritti. Copyright © 01Distribution

 

Foto e locandina di Volevo nascondermi Copyright © 01Distribution


nuova nome della rosa

Nella mente di Umberto Eco: la nuova edizione de Il nome della rosa

NELLA MENTE DI UMBERTO ECO:

La nuova edizione de Il nome della rosa

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

La prima edizione de Il nome della rosa fece la sua comparsa nelle librerie nel 1980: nell'arco di quarant'anni il capolavoro di Umberto Eco è diventato un classico amato da milioni di lettori; ha ispirato lavori d'esegesi, videogiochi, drammi, uno sceneggiato radio e uno televisivo andato in onda nel 2019; indimenticabile, poi, il film del 1986 che vedeva Sean Connery nei panni del deuteragonista Guglielmo da Baskerville. Il successo di questo libro, tuttavia, va ben oltre le mere considerazioni quantitative: l'opera di Eco si inserisce nel filone di quelle storie sempre più rare nelle quali si coniugano con efficacia erudizione e intrattenimento.

Nel contesto di questa pluridecennale storia editoriale non sono certo mancate riedizioni e ristampe: lo stesso Eco, qualche anno dopo il debutto, rimise mano al testo originale rivedendone alcuni passaggi e corredandolo di una serie di Postille che espandono le storie e la Storia che non hanno trovato spazio nella trama, quasi sempre pubblicate in appendice alle successive riproposizioni. In questo contesto potrebbe pertanto apparire pleonastico rilasciare una nuova edizione de Il nome della rosa; tuttavia l'operazione promossa dalla Nave di Teseo è ben lungi dall'essere l'ennesima ristampa riveduta e corretta di questo libro.

Questa casa editrice, fondata dallo stesso Eco pochi mesi prima della sua morte, ha inaugurato nel 2018 la riedizione dell'opera omnia dell'autore con il rilascio de Il pendolo di Foucault, a trent'anni dalla prima pubblicazione; Il nome della rosa entra invece in catalogo in occasione del suo quarantennale impreziosito da una nuova, accattivante veste grafica, dalle Postille e soprattutto dalla riproduzione delle pagine di appunti dello stesso Eco, che per la prima volta vengono pubblicate in coda al volume.

Il taccuino racchiude disegni e schizzi, annotazioni e schemi manoscritti che costituiscono le fondamenta su cui si basa Il nome della rosa: sfogliandone le pagine si ha modo di entrare nella mente di Eco e avere una panoramica sull'abnorme, minuzioso lavoro di ricerca che l'autore compì nel preparare il suo capolavoro. Tra esse spiccano le piantine e i prospetti di Castel del Monte, del Castello Ursino di Catania, dell'Abbazia di Cluny e di altri edifici medievali che fornirono l'ispirazione per l'Abbazia, teatro dell'indagine di Guglielmo e Adso da Melk; è inoltre possibile ricostruire ab origine il processo creativo del celebre “enigma della Biblioteca” intorno al quale ruota l'intera vicenda. Non sono infine da meno i disegni eseguiti dallo stesso Eco per visualizzare i propri personaggi, tratteggiati con uno stile semplice, quasi fumettistico, eppure accurato ed efficace.

La nave di Teseo sembra dunque voler proporre una vera e propria edizione definitiva de Il Nome della Rosa; tuttavia questa dovizia di contenuti speciali risulta penalizzata dal formato paperback adottato per il volume che, nonostante la grammatura della carta e l'accurata brossura, tende a rovinarsi facilmente. Sarebbe di certo stato difficile raccogliere in altra maniera romanzo e appendici, che insieme sfiorano le settecento pagine; tuttavia, per un libro di questo pregio, ci sarebbe piaciuto anche qui un formato hard cover, che del resto è stato scelto per il pendolo di Foucault. Tuttavia un libro malridotto è un libro vissuto: pochi romanzi sono in grado di mettere in luce questo assunto come Il nome della rosa, che in ogni caso merita di essere scoperto o riscoperto. Nell'uno o nell'altro caso, l'edizione della Nave di Teseo è forse il miglior punto di partenza.

nuova nome della rosa
La copertina della nuova edizione del romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa, pubblicata da La nave di Teseo

 

Si ringrazia La nave di Teseo per le immagini fornite.


Prima dei serial: La grande avventura dello sceneggiato italiano

La Casa del Cinema presenta

Prima dei serial: La grande avventura dello sceneggiato italiano

Da martedì 15 gennaio fino al 17 febbraio in programma cinque tra i più celebri sceneggiati Rai, antesignani delle moderne serie tv

 

Roma, 11 gennaio 2019 – Tutti pazzi per le serie: nottate solitarie o di gruppo a ripercorrere le avventure degli eroi ed eroine dei nuovi serial d’autore e d’intrattenimento (si cominciò con Twin Peaks Lost); gruppi d’ascolto e fan a legioni per le serie più popolari (da Walking Dead a Il trono di spade), film-tv che diventano film per la sala e serie che traggono ispirazione da pellicole di successo (da Downton Abbey a Gomorra). Ma prima di tutto questo? All’inizio c’era la straordinaria fucina di talenti dell’artigianato italiano che, fin dal 1960 impose sulla Televisione Nazionale la moda dello sceneggiato. Non solo e non più teatro filmato, ma grande racconto corale, spesso ispirato a capolavori della letteratura mondiale, con ardite ricostruzioni, autentiche invenzioni linguistiche e narrative, una schiera d’attori che diventarono in breve divi popolari.

I modelli dello sceneggiato italiano ideato e prodotto dalla RAI hanno fatto storia e hanno creato una memoria collettiva che ha scandito almeno quattro decenni dell’immaginario collettivo. Sono i capolavori di registi nati col cinema o la televisione: da Anton Giulio Majano a Sandro Bolchi, da Renato Castellani a Sergio Sollima, a Ugo Gregoretti per citarne solo alcuni. La storia dei loro capolavori apre la porta della grande fiction d’autore alla Casa del Cinema che da martedì 15 gennaio propone un primo, avventuroso viaggio nella storia dello sceneggiato.

Si comincerà con La vita di Leonardo da Vinci di Renato Castellani (5 episodi) interpretato da un formidabile Philippe Leroy andato in onda dal 24 ottobre al 21 novembre 1971 e oggi riproposto nel quinto centenario della nascita di Leonardo. Fu girato a colori nonostante le trasmissioni di allora fossero ancora in Bianco e Nero ed ebbe un cast di grandi volti del cinema, del teatro e della tv: da Giampiero Albertini a Ottavia Piccoli, da Bianca Toccafondi a Glauco Onorato, da Bruno Cirino al piccolo Renato Cestiè.

Il secondo appuntamento sarà con uno dei “padri” dello sceneggiato, Sandro Bolchi e il suo Il mulino del Po (cinque puntate del 1963) tratto dal romanzo di Riccardo Bacchelli, con Raf Vallone, Giulia Lazzarini, Gastone Moschin e Tino Carraro, in programma alla Casa del Cinema dal 22 gennaio. Nelle settimane successive: Il circolo Pickwick di Ugo Gregoretti (1968) dal romanzo di Charles Dickens (dal 29 gennaio) e Sandokan diretto da Sergio Sollima (1976) e interpretato da Kabir Bedi, uno dei più grandi successi nella storia della Rai (dal 5 febbraio).

In chiusura, dal 13 febbraio, un irresistibile I promessi sposi (1990), versione parodistica del capolavoro di Alessandro Manzoni rivisitato con estro personalissimo da Massimo Lopez, Tullio Solenghi e Anna Marchesini con la regia del Trio.

Prima dei serial, un  progetto realizzato da Casa del Cinema in collaborazione con Rai Teche, è la prima puntata di un programma a più ampio respiro dedicato all’universo della fiction e della serialità. Anche per questo, in occasione dei primi cinque appuntamenti, Casa del Cinema propone un referendum tra il pubblico e gli appassionati: chiediamo quali sceneggiati della storia della Rai vorreste rivedere (o scoprire) sul nostro schermo: i suggerimenti ricevuti si tradurranno in una seconda serie di appuntamenti presto in programma. Il referendum viene pubblicato sul sito ufficiale www.casadelcinema.it e distribuito in occasione delle proiezioni alla Casa del Cinema.

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