Antico luogo di culto di epoca greca scoperto a Selinunte

La seconda campagna di scavi sull’Acropoli di Selinunte diretta dall’Università Statale di Milano in collaborazione con la New York University  ha portato interessanti sorprese. Clemente Marconi, archeologo della New York University ha annunciato durante la conferenza stampa di fine lavori che nel cantiere del Tempio C sono stati ritrovati preziosi reperti in oro, avorio e argento. Inoltre, di particolare interesse, anche un falchetto egittizzante in faience di cui vi sono solamente altre due attestazioni in Sicilia. Angela Bellia, archeomusicologa dello scavo, ha invece annunciato il ritrovamento della parte interna di un plettro di lira in osso databile al VII-VI secolo a.C. Nel 2012, sempre il team capitanato da Marconi, aveva rinvenuto un aulos del VI secolo a.C. in un deposito votivo sotto il Tempio R, uno dei più antichi della polis greca in Occidente, probabilmente dedicato a Demetra, la dea della fertilità umana e della natura. Il luogo sacro si trovava in prossimità di un edificio rettangolare, il South Building, che poteva accogliere numeroso pubblico seduto e in piedi: si tratterebbe di un “cultic theatre” dove venivano “messi in scena” i racconti mitici legati alle divinità e si poteva assistere ad esecuzioni musicali e a concorsi ginnici nel corso delle feste.

Altare cavo del Tempio R. Foto: Università Statale di Milano

La campagna di scavo si è svolta tra il 7 giugno e il 5 luglio 2019 e ha incluso numerosi studiosi provenienti da ben 8 paesi. Lo scavo si è incentrato sulle due trincee aperte lo scorso anno lungo il lato sud del tempio R  e il lato sud del tempio C e ha apportato dati interessanti per quanto riguarda lo sviluppo della polis durante la fase pre-greca. In particolare, lo scavo sull’acropoli ha portato alla luce i resti di un edificio di culto lungo 4.5 m, con fondazione in schegge di calcare ed elevato in mattoni crudi, testimonianza della prima occupazione greca del santuario. Databile nell’ultimo quarto del VII secolo a.C., la struttura è stata rasata con cura in occasione della successiva costruzione del Tempio R nel primo quarto del VI secolo a.C.

"Particolarmente notevole – aggiunge il professor Marconi - è stato il rinvenimento, nello strato di preparazione dell’area, della deposizione di un palco di cervo rosso appartenuto a un animale adulto".

Altri rinvenimenti della massima importanza relativi alle fasi di costruzione e uso del Tempio R, invece, sono stati quelli di due buche di palo, utili al sollevamento dei blocchi della cella, e di un altare cavo per libagioni posizionato presso l’angolo sud-est del tempio. Nel livello di costruzione sono state inoltre riportate alla luce due corna di un toro adulto di grandi dimensioni, la prima evidenza archeologica del sacrificio di tori nel grande santuario urbano.

Palco di cervo rosso. Foto: Università Statale di Milano

A proposito del Tempio C, invece, il saggio tra questo e il Tempio R ha messo in luce le fondazioni del Tempio C, rivelando come la pendenza attuale di questo settore dell’acropoli sia stata realizzata artificialmente in occasione della costruzione di questo grande tempio monumentale. "I livelli associati alla realizzazione del Tempio C – conclude Clemente Marconi - sono perfettamente conservati e offrono documentazione preziosa per la definizione del processo di costruzione. A questo va aggiunto, infine, il rinvenimento di materiali anche in oro e argento da un eccezionale deposito votivo legato al cantiere del Tempio C".

Gli scavi, condiretti da Rosalia Pumo sempre della NY University riprenderanno il prossimo anno e si indagherà a partire dalle due trincee venute alla luce proprio in questi giorni. Gli studiosi ipotizzano la presenza di altri edifici sacri tra i templi R e C antecedenti lo stesso tempio R. Numerosi sono gli indizi che portano a culti femminili e in modo particolare a quelli dedicati ad Artemide.

"Abbiamo appena concluso la 13ª campagna della missione sull’acropoli di Selinunte e siamo estremamente soddisfatti dei risultati raggiunti e del carattere interdisciplinare e internazionale dello scavo che ha coinvolto, solo nel 2019, oltre 50 membri, tra studenti e studiosi, provenienti da otto Paesi diversi", commenta Clemente Marconi.


Tempio della Concordia

L'ANA sulle nomine dei nuovi Direttori dei musei e Soprintendenti in Sicilia

Il dirigente generale del Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Sergio Alessandro, di comune accordo con il Presidente della Regione Nello Musumeci, ha proceduto con la nomina dei nuovi Soprintendenti e Direttori dei musei archeologici regionali, completando la promessa riforma del sistema regionale dei Beni culturali che doveva rappresentare la “ferma volontà di cambiamento” del governo Musumeci.

Il “nuovo e completo assetto” promesso – e da tutti auspicato – si è nuovamente risolto in una rotazione delle figure dirigenziali già presenti nell’organigramma regionale, come già accaduto tre settimane fa con la nomina dei nuovi direttori dei parchi. Ancora una volta non è stata data priorità alle competenze professionali, dal momento che, ad esclusione del Museo Salinas, a dirigere i musei archeologici e le soprintendenze siciliane saranno degli architetti.

"E' emblematico che su 13 parchi archeologi istituiti soltanto 5 siano diretti da archeologi e che nell'organico degli stessi gli archeologi siano quasi del tutto assenti." dichiara Marco Correra, presidente regionale di ANA Sicilia, che continua: "Questa riforma è frutto esclusivamente di scelte politiche e lascia la Sicilia con un sistema di Beni Culturali che ha un organigramma fortemente carente in quanto a competenze professionali, con soprintendenze e parchi archeologici con un solo funzionario archeologo – spesso addirittura nessuno – e con Musei e Parchi archeologici diretti da architetti e privi di personale con le adeguate competenze in ambito archeologico e nella gestione e valorizzazione dei beni culturali. Inoltre, ci dispiace notare che ancora una volta il nostro invito a utilizzare procedure di selezione improntate alla trasparenza e al coinvolgimento della Associazioni di categoria sia stato completamente ignorato".

L' Associazione Nazionale Archeologi continuerà a ribadire che la tutela e la valorizzazione dell'immenso patrimonio culturale dell'Isola non possa più prescindere da una implementazione del personale tecnico-scientifico con le adeguate competenze in ambito archeologico e museale selezionato tramite procedure concorsuali trasparenti


Mostra L'Arte Ritrovata

50 anni del nucleo TPC con la mostra "L'Arte Ritrovata"

Per festeggiare i cinquanta anni dall’Istituzione del Comando Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale è stata inaugurata un’importante mostra presso i Musei Capitolini di Roma dal titolo: “L’Arte Ritrovata. L’impiego dell’Arma dei Carabinieri per il recupero e la salvaguardia del nostro patrimonio culturale”. La mostra si pone come obiettivo quello di far conoscere al grande pubblico la sinergica collaborazione tra Nucleo TPC e il Centro Europeo per il Turismo e la Cultura, rapporto ormai ben consolidato da 28 anni e con il cui contributo sono state organizzate diverse mostre che hanno permesso una fruizione di opere uniche e la narrazione del prezioso lavoro di salvaguardia dell’Arma. I reperti, variegati per tipologia e per tematiche, rappresentano simbolicamente le tantissime opere recuperate e restituite alla comunità durante varie operazioni e sequestri. Un focus particolare è stato riservato durante il percorso espositivo anche al gravissimo problema del saccheggio illecito dei reperti che ha pesantemente funestato il nostro paese e a cui proprio la costante azione del Nucleo TPC cerca quotidianamente di porre rimedio con azioni di monitoraggio e tutela delle numerose aree archeologiche che spesso vengono depredate da criminali senza scrupoli. Pur essendo oggetti di pregevole fattura, questi, una volta perduto il contesto, diventano solo oggetti belli e antichi ma con rilevanza parziale per lo studio e la storia del territorio di appartenenza, quando si riesce ad individuarlo.

La mostra, inoltre, ospita una selezione di opere sequestrate e ora custodite presso i depositi di alcuni tra i più importanti musei italiani o presso le loro sedi originarie. Le opere in questione sono state sottratte a ricettatori o collezionisti ben inseriti nella fitta trama del commercio internazionale che ha spesso alimentato diverse collezioni di importanti musei internazionali. Una sezione speciale è stata dedicata ad una delle più importanti operazioni di sequestro, l’”operazione Andromeda” le cui opere sono state esposte per la prima volta e restituite alla comunità. Si tratta di trecentotrentasette eccezionali reperti archeologici, provenienti dalla Magna Grecia, Lazio, Sicilia e Sardegna, di epoca compresa tra VIII secolo a.C. e IV secolo d.C., che i Carabinieri del Reparto Operativo Tutela Patrimonio Culturale hanno rimpatriato da Ginevra (Svizzera), il 25 giugno 2010. Tra i beni moltissimi oggetti di grandi dimensioni e alcuni rarissimi ed unici nel loro genere: loutrophoroi, statue in marmo raffiguranti la dea Venere, crateri a volute apuli e attici, crateri a mascherone canosini, kylikes calcidiche, oggetti in bronzo (tra cui padelle, hydriae, statuette ed un tripode), ferri chirurgici, affreschi pompeiani, una navicella e due guerrieri nuragici, il cui valore sul mercato illecito è stato determinato sulla base della loro grandezza in centimetri (circa diecimila euro a centimetro). I reperti sono stati sequestrati dalle autorità svizzere, nel corso di indagini iniziate nel 2008 dalla sezione archeologia del Reparto Operativo, su rogatoria internazionale emessa dalla Procura della Repubblica di Roma. L’indagine, denominata convenzionalmente “Andromeda”, ha preso spunto dagli approfondimenti del caso Medici. In particolare, i Carabinieri individuarono un noto commerciante londinese, Robin Symes, che tra gli anni ’70 ed ’80 era diventato il punto di riferimento di tantissimi ricettatori del settore. Basti pensare che è stato lui il curatore della vendita della Venere di Morgantina al Getty Museum di Malibù. La sua carriera, per lungo tempo in continua ascesa, si fermò allorquando, presso una lussuosa villa alle porte di Orvieto, il suo socio e compagno perse la vita in un incidente. L’impero costruito dal Symes vacillò poiché coinvolto, in Inghilterra, anche in vicende giudiziarie civilistiche, intentate dagli eredi del convivente.

Sacra Famiglia con i santi Francesco e Caterina d’Alessandria, Ludovico Carracci, olio su tela, cm 68x51, Roma, Musei Capitolini, Pinacoteca Capitolina, inv. PC 98

Nel percorso espositivo in mostra anche preziosi reperti di carattere storico-artistico tra cui tre dei cinque dipinti rubati nel 1999 dalle collezioni dei Musei Capitolini e recuperati poi a Latina nello stesso anno: il San Giovanni Battista del Guercino, la Sacra Famiglia con San Francesco e Santa Caterina d’Alessandria di Ludovico Carracci e l’Adorazione dei Magi di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo. Di particolare bellezza una statua di Artemide marciante di epoca augustea proveniente da uno scavo clandestino nel casertano e recuperata al termine di una indagine conclusasi nel 2001 quando stava per essere espatriata per poi essere venduta ad un noto museo. Di contro, in una sorta di confronto ipotetico tre copie in marmo e gesso dell’originale realizzate dai trafficanti per sviare e depistare i Carabinieri. Seguono reperti provenienti dall’area pompeiana e in particolare da una villa non ancora identificata, dallo stile affine per confronto con alcune immagini provenienti dalla Villa di Poppea ad Oplontis (Torre Annunziata) illecitamente trattenuti in Svizzera e da due musei statunitensi (Getty Museum e Metropolitan Museum of Art di New York). Completano il percorso vasi e bronzi provenienti da Puglia, Sicilia ed Etruria fortunatamente intercettati dall’Arma prima di essere venduti chissà dove. I reperti in mostra si datano lungo un vastissimo arco cronologico che va dall’VIII secolo a.C. all’età moderna.

L'Arte Ritrovata
Cratere a calice attico a figure rosse raffigurante La Dea Atena che sconfigge un gigante, Tarquinia depositi

Abbiamo posto qualche domanda all’archeologo Alessandro Mandolesi, curatore della mostra.

Si stima che il traffico illecito i Beni Culturali sia una delle attività più proficue al mondo per il sostentamento del terrorismo e di altre attività criminali. Quali misure si stano adottando dall’Unione Europea per contrastare questo atto gravissimo per il patrimonio mondiale?

Il monitoraggio europeo e mondiale sui beni culturali, che per definizione sono beni dell'umanità, ossia senza limiti nazionali, si basa su normative che tutelano in generale i patrimoni ma soprattutto sulla collaborazione di speciali nuclei investigativi istituiti in ogni stato dell'Unione. Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturali, il primo del suo genere a livello internazionale, svolge in sinergia con altre forze dell'ordine l'azione di contrasto alla dispersione dei patrimoni, sia sul terreno controllando le attività di scavo presso i siti archeologici sia sul fronte del web, laddove si celano mediatori spregiudicati pronti a vendere ogni cosa di sapore antico. A proposito del Comando TPC, ricordiamo l'intervento di protezione svolto all'indomani della distruzione di importanti siti e musei in Iraq e in Siria, martoriate dagli sconquassi e dalle depredazioni dell'Isis.

In Italia, numerosissimi sono i siti depredati da questi criminali senza scrupoli. Quali immensi danni sono stati causati per la storia dei territori?

Non finiremo mai di lamentarci dei danni legati alla decontestualizzazione degli oggetti, soprattutto in archeologia, ma anche alla distruzione delle strutture, come ad esempio documentato in mostra da tre frammenti di affreschi staccati da una villa vesuviana del I secolo a.C., di cui ignoriamo ancora l'ubicazione. Questi dipinti erano stati venduti a due importanti musei americani che, grazie all'intervento degli investigatori e a una buona azione di sensibilizzazione dei media locali, sono finalmente ritornati a casa.

Quali opere, all’interno della mostra, hanno destato la sua curiosità per aneddoti particolari?

Soprattutto l'Artemide marciante, un modello scultoreo di grande valore artistico e ideologico al tempo di Augusto. Ottaviano conseguì nel 36 a.C. un’importante vittoria navale su Sesto Pompeo, che portò alla disfatta dell’opposizione al triumvirato di Ottaviano, Marco Antonio ed Emilio Lepido. Il futuro Augusto intese questo successo ottenuto con il favore della dea Diana (l’Artemide greca), di cui sorgeva un tempio presso il luogo siciliano della battaglia, Milazzo. A celebrare questa vittoria fu coniata anche una moneta che riportava l’immagine di una Diana che avanza con passo deciso. L’Artemide marciante con arco e frecce delle monete è stata collegata al tipo scultoreo di cui si conoscono almeno quattro copie: in mostra sono presenti due di queste, la prima – dal Museo Nazionale Romano – frutto di scavi clandestini fatti in Campania, dove venne recuperata nel 2001 dopo un lungo lavoro investigativo. I trafficanti cercarono addirittura di sviare le indagini creando una copia in marmo quasi perfetta fatta ritrovare ai Carabinieri. Ma l'esca non funzionò: ormai pressati, furono costretti infatti a lasciare quasi sotto casa l'originale, già promesso dai clandestini a un museo straniero. La seconda Artemide esposta – detta per il suo stile “Artemide arcaistica”, dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli – è stata invece scoperta nel 1760 a Pompei, nell'omonima casa presso il foro cittadino.

L'Arte Ritrovata
Artemide marciante, inv. 568647, ignoto, fine I-inizi I sec. d.C., marmo, Museo nazionale Romano, Palazzo Massimo, Roma 2

Quando si parla di traffici illeciti e acquisti non propriamente “trasparenti” il Getty Museum balza spesso agli onori della cronaca. Come si può riassumere brevemente l’attività di questo museo che custodisce, tra l’altro, una vastissima collezione di reperti italiani?

Beh, il caso che richiamavo per Pompei è eloquente. Due frammenti di affreschi, una volta trafugati dalla villa romana vesuviana, sono stati venduti – dopo una serie di passaggi e con pagamenti di somme ingenti, anche attraverso un porto franco fino a poco tempo fa praticamente inaccessibile alle nostre forze dell'ordine - e arrivarono al Getty Museum, entrando nelle collezioni di questo museo. Storia comune, ahinoi, alle altre opere italiane giunte illecitamente all'estero. In mostra è esposta una piccola parte del sequestro operato al collezionista giapponese Horiuchi: è stata ritornata purtroppo solo una parte delle sua raccolta, ahimè.

L'Arte Ritrovata Mostra
Affresco grande lunetta con maschera e attributi di Ercole, 50-30 a.C., Parco Archeologico di Pompei

Tempio della Concordia

Parchi Archeologici siciliani. Arrivano i nuovi direttori

Il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci ha firmato i decreti di nomina dei direttori dei Parchi archeologici regionali che così diventano subito operativi e funzionanti. Un assetto nuovo e completo che rappresenta la ferma volontà di cambiamento nei beni culturali siciliani. Si dà così piena attuazione alla legge 20 del 2000, rimasta inattuata per due decenni.

"Ho voluto dare un segnale di immediata operatività - sottolinea il governatore della Sicilia Musumeci - mettendo in atto una rotazione dei dirigenti nell'ottica che tutta l'amministrazione, a partire dal sottoscritto, non deve considerare la propria posizione come un fatto consolidato e garantito nel tempo. E' giusto e opportuno che movimenti sul territorio portino linfa vitale ai nostri luoghi della cultura, proprio nel segno del movimento delle esperienze e delle conoscenze. Abbiamo il dovere di dare efficienza e accoglienza ai siciliani e ai milioni di visitatori che accedono ai nostri luoghi di cultura".

Tempio della Concordia
Tempio della Concordia

Questo l'elenco dei nuovi direttori dei Parchi archeologici: Selinunte, Cave di Cusa e Pantelleria: Bernardo Agrò; Lilibeo - Marsala: Enrico Caruso; Tindari: Caterina Di Giacomo; Leontinoi: Lorenzo Guzzardi; Isole Eolie: Rosario Vilardo; Camarina e Cava D'Ispica: Giovanni Di Stefano; Siracusa, Eloro e Villa del Tellaro: Calogero Rizzuto; Solunto, Himera e Jato: Francesca Spatafora; Gela: Salvatore Gueli; Morgantina e Villa del Casale di Enna: Vera Greco; Naxos e Taormina: Gabriella Tigano; Catania e della Valle dell'Aci: Gioconda Lamagna. A Segesta rimane confermata Rossella Giglio. Per la Valle dei Templi di Agrigento è stato designato Roberto Sciarratta. I direttori saranno supportati da soprintendenti e da funzionari regionali che sostituiranno, in qualità di commissari, i comitati tecnico-scientifici fino alla loro formazione.

Gli incarichi assegnati hanno dato vita a una vasta rotazione di dirigenti e ad alcune nomine ex novo. Roberto Sciarratta passa dall'unità operativa della Progettazione del Parco di Agrigento alla direzione dello stesso. Bernardo Agrò passa dall'unità operativa per i Beni storico-artistici della Soprintendenza di Agrigento alla direzione del Parco di Selinunte, fino a oggi retto da Enrico Caruso che andrà a dirigere il Parco di Lilibeo - Marsala. Calogero Rizzuto e Salvatore Gueli lasciano rispettivamente le Soprintendenze di Ragusa e Caltanissetta per il Parco di Siracusa e il Parco di Gela. Gioconda Lamagna passa dal Polo di Catania al Parco di Catania e Valle dell'Aci. Già dirigente dell'unità Beni archeologici della Soprintendenza di Messina, Gabriella Tigano va a dirigere il Parco di Naxos e Taormina, sostituendo Vera Greco che passa al Parco di Morgantina e della Villa del Casale. Lascia il Museo di Messina Caterina di Giacomo che va al Parco di Tindari, mentre Francesca Spatafora dal Polo museale di Palermo passa al Parco archeologico di Himera, Solunto e Jato. Dalla Galleria regionale di Palazzo Bellomo di Siracusa, Lorenzo Guzzardi va al Parco di Leontinoi. Infine Rosario Vilardo e Giovanni Di Stefano passano rispettivamente dal Polo museale delle Eolie e dal Polo museale di Ragusa al Parco archeologico delle Isole Eolie e al Parco archeologico di Camarina e Cava D'Ispica.

"Intendo imprimere - aggiunge il presidente della Regione Musumeci - una svolta con risorse straordinarie, oltre a quelle che affluiranno sui territori dagli introiti dei Parchi, sia nelle aree archeologiche più note che nei siti minori ancora non sufficientemente valorizzati o addirittura sconosciuti. L'impegno del governo sarà quello di assicurare una efficace gestione ordinaria che deve assicurare un elevato standard di servizi: strade di accesso, manutenzioni, segnaletica, servizi igienici e vigilanza. Parimenti, lo sforzo dovrà riguardare anche la fruizione dei siti con il potenziamento e l'estensione in tutti i Parchi dei servizi aggiuntivi con nuovi bookshop, biglietterie online, guide multimediali e sistemi di musealizzazione all'avanguardia. Sarà una progressiva rivoluzione nella conduzione del nostro patrimonio culturale, che nel 2018 ha registrato un trend positivo di visite, dato confermato in questi primi mesi del 2019".

 


COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi Agrigenti

Agrigento: mostra "Costruire per gli Dei. Il cantiere nel mondo classico"

COSTRUIRE PER GLI DEI

Il cantiere nel mondo classico

Valle dei Templi | AGRIGENTO

12 giugno | 30 settembre

COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi AgrigentiCOME SI COSTRUIVANO I TEMPLI ANTICHI? Come era possibile trasportare massi squadrati da diverse tonnellate e issarli a diverse decine di metri di altezza? Quanti operai servivano per costruire un tempio?

Una mostra dal grande valore didattico e documentario ricostruisce i cantieri allestiti per edificare i grandi templi dorici della Valle dei Templi di Agrigento. Sono riproposte - in un itinerario che si addentra nella Valle - in scala 1:1, le principali macchine edili costruite nel tempo, con ingegnosi meccanismi di semplicità disarmante. Ripercorrendo le descrizioni delle fonti antiche, da quelle di Diodoro Siculo per il complesso dell'Olympeion, rivive così l’arte del costruire dell’antica Akragas, la “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, i cui abitanti secondo le parole riferite a Empedocle “costruivano come se dovessero vivere in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”. 

La mostra “COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico”, prodotta e organizzata da MondoMostre in collaborazione con il Polo Culturale di Agrigento e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, si inaugurava ieri (venerdì 7 giugno) nella Valle dei Templi di Agrigento alla presenza del dirigente generale del Dipartimento dei Beni Culturali, Sergio Alessandro, del presidente del Consiglio del Parco della Valle dei Templi Bernardo Campo e del direttore del Parco e del Polo archeologico di Agrigento, Giuseppe Parello.

"COSTRUIRE PER GLI DEI" è curata dall’architetto Alessandro Carlino, storico dell’architettura che da anni studia i templi dorici siciliani, e nasce da un’idea del direttore del Parco della Valle dei Templi, Giuseppe Parello.

La mostra - per i primi quattro giorni - sarà offerta gratuitamente a chi visiterà la Valle dei Templi con il nomale biglietto di ingresso. Da mercoledì 12 giugno (apertura ufficiale) si pagherà un piccolo sovrapprezzo di 2 euro, sempre sul biglietto abituale.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

«È in Sicilia che si trova la chiave di tutto» […] «La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra … chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita». (J.W.Goethe, “Viaggio in Italia”, 1817)

COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi Agrigenti

Tutto parte da Vitruvio e dal suo De Architectura: l’unico grande trattato di architettura, scritto alla fine del I a.C. giunto fino noi pressoché integro, che spieghi stili, decorazioni, sistemi di costruzione delle basiliche, delle terme, dei teatri. E dei templi, tramandati dalla tradizione ellenistica. Dalle preziose notizie racchiuse nei dieci libri, si conoscono i materiali e le tecniche costruttive delle murature, intonaci, stucchi, mosaici. Si scopre l'uso dei colori: i templi greci, che appaiono ai nostri occhi, monocromatici, erano in origine, riccamente colorati. Questo ed altro, molto altro, si scopre leggendo Vitruvio. Ma quali erano le reali tecniche di costruzione dei templi, quali le macchine impiegate per spostare enormi blocchi di pietra, quanti gli operai coinvolti e quanto a lungo durava una costruzione?

Una mostra dal grande valore didattico e documentario che ricostruisce i cantieri allestiti per edificare i grandi templi dorici che possiamo ammirare ancor oggi nella Valle dei Templi di Agrigento. Ripercorrendo le descrizioni delle fonti antiche a partire, ad esempio, da quelle fatte da Diodoro Siculo per il complesso dell'Olympeion, rivive l’arte del costruire dell’antica Akragas, la “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, i cui abitanti secondo le parole riferite a Empedocle “costruivano come se dovessero vivere in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”.

La mostraCOSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico”, prodotta e organizzata da MondoMostre in collaborazione con il Polo Culturale di Agrigento e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, si inaugura nella Valle dei Templi di Agrigento, con apertura al pubblico dal 12 giugno fino al 30 novembre 2019. Forte di un comitato scientifico di grande rilievo, la mostra è curata dall’architetto Alessandro Carlino, storico dell’architettura che da anni studia i templi dorici siciliani, e nasce da un’idea del direttore del Parco della Valle dei Templi, Giuseppe Parello.

Del Comitato Scientifico fanno parte Stefano De Caro, dal 2011 direttore generale dell’ICCROM, già direttore generale delle Antichità nel Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, esperto archeologo di fama internazionale, Heinz Jurgen Beste responsabile scientifico dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, che con Umberto Baruffaldi ha ricostruito con esattezza filologica il prototipo di uno dei 28 montacarichi per il sollevamento delle belve nel Colosseo. Federico Rausa, docente di archeologia classica alla Federico II di Napoli, Carmelo Bennardo, direttore tecnico del Parco archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, che da vent’anni guida i restauri ai monumenti del Parco. Il direttore Giuseppe Parello e con il contributo di Manolis Korres, architetto e studioso greco che ha firmato il progetto di restauro dell'Acropoli e che ha studiato le tecniche di costruzione e i materiali usati per edificare il Partenone.

La mostra nasce con l’obiettivo dichiarato di coinvolgere il pubblico nella comprensione delle tecniche e dei processi che furono compiuti anticamente per erigere i templi della Valle attraverso la ricostruzione in scala 1:1 di un vero e proprio cantiere. Lungo la via sacra della Valle dei Templi sono state ricostruite – a grandezza naturale – alcune “macchine” tra cui una gru (alta 12 metri, riprodotta in scala reale), carri e slitte per il trasporto del materiale lapideo; esposti modelli di templi, strumenti di misura come il corobate (strumento romano usato per misurare la pendenza del terreno) o la groma (a piombo, serviva per tracciare sul territorio i frazionamenti, le zone, le strade).

Dal MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) sono giunti (e vengono esposti nell’Auditorium Lizzi del Museo Archeologico “Pietro Griffo” di Agrigento) cinque compassi originali di epoca romana, a testimonianza di una continuità dell’utilizzo di macchine e strumenti nel mondo classico, mentre dal Tempio E di Selinunte provengono tre blocchi architettonici (geison, taenia e triglifo) con ampie porzioni di intonaco policromo, che spiegano appunto come in epoca greca i templi fossero riccamente decorati. La querelle sul colore dei templi coinvolse, sin dagli inizi dell’Ottocento e in concomitanza dei sempre più numerosi viaggi nel sud Italia e in Grecia, intere generazioni di studiosi. Ad Agrigento e Selinunte, questi moderni ‘architetti-archeologi’ scoprirono i resti dell’originaria policromia e, sulla base di precisi rilievi e approfonditi studi, ipotizzarono l’aspetto delle architetture classiche così come dovevano apparire all’apice del loro splendore.

A testimonianza di questo ricco momento di studi verranno esposte le ricostruzioni Jakob Ignaz Hittorff pubblicate nel 1827 (provenienti da una collezione privata), e l’opera di Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco, Le antichità della Sicilia esposte ed illustrate, proveniente dalla Biblioteca Comunale “barone Antonio Mendola” di Favara che conserva una ricca collezione di volumi dedicati all’architettura classica.

Il percorso espositivo si arricchisce di una serie di scatti, dei templi e della valle, dell’artista palermitano Francesco Ferla, impegnato nella realizzazione di esposizioni internazionali dedicate alla valorizzazione del patrimonio architettonico siciliano.

La grande CASA DEGLI DEI, era sempre orientata verso il sorgere del sole, doveva poggiare su basi solidissime, per cui si scavava il terreno fino a trovare il piano di roccia. Intorno vi era sempre un portico ombroso (peristasi) per le cerimonie sacre. La statua della divinità era celata all’interno del naos (o cella) – dove potevano accedere solo i sacerdoti -, preceduta da un vestibolo (pronao) e conclusa dalla parte della fronte posteriore (opistòdomo), dove si conservavano gli arredi rituali e i preziosi doni votivi.

Le macchine e i reperti della mostra COSTRUIRE PER GLI DEI permettono di avanzare ipotesi accreditate e scientifiche, sui metodi di costruzione dei templi, utilizzati in tutto il Mediterraneo. Per scoprire sostanzialmente che i metodi erano simili ad oggi, anche se meno raffinati e senza l’uso, ovviamente, di tecnologia. Ma ci si muoveva per intuizione, provando e riprovando fino a che non si raggiungevano i risultati desiderati.

LE CAVE Se si era fortunati, i luoghi di estrazione dei materiali da costruzione erano nei pressi del tempio che si doveva costruire, come nel caso dell’antica Akragas, dove i monumenti principali furono realizzati con pietra locale, una calcarenite molto “tenera”, facilmente lavorabile, proveniente da cave nelle immediate vicinanze della città.

I banchi di pietra venivano intaccati tramite piccoli utensili metallici (scalpelli e mazzette, scalpelline, piccozze, asce …) per formare un taglio in cui si inserivano dei cunei (spesso in legno che, bagnati, si gonfiavano e spezzavano la pietra), battuti fino al distacco del blocco. Per le colonne, si scavava una trincea attorno al perimetro del tamburo da cavare e successivamente si procedeva al distacco dal banco roccioso: una tecnica che proveniva dall’antico Egitto e che rimase inalterata fino in epoca romana. Gli elementi da costruzione estratti dalle cave, già sbozzati, erano pronti per il viaggio verso il cantiere che avveniva tramite slitte, carri o, se di grandi dimensioni, con macchine costruite per l’occasione.

LA SLITTA Un mezzo funzionale e versatile, già utilizzato nelle civiltà egizie e mesopotamiche, era la slitta, composta da assi di legno incastrate tra loro, con le estremità rivolte all’insù per agevolare il movimento. Un mezzo estremamente leggero, progettato per essere smontato e trasportato su carri dal cantiere alla cava, dove veniva rimontata e riutilizzata per i trasporti successivi. Le slitte, una volta caricate del materiale da costruzione da trasportare, venivano trainate da buoi e scivolavano su rulli o assi di legno, a seconda del tipo di carico. Per governare la slitta, la si imbrigliava con funi collegate ad argani che ne regolavano la velocità o a perni di legno incastrati ai lati della strada su cui si avvolgevano le funi che frenavano lo scivolamento e ne aumentavano la stabilità.

IL CARRO. Era di gran lunga il mezzo di trasporto meccanico più usato nella civiltà greca; un mezzo solido e funzionale che si prestava ai più disparati utilizzi, dal trasporto delle merci a quello degli elementi costruttivi di medie dimensioni. Nonostante la sua robustezza e affidabilità, era però difficilmente governabile nei tratti in pendenza; trainato da buoi, veniva quindi usato soprattutto su percorsi pianeggianti. Nel corso degli anni, è stato però dotato di diversi accorgimenti che lo hanno reso più funzionale: l’innovazione più importante è stata senz’altro l’avantreno semovente per utilizzarlo su percorsi più impervi.

IL TEMPIO LIGNEO. Il tempio dorico è la traduzione in pietra del suo antenato più antico costruito in legno. Bisogna ricordare la verità estetica alla base del lavoro di artisti, architetti, committenti e anche dal grande pubblico: alle spalle delle monumentali forme dei templi dorici, ci furono antiche strutture realizzate in legno. Ogni elemento edile trovava corrispondenza e ispirazione in natura, secondo l’estetica greca dal rigoroso principio della “mìmesis". Così come il pittore o lo scultore potevano realizzare opere belle e “giuste” soltanto imitando le forme naturali, anche l’architetto, doveva trarre ispirazione dalle strutture delle antichissime costruzioni lignee, “naturali”. Le ricerche condotte hanno portato ad elaborare un modello di tempio ligneo basato sia su testimonianze letterarie e documentazioni iconografiche originali, sia su considerazioni tecniche oggettive.

IL TRASPORTO. Per il trasporto dei grossi blocchi monolitici che costituivano la struttura del tempio, venivano impiegate delle semplici ma ingegnose macchine. Come la macchina di Metagene, impiegata per il trasporto di architravi o gradoni: una ruota lignea dentro la quale inserire i blocchi che potevano così rotolare trainati da uomini, animali o carri dalla cava fino alla fabbrica. Per il trasporto dei rocchi cilindrici che andavano poi a comporre la colonna del tempio, veniva invece impiegata la macchina di Chersifrone. Il sistema si basava sul rotolamento del fusto stesso, intelaiato con travi di legno connesse all’asse di rotazione del tamburo.

LE COLONNE. Le colonne e le loro porzioni cilindriche (rocchi o tamburi) erano collocate sullo stilòbate (dal greco: stilos = colonna e batis = base). Le scanalature (di norma 16 o 20) che ornavano la superficie esterna, venivano eseguite dopo che tutti gli elementi erano stati assemblati alla perfezione. Al di sopra dei capitelli delle colonne veniva poggiato l’architrave, costituito da grandi parallelepipedi. I perni di giunzione erano in legno o in piombo e servivano per allineare le colonne ed evitare che i rocchi ruotassero sul proprio asse.

IL CANTIERE. Il cantiere greco è sempre stato un luogo di sperimentazione ingegneristica e meccanica. I blocchi di calcarenite, estratti nelle cave, arrivavano in cantiere su slitte o carri, ma rimaneva da risolvere il problema del sollevamento. Venne così inventata una macchina formata da lunghe travi di legno fissate al terreno e unite alle estremità a formare un triangolo. In testa a questa struttura erano fissate carrucole che mediante delle corde, consentivano di sollevare elementi molto pesanti fino alla quota desiderata. Nasceva così la gru (o capra) il cui funzionamento era semplice ma ingegnoso perché, non solo consentiva di sollevare elementi assai pesanti, ma permetteva, mediante un sistema di pulegge, di diminuire lo sforzo necessario. Un’altra macchina utilizzata per il sollevamento dei blocchi in cantiere, descritta da Vitruvio come “assai ingegnosa e comoda”, era il “polyspastos”, gru fissa composta da una singola trave lignea fissata al terreno.

LA GRANDE GRU. La grande gru non veniva utilizzata fissandola direttamente al terreno come avveniva per le più macchine piccole, ma era collocata su grossi tronchi, che avevano la funzione di veri e propri binari, su cui la macchina poteva scorrere, in modo tale da non dover essere smontata continuamente. Il sistema di sollevamento utilizzava un argano che era collocato in orizzontale tra le travi principali della gru, ed era azionato da lunghe leve (manovelle). La gru, riprodotta in scala reale per la mostra, è composta da aste convergenti realizzate con travi di legno che misurano 12 metri e hanno una sezione di 35 x 45 cm. Il modello deriva dalle fonti letterarie classiche, Vitruvio in particolare, e dalle fonti iconografiche note, ma è anche debitore delle varie ipotesi ricostruttive dell’architetto greco Manolis Korres.

LE MAESTRANZE E I TEMPI. Alla realizzazione dei templi lavoravano un numero considerevole di persone con specifici compiti, che formavano delle vere e proprie squadre specializzate nella costruzione di edifici monumentali. Questi gruppi detti "officine", si spostavano di città in città per innalzare i grandi santuari degli dei olimpici. Ci volevano anche decenni per completare un tempio e, in alcuni casi, come nel colossale tempio di Zeus Olimpio ad Agrigento, forse non bastò un secolo per portarlo a termine.

COME NASCEVA IL TEMPIO

GLI STILI ARCHITETTONICI. In architettura i greci distinguevano tre caratteri costruttivi, e altrettanti stili: il dorico, forte come un atleta o un guerriero; lo ionico, bello come una matrona; il corinzio, prezioso e gracile come una fanciulla. Sopra i geometrici capitelli dorici posava la trabeazione col fregio a trìglifi e mètope. Mentre i due ordini “femminili” presentavano basi sotto i fusti delle colonne, il dorico “maschile” era l’unico a esserne privo: scalzo come i ginnasti o i combattenti.

La fondazione

Una volta stabilito il progetto del tempio, veniva creato il piano di appoggio più profondo, perfettamente orizzontale e collaudato con il sistema egizio: venivano scavati dei canaletti nella roccia e, se il lavoro era stato eseguito a regola d’arte, l’acqua doveva restare in equilibrio.

Il colonnato

Le porzioni cilindriche (rocchi o tamburi) delle colonne venivano rifinite con precisione in cantiere, poste le une sulle altre ed assicurate tramite perni lignei. Le scanalature venivano eseguite una volta che tutti gli elementi erano stati assemblati alla perfezione.

La copertura

Se la pietra era il materiale principale nella costruzione del tempio, gran parte della copertura era in legno, sotto il manto di tegole laterizie. Le grandi travi erano composte da più strati che venivano assemblati con chiodi e funi. Le fornaci per i laterizi si trovavano nelle immediate vicinanze del tempio e seguivano le necessità del cantiere.

La decorazione

Il fregio e il cornicione erano le parti più decorate della trabeazione. I trìglifi rettangolari erano blu, alternati alle mètope dipinte di rosso. Al di sopra dei trìglifi, nel cornicione, venivano intagliati i mùtuli e le gocce, che venivano dorate per evidenziarne la forma che ricordava gli antichi chiodi lignei. Infine, le tegole in terracotta verniciata della copertura.

Unità di misura

Le unità di misura utilizzate in Grecia derivano dai sistemi in uso nel vicino Oriente e in Egitto già nel secondo millennio a.C. e come questi erano basate su misure naturali. In particolare, facevano riferimento alle parti del corpo umano: il piede, il braccio o la falange di un dito e sui loro rapporti. Lo stesso criterio valeva per le misure di superficie: l’estensione di un terreno veniva, ad esempio, calcolata in funzione della quantità di frumento occorrente per la sua semina.

Il modulo

Il modulo era l'unità di base utilizzata per la costruzione del tempio e corrispondeva al raggio della colonna. Tutte le parti del tempio erano proporzionate in base a questa unità.

Nel tempio della Concordia ad Agrigento, ad esempio, il modulo è pari a 2 piedi e un quarto (diametro = 4 piedi e mezzo), con il piede che misura circa 32 cm. Nello stesso tempio, il fusto della colonna misura 8 moduli e il capitello un modulo, dunque la colonna intera è alta 9 moduli (4 diametri e mezzo). L’architrave, il fregio e tutte le altre parti del tempio rispondono a questo sistema di misura, che guidava i costruttori durante tutte le fasi di realizzazione.

-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

SCHEDA TECNICA

Titolo: Costruire per gli dei.

Il cantiere nel mondo classico

Curata da: Alessandro Carlino

Ideata da: Giuseppe Parello

Prodotta e organizzata da: MondoMostre

In collaborazione con: Polo Culturale di Agrigento e il ParcoArcheologico e Paesaggistico della Valle dei Templi

Date: dal 12 giugno al 30 novembre 2019

Promossa da: Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana

Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana

Orari: Parco della Valle dei Templi (AG)

dal 12 giugno al 12 luglio

tutti i giorni 08.30 - 20.00

dal 13 luglio al 15 settembre

dal lunedì al venerdì 08.30 - 23.00

sabato e domenica 08.30 – 24.00

dal 16 settembre al 30 novembre 08.30 - 20.00 (ultimo ingresso ore 19,00)

Sala Lizzi del Museo Archeologico Regionale"Pietro Griffo" (AG)

dal 12 giugno al 30 novembre 9.00 - 19.30

Biglietti: Parco della Valle dei Templi

2 + biglietto ordinario, cumulativo e ridotto di ingresso al Parco

Ingresso Gratuito:

  • per le categorie previste dalla circolare dipartimentale n.1 del 20/01/2017;

  • per la Sezione introduttiva della mostra presso Sala Lizzi

del Museo Archeologico Regionale"Pietro Griffo";

  • per i possessori di abbonamento al Parco Valle dei Templi;

  • per tutti nelle prime domeniche di ogni mese

 

 


Una paradossografia pseudo-aristotelica: il “De mirabilibus ascultationibus”

UNA PARADOSSOGRAFIA PSEUDO-ARISTOTELICA: IL “DE MIRABILIBUS ASCULTATIONIBUS”

Quando ci si imbatte nella lettura di Aristotele spesso l’attenzione ricade su opere come la Metafisica, Poetica, Politica etc. che, seppur pregevoli per le informazioni e ricche di spunti filologici, non mancano certo di contributi esplicativi. La situazione, però, non è omogenea, non tutte le opere, aristoteliche o presunte tali, hanno ricevuto lo stesso trattamento o, seppur emendate e commentate, non risaltano all’attenzione del lettore esperto e non.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

La questione del De mirabilibus ascultationibus è degna di nota sia per le problematiche storico-filologiche sia per le informazioni, spesso stravaganti, contenute all’interno della raccolta. Come si deduce dall’intestazione, l’opera è definita pseudo-aristotelica, non a caso differenti filologi (Alessandro Giannini, per citarne uno) hanno riscontrato diverse problematiche nel ricercare l’autore di questa raccolta di eventi mirabolanti. La difficoltà nell’individuazione della paternità è connessa con la varietà dei contenuti, varietà che riguarda non solo le informazioni, ma anche e soprattutto la datazione delle stesse. Non mancano, infatti, capitoli che riferiscono eventi precedenti o, addirittura, posteriori ad Aristotele stesso: in questa circostanza, allora, come ci si dovrebbe comportare? Giunge in soccorso la tradizione del Corpus Aristotelicum. Per quanto riguarda la tradizione dei filosofi, in particolar modo Platone e Aristotele, le loro ‘scuole’ hanno giocato un ruolo fondamentale per la salvaguardia delle loro opere, nel caso di Aristotele il Liceo ha permesso che una buona parte della produzione aristotelica venisse tramandata ai posteri. All’interno di questa istituzione, il Liceo per l’appunto, definendola con una terminologia moderna, Aristotele ammaestrava i suoi allievi con le sue lezioni. Non è da escludere, quindi, che se diversi capitoli del De mirabilibus ascultationibus possano essere, con i dubbi del caso, ascritti allo Stagirita, gli altri possano avere una paternità diversa: si può ipotizzare, in questo caso, che differenti capitoli siano ascrivibili agli allievi. A confermare quest’ultima ipotesi c’è la questione della fonte o delle fonti della raccolta. Se ci si attiene alle informazioni degli studiosi, le fonti principali dell’opera paradossografica pseudo-aristotelica sono da indicare in Timeo, Teopompo e Teofrasto. Quest’ultimo, infatti, è stato allievo di Aristotele al Liceo.

Gustav Adolph Spangenberg, Die Schule des Aristoteles, affresco (1883-1888), (fonte: Hetnet.), Pubblico dominio

Connessa alla difficoltà della paternità della raccolta c’è la questione della datazione. Anche in questo caso si deve ipotizzare una pluralità di aggiunte seriori, anche se, cercando di datare quei capitoli ascrivibili ad Aristotele, si potrebbe definire come terminus ante quem il 384 a.C. (anno della nascita di Aristotele) e come terminus post quem il 322 a.C. (anno della morte dello stesso), in quest’arco di tempo, presumibilmente, va cercata l’origine di alcuni capitoli di probabile paternità aristotelica.

Le difficoltà legate alla paternità e alla datazione ricadono, anche, sulla struttura dell’opera. I capitoli non hanno una successione cronologica né tantomeno contenutistica, ma spesso risultano inseriti in maniera confusionaria e priva di una organizzazione razionale.

Dopo questa brevissima parentesi storico-filologica, è importante spiegare le ragioni che devono spingere studiosi e appassionati alla lettura del De mirabilibus ascultationibus. Come si evince dal titolo, l’opera presenta informazioni paradossali. Lo Pseudo-Aristotele (o si potrebbe definire anche Anonimo, date le suddette problematiche di paternità), tratta argomenti di vario genere: dalla zoologia alla botanica sino ai fenomeni geologici. Tutti i paradossi, eccetto rari casi, sono accompagnati dal luogo d’origine: si va dal Medio Oriente alla Grecia continentale sino all’Illiria e Italia (Sicilia e Magna Grecia).

Ogni sezione presenta delle caratteristiche principali: la sezione botanica è legata agli effetti ed usi delle diverse erbe e fiori disseminati sulla Terra (si deve tener presente che per Terra va intesa la superficie conosciuta sino al IV-III a.C.). Lo Pseudo-Aristotele (o Anonimo) parla di erbe benefiche e malefiche, di erbe legate ai culti religiosi e quelle legate alla sfera matrimoniale e, addirittura, racconta di fiori che emanano un odore acre tale da allontanare le bestie feroci.

La sezione zoologica è interessata alle dimensioni e alle funzioni di diversi animali. Si passa da bestie più grandi del normale a pesci che riescono a sopravvivere sulla spiaggia. Lo Pseudo-Aristotele tratta anche, per esempio, di locuste che, se ingerite, salvano dai morsi dei serpenti; quest’ultima informazione poteva (e può) essere utile per uno studioso di rimedi farmaceutici.

La sezione geologica è legata sia ai diversi fenomeni naturali: vengono trattati i casi di alta e bassa marea nello stretto di Messina, laghi che generano vortici e sputano una grande quantità di pesci, sia alla presenza, in diverse località, di metalli e pietre preziose. Spesso questa sezione è interessata, anche, da fenomeni mitologici: lo Pseudo-Aristotele parla, per esempio, di un evento accaduto a Catania ai due pii fratres (fratelli devoti), Anfinomo e Anapio; dopo l’eruzione dell’Etna, i due fratelli, con i loro genitori sulle spalle, furono salvati dalla lava grazie alla loro pietas (devozione), questo evento segnò così tanto i catanesi da farlo incidere sulle monete coniate tra il II e il I a.C. Quest’ultimo dato, per esempio, può risultare utile agli studiosi di numismatica.

L’intera raccolta è ricca di queste informazioni e il De mirabilibus ascultationibus, per concludere, può essere definita un’opera poliedrica: utile agli studiosi del Corpus Aristotelicum o agli appassionati e interessante anche per medici, erboristi e zoologi, antichi e non.

De mirabilibus ascultationibus Aristotele Pseudo-Aristotele
Busto di Aristotele. Copia romana di originale greco in bronzo di Lisippo, con aggiunta moderna del mantello in alabastro. Foto di Marie-Lan Nguyen (2006), Pubblico dominio

Settimana delle Culture al via, con cento luoghi e 270 eventi

La Settimana delle Culture | PALERMO | 11>19 maggio

 

ANTEPRIMA 10 MAGGIO: gli arredi in legno dei detenuti dell’Ucciardone.

La mostra di trash art alla Biblioteca Regionale. Ironiche collezioni quotidiane a Palazzo Mirto. Un'installazione immersiva e sonora all’Origlione.

La parola alle circoscrizioni.

 

Cento luoghi e 270 eventi – 55 mostre, 45 spettacoli, 53 incontri, 15 proiezioni, e 25 altri appuntamenti diversi: La Settimana delle Culture compone un cartellone a 360 gradi che accoglie arte internazionale, teatro, musica, convegni, presentazioni, visite guidate.

Il programma - messo a punto da Bernardo Tortorici di Raffadali - si srotolerà da sabato prossimo (11 maggio) a domenica 19, preceduto da una folta anteprima. E infatti già venerdì prossimo (10 maggio), l’attrice Liliana Paganini proporrà “È tempo di guerra”, al carcere Pagliarelli, quattro monologhi divertenti su un’impossibile guerra del futuro.

Carcere Ucciardone, i lavori dei detenuti: gli sgabelli

E sul filo rosso dell’impegno sociale si muove anche una mostra particolare ospitata a Palazzo RISO, che raccoglie i coloratissimi oggetti ed arredi in legno, realizzati dai detenuti del carcere Ucciardone. Si tratta di un vero e proprio percorso di recupero che parte da oggetti destinati al macero: arredi, sgabelli, tavoli utilizzati per anni nelle celle. I detenuti hanno lavorato, dipingendo, ricostruendo, seguendo le antiche tecniche di pittura dei carretti siciliani, ma inserendo il proprio gusto personale, i sogni, le idee, i ricordi. I laboratori sono stati guidati dal tutor Vincenzo Merlo. Sono nati così arredi, tavoli e i famosi sgabelli colorati, molto pop: uno è stato donato a papa Francesco e uno all’arcivescovo monsignor Corrado Lorefice.

Mostra collettiva "Rifiuti": Daniele Albanese, Organico

Alla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana, alle 17, si inaugura “Rifiuti”, collettiva di oltre 60 artisti che rileggono, ciascuno a suo modo, il concetto di trash art. A cura di Anna Maria Ruta, organizzata  dall’Associazione Settimana delle Culture con la collaborazione dell’Assessorato Regionale dei Beni culturali e dell’I.S. – Dipartimento dei Beni Culturali.

Il Trash nasce dalla cultura consumistica della nostra società portata a sprecare, a gettar via, a sostituire continuamente, a rifare e ricostruire. Fare arte in questo modo significa quindi, saper scegliere tecniche ed esaltare materiali poveri, di scarto e tuttavia portatori di profondi significati. Creando per loro una nuova possibilità di vita e di recupero. Nascono così nuove creazioni, cariche di significato, con un loro intrinseco valore simbolico e con un loro impatto emotivo su chi li guarda.

Settimana delle Culture
Mostra collettiva "Rifiuti": Daniela Balsamo, Allegoria della verità svelata dal tempo

In mostra tele, sculture e installazioni di Totò Aleo, Barbara Arrigo, Daniela Balsamo, Antonella Ludovica Barba, Calogero Barba, Doriam Battaglia, MoMò Calascibetta, Francesco Caltagirone, Simona Cavaglieri, Luigi Citarrella, Carmela Corsitto, Sato Crisà, Antonio Curcio, Pietro D’Aguanno, Nicolò D'AlessandroFrancesca Di ChiaraJuan Esperanza, Franco Fazzio, Raimondo Ferlito, Toti Garraffa, Lillo Giuliana, Anna Kennel, Michele Lambo, Carlo LauricellaGiovanna Lentini, Giovanni Leto, Paolo Madonia, Danilo Maniscalco, Miguel Angel Marcos Martin, Francesco MiceliAntonio Fester Nuccio, Enza Maria Orestano, Liliana Paganini, Francesca Pagliaro, Giusva Natalia PecorainoMartina Pecoraino, Calogero Piro, Giuseppina Riggi, Iolanda Russo, Salvatore Salamone, Umberto Signa, Nicoletta Signorelli, Franco Spena, Giusto Sucato (omaggio a), Enzo Tomasello, Raffaella Torrisi, Bice Triolo, MarilùViviano. Accademia di Belle Arti di Palermo: Francesco Gennaro, Maria Grazia Jacuzzi, Arianna Modica, Benedetto Musso, Alberto Orilia, Roberto Orlando, Carolina Palumbo, Rossella Poidomani. La collettiva sarà visitabile fino al 30 maggio, ogni giorno dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 19. Ingresso libero.

Settimana delle Culture
Adalberto Abbate, Family Connection, Museo Palazzo Mirto

Palazzo Mirto ospita invece “Family Connection”, mostra originale pensata da Adalberto Abbate: le collezioni “quotidiane” della borghesia a confronto con le wunderkammer nobiliari. Inaugurazione: 10 maggio alle 18,30

Servizi da tè, porcellane, immagini sacre, ricordi di viaggio e di guerra, si insinuano tra le collezioni storiche del palazzo, innescando un dialogo stravagante, tra interferenze e contraddizioni. Gli oggetti, accumulati secondo il gusto di Stefano Lotà e Giuseppa Raia, nonni di Adalberto Abbate, riflettono la loro avventura comune, raccontandone aspirazioni, desideri e ricordi. Ornamenti di gattopardiana memoria slittano dai saloni dell’alta nobiltà feudale ai salotti della piccola borghesia proletaria, generando un cortocircuito non facile da sanare. Perché  un oggetto in plastica si distingue a fatica da uno in avorio o in pregiata ceramica; una bottiglia in vetro antico è kitsch quanto un dopobarba a forma di Marlin prodotto in serie. Sono oggetti che racchiudono una potenza narrativa ed emotiva, un universo visivo, familiare e amico. Visitabile fino al 30 giugno, da martedì a sabato dalle 9 alle 18, domenica e festivi fino alle 13.  Biglietto: 6 euro. Cumulativo con Oratorio dei Bianchi e Abatellis: 10 euro.

Chiude la giornata, alle 21, un’installazione video “immersiva” di Dario Denso Andriolo“Audiȇbant” dialoga e demistifica l’antico affresco ritrovato del Novelli nella chiesa di San Giovanni dell’Origlione. Il frastuono di una strada, l’affastellarsi di voci e di suoni, lo schiamazzo di un mercato, compongono un pattern sonoro, ora accelerato ora rallentato, che sostiene e genera una precisa risposta visiva. Video mapping, modulazioni acustiche e sculture di luce avvolgono lo spazio facendoci scivolare in una dimensione sensoriale pervasiva, ipnotica e profondamente glitchy. L’interferenza, il rumore, la sovrapposizione di stimoli, invitano a riflettere sulla scarsa capacità di ascolto e sulla difficoltà di assimilare informazioni, caratteristiche di un’epoca digitale, sempre più interconnessa ma anche assente e deconcentrata. Il progetto è sostenuto da Amici dei Musei Siciliani e Italia Nostra, a cura di Maria Luisa Montaperto. Le proiezioni si svolgeranno dalle 21 alle 22, ogni sera fino al 19 maggio.  Dario Denso Andriolo non è nuovo a questi interventi che dialogano con il classico, i suoi lavori intrecciano scultura, grafica, design, audio e multimedialità, dando vita a installazioni dal forte impatto visivo.

L’inaugurazione vera e propria della Settimana delle Culture sarà sabato 11 maggio alle 11 in Sala delle Lapidi a Palazzo delle Aquile. Saranno presenti il sindaco Leoluca Orlando, il Rettore Fabrizio Micari, l'assessore alle Culture Adham Dawasha, il presidente del Consiglio Comunale Salvatore Orlando, il presidente  della Commissione Cultura del Consiglio Comunale Francesco Bertolino e il presidente del festival, Bernardo Tortorici di Raffadali

E qui ci sarà la prima sorpresa: verrà raccontata la storia molto particolare e misteriosa di una tela ritrovata e studiata da Maria Antonietta Spadaro, che verrà restaurata (a cantiere aperto) dalla Settimana delle Culture. Si tratta di un ritratto di Marie-Thérèse Charlotte de France, la primogenita di Luigi XVI e Maria Antonietta, l’unica della famiglia reale a scampare alla morte durante la Rivoluzione Francese. La tela potrebbe essere giunta a Palermo con gli arredi e i tesori del reali Borbone Ferdinando e Carolina in fuga da Napoli… E molto altro.

La parola ai cittadini. La voce delle Circoscrizioni

La Settimana delle Culture si apre al racconto dei quartieri, spesso dimenticati o abbandonati a se stessi. Un programma composito, attento alle diverse realtà e comunità che lavorano sul posto, in stretto contatto con le associazioni. Ogni quartiere ha una sua “faccia”, abitudini e tipologie differenti, come diversi sono i problemi; è legato al centro storico o si allunga nelle periferie. Il festival li racconti, offrendo a ciascuno una vetrina.

“Siamo riusciti ad immaginare una sorta di contaminazione che dal centro storico arriva alle periferie. E’ un modo per coinvolgere le circoscrizioni – spiega Francesco Bertolino a nome dell’intera V Commissione consiliare Cultura - : un tavolo comune da cui sono nati i progetti che sono poi stati inseriti nel calendario”.

Dalla Loggia a Brancaccio a Ballarò. Si inizia l’11 e 12 maggio, in piazza XIII Vittime (quartiere della Loggia) con “Storie di piazza, la parola ai cittadini”, installazione e allestimento di lenzuoli sui balconi e alle finestre delle case, call per tutti i bambini delle scuole, per artisti, cittadini che vogliano raccontare storie che appartengono al quartiere. Performance di artisti, attori, scrittori e giornalisti dai balconi delle case della zona, mostre fotografiche. E in questo ambito, domenica alle 12, a San Mamiliano, concerto del coro di Voci Bianche del Conservatorio diretto da Antonio Sottile. Martedì 14 , per #vivereballarò, sarà inaugurata la mostra di pittura “Colori e sapori di Ballarò” foto di Salvatore Di Piazza nella chiesa di san Giovanni Decollato.

 Sempre sabato, dalle 9,30 alle 12,30, nel quartiere di Brancaccio, una mostra fotografica di Aldo Sessa al Mulino del Sale. Saranno aperti alle visitePonte dell’Ammiraglio, la chiesa San Giovanni dei Lebbrosi, la casa-museo di padre Puglisi, il Mulino del Sale, Direzione Didattica Orestano, la biblioteca comunale di Brancaccio, il castello e il parco di Maredolce. Dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18, ecco l’Infiorata di Ballarò: i ragazzi delle scuole medie realizzeranno dei pannelli fioriti per le botteghe del mercato. Attività anche all’Istituto di Padre Messina dove si parlerà di salute pubblica e verranno inaugurate le mostre: “Ars et labor” che raccoglie gli oggetti di uso quotidiano della Casa Lavoro e Preghiera degli orfani e abbandonati; e “L’Africa diPalermo. Padre Messina e la città tra ‘800 e ‘900”, scatti della città tra i due secoli, a cura di Erminia Scaglia; “Di là di Sant’Erasmo”, lavori degli alunni dell’  I.C.G. Di Vittorio.

Alle 11 a San Domenico, “People of Vucciria – Emmaus”, un’installazione racconta il progetto di analisi e riscoperta delle identità della Vucciria, a cura del Rettore dei Domenicani fr. Sergio Catalano OP, Federico Urso, Comitato Vucciria, Centro Astalli. Lo stesso giorno, alle 18 nella chiesa dei SS. Euno e Giuliano, “Terra vacua”, gli atti storici dell’antico complesso urbano di piazza Magione a confronto con la documentazione fotografica sui recenti restauri della chiesa.

Sempre in collaborazione con le circoscrizioni cittadine, domenica 12 maggio, a Villa Niscemi, la mostra fotografica “Una famiglia, tutti i colori” dell’ Associazione nazionale "Mamme per la pelle"; dall’ 11 al 18 maggio, performance e passeggiate di Teatro del Fuoco da Elementi creativi. Palazzo Ziino ospiterà, dal 18 maggio, una retrospettiva su Clotilde Rinella e piazzetta Bagnasco, sempre il 18, un concerto della band Foratiempo, ensemble che racchiude artisti di Campiofiorito, Corleone a colloquio con la Bottega delle Percussioni. All’Educandato Maria Adelaide, un reading su “Oltre le ferite: storie di donne, di violenza e di rinascita” con incursioni del gruppo di danza Arabesque.

Visite e passeggiate

Scoprire la città. Di sopra e di sotto. Scendendo nei rifugi e salendo su un aereo. Entrando nei palazzi nobiliari e nei piccoli musei-gioiello. Affidandosi a chi lo fa già una volta l’anno e raccoglie centinaia di migliaia di visitatori: Le Vie dei Tesori ha costruito per La Settimana delle Culture una piccola ma generosa anteprima di quello che sarà il festival vero e proprio ad ottobre. Otto luoghi scelti dal bouquet di 130 siti proprio del festival, e due passeggiate che dalle falde di Montepellegrino saliranno al Santuario. Otto luoghi: dai profumi del caffè Morettino al gusto pungente dell’anice Tutone; si rintracceranno alla palazzina dei Quattro Pizzi all’Arenella, le visioni di Vincenzo Florio; e nei salotti di Palazzo De Gregorio, si sbirceranno gli amori dell’ammiraglio nelson e di lady Hamilton; dai depositi della GAM si tireranno fuori dei tesori, e c’è chi vorrà scendere nei rifugi antiaerei sotto Palazzo delle Aquile. E per i più avventurosi, c’è il giro in Piper.  Le due passeggiate si inerpicheranno lungo la cosiddetta Scala Vecchia. Info e prenotazioni: www.leviedeitesori.com

E ancora, per gli amanti del turismo bellico, si visiteranno (dalle 9 alle 19) le Casamatte della Seconda Guerra Mondiale dentro il Porto (a cura di Palermo Pillbox Finders) e le postazioni militari di Isola delle Femmine. si visiterà il carcere Ucciardone (www.associazioneclio.it). Apre le porte per la prima volta in assoluto, Palazzo Celestre nella Giornata nazionale ADSI “Cortili aperti”; visitabili la Camera dello Scirocco di Villa Naselli (visite alle 10/12/16. info: 366.2248879) e la necropoli punica del III secolo prima di Cristo, a Fondo Raffo (info 329.6509941); si scoprirà la Palermo “verde” attraverso piante e giardini (info: 340.2256603), e i percorsi dei Beati Paoli e si cercherà di rintracciare un’inedita “mano” di Ernesto Basile a San Domenico. Le borgate: visita guidate a Sferracavallo (info: 329.6509941) a Vergine Maria, alle Catacombe di Villagrazia di Carini (e a Palermo, Porta d’Ossuna e S.Michele Arcangelo. Info 327.9849519/320.8361431– [email protected]). Per le visite organizzate dal Club Unesco: 392.1690243. Per le lezioni di yoga nei luoghi d'arte: 333.8605399. Tutte le passeggiate sono su prenotazione e richiedono un contributo. Info suwww.lasettimanadelleculture.it


Molte delle mostre che saranno inaugurate all’interno del programma, proseguiranno al di là della Settimana delle Culture. La maggioranza degli eventi è ad ingresso libero, prevedono un contributo alcune mostre, gli spettacoli e le visite guidate (da prenotare direttamente ai link delle associazioni che le propongono).

Info su www.lasettimanadelleculture.it


Associazione Settimana delle Culture

Presidente | Bernardo Tortorici di Raffadali

Consiglio Direttivo | Simona Chines, Giorgio Filippone, Danilo Lo Piccolo, Salvo Viola

Comitato Scientifico | Gioacchino Barbera, Enza Cilia, Giacomo Fanale, Fosca Miceli, Massimiliano Marafon Pecoraro, Clara Monroy, Anna Maria Ruta, M. Antonietta Spadaro

Presidente Onorario | Gabriella Renier Filippone

Testo e immagini da Ufficio stampa La Settimana delle Culture


Completato il trasferimento dei reperti provenienti dalla necropoli di Himera

Lo scorso 2 maggio è stato completato il trasferimento alla Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali di Palermo di oltre 20.000 reperti, rinvenuti presso la necropoli di Himera, colonia greca fondata nel VII secolo a. C. e situata lungo il tracciato del raddoppio ferroviario Fiumetorto-Cefalù Ogliastrillo (sulla linea Palermo-Messina), in esercizio dal dicembre 2017.

Il Tempio della Vittoria a Himera. Foto di Clemensfranz, CC BY 2.5

Himera fu edificata al centro di un ampio golfo, tra i promontori di Cefalù e Termini Imerese, in prossimità della foce del fiume Imera Settentrionale. Come documentato dagli impianti urbanistici risalenti alla prima metà del VI secolo a.C., la città ebbe un rapido sviluppo edilizio e demografico. Distrutta intorno alla fine del V secolo, in seguito ad uno degli innumerevoli scontri con i Cartaginesi, parte della sua popolazione si disperse nelle campagne, mentre altri presero parte, insieme agli stessi Cartaginesi, alla fondazione di Thermai Himeraiai (Termini Imerese). Tuttavia, i resti di abitazioni erette sugli strati di distruzione della città dimostrano che una piccola parte della popolazione continuò, probabilmente, a vivere nel sito della polis. In seguito, il sito fu abitato in Età Romana e Medievale.

Lo scavo, tra i più importanti in Europa, ha restituito oltre 9.000 sepolture con relativi corredi funerari, consentendo degli studi più approfonditi sulla popolazione della città, anche dal punto di vista antropologico.

La consegna alla Soprintendenza ha portato la maggior parte dei reperti all’ “Albergo delle Povere” di Palermo, mentre i restanti sono stati distribuiti fra i siti archeologici di Solunto e della stessa Himera.

Un importante investimento complessivo di circa 17 milioni di Euro, frutto della decennale collaborazione fra Rete Ferroviaria Italiana (Gruppo Ferrovie dello Stato) e Soprintendenza Beni Culturali e Ambientali di Palermo, e dell’impegno del compianto assessore regionale ai Beni Culturali Sebastiano Tusa, ha consentito il finanziamento della campagna di scavo, avviata nel 2008 e conclusasi nel 2010, dei lavori di catalogazione e gli interventi di restauro.

necropoli Himera
Foto © Gruppo FS Italiane 2018

I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia

Mostra “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”

Sarà inaugurata il 24 maggio a Baia, alle ore 11, la mostra fotografica “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia”, all’interno del Museo archeologico dei Campi Flegrei.
L’esposizione, con allestimento e curatela realizzati da Teichos, racconta la stagione di nascita dell’archeologia subacquea in Italia, nell’area Flegrea ed in Sicilia, e per quest’ultima dai suoi esordi fino alle più importanti esperienze istituzionali: la costituzione della Soprintendenza del Mare da parte di Sebastiano Tusa.

Un percorso, supportato da allestimenti multimediali e sensoriali, con l’utilizzo di materiali video e fotografici, provenienti dagli archivi delle Soprintendenze del ministero per i Beni e le attività culturali, dagli istituti specializzati, dagli archivi privati, dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana. Un’esplorazione dagli anni ’50, tra condizioni e circostanze che hanno determinato la nascita dell’archeologia subacquea come disciplina, evidenziandone ruoli e protagonisti.
Una preview che anticipa, essendone complemento necessario, il progetto “Thalassa. Meraviglie dei Mari della Magna Grecia e del Mediterraneo”, mostra che sarà inaugurata al MANN-Museo archeologico Nazionale di Napoli, nel Salone della Meridiana il 25 settembre prossimo.
Articolata per sezioni, Thalassa racconta attraverso i reperti e le immagini l’evoluzione dell’archeologia subacquea fin dall’iniziale processo di formazione del suo statuto scientifico. Spiega attraverso i relitti via via ritrovati, anche in relazione allo sviluppo delle tecnologie, l’affascinante individuazione dei flussi migratori e delle relazioni lungo le coste, le relazioni tra popoli, tra punti di partenza e di arrivo, la loro localizzazione nelle diverse aree geografiche; conduce il visitatore, con un salto nel tempo, circa 60 milioni di anni, tra i segreti del mare Mediterraneo, nelle città-porto, mete del commercio sin dall’antichità e luoghi di racconto dei processi di trasformazione dell’ambiente naturale da parte dell’uomo.
Un Progetto promosso dal Parco Archeologico dei Campi Flegrei, con il MANN, l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, e Teichos, anche in forza di un protocollo da essi sottoscritto per sviluppare, nel prossimo triennio, una serie di attività culturali, di ricerca, divulgazione e informazione.
Al progetto, agli eventi collegati e a questa preview, realizzata nella curatela e nell’allestimento secondo i suoi indirizzi, ha lavorato con passione il compianto Sebastiano Tusa, assessore ai Beni culturali e all’Identità siciliana.
Thalassa è il suo testamento scientifico. Questo appuntamento costituisce il primo grande omaggio e riconoscimento sentito, che viene rivolto alla memoria di un grande studioso, un grande archeologo e soprattutto un grande uomo.
Evento Facebook qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Testo da Soprintendenza del Mare e Parco Archeologico dei Campi Flegrei

I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area Flegrea ed in Sicilia


Reggio Calabria: l’Arena dello Stretto e l’Athena Promachos

Ecco l’antica Reggio, le cui origini si perdono nella notte dei tempi! Ecco la Reggio della Magna Grecia, di cui ancora conservate le vestigia monumentali ed i preziosi cimeli nel vostro importante Museo Nazionale, che ora accoglie anche i due grandi Bronzi di Riace” (Giovanni Paolo II al suo arrivo a Reggio Calabria il 7 Ottobre 1984).

Il lungomare di Reggio Calabria è certamente uno dei luoghi più suggestivi che colorano il panorama della penisola italiana. Esteso per 1,7 km, da Piazza Indipendenza a Piazza Garibaldi, ha da sempre affascinato reggini e non, tanto da far nascere una leggenda metropolitana che ha come protagonista il poeta vate Gabriele D’Annunzio. Quest’ultimo, durante un ipotetico viaggio a Reggio, avrebbe definito il lungomare “il chilometro più bello d’Italia”.

La frase, come ha dimostrato lo studioso Agazio Trombetta nel suo libro “La Via Marina di Reggio”, è chiaramente un falso storico. In primis, è un dato certo e non presunto che il D’Annunzio, nonostante i suoi molteplici viaggi, non visitò mai la sponda calabra dello Stretto. Attraversò una sola volta lo Stretto di Messina, nel 1895, mentre si stava recando in Grecia, ma passò quasi tutto il viaggio in cabina per via del mal di mare. Inoltre nessuno degli innumerevoli documenti conservati nella Biblioteca Dannunziana menziona la frase a lui attribuita, né un’eventuale visita alla città.

In secondo luogo, la frase è riconducibile ad un evento sportivo che ebbe luogo a Reggio Calabria nel non lontano 1955, il Giro d’Italia, durante il quale la RAI inviò un radiocronista, Nando Martellini. Commentando l’arrivo del Benedetti al traguardo di una gara ciclistica, che aveva come cornice lo splendido e suggestivo lungomare reggino, Martellini attribuì la frase a D’Annunzio, sulla base di quanto sentito da alcuni locali, evidentemente senza essersi documentato sull’attendibilità del racconto, in quanto, grazie alle ricerche di Trombetta, la frase risulta essere di pura invenzione.

Lungomare di Reggio Calabria
Lungomare di Reggio Calabria. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Al di là della veridicità dell’episodio, la Via Marina di Reggio Calabria merita senz’altro di essere definita “il chilometro più bello d’Italia” per la bellezza dello scenario su cui si poggia lo sguardo dei fortunati passanti. Basta fermarsi un attimo, durante le giornate frenetiche che caratterizzano la vita di ognuno di noi, per provare nell’immediato un senso di pace e tranquillità osservando Messina e la parte nord orientale della Sicilia. Pace e tranquillità cedono volentieri il passo a meraviglia e stupore se si ha la fortuna di ammirare il fenomeno della Fata Morgana, ovvero le immagini della costa sicula riflesse nel mare, in seguito ad una giornata di pioggia e a delle conseguenti particolarissime condizioni atmosferiche.

Arena dello Stretto Lungomare di Reggio Calabria
L'Arena dello Stretto. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Fiore all’occhiello del lungomare di Reggio Calabria è l’Arena dello Stretto, dedicata al senatore Ciccio Franco. L’Arena riprende il modello dei teatri greci e sorge in luogo del Molo di Porto Salvo, distrutto dal celebre terremoto e maremoto che colpì le città di Reggio e Messina nel 1908. Il Molo era un simbolo fortissimo della città reggina: lì approdò il Re Vittorio Emanuele III il 31 Luglio del 1900. Per celebrare l’evento, straordinario in quanto si trattava della prima volta che giungeva sul suolo italico in qualità di sovrano, viene edificato un monumento in piena arte fascista.

Dettaglio del monumento. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Un Cippo Marmoreo, inaugurato nel Maggio del 1932, è caratterizzato al centro dalla presenza di una statua bronzea raffigurante Athena Promachos, ovvero “Athena che combatte in prima linea”. La statua, a livello stilistico, sembra quasi rifarsi al celebre modello in bronzo di Fidia, purtroppo perduto, realizzato nella metà del V secolo a.C. e collocato nell’Acropoli di Atene tra i Propilei ed il Partenone.

Statua bronzea di Athena Promachos. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Progettata dall’architetto Camillo Autore e realizzata insieme alla scalinata dallo scultore messinese Bonfiglio, a differenza dell’archetipo che presentava una lancia poggiata sulla spalla destra e una Nike nella mano destra, l’Athena reggina regge una lancia nella stessa mano nell’atto di scagliarla, e uno scudo nella sinistra, come il simulacro della divinità realizzato da Fidia. Indossa il chitone e l’egida, oltre all’elmo, tutti attributi tipici della dea della saggezza e della guerra, che in questo contesto è posta a difesa della città.

Dettaglio. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Nel 2001, in seguito a dei lavori di ristrutturazione del lungomare, per volere dell’allora sindaco Italo Falcomatà la statua, in precedenza rivolta verso il mare, fu posta con lo sguardo verso la città che protegge.

Collocata ad hoc al centro dell’Arena dello Stretto, permette a chi la guarda di riflettere sul connubio tra storia e paesaggio, architettura e natura, che ha da sempre caratterizzato la città di Reggio. L’Arena, definita impropriamente anche Anfiteatro Anassilaos (porta dunque il nome del primo tiranno reggino), oltre alla gradinata semicircolare consta di due ampie rampe laterali, utili finanche ai disabili per giungere nella parte inferiore della Via Marina.

Arena dello Stretto Lungomare di Reggio Calabria
L'Arena dello Stretto. Foto PosaBì di Bruno Giordano

Sede di alcuni degli eventi più importanti della città, l’Arena dello Stretto ospita diverse manifestazioni musicali, teatrali e feste stagionali, rispecchiando il modello greco e romano nella sua architettura e nella destinazione d’uso.

Ancora una volta la città di Reggio Calabria riesce a coniugare in modo splendido passato e presente, a sorprenderci per la Storia e le Storie che racconta attraverso i suoi monumenti ed il paesaggio, tanto semplici quanto eloquenti.

Per citare Kierkegaard: “la vita può essere capita solo all’indietro ma va vissuta in avanti”, e l’antica Rhegion celebrando costantemente il suo passato, guarda ottimamente al futuro.

Sitografia