I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano

I Padroni dell'Acciaio: dieci protagonisti dell'ars bellica

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano è stata una boccata d'aria fresca, un'interessantissima lettura che potrà appassionare tantissimi. Gli amanti della storia, i neofiti che vogliono immergersi in un mondo affascinante quanto duro e spietato, o gli specialisti che possono confrontarsi con monografie eccezionalmente curate sotto l'aspetto critico.

Infatti è proprio questo I Padroni dell'Acciaio: una raccolta di dieci monografie dedicate a grandi personaggi storici e protagonisti dei più disparati eventi bellici. L'attenzione di Campagnano è tuttavia rivolta a quelle figure ingiustamente dimenticate da molti storiografi contemporanei, ma non per questo di minor conto.
Nel volume, riccamente illustrato dal magistrale Francesco Saverio Ferrara, avremo modo di approfondire le peculiarità biografiche e geopolitiche di questi uomini d'arme:

1) Giorgio Castriota Scanderbeg
2) Pregianni De Bidoux
3) Ettore Fieramosca
4) Pier Gerlofs Donia
5) Enrico V di Brunswick
6) Jean de la Valette
7) Giovanni delle Bande Nere
8) Alberto Alcibiades
9) Astorre Baglioni
10) Franz Schmidt

Sicuramente merita una menzione d'onore uno de I Padroni dell'Acciaio tra i più atipici, che ha fatto della morte la sua vita. Franz Schmidt conosciuto come il boia di Norimberga. Tutta la vita della famiglia Schmidt si interseca con le vicende di un altro dei protagonisti delle monografie, ovvero Alberto Alcibiades, margravio di Brandeburgo-Kulmbach: nel 1547 il "bellator" di Brandeburgo mette a morte 3 armaioli rei di tradimento.

In quella circostanza non c'era il boia e quindi Alcibiade rievoca un'usanza cittadina; scegliere il boia tra la folla degli spettatori. Il suo dito sceglie Heinrich Schmidt, il padre di Franz, e condanna tutta la famiglia degli Schmidt a un'esistenza poco nobile, visto che il mestiere del boia non era certo ben visto dall'intera popolazione. Franz cresce aiutando il padre e già da giovane è un esperto torturatore e sviluppa una corporatura massiccia abituata ai lavori più pesanti.

Di pari passo svilupperà una certa sensibilità scientifica, grazie allo studio dei cadaveri e dell'anatomia umana. Questo padrone dell'acciaio poi sarà ricordato come "L'onorabile Franz Schmidt, medico"; perché dopo aver abbandonato il mestiere del boia (esercitato per 40 anni) a causa della vecchiaia presterà servizio come medico (come in parte già faceva durante gli anni precedenti). Non solo: una notifica imperiale gli laverà l'onta di essere stato un "portatore di morte" e gli garantirà la nobile posizione di medico.
Nel suo diario apprendiamo che ha accompagnato il trapasso di 361 criminali; ma possiamo credere a ben ragione che con le sue doti scientifiche abbia salvato quasi diecimila abitanti di Norimberga, grazie alla sua spiccata inclinazione medica.

Uno dei maggior pregi del volume è quello di rivolgersi al lettore senza un apparato di note, la volontà dell'autore è di offrire un testo direttamente fruibile a tutti senza il proliferare di commenti che possono appesantire l'esposizione della materia. Con una prosa cristallina, svuotata di qualsivoglia retorica o spirito romantico (tipico di alcuni storici schierati e fin troppo “innamorati” dell'argomento), Campagnano offre tutte le informazioni in uno slancio divulgativo dall'alto valore. A mio avviso raramente troverete, inoltre, una bibliografia così commentata, che permette la nascita di un'interfaccia ragionata tra lo scritto dell'autore e i suoi predecessori, che si tratti di colleghi del passato recente o di cronisti dei tempi più remoti. Infatti, come dice Campagnano nell'introduzione, questo è l'obiettivo dello storico del futuro, “della storiografia 2.0”, ovvero intessere un dialogo con le fonti e riesumarle dal dimenticatoio, correggere dove c'è ne il bisogno, arricchirle con fonti iconografiche e visive, usare i supporti informatici e tecnologici al servizio della storia, senza aver il timore di esserne dipendenti.

Il risultato è palese, un libro - manifesto che permette a chiunque di assaporare la Storia da punti di vista inediti e affascinanti. Non solo episodi bellici, ma vivi ritratti di antagonisti eccezionali, coinvolgenti spiegazioni dei contesti geo-politici e degli scacchieri mediterranei, italici e nordici. Aneddoti, episodi estrapolati dal retaggio leggendario e snocciolati con accortezza storiografica, mitologie personali declinate alla rappresentazione dell'uomo prima dell'eroe invincibile e molto altro. I Padroni dell'Acciaio è un libro magistralmente presentato nell'estetica e nella qualità della stampa, con una carta patinata opaca da 135 grammi: il volume si presenta come un monolite solido dal peso notevole. La carta è la stessa che troverete in mirabili cataloghi d'arte e permette di apprezzare in pieno le cartine geografiche, le illustrazioni di Ferrara e il font grande dei caratteri.
Il volume inoltre presenta la dedica dell'autore (menzionato con onore su Indiegogo come “Top Inspirational Project”, unico in Italia), i segnalibri sempre illustrati da Ferrara e delle Card A5 che derivano dalle impressionanti illustrazioni interne.

Non posso far altro che invitarvi a conoscere le gesta dell'irriducibile Scanderbeg d'Albania, genio militare che si oppose allo strapotere di Maometto II il conquistatore di Costantinopoli, ad avventurarvi per mare con Piergianni l'ospitaliere, a vendicare i torti subiti a colpi di spada titanica come Pier Gerlofs Donia o a difendere ogni palmo della sacra Malta, come Jean de la Valette fece contro le armate di Solimano il Magnifico.
Gabriele Campagnano è il fondatore e il curatore del Centro Studi Zhistorica e dell'omonima pagina Facebook, autore di articoli, monografie e del romanzo dark-fantasy Zodd. Alba di Sangue.

Sito: http://zweilawyer.com/

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano
I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano e con illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, pubblicato da Zhistorica


La battaglia di Poitiers del 732: tra leggenda e realtà

Per molto tempo la Battaglia di Poitiers del 732 è stata considerata un evento cruciale nella storia europea, al di là del suo reale valore storico e della cifra militare e strategica dispiegata, ed è stata issata per lungo tempo a vero e proprio riferimento culturale europeo.

Da tempo, però, gli storici hanno riconsiderato la reale portata dell’evento, definendolo come uno scontro marginale e decisamente non risolutivo circa il periodo della conquista musulmana della penisola iberica, che effettivamente perdurò ancora a lungo nei territori continentali.

Nonostante, quindi, il ruolo pressoché secondario dell’evento, lo scontro tra l’esercito di Carlo Martello e quello guidato da Abd al-Raḥmān anticamente è stato considerato come evento cruciale, in quanto ritenuto funzionale alla formazione di un’identità europea, prestando il fianco ad interpretazioni speculative e certamente poco storiche ma, al contempo, ispirando arte e letteratura.

Resta però utile un’attenta disamina dell’episodio, in modo da capirne a fondo le premesse, storiche e militari, che costituiscono invece la pietra angolare dell’intera comprensione dell’evento e che ci offrono l’opportunità di avere comunque preziose testimonianze su una fase storica, nonostante l'importanza relativa dello scontro.

Contesto storico

Nel cuore dell’Europa dell’VIII secolo, infatti, i musulmani iniziarono a diventare una presenza importante nel continente, frutto di una campagna di conquista iniziata sul finire del secolo precedente prima dalle incursioni perpetrate dal condottiero berbero Arif ibn Malik (invitato da Giuliano di Ceuta per vendicarsi dei Visigoti1), e poi da Tariq ibn Ziyad, primo wali della conquista musulmana della penisola iberica. La presenza musulmana in terra iberica si strutturava sulla forma di una specie di governatorato alle dipendenze formali della dinastia omayyade, al cui vertice vi era appunto un wali che godeva di una sostanziale libertà amministrativa e d’azione. Il governatorato iberico veniva chiamato al-Andalus, toponimo arabo che molto probabilmente deriva dalla storpiatura del nome greco di Atlas, a suffragio della credenza che voleva nello stretto di Gibilterra la fine del mondo conosciuto.

L’Andalusia, come è noto, è una regione meridionale della Spagna e tutt’oggi rappresenta, nelle proprie architetture e nelle proprie tradizioni, uno dei più bei esempi di commistione tra cultura araba e retaggio europeo.

L’ambizione araba di voler vedere nei territori iberici una florida opportunità di conquista ben presto si scontrò con la forza catalizzatrice dei Franchi, che già da tempo rappresentavano una potenza organizzata e politicamente attenta, capace di intessere relazioni e rapporti di forza con le variegate anime dello scacchiere europeo. La storia riserverà, successivamente agli eventi della battaglia, un ruolo di prestigio a Carlo Magno, nipote di Carlo Martello, capo dello schieramento opposto ai musulmani: il futuro Re dei Franchi, Carlo Magno appunto, viene considerato una figura importante nella storia occidentale, ma è nelle trame di questa battaglia che si delineeranno forma ed equilibri del suo Impero.

Il casus belli

Come sempre la storia attende delle opportunità per compiersi, ed in questo caso il pretesto per la battaglia, che in realtà già covava nelle ambizioni di entrambi gli schieramenti2, fu dato dalla sconfitta di Oddone d’Aquitania nella battaglia della Garonna, subita per mano dei musulmani guidati da Ab al-Rahman: l’esercito dei Mori sconfisse le truppe di Oddone in prossimità di Bordeaux e si preparava ad avanzare a nord, verso la basilica di S. Martino di Tours per farne razzia. Gli storiografi moderni concordano nel riconoscere ad Oddone (che pure in passato aveva proficuamente collaborato con i musulmani) il merito di aver comunque rallentato un’improvvisa avanzata araba in terra iberica, anche se a costo di una sonora sconfitta.

A seguito delle vicende e della richiesta di aiuto di Oddone, i merovingi si trovarono a dover preparare un esercito eterogeneo e colorito, composto da alemanni, da soldati di Assia e Franconia, di Bavari, tutti dotati di lunghe lance, di contadini gallo-latini, di gente proveniente dalla Borgogna, ma anche di cavalleria leggera visigota, di un folto gruppo di volontari della Sassonia armati di enormi spadoni a due mani, di un nutrito gruppo di gepidi, vestiti di pelle dorso ed armati in maniera non uniforme e di popoli della Foresta nera che combattevano col corpo totalmente dipinto di nero e privi di protezione: tutti popoli che nel passato recente o più lontano avevano combattuto su fronti opposti.

Gli schieramenti

battaglia di Poitiers
La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (1356), BNF, FR2813. Gallica Digital Library, immagine in pubblico dominio

La data convenzionalmente indicata per l’inizio della battaglia è il 25 ottobre del 7323.

L’esercito di Carlo si presentava con uno schieramento compatto e quadrato. La scelta non fu casuale e fu stabilita sulla base della morfologia del campo: Carlo, in prossimità di Poitiers, a metà strada tra Tours e Bordeaux, decise di usufruire di una piana creata dall’intersezione di due fiumi, il Clain ed il Vienne, in modo da poter sfruttare una prima linea di fanteria armata di francisca, utile per il corpo a corpo con la fanteria nemica, seguita da linee composte da fanti dotati di giavellotti e picche per l’eventuale avanzata della cavalleria leggera, che per la prima volta montava sui propri animali staffe per permettere un maggiore dinamismo durante la cavalcata4. Carlo, inoltre, scelse l’incrocio dei due fiumi in modo che il suo schieramento quadrato non fosse esposto sui fianchi a ipotetiche incursioni della cavalleria; in più intervallò le file di fanteria con file di cavalleria e rafforzò i lati con altrettanti cavalieri, così da prevenire aggiramenti durante lo scontro.

Infine, Oddone si nascose in una foresta alla sinistra dello schieramento, pronto a venire in soccorso in caso di un eventuale sfondamento della cavalleria pesante musulmana e per razziare il campo nemico durante le fasi di scontro, in modo da compromettere eventuali ritirate e obbligare così il nemico a combattere su due fronti. Le fonti dell’epoca stimano in circa 15-20.000 unità i combattenti dello schieramento cristiano.

D’altro canto, forti di circa 25-30.000 unità, i musulmani si presentavano con la classica forma a mezzaluna, lasciando i reparti di cavalleria leggermente più avanti sui lati rispetto alle linee di fanteria. Infatti, l’ala sinistra, composta principalmente da cavalleria leggera (kurdos), era a ridosso del fiume Clain, l’ala destra vedeva la presenza di altra cavalleria e si dislocava lungo un basso colle, infine il centro era composto principalmente da fanti ed arcieri, ed occupava la carreggiata dell’antica via Romana. Vi è una piccola curiosità: a dispetto dell’ostilità dei luoghi, i musulmani avevano portato con loro anche dei dromedari, dispiegati nel corso della battaglia nonostante il loro utilizzo fosse prettamente per fini logistici, e questo perché vi era la credenza che l’olezzo pungente di questi inusuali animali potesse far imbestialire i cavalli e quindi rompere le file dell’esercito nemico.

La battaglia

La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (circa 1415), f.166 British Library Cotton MS Nero E II. Immagine in pubblico dominio

Le schermaglie andarono avanti per quasi una settimana, ma il giorno del 25 ottobre si consumarono le fasi di scontro vero e proprio: gli storici ritengono che la battaglia si sia protratta dal mattino fino a sera, ed ebbe inizio per mano dell’esercito musulmano, che ebbe a schiantarsi con le fila di fanteria merovinge con incessante utilizzo di picche e giavellotti. A fondamento dell’azione musulmana vi era una precisa strategia, chiamata al-qarr wa al-farr, consistente in una rapida avanzata seguita da un’improvvisa ritirata che facesse intendere al nemico la possibilità di guadagnar terreno a scapito dei soldati in fuga, salvo poi sferrare l’attacco finale ai danni di un esercito a quel punto spaesato e ormai disunito: la loro strategia, quindi, si basava su una dissimulazione.

Carlo però era preparato a questa evenienza, e diede ordini precisi di rispondere agli attacchi dei Mori solo col corpo a corpo, evitando inseguimenti e non cedendo alla trappola di una fuga fittizia. Anche qui vi è una curiosità particolare: gli equipaggiamenti dell’esercito di Carlo erano pesanti e solidi, utili appunto per una battaglia di posizione e certamente non dediti ad una condotta dinamica delle fasi di scontro; al contrario, invece, i Mori viaggiavano leggeri ma, costretti ad un estenuante corpo a corpo, si trovarono maggiormente esposti ai colpi d’arma dei cristiani, che invece reggevano efficacemente. Per i Mori, quella di combattere senza significative protezioni era comunque una scelta ben precisa: combattere con l’armatura era visto come un segno di debolezza e di viltà, tant’è che proprio sulla scia della contrapposizione con la civiltà occidentale nacque la celebre imprecazione beduina “Possa tu essere maledetto come il franco che indossa una corazza poiché teme la morte”.

Questo impegno massiccio favorì la distrazione di parte della cavalleria musulmana lanciata in inseguimento della cavalleria aquitana, lasciando così scoperte le file centrali composte da arcieri e fanti, che furono letteralmente massacrate dalle picche e dai giavellotti dell’esercito merovingio.

A Carlo non restò che dare il segnale ad Oddone, il quale, mimetizzato nel bosco alla sua sinistra, mise in fuga tutto il fianco destro dello schieramento dei Mori.

battaglia di Poitiers
Charles de Steuben, Bataille de Poitiers, en octobre 732; olio su tela (1837). Mostra in modo romantico il momento cruciale dello scontro, la morte di Abd al-Raḥmān. Pubblico dominio

L’esercito musulmano fu letteralmente spazzato via. Lo stesso Abd al-Raḥmān morì per un colpo d’ascia, ma è a questo punto che la storia incontra la leggenda: fonti dell’epoca ritengono che il colpo mortale fu inferto al comandante moro da Carlo Martello in persona.
Infine, vi è discordanza tra la storiografia araba e quella occidentale sugli avvenimenti immediatamente successivi alle fasi finali della battaglia, difatti secondo la versione degli storici europei l’accampamento arabo, lasciato sguarnito dai pochi sopravvissuti in fuga, fu razziato con conseguente rinvenimento di tutta la refurtiva frutto delle campagne d’Aquitania; per gli storiografi del mondo arabo, invece, i Mori, pur riuscendo a sfondare le fila cristiane, scelsero di ripiegare quando videro minacciati i proventi delle proprie scorrerie e, quindi, tornarono all’accampamento per salvare quanto possibile, salvo poi disperdersi in maniera confusa.

***

Tomba di Carlo Martello a St. Denis. Foto di J. Patrick Fischer, CC BY 2.5

Nonostante la limitatezza degli eventi, fu evidente la portata del successo di Carlo Martello e della misura della sconfitta araba, tanto che nella tradizione araba tale evento è tutt’ora ricordato come balāt al-shuhadā, ovvero il “lastricato di morti”.

Probabilmente una vittoria netta e riportata sotto l’attenta guida militare di un solo comandante ha fagocitato l’alone di leggenda che per secoli ha caratterizzato lo scontro, nonostante la dimensione marginale che gli eventi hanno avuto nella conquista araba della penisola iberica che, anche in seguito alla battaglia, non si arrestò per nulla ma, anzi, vide più feroci e più alti momenti di scontro.

Comprendere questa battaglia resta comunque un’utile esercizio per indagare sui motivi di tanta fama, nonché un’opportunità per avere uno spaccato di tecnica militare frutto dell’esperienza e delle capacità di uno dei padri dei casati più importanti della storia europea la cui testimonianza, forse, senza la suddetta interpretazione degli eventi, non sarebbe arrivata in maniera così dettagliata.

Bibliografia:

W. Blanc, C. Naudin, Que s' est-il vraiment passé à Poitiers en 732?, in «L'Histoire» 429, 2016, pp. 22-23.

E. Percivaldi, Grandi Battaglie/Poitiers, 732, in Storie di guerre e guerrieri, 7, 2016, pp- 66-71.

A. C. L. F. Silva, A Batalha de Poitiers (732) por um cronista árabe anônimo, in «Revista Brasileira de História Militar», 1, 2010

J. Wilson, Poitiers 732 CE: Interpretation and Remembrance, oral presentation in MARCUS Conference, Sweet Briar College, October 12, 2013.

Note:

1Giuliano fu Governatore della città di Ceuta; la leggenda vuole che Roderigo, Re dei Visigoti in Spagna, rapì e violentò la figlia di Giuliano.

2Già dopo le incursioni in Aquitania del 717-18, gli arabi iniziarono a definire il territorio della Gallia e più in generale tutta l’Europa come la “Grande Terra”.

3 Gli storici non sono concordi sulla data: altri indicano il 7 ottobre, altri il 10 o l’11. Il 25 è la data convenzionale che tiene conto anche delle schermaglie iniziali e dell’effettiva fase conclusiva del conflitto.

4Tale pratica era già in uso presso Bizantini, Visigoti e Longobardi, ma fino ad allora sconosciuta al disorganizzato esercito merovingio.


Caserma romana di Amba Aradam per la prima stazione archeologica di Metro C

La caserma romana di Amba Aradam per la prima stazione archeologica di Metro C

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Roma, 16 maggio 2016
Oggi è stata presentata ai media la caserma romana di età adrianea scoperta durante i lavori per la realizzazione della stazione della Metro C Amba Aradam. Si tratta di una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni a Roma: oltre trenta vani articolati lungo un corridoio e decorati con affreschi parietali e pavimenti a mosaico.
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«L’eccezionalità del ritrovamento –spiega il Soprintendente Francesco Prosperetti– è nella estensione dei resti rimessi in luce, oltre mille metri quadrati di una antica caserma. Resti che quindi vanno valorizzati nella loro interezza e restituiti al pubblico, come erano dove erano. Abbiamo chiesto a Roma Metropolitane uno studio di fattibilità di questo intervento di recupero archeologico, che dovrà sposarsi con una progettazione architettonica di qualità adeguata all’importanza del ritrovamento. Dovrà essere il modello per tutte le nuove stazioni della linea C destinate ad attraversare il centro storico di Roma. Una organizzazione funzionale degli spazi, ma volta a integrare lo straordinario patrimonio archeologico del sottosuolo di Roma con le infrastrutture della città moderna. Per ottenere questo obiettivo è ipotizzabile anche la rimozione dei reperti in grandi blocchi e, a stazione ultimata, la loro ricollocazione nella posizione originale».
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Il cantiere di Amba Aradam non è stato bloccato nella sua interezza, ma solo nel perimetro strettamente interessato dai ritrovamenti archeologici, e la realizzazione della stazione continua nelle altre aree.
«I resti della caserma romana sono emersi a 9 metri sotto l’attuale livello stradale –dice la dottoressa Rossella Rea responsabile scientifico dello scavo archeologico–, una profondità in cui è praticamente impossibile con gli strumenti attuali poter prevedere la presenza di strutture antiche. Occorre quindi uno scavo vero e proprio, che questa volta ci ha riservato una bellissima sorpresa: parte di una caserma della prima metà del II secolo d.C., abbandonata quando, nel III secolo, furono costruite le mura Aureliane e di cui si era perso il ricordo. La caserma fa parte di un vero e proprio acquartieramento militare, che gravita verso il campus martialis che corrisponde all’attuale piazza San Giovanni in Laterano. Ai lati di un corridoio lungo oltre 100 metri si aprono 39 ambienti, dei quali 25 ampi 16 metri quadri e identificabili come alloggiamenti dei militari. Alcuni locali conservano i pavimenti a mosaico con disegno geometrico e sulle pareti intonaci semplicemente affrescati».
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SOPRINTENDENZA SPECIALE
PER IL COLOSSEO E L’AREA ARCHEOLOGICA CENTRALE DI ROMA

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Documentazione: Comunicato stampa caserma Amba Aradamscheda
Come da MiBACT, Redattrice Sandra Terranova
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Treni sulla Metro C, foto di Raoli, da WikipediaCC BY-SA 4.0.


Polonia: la ricerca della casa di famiglia di Zawisza Czarny

6 Aprile 2016

La ricerca della casa di famiglia di Zawisza Czarny

Zawisza Czarny in un dettaglio della "Battaglia di Grunwald", di Jan Matejko. Fonte: Wikipedia
Zawisza Czarny in un dettaglio della "Battaglia di Grunwald", di Jan Matejko. Fonte: Wikipedia
La sua fama giunse nelle più lontane parti d'Europa. Imbattuto nei tornei, vincitore sul campo di battaglia, un diplomatico - Zawisza Czarny di Garbów, blasone Sulima. Gli studiosi cominceranno presto il progetto di ricerca che potrà contribuire a ritrovare la sua casa di famiglia vicino Sandomierz.
Stary Garbów e Nowy Garbów, piccoli villaggi confinanti, sono situati a meno di 15 km a nord di Sandomierz, nel comune di Dwikozy (Świętokrzyskie). Non spiccano tra i paesi locali, circondati da una scacchiera di campi e frutteti. La loro storia, ad ogni modo, è abbastanza straordinaria. Gli studiosi hanno confermato oltre ogni dubbio che da "questo" Garbów venne il più famoso cavaliere polacco Zawisza Czarny (circa 1370-1428), che, attraverso i trionfi in numerosi tornei in Europa, tra quattordicesimo e quindicesimo secolo guadagnò fama, similmente alle più grandi star dello sport e della cultura pop di oggi.
"Siamo fiduciosi che questo sia il luogo, anche se solo 20 anni fa non era affatto certo nella storiografia" - così ha riferito a PAP il dott. Tomisław Giergiel dell'Istituto di Storia dell'Università Maria Curie-Skłodowska a Lublino. Ha aggiunto che la ricerca condotta in anni recenti ha dissipato molti dubbi. "Sappiamo che era nato qui e che era fiero delle sue radici. Quel sentimento non è diminuito nonostante la carriera da meteora nei tornei medievali. Ovunque fosse nell'Europa occidentale, si riferiva a se stesso come facevano suo padre e suo nonno: +di Garbów+" - ha sottolineato il dott. Giergiel.
Ma dov'era esattamente la casa natale del cavaliere? A Stary Garbów o a Nowy Garbów? O da qualche parte nel mezzo? Come doveva apparire? Era simile ad altri palazzi di famiglie benestanti? "Venne da Garbów. Questa Garbów" - ed è qui che la conoscenza di storici, regionalisti ed esperti termina.
L'archeologo, direttore del Museo Regionale a Sandomierz, dott. Dominik Abłamowicz vuole aprirsi un varco nella nebbia di congetture e ipotesi. "Ho lavorato a Sandomierz per un anno. Visto che sono qui, imparo a conoscere questa terra, i suoi monumenti. Sono stupefatto dal numero di monumenti, ce ne sono così tanti. Mentre esploravo le aree circostanti ho visitato Garbów" - ha affermato in un'intervista a PAP.
Il ricercatore era affascinato dal fatto che nella documentazione archeologica dall'area di Garbów non ci sia un solo sito del Medio Evo. Secondo il direttore del museo, nonostante la mancanza di reperti archeologici noti del Medio Evo in quest'area, si può confermare oltre ogni dubbio che l'insediamento a Garbów sia molto più antico. "Ci deve essere stato un centro feudale qui, associato al fatto che questa era la residenza della famiglia Zawisza, che regnava su queste terre. Dovevano esserci insediamenti rurali" - ha affermato.
Così nacque l'idea di utilizzare i metodi della moderna archeologia e scienze connesse per trovare l'ubicazione della residenza. "Il finanziamento che siamo riusciti a vincere non è per operazioni di carattere invasivo. Non avremo fondi per gli scavi. L'archeologia ha varie tecniche di ricognizione. Da una mano c'è il metodo tradizionale che comprende l'esplorazione della superficie, particolarmente efficace durante l'inizio della primavera, quando vari oggetti compaiono sulle superfici dei terreni arabili come risultato dei processi legati al gelo e alle attività agricole. Questo è un metodo" - ha affermato.
Ci si può aspettare che le case della nobiltà avessero funzioni difensive e che fossero costruite in posti naturalmente difesi. "In aggiunta alle ragioni archeologiche, il terreno è importante, ragion per cui intendiamo incontrare i residenti di Garbów, i giovani, per chiedere loro se hanno mai trovato qualcosa, se un tumulo o una collina furono appiattiti nel passato" - ha affermato il direttore.
Tra quattordicesimo e quindicesimo secolo, la motta castrale (NdT: motte-and-bailey castle in Inglese) era una forma popolare di residenza per i nobili, le cui tracce ancora rimangono in molti luoghi della vecchia provincia di Sandomierz. Una delle meglio preservate di questo tipo è situata a Włoszczowa, nella parte occidentale della provincia di Świętokrzyskie. Un tumulo regolare, alto cinque metri si erge chiaramente sui terreni piatti e i prati. In cima probabilmente c'era un tempo una torre residenziale.
Qualsiasi informazione dai residenti, fondata, ad esempio, su storie di famiglia, che da qualche parte a Garbów ci fosse una collina o un "tumulo", potrebbe guidare gli archeologi verso il luogo dove un tempo si ergeva la casa di Zawisza Czarny; supponendo che fosse una motta castrale, il che non è certo. "Questa è una delle ipotesi" - ha sottolineato l'archeologo.
Un altro suggerimento che può avvicinare i ricercatori a ritrovare la sua ubicazione potrebbe essere fornito da una storia ben più recente. "A Garbów c'era un palazzo, nel quale nacque il generale Józef Dowbor-Muśnicki (1867-1937). Il palazzo non esiste più. Ne faccio menzione perché è la seconda persona di rilievo nella storia della Polonia a vivere qui. Spesso, nuove residenze di nobili, ad esempio palazzi, erano costruiti sul luogo di vecchie residenze, come  +luogo di potere sancito+; questo è un altro aspetto del caso" - ha affermato.
Oltre ai rilevamenti in superficie, gli studiosi intendono utilizzare gli ultimi metodi di ricerca. Questi comprendono le foto aeree, l'elaborazione delle quali permette un'analisi accurata della morfologia del terreno per determinare la configurazione del paesaggio. "In luoghi di interesse porteremo avanti test fisici utilizzando attrezzature per la resistività elettrica, simili a quelle utilizzate per la ricerca del +treno dorato+ nella Bassa Slesia" - ha spiegato.
Un altro ramo dell'archeologia, che può avvicinarci alla risoluzione del puzzle, è chiamato archeologia ambientale, ed esamina la relazione tra uomo e la sua economia e il paesaggio. "Nel nostro campo scientifico ci poniamo spesso domande di geografia storica: perché gli uomini scelsero questo particolare posto, perché l'insediamento fu fondato qui? Come cambiò i dintorni?" - ha spiegato il dott. Abłamowicz. Ha notato che al contrario delle credenze popolari, i cambiamenti nel paesaggio non sono solo caratteristici dell'era industriale, poiché il paesaggio è influenzato dall'attività agricola.
Per questa ragione, gli studiosi intendono prendere campioni vicino il fiume Opatówka e nelle lanche della Vistola, dove la torba può essere presente. "La torba crea un microclima unico, che mantiene i dati dal passato freschi come in un frigo. (...) Presenta i resti delle piante. Il loro studio e la loro datazione permettono di determinare se i sedimenti includono resti botanici riconducibili all'azione umana, come pollini di granaglie o altre colture. Se si può stabilirlo, contribuirebbe a determinare molti aspetti dell'attività agricola al tempo di Zawisza" - ha affermato.
La scoperta dell'ubicazione della casa di Zawisza Czarny sarebbe un altro importante evento per il paese, dove la memoria del cavaliere medievale è molto viva. C'è un monumento del cavaliere, che è il patrono della scuola locale. C'è pure un'Associazione per la Memoria di Zawisza Czarny blasone Sulima di Garbów che è molto attiva; la sua attività può essere seguita sull'interessante sito web.
La ricerca sarà supportata da un finanziamento dell'Istituto del Patrimonio Culturale Nazionale a Varsavia dal programma "Patrimonio Culturale - priorità: protezione dei siti archeologici". Includendo il proprio contributo, il lavoro programmato costerà circa 40 mila zloty.
A Zawisza Czarny di Garbów, blasone Sulima, ci si riferisce nelle cronache latine come a Zawissius Niger de Garbow, nato attorno al 1370 a Garbów. Morì per mano dei Turchi nel Giugno 1428 nella fortezza di Golubac, le rovine della quale possono ancora essere viste nella Serbia orientale sulla riva destra del Danubio. A causa delle sue vittorie in numerosi tornei e dell'eroismo sul campo di battaglia fu visto come un modello di virtù cavalleresca. Fu anche un esperto diplomatico di re Ladislao II Jagiello, che rappresentò Ladislao II al Concilio di Costanza negli anni 1414-1418.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, Marek Klapa. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.

Annibale traversò le Alpi per il Col de la Traversette

4 Aprile 2016
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Il percorso alpino compiuto da Annibale durante la Seconda Guerra Punica (218-201 a. C.) è oggetto di dibattito da lungo tempo. Un nuovo studio, pubblicato su Archaeometry, avrebbe individuato nel Col de la Traversette, a tremila metri sul livello del mare, il passaggio.
A confermare la tesi, proposta per la prima volta da Sir Gavin de Beer nel secolo scorso, sarebbe un evento di "deposizione di massa animale" databile approssimativamente a 2168 anni calibrati prima del tempo presente. L'evento sarebbe stato riscontrato proprio in quel passo, grazie ad analisi di diverso tipo.
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Scontro alle Termopili tra Greci e Goti durante il regno di Gallieno

18 - 22 Marzo 2016
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Un frammento di un antico testo greco - probabilmente proveniente dagli Scythica di Publio Erennio Dessippo - testimonierebbe una battaglia tra Romani e Goti alle Termopili, nei primissimi anni degli anni sessanta del terzo secolo dell'era volgare.
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Il frammento descrive importanti eventi del regno di Gallieno: vi fu un attacco dei Goti a Tessalonica, che fallì (negli anni cinquanta del terzo secolo). I Goti vengono descritti come una banda compatta mentre tenta l'assalto alla città. Si narrano poi i successivi preparativi dei Greci (parte dell'Impero Romano) per respingere i barbari che si spostavano a sud in Acaia, verso Atene. A quel punto i Greci si riunirono presso il passo delle Termopili, armandosi con lance, asce e altri strumenti di fortuna, e fortificando il muro perimetrale. Il generale Mariano avrebbe esortato i Greci a combattere, ricordando loro degli antenati che lì si scontrarono contro i Persiani.
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Il frammento è stato ritrovato nel 2007 da Jana Grusková, in un manoscritto dell'undicesimo secolo, proveniente dalla Biblioteca Nazionale Austriaca a Vienna. Non era stato notato in precedenza poiché trattasi di un palinsesto, cioè di una pagina scritta, cancellata e nuovamente riscritta. Nel  2014, grazie alle nuove tecnologie, è stato pubblicato dalla stessa Jana Grusková e da Gunther Martin nel periodico Wiener Studies. La traduzione del frammento è stata recentemente pubblicata sul Journal of Roman Studies.
Lo studio "Dexippus and the Gothic Invasions: Interpreting the New Vienna Fragment (Codex Vindobonensis Hist. gr. 73, ff. 192v–193r)  *", di Christopher Mallan e Caillan Davenport, è stato pubblicato sul Journal of Roman Studies.
Link: Journal of Roman StudiesDaily Mail; Greek Reporter; Live Science.
Particolare dal Sarcofago Grande Ludovisi, foto di Jastrow (2006), da WikipediaPubblico Dominio.
Busto di Publio Licinio Egnazio Gallieno, foto di ChrisO  da WikipediaCC BY-SA 3.0.
Le Termopili, foto di Fkerasar, da WikipediaCC BY-SA 3.0.


I cannoni in ferro dal Forte William Henry provengono dall'HMS Looe?

25 Marzo 2016
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Secondo Joseph Zarzynski, alcuni (se non tutti) i nove cannoni in ferro (su un totale di 68) presenti nel Forte William Henry, proverrebbero dal relitto della nave HMS Looe.
La nave affondò nel 1744, dopo aver colpito la barriera corallina. Il forte è una riproduzione, ricreata a New York e aperta nel 1954: il forte originale fu costruito nel 1755 dai Britannici durante la guerra contro Francesi e Indiani.

Link: The History Blog; The Eagle; Associated Press
Entrata al Forte William Henry, da WikipediaPubblico Dominio (IrisKawling at en.wikipedia - Work of IrisKawling. Transferred from en.wikipedia to Commons by User:Kurpfalzbilder.de using CommonsHelper).


La diffusione della dissenteria nel mondo a partire dall'Europa

21 Marzo 2016
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La dissenteria, insieme alla peste, al vaiolo, al tifo, ha rappresentato una piaga per l'umanità, in particolare nei secoli diciottesimo e diciannovesimo. Ancora oggi è un flagello in Africa e Asia, ma probabilmente ebbe origine in Europa.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature - Microbiology, mostra la diffusione storica del bacillo della dissenteria epidemica, lo Shigella dysenteriae tipo 1 (Sd1). La ricerca è avvenuta a partire dall'analisi del genoma completo di 331 Sd1, raccolti da 66 paesi per il periodo 1915-2011.
A trasmettere la dissenteria da un continente all'altro sarebbero state le operazioni militari e dalle migrazioni. Il ceppo in questione esisterebbe almeno dal diciottesimo secolo, il patogeno attualmente endemico in Africa e Asia sarebbe originario dell'Europa. Particolarmente rilevante sarebbe state le migrazioni in America, Africa e Asia nel periodo 1889 e il 1903, oltre alla colonizzazione di territori africani e asiatici da parte degli Europei. Il batterio comparve pure durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, prima di sparire dall'Europa. Continuò però a diffondersi in Asia, Africa e America Centrale, e ondate epidemiche investirono l'Africa e il Sud Est Asiatico a partire dall'India.
La ricerca ha pure preso in esame la resistenza del patogeno agli antibiotici: meno dell'1% dei ceppi batterici rimane suscettibile agli antibiotici. Vista la scarsa efficacia degli antibiotici, lo studio evidenzia la necessità di un vaccino efficace.
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Geologia e campi di battaglia della Guerra Civile Americana

17 Marzo 2016

La figura 5 dallo studio in questione. Rievocazione storica presso il National Battlefield Park. Credit: Credit Scott P.Hippensteel and Geosphere.
La figura 5 dallo studio in questione. Rievocazione storica presso il National Battlefield Park. Dimostrazione con il centro della linea dell'Unione presso Stones River nel 152esimo anniversario della battaglia. Le rocce, chiamate karren, fornirono posizioni critiche di difesa per il centro della linea dell'Unione durante lo scontro. Credit: Credit Scott P.Hippensteel and Geosphere.

Da un punto di vista geologico, il campo di battaglia della Guerra Civile Americana ad essere stato studiato di più è quello nei pressi di Gettysburg in Pennsylvania.
Qui si trova un mix di tenere rocce sedimentarie e di diabase, cioè di dure rocce ignee. Questo produsse le celebri conformazioni del paesaggio che è possibile vedere ad esempio a Cemetery Hill e Little Round Top, e che divennero forti posizioni difensive per gli eserciti dell'Unione. Un tipo di roccia ancor più comune, i carbonati (tra i quali, ad esempio, calcari) produsse numerose altre posizioni difensive nei teatri del conflitto, tanto a oriente come ad occidente.
Le rocce dolomitiche come quelle calcaree hanno modellato il terreno di numerosi campi di battaglia: Antietam, Stones River, Chickamauga, Franklin, Nashville, e Monocacy. Chiaramente il terreno giocò un ruolo importante con riguardo al valore delle tattiche impiegate.
Un nuovo studio, pubblicato su Geosphere, spiega come le roccie carbonatiche abbiano prodotto terreni ondulati che riducevano la portata e l'efficacia di artiglieria e armi di piccolo calibro (ad esempio, “Sunken Road” ad Antietam). Inoltre, il terreno poteva non essere dissodabile: le foreste contribuivano così a tenere nascoste le truppe, offrendo copertura a chi avanzava (ad esempio, a Stones River). Su una scala geografica più ampia, i carbonati potevano offrire il vantaggio da un punto di vista difensivo di un terreno più elevato (ad esempio, Missionary Ridge, Chickamauga, Franklin, e Nashville). Su una scala inferiore, le stesse rocce costituiscono i karren, che formano una sorta di trincee naturali per le truppe che si difendono (ad esempio, “Slaughter Pen”, sempre a Stones River).
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Hawai'i: recuperata la campana d'ottone dell'I-400 [Video]

16 Marzo 2016

Illustrazione mostra la collocazione relativa dell'I-400 e della sua campana. Credit: Terry Kerby, Hawai'i Undersea Research Laboratory/ University of Hawai'i
Illustrazione mostra la collocazione relativa dell'I-400 e della sua campana. Credit: Terry Kerby, Hawai'i Undersea Research Laboratory/ University of Hawai'i

Recuperata la campana d'ottone dell'I-400, sommergibile della Marina Imperiale Giapponese, durante un'immersione del Laboratorio di Ricerca Sottomarina delle Hawai'i (Hawai'i Undersea Research Laboratory - HURL), effettuata la scorsa settimana.
Con una lunghezza di 122 m, era più lungo di un campo da football: l'I-400 era un sottomarino della classe Sen-Toku (anche classe I-400) - il più grande sottomarino mai costruito fino all'introduzione dei sottomarini lanciamissili balistici a propulsione nucleare negli anni sessanta.
Recupero della campana dell'I-400. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i
Recupero della campana dell'I-400. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Marina degli Stati Uniti catturò cinque sottomarini giapponesi, compreso l'I-400, e li condusse a Pearl Harbor per un'ispezione. Quando l'Unione Sovietica chiese di poter accedere ai sottomarini nel 1946, sulla base dei termini del trattato che pose fine alla guerra, la Marina statunitense affondò i sottomarini al largo della costa di O'ahu. L'atto fu compiuto allo scopo di tenere quella tecnologia avanzata lontana dalle mani sovietiche nelle fasi di apertura della Guerra Fredda. L'HURL è riuscito a localizzare quattro di questi cinque sottomarini perduti e ha ora recuperato un pezzo di quella storia.
Mano manipolatrice del sommergibile HURL colloca la campana in un cesto di raccolta. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i
Mano manipolatrice del sommergibile HURL mentre colloca la campana in un cesto di raccolta. Credit: Hawai'i Undersea Research Laboratory, University of Hawai'i

L'I-400 è sotto la protezione del Sunken Military Craft Act e gestito dal Dipartimento della Marina statunitense. "Queste proprietà nelle isole hawaiane ricordano gli eventi e le innovazioni della Seconda Guerra Mondiale, un periodo che ha grandemente riguardato sia il Giappone che gli Stati Uniti, e ha rimodellato la Regione del Pacifico" - così il dott. Hans Van Tilburg, coordinatore del patrimonio marittimo per il NOAA nella regione delle Isole del Pacifico. "I siti dei relitti come l'I-400 ci ricordano di un'epoca differente, e sono segno del nostro progresso dall'ostilità alla riconciliazione."

Link: EurekAlert! via University of Hawaii at Manoa