Roma: mostre "David LaChapelle" e "Aftermodernism" alle Gallerie Mucciaccia

mercoledì 17 aprile, ore 18.00

inaugurano le mostre

 

DAVID LACHAPELLE
Galleria Mucciaccia
Largo della Fontanella di Borghese 89, Roma

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AFTERMODERNISM. A Perspective on Contemporary Art

Chapter 1. JAMES BUSBY - JUSTIN SAMSON

Mucciaccia Contemporary
Piazza Borghese 1/A,  Roma

 

Mercoledì 17 aprile 2019, alle ore 18.00, inaugurano due importanti mostre nei due spazi espositivi che animano da qualche anno piazza Borghese.

La Galleria Mucciaccia presenta il notissimo artista americano David LaChapelle in una mostra che celebra la sua carriera, dagli esordi agli ultimi lavori.

La galleria Mucciaccia Contemporary, invece, dà avvio a una nuova sfida, esponendo in Italia un inedito gruppo di artisti internazionali riuniti dal grande collezionista americano Hubert Neumann sotto la sigla AFTERMODERNISM: il primo capitolo di questa serie di mostre è dedicato a James Busby e Justin Samson.

Le due esposizioni, che hanno ricevuto il patrocinio dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia, si propongono come vetrina sull’America odierna, una singolare analisi sull’evoluzione dell’arte contemporanea e sull’approccio del collezionismo attuale.

 

Galleria Mucciaccia
David LaChapelle

David LaChapelle Aftermodernism Gallerie MucciacciaTrentaquattro opere in mostra ripercorrono tutta la produzione del grande artista americano, a partire dagli anni Ottanta, quando si allontana dal mondo dei rotocalchi e della pubblicità per avvicinarsi all’arte, fino alle opere più recenti.

Atmosfere hawaiane, paesaggi inaspettati, figure mitologiche e suggestioni oniriche, popolano le opere di LaChapelle, in una mostra che procede a ritroso nel tempo: dagli ultimi lavori, New WorldLost and Found e Behold, suggestive foto scattate nel 2017 nell’incontaminata foresta pluviale delle Hawaii, dense di misticismo e spiritualità, a quelli meno recenti, realizzati a Los Angeles, come i due grandi pannelli della serie Aristocracy (2014), della monumentale Showtime at the Apocalypse (2013), il famoso ritratto di Natale della famiglia Kardashian, dei Landscape, delle floreali Earth Laughs in Flowers e di Rape of Africa (2009), un’opera provocatoria contro la violenza subita dal continente africano, che dà il titolo all’omonimo progetto presentato nel 2008.

Del 2007, l’anno di svolta della produzione di Lachapelle, è la serie The deluge e After the deluge, ispirato dalla visione della Cappella Sistina. Il riferimento al capolavoro michelangiolesco si mescola a quello di marchi della società dei consumi, generando una visione apocalittica con un finale dove oggetti, opere d’arte e persone appaiono sommerse dall’acqua, come in CathedralStatue e Awakened.

Concludono l’esposizione la serie di fotografie realizzate tra il 1984 e il 2009 che guardano al mondo dello spettacolo e delle star di Hollywood, come i tre ritratti di Michael Jackson che ne celebrano la beatificazione mediatica, quello hollywoodiano di Faye Dunaway in Day of the Locust (1996),Dynamic Nude e l’unica fotografia in bianco e nero scattata a New York: Good News for Modern Man del 1984.

Con l’occasione verrà pubblicato un libro con le immagini della mostra, edito da Carlo Cambi Editore.

David LaChapelle è oggi uno degli artisti più riconosciuti e apprezzati al mondo. Nato a Fairfield nel 1963, ha sposato uno stile post-Pop e per certi versi surrealista che lo rende unico al mondo.  Le opere di David LaChapelle sono presenti in numerose importanti collezioni pubbliche e private internazionali, ed esposte in vari musei, tra i quali il Musée D’Orsay di Parigi, il Brooklyn Museum di New York, il Museum of contemporary Art di Taipei, il Tel Aviv Museum of Art a Tel Aviv, il Los Angeles County Museum of Art (LACMA) a Los Angeles, The National Portrait Gallery di Londra, il Fotographfiska Museet di Stoccolma e The National Portrait Gallery a Washington DC.  David LaChapelle vive e lavora tra Los Angeles e l’isola hawaiana di Maui.

INFORMAZIONI:

Mostra: David LaChapelle

Mostra a cura di LaChapelle Studio e Galleria Mucciaccia

Sede: Galleria Mucciaccia, Largo della Fontanella Borghese 89, Roma

Inaugurazione: mercoledì 17 aprile 2019, ore 18.00

Apertura al pubblico: 18 aprile –18 giugno 2019

Orari: lunedì– sabato, 10.00 – 19.00; domenica chiusi

Informazioni: T. +39 06 69923801 | [email protected]| www.galleriamucciaccia.com

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Mucciaccia Contemporary

AFTERMODERNISM. A Perspective on Contemporary Art. Chapter 1. James Busby - Justin Samson

aftermodernism LaChapelle Gallerie MucciacciaLa Galleria Mucciaccia Contemporary apre al pubblico la mostra Aftermodernism. A Perspective on Contemporary Art. Chapter 1. James Busby - Justin Samson, a cura di Cesare Biasini Selvaggi.

Con dieci opere di James Busby (Rock Hill, SC, USA, 1973) e quindici di Justin Samson (Milford, CT, USA, 1979), il progetto espositivo intende presentare in Italia un nuovo gruppo di artisti internazionali (prevalentemente americani o residenti in USA, ma con una discreta presenza anche di europei) riuniti sotto la sigla AFTERMODERNISM, da parte di uno dei più grandi e singolari collezionisti del nostro tempo, Hubert Neumann. Ottantasettenne con una passione smodata per l’arte contemporanea ereditata dal padre Morton, Neumann possiede una raccolta di oltre 2.600 opere (molte delle quali capolavori) del Cubismo, Astrattismo europeo, Scultura d’avanguardia, Espressionismo Astratto americano, Pop Art e Graffitismo, di alcuni dei più importanti artisti del XX secolo. Tra questi Picasso, Léger, Miró, Kandinsky, Kline, Giacometti, Dubuffet, Rauschenberg, Lichtenstein, Haring, Basquiat, Koons, solo per citarne alcuni.

L’unico filo conduttore su cui si basa questa straordinaria collezione è la conoscenza diretta degli artisti. Dotato di un fiuto eccezionale come il padre, Neumann ha continuato a selezionare, all’albore dei loro esordi, artisti che sarebbero poi diventati di fama internazionale.

Negli ultimi anni la sua attenzione di collezionista si è focalizzata su un gruppo di artisti (per lo più generazione anni Settanta, Ottanta e Novanta), attualmente una quarantina in tutto, in cui Neumann ravvisa quella che per lui è una vera e propria nuova corrente artistica su cui investire, definita appunto AFTERMODERNISM, di cui James Busby e Justin Samson sono i primi esponenti a essere presentati in Italia.

Il catalogo in mostra, a cura di Cesare Biasini Selvaggi ed edito per i tipi di Carlo Cambi editore, rappresenta il primo di una serie che sarà dedicata agli artisti diAFTERMODERNISM.

James Busby è nato nel 1973 a Rock Hill (South Carolina) e vive e lavora a Chapin in South Carolina. Sue mostre si sono tenute in numerose gallerie e musei, ha partecipato a 40 mostre collettive negli Stati Uniti. Busby ha esposto inoltre in mostre a Londra, Parigi, Stoccolma e Instanblul. Ha partecipato a diverse fiere d’arte a Miami, Houston, Stoccolma, Istanbul e New York City, tra cui l'International Armory Show di New York, Untitled Art Fair, Scope NY e Untitled Art Fair, Miami.

Justin Samson è nato nel 1979 a Milford (Connecticut) e vive e lavora a New York. Nel 2003 consegue la laurea in Fine Arts presso la School of Visual Arts di New York.Samson ha collaborato con le gallerie John Connelly Presents e Kravets|Wehby Gallery ed è attualmente rappresentato dalla Neumann Wolfson Art. Gli sono state dedicate diverse mostre personali e collettive.

INFORMAZIONI:

Mostra: AFTERMODERNISM. A Perspective on Contemporary Art. Chapter 1. James Busby - Justin Samson

Curatore: Cesare Biasini Selvaggi

Sede: Mucciaccia Contemporary, piazza Borghese 1/A, Roma

Inaugurazione: mercoledì 17 aprile 2019, ore 18.00

Apertura al pubblico: 18 aprile – 29 giugno 2019

Orari: martedì – sabato, 10.30 – 19.00; domenica e lunedì chiusi

Informazioni: T. +39 06 68309404 | [email protected] | mucciacciacontemporary.com


Paris Blues: due storie d’amore jazz a cavallo tra due epoche

Paris Blues cinema jazz Parigi Stati Uniti Louis Armstrong Paul Newman Diahann Carroll Joanne Woodward Sidney Poitier
Poster del film Paris Blues. Fair use, copyright degli aventi diritto.

Paris Blues di Martin Ritt è un film sul jazz ambientato a Parigi, ma soprattutto è un film sull’America. Uscita nelle sale il 27 settembre 1961, a pochi mesi dall’elezione di John F. Kennedy a 35° Presidente degli Stati Uniti, la pellicola può dirsi ‘epocale’ nel vero senso della parola in quanto riassume da un lato le tensioni che avevano animato la gioventù americana negli anni ‘50, dall’altro anticipa temi che saranno centrali nel dibattito pubblico americano degli anni ‘60 (questione razziale, lotta per i diritti civili, tossicodipendenza).

Eddie Cook (Sidney Poitier) è un musicista afroamericano, ben lieto di essere sfuggito all’ambiente razzista e discriminatorio della Harlem anni ‘50; Ram Bowen (Paul Newman), talentuoso ma musicalmente indisciplinato, cerca nella Ville Lumiére la propria consacrazione come trombonista jazz, dedicandosi alla scrittura di un’opera sinfonica, Paris Blues, appunto. La loro vita sregolata, tutta dedita all’arte e alle donne, viene interrotta dall’incontro casuale con due giovani turiste americane, ipostasi dell’America che verrà nel decennio successivo: da un lato Connie (Diahann Carroll), insegnante afroamericana, legata alle sue radici e desiderosa di battersi per i diritti della propria gente; dall’altro Lilian (Joanne Woodward), divorziata, con due figlie. Inizialmente, i due musicisti si invaghiscono entrambi di Connie, ma sarà la sfrontatezza e la caparbietà di Lilian a persuadere Ram. Tra le due coppie nascerà subito un amore ‘impossibile’, vissuto intensamente per ‘dodici dolci e amari giorni’ durante i quali tutte le loro certezze vacilleranno al punto da spingere sia Ram che Eddie a decidere di tornare in America e rinunciare così alle proprie ambizioni artistiche, alle proprie vite ‘libere’ (ma da semi-reietti) su e giù tra tetti e scantinati, tra artisti bohémiens, raffinati intellettuali parigini e tossicodipendenti. Ma la loro risoluzione durerà molto poco.

Lilian (Joanne Woodward) e Ram (Paul Newman)

A rappresentare sul piano simbolico la tensione che scuote interiormente i quattro giovani non può che essere, ovviamente, il jazz, quella temperie musicale che aveva agitato le anime più irrequiete e turbolente d’America, quel genere ‘sconcertante’ e vitalistico, nero ma anche bianco (non a caso è solo a Parigi che Ram e Eddie possono fare stabilmente coppia) che aveva rappresentato la più grande rivoluzione musicale dei decenni centrali del XX secolo e che ancora per tutti gli anni ‘60 avrebbe consacrato alcune delle sue più grandi personalità. A fare di Paris Blues un film jazz è la favolosa colonna sonora, curata quasi interamente da Duke Ellington e dalla sua orchestra, nonché l’apparizione di Louis Armstrong, nel ruolo del famoso jazzista Wild Man Moore, il quale dà vita, in un’elettrizzante ‘battle royal’ con Poitier e Newman a una delle scene più celebri e riuscite del film. Va segnalato, inoltre, il personaggio di Michel Devigne (ben interpretato da un intenso Serge Reggiani), omaggio ad uno dei più grandi chitarristi jazz francesi: Django Reinhardt.

Il cameo ‘musicale’ di Louis Armstrong nei panni di Wild Man Moore

Il film, che non può essere ascritto, nonostante il cast stellare, tra le pietre miliari del cinema hollywoodiano (troppo spesso naïf e ‘americano’ nella descrizione del panorama musicale parigino dell’epoca), merita però di essere recuperato come documento storico.

Inizialmente, infatti, la sceneggiatura originale, ispirata all’omonimo romanzo del 1957 di Harold Flender, prevedeva due storie d’amore interraziali che furono però ritenute troppo audaci dalla United Artists per il pubblico americano. Il tema, infatti, viene solo accennato all’inizio del film, quando sia Ram che Eddie vengono attratti dalla bellezza di Connie. Eppure è evidente quanto tale questione sia nodale soprattutto nella storia fra Eddie e Connie, che incarnano due anime differenti del mondo afroamericano: lui, disilluso e più propenso all’evasione, lei, pronta a ‘combattere per gli anni che verranno’, ben inquadrata in un processo di attivismo e cambiamento ormai già in essere e che Eddie, con il suo ormai quinquennale ‘esilio’ parigino aveva totalmente mancato. Se anticonformista è la scelta dei due giovani musicisti, certamente lo è anche quella delle due ragazze: non era consuetudine che una madre e un’insegnante partissero da sole in vacanza in Europa, adottando un comportamento decisamente spigliato e in controtendenza rispetto all’immaginario femminile coevo (si pensi a Lilian che con il suo atteggiamento vince le resistenze di Ram, rifiutato da Connie).

Paris Blues, pertanto, va rivisto e apprezzato non solo per riascoltare la sua splendida colonna sonora, ma anche perché riesce ad essere al tempo stesso un film che sintetizza i caratteri peculiari di un’epoca e fa da cerniera con un’altra, nuova ed incipiente: da un lato, infatti, porta sullo schermo il disagio esistenziale della ‘gioventù bruciata’ degli anni ‘50 che aspirava ad una propria realizzazione ‘fuori’ dalle gabbie dei conformismi americani (Parigi per i due protagonisti è sia oasi che esilio, mentre l’America resta sullo sfondo come un inferno lontano da cui fuggire), dall’altro lascia intravedere a livello seminale quei cambiamenti nelle sfere dei costumi sessuali, delle libertà di espressione e dei diritti civili che caratterizzeranno il ventennio successivo.

Connie (Diahann Carroll) e Eddie (Sidney Poitier) passeggiano per le vie di Parigi.

Un posto al sole e il lato oscuro del sogno americano

Quando fu proiettato nelle sale, nel 1951, A Place in the Sun di George Stevens, remake di An American Tragedy di Josef Van Stenberg del 1931, già riadattamento dell’omonimo romanzo del 1925 di Theodor Dreiser, ottenne un successo straordinario di pubblico e di critica (sei Oscar, un Golden Globe, un Nastro d’argento). Il film fu una delle prime grandi prove attoriali di Montgomery Clift e Elizabeth Taylor, giovani astri nascenti del cinema hollywoodiano.

Un posto al sole Elizabeth Taylor Montgomery Clift Shelley Winters George Stevens A place in the sun cinema
Poster del film

La pellicola portava sul grande schermo un intenso dramma (scabroso sotto certi aspetti per la pruderie americana d’inizio anni ’50) che vede come fulcro narrativo la figura di George Eastman (Montgomery Clift), un ragazzo povero di Kansas City, figlio di pastori metodisti, che va a cercare fortuna ad Ovest presso il ricco zio industriale. Accolto con diffidenza per le sue umili origini, George accetta una modesta mansione alla catena di montaggio. Qui, disobbedendo alle ferree regole della fabbrica, frequenta la giovane operaia Alice (un’efficacissima Shelley Winters) con la quale intraprende una relazione clandestina. Quando, però, lo zio di George, visti i suoi buoni modi e il suo spirito di abnegazione, decide di promuoverlo ad un ruolo di responsabilità, tutto nella vita del giovane è destinato a cambiare.

Il timido e impacciato ragazzo di provincia è ora ammesso alle feste dell’alta società americana. Qui incontra Angela Vickers (un’incantevole Liz Taylor), giovane e ricca rampolla, la cui vita privata è argomento di tutti i rotocalchi dell’epoca. Il loro è un amore a prima vista. L’ambizione e l’ingenua passione di George lo portano a coltivare una doppia relazione e il sogno di una scalata sociale.

George Eastman (Montgomery Clift) e Angela Vickers (Elizabeth Taylor)

Tuttavia, a far precipitare la situazione è la notizia della gravidanza di Alice. Esclusa l’opzione aborto (non vi sono medici disposti ad aiutare la giovane coppia), a George non resta che pianificare l’omicidio di Alice, sempre più irrequieta e indisposta a ritardare il loro matrimonio, che avrebbe significato per George la rovina: perdere la fiducia dello zio, perdere Angela, decisa a sposarlo ad ogni costo, e rinunciare così alle sue ambizioni. Pronto a farla finita, George conduce Alice in barca su un lago, ma nel momento fatale non ha il coraggio di uccidere la ragazza che, però, maldestramente, cade dalla barca dopo un litigio. Quando si decide ad intervenire per salvarle la vita, è già troppo tardi. Logorato dal senso di colpa e scoperto ben presto dalla polizia, George finisce in tribunale dove, nonostante l’accorata confessione, viene condannato alla sedia elettrica.

La vicenda drammatica di George riflette a pieno il titolo originale del romanzo (An American Tragedy): George è davvero un personaggio tragico perché diviso fra due mondi, quello ‘basso’ dell’umiltà e della povertà a cui lo aveva costretto la scelta di vita religiosa dei suoi genitori e a cui lo avrebbe costretto, ancora una volta, il matrimonio con Alice, e dall’altro il mondo ‘alto’, del benessere, del sogno americano, della promessa di migliorare la propria condizione, incarnato dall’irresistibile e sensuale Angela a cui un ragazzo come George non può in alcun modo dire di no.

George non è un cinico parvenu, disposto a tutto, persino all’omicidio, pur di realizzarsi, ma è una vittima ingenua di un ingranaggio più grande di lui, quell’ingranaggio alla cui base vi è la catena di montaggio dove nasce e fiorisce la relazione con la povera Alice. George così come Alice e la stessa Angela sono vittime di un ingranaggio che non contempla gli affetti, che non può essere ostacolato da essi (in questo il divieto dello zio di intrattenere relazioni con altri salariati della fabbrica è simbolico, oltre che decisivo nello sviluppo della vicenda). Il venir meno di George al divieto dello zio e ai divieti morali e religiosi della madre (che si era raccomandata con il figlio prima della sua partenza per l’Ovest) lo spinge verso il baratro. Nel momento in cui George viene promosso, cioè si allontana dalla catena di montaggio, l’amore naturale, genuino per Alice è inutile, se non controproducente, e perciò va soppresso in funzione di un ‘bene superiore’, che è reale e concreto al tempo stesso: George è davvero innamorato di Angela, è davvero disposto a tutto pur di sposarla e trovare così il suo ‘posto al sole’. È impossibile, dunque, scindere il sentimento amoroso dall’ambizione nella figura complessa e sfaccettata di George, magistralmente interpretato da un introspettivo Montgomery Clift (attore che, nei suoi film, insieme con Marlon Brando e James Dean, incarnò la ‘gioventù bruciata’ dell’America eisenhoweriana). I suoi silenzi e la sua enigmatica espressività, infatti, riescono in modo molto efficace a rendere la complessità di un personaggio solo in apparenza molto semplice e lineare.

Questo torbido triangolo rappresenta, ad una più profonda analisi, su un piano simbolico, il lato oscuro del sogno americano e porta alla luce una falla enorme nella sua narrazione ottimistica ed entusiastica: la scalata sociale è possibile, ma solo a determinate condizioni, solo a costo di enormi sacrifici, solo a costo di frenare anche i propri più naturali e genuini sentimenti. In questa duplice e contemporanea tensione verso l’‘alto’ e verso il ‘basso’, George resta schiacciato: ha voluto tutto e ha voluto troppo, proprio perché non aveva avuto niente.

Vittima di quella sperequazione sociale che sostanzia il sistema economico americano, la Giustizia, che vede in lui solo un bugiardo, lo condanna a morte come colpevole di un omicidio che non aveva commesso, ma che aveva intimamente desiderato (beffardo paradosso).

Quella di George è una fiaccola che brucia in fretta: tutta la sua vicenda umana si consuma senza che lui possa rendersene conto. Solo alla fine, solo dopo la visita di Angela in carcere, capisce di aver perso tutto fuorché l’unica cosa per cui aveva agito, cioè Angela, che gli giura amore eterno e a cui lui chiede di amarlo ‘per il tempo che gli rimane da vivere’. È questo l’unico bene vero che gli resta, l’ultima scintilla di quel sogno che era stato la sua rovina.


Comando Carabinieri Nucleo Tutela Patrimonio Culturale

Importanti recuperi archeologici del Comando Carabinieri TPC

Tre operazioni diverse del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale che hanno portato ad un risultato brillante e prezioso: il recupero del nostro patrimonio artistico e archeologico perennemente oggetto di criminali senza scrupoli.

La prima operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Spoleto, ha fruttato il recupero di due importantissimi capitelli romanici, già provento di furto perpetrato ai danni della cripta di S. Giovanni in Leopardis in Borgorose (RI). Il lavoro del Nucleo TPC ha permesso così il ritrovamento dei due preziosi manufatti tramite il costante monitoraggio che viene effettuato nel settore antiquario e grazie ai capillari controlli amministrativi su tutto il territorio nazionale.

Nel caso specifico, un controllo presso un antiquario umbro ha consentito di localizzare i preziosi capitelli decorati con motivi fitomorfi (foglie di acanto stilizzate con elementi stellari), zoomorfi ed antropomorfi, che sono gli unici superstiti di quanto rimasto intatto di un importante complesso monastico benedettino del Cicolano, menzionato, per la prima volta nella Bolla papale di Anastasio IV del 21 gennaio 1153.

Nel 1981 la cripta fu restaurata dal Comune di Borgorose, ma pochi anni dopo, nel dicembre 1984, subì un gravissimo ed irreparabile danno: ignoti, approfittando del pubblico disinteresse, spezzarono cinque colonne che sostenevano altrettanti capitelli, rubandoli e provocando così il crollo di parte delle volte e la rovina dell’intera struttura architettonica.

Il recente recupero alimenta la speranza di poter ricostruire, anche solo virtualmente, l’intero complesso monumentale, riconsegnando alla pubblica fruibilità di quel territorio, recentemente provato dagli eventi sismici, questi significativi frammenti di storia ed architettura che erano stati barbaramente aggrediti.

La seconda indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, scaturisce da uno specifico servizio di controllo presso un’importante fiera internazionale di antiquariato di Firenze, allorché personale del Reparto Operativo del Comando Carabinieri T.P.C. ha riscontrato che, presso uno stand, tra i vari beni esposti, vi era una scultura in marmo del XVIII Sec. raffigurante una testa di Giove. L’opera è risultata essere quella asportata in data 18.06.2013 presso il complesso monumentale Villa Albani Torlonia di Roma. Le indagini, condotte esaminando i singoli passaggi e la documentazione a corredo dell’opera, hanno consentito di risalire al ricettatore, personaggio già noto ai Carabinieri per fatti analoghi.

La terza operazione, ma non per importanza, si è sviluppata a partire dal 2011, a seguito di attività d’indagine in ambito internazionale, tesa a contrastare il traffico illecito di beni numismatici di provenienza italiana, in particolare attraverso il monitoraggio delle aste di settore. In quell’occasione erano stati individuate persone dedite alla commercializzazione di monete di natura archeologica, soprattutto verso gli U.S.A. e la Svizzera.  L’analisi dei tabulati telefonici di uno dei due soggetti confermava l’ipotesi investigativa, poiché venivano accertati diversi collegamenti con pregiudicati per reati specifici, localizzati in Sicilia.

Lo sviluppo dell’attività investigativa, denominata “Principato”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma e dal Ministero Pubblico di Lugano, si concretizzava con la perquisizione delle cassette di sicurezza intestate ad uno degli indagati, presso le sedi della UBS di Chiasso e Zurigo. Le operazioni consentivano di rinvenire materiale numismatico e beni di diversa tipologia ed epoca, in particolare: reperti archeologici di epoca compresa tra il IV Sec. a.C. ed il VI Sec. d.C., monete romane e magnogreche, medaglie, nonché monili in bronzo. Recentemente, a conclusione dell’indagine, militari della Sezione Archeologia del Reparto Operativo, hanno proceduto al rimpatrio ed alla confisca dei beni risultati di sicura provenienza illecita dall’Italia, ovvero: 345 monete romane e magnogreche, 2 fibule in bronzo, 44 medaglie, 1 timbro in bronzo. Il valore dei reperti rimpatriati ammonta a circa cinquecentomila euro.


L'uomo che uccise Liberty Valance

L'uomo che uccise Liberty Valance: storia dell'anti-mito che fece l'America

L’UOMO CHE UCCISE LIBERTY VALANCE:

STORIA DELL’ANTI-MITO CHE FECE L’AMERICA

Poster della pellicola, copyright Paramount Pictures (1962)

Il western americano, così popolare tra gli anni ‘30 e ‘50, si avviava ormai a sparare i suoi ultimi grandi ‘colpi di fucile’ quando il genio assoluto del genere, John Ford, nel 1961 convinse James Stewart, John Wayne e la Paramount a portare nelle sale il suo nuovo film o meglio la sua nostalgica e acuta riflessione sul mito e sull’epopea del West di cui lui stesso fu, con John Huston, il massimo cantore. Questo film è intitolato L’uomo che uccise Liberty Valance ed è la storia di Rance Stoddard (un formidabile James Stewart), giovane avvocato squattrinato e in cerca di fortuna, che giunge a Shinbone, un villaggio di frontiera, dove i piccoli allevatori in rivolta reclamano la tutela dalle leggi e dello Stato per contrastare i soprusi dei grandi proprietari terrieri, la cui unica legge è quella del «chi spara più veloce». Stoddard appena arrivato viene rapinato, aggredito e frustato da Liberty Valance (Lee Marvin), bandito al soldo dei grandi latifondisti e incarnazione della legge del più forte che domina il West.

Il giovane comprende presto, a sue spese, che a Shinbone le leggi di Washington non esistono e che conta solo la legge della pistola, come gli spiegherà insistentemente il mandriano Tom Doniphon (un John Wayne in stato di grazia), simbolo positivo di un’America primigenia e leggendaria, nonché nemesi naturale di Liberty Valance. Tutti gli sforzi di Stoddard sono volti a difendere il piccolo giornale locale con cui collabora, a portare l’alfabetizzazione nel villaggio (celebre la scena in cui catechizza contadini e mandriani sul significato della parola democrazia), nonché a tutelare, senza l’uso delle armi, la legge che a Shinbone è incarnata da uno sceriffo ubriacone e sovrappeso.

Le provocazioni e le aggressioni di Valance si fanno sempre più continue e violente. Dopo la vile aggressione di Valance alla sede del giornale (il Shinbone Star diretto da Dutton Seabody) Stoddard non può più sottrarsi allo scontro armato.

Da una parte l’Arbitrio (Liberty Valance, cappello, pistola e stivali), dall’altra la Legge, la Civiltà (Stoddard con indosso il grembiule da lavapiatti). Il giovane sembra essere spacciato, ma è proprio lui a prevalere, uccidendo clamorosamente il bandito.

Grazie a questo trionfo, Hallie (Vera Miles), la ragazza amata da Tom Doniphon, si innamora del giovane Rance, che diverrà poi tre volte governatore del nuovo Stato, senatore e sfiorerà la vicepresidenza degli Stati Uniti. Tuttavia, il mito, la leggenda che aveva dato il là alla sua strabiliante carriera politica non è altro che un inganno: al momento della sua candidatura al Congresso, Stoddard viene accusato di dovere la sua ascesa all’uccisione di un uomo, ma nel momento in cui decide di rinunciare alla candidatura, arriva Tom Doniphon a persuaderlo, rivelandogli che in verità era stato lui a uccidere Valance, con un colpo di fucile, mentre si nascondeva nel buio, senza che nessuno se ne accorgesse.

Il duello tra Rance Stoddard (James Stewart) e Liberty Valance (Lee Marvin)

Stoddard, la Legge, la Civiltà, il Progresso, la Nuova America, ha prevalso sull’Arbitrio dell’America Arcaica di Valance soltanto grazie al sacrificio di Doniphon che, per salvare la vita a Stoddard, in nome di un bene superiore perde tutto: la donna amata e il codice valoriale che costituiva l’architrave della propria esistenza.

Tutta questa vicenda è narrata dallo stesso Stoddard, ormai anziano, tornato con Hallie a Shinbone per far visita alla bara del defunto Doniphon. Il film, infatti, non è altro che un lungo flashback omerico in cui Stoddard racconta la ‘vera’ vicenda dell’uccisione di Liberty Valance ad un giornalista, in cerca di un grande scoop. Ma quando il nodo è sciolto e il mito ‘smascherato’, il giornalista straccia i suoi appunti e si rifiuta di pubblicare l’incredibile storia: «Qui siamo nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda». Il mito, l’epopea, alla fine prevale su tutto il resto, la narrazione si impone sulla verità. Il progresso che Stoddard aveva portato con i suoi mandati da governatore, trasformando Shinbone da villaggio di frontiera in un ‘giardino’, affonda le sue radici in una bugia. Raccontando il mito dell’uomo che uccise Liberty Valance, Stoddard de facto lo decostruisce, lo trasforma in ‘realtà’. Il mito diventa così anti-mito.

Stoddard, l’eroe (ma solo presunto!), è un politico, un anti-cowboy refrattario all’uso delle armi, poco abile a tirar di pugni, istruito, lavapiatti squattrinato. Non c’è epica nelle sue imprese (ossia i compromessi della politica). Eppure Stoddard è una figura necessaria e assolutamente positiva, che opera nell’interesse esclusivo della comunità. Doniphon, di contro, sarebbe l’eroe western per eccellenza, ma la fama gli è negata e il suo eroismo è tragico perché deve rinunciare a tutto pur di far prevalere un altro (e tragica è la scena in cui Doniphon, ubriaco e disperato, dà fuoco al suo ranch).

Il paradosso che fa di questo film uno dei più grandi capolavori del genere è che Doniphon è necessario e superfluo al tempo stesso: è lui l’eroe ‘vero’ ma non può più esserlo, perché per l’interesse della comunità è necessario che l’eroe sia un altro, cioè Stoddard, portatore di un nuovo linguaggio e di nuove istanze che Doniphon non sarebbe in grado di incarnare. Lui, che naturaliter sarebbe il vero rivale di Valance, si nasconde nell’ombra.

Tom Doniphon (John Wayne) convince Rance Stoddard a candidarsi al Congresso

Ed è su questo paradosso, su questa ‘bugia bianca’ che si fonda l’America moderna, l’America della libertà di stampa e di espressione, l’America dello Stato di diritto. La visione di Ford non è pessimistica, ma semplicemente nostalgica: un’era americana è finita e ha lasciato il posto ad un’altra. Un genere è ormai esaurito e Liberty Valance sembra sancire questa fine (sebbene di western se ne facciano ancora oggi), ma forse ad essersi esaurito era lo spirito della conquista eroica di nuovi spazi e mondi (vero propellente del western). La pellicola, infatti, (forse anche per i limiti al budget imposti dalla Paramount) si discosta dal repertorio tipico del genere: mancano i grandi spazi aperti e le grandi battaglie campali. La maggior parte delle scene, infatti, si svolge in interni (la cucina e il ristorante di Hallie, la sede del giornale, la casa di Doniphon, il Saloon, il treno su cui Stoddard torna e riparte da Shinbone). Uno dei temi cardine del western però resta: il mito di fondazione, l’eroe che plasma la natura e gli conferisce un nuovo ordine, fonda nuove comunità, nuove città. Questo tema è presente ed è centralissimo. È Stoddard il ‘mitico’ padre fondatore di Shinbone e dello Stato, ma il velo nostalgico con cui Ford ammanta il finale del film (immortale l’ultima scena in treno) ci ricorda che l’America è davvero grande come colui che l’ha fatta, ma in questo non c’è nulla di mitico, come tutti invece credevano, perché non è Stoddard in realtà l’uomo che uccise Liberty Valance.

Rance Stoddard e sua moglie Hallie (Vera Miles) lasciano Shinbone


opere trafugate USA Alberto Bonisoli

Cooperazione Italia-USA su opere trafugate, tornano 3 manufatti di epoca greca

COOPERAZIONE ITALIA-USA SU OPERE TRAFUGATE, TORNANO IN ITALIA 3 MANUFATTI DI EPOCA GRECA

Un piccolo vaso per oli e unguenti, una brocca da vino e una terrina per i cibi, sono questi i tre reperti di epoca greca, trafugati dall’Italia, rintracciati e recuperati grazie alla collaborazione tra il Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri e l’FBI, che sono stati restituiti oggi a Washington nelle mani del Ministro per i beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli.
Ad aprile del 2017 i tre manufatti erano stati inseriti in un elenco di oggetti che erano destinati alla vendita in una casa d’aste di New York. Grazie alle indagini portate avanti dai militari dell’Arma e grazie alla collaborazione con il Federal Bureau of Investigation, è stato possibile recuperare questi preziosi oggetti che erano stati immessi nel mercato da due noti trafficanti italiani.
Con questa cerimonia di riconsegna, avvenuta presso la sede dell’Ambasciata d’Italia a Washington, sono stati celebrati gli oltre 15 anni di collaborazione tra Italia e Usa nel contrasto al traffico illegale di reperti trafugati.
Nel corso dell’incontro è stato presentato il catalogo “Saving Art Preserving Heritage” e sono stati esposti altri 16 oggetti recuperati grazie alla cooperazione tra i Carabinieri e l’FBI.
«Considero esemplari i risultati conseguiti grazie a questa collaborazione - ha dichiarato il Ministro Bonisoli - e sono fermamente convinto della necessità di proseguire il cammino di cooperazione avviato oltre quindici anni fa tra Italia e Stati Uniti che, oltre all’attività di contrasto al mercato dei beni trafugati, ha offerto svariate opportunità per la ricerca accademica e una più ampia fruizione dell’immenso patrimonio italiano, anche attraverso il prestito delle nostre opere d’arte ad alcuni dei più grandi musei americani. Ringrazio per l'ottimo lavoro i carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e le autorità statunitensi che hanno permesso il ritorno in Italia di pezzi importanti della nostra storia.
In questa occasione voglio annunciarvi che, nelle prossime settimane, sarà presentato, in Consiglio dei ministri, un disegno di legge di iniziativa governativa, in collaborazione con il ministero degli Esteri, quello della Giustizia e il dicastero che rappresento, per la ratifica della convenzione di Nicosia sui reati contro il patrimonio culturale. In particolare sarà prevista una riforma organica dei reati specifici, con un inasprimento sensibile delle pene applicate. I beni culturali sono una parte fondamentale della nostra identità. Ciò nonostante, noi contiamo anche sulla comunità internazionale affinchè ci aiuti a proteggerli e preservarli per le future generazioni. È un nostro comune impegno»
«Non deve sorprendere che l'Italia, un paese con un impareggiabile patrimonio culturale, abbia posto la conservazione del patrimonio culturale tra le priorità della sua agenda sia a livello nazionale che internazionale – ha detto l’Ambasciatore Varricchio -. I successi ottenuti in questo campo non si basano solo sulla determinazione del Governo italiano, ma anche sull’efficace cooperazione che abbiamo con i nostri partner e amici in tutto il mondo e in particolare con gli Stati Uniti. Questa sera celebriamo il nostro patrimonio, la nostra cultura e la straordinaria cooperazione che il mio Paese ha stabilito con gli Stati Uniti d'America.»
«L’evento di oggi, la presentazione della pubblicazione, l’esposizione dei beni che sono stati restituiti nel tempo al nostro Paese e quelli che oggi ci sono stati riconsegnati – ha dichiarato il comandante del Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, Fabrizio Parrulli –, rappresentano motivo di orgoglio e soddisfazione per chi come i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale e le Agenzie Federali statunitensi, tra le quali in particolare il Department of Homeland Security – Immigration and Customs Enforcement nonché il Federal Bureau of Investigation, lavora per affermare la cultura della restituzione: un impegno che Stati Uniti d’America e Italia, da anni, attuano reciprocamente e diffondono affinché si realizzi, sempre più, quel circuito virtuoso di sensibilità e consapevolezza che è alla base di ogni efficace azione di prevenzione e repressione del traffico illecito di beni culturali»
Roma, 31 ottobre 2018
Ufficio Stampa MiBAC

Come da MiBAC, redattore Renzo De Simone