Torna fruibile il Mausoleo di Augusto. Visite da marzo 2021

Dopo 14 anni torna fruibile il Mausoleo di Augusto, il più grande sepolcro circolare del mondo antico. Dal 21 dicembre sarà possibile prenotare online le visite che porteranno da marzo alla riappropriazione di uno dei più importanti monumenti di Roma.

Il Mausoleo di Augusto è stato chiuso al pubblico già nel 2007 per consentire indagini archeologiche preliminari alla realizzazione del grande intervento di recupero e restauro eseguito da Roma Capitale.

Mausoleo di Augusto. Veduta della facciata del Mausoleo di Augusto al termine dei lavori di restauro.
Dopo più di ottanta anni dall’isolamento del monumento si distinguono di nuovo i colori delle murature e le tecniche costruttive antiche, con le integrazioni realizzate negli anni ’30 dello scorso secolo.

A pochi giorni dal Natale facciamo un regalo ai romani e ai cittadini di tutto il mondo. Dal prossimo primo marzo sarà riaperto al pubblico il Mausoleo di Augusto, un capolavoro dell’antica Roma, un tesoro di inestimabile valore che rinasce in tutto il suo splendore. Abbiamo pensato a un’iniziativa speciale: potrà essere visitato gratuitamente da tutti fino al 21 aprile, giorno in cui si celebra il “Natale” di Roma, e per farlo sarà possibile prenotare la visita online da lunedì. Per i residenti a Roma l’ingresso resterà gratuito per tutto il 2021. Torneremo a scoprire uno dei patrimoni storici dell’umanità. Un obiettivo raggiunto grazie a un proficuo lavoro di squadra, soprattutto, grazie al sostegno e all’atto di mecenatismo della Fondazione Tim. Una testimonianza significativa dell’efficacia e della lungimiranza della collaborazione tra pubblico e privato. Nel caso specifico una grande azienda italiana che ha investito nella cura e valorizzazione dell’immenso patrimonio architettonico, archeologico e storico della nostra città. Una ricchezza che dobbiamo proiettare nel futuro, preservare e tutelare”, dichiara la Sindaca di Roma Virginia Raggi.

Mausoleo di Augusto, 1963, Roma, Museo di Roma, Archivio Fotografico
La foto, scatta a pochi anni dall’ultimazione dei lavori di sistemazione dell’area di Piazza Augusto Imperatore (1952), mostra la scalea principale che conduce all’ingresso (Dromos) del Mausoleo. Nella parte antistante il Dromos è visibile parte della pavimentazione antica, in lastre marmoree, risalente all’incirca al I secolo d.C. Sulla sinistra si scorge la teca monumentale progettata da Vittorio Morpurgo contenente l’Ara Pacis. Dall’immagine è possibile notare la posizione infossata del Mausoleo (circa sette metri) rispetto il livello stradale della città.

Il Mausoleo fu iniziato per volere di Ottaviano nel 28 a.C., al suo ritorno da Alessandria dopo la fine dell’epocale battaglia di Azio tra Marco Antonio e Cleopatra con la conseguente conquista dell’Egitto e riduzione a provincia.

Nel Campo Marzio, in una Roma che accresceva il suo prestigio con vittorie e monumenti, il futuro princeps Augusto aveva dato via alla costruzione di una tomba monumentale per sé e per la sua famiglia, in pratica, seguendo quel modello orientale da cui il sepolcro deriva e che già il sovrano di Caria, Mausolo, si era fatto erigere ad Alicarnasso tra il 353 e il 350 a.C.

La gigantesca mole, che quasi uguagliava la vetta del vicino Pincio, era strategicamente collocata in prossimità della riva del Tevere, in modo da essere visibile da gran parte della città.

Il primo ad esservi sepolto fu Marcello, morto nel 23 a.C. e primo erede designato da Augusto per la sua successione. Seguirono Agrippa, il fedele generale e secondo genero che aveva spostato Giulia, la figlia di primo letto di Augusto, i suoi figli, Lucio e Caio Cesari e infine lo stesso imperatore morto nel 14 d.C. seguito da Druso minore, Livia, Tiberio e Claudio. Nerone, come già in precedenza Giulia Maggiore figlia di Augusto e mandata in esilio dal padre nell’isola di Ventotene, rimase escluso dalla tomba dinastica.

Iscrizione funeraria di Marcello e Ottavia (da Panciera 1994)
Per più di un secolo il Mausoleo conservò la funzione di sepolcro della famiglia imperiale, come è documentato dalle fonti letterarie e soprattutto dalla rilevante serie di iscrizioni, riportate alla luce in varie epoche all’interno o nelle immediate vicinanze del monumento. Purtroppo nulla si è conservato dell’iscrizione più importante, le Res gestae Divi Augusti, scolpita su tavole bronzee collocate in prossimità dell’ingresso.

Per più di un secolo, il Mausoleo di Augusto conservò la funzione di sepolcro monumentale della famiglia imperiale mentre per l’età tardo antica non si hanno più notizie del monumento, che è di nuovo ricordato a partire dal X secolo.

Nel XIII secolo sulle poderose vestigia del Mausoleo fu edificato, dai Colonna, un fortilizio che fu distrutto nel 1241. Nei secoli successivi fu attuata una sistematica opera di spoliazione del monumento: i marmi furono ridotti in calce e utilizzati come materiali da costruzione o ancora destinati agli usi più vari.

Dal 1802 il sepolcro, ormai noto come anfiteatro Correa, passò tra i beni di proprietà della Camera Apostolica che lo diede in affitto a più riprese come edificio per spettacoli.

Nel 1826 fu innalzato, su progetto di Giuseppe Valadier a copertura dell’arena, un velario su sostegni lignei, sostituito in seguito da un’istallazione più stabile con armatura in ferro. Nel 1873 la proprietà del Correa passò dalla Camera Apostolica al Demanio del Regno d’Italia; nel 1880 fu preso in affitto dal conte Telfner, che realizzò la copertura della struttura con una cupola in vetro; l’edificio fu dichiarato presto inagibile per mancanza di sufficienti vie d’uscita.

Nel 1907 il Correa passò dal Demanio dello Stato al Comune di Roma e fu trasformato in sala per concerti, denominata Auditorium Augusteo, subito dotato di nuovi accessi adeguati alle allora vigenti norme di sicurezza.

La serie dei concerti terminò il 13 maggio del 1936 quando iniziò il programma dello Stato fascista di demolizione della cupola e delle strutture sovrastanti per recuperare l’originario sepolcro imperiale. Gli scavi ebbero luogo in varie epoche ma soprattutto tra il 1936 e il 1938 quando il monumento venne liberato dopo secoli di condizioni pessime e saccheggi. In questa occasione fu anche demolito il quartiere circostante e fu creata la Piazza Augusto Imperatore.

Mausoleo di Augusto, la cupola è stata smontata ed è ancora visibile il piano della platea. Intorno le case sono state demolite e si notano i resti delle concamerazioni semicircolari, 1937, Roma, Aerofototeca Nazionale I.C.C.D., Fondo Aeronautica Militare.
La foto testimonia l’avanzato stato dei lavori di demolizione per l’isolamento del Mausoleo, previsti dal piano regolatore del 1931 e avviati nel 1934, e la trasformazione del tessuto urbanistico intorno a esso. Visibile il Monumento in parte liberato dalle moderne edificazioni, in cui è ancora possibile scorgere il piano della platea dell’Augusteo e parte delle concamerazioni semicircolari dell’anello esterno. La prospettiva aerea mostra Piazza Augusto Imperatore in piena ricostruzione, con le fondamenta dei nuovi palazzi già visibili insieme alle gru a lavoro. Riconoscibili la Chiesa dei Santi Carlo e Ambrogio al Corso (in basso a sinistra), la Chiesa di San Rocco e la Chiesa di San Girolamo dei Croati (in alto a sinistra). Non ancora liberato lo spazio su via di Ripetta in cui sarà collocata la teca di Vittorio Morpurgo contenente l’Ara Pacis.

Il Mausoleo di Augusto, monumento chiave nel passaggio dalla Roma repubblicana a quella imperiale, è l’esempio forse più eloquente del riuso, della reinterpretazione e della riscoperta delle vestigia antiche nella storia della città. Divenuto fortilizio durante il Medioevo, giardino all’italiana nel Rinascimento, arena per tori e bufale nell’età del Grand Tour, auditorium nei primi decenni del Novecento, fu recuperato in chiave politica nel Ventennio. Per tutte queste fasi l’attuale restauro, con gli studi che lo hanno accompagnato, ha fornito nuovi, importanti elementi di conoscenza”, afferma la Sovrintendente Capitolina Maria Vittoria Marini Clarelli.

Grazie agli interventi di restauro del Mausoleo di Augusto realizzati finora, con la sistemazione di numerose concamerazioni interne e l’avvio dell’allestimento del percorso museale, è possibile anticipare a marzo 2021 la fruizione del monumento rispetto ai termini previsti per il completamento delle opere di musealizzazione. Anche con il cantiere in corso, il pubblico potrà quindi effettuare una visita dell’area centrale e accedere agli spazi in sicurezza.

I lavori, diretti dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, permetteranno di realizzare un itinerario museale completo che racconterà le varie fasi storiche del Mausoleo di Augusto, affiancato da un percorso privo di barriere architettoniche e accessibile a tutti, in concomitanza con i lavori di sistemazione di Piazza Augusto Imperatore, avviati a maggio 2020.

Le visite, della durata di circa 50 minuti, si svolgeranno dal martedì alla domenica dalle ore 9 alle ore 16 (ultimo ingresso alle 15). Saranno completamente gratuite per tutti dal 1° marzo al 21 aprile 2021 con prenotazione obbligatoria sul sito mausoleodiaugusto.it

Dal 22 aprile, e per tutto il 2021, l’accesso resterà sempre gratuito per i residenti a Roma.

A partire dal 21 aprile 2021 la visita al Mausoleo sarà arricchita con contenuti digitali, in realtà virtuale e aumentata, in collaborazione con la Fondazione TIM. I servizi museali saranno gestiti da Zètema Progetto Cultura.


I Marmi Torlonia. Una collezione di Capolavori in mostra a Villa Caffarelli

"I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori" è una mostra che va raccontata a partire dal suo epilogo. L'esposizione, frutto di un’intesa tra il Mibact e la Fondazione Torlonia, si comprende del tutto raggiungendo la sua ultima sala, la numero 14, dove è esposto il catalogo monumentale curato da Pietro Ercole Visconti e poi dal nipote Carlo Ludovico, stampato in otto edizioni dal 1876 al 1885.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

Qui è esposta l’edizione monumentale del 1884-’85 che offre le fotografie di tutte le 620 sculture di cui si componeva il Museo Torlonia e che fu il primo esempio di un catalogo di sculture antiche integralmente riprodotte in 161 tavole in fototipia.

Il Museo fu voluto intorno al 1876 dal principe Alessandro Torlonia non solo per dare una collocazione unitaria alle raccolte del padre Giovanni e dei suoi predecessori, fino ad allora contenute nelle loro sontuose residenze, ma anche per esporre al pubblico i frutti dell’accumulo privato secondo un percorso organizzato in gallerie e sale per gruppi tematici e anche classificato con la redazione di un catalogo. Un Museo che fu principalmente il progetto culturale di una generosa e lungimirante politica culturale di segno privato, intesa a compensare la dispersione di un patrimonio d’arte antica accumulato in Roma per secoli. (Salvatore Settis).

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

Il catalogo esposto in sala racconta le tre componenti originarie del Museo Torlonia e delle sue 77 sale dell’edificio di Via della Lungara, chiuso al pubblico agli inizi del Novecento, nell’acquisto in blocco di “Antiche ed insigni collezioni”, nei materiali emersi dagli sterri della Roma che attraverso i nuovi quartieri in costruzione si faceva capitale d’Italia, nelle “escavazioni” dei latifondi di famiglia. E da qui partiamo per visitare la mostra, perché i curatori Salvatore Settis e Carlo Gasparri hanno voluto ispirarsi a queste origini per progettare l’esposizione della selezione di 92 opere greco-romane tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Ritratto di Caracalla (regnò 198–217 d.C.), su busto antico non pertinente da Villa Albani, inizi del III secolo d.C Foto: Alessandra Randazzo

La mostra infatti è ideata come un racconto che inizia dall’evocazione del Museo Torlonia verso il 1885 per poi procedere indietro nel tempo fino alle collezioni quattro-cinquecentesche: Il Museo Torlonia si racconta qui come una collezione di collezioni, o come un gioco di scatole cinesi, in cui una raccolta racchiudeva in sé pezzi provenienti da collezioni ancor più antiche.

Il progetto scientifico di studio e valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore della mostra con Carlo Gasparri. Electa, editore del catalogo, cura anche l’organizzazione e la promozione dell’esposizione, mentre il progetto d’allestimento è di David Chipperfield Architects Milano con il progetto della luce di Mario Nanni per Lumi Viabizzuno. L’esposizione si dipana negli ambienti dello spazio espositivo dei Musei Capitolini a Villa Caffarelli, tornati alla vita dopo oltre cinquanta anni di oblio grazie all’impegno di Roma Capitale per restituire alla cittadinanza un nuovo spazio espositivo progettato e interamente curato della Sovrintendenza capitolina. La Fondazione Torlonia ha restaurato i marmi selezionati con il contributo di Bvlgari che è anche main sponsor della mostra.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori.Gruppo di due guerrieri, uno con firma di Philoumenos (?) da Villa Albani, I secolo d.C. marmo pentelico con integrazioni in marmo lunense; base moderna in bardiglio Foto: Alessandra Randazzo

David Chipperfield nel suo allestimento mette in scena i Marmi Torlonia in cinque sezioni che seguono una sequenza narrativa con cronologia invertita e usano colori diversi per la differente definizione delle aree così che ogni scultura, proprio come nelle fototipie del catalogo monumentale, abbia uno sfondo omogeneo per essere meglio apprezzata.

Un sistema di basamenti di altezze e dimensioni variabili, caratterizzati dall’uso del mattone grigio scuro e trattati come estrusioni dalla pavimentazione delle sale, sono a tutti gli effetti delle strutture architettoniche su cui poggiano direttamente le opere scultoree senza la mediazione di sostegni o piedistalli.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statua di caprone dalla collezione Giustiniani, corpo della fine del I secolo d.C. con testa attribuita a Gian Lorenzo Bernini. Statua di guerriero dalla collezione Giustiniani, età imperiale per il frammento antico del corpo; verso la metà del II secolo d.C. la testa antica non pertinente marmi bianchi di qualità diverse per le parti antiche e le integrazioni Foto: Alessandra Randazzo

Il tempo a ritroso voluto dai curatori della mostra ci guida, allora, nella Sezione I che evoca il Museo Torlonia in alcune delle sue componenti più significative ed espone l’unico bronzo della raccolta, un Germanico portato alla luce nel 1874 e prontamente restaurato e integrato come descritto da Pietro Ercole Visconti nel Catalogo: “La testa, trovata in parte, ma ridotta in minuti frammenti, venne con la guida di quegli avanzi restituita dal ristauro; come altresì una parte del braccio e della gamba dritta”. La statua proviene da Cures, in Sabina, e raffigura in nudità eroica il figlio adottivo dell’imperatore Tiberio, famoso per le sue vittorie sulle tribù germaniche.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. In primo piano statua di Germanico da Cures in Sabina, I secolo d.C. Bronzo. ph Astrologo

Tre celeberrimi ritratti qui esposti sono quelli della Fanciulla di Vulci, datata tra la fine della Repubblica e i primi anni del principato di Augusto, la cui delicata acconciatura era un tempo impreziosita da inserti d’oro e pietre preziose, il cosiddetto Eutidemo I di Battriana della Collezione Giustiniani, il busto di età tardo repubblicana dal crudo realismo detto il Vecchio da Otricoli, già nella galleria dei busti imperiali (perché originariamente attribuito a Galba) che terminava il percorso museale; proprio dalla stessa galleria provengono i venti busti di ritratti imperiali (o creduti tali), di varia provenienza, ordinati secondo l’ordine cronologico dei personaggi rappresentati.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

La Sezione II ci conduce invece tra i materiali provenienti dagli scavi ottocenteschi di Giovanni Raimondo Torlonia e del figlio Alessandro, il fondatore del Museo, nelle loro proprietà dell’agro romano: le tenute di Roma Vecchia e della Caffarella, le Ville dei Quintili, dei Sette Bassi e di Massenzio e altre ancora dove emersero notevoli aree archeologiche. Tra queste sono i resti della villa sull’Appia Antica di Erode Attico -un ricchissimo filosofo e mecenate greco, nonché usuraio, vissuto nel II secolo d.C.- che vi aveva esposto preziose sculture importate da Atene; un personaggio tanto sicuro della propria fama da far scrivere sulla propria tomba: “Giacciono in questo sepolcro i pochi resti di Erode figlio di Attico, nativo di Maratona, mentre la sua fama è sparsa in tutto il mondo“.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Replica del gruppo di Eirene e Ploutos (Pace e Ricchezza) di Kefisodotos dalla Villa dei Quintili, fine I secolo d.C. marmo pentelico Foto: Alessandra Randazzo

Nel corso dell’Ottocento gli scavi Torlonia si estesero ancora lungo la via Appia e la via Latina, dove erano in antico importanti sepolcreti e anche l’acquisizione di altri latifondi in Sabina e nella Tuscia portò agli scavi del Portus Augusti, il principale sbocco a mare di Roma in età imperiale, come a quelli dell’antica Cures, oggi Fara Sabina.

Proprio dagli scavi di Porto riemerse l’eccezionale bassorilievo con la dettagliatissima scena che ritrae il Portus Augusti, edificato a partire dal 42 d.C. dall’imperatore Claudio. Il restauro di quella che doveva essere un’offerta votiva ha restituito le tracce della policromia originaria che rivestiva l’intera lastra marmorea e l’efficace illuminazione del reperto in mostra permette di leggerne senza difficoltà i dettagli e i molteplici particolari nonostante le sue relativamente piccole dimensioni (122x75 cm): dalle decorazioni delle vele della nave alla scena del sacrificio propiziatorio al viaggio, dal faro all’ingresso del bacino, alle figure di Bacco/Liber Pater e di Nettuno.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Bassorilievo con veduta del Portus Augusti da Porto (1864), intorno al 200 d.C. marmo pentelico con tracce di policromia Foto: Alessandra Randazzo

Poco oltre il rilievo si ammira la coppia del satiro e della ninfa colti in un invito alla danza e nei suoi momenti iniziali, con il satiro che inizia a prendere il ritmo battendo il piede sulla pelle del kroupezion e la ninfa che si allaccia il sandalo: una scena che fa comprendere appieno la capacità di rappresentare la grazia da parte dell’ignoto artista di età imperiale.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statua di Satiro, replica dal gruppo detto Invito alla danza da Roma Vecchia, Villa dei Sette Bassi, replica della fine del I secolo d.C. da originale del II secolo a.C. Statua di Ninfa, replica dal gruppo detto Invito alla danza da Roma Vecchia, Villa dei Sette Bassi, replica della fine I– inizio del II secolo d.C. da originale del II secolo a.C Foto: Alessandra Randazzo

Il Settecento è poi il secolo che ci guida nella Sezione III del nostro viaggio a ritroso perché proprio nel corso del XVIII secolo le collezioni Torlonia si arricchiscono delle straordinarie raccolte di Villa Albani, costruita a partire dal 1747 dal cardinale Alessandro Albani per ospitare la sua collezione di antichità poi acquisita dai Torlonia, e della raccolta dei marmi dello scultore Bartolomeo Cavaceppi (1716-1799), frutto delle sue attività nel restauro e nel commercio di marmi antichi, comprata all’asta da Giovanni Torlonia nel 1800.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Cratere con simposio bacchico, detto Tazza Cesi o Vaso Torlonia alla fine del XV secolo nella chiesa di Santa Cecilia in Trastevere o in San Francesco a Ripa, poi nella Villa Cesi, infine a Villa Albani; fine II–inizi I secolo a.C. marmo pentelico Foto: Alessandra Randazzo

La grande Tazza con Simposio bacchico è esposta nella Sezione V della mostra ma sicuramente rappresenta al meglio i tesori degli Albani passati ai Torlonia ed è testimone, tra l’altro, delle fortune ma anche delle peripezie del collezionismo romano; il gigantesco bacile era infatti giunto al Cardinale Albani dal giardino del cardinal Cesi dove risulta documentato dal 1530 circa e allestitaoallora come vasca da fontana accompagnata da un Sileno con otre e prima ancora è testimoniata da un disegno quattrocentesco in una chiesa di Trastevere (Anna Maria Riccomini ne ricostruisce le tracce in un avvincente saggio del catalogo della mostra).

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statuetta restaurata come Apollo con la spoglia di Marsia dalla collezione Giustiniani, parti antiche del I secolo d.C. marmo pentelico per il torso, marmo bianco per le integrazioni Foto: Alessandra Randazzo

Nella Sezione IV la replica del Fanciullo che strozza l’oca dall’originale in bronzo dello scultore ellenistico Boethos, e una coppia di marmi restaurati e integrati in modo da rappresentare la storia di Apollo che scortica Marsia sono i pezzi che meglio evocano il gusto del raffinatissimo collezionista Vincenzo Giustiniani (1564–1637). Dalla memoria della Galleria Giustiniana le sue collezioni vennero disperse dopo la morte del marchese ma il nucleo più consistente della sua collezione di antichità fu acquistato dal Principe Giovanni Torlonia nel 1816 ed entrò a far parte del Museo nel 1859.

I Marmi Torlonia Collezionare Capolavori. Statua di divinità, c.d. Hestia Giustiniani Marmo pario Foto: Alessandra Randazzo

E’ davvero difficile scegliere tra i tanti capolavori esposti e, ammirati dalla celeberrima Hestia Giustiniani, ci basterà segnalare lo straordinario Nilo Torlonia, già Albani Barberini e già conservato a Palazzo Giustiniani: un capolavoro della scuola alessandrina di età ellenistica originariamente collocato nel Foro della Pace di Vespasiano.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Sarcofago a colonne con Fatiche di Ercole, e coperchio con coppia di defunti distesa già in Palazzo Savelli, poi Orsini; intorno al 170 d.C. marmo asiatico Foto: Alessandra Randazzo

Arriviamo alla Sezione V che offre una selezione di sculture del Museo Torlonia già documentate in precedenti collezioni del XV e XVI secolo. Pezzi che passarono di mano in mano, collezioni disperse e finalmente raccolte dai Torlonia nelle stanze del loro Museo. Dalle collezioni degli Orsini, o meglio dalla dimora Orsini già Savelli, proviene probabilmente il sarcofago con le fatiche di Ercole e coppia di defunti recumbenti sul coperchio.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Sarcofago a colonne con Fatiche di Ercole, e coperchio con coppia di defunti distesa già in Palazzo Savelli, poi Orsini; intorno al 170 d.C. marmo asiatico Foto: Alessandra Randazzo

Nell’ultima sala della mostra ci accoglie un tavolo con ripiano di porfido forse ricavato da una grande colonna e sopra questo giaciglio dal sapore imperiale è proprio collocato quel sontuoso volume del Catalogo del Museo Torlonia (1884) con il quale abbiamo iniziato la scoperta della mostra su I Marmi Torlonia. A Villa Caffarelli, sul Campidoglio, fino al 29 giugno 2021.

 


|NS|EME: incursioni d’artista nel quartiere San Lorenzo

|NS|EME: incursioni d’artista COVID-free nel quartiere San Lorenzo
|NS|EME INSIEME mostra

Una delle esperienze alle quali la pandemia ci ha condotto è quella della riflessione sul concetto del mutamento della visione espositiva dell’arte e delle opere che essa produce.
In un periodo storico in cui le mostre negli spazi chiusi di sempre sono diventate quasi impensabili, pericolose per la comunità, Gianni Politi - artista e curatore egli stesso della mostra - pensa di rispondere al post lockdown con questa installazione sulle Mura Aureliane, chiamando ad affiancarlo una serie di artisti ed esperienze artistiche diverse, a riconquistare gli spazi e a uscire dal confine dei propri studi per partecipare a una “collettività creativa”.
Le mura, recipiente e recinto della Roma antica, oggi perdono il loro ruolo di protezione e cedono alle incursioni degli artisti contemporanei che popolano la scena artistica romana.

|NS|EME INSIEME mostra

|NS|EME INSIEME mostra

Diciannove sono le opere, così come diciannove sono gli artisti, che si appropriano del monumento:
1. Giuseppe Gallo, Eroi
2. Lulù Nuti, Tentativo d’abbraccio
3. Alessandro Cicoria, Apolittico
4. Andrea Mauti, Layer by Layer
5. Alessandro Piangiamore, Di giorno verso il mare in una buca
6. Rä di Martino, L’eccezione
7. Delfina Scarpa, Orto 1
8. Stanislao di Giugno, Dettaglio
9. Maurizio Altieri, vn | n_ | z | o
10. Marta Mancini, Senza titolo (Febbraio)
11. Josè Angelino, Oblò
12. Emiliano Maggi, Sleeping Portrait with Hoops
13. Joanne Burke, Orecchini sul busto di E. Maggi
14. Pietro Ruffo, Sky Walker
15. Elisabetta Benassi, The Wall
16. Gianni Politi, How to master fear (merda mia)
17. Micol Assaël, Untitled
18. Nunzio, Senza titolo
19. Vostok Lake, 13 19 21 - Magneti su pietra bagnata 59’13’’ 2020

L’architetto Matteo d’Aloja spiega come è stato pensato e realizzato l’allestimento - “ideato per essere una macchina teatrale invisibile” - utilizzando una serie di contrappesi e cavi di nylon, a sostegno delle opere, con elementi di protezione per salvaguardare il bene archeologico. Queste opere, prive di copertura, saranno modificate dal tempo, alterate, lasciate esposte alle intemperie e agli agenti atmosferici; potranno essere apprezzate e osservate secondo le diverse rifrazioni della luce naturale (saranno illuminate artificialmente soltanto la sera del 21 ottobre 2020).

|NS|EME INSIEME mostra

La mostra INSIEME, realizzata con il sostegno di Ghella SpA, promossa da Roma Capitale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con Macro media partner della mostra; sarà fruibile liberamente dal 22 ottobre al 30 novembre sulla porzione di Mura Aureliane in via di Porta Labicana, all’incrocio con via dei Rutoli.

 

Tutte le foto della mostra INSIEME sono di Ilaria Lely


Circo Maximo Experience - Credits: Zètema Cultura

Circo Maximo Experience: rivivi gli spettacoli dell’antica Roma con la realtà virtuale e aumentata

Circo Maximo Experience: il più grande edificio per lo spettacolo della Roma antica, il Circo Massimo, rivive in una visita immersiva in realtà virtuale e aumentata, scientificamente corretta e accessibile a tutti.

Ricostruzione del Circo Massimo in Circo Maximo Experience
Ricostruzione in realtà virtuale del Circo Massimo in Circo Maximo Experience - Credits: Zètema Progetto Cultura

Qual era l’aspetto del Circo Massimo nell’antichità?

La risposta, spesso non di facile soluzione per turisti e visitatori, arriva al vasto pubblico grazie ad un progetto di valorizzazione e comunicazione che racconta la storia e la vita dell’edificio grazie alla Realtà Virtuale e alla Realtà Aumentata.

L’uso combinato di queste due tecnologie nella visita immersiva Circo Maximo Experience, consente ai visitatori di avere un’idea immediata di come si presentava il Circo Massimo nell’antichità e di fare un vero e proprio viaggio nel tempo in uno tra i più grandi edifici per lo spettacolo mai costruiti: una fruizione immediatamente comprensibile da tutti, ma che non rinuncia all’accuratezza scientifica e alla serietà delle ricostruzioni archeologiche.

https://youtu.be/WPsKqr6zEQM

Indossando un visore immersivo (see-through) e auricolari in ognuna delle otto tappe del percorso, grazie alle ricostruzioni multimediali, il visitatore scoprirà le varie fasi paesaggistiche e architettoniche cui l’area è andata incontro nelle varie epoche storiche: le prime costruzioni nella Valle Murcia, le fasi del Circo da Giulio Cesare a Traiano, l’età imperiale, la Cavea, l’Arco di Tito, il Circo nell’età imperiale e moderna. La visita termina con una passeggiata tra le botteghe del Circo, fino ad assistere a una animata corsa di quadrighe.

Circo Maximo Experience - ricostruzione delle botteghe
Circo Maximo Experience: ricostruzione in realtà virtuale delle botteghe - Credits: Zètema Progetto Cultura

Il percorso, della durata totale di 40 minuti, è disponibile in otto lingue (italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, russo, cinese e giapponese) e, nella versione italiana, è narrato dalle voci di Claudio Santamaria e Iaia Forte; sono disponibili anche sottotitoli semplificati in italiano e inglese per le persone sorde.

Il progetto, promosso da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è stato organizzato da Zètema Progetto Cultura sotto la direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali nell’ambito di Romarama (programma di eventi culturali di Roma Capitale), ed è stato realizzato da GS NET Italia e Inglobe Technologies.

La visita immersiva si svolgerà negli orari serali fino al 30 Settembre, dal martedì al sabato, nel rispetto delle normative anti-COVID-19: per informazioni e preacquisto dei bliglietti, visitare il sito www.circomaximoexperience.it 


Canova

Roma: omaggio a Canova, “l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”

A Roma un omaggio al fascino immortale delle sculture di Canova, “l’ultimo degli antichi e il primo dei moderni”

Antonio Canova
Antonio Canova (1757-1822)
Amorino alato, 1794-1797
Marmo, 142x54,5x48 cm
The State Hermitage
(San Pietroburgo)*
Photograph © The
State Hermitage
Museum, 2019
Foto di Alexander Koksharo

Una bellezza canonica e raffinata che i posteri amano ricordare quale modello di maestria scultorea nostrana: la minuzia dei dettagli, l’armonia delle forme e tutte le caratteristiche dell’arte neoclassica sono racchiuse nell’operato di Antonio Canova (1757–1822), artista veneto autore di celebri capolavori che la sua rara abilità è riuscita a far emergere dalla pietra. Dall’iconica “Amore e Psiche” alle affascinanti “Tre grazie”, dal peculiare “Endimione” dormiente (1819) al vigoroso “Creugante”: un susseguirsi di gruppi scultorei tanto originali quanto impeccabili, da togliere il fiato.

Antonio Canova
Antonio Canova (1757-1822), Endimione dormiente, 1819
Gesso, 183x85x95 cm
Possagno, Gypsotheca e Museo Antonio Canova
2019, Possagno (TV), Fondazione Canova onlus - Gypsotheca e Museo Antonio Canova | Archivio Fotografico interno Foto di Lino Zanesco

La Capitale rievoca così il fiore all’occhiello della scultura italiana, attraverso una mostra della durata di cinque mesi: “Canova. Eterna bellezza” è infatti presente al Museo di Roma dal 9 ottobre e sarà visitabile fino al 15 marzo presso Palazzo Braschi, edificio dedicato alla famiglia di Papa Pio VI che era in carica quando l’artista arrivò in città nel 1779. Dunque, la scelta di Roma come location dell’esposizione non è certamente casuale, poiché la figura canoviana si forgia proprio nella città eterna, così come eterna è la sua impronta sull’arte tra il XVIII ed il XIX secolo. In un periodo di fervente interesse verso le antichità romane, il tentativo di controllarne l’esportazione e la nascita dei musei, si inserisce così questa figura talentuosa la cui carriera internazionale iniziò a soli ventisei anni e si sviluppò rapidamente perdurando nel tempo. Il successo iniziale correlato all’imponente “Monumento sepolcrale di Clemente XIV ai Santi Apostoli” (1783-1787) fu seguito da commissioni in tantissime corti e ville aristocratiche d’Europa.

Roma permane comunque una stabile fonte di ispirazione per l’artista: dalle collezioni Farnese e Ludovisi alle sculture presenti in ambito urbano, dall’Apollo e Dafne del Bernini in Villa Borghese ai patrimoni dei Musei Capitolini e Vaticani. L’antico era per lui oggetto di dedito studio e non di mera copia, attività ritenuta non degna di un vero artista creatore; infatti Canova mirava a riprodurre l’antico nel moderno, rifiutandosi di restaurare gli antichi marmi a suo avviso intoccabili. Ben presto il suo studio romano divenne tappa del Grand Tour e meta di aristocratici, esperti, viaggiatori ed altri artisti. Inoltre, fu coinvolto nella tutela del patrimonio culturale divenendo ispettore generale delle Belle arti (carica solitamente ricoperta dai membri dell’aristocrazia o del clero) ed ambasciatore del Papa nell’attività di recupero delle opere condotte in Francia durante l’epoca napoleonica.

Tra i progetti da lui sostenuti vi era la laicizzazione del Pantheon, non più chiesa consacrata a Santa Maria ad Martyres bensì tempio dedicato ad artisti. Così commissionò dei busti a celebri scultori e per l’occasione furono prodotte statue di notevole pregio esecutivo. Scultore altamente recettivo, trasse spunto anche dalla letteratura del suo tempo e in particolar modo dalla tragedia “Antigone” (1782) di Alfieri, che incise sulla sua maturazione figurativa come evidenzato nel corso della mostra.

Antonio Canova
Antonio Canova
Amore e Psiche
Gesso, 148x68x65 cm
Veneto Banca spa in L.C.A.
Foto di Andrea Paris

Il tema di Amore e Psiche, pur essendo oggetto di interesse di più autori del periodo, venne rielaborato da Canova in maniera originale ed in senso spirituale distinguendosi nettamente dal resto, come si evince palesemente ad esempio dall’osservazione diretta del gesso “Amore e Psiche stanti”. Invece “Amore e Psiche giacente”, custodita al Louvre di Parigi, è stata riprodotta in scala reale da Magister e Robotor, a seguito di una scansione tridimensionale dell’originale sulla cui base un robot ha scolpito un blocco di marmo di Carrara di dieci tonnellate per ben duecentosettanta ore. Una sfida che riporta alla luce le possibilità offerte dalla riproducibilità delle opere d’arte, le cui copie ovviamente non possono in alcun modo sostituire o sminuire il valore delle originali, ma semplicemente riprodurre ciò che purtroppo non è direttamente osservabile, oltrepassando anche il vincolo materiale delle virtuali riproduzioni in 3d. L’installazione è affiancata da filmati relativi alla fiaba d’amore, nonché alla realizzazione dell’opera.

La mostra ambisce a rievocare l’atmosfera originaria con cui Canova mostrava le opere del suo atelier illuminandole a lume di torcia, e a tal fine sono state adottate specifiche soluzioni illuminotecniche. Tredici sezioni con busti, statue, ma anche bozzetti, modellini, dipinti e gessi: ben centosettanta opere affiancate da rilevanti prestiti provenienti da collezioni museali italiane ed estere. La prima sezione parla del rapporto tra l’artista e la capitale, la seconda sezione affronta l’emergere del nuovo stile tragico, la terza sezione tratta della Repubblica romana, la quarta è dedicata ad Ercole e Lica, la quinta ai Pugilatori, la sesta effettua una comparazione tra antico e moderno, la settima riguarda l’Accademia di San Luca, l’ottava narra il suo ruolo di ispettore delle Belle Arti, la nona sezione concerne i busti del Pantheon, la decima descrive le ultime opere realizzate per Roma, l’undicesima è dedicata al suo studio, la dodicesima sezione è interamente riservata alla Danzatrice, infine la tredicesima tratta del processo di morte e glorificazione della figura canoviana.

Antonio Canova (1757-1822)
Napoleone Primo Console, 1801
Gesso, 65x50x30 cm
Roma, Accademia Nazionale di San Luca

Tra le collezioni che con i loro prestiti hanno contribuito alla realizzazione del progetto vanno menzionate: l’Ermitage di San Pietroburgo, la Gypsotheca e Museo Antonio Canova, i Musei Vaticani e quelli Capitolini, il Museo Civico di Bassano del Grappa, il Musée des Augustins di Tolosa, il Museo Correr di Venezia e molti altri. Da San Pietroburgo ci giungono “Amorino alato” (1794-1797), “Genio della morte” (1789), “Maddalena penitente” e la “Danzatrice con le mani sui fianchi” (1806-1812) che all’interno di una sala di specchi gira sulla base, com’era volere del suo autore. Dal Museo Civico di Asolo perviene la scultura possente di “Paride” (1810 circa), dal Museo di Villa Torlonia proviene il bassorilievo in gesso “Danza dei figli di Alcinoo”, mentre dall’Accademia Nazionale di San Luca giungono il busto in gesso di “Napoleone Primo Console” (1810 circa) ed il suggestivo busto in gesso de “La Religione” (1814-1815).

Antonio Canova (1757-1822)
La Religione, 1814/1815
Gesso, 110x116x55 cm
Roma, Accademia Nazionale di San Luca

Attraverso la posa insolita del “Fauno Barberini”, alto circa due metri, l’autore mostra tutta la sua abilità scultorea nella minuziosa resa della muscolatura del soggetto. Singolari poi i due busti che ritraggono l’artista: di casa è “Autoritratto” del 1812, busto autografo custodito permanentemente nel Museo di Roma che ospita l’esposizione; mentre è opera di Antonio D’Este il “Busto di Antonio Canova” (1832) in marmo, la cui sede usuale è i Musei Vaticani.

Vengono poi proposte comparazioni con artisti a lui correlati: Jean-François-Pierre Peyron, il miglior pittore secondo Canova, e Pompeo Batoni, di cui frequentò l’Accademia di Nudo. Tra le sezioni previste vi è una dedicata al suo studio di via San Giacomo, con l’esposizione di gessi, bozzetti di terracotta e calchi in gesso di opere complete. Il percorso è adornato di installazioni multimediali ideate per l’evento, ed è arricchito da una mostra all’interno della mostra stessa, attraverso trenta foto di Mimmo Joyce che catturano le sculture canoviane dalla sua particolare prospettiva.

È inoltre attivo un programma di focus miranti a cogliere determinati aspetti della vita e delle opere dell’artista, quali rapporti sociali ed eventi storici che influirono sulle sue scelte artistiche ed esistenziali. Gli incontri non richiedono una prenotazione, iniziano alle ore 17,00 ed hanno una durata approssimativa di mezz’ora. Venerdì 18 ottobre verranno affrontate “Le passioni di Alessandro”, giovedì 24 ottobre si parlerà del suo atelier, martedì 29 ottobre dell’evoluzione della moda dall’antichità ai tempi di Canova, proponendo un’interessante esperienza tattile delle sue opere.

Curatore dell’esposizione è Giuseppe Pavanello, con la collaborazione dell’Accademia Nazionale di San Luca e della Gypsotheca e Museo Antonio Canova di Possagno. Sponsorizzata da Generali Italia ed inserita in Zètema Progetto Cultura, la mostra-evento è esito della convergenza d’azione dell’Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale, di Arthemisia e della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Una sinergia d’intenti per progetti di qualità che sarebbe bene riprodurre più spesso: un investimento sulla cultura per il bene di tutti.

Orari di apertura: tutti i giorni dalle 10,00 alle 19,00. Il 24 e il 31 dicembre dalle 10,00 alle 14,00.

Chiusura 25 dicembre e 1 gennaio.

Prezzo biglietto d’ingresso: 13 euro intero, 11 euro ridotto. Riduzione per i possessori Mic Card.

Informazioni: tel. 060608

www.museodiroma.it

www.museiincomune.it

www.sovraintendenzaroma.it

www.arthemisia.it


Busto di guerriero Dace ritrovato a Roma

Gli scavi di via Alessandrina continuano a restituire importanti reperti. Gli archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali hanno ritrovato qualche giorno fa un busto di una statua di guerriero Dace in marmo bianco.

La statua appartiene probabilmente ad una delle 60-70 statue di guerrieri Daci che decoravano l'attico del Foro di Traiano risalenti al II secolo d.C. Il busto, realizzato in marmo pavonazzetto è alto circa 1,5 metri e si trova in buono stato di conservazione. Gli archeologi spiegano che il reperto è stato trovato all'interno di uno strato di abbandono successivo ad un crollo e da datare al tempo delle demolizioni medievali, presumibilmente nella seconda metà del IX secolo d.C.

Busto di guerriero Dace. Foto: Parco Archeologico del Colosseo

Si osserva quindi come diverso sia il contesto di rinvenimento rispetto alla precedente scoperta degli archeologi della Sovrintendenza che qualche mese fa, sempre in via Alessandrina, avevano trovato una testa in marmo forse di Dioniso reimpiegata come materiale da costruzione in un muro tardomedievale.

Statue di guerrieri Daci erano state già ritrovate nel corso di scavi risalenti agli anni 1998 e 2000 nella piazza del Foro di Traiano e le statue scoperte erano state poi portate ai Mercati di Traiano - Museo dei Fori Imperiali dove ancora oggi sono esposte.

Lo scavo in via Alessandrina è curato dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali su concessione del MIBAC - Parco Archeologico del Colosseo e con il coordinamento degli archeologi del PArCo.

 


Colori degli Etruschi

Roma: apre la mostra "Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta alla Centrale Montemartini"

Mercoledì mattina del 10 Luglio siamo stati all’anteprima della meravigliosa mostra “Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta alla Centrale Montemartini”, che ha aperto al pubblico l’11 Luglio 2019 e sarà visitabile fino al 2 Febbraio 2020.
Davanti agli occhi illuminati di stupore, si è aperta questo percorso su una straordinaria selezione di lastre parietali figurate, nonché decorazioni architettoniche a stampo in terracotta policroma, davvero eccezionali e unici nel loro genere, tutte provenienti dal territorio di Cerveteri, ossia l’antica Caere. Accompagnano l’allestimento finissime ceramiche e vasellami di derivazione attica, ma ciò che colpisce come da sempre, è l’arte e la maestria della manodopera etrusca nel realizzare tali tesori che finora erano per lo più sconosciuti al grande pubblico. Indubbiamente pezzi originali questi, inediti poiché ci troviamo davanti a testimonianze di fondamentale importanza per la storia della pittura etrusca, rientrate in Italia recentemente grazie all’azione di contrasto del traffico illegale dei reperti archeologici dell’Arma dei Carabinieri e, alla diplomazia culturale del MiBAC.

Colori degli EtruschiAncora una volta una collaborazione davvero significativa e importante, tra la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e dalla Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, patrocinato dalla Regione Lazio, su progetto scientifico di Alfonsina Russo, Claudio Parisi Presicce, Leonardo Bochicchio, Daniele Federico Maras e Rossella Zaccagnini, con organizzazione Zètema Progetto Cultura.
Risaliamo agli inizi del 2016 quando i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, in un ingente sequestro, recuperano da depositi a Ginevra, una gran quantità di reperti provenienti da scavi clandestini e illegalmente destinati ad un mercato internazionale, insieme a vasi figurati dalla Magna Grecia, e a statue romane, vengono rinvenuti e accumulati in frantumi in decine di casse, e sanz’alcun ordine di coerenza, questa straordinaria serie di lastre parietali, e frammenti architettonici etruschi di una sorprendente policromia.

Sull’onda di questo straordinario recupero di reperti, ha seguito un importante accordo di cooperazione culturale internazionale, siglato tra il MIBAC e la Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen, comportando il rientro dalla Danimarca all’Italia, un ulteriore e consistente serie di altrettanti frammenti di lastre dipinte etrusche.
Dietro attenta attività di studio e restauro condotta dalla SABAP sui preziosi reperti rinvenuti (quali lastre di rivestimento delle travi, acroteri, antefisse, gocciolatoi, età..), seppur privati del loro originario contesto frutto del saccheggio indiscriminato e selvaggio perpetrato per decenni, attraverso il riconoscimento delle loro caratteristiche tecniche, alla raffinatezza usata nell’esecuzione d’opera, e grazie al confronto con le più importanti collezioni museali sia straniere che italiane, è stato possibile datarli tra il 530 e il 480 a. C.

Al culmine di tutta questa operazione tra ritrovamento, recupero e restauro, nel Giugno 2018 vi è la mostra e un convegno internazionale di studi organizzati dalla SABAP, presso il Castello di Santa Severa a Santa Marinella (RM), a cui ora ovviamente segue quest’edizione della Centrale Montemartini, in un allestimento aggiornato e rinnovato degli ultimi risultati di studio, e ripensato sulle caratteristiche della prestigiosa sede espositiva ospitante.
I contenuti della mostra che si articolano nel percorso espositivo e suddiviso per tematiche, narrano Le imprese di Ercole e gli altri miti (ad esempio il mito della Gorgone Medusa uccisa da Perseo, o la raffigurazione del giudizio di Paride); La Danza, presente in numerose lastre dipinte recuperate a Ginevra, in cui si rappresentano danzatrici, musicisti e atleti, che come è ben noto hanno fatto grande fortuna nell’arte greca ed etrusca; Gli atleti e i guerrieri che in questo caso sono affiancati in analogia tematica, da reperti selezionati tra le collezioni Capitoline e tra i recuperi effettuati dall’Arma dei Carabinieri, una serie rara di elmi, corazze in bronzo e schinieri di VI e V sec. a. C.

Colori degli EtruschiLa mostra “Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta alla Centrale Montemartini”, desidera offrire una chiave di lettura inedita, ma il più possibile esaustiva, proprio attraverso quest’articolato percorso espositivo, ricco di interessanti informazioni che permettono a questi preziosi reperti di riavere voce nel contributo alla conoscenza storico-artistica dell’antica Caere etrusca, proprio all’acme del suo splendore culturale.

Colori degli EtruschiInfo mostra: www.centralemontemartini.org ; www.museiincomune.it ; www.zetema.it

Roma, 10/07/2019

Le foto dall'anteprima della mostra “Colori degli Etruschi. Tesori di terracotta alla Centrale Montemartini” sono di Luana D'Alessandro.


Dalla via Alessandrina emerge una testa in marmo

 

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L’Urbe continua a regalare meravigliose scoperte ed è proprio di queste ore il rinvenimento in via Alessandrina di una testa forse di Dioniso. Gli archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali del Comune di Roma, concessionari per conto del Paco Archeologico del Colosseo delle ricerche e delle indagini su questo tratto viario, hanno individuato, nascosta nella terra, una testa di marmo bianco databile ad epoca imperiale, probabilmente utilizzata in antico come materiale di reimpiego in un muro tardo – medievale che proprio gli archeologi stavano scavando.

Testa di Dioniso. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali
Testa di Dioniso. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali

Una volta estratta, la testa si è mostrata in tutta la sua bellezza. Il volto si caratterizza per le superfici lisce e morbide ed è leggermente inclinato, la bocca è semi aperta, gli occhi sono incavati, forse in antico erano riempiti di pasta vitrea e l’acconciatura è folta e ondulata. I capelli scendono sulle spalle e sono trattenuti da una benda da cui sporge un corimbo, cioè un’infiorescenza dell’edera. I tratti delicati, il volto giovane e femmineo fanno pensare al dio Dioniso e gli archeologi sono già a lavoro per poter attribuire con certezza il volto alla divinità. L’opera è stata già portata nei depositi e attende un primo intervento di pulitura dalle incrostazioni terrose che presto la riporteranno al suo antico splendore.

via dei Fori Imperiali. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali
via dei Fori Imperiali. Courtesy Sovrintenza Capitolina ai Beni Culturali

I lavori sulla via Alessandrina, grazie ad un contributo del Ministero della Cultura dello Stato dell’Azerbaijan che ha finanziato un'opera di mecenatismo per ben un milione di euro, porteranno all’eliminazione del tratto iniziale settentrionale della via. La rimozione di questo segmento stradale, per circa una trentina di metri di lunghezza, permetterà di mettere in comunicazione il settore centrale della piazza del Foro di Traiano con il portico orientale del complesso e l’emiciclo dei Mercati di Traiano. Quando i lavori saranno ultimati, si potrà godere e apprezzare l’originaria estensione del Foro in questo tratto e coglierne l’ampiezza da via dei Fori Imperiali sino alle pendici del Quirinale.


La vita e gli intrighi dell'Imperatore Claudio in mostra all'Ara Pacis

Una grande mostra al Museo dell’Ara Pacis celebra l’imperatore Claudio e le discusse donne di corte che gettarono luci e ombre sulla dinastia giulio-claudia. Dal 6 aprile al 27 ottobre 2019 la mostraClaudio Imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia” ci introdurrà all’interno di intrighi e segreti del discusso uomo di potere, in un excursus che partirà dalla nascita a Lione nel 10 a.C. fino alla morte sospetta del 54 d.C. I curatori, in questa esposizione promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e da Ville de Lyon, hanno cercato di mettere in luce l’ambigua personalità di Claudio, l’operato politico e amministrativo di un regno che già faceva parlare i maliziosi storici, e il rapporto dello stesso con le figure di Augusto, del celebre fratello Germanico e delle ambiziose mogli Messalina e Agrippina. Sullo sfondo le controverse vicende della dinastia degne di una moderna soap opera.

Claudio CLAVDIO IMPERATORE Museo dell'Ara Pacis dinastia giulio-claudia

Claudio fu il primo imperatore a nascere non su suolo italico, bensì a Lugdunum, l’odierna Lione, il 1 agosto del 10 a.C. e si trovò a prendere il comando di un impero quasi improvvisamente, senza nessuna preparazione militare e politica. Un uomo quindi, le cui attitudini al governo e alla politica non sembravano minimamente toccarlo, tanto che di gran lunga gli era stato preferito il fratello Germanico che era morto prematuramente e in circostanze sospette. Come successore, il popolo e l’esercito gli avevano preferito Caligola, figlio di Germanico. Ma l’assassinio di Caligola, che venne accoltellato nel suo stesso palazzo, aveva nuovamente tirato in ballo l’erede al trono. Claudio, anzi, Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, diventava così imperatore all’età di cinquanta anni, primo imperatore acclamato da un corpo militare, i pretoriani, guardie del corpo personali del capo dello stato.

Claudio
Foto: Musei in Comune Roma

Difficile anche il rapporto con le sue quattro mogli, segnato da congiure e vicende intrise di pettegolezzi e morti tragiche. La sua terza moglie, la discussa e viziosa Messalina più  giovane di lui di 35 anni, rimase uccisa a seguito di una congiura, ordita forse dallo stesso Claudio e con lei anche il destino di Britannico fu segnato. Il fratellastro Nerone e la sua corte di donne ambiziose stavano già tessendo le trame per l'ascesa al trono. L’ultimo matrimonio con Agrippina, sua nipote, fu fatale per Claudio. Agrippina, figlia di Germanico e sorella di Caligola, viene considerata l’artefice della sua morte, si dice per avvelenamento. Alla morte di Claudio seguì la sua divinizzazione e la realizzazione di un tempio sul colle Celio. A prendere il potere il figlio di Agrippina, Nerone.

Diversamente dal ritratto poco lusinghiero che le fonti ci lasciano di Claudio, storici e archeologi hanno tracciato nel percorso espositivo un’immagine dell’imperatore capace di prendersi cura del suo popolo, di promuovere utili riforme economiche e amministrative e grandi lavori pubblici, contribuendo ad un grande sviluppo amministrativo dell’impero.

Claudio
Foto: Musei in Comune Roma

Claudio costruì il porto di Ostia per consentire l’attracco alle navi granarie di grande tonnellaggio che prima approdavano a Pozzuoli, costruì un nuovo acquedotto e bonificò l’area del Fucino, nell’odierno Abruzzo, per aumentare la superficie coltivabile dell’Italia. La sua impresa militare più rilevante fu infine nel 43 d.C. con la conquista della Britannia meridionale che fu ridotta a provincia.

L’allestimento è arricchito di immagini e percorsi sonori ed immersivi, oltre che da importanti prestiti nazionali ed internazionali. Tra i reperti in mostra, la Tabula Claudiana su cui è impresso il famoso discorso tenuto da Claudio in Senato nel 48 d.C. sull’apertura ai notabili galli del consesso senatorio; il prezioso cameo con ritratto di Claudio Imperatore dal Kunsthistorisches Museum; il piccolo ritratto in bronzo dorato di Agrippina Minore proveniente da Alba Fucens e concesso in prestito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Abruzzo che testimonia l’interesse di Claudio per il territorio dell’allora Regio IV dove realizzò l’impresa del Fucino. Esposto per la prima volta il ritratto di Germanico della Fondazione Sorgente Group, opera che celebra il giovane principe colpito da un destino avverso.


La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia

Fino al 5 maggio 2019, ai Musei Capitolini, La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia, una nuova importante mostra ad ingresso gratuito per i possessori della MIC, la nuova card che può essere acquistata da chi risiede o studia nella Capitale a soli 5 euro consentendo l’ingresso illimitato per 12 mesi nei Musei Civici.

Per info www.museiincomuneroma.it

Necropoli dell’Esquilino, tomba 128, askos ad anello, impasto bruno, 630/620 – 580 a.C. (fase laziale IVB)

Gli inizi di Roma sono spesso confinati, nella comune immaginazione, ai miti della fondazione tramandatici dagli storici antichi: dalla Lupa che allatta i Gemelli presso la palude ai piedi del Palatino alla disputa fratricida tra Romolo e Remo. Un immaginario rafforzato dalla circostanza che l’immagine di Roma maggiormente proposta nei secoli è legata ai simboli e agli edifici del suo passato imperiale, e, d’altra parte, dalla difficoltà nel rintracciare opere immediatamente riconducibili alle fasi precedenti della vita della città, a partire dall’età repubblicana e andando ancora più indietro nel tempo.

La mostra La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia è la prima di una serie di esposizioni temporanee che permetterà ai visitatori di recuperare, attraverso le stratificazioni archeologiche, i valori fondativi della città di Roma che, nonostante il passare dei millenni, incidono ancora nella vita degli odierni cittadini: lo sviluppo della società, la gestione del territorio e l’interazione con le altre comunità.

AC 12079b. Necropoli dell’Esquilino, Gruppo 125, Kotyle protocorinzia con decorazione a rosette a punti e scacchiera, 680-650 a.C. (Protocorinzio Medio)

Ospitata nelle sale espositive di Palazzo Caffarelli e nell’Area del Tempio di Giove dei Musei Capitolini dal 27 luglio 2018 al 5 maggio 2019, l’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, curata da Isabella Damiani e Claudio Parisi Presicce, e organizzata da
Zètema Progetto Cultura.

Prendendo il via dall’attenta lettura dei dati archeologici, La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia accende i riflettori sulla fase più antica della storia di Roma, illustrandone gli aspetti salienti e ricostruendo costumi, ideologie, capacità tecniche, contatti con ambiti culturali diversi, trasformazioni sociali e culturali delle comunità che
vivevano quando Roma, secondo le fonti storiche, era governata da re.

Grazie a lunghe attività di ricomposizione e di restauro a cura della Sovrintendenza Capitolina, con la collaborazione del Parco Archeologico del Colosseo che ha messo a disposizione i risultati delle più recenti ricerche nell’area nord-est del Palatino e sulla Velia, sarà possibile mostrare per la prima volta al pubblico dati e reperti mai esposti prima.
La mostra è realizzata con il sostegno di Sapienza Università di Roma (per i materiali degli scavi del Palatino e della Velia) e dell’Università della Calabria e University of Michigan (per i nuovi materiali di Sant’Omobono).

AC 12283a. Necropoli dell’Esquilino,Tomba 85, Fibula di bronzo con arco decorato con 3 uccellini, 800-730 a.C. (fase laziale III)

Si avvale inoltre, sempre in collaborazione con il Mibac, di preziosi prestiti da parte del Museo Nazionale Romano e del Museo delle Civiltà, e da parte della Soprintendenza per l’Area Metropolitana di Napoli. Il percorso espositivo - che inizia a partire dal limite cronologico più recente, il VI secolo a.C., e arriva fino al X secolo a.C. - si snoda in diverse sezioni: Santuari e palazzi nella Roma regia, con reperti provenienti dall’area sacra di Sant’Omobono nel Foro Boario presso l’antico approdo sul Tevere; I riti sepolcrali a Roma tra il 1000 e il 500 a.C., con corredi tombali dalle aree successivamente occupate dai Fori di Cesare e di Augusto e dal Foro romano; L’abitato più antico: la prima Roma, con il plastico di Roma arcaica per un viaggio a ritroso nel tempo dalla Roma di oggi a quella delle origini; Scambi e commerci tra Età del Bronzo ed Età Orientalizzante, con testimonianze provenienti in massima parte dalla necropoli dell’Esquilino, uno dei complessi più importanti della Roma arcaica; e le sezioni Indicatori di ruolo femminile e maschile, Oggetti di lusso e di prestigio, e Corredi funerari “confusi”, che contengono reperti e oggetti provenienti anch’essi per lo più dalla necropoli dell’Esquilino a testimonianza di quella che poteva essere la ricchezza originaria della necropoli.