Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


Palokaster Cosma Damiano

Epirus Vetus: scavi nella fortificazione di Palokaster e culto dei santi Cosma e Damiano

Epiro, regione storica situata sul Mare Adriatico, a Nord Ovest dell’antica Grecia e che oggi, in gran parte, corrisponde ai territori dell’Albania.

La regione venne conquistata dai romani verso il 168 a. C., ma solo con l’imperatore Traiano avrebbe ricevuto lo statuto di provincia autonoma, separata dalla Macedonia.

A partire dal III secolo d. C. la regione fu interessata da una serie di invasioni ed in funzione della necessità di difendere e riorganizzare il territorio in età dioclezianea, la regione venne divisa in due nuove province, denominate rispettivamente Epirus Nova ed Epirus Vetus.

Proprio nell’Epirus Vetus, nella valle del fiume Drino, lungo l’importante asse viario Apollonia-Nikopolis, venne edificata la fortificazione di Palokaster (anche Palokastra), in un’area oggi compresa nell’Albania meridionale, nella regione di Gjirokaster.

Dal 2018 la fortificazione in questione è soggetta ad attività di ricerche archeologiche coordinate dall’Istituto Archeologico di Tirana, con la direzione di Luan Përzhita, e dall’Università di Macerata, con direzione affidata a Roberto Perna.

Le ricerche hanno interessato due aree diverse del perimetro della fortificazione. Il primo saggio ha riguardato la “Porta Ovest”, accesso principale dell’insediamento; il secondo l’edificio di culto interno.

Proprio sull’edificio religioso vira la nostra attenzione, in quanto la scoperta di un frammento di laterizio ha fornito un contributo eccellente a tutta la ricerca scientifica. In particolare, il laterizio riporta su entrambi i lati delle incisioni. La Faccia A riporta un’iscrizione incisa dopo la cottura, su due linee sovrapposte, preceduta e conclusa con una croce latina. L’iscrizione in questione riporta i nomi dei due martiri Cosma e Damiano, il cui culto era diffuso enormemente nella parte orientale dell’Impero Romano, soprattutto dopo l’insediamento sul trono di Giustiniano. L’analisi stilistica effettuata ha dimostrato che il tipo di scrittura ha i suoi natali nel III secolo d. C. In particolare, però, l’incisione è di grande importanza perché, anche  considerando che il culto di Cosma e Damiano si afferma tra la fine del IV secolo e gli inizi del V secolo d. C., costituisce l'unica attestazione, attualmente ritrovata, del culto dei due santi Anargyroi (guaritori) nell’Epirus Vetus

Palokaster Cosma Damiano

La Faccia B, invece, riporta un’iscrizione che recita l’acclamazione a Dio santo, forte e immortale, che entra nella liturgia bizantina alla metà del V secolo ed è comunemente noto col nome trisagion. Le due iscrizioni sono state eseguite da mano diversa e in due momenti distinti (sebbene ravvicinati, e comunque entro il VI secolo, secondo gli studiosi) della vita dell’edificio religioso.

Per informazioni più dettagliate non resta che consultare l'importante studio di Simona Antolini, Silvia Maria Marengo, Yuri A. Marano, Roberto Perna, Luan Përzhita, La prima attestazione del culto dei Santi Cosma e Damiano nell'Epirus Vetus dagli scavi della fortificazione di Palokastra, contenuto nel volume 97 dell’Annuario della Scuola Archeologica di Atene e delle missioni italiane in Oriente (2019).

Hadrianopolis

Come ci ha spiegato il professor Roberto Perna, «l'attività a Palokaster è parte di un lavoro più articolato che grazie alla realizzazione di diversi scavi archeologici (Hadrianopolis, Melan, Palokaster, Frashtan e Selo), rilievi di siti fortificati, ricognizioni ed indagini di natura storica ed epigrafica vuole affrontare lo studio dell'evoluzione in età antica della valle del Drino in forma globale. Tale studio, grazie alla stesura del Piano di gestione delle emergenze archeologiche della valle del Drino ha anche una sua forte declinazione sui temi della pianificazione e gestione territoriale avendo consentito di realizzare, ad esempio, il piano di protezione civile beni culturali della valle del Drino e, dopo la rifunzionalizzazione del teatro di Hadrianopolis, di avviare la stagione teatrale "Sul sentiero di Adriano"».

Hadrianopolis

Ci rivolgiamo adesso ai responsabili della missione archeologica a cui porgiamo delle domande, per meglio comprendere come avviene l’esperienza di scavo e se possono esserci dei risvolti futuri a documentazione terminata. Ci ha risposto proprio il professor Roberto Perna, del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Macerata.


Quanto è importante l'attività didattica per istruire i ragazzi all'avvio di uno scavo? E quanto lo è stata in questo scavo?

È fondamentale che gli studenti apprendano le metodologie dello scavo stratigrafico partecipando ad attività pratiche sul terreno: è questo infatti l’unico modo per appropriarsene ed interiorizzarle. Lo scavo è anche il momento in cui si insegnano le tecniche e le metodologie più attuali per il rilievo, la documentazione e la ricerca, anche con l’ausilio dell’ICT, conoscenze fondamentali per realizzare fattivamente il mestiere di archeologo.

Credo sia anche importante il fatto che nell’ambito di missioni così articolate e complesse, realizzate all’estero e con una significativa risonanza internazionale, come quella presso Palokaster, sia possibile acquisire consapevolezza, partecipare e contribuire a quei processi ed attività che oggi vanno sotto il nome di Archeologia pubblica, ormai imprescindibili se vogliamo dare un senso alla nostra ricerca sul terreno che abbia un valore per le comunità che ci ospitano.

Lo scavo di Palokaster è inoltre inserito in un progetto più ampio ed articolato volto alla ricostruzione delle vicende storiche ed archeologiche della valle del Drino dall’età tardoclassica a quella bizantina, e credo che l'attività didattica che qui si può svolgere in maniera più efficace è volta ad insegnare proprio la dimensione storica dell’archeologia nell’ambito della quale l’apprendimento di metodi e tecniche sono obiettivi strumentali che hanno un significato solo se utilizzati ai fini della ricostruzione storica. La nostra attività didattica sullo scavo è dedicata proprio a far acquisire agli studenti categorie interpretative e metodi finalizzati alla ricostruzione storica e per tale motivo molti degli stessi studenti che partecipano allo scavo proprio su temi e materiai epiroti, spesso originali, elaborano la loro tesi di laurea.

Nel corso delle campagne avete ripreso le indagini nei saggi già eseguiti negli anni ‘70 e se sì, quali informazioni ne avete ricavato? Più in generale quali aree di scavo avete individuato per la missione?

Nel corso degli anni ‘70 erano stati riportati in luce il perimetro delle fortificazioni, una parte della chiesa, più tarda, posta in posizione centrale, e alcune tombe ed alcune strutture al di fuori della cinta fortificata.

Purtroppo la documentazione dello scavo non ci ha consentito di associare i materiali individuati, ed in parte significativa editi, con contesti stratigrafici utili, anche nei punti dove erano stati realizzati alcuni saggi di approfondimento.

Palokaster Cosma Damiano

Per tale motivo le prime attività, dopo la realizzazione della Carta archeologica del territorio di riferimento, contestualizzata nell’ambito di uno studio di carattere idrografico e morfologico, sono state dedicate alla pulizia archeologica delle strutture, alla realizzazione di un nuovo rilievo tramite laser scanner degli elementi visibili ed a quella di prospezioni geofisiche, sia geomagnetiche che georadar, nell’area interna delle fortificazioni. L’insieme di questi dati, integrati con quelli delle foto aeree, ci ha consentito di individuare alcune aree che ci sembravano più utili proprio per meglio definire alcuni fenomeni storici che ci interessava analizzare nell’ambito del progetto di ricerca storico-archeologica nella valle del Drino.

Si trattava dunque di approfondire le nostre conoscenze sulle dinamiche storiche legate sia al momento ed alle funzioni del primo insediamento di età ellenistico-romana che occupò il sito, sia alle trasformazioni del modello di occupazione del territorio, e alle sue relazioni con il capoluogo Hadrianopolis, che sembrano verificarsi dalla fine del V agli inizi del VII sec. d.C.

Per tale motivo un saggio è stato realizzato in un’area dove, al di sotto delle baracche, sembrava di poter individuare, coperte da alluvioni antiche, strutture precedenti la fondazione della fortificazione, mentre altri due saggi si sono rivolti sulla chiesa che alle baracche si sovrappone, privilegiando aree non precedentemente indagate, con significative e potenzialmente utili anomalie.

Considerando che il terminus post quem utilizzato per datare la prima fase di costruzione della fortificazione è l’anno 293 d. C., ovvero la datazione di una delle due iscrizioni individuate in situ, è possibile ipotizzare che le baracche ritrovate al di sotto della struttura ecclesiastica indagata potessero appartenere a resti di una Domus Ecclesiae, come se ne ritrovano altre nella parte orientale dell’impero e risalenti allo stesso periodo?

La planimetria delle baracche e delle strutture collocate all’interno della fortificazione è a noi nota non solo grazie agli scavi degli anni ‘70 ed a quelli attuali, ma in forma quasi integrale anche grazie alle indagini geofisiche ed essa non ci consente di formulare tale ipotesi. Lo schema planimetrico che stiamo analizzando, perfettamente coerente rispetto al disegno delle cortine, delle torri e delle porte, corrisponde infatti in maniera estremamente coerente ad un quadriburgus di tipo “dioclezianeo”, un modello planimetrico ampiamente diffuso in fortificazioni coeve. Le stesse caratteristiche architettoniche e le tecniche edilizie delle strutture individuate negli scavi più recenti sembrano confermare tale interpretazione.

L’analisi stilistica effettuata sul laterizio rinvenuto durante la fase di scavo della chiesa ha appurato come l’iscrizione riportata sulla Faccia A, dove sono citati i due martiri, sia precedente rispetto all’incisione della Faccia B, riportante il testo del trisagion. Considerando che al momento del rinvenimento il laterizio si presentava con la Faccia B rivolta verso la vista, quindi come a voler quasi nascondere il testo A, si può pensare che l’iscrizione B sia stata incisa in seguito ad un cambio di titolarità dell’edificio ecclesiastico, e quindi da un culto dei santi martiri Cosma e Damiano a un culto di Dio santo, forte e immortale come recitato nel trisagion?

La domanda affronta in maniera specifica il tema della dimensione dell’archeologia come disciplina storica e dunque quello della necessaria di interdisciplinarietà soprattutto con la storia, e l’epigrafia. Sulla base delle indagini condotte insieme ai colleghi S. Antolini, Y. Marano e S. M. Marengo, che hanno condiviso con me lo studio del manufatto, le due iscrizioni non sono molto distanti nel tempo, pur rimandando a modelli scrittori diversi, ma probabilmente sono dovute a mani diverse. Probabilmente il lato con i Santi è forse di poco precedente e potrebbe avere a che fare con le reliquie prima della loro definitiva deposizione (dunque il nome dei Santi avrebbe avuto dunque a che fare con le reliquie stesse o con la titolarità dell’edificio), mentre il trisagion sull’altro lato si connetterebbe con la liturgia di posa in opera della lastra. Si sottolinea inoltre che tutti e due i testi erano nascosti alla vista e mantenevano la loro funzione comunicativa con la divinità: l’iscrizione più recente non avrebbe defunzionalizzato la più antica, a differenza di quanto succede di norma nel caso di documenti opistografi dove la nuova iscrizione cancella di fatto la precedente, ed il carattere opistografo del documento non delineerebbe la volontà di nascondere il lato A, ma indicherebbe semplicemente una successione temporale.

 

Tutte le foto sono state cortesemente fornite dal professor Roberto Perna.