Josef Koudelka Radici

Josef Koudelka, Radici: passato e presente al Museo dell'Ara Pacis

Josef Koudelka, Radici. Evidenza della storia, enigma della bellezza

Roma, Museo dell’Ara Pacis

1° febbraio – 29 agosto 2021

 

«Ruins are not the past, they are the future which draws our attention and make us enjoy the present»

«Le rovine non sono il passato, sono il futuro che ci invita all’attenzione e a godere del presente»

Josef Koudelka

Radici Josef Koudelka
Amman, Giordania, 2012. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Se siete a Roma in questo ancora strano periodo estivo avete la possibilità di visitare, fino al 29 agosto, una mostra che si può definire, dando veramente senso a un’espressione nota, unica nel suo genere: Koudelka imprime sulla pellicola fotografica il paesaggio dei siti archeologici più importanti che i territori del Mediterraneo ancora offrono agli occhi dei loro abitanti.

Oggi questo territorio molto ampio ospita contesti e popoli vari e diversi, ma gli scatti di Koudelka, ancora più suggestivi nella scelta del bianco e nero, ci restituiscono uno sguardo su un paesaggio in cui la contemplazione dell’antico raccoglie i pensieri e unisce le lontananze.

Il paesaggio, spesso, non è semplicemente uno sfondo per la vita umana, ma un personaggio vivo, con il quale si instaurano rapporti profondi e duraturi.

Nel paesaggio reale si sovrappongono livelli diversi, legati all’esperienza emotiva, personale di chi lo abita, finché il confine tra l’elemento geografico e quello mentale ed emozionale diventa sfumato e inafferrabile. La riflessione sul paesaggio e sul suo legame con l’esistenza umana è profonda e antica[1] e traspare anche dalle fotografie di Koudelka: non si tratta di una semplice documentazione dei siti archeologici, ma della restituzione di un paesaggio dell’anima che trova nel rapporto tra antico e moderno la sua intensità.

Radici Josef Koudelka
Roma, Italia, 2000. Foto © Josef Koudelka/ Magnum Photos

Uniti dal rapporto con il Mediterraneo, i luoghi testimoniati da Koudelka si snodano come una grande mappa della geografia e dell’anima: non solo l’Italia, ma anche  il Portogallo, la Spagna, la Francia, la Croazia, l’Albania, la Grecia, la Turchia, Cipro (sia il Nord che il Sud), la Siria, il Libano, Israele, la Giordania, l’Egitto, la Libia, la Tunisia, l’Algeria, il Marocco.

Il paesaggio di questi luoghi rivela l’influenza delle loro antiche civiltà, dalle quali è stato plasmato, che ha reso parte di sé: le rovine di questo passato si ergono maestose accanto alla modernità, o emergono dal paesaggio naturale, anch’esso in bilico tra la costanza e le trasformazioni.

Chi decida di visitare la mostra è indotto a camminare, letteralmente, tra gli scatti delle rovine, che non compaiono solo sui pannelli posti alle pareti, ma informano anche dei particolari blocchi orizzontali – su cui avrete l’accortezza di non sedervi – che abitano fisicamente le varie stanze in cui si articola il percorso espositivo.

Se il viaggio è talvolta - e non solo in questi tempi non ancora tornati a una tranquilla normalità - una possibilità più sognata che realizzata, camminare lungo questo percorso vuol dire davvero immergersi, almeno un po' in quel sogno.

Giungere alle radici, insomma, che sono quelle di un territorio vasto, di popoli diversi e di un passato che vive e dialoga con e dentro di noi.

 

Dal sito del Museo dell’Ara Pacis:

«Tappa unica in Italia, la mostra dedicata al grande fotografo dell’agenzia Magnum Photos documenta con oltre cento spettacolari immagini lo straordinario viaggio fotografico di Koudelka alla ricerca delle radici della nostra storia nei più importanti siti archeologici del Mediterraneo.»

 

 

[1] Basti pensare che è stato il tema scelto dall’ultimo Convegno Properziano organizzato dall’Accademia Properziana del Subasio (27-29 maggio 2021)

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faraoni Hyksos

I primi faraoni di origine straniera: gli Hyksos

La civiltà delle terre d’Egitto è antichissima e la sua arte ne è diretta, incantevole conseguenza: una storia lunga più di tre millenni, a partire dal Periodo Predinastico fino all’Impero Romano. Questo sviluppo protratto lungamente nel tempo ha spesso stimolato fantastiche idee di auto-conservazione, per cui la cultura egizia vestita di una regale immutabilità, restasse impermeabile a contatti esterni e chiusa nella fedeltà alla propria tradizione. L’emerito egittologo Sergio Donadoni spesso ripeteva quanto l’Egitto non avesse bisogno di misteri, di arcani costruiti ad hoc perché la sua affascinante unicità è frutto anche di un importante sincretismo culturale. Mentre l’incontro con altre culture antiche ha permesso che l’arte egizia fosse partecipe alla formazione di un linguaggio culturale comune nel bacino del Mediterraneo, così  lo scontro con antiche popolazioni asiatiche ne ha caratterizzato evoluzione e mutamenti.

faraoni Hyksos
Scarabeo col nome di uno dei faraoni Hyksos, Khayan. 1620–1581 a. C. circa, Secondo periodo intermedio. Foto Met Museum in pubblico dominio
faraoni Hyksos
Scarabeo col nome di uno dei faraoni Hyksos, Khayan. 1620–1581 a. C. circa, Secondo periodo intermedio. Foto Met Museum in pubblico dominio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Durante il Secondo Periodo Intermedio, tra il secolo XVII e XVI a.C., antichi popoli nomadi asiatici, gli Hyksos, penetrano nel Basso Egitto stabilendosi nella parte più orientale del Delta del Nilo. Alcuni estratti dall’opera storica di Manetone, sacerdote egiziano vissuto nel III sec. a.C., sono la nostra preziosa fonte: Delta del Nilo le sue parole, tramandate dagli scritti di Giuseppe Flavio, Giulio Africano ed Eusebio, testimoniano come l’apertura oltre le frontiere tradizionali durante il Medio Regno abbia determinato un cambiamento profondo di cui questa prima invasione straniera dell’antico Egitto ne è la prova. Infatti, alcuni registri documentari del XVIII sec. a.C. ricordano una permeabilità culturale radicata: molti uomini di stirpe asiatica venivano impiegati come mano d’opera servile in strutture egiziane e molti mercenari nubiani qui facevano i loro affari. Gli Hyksos, quindi, sono stati un punto di rottura ed un tassello molto importante nell’evoluzione della storia e della cultura egizia.

faraoni Hyksos
Testa di ufficiale asiatico con la caratteristica capigliatura, Avaris. Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco, ÄS 7171. Foto di Khruner, CC BY-SA 3.0

Manetone ci racconta che una certa <<Avaris>> fosse la città principale del regno Hyksos e parecchi millenni dopo, nel XX secolo, sarà l’equipe dell’Istituto Archeologico Austriaco del Cairo ad identificarne il sito, scavando nel Delta presso Quantir a Tell el-Dab’a. Il team austriaco-egiziano analizzò la stratigrafia di questo centro abitato: essa mostrò la presenza di Asiatici sul finire del Medio Regno, grazie anche al ritrovamento di manufatti simili a quelli del Medio Bronzo siriano. Ma la particolarità che colpì ed entusiasmò gli archeologici austriaci fu la successiva distruzione violenta dell’insediamento e il conseguente sviluppo di un nuovo nucleo abitativo, caratterizzato da sepolture domestiche nelle quali erano presenti anche ossa di cavalli. Queste testimonianze materiali fecero supporre che nel Secondo Periodo Intermedio alcune genti asiatiche, quali gli Hyksos, si fossero brutalmente sostituiti ad un gruppo di persone che condividevano la cultura egiziana già prima permeata di elementi asiatici.

faraoni Hyksos
Testa di leone da una fontana. XVIII Dinastia, Avaris. Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco, ÄS 5348. Foto di Einsamer Schütze, CC BY-SA 3.0

Gli Hyksos, affini alle popolazioni cananee, regnarono per più di un secolo nel nord dell’Egitto, organizzando uno Stato con sovrani che mantennero lo stesso cerimoniale dei faraoni. Non sappiamo con precisione fin dove si estese il loro dominio, ma è ipotizzabile non oltre il Sud di Tebe. Furono proprio i principi di Tebe della XVIII dinastia, soprattutto Ahmose, che riconquistarono l’Egitto verso il 1550 a.C., liberando Avaris dagli Hyksos. Sembra che questa nuova attitudine bellicosa del popolo egizio sia stato un lascito dei sovraccitati sovrani stranieri oltre all’introduzione dei cavalli e a quei bellissimi scarabei adornati da particolarissimi motivi geometrici e a spirale, non tipici del gusto egiziano.

Recentemente dall’Università di Bournemouth arriva una novità a sfidare le narrazioni tradizionali sulla storia degli Hyksos: la rivista Plos One pubblicava, lo scorso luglio, uno studio di Christina Stantis che sembra confutare la teoria dell’invasione coatta, a favore di una penetrazione lenta e graduale. La scienziata, studiando i rapporti degli isotopi dello stronzio 87 Sr86 Sr) dello smalto dei denti umani ( n = 75) da Tell el-Dab’a con le impronte degli isotopi ambientali provenienti dall’Egitto, cercava di scoprire l’origine geografica degli abitanti di Avaris. I risultati di tale studio dimostrano che una vasta percentuale di queste tracce provengono da uomini originari da altri luoghi del bacino del Mediterraneo. Sembra, inoltre, che la presenza di questa miscellanea etnica fosse riscontrabile sia prima che durante la dinastia HyksosPer questo La Stantis arriva alla conclusione che gli “invasori stranieri” facessero parte della realtà multiculturale del Nord dell’antico Egitto e che ne divennero protagonisti dopo un lungo e pacifico processo migratorio.

Ad oggi ancora non sappiamo quali furono i loro antenati, se realmente fossero una popolazione semita nomade, e quali furono i rapporti con i faraoni locali.

L’approccio interdisciplinare delle varie scienze archeologiche  aiuterà, in futuro, a delineare la storia degli Hyksos, riuscendo così a svelare l’origine di questi faraoni.

Bibliografia

Alan GardinerLa civiltà egizia, Torino, 1971

Paolo Mathiae, Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale, Torino, 2018

Sergio Donadoni, L’Arte dell’Antico Egitto, Milano, 1994

Stantis C, Kharobi A, Maaranen N, Nowell GM, Bietak M, Prell S, Schutkowski H., Who were the Hyksos? Challenging traditional narratives using strontium isotope (87Sr/86Sr) analysis of human remains from ancient Egypt, PLoS One. 2020 Jul 15;15(7):e0235414. doi: 10.1371/journal.pone.0235414. PMID: 32667937; PMCID: PMC7363063.

 


Mari Palazzo Zimri-Lim

Mari e il sontuoso Palazzo reale di Zimri-Lim

Tutti noi durante gli anni passati tra i banchi di scuola abbiamo memorizzato una nozione che difficilmente dimenticheremo: la Mesopotamia è la terra tra due fiumi, il Tigri e l’Eufrate.
La Mesopotamia è stata una terra densa di storia, arte e letteratura e a contribuire a tale ricchezza ci sono state molte città che dal sud sino al nord l’hanno resa celebre in tutto il Vicino Oriente, a partire dal IV millennio a.C..

Una delle città più conosciute e rinomate in antichità è stata Mari, Tell-Hariri, soprattutto a partire dal periodo paleo-babilonese (1792-1595 a.C., conosciuto nella storia per il regno del re Hammurabi di Babilonia, che ha redatto il famoso codice).

 

Mari Palazzo di Zimri-Lim
Il Palazzo di Zimri-Lim a Mari. Foto di Heretiq, CC BY-SA 2.5

La città di Mari è rinomata principalmente per la presenza di un grande e sontuoso palazzo, definito nella storiografia e nei documenti scritti “Palazzo reale di Zimri-Lim”; durante il regno di Zimri-Lim (1775-1758 a.C. ) questo palazzo è stato ampliato e arricchito da elementi influenzati dalla cultura mesopotamica e siriana.

Durante i primi scavi, all’interno del palazzo, è stata scoperta una grande quantità di tavolette iscritte e annessa alla struttura palatina l’Edubba (la scuola degli scribi, “la casa delle tavolette”), segno che ci fa comprendere la vasta produzione di documenti durante il periodo di vita del palazzo, sorto probabilmente a partire dalla III Dinastia di Ur (2112-2004 a.C.).

Una tavoletta dall'archivio reale del Palazzo di Zimri-Lim, conservata al Museo del Louvre. Foto  © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

L’importanza di tale struttura è dovuta alla sua articolazione e ad altri ritrovamenti al suo interno: il settore cerimoniale, costituito da una corte decorata con palme da dattero (i datteri erano alla base dell’alimentazione mesopotamica), da un vano rettangolare e attraverso questi due luoghi si accedeva al punto più importante del palazzo, la sala del trono.

Non era consentito a chiunque accedere a questo luogo, tranne ad ospiti lontani quali principi, re, funzionari giunti a Mari appositamente per presenziare con il re.

Mari 'investitura di Zimri-Lim Palazzo Reale
L'investitura di Zimri-Lim dal Palazzo Reale di Mari, attualmente al Museo del Louvre. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

In questo luogo di rappresentanza sono stati scoperti due elementi di rara bellezza: l’affresco della scena dell’Investitura del re Zimri-Lim da parte della dea Ištar e una statua della “Dea dalle acque zampillanti”.

Dettaglio dall'investitura di Zimri-Lim dal Palazzo Reale di Mari, attualmente al Museo del Louvre. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

La statua rappresenta la figura di una donna stante (realizzata in calcare, alta 1,42 m), con una capigliatura folta e indossa il classico copricapo che identifica le divinità in Mesopotamia (copricapo con le corna).

La figura indossa una gonna lunga che scende sui piedi facendoli un po’ intravedere e su di essa si notano incisi dei rivoli d’acqua e dei pesci. Ha le mani poggiate sul basso ventre che reggono un vaso; si tratta di una fontana perché cava al suo interno.

Mari
La “Dea dalle acque zampillanti”. Foto di Mbenoist, CC BY-SA 3.0

L’acqua probabilmente sgorgava dal vaso e si riversava sull’abito, simboleggiando fertilità e prosperità.

Questa figura femminile è stata riconosciuta come divinità secondaria, poiché ha accompagnato divinità di rango superiore della mitologia mesopotamica; la sua presenza è attestata nelle scene rappresentate nella glittica, nei rilievi e in questo caso nell’affresco del palazzo di Mari; l’affresco presenta la figura della divinità che accompagna la scena dell’investitura del re.

La statua della “dea dalle acque zampillanti” è custodita presso il Museo Archeologico di Aleppo, in Siria.

Mari Ziggurat Palazzo Zimri-Lim
Una ziggurat nei pressi del Palazzo di Zimri-Lim. Foto di Heretiq, CC BY-SA 2.5

Bibliografia:

    • Al Khalesi, Y.-M., The Court of the Palms: A Functional Interpretation of the Mari Palace, Malibu, Undena Publications, 1978;
    • Beyer, D., Butterlin, P., Margueron, J.-C., Cavigneaux, A., Muller, B., Al Maqdissi, M., Actes du colloque “Mari, ni Est ni Ouest”, tenu les 20-22 octobre 2010 à Damas, Syria supplément II, vol. 1-2, Beyrouth, Ifpo, 2014;
    • Biga, M.-G., La Mesopotamia e la Siria nel Medio Bronzo, Storia d'Europa e del Mediterraneo, V. 2, Roma, Le civiltà dell'Oriente Mediterraneo, 2006;
    • Biga, M.-G., Babylon and Beyond Babylon in the First Half of the 2nd Millennium B.C., MESOPOTAMIA, Firenze, Le Lettere, 2011;
    • Bottéro, J., Mesopotamia: la scrittura, la mentalità e gli dei, Torino, Einaudi, 1991, edizione originale Paris, Editions Gallimard, 1987;
    • Liverani, M., Antico Oriente: storia, società, economia, Roma-Bari, Laterza, 2011;
    • Maniaczyk, J., Le culte d’Ištar/Eštar dans les textes paléo-babyloniens de Mari. Bilan des dernières récherches, Miscellanea Anthropologica et Sociologica, 2014;
    • Nadali, D., Polcaro, A., Archeologia della Mesopotamia antica, Roma, Carocci Editore, 2015;
    • Parrot, A., Les fouilles de Mari, première campagne (hiver 1933-1934), Syria XVI, Paris, 1935;
    • Parrot, A., Documentation photographique de la Mission Archèologique de Mari, Paris, Éditions Ides et Calendes, 1953;
    • Pinnock, F., The Image of Power at Mari between East and West, Syria/supplement 2, 2014.

I monaci stiliti: in alto per avvicinarsi a Dio

I MONACI STILITI

Strani uomini in posa su colonne.

Ma chi sono?

E cosa ci fanno sulle colonne?

Siamo alle porte del Medioevo e loro sono i monaci stiliti.

Sono anacoreti, religiosi che vivono in luoghi deserti e isolati, lontano dagli uomini. Gli stiliti sono monaci che vivono in cima ad un pilastro o una colonna per meditare ed entrare in maggiore rapporto con Dio.

È un fenomeno non prettamente legato al cristianesimo, che ha interessato il Vicino Oriente, come Siria e Palestina, che si diffuse in Egitto dal III secolo d.C. e maggiormente nel IV secolo d.C.

Il vivere da stilita si protrasse, in Russia, fino al XV secolo.

 

 

stiliti Simeone Stilita il Vecchio
Simeone, su di una colonna, riceve i viveri per sopravvivere. Immagine [1] in pubblico dominio
Nel cristianesimo, l’iniziatore fu Simeone, chiamato poi Simeone Stilita il Vecchio. Nato a Sisan, nella Siria settentrionale intorno al 388/390 d.C. e morto nel 459 d.C., a 15 anni si fece monaco, lasciando il suo lavoro di pastore.

Simeone iniziò la sua attività monacale vivendo, a digiuno e sempre in piedi, per tre anni, in una capanna (presso Tell Neshim), poi salì su di una roccia nel deserto ed infine trovò l’abitazione consona ai suoi desideri: una colonna.

Iniziò da colonne di media altezza (3 metri) fino a giungere a colonne alte 20 metri!

Le fonti narrano che visse ben 37 anni, sulla sommità di una colonna, esposto alle intemperie, che riceveva acqua e pochissimo cibo per mezzo di ceste e corde, e veniva “disturbato” da folle di pellegrini in cerca di una sua parola.

Anche l'imperatore romano Teodosio I venerò Simeone.

 

 

La Rocca di San Simeone (Qal'at Dair Sim'an). Foto di Herbert Frank, CC BY 2.0

Oggi, in Siria, a Qal‛at Sim‛ān (Rocca di Simeone) esiste un sito archeologico (patrimonio UNESCO) di un complesso architettonico, datato tra il V e il VII secolo d.C.
Sono stati identificati dagli archeologi: Il monastero dove vivevano i monaci, una basilica, eretta anche grazie all'elargizione dell’imperatore d’Oriente Zenone (430 d.C. circa - 491 d.C.), e non ancora con certezza, rilevata anche una costruzione identificabile come un battistero. Il tutto testimonia la presenza di edifici costruiti intorno alla colonna dove visse Simeone.

Per approfondimenti sull'area archeologica di San Simeone, in Siria, dal Sito UNESCO:

https://whc.unesco.org/en/news/1499 (in lingua inglese)

https://en.unesco.org/syrian-observatory/news/ancient-villages-northern-syria (in lingua inglese)

 

Una curiosità: esisteva una pratica simile allo stilitismo, anche prima del periodo Tardo Antico e della nascita del cristianesimo. A Ierapoli, in Frigia (una regione dell’Anatolia, oggi più o meno l'attuale Turchia), si trovava una colonna, sulla quale un uomo saliva per una settimana, in contemplazione di una divinità. Ciò si verificava due volte durante l’anno.


Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba

Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba
Letteratura al femminile, una realtà non solo bizantina

La Graphe.IT si è distinta recentemente per la cura che dedica alle sue collane saggistiche, in particolare quella dedicata ai grandi protagonisti delle imprese belliche medievali e non (I Condottieri), e al titolo che oggi ho il piacere di presentare: Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba.

Il testo della professoressa Svetlana Tomin è volto a colmare diverse lacune nell'ambito accademico e divulgativo. In primis in Italia uno studio scientifico sul mondo culturale serbo è quasi del tutto assente, se escludiamo alcune pubblicazioni specialistiche e pressoché escluse dal circuito delle librerie. Inoltre, per una contingenza storico-culturale è opportuno - oltre che interessante - (ri)scoprire l'importanza delle figure femminili in seno alle corti ortodosse-slave, così da ridimensionare il monopolio letterario delle aristocratiche romane dell'Impero Romano d'Oriente.

Sono stati dedicati diversi studi al medioevo “bizantino” e alle opere nate in questo contesto da mano femminile, in particolare l'attenzione si è soffermata spesso su Casia (IX° secolo) e la principessa Anna Comnena (XI°- XII° secolo). Giudicando quest'ultime con un'ottica contemporanea, ovvero con una griglia di valori socio-morali figli del nostro pensiero, le figure sopracitate ci sembreranno pallide rappresentati del genere femminile poiché spesso incarnano valori materni, domestici e religiosi. Questa inclinazione è ovviamente sbagliata se non dannosa, le aristocratiche bizantine oltre ad essere delle avvenenti dame di corte detengono anche il massimo livello di istruzione possibile ai tempi, la loro formazione culturale veniva perennemente sostenuta dagli insegnamenti e dalle lezioni di maestri, monaci e tutori di livello.

Ciò è evidente nella Alessiade della principessa Anna Comnena (cfr. Anna la poetessa, Jaca Book), in cui viene celebrato in chiave epica il padre-imperatore, Alessio I Comneno. In questo testo sembra essere lontano e addirittura destrutturato le stereotipo della donna dedita alle letture agiografiche e alle sacre scritture, e anzi tra le righe appare una donna forte e caparbia, capace di riflettere sulle aspre realtà storico-culturali del tempo e sulla situazione geopolitica coeva alla sua vita, ovvero il complicato scacchiere della Terra Santa ai tempi della prima spedizione crociata.

Anna è una figura atipica, capace di giudicare una donna forte solo se in lei sono assenti le tipiche caratteristiche del gentil sesso (delicatezza, pietà, amore materno, dedizione etc etc), de facto l'Alessiade è un poema infuocato e guerresco figlio di un buio momento della aspra vita di Anna Comnena costretta a pagare con l'esilio in un monastero il suo tradimento contro il nuovo imperatore Giovanni I. In questa occasione sembrò proprio lei una delle figure più controverse ad organizzare la congiura, tant'è che suo marito Niceforo Briennio abbandonò le torbide manovre di deposizione e Anna esclamò “La Natura ha sbagliato i nostri sessi: avrebbe dovuto essere lui la donna”. Con questa breve panoramica ci rendiamo conto quanto nel mondo bizantino fosse importante il ruolo della donna all'interno del palazzo e della corte imperiale, non mancarono infatti altre letterate e abili politiche che si sobbarcarono numerose sfide come l'imperatrice Irene.

In egual mondo anche il mondo serbo presentò altrettante figure femminili di spicco: del resto era una della realtà politiche nell'orbita della cultura e del potere dell'Impero Romano d'Oriente e tali rapporti erano cementificati dalla comune religione ortodossa. In questo senso il mondo balcanico-carpatico si sentì sempre un figlio (a volte illegittimo) dell'aurea imperiale romana come del resto fecero la 'Rus e Kiev, al punto di vedere in questi regni una Terza Roma (Roma, Bisanzio, Mosca). I rapporti geo-politici tra gli stati slavi e Costantinopoli furono sempre altalenanti a causa di scaramucce, invasioni e periodi di pace. L'Impero Romano d'Oriente fu sempre attaccato verso i suoi confini, specialmente in Oriente da quando la sconfitta di Manzikert del 1071 sancì lo sgretolamento del potere romano in Anatolia e poi l'occupazione medio-orientale del Libano, delle terre di Canaan e della Siria per mano di crociati e selgiuchidi li scacciò dal quel prezioso quadrante. Per rimpinguare le casse e recuperare onore, gloria e terra Costantinopoli cercò di rintuzzare le scorrerie serbo-bulgare e albanesi e di ripagare gli invasori con altrettante razzie.

Questo è il mondo in cui le donne delle corti serbe furono allevate, ascoltando i racconti di gesta dai loro padri o tutori e imparando le preghiere e i precetti religiosi dalle loro nonne o monache di corte.
C'è da precisare che al pari del mondo bizantino, anche il regno serbo era di stampo cavalleresco e fomentato dai romanzi eroici. In particolare, la Serbia medievale fu pesantemente vessata dai nemici ottomani che invasero i suoi territori e ciò comportò una travolgente carrellata di cambiamenti. Per arginare lo strapotere turco, gli zar serbi e bosniaci misero insieme una coalizione e mobilitarono un esercito dalle notevoli dimensioni.

A fronteggiare il sultano Murad I ci furono diversi nobili condottieri dello scacchiere balcanico tra cui il Knez Lazar Hrebeljanović, Vuk Branković e Vlatko Vuković. Nella battaglia del Campo dei Merli (Kosovo Polje) del 1389, il fiore della nobiltà serba fu violentemente calpestato dallo stivale del neo sultano Bayazid il Fulmine che vinse repentinamente la battaglia e disgregò l'armata dei cavalieri crociati. Sul campo di battaglia morì anche il re-paladino Lazar Hrebeljanović, sancendo la disgregazione della potenza serba sul territorio e sconquassando gli equilibri tra Croazia, Montenegro, Albania, Bulgaria e la stessa Costantinopoli.

La sconfitta del 1389 scosse il mondo slavo-bizantino non solo sul piano politico militare ma anche su quello ideologico e poetico, se la “nobile sconfitta” dei cavalieri crociati ispirò numerosi componimenti epici allo stesso modo provocò un profondo trauma nel modus vivendi della nobiltà serba; tale sconfitta a favore degli infedeli sanciva la debolezza dell'arma medievale per eccellenza, ovvero la cavalleria medievale. Sul finire del XIV° secolo il cavaliere dei Balcani riflette sull'inefficienza della cavalleria e sul confusionario orgoglio che porta a una carica disperata e inutile; Kosovo Polje come la battaglia di Crécy del 1346, segna il tramonto della cavalleria medievale ma non arresta completamente il fervore crociato.

Milica di Serbia in un affresco dal Monastero di Ljubostinja, vicino Trstenik in Serbia. Opera di pittore serbo del XV° secolo, immagine in pubblico dominio

Bisogna tornare sull'armatura infangata e macchiata di sangue di Lazar Hrebeljanović per continuare a parlare di letteratura femminile serba, sarà la moglie del deceduto re serbo, Milica Nemanjić Hrebeljanović, a prendere le redini di un regno sull'orlo della distruzione. La capacità di Milica di districarsi tra le insidie degli Ottomani e le pressioni degli Ungheresi le conferisce subito un'aurea di pragmatica competenza politica che si traduce anche nel dare sua figlia Mileva in sposa al sultano vincitore Bayazid.

Del resto combattere era inutile, visto che l'esercito era stato letteralmente annientato dagli infedeli. Secondo la professoressa Tomin, Milica e Lazar simboleggiarono anche i due mondi del maschile e del femminile del Medioevo, da un lato il pater-dux artefice della gloria e della disfatta dei propri sudditi, su un altro piano la mater protettrice della vita e del focolare domestico. Analisi perfetta in questo caso.

Milica governò con saggezza e senso della misura e risollevò l'economia del regno stabilendo floridi legami con Ragusa e gli stati limitrofi, anche quando suo figlio Stefan divenne il sovrano legittimo lei continuò a dipanare i suoi ordini da dietro le quinte e garantì alla Serbia un periodo di tranquillità e ripresa. Inoltre fu una fervida religiosa che adempì ai suoi doveri di perfetta nobile cristiana, finanziando la costruzione di monasteri e sostenendo le opere pie. Inoltre fornì alle strutture ecclesiastiche diversi volumi e opere agiografiche. L'amore per i libri, la religione e la letteratura fu ereditato da sua figlia Jelena Balšić.

Jelena Balšić
Car Lazar i njegova porodica ("Lo Tsar Lazaro e la sua famiglia"), riproduzione di data ignota di una litografia datata al 1860, opera di Pavle Čortanović. Jelena Balšić è nel gruppo sulla sinistra, al centro, coi capelli scuri. Immagine in pubblico dominio

Sciorinare tutta la vita e la carriera di Jelena Balšić è certamente compito del libro analizzato in questa sede e non mio, perciò credo sia più consono limitarmi a citare alcune delle opere più interessanti della principessa e regnante serba Jelena Balšić.

Il manoscritto di Gorica fu scoperto nel 1902 nella capitale macedone Skopje da Svetozar Tomić e rappresenta uno dei testi più significativi per conoscere la regina serba, infatti è anche una fonte per apprendere i gusti letterari di Jelena Balšić. Il manoscritto è anche uno dei più importanti componimenti della Zeta medievale, ovvero l'odierno Montenegro e simboleggia l'importanza della religione ortodossa-bizantina nelle terre slave. Il testo fu scritto dalla mano del padre spirituale di Jelena ovvero Nikon il Gerosolomitano, in lingua servo-slava e con l'ortografia di Resava (semionciale corsivo).

Il testo, suddiviso in tre macro-parti, è una raccolta di epistole che furono scambiate tra Nikon e la sua regina Jelena e trattano i più disparati argomenti: dalla storia delle chiese e degli eremi di Gerusalemme alla geografia, per passare alla cosmografia o alle appassionate agiografie, fino alla geometria o allo studio delle regole monastiche. Perciò Il manoscritto di Gorica rientra nella nomenclatura dei codici medievali di natura miscellanea e enciclopedica.

Lo studio di questa forte regnante è affascinante perché ci porta a debellare i pallidi cliché che ancora ristagnano nei libri di storia, dove le figure femminili di questo livello sono occultate o deliberatamente snobbate. Infatti Jelena Balšić non fu solamente un'abile scrittrice e devota studiosa, ma riuscì con il suo carisma e la sua mente a influenzare l'intero mondo slavo, fino a trasmettere le sue volontà all'indipendente Ragusa; per alcuni momenti fu nel mirino degli Ottomani perché troppo “ribelle”.

Lo studio di questo saggio permette di conoscere il meraviglioso mondo slavo-ortodosso in tutte le sue implicazioni storiche, militari e culturali. Svolge così un ruolo di spartiacque tra la predominanza della cultura romano orientale e l'oblio per gli studi serbi: tale risultato è splendido e si concretizza nell'analisi storico letteraria di tutte le donne che hanno plasmato la forza culturale della Serbia.

Jelena Balšić
Copertina del libro Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba, edito da Graphe.IT

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


I Severi si raccontano in una grande mostra tra Colosseo, Palatino e Foro Romano

Celebrare la potenza imperiale attraverso imponenti opere architettoniche e sociali è una prerogativa abbastanza comune tra i personaggi della storia romana che a partire da Augusto, primo imperatore, hanno caratterizzato il governo dell’Urbe e poi dei territori conquistati. Strutture diversificate per contesto e opulenza che ancora oggi possono essere ammirate e che costituiscono anche una base per il contesto urbano attuale. Roma, in modo particolare, nel corso della sua storia, ha visto una stratificazione urbana non indifferente tanto che ben poco rimane di quello che doveva essere il lusso della residenza dell’Impero.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Per chi organizza mostre, poi, ritagliare una fetta di storia e incorniciare un determinato periodo non è affatto semplice, soprattutto se a passare sotto l’attento giudizio di storici e archeologi è un’intera dinastia che per ben quaranta anni (193 – 235 d.C.) si è resa protagonista di uno degli ultimi grandi momenti dell’impero, portando a compimento opere politiche e sociali che ancora oggi fanno discutere e che sorprendono per l’estrema modernità. I Severi, con il loro capostipite Settimio Severo, impressionano per il messaggio di universalità che riescono a dare ai territori assoggettati, ricordando, cosa da tenere ben presente, che ormai il centro del potere si era spostato da Roma e che ora vede protagoniste le province e in particolare, sotto la dinastia venuta dall’Africa, centri particolarmente splendidi e fiorenti come Leptis Magna. Sotto il discusso Caracalla, addirittura, quello che era sempre stato un baluardo delle società antiche, cioè il diritto di cittadinanza, venne esteso a tutti gli abitanti liberi dell’Impero, garantendo e sancendo, di fatto, un’ingente integrazione tra le varie genti del Mediterraneo e dell’Europa e abolendo il divario che aveva sempre posto Roma al di sopra dei popoli vinti e assoggettati con la forza. Quello dei Severi è il periodo in cui l’Impero romano vive la sua dimensione più cosmopolita, dove i membri del senato e dell’ordine equestre vengono cooptati da ogni angolo del mondo vinto e in cui la mobilità di uomini e merci è garantita dall’assenza di frontiere.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Il latino e il greco non sono solo le uniche lingue letterarie ma grazie ad un ramo della discendenza imperiale dei Severi, anche il siriaco comincia ad entrare prepotentemente nei documenti. Roma si arricchì di nuovi edifici e molti altri furono restaurati e alla stessa stregua, molte città dell’Impero in Africa, Egitto, Siria e province anatoliche, fiorirono e divennero grandi capitali. Numerosi sono i provvedimenti assunti a favore dell’esercito e delle legioni e con essa seguì una grande propaganda legata alle campagne militari in difesa dei confini dell’Impero da cui derivano ingenti bottini. Per consolidare il proprio potere, Severo si presenta come diretto discendente degli imperatori Antonini e nomina, prima del 195 d.C., il figlio Caracalla quale Cesare e suo erede, legittimando la nuova dinastia. La politica dinastica, dopo l’intermezzo del prefetto al pretorio Macrino cui si deve l’uccisione di Caracalla nel 217 d.C. viene ripresa dalle donne della dinastia, Giulia Mesa e Giulia Mamea, che riportano sul trono la porpora con Elagabalo (218 – 222 d.C.) e Alessandro Severo (222 – 235 d.C.).

Comincia con questi presupposti l’articolato percorso della mostra “Roma Universalis. La dinastia venuta dall’Africa”, promossa dal Parco archeologico del Colosseo in collaborazione con Electa Editore, ideata da Clementina Panella e curata con Alessandro D’Alessio e Rossella Rea.

Tre sono i luoghi coinvolti per narrare le vicende della dinastia dei Severi: Colosseo, Palatino e Foro Romano e attraverso le sezioni proposte si illustrano gli sviluppi storico – politici e l’evoluzione artistica e architettonica a Roma e nelle regioni dell’Impero.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
COLOSSEO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Il percorso di visita

Dal secondo ordine del Colosseo, circa trecento reperti archeologici provenienti da importanti musei italiani e stranieri ripercorrono la storia della dinastia attraverso una serie di ritratti, ricordando le origini della famiglia. Settimio Severo, il capostitipe della dinastia che da lui prenderà il nome di "Severi", proviene da Leptis Magna, in Libia, e con la moglie Iulia Domna da Emesa, Siria, nominata Augusta e donna di grande influenza politica, dà inizio all’ultima rilevante famiglia imperiale che regnò per quarant’anni su Roma. Tra i pezzi in mostra e di particolare prestigio, tre rilievi provenienti dai recenti scavi della metropolitana di Napoli appartenenti ad un arco onorario. Senza dimenticare i frammenti della Forma Urbis, mappa catastale di particolare rilievo per la topografia di Roma e che proprio con Settimio Severo viene ulteriormente ampliata. Inoltre, grande rilievo anche per l’artigianato, con i vetri finemente lavorati ad Alessandria d’Egitto e a Colonia, le ceramiche dalla Tunisia o gli argenti conservati al Metropolitan Museum of Art.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
FORO ROMANO Roma Universalis. Foto C. Pescatori

Dal Colosseo, che proprio durante l’età severiana conobbe importanti restauri, si giunge al Foro Romano dove tra il Tempio di Romolo e la Basilica di Massenzio si percorre il Vicus ad Carinas, tra i più antichi percorsi di Roma che fin dall’età repubblicana collegava il quartiere “delle Carine” sul colle Esquilino con il Foro. Nel Medioevo, la via più volte risistemata a causa della continua usura, era ridotta ad un impervio acciottolato che serviva come passaggio anche per la vicina basilica dei SS. Cosma e Damiano, sorta nel IV secolo d.C. Attraverso questo accesso, ci si può affacciare anche sul Templum Pacis di cui, dopo un lungo restauro, è visibile l’opus sectile pavimentale composto da marmi pregiati. L’intero edificio era dedicato alla cultura, un lusso possibile solo durante l’epoca di pace. Nel 192 d.C. un incendio distrusse quasi completamente l’edificio che venne ricostruito da Settimio Severo che ne ripropose la monumentalità originaria. In questa occasione fu collocata la Forma Urbis Romae di cui restano sul muro di facciata della basilica dei SS. Cosma e Damiano le impronte delle lastre di marmo su cui era incisa. Nel vicino Tempio di Romolo il visitatore potrà ammirare trentatré nuovi reperti scultorei trovati negli scavi presso le Terme di Elagabalo e tutti riutilizzati, in frammenti, come materiale edilizio all’interno di due fondazioni murarie pertinenti ad un edificio di VI-VII secolo d.C. Le opere formano un gruppo cronologicamente omogeneo compreso tra la metà circa del II secolo d.C. e il 220 d.C. e ci restituiscono un’interessante testimonianza della ritrattistica di età imperiale. Proseguendo nel percorso, famoso e imponente è l’Arco di Settimio Severo costruito nel 203 d.C. in onore dell’imperatore e dei suoi figli Caracalla e Geta, il cui nome venne poi abraso per damnatio memoriae. Il monumento è decorato con scene delle battaglie combattute contro gli Arabi e i Parti, mentre vittorie alate e divinità di fiumi sono scolpite nelle fasce laterali. Da monete sappiamo che originariamente l’arco era sormontato da una grande quadriga a sei cavalli.

Il terzo e ultimo percorso di visita prosegue sul Palatino attraverso i luoghi dei Severi che si estendono su circa due ettari, di cui i segni più imponenti rimasti sono le grandi arcate e terrazze, insieme allo Stadio con la sua straordinaria sala dei capitelli dal soffitto a cassettoni stuccato. Per la prima volta saranno visibili le vestigia di uno straordinario complesso architettonico: le cosiddette Terme di Elagabalo, venute alla luce in un angolo delle pendici del colle lambito dalla via Sacra che racconta una lunga storia di trasformazioni edilizie. Il nome “Terme di Elagabalo” deriva dalla confusione tra una notizia delle fonti scritte che attribuivano a questo imperatore un “lavacrum publicum […] in aedibus aulicis” e il ritrovamento negli sterri dell’Ottocento, nella zona più vicina all’Arco di Tito, di un piccolo impianto termale. In realtà le Terme appartengono ad un intervento del IV secolo d.C., mentre la costruzione in laterizio è attribuita ad epoca severiana. Le indagini archeologiche, iniziate nel 2007, hanno ricostruito le diverse fasi dell’edificio dall’età imperiale fino al periodo tardoantico, sia la complessa maglia insediativa dell’area nelle epoche precedenti.

Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa Severi Settimio Severo
Ingresso al Complesso Severiano ©Electa Foto Luigi Spina

Nell’angolo sud-est del Palatino, visibile anche il cosiddetto “Complesso Severiano”, noto anche come Domus Severiana o Terme Severiane, un comparto monumentale a terrazze esteso tra le Arcate Severiane, parte integrante del complesso stesso, la via dei Cerchi e il settore centrale del colle a est dello Stadio. Queste strutture assumono la fisionomia di un grandioso Palazzo che si erge su 5 o 6 livelli, frutto di una stratificazione che portò a diverse fasi edilizie, ristrutturazioni, ampliamenti e varie modifiche d’uso.

Due sono le pubblicazioni edite da Electa. Un volume che racchiude numerosi contributi scientifici che ripercorre la storia della dinastia dei Severi senza tralasciare nessun aspetto, l’altro molto più maneggevole ideato come guida breve sia in italiano che in inglese che accompagna il visitatore attraverso le varie sezioni della mostra e nel percorso tra Foro Romano e Palatino.

Severi Settimio Severo Roma Universalis. L'Impero e la dinastia venuta dall'Africa

Non è facile costruire una mostra così grande in un’area vasta nel cuore della Roma antica e soprattutto raccontare e far conoscere ad un pubblico variegato gli aspetti salienti di una dinastia di imperatori, i Severi, che hanno lasciato un’impronta forte e duratura in molti campi del sapere, della burocrazia e dell’arte, in un periodo che per Roma coincideva con l’avanzare del declino. “Roma Universalis. La dinastia venuta dall’Africa” offre un’opportunità di conoscenza unica nel suo genere sia per semplici appassionati sia per chi vuole approfondire una parte della storia romana che tutt’oggi non vanta di molte pubblicazioni ma in cui grandi trasformazioni sociali, culturali e religiose trovano una realizzazione “perfetta” e forse l’ultima prima del crollo dell’Impero e dell’avanzare dei barbari.

Info mostra Severi: https://www.electa.it/mostre/roma-universalis-limpero-e-la-dinastia-venuta-dallafrica/


Un ritratto di Alessandro il Grande nella Casa del Fauno a Pompei

Il 333 a.C. rappresenta una data importante per la storia greca. Nel mese di novembre, infatti, l’esercito di Alessandro Magno sfidò quello del Gran Re di Persia Dario III nella famosa battaglia di Isso.

La regione è quella dell’Anatolia meridionale, e il luogo dello scontro era al confine tra la Cilicia e la Siria. Già Filippo II aveva inteso la guerra contro la Persia come una grande opportunità per espandere il proprio regno verso Oriente, ma lo scontro inevitabile era stato presentato ai Greci come una sorta di campagna punitiva contro gli scempi che Serse aveva compiuto durante la seconda guerra persiana (480-479 a.C.) e come un’impresa di liberazione delle città greche dell’Asia Minore sotto il dominio barbaro. Il figlio Alessandro ereditò questo compito e si impose come nuovo liberatore a capo della Lega ellenica, accentuando con forza gli aspetti ideologici della conquista.

Battaglia di Isso. Mosaico di Alessandro proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

I preparativi furono ultimati nella primavera del 334 a.C. quando l’esercito macedone attraversò l’Ellesponto. Il primo scontro avvenne presso il fiume Granico, in Frigia, nel giugno del 334 a.C. ma fu una vittoria abbastanza semplice con poche perdite macedoni. Si narra che Alessandro inviò dopo la battaglia vinta 300 armature persiane ad Atene perché fossero offerte alla dea in dono.

La dedica diceva: “Alessandro figlio di Filippo e i Greci, eccetto gli Spartani, dai barbari che vivono in Asia”. L’esercito avanzò senza troppi problemi lungo le coste dell’Asia Minore conquistando le città greche e sottomettendo le popolazioni locali. Solo Mileto e soprattutto Alicarnasso gli opposero resistenza, in quanto erano diventate avamposti persiani che il Gran Re aveva affidato al comandante rodio Memnone.

Ma Alessandro, forte di un esercito potente e deciso, proseguì lungo la costa attraverso la Licia e la Panfilia, per poi dirigersi verso l’interno per stabilire a Gordio, antica capitale dei Frigi, gli accampamenti invernali.

In questa città, narrano le fonti, recise un nodo (il famoso nodo di Gordio) che legava un giogo ad un carro, un gesto mistico che gli avrebbe assicurato, secondo una profezia, la conquista sull’Asia.

Con queste premesse divine, il condottiero macedone non ebbe troppi intoppi nella sua conquista dell’Asia. L’improvvisa morte di Memnone agevolò l’azione di conquista, spostando il combattimento nel novembre del 333 a.C. ad Isso. Già gli antichi storici in un’attenta analisi militare ritenevano il campo di battaglia di Isso sfavorevole per un esercito numeroso come quello persiano, favorendo quindi le forze macedoni più ridotte e agili. Il numero di uomini in campo, esagerato secondo la storiografia moderna, si doveva attestare con schieramenti di uomini  tra i 100.000-120.000 per i persiani e circa 30.000 uomini per i macedoni.

Alessandro Magno Pompei Battaglia di Isso
Battaglia di Isso. Mosaico di Alessandro proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto  © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons in pubblico dominio

Di quello che avvenne in battaglia, un’immagine rivive scolpita nel tempo nel celebre e bellissimo mosaico chiamato “Battaglia di Isso” o “Mosaico di Alessandro”. L’originale è esposto oggi presso il Museo Archeologico di Napoli e la copia presso la Casa del Fauno di Pompei in cui Alessandro è raffigurato sul suo cavallo mentre raggiunge il re persiano che cerca invano di colpirlo con la lancia. Il mosaico romano si data attorno al 100 a.C., misura circa 582 × 313 cm e venne trovato nella sua posizione originale nella pavimentazione dell’esedra della casa del Fauno il 24 ottobre del 1831.

La ricchezza del mosaico non è altro che l’eco dello splendore generale dell’intera domus che risulta essere fra le case più sontuose dell’intera città, tanto da occupare un intero isolato ed estendendosi all’incirca su un’area di 3.000mq. L’abitazione nelle forme attualmente visibili è il risultato di due fasi costruttive risalenti al II sec. a.C.

Casa del Fauno, Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Tra gli ambienti più celebri per la ricchezza della decorazione, l’esedra distila aperta sul lato settentrionale della domus, famosa proprio per il ritrovamento del celebre mosaico di Alessandro. Il mosaico consta di circa 1 milione e mezzo di tessere e risulta essere una copia di un celebre dipinto realizzato dal pittore greco Filosseno di Eretria. Probabilmente i proprietari della domus dovevano avere rapporti con un atelier di origine alessandrina che si occupò anche dell’esecuzione dei restanti mosaici della casa, mentre una tesi poco accreditata vuole il mosaico un originale alessandrino saccheggiato dalla Grecia e portato a Roma.

Battaglia di Isso. Mosaico di Alessandro proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

La scena si apre su un campo di battaglia completamente piatto e disseminato di resti del combattimento. Nella parte sinistra un albero morto, unico elemento paesistico, e nella parte centrale la scena principale occupata dai combattenti con al centro il carro da guerra di Dario. Alessandro irrompe a cavallo in un’apparizione quasi mistica da sinistra, i capelli risultano scomposti e divisi sulla fronte nella classica caratterizzazione del sovrano macedone, l’anastolè, e i grandi occhi spiritati  esprimono decisione. Lo sguardo porta uno sconquassamento nell’esercito nemico. Il campo di battaglia sembra lasciare spazio al passaggio del figlio di Zeus e Dario non può che guardarlo atterrito, indicando l’apparizione con la destra protesa. Molti persiani sono caduti e il carro non può che volgere alla fuga.

Alessandro Magno Pompei Battaglia di Isso
Battaglia di Isso. Mosaico proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei. Foto: Alessandra Randazzo

Sembra uno scenario completamente atemporale, quasi divino. Il cielo vuoto è solcato da lunghe saette che mostrano come la situazione stia per cambiare. La disposizione delle varie figure in armi sembra dare quasi un senso di prospettiva su un fondo neutro e la vivacità viene data dal colore delle tessere che rimbalza di continuo sui volti, sui corpi dei personaggi, dei cavalli e delle armature.

Nella motivazione del committente sicuramente una voglia di imitazione di qualche corte ellenistica, motivata anche dal ritrovamento nella casa di una corniola con testa di Alessandro. È forte il desiderio di imitazione dei grandi saloni ellenistici a cui rimandano altre scene decorative con soggetto nilotico.

Nel settembre del 1843 il mosaico fu trasferito a Napoli.


Silla

Il castigo dei traditori: Silla e le città d’Asia

Nell’anno 85 a.C. il proconsole romano, L. Cornelio Silla, dopo aver distrutto le poderose armate pontiche di Mitridate VI Eupatore per ben due volte (a Cheronea e ad Orcomeno, in Beozia), costrinse l’irriducibile nemico ad accettare delle condizioni di pace durissime.

Mitridate VI Eupatore, re del Ponto, ritratto come Eracle. Marmo, I secolo d. C., dal Musée du Louvre. Foto Wikipedia User:Sting, CC BY-SA 2.5

Il trattato prevedeva la cessione da parte del sovrano pontico di 70 navi da guerra, un corpo di 500 arcieri e 2.000 talenti d’argento di indennizzo, nonché l’abbandono immediato di tutti i territori occupati dopo l’invasione dell’Anatolia occidentale nell’88 a.C. (primo anno di guerra). L’incontro personale tra Silla e Mitridate, descritto principalmente da Plutarco (Sull. 24; Luc. 4, 1) e da Appiano (Mith. 56-57), avvenne a Dardano, nella Troade, dopo la metà di settembre, e, durante il breve colloquio, malgrado le iniziali riserve del sovrano, l’imperator fece intendere perfettamente di avere in pugno la situazione: la conclusione del trattato fu rapida, tanto quanto il rientro delle forze mitridatiche entro i confini patri. Secondo Sherwin-White (1984: 145-148), Silla avrebbe sollecitato il raggiungimento dell’accordo poiché era impaziente di dedicarsi totalmente alla lotta contro i propri avversari politici in Italia; al contrario, Kallet-Marx (1996: 264 n. 13) si è detto non convinto da tale interpretazione.

Asia Minore. Opera di Caliniuc, CC BY-SA 4.0

Qualsiasi siano state le reali motivazioni del generale vittorioso, il trattato di Dardano permise a Silla di dedicarsi ad una riorganizzazione dell’assetto politico, amministrativo e fiscale di una regione gravemente danneggiata dalla guerra mitridatica e vessata dall’occupazione delle numerose armate pontiche. Innanzitutto, Silla restituì i territori della Bitinia e della Paflagonia a re Nicomede IV e la Cappadocia ad Ariobarzane I, entrambi sovrani legittimati e riconosciuti dal Senato romano[1]; quindi, restaurò la provincia di Asia, suddividendola in 44 distretti amministrativi; abolì il sistema fiscale delle decime sui raccolti, ma introdusse l’imposizione di un tributo a canone fisso a tutte le città della provincia; infine, assegnò l’onere di eseguire il prelievo esattoriale ad alcuni uomini di fiducia, dal momento che i publicani, che normalmente svolgevano tale compito, erano stati letteralmente eliminati dalla popolazione greca nel corso dell’eccidio dell’88 a.C.[2] Il generale romano, inoltre, nella distribuzione di premi e di indennizzi tenne conto della fedeltà alla causa mostrata da alcune comunità della regione (quali Ilio, Rodi, Chio, Magnesia, Smirne) e, in virtù del valore dei loro abitanti, garantì ad esse l’immunitas (una sorta di esenzione fiscale) e lo status di liberae civitates[3].

Teatro Efeso
Teatro di Efeso. Foto di Luigi Rosa, CC BY-SA 2.0

Diversamente, nei confronti di quelle città che, per loro stessa delibera, si erano colluse con il re nemico («avevano mitridatizzato»), partecipando al massacro degli Italici dell’88, Silla si mostrò particolarmente severo e spietato: emblematico è il caso di Efeso, tra i cui abitanti furono individuati i maggiori responsabili del terribile eccidio contro i mercatores. Un frammento dell’epitome di Granio Liciniano (35. 82, 22), riferibile a quegli eventi, ricorda che i princeps belli (così furono chiamati i mandanti) furono tutti condannati alla pena capitale. Interessante, a questo proposito, è un passo tratto dai Mithridatikà di Appiano, nel quale lo storico, dopo aver spiegato il trattamento riservato ai «fautori dei Cappadoci» (un altro modo per indicare i rei di “mitridatismo”), Silla fece diffondere per tutta la provincia un’ordinanza con la quale convocava a Efeso tutti i maggiorenti delle città. Nel luogo e nella data convenuti, l’imperator tenne il seguente discorso:

 

«Noi giungemmo in Asia con un esercito, per la prima volta, dopo che Antioco, re dei Siriani, ebbe devastato il vostro territorio. Cacciatolo e avendogli imposto quali confini il fiume Halys e la catena del Tauro, noi non diventammo vostri padroni, benché foste passati da lui a noi, ma vi abbiamo lasciato in totale autonomia – tranne quelli di voi che affidammo ai nostri alleati, re Eumene e i Rodii, non perché ne fossero tributari, bensì perché fossero posti sotto la loro protezione. Ne è la prova il fatto che, quando i Licii vennero a lamentarsi per la condotta dei Rodii, noi glieli togliemmo. Così ci siamo comportati nei vostri confronti: voi, invece, quando Attalo Filometore per testamento ci lasciò il proprio regno, per quattro anni voi avete combattuto contro di noi al fianco di Aristonico, finché anche Aristonico fu catturato e la maggior parte di voi si arrese o per costrizione o per paura. Malgrado questa vostra condotta, ugualmente per ventiquattro anni avete raggiunto un alto livello di prosperità e di benessere, sia a livello privato sia a livello pubblico. Ma poi, a causa della pace e del lusso, voi siete diventati di nuovo tracotanti e, approfittando del nostro impegno in Italia, alcuni di voi hanno invocato Mitridate, altri sono passati dalla sua parte dopo il suo arrivo. Ma quello che è più infame è stato il fatto di avergli ubbidito, massacrando in uno stesso giorno tutti gli Italici, con i figli e le madri, e non avete risparmiato nemmeno, grazie ai vostri dèi, quelli che si erano rifugiati nei santuari. Di queste azioni avete pagato il fio allo stesso Mitridate, che si rivelò infido persino nei vostri confronti, seminando presso di voi eccidi e confische, perpetrando ridistribuzioni di terre, cancellazioni di debiti e liberazioni di schiavi, imponendo governi tirannici ad alcune città e compiendo numerosi atti di brigantaggio per terra e per mare, di modo che, immediatamente, voi poteste avere la prova e il confronto di quali patroni vi siete scelti al posti di quali altri. I fautori di tutto questo hanno ricevuto un ben meritato castigo, ma occorre che lo abbiate pure voi che avete commesso simili azioni, e bisognerebbe aspettarsi che tale punizione sia proporzionata al male che avete compiuto. I Romani, tuttavia, non concepirebbero neppure empie stragi o confische sconsiderate o insurrezioni di schiavi o altre amenità degne dei barbari. Ancora per riguardo della vostra stirpe, della vostra grecità e della sua fama in Asia e per il buon nome che è molto caro ai Romani, vi condanno soltanto a pagare immediatamente cinque anni di tributi, nonché tutte le spese di guerra che io stesso ho già sostenuto e quelle che dovrò sobbarcarmi per sistemare le restanti questioni. Dividerò io stesso queste contribuzioni per città e ordinerò le scadenze dei versamenti; a coloro che disubbidiranno impartirò un castigo degno di nemici!»[4].

Efeso Biblioteca di Celso
Efeso, la Biblioteca di Celso, realizzata in età traianea. Foto di Paul, CC BY-SA 2.0

La risolutezza e la severità di Silla calarono sulle città d’Asia come un fulmine a ciel sereno. Per potersi ingraziare le ricchissime città della regione, infatti, Mitridate le aveva esentate dalla corresponsione di tutti i tributi per almeno un lustro; la vittoria dei Romani, invece, significò un ritorno all’ordine. Stando alla testimonianza di Plutarco (Sull. 25, 4; Luc. 4, 1), l’ammenda imposta da Silla ammontava a 20.000 talenti d’argento (equivalenti a circa 480.000.000 di sesterzi romani). Mastrocinque (1999a: 88-89), sulla base delle fonti epigrafiche, ha mostrato che diverse comunità asiatiche raccolsero una serie di documenti da impugnare di fronte ai vincitori per potersi scagionare dall’accusa di “mitridatismo” e salvarsi dalle dure punizioni[5]. Arrayás-Morales (2013: 517-533) ha messo in luce quanto fosse stato difficile per l’aristocrazia ellenica microasiatica ricucire i vecchi rapporti di mutua stima e fiducia nei confronti di Roma, soprattutto a seguito del terribile massacro dell’88 a.C.

Silla moneta
L. Cornelio Silla. Denario, Asia o Grecia, 84-83 a.C. Ar. 3, 55 gr. Recto: un capis e un lituus, paramenti sacri, posti tra due trofei; nella legenda: imper(ator) / iterum. Foto Classical Numismatic Group, Inc., CC BY-SA 3.0

D’altra parte, l’imposizione di un forte indennizzo ai traditori serviva, almeno sulla carta, a ripristinare il gettito ordinario delle entrate nella provincia, interrotto, appunto, da cinque anni di “pax Pontica”. La riscossione delle ammende, tuttavia, si svolse in maniera irregolare, poiché – a quanto pare – Silla fu costretto ad affidarla ad emissari senza scrupoli, che espletarono il proprio incarico con metodi estremamente rudi e impietosi. Fra l’altro, da Appiano (Mith. 63, 261) si apprende che quasi tutte le città sottoposte al pagamento dell’indennizzo furono costrette a ipotecare persino gli edifici pubblici (teatri, ginnasi, templi, ecc.), infrastrutture di vario genere (porti, fortificazioni, ecc.) e proprietà fondiarie demaniali per poter sostenere una cifra esorbitante nel più breve tempo possibile; Plutarco (Luc. 20, 4) parla addirittura della crescita esponenziale del debito pubblico per la maggior parte delle comunità. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che la scelta del generale di affidare l’esazione ai suoi fosse principalmente dettata da ragioni politiche: i publicani, che avrebbero potuto raggiungere la provincia, essendo per lo più esponenti del ceto equestre, simpatizzavano per gli avversari mariani[6]. Brunt (1956: 17-25), al contrario, ha ritenuto che fosse più logico che Silla impartisse la riscossione del tributo ai propri fiduciari, dal momento che si trovava a corto di liquidità e – tra le altre spese di guerra – doveva pur pagare gli arretrati ai suoi soldati[7].

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Silla
L. Cornelio Silla. Busto, marmo, I sec. d.C. Monaco di Baviera, Glyptothek

 

Note:

[1] Si vd. App. Mith. 60, 249; Gran. Lic. 35. 83, 22 Crin.

[2] Si vd. App. Mith. 61, 250.

[3] Cfr. Kallet-Marx (1996: 264-273, 275-278); Campanile (1996: 158-159), Santangelo (2007: 122), Ñaco del Hoyo et al. (2009: 40), (2011: 298-302).

[4] App. Mith. 62, 253-260. Cfr. Campanile (2003: 271-275).

[5] Cfr. Mastrocinque (1999b: 55 n. 175).

[6] Si vd. Broughton (1938: 518-519, 544-545), Magie (1950: I 250-252, II 1116-1117 n. 46), Hill (1952: 69).

[7] Cfr. anche Nicolet (1966: I, 352-353), Mastrocinque (1999b: 91-94).

 

 

Bibliografia:

Arrayás-Morales (2013) = I. Arrayás-Morales, Élites en conflicto. El impacto de las guerras mitridàticas, Athenaeum 101 (2013), 517-533.

Broughton (1938) = T.R.S. Broughton, Roman Asia Minor, in T. Frank et al. (eds.), An Economic Survey of Ancient Rome, Baltimore 1938, IV, 499-918.

Brunt (1956) = P.A. Brunt, Sulla and the Asian Publicans, Latomus 15 (1956), 17-25.

Campanile (1996) = M.D. Campanile, Città d’Asia Minore tra Mitridate e Roma, in B. Virgilio (ed.), Studi ellenistici VIII, Pisa-Roma 1996, 145-173.

Campanile (2003) = M.D. Campanile, L’infanzia della provincia d’Asia: l’origine dei ‘conventus iuridici’ nella provincia, in C. Bearzot, F. Landucci, G. Zecchini (eds.), Gli stati territoriali nel mondo antico, Milano 2003, 271-288.

Hill (1952) = H. Hill, The Roman Middle Class in the Republican Period, Oxford 1952.

Magie (1950) = D. Magie, Roman rule in Asia Minor to the end of the third century after Christ, I-II, Princeton 1950.

Mastrocinque (1999a) = A. Mastrocinque, Comperare l’immunitas, MedAnt 2 (1999), 88-89.

Mastrocinque (1999b) = A. Mastrocinque, Studi sulle guerre Mitridatiche, Stuttgart 1999.

Ñaco del Hoyo et al. (2009) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The impact of the Roman Intervention in Greece and Asia Minor upon Civilians (88-63 BC), in B. Antela-Bernárdez, T. Ñaco del Hoyo (eds.), Trasforming Historical Landscapes in the Ancient Empires, Oxford 2009, 33-51.

Ñaco del Hoyo et al. (2011) = T. Ñaco del Hoyo, B. Antela-Bernárdez, I. Arrayás-Morales, S. Busquets-Artigas, The Ultimate Frontier between Rome and Mithridates: War, Terror and the Greek Poleis (88-63 BC), in O. Hekster, T. Kaizet (eds.), The Frontiers of the Roman World, Leiden-Boston 2011, 291-304.

Nicolet (1966) = C. Nicolet, L’ordre équestre à l’époque républicaine (312-43 a.C.), I, Paris 1966.

Santangelo (2007) = F. Santangelo, Sulla, the Elites and the Empire. A Study of Roman Policies in Italy and the Greek East, Leiden-Boston 2007.

Sherwin-White (1984) = A.N. Sherwin-White, Roman foreign policy in the East: 168 B.C. to A.D. 1, London 1984.


Ritornati in Siria i due busti di Palmira restaurati dall'ISCR

RITORNATI IN SIRIA I DUE BUSTI DI PALMIRA RESTAURATI DALL’ISCR
Franceschini, restauro dimostra eccellenza italiana

Hanno fatto rientro in Siria i due busti in alto rilievo provenienti dal Museo Nazionale di Palmira e consegnati all’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo al termine dell’esposizione nella mostra Rinascere dalle distruzioni. Ebla, Nimrud, Palmira tenutasi al Colosseo dal 7 ottobre all’11 dicembre scorso.
Le due opere, vandalizzate dalle milizie di Daesh durante l’occupazione del sito archeologico, sono state sottoposte a un intervento conservativo ad elevata tecnologia presso il laboratorio di restauro dei materiali lapidei nella sede di San Michele a Ripa, dove ampie porzioni di modellato, dopo un’accurata campagna diagnostica condotta con le tecniche più avanzate, sono state ricostruite in virtuale e poi, tramite stampa in 3D, riprodotte per sinterizzazioni di polveri e ancorate all’originale con vincolo reversibile.
“I tecnici dell’Istituto Centrale per la Conservazione e il Restauro – dichiara il Ministro Dario Franceschini - hanno terminato mirabilmente il restauro dei due busti di Palmira sfregiati dalla violenza distruttrice dell'ISIS. Questo importante restauro, che ha coinvolto l’alta professionalità, la dedizione e la passione espressa dai tecnici dell’ISCR, ha avuto un’ampia eco nazionale e internazionale ed è stato il  frutto di una complessa operazione diplomatica, favorita anche dall’associazione Incontro di Civiltà guidata da Francesco Rutelli, capace di dimostrare l’affidabilità e la serietà del nostro Paese e l’eccellenza riconosciuta a livello internazionale dei nostri istituti di restauro. Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato a questo delicato lavoro permettendo di sottrarre all’oblio iconoclasta due opere di inestimabile valore”.
Nelle foto di Edoardo Loliva dell’ISCR di seguito riportate è possibile ammirare il risultato finale del restauro e confrontarlo con le immagini che documentano la devastazione subita e lo stato di conservazione delle opere al loro arrivo in laboratorio.
 
Roma, 28 febbraio 2017
Ufficio Stampa MiBACT

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone


Popolazioni geneticamente differenti adottarono l'agricoltura

14 Luglio 2016

Teschio di 10.000 anni fa dal sito Neolitico di Tepe Abdul Hossein. Credit: photo/©: Courtesy Fereidoun Biglari, National Museum of Iran

La transizione da cacciatori raccoglitori a uno stile agricolo e sedentario costituì un cambiamento epocale, al punto che si coniò pure il termine di rivoluzione neolitica. La sedentarietà e l'agricoltura apparvero attorno a diecimila anni fa nella regione tra Anatolia sud orientale, Siria, Iraq e Iran, tradizionalmente nota come Mezzaluna Fertile.

Secondo un nuovo studio, pubblicato su Science, questa transizione avvenne sì presso popolazioni confinanti, ma che erano pure geneticamente distinte. Fino ad oggi si riteneva invece che quei primi agricoltori fossero da un'unica popolazione omogenea. La ricerca ha sequenziato i genomi provenienti da quei primi agricoltori neolitici dei Monti Zagros, dimostrando che non sono gli antenati né dei primi agricoltori europei, né dei moderni europei. È stata una sorpresa per gli studiosi, visto che recentemente avevano dimostrato che i primi agricoltori in Europa provenivano dall'Anatolia nord occidentale. Ora pare invece che la catena migratoria si sia interrotta nell'Anatolia orientale.

La Mezzaluna Fertile, su cartina politica. Credit: Ill./©: Joachim Burger, JGU

Nello studio precedente si era rilevato come i coloni neolitici del nord della Grecia e dalla regione del Mar di Marmara, nella Turchia occidentale, arrivarono in Europa Centrale attraverso i Balcani e attraverso un percorso nel Mediterraneo, che passava per la Penisola Iberica. Il nuovo studio dimostrerebbe che si tratta di un gruppo geneticamente distinto da quello dei primi agricoltori dell'Iran. I due gruppi sarebbero solo lontanamente correlati.

Per il prof. Joachim Burger, è  interessante però notare come popolazioni geneticamente diverse, dall'apparenza diversa, che parlavano diverse lingue, adottarono lo stile di vita agricolo simultaneamente in diverse parti dell'Anatolia e del Vicino Oriente. L'origine dell'agricoltura sarebbe perciò molto più complessa di quanto ritenuto, da un punto di vista genetico. Per lui, piuttosto che parlare di un singolo centro neolitico, bisognerebbe adottare l'idea di una Zona Nucleare Neolitica Federale (in Inglese, Federal Neolithic Core Zone).

La Mezzaluna Fertile, su cartina politica. Credit: Ill./©: Joachim Burger, JGU

I Monti Zagros costituiscono una catena montuosa che interessa Turchia, Iraq e Iran, e qui si sono ritrovate alcune delle prime tracce di agricoltura. Secondo il nuovo studio, quei primi contadini neolitici dell'area si sarebbero separati da quelli dell'Anatolia circa 46-77 mila anni fa, e mostrerebbero analogie con gli odierni pakistani, afghani, ma in particolare con gli odierni Zoroastriani dell'Iran. In conclusione, diverse popolazioni di cacciatori raccoglitori - geneticamente differenziate - adottarono l'agricoltura nell'Asia sud occidentale, e i Monti Zagros sarebbero stati la culla dell'espansione verso est.

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