umani macachi Notarchirico Basilicata

Gli uomini e i macachi convivevano a Notarchirico in Basilicata quasi 700 mila anni fa

Gli uomini e i macachi convivevano a Notarchirico in Basilicata quasi 700 mila anni fa

Un nuovo studio internazionale che ha visto la partecipazione del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza Università di Roma, ha documentato per la prima volta la coesistenza di uomini e bertucce nel sito archeo-paleontologico. I risultati del lavoro, pubblicati su Journal of Human Evolution, forniscono ulteriori dati sulla paleoecologia del primate, oggi diffuso in Nord Africa e reintrodotto a Gibilterra, e che nel Pleistocene occupava gran parte del territorio europeo.

uomini macachi Notarchirico Basilicata
Gli uomini e i macachi convivevano a Notarchirico in Basilicata quasi 700 mila anni fa

Il sito di Notarchirico, nei pressi di Venosa (Basilicata), è noto agli esperti fin dagli ’50 del Novecento, grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici e paleontologici frutto di ricerche condotte da diversi gruppi di studio.

Dal 2016 le campagne di scavi sono condotte da un team di ricerca internazionale guidato da Marie-Hélène Moncel del Département Homme et Environnement del Museo nazionale di Storia Naturale di Parigi con la collaborazione di studiosi del dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza e dell’Università di Bologna.

Le ricerche più recenti hanno permesso di approfondire le conoscenze sui manufatti litici acheuleani e sui fossili di vertebrati presenti all’interno di una lunga sequenza stratigrafica, datati tra 695 e 670 mila anni fa, dimostrando come in questo territorio, caratterizzato da clima caldo, spazi aperti e specchi d’acqua, fossero diffusi grandi mammiferi come elefanti, ippopotami, bisonti e cervidi.

Oggi un nuovo studio si inserisce in questo filone di ricerca, documentando per la prima volta la coesistenza tra gli esseri umani e Macaca sylvanus, comunemente conosciuti come bertuccia. Il lavoro, frutto della collaborazione fra studiosi internazionali, fra i quali Raffaele Sardella, Beniamino Mecozzi e Alessio Iannucci del Dipartimento di Scienze della Terra della Sapienza, è stato pubblicato sulla rivista Journal of Human Evolution.

“La presenza della bertuccia, documentata per la prima volta a Notarchirico – spiega Raffaele Sardella – aggiunge importanti informazioni paleoambientali e paleoecologiche. Questo primate, oggi diffuso in Nord Africa e reintrodotta a Gibilterra, nel Pleistocene occupava gran parte del territorio europeo”.

  “La coesistenza tra la bertuccia e gli esseri umani – aggiunge Beniamino Mecozzi – è documentata in pochissime località europee e pone interessanti interrogativi sulle interazioni tra Homo e Macaca quasi 700 mila anni fa”.

 

Riferimenti:

Macaca ulna from new excavations at the Notarchirico Acheulean site (Middle Pleistocene, Venosa, southern Italy) - Mecozzi B., Iannucci A., Sardella R., Curci A., Daujeard C., Moncel M.-H. – Journal of Human Evolution (2021). doi.org/10.1016/j.jhevol.2020.102946

Testo e immagine dalla Sapienza Università di Roma.


Melka Kunture impronte bambini

Bambini in acqua un milione di anni fa: scoperte impronte fossili umane in un fiume preistorico a Melka Kunture

Bambini in acqua un milione di anni fa: scoperte impronte fossili umane in un fiume preistorico a Melka Kunture

Nel sito di Melka Kunture, in Etiopia, la missione archeologica della Sapienza Università di Roma ha portato alla luce, fra le centinaia di orme fossili lasciate tra 1,2 milioni e 850.000 anni fa, le più antiche impronte di piede di bambino finora conosciute. Lo studio, che offre una rara immagine dell'infanzia nei periodi più remoti della preistoria, è pubblicato sulla rivista Quaternary Science Reviews

Impronte fossili di bambini e giovani. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)

Melka Kunture, 50 km a sud di Addis Abeba, è un importante complesso di affioramenti archeologici situato lungo il bacino superiore del fiume Awash, sull'altopiano etiopico. In quest’area, le ricerche archeologiche sono iniziate oltre 50 anni fa e dal 2011 sono condotte dalla missione italiana guidata da Margherita Mussi e dal suo team del Dipartimento di Scienze dell'Antichità della Sapienza Università di Roma.

Negli anni sono state individuate decine di affioramenti archeologici, rinvenuti soprattutto lungo le gole scavate dai torrenti della zona. In una di queste incisioni, la gola di Gombore, nel 2018 il team della Sapienza aveva già ritrovato numerose impronte umane di adulti e bambini, strumenti realizzati con pietre vulcaniche (come l'ossidiana e il basalto) e resti di ippopotami macellati dall’uomo. Questi rinvenimenti, sigillati da un tufo di 700.000 anni fa, permisero di ricostruire uno scenario in cui i bambini assistevano gli adulti impegnati nella scheggiatura della pietra e nella macellazione dei grossi animali, a dimostrazione che nell’ambiente preistorico l’acquisizione dei gesti e delle tecniche utili alla sopravvivenza iniziava sin dalla più tenera età.

Oggi, un nuovo studio sugli strati archeologici della gola di Gombore, risalenti alla fine del Pleistocene antico, offre un'altra rara immagine dell’infanzia nei periodi più antichi della preistoria. La ricerca, coordinata da Flavio Altamura e Margherita Mussi della Sapienza con la collaborazione di studiosi dell’Università di Cagliari, della Bournemouth University (UK) e del Urweltmuseum GEOSKOP (Germania), ha riguardato un altro sito della gola, ancora più antico, denominato Gombore II Open Air Museum dove sono state ritrovate, ai margini di quello che era un fiume preistorico, nuove impronte di bambini. I risultati del lavoro, che fanno ulteriore luce su comportamenti e abitudini dei nostri lontani progenitori, sono pubblicati sulla rivista scientifica Quaternary Science Reviews.

Gli archeologi al lavoro sulle impronte. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)

Gli scavi hanno documentato una sequenza di strati archeologici di circa 3 metri di spessore, che secondo gli studiosi dovrebbe essersi formata in un ambiente fluviale e paludoso, ciclicamente investito dalle ceneri eruttate da vulcani distanti alcune decine di chilometri. Proprio la presenza di tufi vulcanici ha permesso, con il metodo detto dell’Argon/Argon, di datare gli strati tra 1,2 milioni e 850.000 anni fa.

In particolare, gli scavi hanno riportato alla luce 18 superfici fossili con impronte lasciate da ippopotami, iene, alcuni erbivori simili agli attuali gnu, gazzelle e uccelli. Tre dei livelli hanno restituito anche impronte umane, quasi tutte riferibili a bambini e adolescenti delle specie umane preistoriche Homo erectus/ergaster o forse già Homo heidelbergensis arcaico.

“Queste impronte - commenta Margherita Mussi, direttore della Missione archeologica a Melka Kunture - sono tra le più antiche al mondo e le prime in assoluto riferibili a bambini. Ulteriore prova della presenza umana nei pressi del fiume sono i numerosi strumenti di pietra ritrovati: alcune schegge di ossidiana sono state probabilmente calpestate dagli ippopotami, che le hanno fatto sprofondare nel fango sul fondo delle loro impronte, indicando la compresenza dell’uomo e di questo pericoloso pachiderma”.

Impronte fossili di molluschi. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)

In molti livelli ricorrono anche delle particolari impronte formate da scie curvilinee con piccoli avvallamenti a forma di mandorla, le tipiche tracce di molluschi bivalvi simili alle cozze di acqua dolce, che vivono ancorati sul fondo di fiumi e laghi con acqua corrente pulita e ben ossigenata. La loro presenza costituisce un ottimo indicatore per la ricostruzione del paleo-ambiente e permette anche di confermare indirettamente l'esistenza di pesci, dai quali i molluschi dipendono per il loro ciclo riproduttivo.

Le impronte dei bambini vicine a quelle degli erbivori e dei molluschi dimostrano che i piccoli ominini entravano in acque basse e pulite, così come facevano gli altri animali. “Probabilmente, anche un milione di anni fa, - spiega Flavio Altamura, che ha condotto gli scavi - i bambini entravano in acqua per ragioni molto simili a quelle che potremmo aspettarci oggi: per bere, per lavarsi o per cercare di catturare a mani nude pesci e molluschi da mangiare. Oppure più semplicemente per giocare”.

“I risultati di questo studio, realizzato grazie ai finanziamenti dei Grandi scavi di Ateneo della Sapienza - conclude Mussi - restituiscono un’istantanea dell’infanzia nella preistoria e confermano che l’attrazione dei bambini per gli ambienti umidi e gli specchi d'acqua – pozzanghere incluse! – ha radici antichissime nel comportamento umano. Si tratta, in un certo senso, dei primi “bagni” fatti da bambini di cui si abbia una prova scientifica diretta”.

Riferimenti:


Ichnological and archaeological evidence from Gombore II OAM, Melka Kunture, Ethiopia: an integrated approach to reconstruct local environments and biological presences between 1.2-0.85 Ma - Flavio Altamura, Matthew R. Bennett, Lorenzo Marchetti, Rita T. Melis, Sally C. Reynolds, Margherita Mussi - Quaternary Science Reviews 244, 106506 https://doi.org/10.1016/j.quascirev.2020.106506

Melka Kunture impronte bambini
Ricostruzione artistica. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sulle impronte dei bambini di un milione di anni fa da Melka Kunture. Credits Foto: Missione archeologica italiana a Melka Kunture (www.melkakunture.it)


palafitte lago di Varese

Sotto la superficie dell'acqua: palafitte nel lago di Varese

Il ghiaccio che ricopriva l'area prealpina nei dintorni di Varese iniziò il proprio massiccio disgelo circa 15000 anni fa. Qualche millennio più tardi le prime comunità umane si insediarono lungo le sponde dei corsi d'acqua e dei laghi che da questo scioglimento ebbero origine. Qui piantarono pali in legno sui fondali e nei pressi delle rive e crearono piccoli abitati che restarono attivi per diverso tempo: sotto la superficie dell'acqua e negli strati di crollo delle palafitte si conservano tracce preziose e significative della nostra preistoria.

Lungo tutto l'arco alpino sono stati identificati circa 1000 siti palafitticoli, di cui una ventina collocati in territorio lombardo, tra i laghi di Varese, Monate, Comabbio e Biandronno e tre definiti patrimonio dell'umanità UNESCO nel 2011. Tra questi ultimi, sito di enorme importanza per la ricchezza delle testimonianze archeologiche riscontrate è il cosiddetto isolino Virginia, o isolino di Varese, a breve distanza dal molo di Biandronno: il piccolo isolotto altro non è che il risultato di un accumulo di depositi prodotti dall'uomo nei secoli di frequentazione del posto.

Le ricerche palafitticole iniziarono nel 1863 per dare risposta alla curiosità personale di alcuni ricercatori, tra cui tre noti pionieri degli studi palafitticoli, l'abate Stoppani, gli studiosi Desor e Montillet, che supponevano una possibile somiglianza e continuità culturale con le testimonianze rinvenute in territorio svizzero, presso il lago di Zurigo nel 1854, ovvero dal lato opposto dell'arco alpino. Era assolutamente plausibile, se non persino ovvio, supporre che gli antichi abitanti dei due versanti delle Alpi avessero avuto contatti per tramite del passaggio lacustre e che, in una situazione geologica e climatica simile, avessero condotto stili di vita del tutto equiparabili.

La prima esplorazione ebbe un clamoroso successo poiché alcuni pali furono avvistati emergere dalla superficie al loro primo arrivo all'Isolino: sono numerosi e conservati fino a pelo d'acqua. Un secolo e mezzo di scavi e ricerche ha permesso di definire l'isolino Virginia come il più antico abitato palafitticolo dell'area.

Il piccolo molo di approdo all'isolino. Foto di Jessica Lombardo

Per il Neolitico Antico e parte del Neolitico Medio perdurò nel luogo la modalità abitativa della bonifica e a seguire l'ideazione delle prime forme di abitazione a palafitta, ovvero in alzato sulla superficie dell'acqua, in una posizione dunque più protetta rispetto alla costa del lago alla quale potevano giungere gli animali selvatici dei boschi circostanti e, paradossalmente, meno umida proprio perché non a contatto con il terreno intriso di acqua. L'isolino, con le sue numerose stratificazioni diventa una vera e propria enciclopedia dei primi insediamenti della preistoria europea.

Nella stessa giornata del 28 aprile del 1863 i tre studiosi lasciarono l'isolino e si avvicinarono alla costa presso il comune di Bodio Lomnago, dove una seconda grande soddisfazione li attendeva: anche qui era possibile constatare la presenza di una stazione palafitticola di grandi dimensioni. Il loro obiettivo era raggiunto, dimostrare una continuità di cultura e civiltà tra i due opposti lati dell'arco alpino e con ciò aprire a nuove numerosissime possibilità di ricerca e conoscenza.

La Soprintendenza Archeologica della Lombardia avviò nel 2005 lo scavo metodico della palafitta di Bodio e la conseguente documentazione constatando che l'estensione del sito è ben maggiore rispetto a ciò che gli studiosi ottocenteschi avevano immaginato: è la palafitta più estesa del lago, come fosse stata il centro di riferimento per gli abitanti del territorio, il quale non consta di un villaggio unitario, ma di una serie di insediamenti che si sono sovrapposti nei millenni.

Lo scavo subacqueo di palafitte consente di prelevare campioni di pali di legno ben conservatisi nella torbida acqua del lago e ciò a sua volta consente datazioni dendrocronologiche ben precise: al XVII sec. a.C. sono stati datati, dal laboratorio di dendrocronologia di Verona, i 350 campioni di legno presi dai siti varesini. Oltre al legno molti furono i reperti raccolti nel contesto delle palafitte: l'abbondanza di elementi litici e materiali di scarto della lavorazione permettono di supporre che in loco fosse scheggiata la pietra necessaria ad ottenere strumenti litici utili per la caccia, per la lavorazione di carni e pelli e per altre quotidiane attività di sopravvivenza.

I reperti che si ritrovano però con maggiore frequenza sono frammenti di recipienti in ceramica di uso comune che, seppur piccoli, hanno fornito diverse informazioni sull'abitato frequentato alla fine della media età del bronzo. Le forme testimoniate sono quelle tipiche del periodo, vasellame da mensa e grossi vasi da stoccaggio per cibi e granaglie. È molto probabile infatti che sulle sponde del lago il terreno umido e fertile fosse coltivato a cereali e, come evidenziato dalla presenza di ossa bovine di medie dimensioni, gli animali da fatica fossero utilizzati come aiuto nel lavoro agricolo; è inoltre probabile che questi animali e ancora di più gli ovini fossero mantenuti in allevamento puro, cioè con fini esclusivamente nutrizionali. I cervidi infine, presenti nei boschi circostanti erano cacciati in natura come fonte di carne, corno e pellame.

Varese palafitte
Materiali provenienti dall'isolino Virginia - Museo Archeologico di Varese. Foto di Jessica Lombardo

Cuore di una civiltà di pescatori e agricoltori, il lago di Varese fu un primo antico ponte tra il mondo d'oltralpe e la cisalpina di cui, al formarsi dei primi centri urbani si era persa memoria. Al tempo dei Besozzi l'isolino era intitolato a san Biagio, poi si chiamò “Camilla” in onore della moglie del duca Litta Visconti Arese e passando di proprietà in proprietà si impose all'attenzione internazionale dopo le scoperte dell'800, quando ormai era parte dei possedimenti del marchese Andrea Ponti, che lo rinominò “Virginia” in omaggio alla consorte. Oggi meta di escursioni e attività didattiche la macchia verde dell'isolino ha molto da raccontare sul ruolo del territorio varesino e sulle prime fasi della sua frequentazione.

Varese palafitte
Ricostruzione di una palafitta sull'isolino Virginia. Foto di Jessica Lombardo

Quando gli elefanti popolavano il Nord Europa

Quando gli elefanti popolavano il Nord Europa 

Il Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza ha partecipato al ritrovamento di uno scheletro quasi completo di elefante preistorico, insieme a strumenti d’osso, schegge di pietra e a numerose impronte nel terreno. I resti, rinvenuti nel sito archeologico di Schöningen in Germania, risalgono a 300.000 anni fa e forniscono un nuovo scenario per il nord Europa del tempo

Schöningen, in Germania, è senz’ombra di dubbio uno dei siti dell’età della pietra più importanti al mondo. In passato ha già fornito importanti informazioni sulla flora, la fauna e sulle specie umane e animali che popolavano la Terra 300.000 anni fa, durante il Pleistocene.

Oggi, una nuova importante scoperta in questo sito permette di ricostruire lo scenario, piuttosto inaspettato, del nord Europa del tempo: un team di ricercatori, guidato dall’italiano Jordi Serangeli e da Nicholas Conard, dell’Università di Tübingen e del Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza, ha ritrovato uno scheletro quasi intero di elefante insieme a resti di strumenti litici utilizzati probabilmente per cibarsene, e, a pochi metri di distanza, delle impronte di un piccolo gruppo di elefanti.

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Raffigurazione artistica di caccia all'elefante a Schöningen. Immagine ©CLARYS20

Lo studio, pubblicato sulla rivista tedesca Archäologie in Deutschland, conferma come quelle terre, nonostante il clima piuttosto simile a quello attuale, fossero abitate al tempo da molti animali selvatici che oggi considereremmo in gran parte esotici, quali cavalli, leoni, tigri dai denti a sciabola e persino grossi elefanti. Infatti, sebbene il sito si trovi nell’Europa centro-settentrionale, i ricercatori hanno escluso che si trattasse di un mammut, ma bensì di un Palaeoloxodon antiquus, un tipo di elefante con le zanne dritte, identificato anche in molti siti in Italia, confermando che la specie non fosse diffusa solo in ambienti caldi, ma anche molto più a nord.

L’elefante rinvenuto a Schöningen morì 300.000 anni fa, probabilmente per cause naturali, sulla sponda di un antico lago che occupava la zona durante il Pleistocene. Le analisi archeozoologiche hanno confermato che si tratta dello scheletro di un elefante anziano, forse di una femmina, alto più di 3 metri e pesante quasi sette tonnellate, con zanne lunghe oltre due metri. L’esemplare antico era più grande di un elefante africano dei nostri giorni.

Flavio Altamura e Jordi Serangeli in una foto di Karl-Heinz Dube

Il fatto che questi animali popolassero l’area, è stato confermato anche dalle decine di impronte fossili ritrovate a circa 100 metri dallo scheletro. “Un branco di elefanti giovani e adulti, deve essere passato di qui - spiega Flavio Altamura della Sapienza, responsabile dell’analisi e dell’interpretazione delle tracce - i pesanti animali camminavano lungo la riva dell’antico lago e le loro zampe sono affondate nel fango e nella torba, lasciando delle depressioni circolari con un diametro massimo di 60 cm. Grazie all’eccezionale stato di conservazione del materiale organico nel sito di Schöningen, abbiamo addirittura rinvenuto nelle impronte alcuni frammenti di legno schiacciati dal peso degli elefanti”.

Immagine 3D di Ivo Verheijen

Lo scheletro dell’elefante, trovato nell’antico lago, era conservato in maniera straordinaria, permettendo agli archeologi di identificare chiaramente entrambe le zanne, la mandibola completa, le vertebre, le costole, tre degli arti e addirittura tutte e cinque le ossa che sorreggono la lingua (le ossa ioidi).

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Elefante Foto di Jans Lehmann

I segni conservati nelle ossa dell’elefante hanno permesso di capire che vari animali carnivori si cibarono della carcassa e che anche l’Homo heidelbergensis, nostro antenato, ne approfittò: 30 schegge di selce e due ossa, di cui una sicuramente di cervo, sono state rinvenute intorno allo scheletro e alcune tra le ossa dell’elefante. I cacciatori del Paleolitico sono intervenuti sulla carcassa, usando le schegge per tagliare carne, grasso e tendini, e probabilmente hanno utilizzato altri strumenti ossei per riaffilare gli strumenti litici.

Il lavoratore specializzato Martin Kursch libera dal sedimento un piede di elefante. Foto di Jordi Serangeli

Lo studio è un importante tassello nella ricostruzione del paesaggio di questa area geografica durante la Preistoria, ma anche delle abitudini dei gruppi umani e animali che la abitavano.

elefante Schöningen Nord Europa elefanti
Elefant 2020. Immagine 3D di Ivo Verheijen

Riferimenti:

Jordi Serangeli, Ivo Verheijen, Bárbara Rodríguez Álvarez, Flavio Altamura, Jens Lehmann and Nicholas J. Conard. Elefanten in Schöningen - Archäologie in Deutschland 2020 / 3, pp. 8-13.

 

Video YouTube pubblicati dal Research Centre Schöningen, Testo e foto sull'elefante di Schöningen dal Settore Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma


Flavia Venditti riciclo Paleolitico

Il riciclo ai tempi del Paleolitico. Il Tübingen Prize conferito a Flavia Venditti

In un momento in cui i concetti stessi di “sostenibilità”, “riciclo” e “riutilizzo” sono quanto mai attuali e visti come possibili soluzioni ai danni galoppanti recati dall’uomo al pianeta, ecco che una ricerca può aiutarci a comprendere come certi buoni esempi in questo senso, possono derivarci non dai nostri nonni, ma da progenitori ancora più antichi. Parliamo dei nostri antenati del Paleolitico.

Già 400.000 anni fa, infatti, comunità di cacciatori-raccoglitori riciclavano strumenti in pietra non più utilizzati, per ricavarne schegge più piccole da impiegare in altre attività. È quanto riporta la ricerca di Flavia Venditti che le è valso il Tübingen Prize, conferitole il 6 febbraio scorso.

Lo studio è intitolato “The recycling phenomenon during the Lower Paleolithic: the case study of Qesem Cave (Israel)” ed è il frutto degli esperimenti condotti dalla dottoressa all’interno del Laboratory of Technological and Functional Analyses of Prehistoric Artefacts del Dipartimento di Scienze delle Antichità della Sapienza di Roma. Tutor del dottorato di ricerca e insieme, direttrice del laboratorio è la professoressa Cristina Lemorini.

Le prove microscopiche e chimiche eseguite sugli artefatti del sito di Qesem hanno evidenziato tracce riconducibili a diverse fasi dei processi di lavorazione di piante, tuberi e carcasse animali: dalla macellazione, alla manipolazione di ossa e pelli. Da grandi strumenti in pietra quindi, gli abitanti del sito recuperavano poi schegge più piccole, più affilate, destinate ad impieghi diversificati e specifici.

Lo studio inoltre evidenzia come la distribuzione degli oggetti nella grotta provi una organizzazione degli spazi in funzione delle diverse attività condotte al suo interno.

Il risultato ultimo è la consapevolezza di come alcuni tra i nostri più antichi progenitori si impegnassero profondamente in azioni mirate al riutilizzo delle risorse a loro disposizione. Se tale prova apre la porta a nuovi studi in materia da un lato, dall’altro ci fa riflettere su come un uso circolare e responsabile di quanto offra il pianeta, possa esserci suggerito da chi, quello stesso pianeta, lo ha abitato centinaia di migliaia di anni fa.

Flavia Venditti riciclo Paleolitico
Flavia Venditti. Per la foto si ringrazia l'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

megaerbivori estinzione Africa ominidi

Non furono gli antichi ominidi a determinare l'estinzione dei megaerbivori in Africa

Non furono gli antichi ominidi - in particolare i nostri predecessori in grado di realizzare strumenti - a causare l'estinzione di gran parte dei grandi mammiferi erbivori in Africa. Queste le conclusioni alle quali è giunto un nuovo studio, pubblicato su Science, che va quindi a mettere in discussione una tesi a lungo sostenuta.

Anche se oggi rimangono solo cinque specie di megaerbivori, nel passato la diversità era ben superiore. Ad esempio, tre milioni di anni fa ad Hadar, in Etiopia, il nostro celebre antenato Lucy (Australopithecus afarensis) condivideva il suo ambiente con tre specie di giraffe, due di rinoceronti, una di ippopotami, e quattro di elefanti.

"Nonostante decenni di letteratura scientifica ad affermare che i primi ominidi abbero un impatto sull'antica fauna africana, ci sono stati pochi tentativi di verificare questo scenario o di esplorare alternative", afferma il professor Tyler Faith. "Riteniamo che il nostro studio sia un importante passo in avanti per comprendere la profondità degli impatti antropogenici sulle comunità di grandi mammiferi, e fornisce una convincente controargomentazione a questi punti di vista da lungo tempo sostenuti sui nostri antichi antenati."

Il team di ricerca ha analizzato fossili provenienti da oltre 100 siti africani. Credits J. Tyler Faith

Per verificare l'impatto degli antichi ominidi, i ricercatori hanno compilato un elenco di estinzione di erbivori nell'Africa Orientale, per un periodo di sette milioni di anni e con particolare attenzione appunto ai megaerbivori. I ricercatori sostengono che a causare le estinzioni sarebbe stata soprattutto l'espansione della savana, che a sua volta sarebbe correlata a una caduta dei livelli globali di CO2 atmosferica; bassi livelli di CO2 favoriscono l'erba rispetto agli alberi, che costituivano la fonte di cibo per i megaerbivori e può anche darsi che l'estinzione di alcuni carnivori sia legata alla scomparsa delle loro prede.

Spiega ancora Faith: "le nostre analisi mostrano un declino costante e di lungo termine della diversità dei megaerbivori, a cominciare da circa 4,6 milioni di anni fa. Questo processo di estinzione ebbe inizio oltre un milione di anni prima delle prime testimonianze di antenati umani in grado di creare strumenti o di macellare carcasse animali, e molto prima della comparsa di una qualsiasi specie di ominide realisticamente in grado di cacciarli, come l'Homo erectus".

Dente fossile di ippopotamo (Hippopotamus amphibius) (a sinistra) e di rinoceronte bianco (Ceratotherium simum) (a destra), due dei pochi megaerbivori ancora esistenti, dal Tardo Pleistocene del Kenya occidentale. Credits: J. Tyler Faith

In conclusione, spiega sempre Faith, a causare l'estinzione dei megaerbivori sarebbero stati soprattutto cambiamenti climatici e ambientali, per uno studio sull'impatto sugli ecosistemi da parte degli ominidi bisognerebbe invece concentrare la propria attenzione su quelli in grado di produrli, come l'Homo sapiens.

Moeritherium, opera di Heinrich Harder (1858-1935), The Wonderful Paleo Art of Heinrich Harder

Lo studio Plio-Pleistocene decline of African megaherbivores: No evidence for ancient hominin impacts, di J. Tyler Faith, John Rowan, Andrew Du, Paul L. Koch, è stato pubblicato su Science, 23 Nov 2018: Vol. 362, Issue 6417, pp. 938-941 DOI: 10.1126/science.aau2728.


La noce moscata: un ingrediente alimentare già 3500 anni fa

La noce moscata è il seme decorticato dell'albero Myristica fragrans, originario delle isole Molucche, in Indonesia. Il nome col quale è nota da noi deriva però da quello della capitale dell'Oman, Mascate, da dove questa spezia veniva commercializzata.

Un nuovo studio, pubblicato su Asian Perspectives, ha descritto quello che sarebbe il primo utilizzo alimentare della preziosa spezia. Presso il sito di Pulau Ay si sono difatti ritrovati residui di noce moscata su frammenti ceramici, risalenti a 3500 anni fa: costituiva perciò un ingrediente alimentare ben duemila anni prima di quanto si ritenesse finora.

Il professor Peter Lape e il dottor Daud Tanudirjo al lavoro. Foto Credit: Andrew Lawless

Pulau Ay si trova nelle vulcaniche isole Banda (nel mare omonimo), che sono parte delle Molucche, a loro volta appartenenti al più vasto arcipelago malese (Insulindia). Due scavi (2007 e 2009) furono condotti qui, sotto la guida di Peter Lay, professore di antropologia dell'Università di Washington, e curatore archeologico del Burke Museum, in collaborazione con colleghi provenienti dall'Università indonesiana Gadjah Mada, dall'Università australiana del Nuovo Galles del Sud e da altre istituzioni.

Il sito di Pulau Ay fu occupato tra i 3500 e i 2300 anni fa, e vi si sono ritrovati oggetti in terracotta, strumenti litici, ossa animali, e stampi utilizzati possibilmente per la costruzione di edifici.

I manufatti provano come nel tempo gli abitanti abbiano utilizzato risorse alimentari dal mare, animali domestici e ceramiche. Nei primi 500 anni di occupazione del sito si passò da un dieta prevalentemente a base di pesce a una legata al consumo di suini domesticati. Anche le ceramiche si modificarono di conseguenza, con un incremento dello spessore delle pareti.

Frammento ceramico da Pulau Ay, con residui alimentari. Foto Credit: Peter Lape/University of Washington

Oltre alla noce moscata, sulle ceramiche si sono trovati residui di altre sei piante, compreso il sago (estratto dal midollo di piante del genere Metroxylon, Cycas e Phoenix) e l'igname viola (Dioscorea alata). Potrebbe trattarsi di piante selvatiche o anche coltivate.

L'importanza di questo sito - come spiega il professor Lape - è dunque legata al fatto che ci mostra come le popolazioni si siano adattate alla vita in queste piccole isole tropicali, oltre a un utilizzo così precoce della noce moscata, la preziosa spezia che alcune migliaia di anni dopo avrebbe cambiato il mondo e portato prestigio a queste isole.

Pulau Ay è una piccola isola, priva di acque superficiali e di mammiferi terrestri indigeni. Non sarebbe stato possibile viverci senza animali domestici o la capacità di immagazzinare acqua. Nonostante questo, doveva apparire attraente per le ricche risorse marine. Il suo abbandono, avvenuto 2300 anni fa, è ancora oggetto di indagini, e non vi sono altri siti nelle isole Banda ad esser stati popolati tra 2300 e 1500 anni fa.

Il Benteng (Forte) Nassau, costruito dagli olandesi nel 1609 sull'isola indonesiana di Banda Naira, per il controllo dei traffici di noce moscata. Foto Credit: Andrew Lawless

Lo studio New Data from an Open Neolithic Site in Eastern Indonesia, di Peter Lape, Emily Peterson, Daud Tanudirjo, Chung-Ching Shiung, Gyoung-Ah Lee, Judith Field, e Adelle Coster, è stato pubblicato su Asian Perspectives (volume 57, numeo 2, 2018, pp. 222-243, DOI: 10.1353/asi.2018.0015).


Da Blombos in Sud Africa viene il più antico disegno astratto

Il più antico esemplare di disegno astratto, realizzato con l'ocra su roccia silicea, è stato ritrovato presso il sito preistorico di Blombos, una piccola grotta presso Capo Agulhas in Sud Africa. La roccia è stata datata a 73 mila anni fa, sulla base della sua provenienza da uno strato al quale erano associati strumenti litici del tipo Still Bay.

La grotta di Blombos. Credits: Magnus Haaland

I risultati, pubblicati su Nature, sono ritenuti importanti dal team di ricercatori dietro lo studio, in quanto il disegno realizzato sulla silcrete costituirebbe un primo indicatore cognitivo e di comportamento. Con la datazione suindicata, andrebbe a precedere di 30 mila anni il più antico disegno astratto finora noto.

Foto © D'Errico/Henshilwood/Nature

A lungo gli studiosi sono stati convinti del fatto che solo l'Homo sapiens fosse in grado di realizzare simboli, ma recenti scoperte - spiega il professor Christopher Henshilwood - suggeriscono invece che la produzione e l'uso di simboli emerse molto prima, in Africa, in Asia, in Europa. Ad esempio, un'incisione è stata ritrovata su una conchiglia di bivalve di 540 mila anni fa a Trinil, Giava, mentre oggetti decorativi sono stati ritrovati in Africa e datati a un periodo compreso tra i 70 mila e i 120 mila anni prima del tempo presente. Nella Penisola Iberica si è proposto che una raffigurazione di 64 mila anni fa sia stata realizzata dai Neanderthal.

Il disegno da Blombos consta di nove linee, alcune delle quali si incrociano; il ritrovamento è stato effettuato dall'archeologo dottor Luca Pollarolo, ricercatore onorario presso l'Università del Witwatersrand.

Una delle sfide metodologiche principali per gli autori dello studio è stata quella di dimostrare che i disegni furono tracciati intenzionalmente sulla silcrete. Si trattava di linee naturali, parte della roccia? Del problema si sono occupati i membri francesi del team, specializzati nell'analisi chimica dei pigmenti utilizzati: sono giunti alla conclusione che i segni furono tracciati con uno strumento appuntito in ocra, utilizzato su una superficie precedentemente levigata.

Lo strato dal quale proviene il reperto aveva già in passato reso molti altri oggetti rivelatori di pensiero simbolico, e altri frammenti in ocra con simili incisioni. Secondo il professor Henshilwood si dimostrerebbe quindi anche la capacità di questi primi Homo sapiens di produrre disegni con tecniche e materiali diversi.

Link: CNRS; University of Witwatersrand, Johannesburg; National Geographic.

Lo studio An abstract drawing from the 73,000-year-old levels at Blombos Cave, South Africa, di Christopher S. Henshilwood, Francesco d’Errico, Karen L. van Niekerk, Laure Dayet, Alain Queffelec & Luca Pollarolo, è stato pubblicato su Nature.


Primi agricoltori in Brasile a Morro do Ouro, 4.800 anni fa?

Già 4.800 anni fa una stretta striscia costiera del Brasile meridionale era probabilmente oggetto di coltivazione di piante come la patata dolce e l'igname.

Così secondo un nuovo studio pubblicato su Royal Society Open Science, opera di un team internazionale di scienziati guidati dai ricercatori dell'Università di York, che ha preso in esame il sito di Morro do Ouro, situato nella Baia di Babitonga. Morro do Ouro è un sambaqui, cioè un deposito realizzato dall'uomo con l'accumulo di materiali organici e calcare, che va quindi incontro a una sorta di fossilizzazione chimica.

Qui aveva luogo un'economia diversificata con consumo di risorse vegetali, supportando una densa popolazione attorno a 4500 anni prima del tempo presente. La loro dieta era inaspettatamente ricca di carboidrati, una composizione unica se confrontata a quella degli altri gruppi contemporanei e successivi nella regione; gli studiosi suggeriscono perciò che qui ci si nutrisse di igname e patate dolci.

Igname selvatico, foto di Marco Schmidt [1], CC BY-SA 2.5 
Le conclusioni alle quali sono giunti gli studiosi, determinate dai risultati relativi alla dieta e ricavati dall'esame delle patologie orali, sono anche corroborate dalla presenza di strumenti litici atti alla lavorazione di materiali vegetali, e da microresti vegetali ritrovati nel tartaro degli stessi individui presenti a Morro do Ouro.

© 2018 degli autori dello studio

L'area è nota come la "foresta atlantica" del Sud America, e fino ad oggi non era stata considerata come parte della storia della prima produzione alimentare e agricola della regione, nonostante la sua ricchezza in termini di biodiversità vegetale e le prove archeologiche di una densa occupazione umana.

Questi nuovi dati suggerirebbero invece che le prime pratiche agricole avessero luogo in questa regione così come già sappiamo essere per Amazzonia e bacino del Río de la Plata.

 

Lo studio Middle Holocene plant cultivation on the Atlantic Forest coast of Brazil?, di Luis Pezo-Lanfranco, Sabine Eggers, Cecilia Petronilho, Alice Toso, Dione da Rocha Bandeira, Matthew Von Tersch, Adriana M. P. dos Santos, Beatriz Ramos da Costa, Roberta Meyer, André Carlo Colonese, è stato pubblicato su Royal Society Open Science.


Cassano all’Ionio: recupero reperto “Bifacciale”

Recupero reperto “Bifacciale”

Museo Nazionale Archeologico della Sibaritide – Cassano all’Ionio (Cosenza)

Il patrimonio storico, artistico, culturale e ambientale è il centro intorno al quale si costruisce e si raccoglie l’identità  e l’unità  di un popolo. È questo il principio alla base dell’attenzione sempre più crescente nei confronti di una vera e propria cultura della restituzione, cioè quell’attenzione e cura da parte delle istituzioni e dei singoli verso la necessità di restituire alle comunità di appartenenza quei reperti archeologici detenuti in maniera lecita o illecita.

È in quest’ottica che il 25 settembre 2017 il Museo Archeologico della Sibaritide si vede restituire un reperto di straordinaria importanza proveniente da un’area dell’alta valle del fiume Coscile, nel comune di Castrovillari: un grande bifacciale amigdaloide databile al Paleolitico Antico.

Era il 1991 quando ebbero inizio i primi studi sul sito paleolitico antico dell’alto Coscile e il sito di Celimarro, nel comune di Castrovillari, a seguito di segnalazione da parte del dott. Giuseppe Lanza di Castrovillari, grande conoscitore e amante della propria terra, che si trovava in loco a svolgere rilievi geologici con l’equipe del prof. Ernesto Cravero del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del territorio dell’Università Federico II di Napoli.

In seguito, i numerosi reperti rinvenuti sono stati ampiamente studiati dall’equipe del Prof. Francesco Fedele del dipartimento di Paleontologia dell’Università Federico II di Napoli, il quale li ha custoditi per motivi di studio, sotto autorizzazione dell’allora Soprintendente ai Beni Archeologici della Calabria, fino al 1997.

Tali reperti furono riconsegnati al Museo della Sibaritide il 16 gennaio 1998 per mano del dott. Giuseppe Lanza. Mancava però un reperto, forse il più importante: il grande Bifacciale. In una nota del Dipartimento di Paleontologia dell’Università di Napoli si precisava che tale reperto fosse ancora in possesso del prof. Cravero per motivi di studio.

Negli anni successivi si persero le tracce del reperto finché nell’aprile 2017 il Museo Archeologico della Sibaritide, nella persona della direttrice Dott.ssa Adele Bonofiglio, Polo Museale della Calabria, nella persona della direttrice Dott.ssa Angela Acordon, congiuntamente al Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza, attivano le procedure per il recupero e la restituzione di questo importante reperto.

È doveroso dunque porgere un grande ringraziamento all’Arma dei Carabinieri, in particolare al Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza il quale agisce in modo tempestivo e solerte per il recupero del nostro patrimonio storico artistico e culturale. Da anni lavora a stretto contatto con le istituzioni culturali ed in particolare con il Museo della Sibaritide, con il quale vi è uno stretto rapporto di fiducia e collaborazione per tutte le attività di ricerca, studio, recupero e restituzione dei beni appartenenti all’intero territorio della Sibaritide.

Il ringraziamento va inoltre esteso al dott. Giuseppe Lanza, sempre attento e pronto ad intervenire con il proprio aiuto in occasioni che riguardano la salvaguardia dell’identità culturale del proprio territorio.

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