Narcisista come te

È da poco uscita per Neri Pozza la riedizione di uno dei saggi più importanti dello storico e sociologo statunitense Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, la cui prima pubblicazione avvenne nel 1979.

La decisione dell’editore sembra dettata dall’intuizione di dover mettere a punto la rivendicazione di quanto “la svalutazione del passato”, nel nostro presente, risulti ancora una volta danneggiata, a dimostrazione del fallimento della nostra cultura.

Ma chi è e cosa intese Lasch scrivendo del narcisista? “[Egli] incontra grosse difficoltà a interiorizzare le esperienze felici o a crearsi un patrimonio di ricordi cari a cui attingere negli ultimi anni delle sua vita, che anche nelle migliori condizioni portano tristezza e dolore” spiega nell’introduzione, “La svalutazione culturale del passato non riflette soltanto la miseria delle ideologie prevalenti, che hanno perso il controllo della realtà e abbandonato il tentativo di dominarla, ma anche la miseria della vita interiore del narcisista. Una società che ha fatto della ‘nostalgia’ un prodotto commerciale del mercato culturale rifiuta immediatamente l’idea che in un passato la vita fosse, per certi aspetti rilevanti, migliore di quella d’oggi”.

Nell’essenza, profetico, riscopriamo un testo che va ben al di là della patologica auto-esaltazione tanto cara alla psicanalisi per, invece, riflettere in uno specchio di contrasti un’incarnazione meno mitologica e più sociale.

Il soggetto irrequieto, alla base delle considerazioni di Lasch, tenta di superare storicamente il suo senso di inferiorità, mal gestito nell’infanzia da una famiglia sollecitata e tenuta insieme dal mancato affetto del padre e/o della madre, edificando l’autostima tramite la dipendenza dallo Stato e dalle relazioni. “Trascurano di indagare quei tratti del carattere che si trovano associati al narcisismo patologico e che in forma più attenuata si manifestano con tanta profusione nella vita quotidiana” sottolinea, aggiungendo “certe costanti caratteristiche della cultura contemporanea, quali il terrore della vecchiaia e della morte, l’alterazione del senso del tempo, il fascino della celebrità, la paura della competizione, il declino dello spirito ludico, il deterioramento dei rapporti tra uomo e donna”.

Un narciso. Foto di Elena Voroniouk

Tutto di quei comportamenti adottati e reiterati può sembrare allora giustificato e voluto; psicologicamente l’Io rappresentato è soggiogato e suggestionato da quel narcisismo che potrebbe curare la personalità benché la renda incapace ad affrontare la vita.

Lasch - con la vocazione che gli è propria - riuscì a comporre un quadro di argomenti che andassero a coprire l’esistenza individuale e pubblica: dal capitalismo industriale al ruolo della pubblicità, dalla teoria biologica alla scolarizzazione, dalla teatralità della politica all’esaltazione nazionale nello sport e nella competizione.

Diventato reale l’assurdo, celebrato e diffuso il cinismo il Sé si ritrova in uno “stato di allarmante indifferenza” che “rivela l’erosione della capacità di interessarsi a qualsiasi cosa esterna”,  con distacco osserva la propria solitudine, fugge dal sentimento e quindi si abitua a tutte le sue fasi fino a difendere con moderazione, nella nostra epoca, le proprie volontà.

Christopher Lasch, La cultura del narcisismo. L'individuo in fuga dal sociale in un'età di disillusioni collettive
La copertina del saggio di Christopher Lasch, La cultura del narcisismo. L'individuo in fuga dal sociale in un'età di disillusioni collettive, nella riedizione Neri Pozza per la collana I Colibrì

Christopher Lasch, La cultura del narcisismo, Neri Pozza Editore, pagg. 304, Euro 18 (cartaceo), Euro 9,99 (e-book)


I libri di Michel Vovelle che dovreste leggere

Due libri di Michelle Vovelle, La mentalità rivoluzionarie e I giacobini e il giacobinismo, nell'edizione italiana per i tipi Laterza.

Il 6 ottobre scorso si è spento Michel Vovelle, lo storico francese che ha saputo coniugare una rigorosa impostazione marxista allo studio della mentalità sociale e dell'ideologia. Ammetto che mi è scesa una lacrima, perché gli studi di Vovelle hanno acceso e alimentato la mia passione per la storia.

Vovelle ha scritto tantissimo, ma non tutti i suoi testi hanno avuto uguale fortuna in Italia (molti a lungo non sono stati tradotti). Io ve ne voglio consigliare tre che non potete perdervi e che vi faranno innamorare del suo modo di fare storiografia.

 

La morte e l'Occidente

Questo è forse lo studio più famoso. È un'indagine accuratissima su come la percezione della morte, il rapporto con essa e dunque le ritualità sia cambiato in Europa dal Medioevo a oggi. Il libro combinadati statistici (ove disponibili), fonti storiche di vario genere, metodo antropologici e persino letterario per ricstruire come le persone abbiano affrontato il mistero della morte, quali spiegazioni abbiano dato, quali siano state le visioni oltremondane che hanno attraversato i secoli. Non soltanto, La morte e l'Occidente si occupa anche di riti e ritualità e indaga il rapporto, spesso complesso e contraddittorio tra rito (pubblico e privato) e sentimento di lutto.

Oltre a essere una lettura scorrevole, che di fatto attraverso il tema ripercorre la storia delle nostre radici culturali, il libro è interssantissimo dal punto di vista metodologico perché mostra come un sapiente approccio multidisciplinare potenzi la nostra conoscenza e come il rigore del materialismo storico dia forse i suoi risultati più strabilianti in combinazione con altre metodologie.

 

La mentalità rivoluzionaria

La mentalità rivoluzionaria è il saggio che consiglio sempre a chi si avvicini al periodo della Rivoluzione Francese, anche solo per vie traverse (per esempio a chi sia interessato al nostro Ugo Foscolo). Se si vuole davvero capire cosa sia stata la Rivoluzione Francese oltre la fattualità storica e come abbia cambiato per sempre la mentalità occidentale, bisogna leggere questo studio. La mentalità rivoluzionaria è stato il primo studio a rispondere alla domanda per nulla banale sulle motivazioni psicologico-antropologiche del processo rivoluzionario e sul suo effetto nel modificare le visioni del mondo preesistenti e nel crearne di completamente nuove.

Il saggio si articola in sei parti, che si occupano rispettivamente dei prodromi della Rivoluzione, della distruzione del mondo passato, della costruzione di un nuovo universo di valori e riferimenti e infine delle reazioni di rifiuto del cambiamento. Inutile dire che la parte più interessante è proprio quella centrale (parti terza, quarta e quinta), nelle quali si ricostruisce la complessità della costruzione sociale, teorica e pratica, dei rivoluzionari, attraverso l'analisi delle dottrine politiche, ma anche della quotidianità. Particolarmente affascinante e nodo centrale per immergersi davvero nel modo di pensare dei rivoluzionari francesi sono i capitoli dedicati a quello che Vovelle chiama l'homo novus rivoluzionario. Proprio la definizione di un'umanità ideale, con una nuova socialità e nuovi spazi di vita, il cui fare deve essere il bene comune, è uno dei temi portanti della Rivoluzione, terreno di dialogo e di scontro acceso tra i più importanti politici dell'epoca.

 

I Giacobini e il Giacobinismo

Dei tre libri che ho segnalato, forse I Giacobini e il Giacobinismo è quello più tecnico e anche il più politico. Il libro è lo studio più approfondito sulle differenti correnti dell'ideologia giacobina.

Chi si aspetta un libro sugli anni 1789-1794 si troverà spiazzato dalla prefazione del libro: solo una delle tre parti, infatti, è dedicata a quello che Vovelle chiama "giacobinismo storico", indossolubilmente legato agli eventi della Rivoluzione Francese, mentre le altre due sono dedicate al giacobinismo "trans-storico", cioè a come gli ideali teorizzati da Robespierre e dagli altri teorici giacobini siano sopravvissuti alla fine della rivoluzione e, attraverso trasformazioni e rinnovamenti nel linguaggio, siano diventati parte del dibattito storico-politico novecentesco e contemporaneo (a tal proposito basti ricordare che sull concetto giacobino di vertu si è imperniata la campagna elettorale di Mélanchon). Scritto con il consueto stile accessibile anche ai non specialisti, il libro è anche una riflessione sulle radici della sinistra europea, sul rapporto tra marxismo e giacobinismo e su quanto sia necessario, oggi più che mai, lo studio e la comprensione dei processi rivoluzionari perché, dice Vovelle, "Quan'danche non restasse altro di quest'eredità che la memoria di una volontà collettiva di cambiare il mondo e di unire a questo scopo le volontà individuali in un gigantesco sforzo di generosità, di proselitismo e di azione concertata, il giacobinismo [...]lascia ancora il ricordo di un'esperienza esaltante. E ci sorprendiamo a sperare che, sul banco su cui Jaurès sognava, attraverso il tempo, di andare a sedersi accanto a Robespierre al club dei giacobini, ci sia ancora un posticino per noi."

 

 


Giovani criminali in Epoca Vittoriana tornavano a delinquere meno rispetto ad oggi

15 Aprile 2015
Queen_Victoria_1887
Secondo la British Sociological Association, i giovani criminali in Epoca Vittoriana tornavano a delinquere meno rispetto a quanto avviene oggi. Uno studio su 500 bambini di un secolo fa, finiti in riformatorio o nelle scuole industriali, ha mostrato che una volta messi in libertà soltanto il 22% di loro tornava a delinquere nel resto dell'esistenza. La cifra viene confrontata con un 73% di giovani criminali odierni che tornano a delinquere dopo un anno dal rilascio.
Tra le attività che i giovani si trovavano a svolgere, quella calzaturiera, quella nell'ambito delle ferrovie e quella militare. La professoressa Pamela Cox ha notato che nessuno fino ad oggi si era premurato di valutare l'efficacia dei metodi di allora. Secondo la Professoressa, il successo dei suddetti andrebbe rintracciato non nella minore facilità di cattura dei criminali, ma nel fatto che questi potevano lasciare i riformatori o le scuole industriali solo entrando in una qualche forma di apprendistato o di vita militare.

La Regina Vittoria nel 1887, al matrimonio del Duca e della Duchessa di Albany. Foto di Alexander Bassano (http://www.royalcollection.org.uk/collection/2105818/portrait-photograph-of-queen-victoria-1819-1901-dressed-for-the-wedding-of-the) da Wikipedia, Pubblico Dominio, caricata da Caarl 95.