Messina Judaica di Giuseppe Campagna: la comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo

G. Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), prefazione di L. Scalisi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2020, pp. 246.

Recensione a cura di Elena Nicoletta Barile

Un nuovo tassello si aggiunge alla nostra conoscenza della storia ebraica in Italia. Il recente volume di Giuseppe Campagna, Messina Judaica, edito da Rubbettino Editore, restituisce infatti una sapiente ed efficace ricostruzione della comunità ebraica messinese tra il XV e il XVI secolo, esplicitandone l’indissolubile intreccio con le dinamiche sociali e politiche cittadine e del più ampio contesto mediterraneo. Inserendosi nel solco degli studi di Shlomo Simonsohn1 e Cesare Colafemmina2, grande attenzione è posta dall’Autore alla raccolta e alla sensibile integrazione della documentazione latina, pubblica e privata, conservata nei principali Archivi siciliani e nell’Archivio Ducale Medinaceli di Toledo, pur nella consapevolezza delle ingenti perdite documentarie dovute al terremoto di Messina del 1908 e ai bombardamenti del 1943, durante l’ultimo conflitto europeo.

Iscrizione dalla Sinagoga di Messina, distrutta col terremoto del 1908. Foto di Michele Bassi, in pubblico dominio

L’esito di questa operazione di spoglio e analisi dei materiali di archivio è una ricostruzione puntuale dei molteplici aspetti della vita ebraica messinese nei due secoli considerati. È offerta infatti un’accurata descrizione del quartiere di residenza e dei luoghi di culto della comunità cittadina, la sua amministrazione interna, in particolare alla figura del dienchelele, giudice generale degli ebrei per le cause di diritto mosaico, lo status giuridico, il matrimonio e la condizione femminile, nonché gli aspetti linguistici e culturali, quali la mistica e la circolazione libraria. La ricostruzione proposta si avvale, all’occorrenza, del confronto con fonti di diversa tipologia e matrice culturale, tra cui la produzione epistolare ebraica, in particolare una lettera del rabbino Ovadyah da Bertinoro del 1487, contratti matrimoniali (ketubot), testimonianze epigrafiche in giudeo-arabo, oltre alla trattatistica cristiana di età moderna.

Un ampio e dettagliato prospetto illustra le professioni, le attività produttive e le reti commerciali della comunità messinese, profondamente inserita nel contesto dei traffici mediterranei, dei quali Messina è punto di partenza e di arrivo: flussi di merci, mercanti, maestranze ebraiche viaggiano da e per la Catalogna, Costantinopoli, Rodi, Tessalonica, passando per le sponde calabre e adriatiche, lasciando traccia nei documenti dei loro contatti con la comunità e con le autorità cittadine, che dall’Autore vengono individuati ed analizzati. Particolarmente suggestiva e precisa è inoltre la ricostruzione delle principali casate ebraiche messinesi dell’epoca, i loro esponenti, i legami parentali, le attività e i mestieri a cui esse devono il proprio prestigio, nonché le loro conflittualità interne ed esterne.

Messina
Messina prima della costruzione della grande palazzata del 1622. Immagine in pubblico dominio

Di carattere più evenemenziale, i capitoli conclusivi rievocano le conseguenze dell’editto di Granada del 1492, con cui i Re Cattolici decretano l’espulsione delle comunità ebraiche dai propri territori, tra cui, appunto, la Sicilia. Gli eventi messinesi subito successivi all’emanazione dell’editto sono esaminati dall’Autore, anche alla luce della più recente bibliografia, seguendo le vicende della comunità ebraica di Messina fino alla definitiva partenza dalla città e alla conseguente diaspora lungo le principali rotte del Mediterraneo, verso il Regno di Napoli, la Calabria, la Puglia (fino al 1541), ma soprattutto Roma, l’Italia centro-settentrionale e il Levante, nei territori dell’Impero Ottomano.

La matrice religiosa dell’editto di espulsione spinge l’Autore ad analizzare un particolare aspetto della storia ebraica e del suo rapporto con il mondo cristiano, ossia il fenomeno delle conversioni forzate. Ai conversos o nuovi cristiani è dedicato l’ultimo capitolo del volume, che accoglie stime quantitative, vicende di singoli esponenti e famiglie abbienti, aree di residenza, mestieri di una comunità divisa tra l’omologazione forzata, la perdita identitaria, la pratica nascosta del proprio culto manifestamente perseguitata dalle autorità cattoliche, ma anche, a volte, la convinta adesione alla nuova fede: una casistica assai eterogenea, e assai ricca di significati se considerata alla luce delle sue ricadute sui successivi rapporti ebraico-cristiani, che completa e arricchisce il presente volume.

Uno studio accurato, che rivela grande dimestichezza con la documentazione d’archivio, nonché con le dinamiche storiche che sono alla base della sua produzione, perdita e conservazione. Una particolare tipologia di fonti quantitativamente ingente, ma anche estremamente dispersa nelle sue diverse occorrenze, che lo studio di Giuseppe Campagna riesce pienamente a valorizzare, apportando un significativo contributo alla storia dell’ebraismo italiano.

Messina judaica Giuseppe Gabriele Campagna
La copertina del saggio di Giuseppe Gabriele Campagna, Messina Judaica. Ebrei, neofiti e criptogiudei in un emporio del Mediterraneo (secc. XV-XVI), con prefazione di Lina Scalisi, pubblicato da Rubbettino Editore (2020)

1 S. Simonsohn, The Jews in Sicily, 18 vols., Brill, Leiden-Boston, 1997-2010.

2 C. Colafemmina, The Jews in Calabria, Brill, Leiden-Boston 2012.


Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione

IL CORPUS JUVARRIANUM PER LA PRIMA VOLTA OFFERTO AL GRANDE PUBBLICO ATTRAVERSO UNA MOSTRA E UNA NOTEVOLE PUBBLICAZIONE

Il 1720 ha rappresentato per la città di Torino un anno di storici e cruciali avvenimenti, dall’annessione ai possedimenti dei Savoia del Regno di Sardegna alla fondazione, in seguito all’editto regio del 25 ottobre, della Biblioteca universitaria dell’Ateneo Torinese, che la stessa Biblioteca Nazionale, a trecento anni di distanza, ha voluto ricordare attraverso uno speciale omaggio al “regista di corti e capitali” Filippo Juvarra.

Per la prima volta viene, infatti, esposto al grande pubblico, al piano interrato dell’edificio di piazza Carlo Alberto, nella sala mostre per l’occasione intitolata al grande architetto messinese, il cosiddetto Corpus Juvarrianum, il più importante e cospicuo fondo di manoscritti, stampe e disegni a lui appartenuto e acquisito dalla Biblioteca tra il 1762 e 1763.

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Nato e cresciuto a Messina, Filippo Juvarra cominciò il proprio percorso di formazione attraverso l’intenso studio del Vignola e l’attività presso la bottega del padre argentiere e, intrapresa la carriera religiosa, si trasferì a Roma dove ebbe modo di interiorizzare il linguaggio della classicità con la pratica dell’indiscusso e fondamentale strumento di lavoro che Carlo Fontana gli consigliò, il disegno.

Non mancarono negli anni le occasioni di dimostrare il proprio talento e il proprio originale estro artistico, elementi che divennero ben presto le chiavi del suo successo internazionale: dai primi incarichi nella città eterna al soggiorno lucchese, dai numerosi interventi nella città sabauda, per volere del re Vittorio Amedeo II, ai viaggi a Lisbona, Parigi, Londra, fino all’ultima chiamata a Madrid dove morì nel 1736.

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Ed è partendo dalle sue vedute di paesaggi, dalle fantasie architettoniche, dai prospetti, dagli schizzi, o meglio dai "pensieri",  così come egli amava definirli, da lui utilizzati nel corso della sua intera carriera artistica come mezzo di comunicazione di idee e di competenze, che ha saputo mostrarsi non solo un geniale architetto ma un vero artista “a tutto tondo”.

Imponente e quasi impossibile sarebbe l’impresa, avviata da Vittorio Viale già nel 1971, di riuscire a ricostituire l’enorme completo Corpus Juvarrianum, ovvero tutta l’eredità lasciataci dal grande architetto, per mole di materiale e per la dispersione che questa ha avuto nel mondo, ma di certo un grande passo in avanti è stato fatto attraverso il lungo e laborioso lavoro svolto su quanto la Biblioteca Nazionale e Torino, in generale, conserva di questo importante patrimonio.

La mostra, visitabile gratuitamente previa prenotazione fino al 31 maggio (non appena il Piemonte tornerà in zona gialla) è stata curata da Maria Vittoria Cattaneo, Chiara Devoti, Elena Gianasso, Gustavo Mola di Nomaglio, Franca Porticelli, Costanza Roggero e Fabio Uliana, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della CRT-Cassa di Risparmio Torinese, di Reale Mutua Assicurazioni, in sinergia con il Dipartimento Interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio, la Scuola di Specializzazione in beni architettonici e del paesaggio e il Politecnico di Torino, oltre che al patrocinio della Regione Piemonte e del Comune di Torino.

Tre sono i principali filoni nei quali si dipana il percorso espositivo, ciascuno dei quali suddiviso in differenti sottosezioni. Il primo, dedicato agli studi eseguiti negli anni di formazione a Messina e a Roma, fino agli interventi da Primo Architetto civile di Sua Maestà, mostra alcuni tra i più celebre ed importanti progetti per edifici religiosi e laici realizzati nella capitale torinese, come la basilica di carattere votivo e funerario di Superga, l’ormai distrutta Chiesa di Sant’Andrea di Chieri e la straordinaria Palazzina di Caccia di Stupinigi mentre, in uno dei due prestiti ricevuti per l’occasione, ovvero il progetto esecutivo per la rettifica della contrada e della piazza di Porta Palazzo, firmato in tutte le sue parti dallo stesso Juvarra, emerge la sua abilità di urbanista della corte reale.

A questi primi esempi vengono affiancati gli album contenti le testimonianze dell’attività di Juvarra come insegnante, già iniziata presso l’Accademia di San Luca di Roma: una serie di esercizi proposti dal maestro che gli allievi erano chiamati a completare per allenarsi ad acquerellare e “far di pianta”, così come ci mostrano gli esiti di uno dei suoi più talentuosi pupilli, Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano.

E ancora una piccola ma singolare sezione dedicata alle targhe e agli stemmi araldici romani, soggetto a lungo sperimentato e studiato da Juvarra tanto da andare a costituire, nel 1711, una vera e propria pubblicazione e che restituisce al pubblico di ogni livello il suo interesse inusuale, e forse poco conosciuto, nei confronti degli elementi decorativi, che dovevano sapientemente dialogare con le strutture architettoniche da lui ideate.

Corpus Juvarrianum
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Al secondo filone è, invece, affidato il compito di ripercorrere l’attività del Cavalier Juvarra come scenografo, in particolare negli anni romani tra il 1709 e il 1714, con la cruciale esperienza a servizio del Cardinal Ottoboni e dei successivi incarichi. L’approccio con il mondo del teatro gli permise di concepire e saggiare non solo il rapporto tra natura e finzione, visione ed evocazione, ma anche la definizione di sontuosi spazi ariosi continuamente percorribili dallo sguardo. Lo testimoniano molte delle prospettive angolari e dei pensieri rappresentanti vasti saloni e cortili di carceri, realizzati in previsione della costruzione di maestosi apparati scenografici ed inseriti nell’album della Riserva 59.4, un unicum nell’intero corpus dei 18 volumi, poiché creato dallo stesso Juvarra smontando e ricomponendo un personale taccuino di disegni redatto nel 1707 e corredato di numerose didascalie.

Sono stati scelti, a titolo esemplificativo di questo suo importante impegno, i documenti che attestano i lavori eseguiti in occasione dei festeggiamenti, nel 1722, del matrimonio tra Carlo Emanuele e Anna Cristina Ludovica, e della messa in scena dell’opera de il Ricimero, cui segue l’esposizione dello spartito autografo di Antonio Vivaldi dell’Orlando finto pazzo, altro importante tesoro della Biblioteca Nazionale, allo scopo di mettere in relazione due tra i più preziosi e importanti beni conservati dalla biblioteca e rendere conto della fortuna che l’arte del melodramma ebbe a Torino.

La terza e ultima sezione è incentrata sul decennale legame storico-politico tra Sicilia, Piemonte ed Europa, proseguito anche oltre la sostituzione della Sicilia con la Sardegna (1720) fino al 1861, che hanno permesso non solo a Juvarra ma ad un vasto numero di letterati e artisti di approdare in quello che, sempre più velocemente, si stava trasformando in un polo culturale d’eccellenza, e di cui i volumi presentati, in parte di proprietà della Nazionale, in parte di biblioteche private, ne sono la prova.

Il percorso espositivo è inoltre arricchito di un ottimo apparato multimediale, voluto e curato da Tomaso Cravarezza, che consente ai visitatori di sfogliare virtualmente gli album di disegni esposti nelle teche e di apprezzarli nella loro interezza, avendo così modo di costruire un personale “itinerario” tra il Corpus Juvarrianum, alla luce delle proprie conoscenze e curiosità.

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

 

Un vasto e complesso progetto, questo, nato nel dicembre 2019 che ha dovuto affrontare il difficile ostacolo della pandemia, tanto da rendere le operazioni di organizzazione talvolta travagliate e da spingere i suoi stessi curatori, nel corso del tragico anno per il mondo dell’arte e della cultura, il 2020, a dubitare della buona riuscita dell’evento. Ma la speranza più grande è stata da loro riposta nella corposa pubblicazione che avrebbe corredato la mostra del 2021 e che il COVID-19 non avrebbe certamente potuto fermare.

Un grande e originale contributo alla vasta letteratura su Filippo Juvarra, a cura di Franca Porticelli, Costanza Roggero, Chiara Devoti e Gustavo Mola di Nomaglio ed edito dal Centro Studi Piemontesi, che ospita, per la prima volta, l’inventario aggiornato dell’intero corpus (soggetto, datazione, tecnica e bibliografia per ciascun disegno) ed una serie di saggi volti a restituire un inquadramento storico, artistico e culturale della produzione juvarriana.

Il ricavato della vendita verrà impiegato per il finanziamento del restauro del manoscritto Dante Alighieri, Inferno, sec XVI, in occasione dell’anniversario dantesco, ulteriore modo per celebrare l’importante ricorrenza della biblioteca, oltre alla possibilità di poter visitare lo spazio allestito, a fianco della sala mostre, con l’antico laboratorio di restauro del libro inaugurato a seguito del devastante incendio del 1904.

Un’occasione, dunque, di presentare, al grande pubblico e ai più esperti in materia, l’eccezionalità di questo patrimonio librario, offerto nella sua compiutezza e corredato da un ampio apparato critico, a testimonianza della genialità e della grandezza di quel Primo Architetto Civile di Sua Maestà che, a distanza di trecento anni, sa ancora stupire e appassionare.

La playlist coi video della mostra è al seguente link: https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Tutte le foto sono state fornite dall'ufficio stampa della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.


Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

Mancano poche settimane all'apertura dei quattro cantieri che riporteranno alla riqualificazione dell'area dove sorge l'Olympieion, il tempio dedicato a Zeus Olimpio (la cui monumentalità ci è nota grazie alla testimonianza di Diodoro Siculo), situato nel cuore della Valle dei Templi ed eretto per celebrare la vittoria del tiranno Terone sui Cartaginesi nella celebre battaglia di Himera del 480 a.C.

Agrigento Olympieion restauro Tempio di Giove Olimpio Valle dei Templi
Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

Oltre ai lavori di restauro verranno infatti musealizzati numerosi reperti appartenenti alla decorazione architettonica, tra i quali bisogna annoverare il riassemblaggio della trabeazione sostenuta dalle imponenti sculture dei telamoni e la musealizzazione delle parti dell'enorme statua che verrà sostenuta in piedi tramite una sottile lastra in acciaio con mensole di pochi millimetri, un supporto antisismico volto a garantire un migliore conservazione delle parti originali della statua, ritrovate dallo studioso tedesco Heinz Jürgen Beste dell'Istituto Archeologico di Roma.

Progetto di sostegno di telamone

"In questo momento i beni culturali della Sicilia sono in fermento. I Parchi archeologici e i musei, costretti a chiudere le porte dalle misure anti-COVID-19, stanno operando con massimo impegno per prepararsi alla riapertura con  ambienti più accoglienti e nuovi progetti ed emozioni – ha dichiarato l’assessore regionale ai Beni Culturali e all'identità siciliana, Alberto Samonà -. I cantieri che interessano l'area del tempio di Giove Olimpio nella Valle dei Templi e la valorizzazione del Telamone, sono un invito a visitare Agrigento e la Sicilia, per trasmettere al mondo una storia e un'identità profonda, che rendono unica la nostra terra”.

Agrigento Olympieion restauro Tempio di Giove Olimpio Valle dei Templi
Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

Questi interventi gettano una nuova luce su quella che doveva essere la struttura originaria del tempio, prima del suo crollo a seguito dei terremoti del 1401 e del XVIII secolo: sono stati infatti identificati 90 frammenti appartenenti alle sculture dell'edificio, tra cui anche blocchi provenienti da 8 diversi telamoni.
"L’area merita di essere recuperata e valorizzata – spiega il direttore del Parco archeologico della Valle dei Templi, Roberto Sciarratta –, il pubblico presto la potrà visitare nella sua interezza: saranno chiusi gli accessi secondari e si potrà seguire un unico percorso di visita che dall’Olympieion condurrà ai resti dell’altare, liberato dai massi crollati durante gli scavi negli anni Venti, così da far riguadagnare la percezione del collegamento tra altare e tempio. I visitatori non si fermeranno alla Concordia ma saranno invogliati alla scoperta di tutta la collina dei Templi, fino al bacino della Kolymbetra”.

Agrigento Olympieion restauro Tempio di Giove Olimpio Valle dei Templi
Agrigento, Valle dei Templi: tutto pronto per i lavori di restauro dell'area dell'Olympieion

 

Si prevede che i lavori avranno una durata di circa 9 mesi e sarà a cantiere aperte: questo significa che i visitatori, gli appassionati, gli studenti universitari e le scolaresche, previa prenotazione, potranno assistere al lavoro sul campo degli esperti.

Agrigento Olympieion restauro Tempio di Giove Olimpio Valle dei Templi
Google Earth: Tempio di Giove Olimpio

Per le foto e il video si ringrazia l'Ufficio Stampa della Regione Siciliana.


La tradizione della letteratura greca: i resti di un naufragio

Semel emissum, volat irrevocabile verbum

                                                                (Hor., Ep. I 18, 71)

Le opere greche e latine a noi pervenute e le condizioni in cui sono state ritrovate sono il risultato di processi storici durati millenni e determinati dai più svariati fattori politici e culturali. Fino alla tarda antichità, il principale supporto scrittorio adoperato fu il papiro. Si tratta di una pianta palustre (Cyperus papyrus L.) che cresceva principalmente in Egitto, soprattutto nel Delta e nella regione del Fayum. Oggi la pianta, praticamente estinta nelle suddette zone, cresce lungo il corso superiore del Nilo, in Etiopia e Uganda. Il papiro è presente anche nel Siracusano, nell’area della fonte Aretusa e lungo il corso del fiume Ciane. Non è chiaro se, limitatamente alla Sicilia, si tratti di una pianta autoctona o se sia stata introdotta nel Medioevo dagli Arabi. Ad ogni modo, il papiro, come materiale di scrittura, è attestato in Egitto fin dal III millennio.

Plinio il Vecchio descrive la sua procedura di lavorazione in pagine di insindacabile interesse (Nat. hist. 13.22 ss.). Il midollo della pianta, ricco di amido, veniva affettato in philyrae (strisce), che venivano poi sovrapposte l’una sull’altra, su una tavola bagnata d’acqua, in due strati perpendicolari (recto e verso), poi pressati e lasciati seccare al sole. Si otteneva un foglio resistente e flessibile detto kòllema. I kollémata, attraverso una colla composta da farina, acqua e aceto, venivano incollati uno di seguito all’altro a formare un rotolo, detto tòmos o chàrtes. Il rotolo costituiva la forma normale del libro antico.

Ostrakon di Cimone, politico ateniese. Foto di Marsyas, CC BY-SA 2.5

Su questo supporto, gli autori antichi abbozzavano le loro opere e le portavano alla redazione definitiva. Accanto al rotolo esistevano altri materiali per la scrittura. Ad esempio, erano diffusi polittici di tavolette lignee, la cui superficie interna, incavata, era ricoperta di cera. Le tavolette venivano adoperate, per la maggior parte, in ambito scolastico, assieme ai cosiddetti ostraka, pezzi di ceramica o pietra solitamente ricavati da vasi o da altri recipienti. Nonostante l’estrema caducità dei materiali usati per la scrittura, si conservano alcuni autografi.

È il caso, ad esempio, dei documenti riconducibili a Dioscoro di Afrodito o dell’Anonymus Londiniensis. Interessante discorrere attorno al periodo in cui le opere letterarie cominciarono ad essere consultate sotto forma di libro da un discreto pubblico.

L’origine del libro greco, sulla base delle parole incipitarie delle Genealogie di Ecateo, va ricercata nel contesto della scienza ionica. È probabile che la forma libraria sia giunta ad Atene quando, nel V secolo, essa divenne il centro della vita culturale greca, la scuola della Grecia avrebbe scritto Tucidide. È possibile che Anassagora, proveniente da Clazomene, abbia giocato, in tal senso, un ruolo fondamentale. In ogni caso, verso la metà del V secolo, è accertata ad Atene l’esistenza di una letteratura tecnica in vari campi, che doveva circolare in forma di libri. Per dare manforte a questa tesi, non si può tacere il riferimento al Vaso di Duride, importante testimonianza iconografica, rappresentante alcuni ambiti paideutici della società ateniese.

Del resto, anche la parodia di Aristofane, che presuppone nel pubblico la conoscenza dei grandi tragici, era possibile soltanto se essi erano largamente letti. La diffusione del libro ebbe un grande incremento nel IV secolo e, in mancanza di tutela delle opere dopo la pubblicazione, era inevitabile che i testi fossero soggetti a guasti di vario genere. L’oratore e statista Licurgo, cercando di proteggere l’opera dei grandi tragici, alterata anche dalle interpolazioni degli attori, impose il deposito di un esemplare di Stato. Le difficoltà riservate all’ecdotica nel mondo antico, dunque, non erano indifferenti e fanno apprezzare a pieno il lavoro compiuto per la letteratura greca dalla scienza alessandrina, nelle figure, solo per citarne alcune, di Zenodoto di Efeso, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia.

Il simbolo dell’erudizione e della acribia filologica antica è rappresentato, infatti, dalla Biblioteca di Alessandria. Tolomeo I fondò ad Alessandria il Museo, centro di studi e contenitore di menti vivaci e brillanti. Gli intellettuali, però, dovevano disporre di una biblioteca, che fu completata da Tolomeo II Filadelfo, grazie al supporto di Demetrio Falereo. Superfluo sottolineare quanto la perdita della Biblioteca di Alessandria e degli innumerevoli volumi in essa custoditi sia stata tragica per la storia dei testi antichi.

Altro rilevante motivo di perdite fu il passaggio dal rotolo al codice, considerato il primo bottleneck (collo di bottiglia),  prima significativa strozzatura della trasmissione testuale. Il papiro, oltre ad essere scomodo da usare, era anche facilmente deperibile.  I testi dei rotoli che, nel periodo compreso tra I e IV secolo, non furono ricopiati sui codici, per caso o perché meno letti e meno richiesti, furono condannati all’oblio. Il codex, più maneggevole, trasportabile ed economico, era composto di più fogli, preminentemente pergamenacei, uniti in quaderno.

Le teorie sulla nascita e la diffusione del formato codice sono varie e suggestive. Secondo Colin H. Roberts, Marco nel 70 avrebbe composto il suo Vangelo a Roma utilizzando un codex pergamenaceo.  Questo codice, una volta raggiunta Alessandria, grazie al suo prestigio, avrebbe stimolato la diffusione del formato per veicolare i testi evangelici. Un’ulteriore ipotesi, avanzata nel 1983 dallo stesso Roberts e da Skeat, vedrebbe l’uso del codice derivante da una volontà precisa da parte dei cristiani di distanziarsi dal rotolo di pergamena della Torah e da quello papiraceo dei pagani. Skeat, in un altro contributo, giunse ad affermare che ci fosse, da parte dei cristiani, la precisa e coordinata volontà di privilegiare un formato che permettesse di contenere su un solo supporto i quattro Vangeli canonici. Più semplice e soddisfacente apparve la tesi di Guglielmo Cavallo e di altri, che legavano le ragioni del successo del nuovo formato, in generale e presso i cristiani, a fattori economico-sociali.

La storia della tradizione subisce le perdite più rilevanti tra VII e VIII secolo. La scomparsa della letteratura greca sarebbe stata quasi totale se nel IX secolo non ci fosse stato il Rinascimento ispirato dal patriarca Fozio. Questo movimento, peraltro, coincise con un mutamento radicale della forma di scrittura. Tra la fine dell’VIII e gli inizi del IX secolo viene sviluppata, forse nel monastero di Studio a Costantinopoli, una scrittura minuscola libraria, che finì per imporsi e che rivoluzionò anche la trasmissione dei testi.

Il primo manoscritto datato in minuscola che si sia conservato è il cosiddetto Tetravangelo Uspenskij, risalente all’anno 835. La minuscola aveva diversi vantaggi rispetto alla maiuscola. Era, ad esempio, più rapida da tracciare e occupava meno spazio. Questo portava ad una velocizzazione del processo di copiatura dei libri e ad un significativo risparmio. Nell’ambito della paleografia greca, il principale tratto della minuscola studita era la sua estrema regolarità e leggibilità. Al tempo del passaggio maiuscola/minuscola furono trascritte le opere degli autori antichi degne di essere conservate e ne fu garantita la sopravvivenza.

Conseguenze poi particolarmente gravi ebbe la conquista di Costantinopoli da parte dei Crociati nel 1204. Durante quei terribili giorni in cui la città fu messa a ferro e a fuoco, la grande biblioteca imperiale venne quasi completamente distrutta, insieme ai libri che vi erano religiosamente conservati. Perfino la corte imperiale dovette lasciare Costantinopoli per quasi cinquant’anni, mentre veniva fondato l’Impero latino con a capo Baldovino I di Fiandra.

Gli studi classici continuarono, però, ad essere coltivati anche in seguito all’esilio della corte a Nicea. Tuttavia, andarono perduti autori come Ipponatte, molto di Callimaco, Gorgia e Iperide e molto degli storici. Verso gli anni Ottanta del Duecento, ci fu una ripresa dell’attività erudita nella capitale e si distinsero figure del calibro di Massimo Planude e Demetrio Triclinio, che svolse la sua attività filologica a Tessalonica, l’attuale Salonicco. Si rafforzarono i rapporti tra Bisanzio e l’Italia e dotti come Manuele Crisolora portarono in Occidente moltissimi manoscritti greci.

Ritratto di Johannes Gensfleisch zur Laden zum Gutenberg. Immagine SRU.edu in pubblico dominio

L’Occidente, tra 1450 e 1600, divenne cruciale per la conservazione dei classici, poiché in tutti i centri di vita culturale si trascrissero con cura i manoscritti greci, che si accumularono nelle grandi biblioteche (Vaticana, Laurenziana, Ambrosiana, Marciana) e furono presto impressi nel libro a stampa. Come inventore della stampa a caratteri mobili metallici viene tradizionalmente indicato il tedesco Johann Gutenberg, che tra il 1453 e il 1455, a Magonza, produsse una Bibbia in centottanta esemplari.

La diffusione della nuova tecnica fu rapidissima ed interessò anche i classici, soprattutto latini. Fin dagli ultimi decenni del Quattrocento comparvero numerosissime editiones principes (prime edizioni a stampa precedentemente tramandate in forma manoscritta) e, in tal senso, particolarmente rilevante fu la prima stamperia italiana, fondata intorno al 1464 presso il monastero benedettino di Santa Scolastica a Subiaco dal ceco Arnold Pannartz e dal tedesco Konrad Sweynheym.

Come primi incuneaboli (libri stampati entro la fine del Quattrocento), i due tipografi diedero alle stampe un volume con opere di Lattanzio e il De oratore di Cicerone (probabilmente la prima editio princeps in assoluto). Pannartz e Sweynheym, in seguito, si trasferirono a Roma, dove si avvalsero della collaborazione di grandi eruditi e diedero alla luce un numero spropositato di edizioni che finì per saturare il mercato. La stampa dei testi greci, invece, procedette molto più lentamente. A Milano, nel 1476, fu stampata l’Epitome grammaticale di Costantino Lascaris e a Venezia, nel 1484, gli Erotemata di Manuele Crisolora. Si rammenti, poi, l’editio princeps di Omero, redatta a Firenze nel 1488 grazie ai finanziamenti di alcuni nobili fiorentini. Non può non essere poi ricordato l’immenso lavoro effettuato da Aldo Manuzio a Venezia e da Froben a Basilea.

Occorre relazionare poi sulle scoperte di papiri che hanno arricchito la nostra conoscenza della letteratura greca. La stragrande maggioranza di essi proviene dall’Egitto, dove le condizioni climatiche favorevoli hanno permesso ai frammenti di non deteriorarsi completamente. Il primo caso documentato di decifrazione di un papiro proveniente dall’Egitto risale al 1788, quando lo studioso danese Niels Iversen Schow pubblicò la Charta borgiana, un papiro appartenente alla collezione del cardinale Stefano Borgia oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si tratta di un testo documentario relativo a una serie di lavori di irrigazione effettuati nel 193 d.C. nei pressi di Tebtynis.

In seguito, tuttavia, dall’Egitto sarebbero giunti anche molti papiri contenenti testi letterari. I ritrovamenti più numerosi sono avvenuti scavando le grandi discariche che circondavano le città egiziane, e che fino ai primi decenni del secolo scorso erano ancora visibili come collinette. Queste piccole alture (kiman) hanno rivelato brandelli di papiri, spesso strappati e accartocciati.  Si sono rivelati particolarmente ricchi di materiale i kiman che circondavano l’antica città di Ossirinco, l’attuale el-Bahnasa, scavati a partire dalla fine dell’Ottocento. E. G. Turner ha attribuito la causa della prolificità di Ossirinco al fatto che, in quel luogo, si stabilirono scrittori e intellettuali dell’ambiente alessandrino, come Satiro o Teone.

Ritrovamenti papiracei rilevanti risalgono anche ad altre regioni del Medio Oriente, come la Palestina e la città di Dura Europos. Nel 1977, presso la località di Ai Khanoum, nell’attuale Afghanistan, furono riportati alla luce due strati di fango secco che racchiudevano quanto rimaneva di un rotolo papiraceo. Per effetto dell’umidità, l’inchiostro si era trasferito sullo strato di fango superiore e fu così possibile recuperare alcune colonne di un dialogo filosofico attribuito al giovane Aristotele.

La Villa dei Papiri a Ercolano. Foto http://wiki.epicurus.info/User:Erik_Anderson, CC BY-SA 3.0

Per una serie di straordinarie circostanze, è stato possibile rinvenire degli esemplari anche in Europa. Celeberrimo il caso dei papiri carbonizzati provenienti dalla Villa dei Pisoni (nota come Villa dei Papiri). Questa villa del I sec. a.C., situata in un’area a nord-ovest dell’antica Herculaneum, ricoperta di materiale vulcanico, fu scoperta negli anni Cinquanta del XVIII secolo, nel corso di una difficile operazione di scavo di una galleria sotterranea. In questa occasione venne riesumato un ricco tesoro, consistente in un’opera d’arte e in circa milleottocento papiri (tra rotoli e frammenti di ogni grandezza). Il nome di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, come proprietario della villa, rappresenta una supposizione.

letteratura greca
Immagine di Giacomo Castrucci dal libro: Tesoro letterario di Ercolano, ossia, la reale officina dei papiri ercolanesi, Stamperia e cartiere del Fibreno, Napoli, 1858, p. 27, in pubblico dominio

Dopo numerosi, e per lo più falliti, tentativi di svolgere e leggere i rotoli carbonizzati e fragili, il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanensi, fondato a Napoli da Marcello Gigante nel 1969, si è occupato del problema con diversi metodi, ottenendo ottimi risultati.  I papiri in questione hanno rivelato scritti filosofici di contenuto epicureo, riconducibili ad Epicuro e a Filodemo di Gadara. Guglielmo Cavallo ha addirittura ipotizzato che la villa ospitasse la biblioteca di lavoro di Filodemo, data la grande quantità di brogliacci e abbozzi letterari a lui ricollegabili. Tra i papiri rinvenuti nelle altre zone della villa vi sono alcuni scritti in lingua greca di epoca post-filodemea, oltre che un esiguo numero di opere latine. Più recentemente, nel 1961-1962 presso la località di Derveni, a nord di Salonicco, nel corso di uno scavo di una sepoltura fu rinvenuto un piccolo rotolo carbonizzato, contenente un commentario filosofico ad una teogonia orfica, pubblicato nel 2006.

letteratura greca
Frammenti del Papiro di Derveni al Museo Archeologico di Salonicco. Foto di Fkitselis, CC BY-SA 3.0

Senza i ritrovamenti papiracei, non possederemmo gran parte della letteratura antica. Avremmo solo pochi o pochissimi frammenti di Bacchilide, Menandro, Eroda, non potremmo leggere nella sua interezza la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, e conosceremmo molto meno dei drammi satireschi di Eschilo o Sofocle o dei carmi di Archiloco e Saffo, per citare solo pochi esempi.

Altrettanto importanti sono state le scoperte dei palinsesti, che non si sono mai arrestate. Si tratta di manoscritti antichi, su papiro o, più frequentemente, su pergamena, il cui testo originario è stato cancellato mediante lavaggio e raschiatura e sostituito con altro disposto nello stesso senso o in senso trasversale al primo.

letteratura greca
Il palinsesto di Archimede. Foto The Walters Museum - http://www.archimedespalimpsest.net, CC BY 3.0

Nel 1988 è riemerso dall’oblio il palinsesto di Archimede. Un corposo eucologio (libro di preghiere), scritto nel 1229, probabilmente a Gerusalemme, rimase conservato fino agli anni Venti del Novecento nel metochio del monastero del Santo Sepolcro a Costantinopoli. Già nel corso dell’Ottocento, secolo d’oro per le scoperte dei palinsesti, il celebre biblista Constantin von Tischendorf notò il codice e si accorse che fosse stato ricavato a partire da trattati matematici. Nel 1906, lo stesso manoscritto fu esaminato da J. Heiberg, che ne ricavò il testo greco del trattato Sui corpi galleggianti, fino ad allora noto solo in traduzione latina, nonché del Metodo dei teoremi meccanici, che era andato perduto, e un ampio frammento dello Stomachion. Negli anni Venti, in circostante non molto chiare, il manoscritto passò nelle mani di un collezionista francese, che non volle metterlo a disposizione degli studiosi e lo conservò in condizioni inappropriate, contribuendo, in tal modo, al suo deterioramento. Passato agli eredi, il codice fu venduto nel 1998 da Christie’s a New York a un collezionista anonimo, per due milioni di dollari. Il collezionista, a sua volta, lo depositò presso il Walters Art Museum di Baltimora, dove fu oggetto di restauro e di analisi che hanno svelato la storia di questo straordinario testimone.

Dal codice, oltre ai trattati di Archimede, sono stati recuperati anche frammenti di due orazioni di Iperide, Contro Timandro e Contro Dionda. Fino alla scoperta del palinsesto di Archimede, non era noto nessun manoscritto medievale delle orazioni di Iperide, e quello che di lui si conosceva derivava da scoperte papiracee. Il palinsesto ha svelato anche parte di un commentario alle Categorie di Aristotele e parti di ulteriori opere ancora da identificare.

Nel 2003, il paleografo italiano Francesco d’Aiuto, esaminando un codex bis rescriptus (Vat. Sir. 623), letteralmente codice riscritto per due volte, si è reso conto del fatto che alcuni fogli derivassero da un codice in maiuscola del IV secolo, su due colonne, che tramandava 400 versi di Menandro, di cui la metà del Dyskolos.

La letteratura antica ci si mostra come un naufrago, un sopravvissuto lacero e sfinito. “Se i libri potessero scrivere, racconterebbero avventure degne di Sinbad”, affermò lo studioso Alan Cameron. Le opere che possediamo non sono altro che una scheggia dell’universo classico. Fortunatamente, con il passare del tempo, relitti di quel mondo così lontano e vicino continuano ad emergere, per parlare a questo secol morto, al quale incombe tanta nebbia di tedio.


Paolo Scardanelli

Intervista a Paolo Scardanelli, l'ambizioso esordio per Carbonio Editore

ClassiCult ha il piacere di ospitare l'intervista con Paolo Scardanelli, autore de  L'accordo. Era l'estate del 1979 edito dalla più che eccellente Carbonio Editore. Come già espresso nella precedente recensione al volume, il romanzo scardina le opinioni del lettore grazie a una summa narrativa metafisica e anticonformista. Il libro è il ritratto lucido e allucinato di un'Italia che si tende a dimenticare, il racconto struggente e malinconico di un'amicizia che si inerpica sulle pendici quasi mitiche dell'Etna. Il mondo di Scardanelli vacilla su orbite dimenticate, quasi sprofondando nel non-tempo.

Copertina del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979. Carbonio Editore

 

Perché gli anni '70, perché una storia d'amicizia nell'Italia di quegli anni?

Perché in quegli anni affondano le radici di una crescita personale e collettiva a un tempo; sono anni di profonda introspezione ai quali dobbiamo più di ciò che crediamo: il mondo come noi lo vediamo oggi è in qualche misura figlio di quel sentire e di quel guardare alle cose, alla vita, alle persone. L’amicizia, in quegli anni in cui il personale ha provato a diventare collettivo, ha legato i due personaggi, Paolo e Andrea, accomunandoli in un sentire differente ma analogo; insieme essi ricercano, ciascuno per la propria via, il senso profondo delle cose e dei fatti che esso mondo sembra nascondere agli occhi dei più. La storia della loro amicizia è paradigmatica di come debba essere una vera amicizia: scevra da interessi personali e di desiderio, fondata su una elevazione di spiriti e sulla condivisione di pensieri, dubbi e dolori, anche i più atroci e profondi.

  Quanti e quali sedimenti autobiografici si susseguono all'interno del romanzo? Possiamo parlare di una geologia ontologica in continuo dialogo con l'autore?

La stratificazione delle memorie individuali e collettive porta a un tessuto profondamente connotato da materia, pensieri e opere; se potessimo tagliare verticalmente la roccia che nasconde e serba la memoria vedremmo i grumi di coscienza dei personaggi come dei fossili che racchiudono in sé il senso stesso del loro andare per il mondo. In qualche misura questa stratificazione ne costituisce la struttura personale ed esistenziale; essa dialoga con l’autore attraverso la magia della memoria e nel flusso dei pensieri e delle parole trova un senso.

Il romanzo è proteiforme, si sviluppa e si snoda in diverse direzioni. Ho apprezzato soprattutto i riferimenti culturali, musicali e filosofici. Si dovrebbe, almeno in parte in questa sede, riassumere le principali influenze e contaminazioni.

 Le principali influenze letterarie sono senz’altro Proust, relativamente alla struttura; riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda, transitando per Manzoni e Céline. Riguardo le contaminazioni vanno ricordati in ordine sparso i film del primo Wenders e la poderosa trilogia di Edgar Reitz Heimat, la dolorosa consapevolezza di Lars von Trier così come l’eretismo di Carmelo Bene e del Milan di Arrigo Sacchi, il lucido dolore di Francis Bacon e Caravaggio; in musica: Jeff Buckley, Mahler e Beethoven, Wire e Talking Heads, Brian Eno, Isaac Hayes e Beth Orton.

Per le altre rimandiamo alla curiosità del lettore.


Scuola Atene archeologia italiana

La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo

Documentario dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia.

Il film La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di domenica 18 ottobre, a partire dalle 17:30, nella sezione #cinemaearcheologia.

Scuola Atene archeologia italiana

La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo

Nazione: Italia

Regia: Eugenio Farioli Vecchioli

Consulenza scientifica: Luca Peyronel

Durata: 52’

Anno: 2019

Produzione: Rai Cultura

Sinossi:

Documentario dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia, con il racconto degli scavi antichi e attuali e delle sensazionali scoperte effettuate nell’isola di Creta e di Lemno in oltre un secolo di vita della Scuola: i siti di Festòs e Haghia Triada, la città di Gortina, a Creta, e Poliochni, a Lemno, definita come la “più antica città d’Europa”.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Rai Storia

Informazioni regista:

Eugenio Farioli Vecchioli

Informazioni casa di produzione:

https://www.raicultura.it/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Solo tra le rocce

Solo tra le rocce: Baliti (Oak-man), che ora ha 70 anni, è una guardia fedele che ha imparato il cuneiforme dei rilievi rupestri di Kul-e Farah dall'archeologo francese Roman Ghirshman.

Il film Alone among the rocks (Solo tra le rocce) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di domenica 18 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.


Solo tra le rocceAlone among the rocks

Solo tra le rocce

Nazione: Iran

Regia: Arman Gholipour Dashtaki

Durata: 21’

Anno: 2020

Produzione: Iranian Youth Cinema Society

Sinossi:

Baliti (Oak-man), che ora ha 70 anni, è una guardia fedele che ha imparato il cuneiforme dei rilievi rupestri di Kul-e Farah dall'archeologo francese Roman Ghirshman. Per molti anni solo lui ha salvaguardato i monumenti.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

III Archaeological, Ethnographic & Historical Film Festival (AEI) in Cyprus, 2020

Prima nazionale

Informazioni regista:

Arman Gholipour Dashtaki

Informazioni casa di produzione:

https://iycs.ir

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Solo tra le rocce


Vasa vasa

Vasa Vasa

Vasa Vasa: il documentario mostra come a Modica, in Sicilia, la Pasqua venga celebrata sotto il segno della Madonna, che ha vissuto inerme la Passione del Figlio.

Il film Vasa Vasa sarà proiettato (fuori concorso) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante la serata finale di domenica 18 Ottobre, a partire dalle ore 19:30, nell'ambito di una Finestra sul documentario siciliano.

Vasa Vasa

Nazione: Italia

Regia: Alessia Scarso

Durata: 12’

Anno: 2017

Produzione: Arà

Sinossi:

A Modica, in Sicilia, la Pasqua viene celebrata sotto il segno della Madonna, che ha vissuto inerme la Passione del Figlio. Un rosario di sguardi, lacrime, preghiere. Il buio di una chiesa, dove il rito, inaccessibile, della vestizione della Madonna ha il senso definitivo del lutto. Un mantello nero, aprendosi, racconta l’emozione della vita, che dalla morte rinasce nel bacio di Maria al Figlio Risorto. Dodici, intensi, minuti di dolore, canto, devozione. Dodici, come l’ora dodicesima, quella in cui la Madonna vede Gesù trionfare sulle tenebre. E allora sveste il manto del lutto per inondare d’azzurro il popolo accorso.

Trailer:

https://youtu.be/dItIYnKvkPc

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Italian Film Festival USA, Detroit, Cleveland (USA)

Modica e i corti, Modica (RG)

Festival Internazionale del Cinema di Frontiera, Marzamemi (SR)

Verga Film Fest, Vizzini (CT)

Corti in Cortile, Catania

Adrano Cinema Doc, Adrano (CT)

Castelbuono Cinema Doc, Castelbuono (PA)

Troina Cinema Doc, Troina (EN)

Capizzi Cinema Doc, Capizzi (ME)

39° Festival Internazionale Cinema e Donne, Firenze

BangkokThai International Film Festival, Bangkok (Thailandia)

Johannesburg Cinema Doc, Johannesburg (Sudafrica)

AFC Global Fest, Kolkata (India)

Regional Meeting FIDAPA BPW Italy, Ragusa

International Roma FilmCorto Fest, Roma

Premi e riconoscimenti:

Premio Cerere “Menzione Speciale”, Valguarnera (EN)

Per Corti Alternativi “Menzione Speciale”, Villafranca Tirrena (ME)

Popolo e Religioni Terni Film Festival “Miglior Fotografia”, Terni

Informazioni regista:

Alessia Scarso, classe 1979. Laureata in montaggio al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, la più antica scuola di cinema al mondo e la più importante in Italia. Ha collaborato come montatrice e coordinatrice di post produzione con diversi giornalisti, produttori e registi, lavorando a inchieste giornalistiche, documentari e cortometraggi. Come regista ha diretto numerosi spot e documentari istituzionali. Ha debuttato alla regia di fiction con “Disinstallare un amore“, cortometraggio selezionato a più di cento festival in tutto il mondo e vincitore di decine di premi. Nel 2012 ha firmato il montaggio del film “Come non detto”. Nel 2015 esce nelle sale “Italo”, il suo lungometraggio opera prima, la commovente storia vera del randagio straordinario di Scicli, capace di dare lezioni di umanità a un paese intero. “Italo” viene visto in Italia da più di 4 milioni di persone tra sala cinema e programmazione televisiva su Sky e prima serata Rai 1, e partecipa a numerosi di Festival di tutto il mondo. Stati Uniti, Canada, Australia, India, Cina, Indonesia, Singapore, Argentina, Messico, Colombia, Russia, Bielorussia, Israele, Croazia, Albania, Portogallo. L’ultimo suo lavoro, di cui è anche produttrice, è il corto documentarioVasa Vasa” sulla Madonna di Modica, che dopo l’esordio negli Stati Uniti è in corso di programmazione presso festival nazionali e internazionali.

Informazioni casa di produzione:

https://www.arafilm.it/

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Vasa vasa


Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani.

Il film ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας (Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante la serata di sabato 17 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Cinira amato sacerdote Afrodite

ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας

Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

Nazione: Cipro

Regia: Stavros Papageorghiou

Consulenza scientifica: John Franklin

Durata: 90’

Anno: 2019

Produzione: Stavros Papageorghiou

Sinossi: La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani. I miti che circondano Cinira sono rappresentati anche attraverso l'animazione. Il documentario è un'elegia del personaggio mitico più importante della storia antica di Cipro, Cinira. Sebbene la memoria del suo nome sia conservata fino ad oggi, i Ciprioti sanno poco di lui.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Prima nazionale

Informazioni regista:

Stavros Papageorghiou

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Cinira amato sacerdote Afrodite


Fabrizio Mori un ricordo Lucio Rosa

Fabrizio Mori, un ricordo

Il professor Fabrizio Mori, paletnologo, ha diretto fino al 1996 le missioni di ricerca preistorica nel Sahara libico dell'Università La Sapienza di Roma: un suo ricordo in questo film.

Il film Fabrizio Mori, un ricordo sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante la serata di sabato 17 ottobre, a partire dalle ore 21:00, nella sezione #cinemaearcheologia.

Fabrizio Mori, un ricordo

Nazione: Italia

Regia: Lucio Rosa

Consulenza scientifica: Fabrizio Mori

Durata: 14’

Anno: 2010

Produzione: Studio Film TV

Sinossi:

Il professor Fabrizio Mori, paletnologo, ha diretto fino al 1996 le missioni di ricerca preistorica nel Sahara libico dell'Università La Sapienza di Roma. In un arco di tempo che va dai 15000 ai 5000 anni da oggi, la regione del Sahara, pure nell'alternarsi di fasi climatiche violente, vide fiorire civiltà elevatissime, che dettero vita a trasformazioni culturali di decisiva importanza per la nostra specie. Nel corso delle sue ricerche, il professor Mori ha documento e studiato una gran parte di siti di arte rupestre del Tadrart Acacus. Attraverso lo studio delle pitture ha avanzato ipotesi, molte delle quali valide ancora oggi, di scansione cronologica delle opere, il cui inizio Mori colloca a 9000 anni dal presente. Nel mese di luglio 2010 ha lasciato questo mondo per percorrere altri sentieri.

Trailer:

https://youtu.be/sSAteK-TZ1M

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Palaeomovies Film Fest 2019, Trieste

Rassegna Internazionale Cinema Archeologico, Rovereto (TN) 2020

Informazioni regista:

Lucio Rosa, regista, documentarista, giornalista, fotografo, inizia l'attività nel 1965 come libero professionista. Vive e lavora tra Bolzano e Venezia, la sua città natale, ma il lavoro lo svolge anche lungo le "vie del mondo".

Informazioni sulla casa di produzione:

http://www.studiofilmtv.it

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Fabrizio Mori un ricordo Lucio Rosa