Il Giappone e l’Occidente: riflessioni dalle stampe di Hokusai, Hiroshige, Hasui

Il Giappone è di moda. Non vi è strada a Parigi che non abbia la sua boutique di “giapponerie”; non vi è boudoir o salotto di bella donna che non sia strapieno di oggetti giapponesi.” Questo è quello che scriveva Guy de Maupassant in un articolo del 3 dicembre 1880 su “Le Gaulois”, facendo riferimento ad un mondo occidentale ormai invaso dalla raffinatezza e delicatezza artistica di un paese conosciuto pochi anni prima. Era solo il 1853 quando gli Stati Uniti costrinsero il Giappone ad aprire le porte al commercio con l’Occidente, ma da quel momento quello che doveva inizialmente essere una manovra economica si rivelò presto un fenomeno di enorme portata artistica. La scoperta dell’arte giapponese ebbe un tal influsso in Europa che sembrava ormai impossibile per gli artisti occidentali più all’avanguardia non prendere a modello quelle stampe portatrici di novità. Non è un caso trovare, sia in maniera diretta che indiretta, l’influsso di quest’arte nei pittori dell’Europa moderna: opere come Il ritratto di Zola di Manet o come il Père Tanguy di Van Gogh mostrano come gli artisti si appropriano, anche attraverso la copia, di un nuovo modello artistico. La conoscenza dell’arte giapponese, non solo attraverso stampe ma anche ceramiche, lacche e tessuti, arriva in Europa con le grandi esposizioni universali come quella del 1862 a Londra e da lì ai negozi come La porte Chinoise di Parigi o lo stesso negozio di pittura di Père Tanguy, mete privilegiate di artisti impressionisti e postimpressionisti.

Hokusai, la grande onda presso la costa di Kanagawa, 1830-31

Hokusai, Hiroshige, Utamaro, Eisen e poi Hasui sono solo alcuni degli artisti che meglio rappresentano l’arte delle stampe tanto amate in Occidente. Dalle vedute di Edo (Tokyo), ai paesaggi della campagna che cambiano al variare delle stagioni, ai luoghi reali e immaginari, gli artisti trasportano su carta un mondo con una luce da fiaba, senza ombre, con un’arte così ingenua ma allo stesso così viva. Le parole di Van Gogh son forse le migliori per descrivere in maniera chiara e diretta l’arte del Sol Levante: “il Giapponese fa astrazione del riflesso e pone le tinte piatte uno accanto all’altra, e movimenti o forme sono fissati con tratti caratteristici” (Van Gogh, Lettera a Bernard, 6-11 giugno 1888).

Hokusai, Onakatomi no Yoshinobu Ason, 1835-36 (dalla serie Cento poesie per cento poeti in Racconti illustrati della balia)

Andando oltre la raffigurazione di geishe, cortigiane, attori kabuki, Hokusai e Hiroshige sono i primi artisti giapponesi che legano le proprie immagini alla realizzazione del paesaggio. Il primo è Hokusai, negli anni ’30 dell’800, con il ciclo di vedute del monte Fuji, dalla Grande onda presso la costa di Konagawa al Fuji Rosso. Egli unisce il paesaggio reale al paesaggio fantastico come nel ciclo Cento poesie per cento poeti in Racconti illustrati della balia o Specchio dei poeti cinesi e giapponesi, due raccolte di silografie in cui l’artista ricostruisce una visione del paesaggio letteraria e idealizzata sulla base delle poesie dei poeti. Hiroshige parte da Hokusai per sviluppare la propria ricerca artistica del paesaggio in due direzioni che trovano soluzione nell’utilizzo del formato verticale. Egli è infatti il primo a determinare un rapporto armonico tra le figure e il paesaggio, unendo la figurazione in primo piano con l’immagine paesistica che funge da sfondo spaziale alla scena. Le immagini di Hiroshige, nuove ma allo stesso tempo legate alla lezione di Hokusai, spaziano dagli eventi climatici, agli animali, ai notturni, alle vedute di città. In esse l’artista accentua una visione dello spazio e dei tagli prospettici estremizzando l’artificio che unisce il primissimo piano e l’orizzonte, ponendo strutture architettoniche o elementi naturali che fanno della visione un rapporto tra interno ed esterno, tra presenza e distanza che sollecita in maniera diretta l’osservatore. Ciò è visibile in silografie come I depositi di bambù e il ponte Kyobashi, I ponti Nihonbashi ed Edobashi e ancora in Ushimachi nel quartiere di Takanawa. Questa percezione dell’immagine non sembra poi così distante da quella che metteranno in atto gli impressionisti, i quali tagliano gli oggetti o figure come se colti da un’angolazione periferica trasmettendo una percezione improvvisa e casuale, come se si volesse cogliere un particolare in movimento e avvicinando così la scena allosservatore. Dalla Modista e dai Musicisti all’Opera di Degas ai suoi pastelli di nudo, dal Notturno: blu e oro. Old Battersea Bridge di Whistler al Ponte di Giverny di Monet, il taglio di immagine “alla giapponese” sembra aver ormai influenzato gli artisti occidentali.

Hokusai Hiroshige Hasui Pinacoteca Agnelli Torino
Hokusai, il Fuji rosso, 1830-31

L’influenza non è tuttavia unidirezionale ma è reciproca; sintomo di questo fecondo scambio sono le stampe di Hasui. Artista successivo, operante tra la fine del ‘800 e la prima metà del ‘900, egli aggiunge ulteriori tonalità ai colori puri delle policromie di Hokusai e Hiroshige date dalla sovrapposizione di colori, che trasmettono in maniera ancora più suggestiva la luce e l’atmosfera dei luoghi. Anche nella composizione l’influenza occidentale si manifesta a partire dall’utilizzo del formato circolare come Crepuscolo a Yanaka, dalla veduta “dal vero” del monte Fuji nei pressi di Susono, fino alla composizione a griglia in Hinomisaki a Izuno, già in parte sviluppata da Hiroshige in opere come Kamata. Il giardino di susine, che ricordano le serie di Pioppi di Monet o il Bosco di betulle di Klimt.

Hokusai, l’altro lato del Fuji dal fiume Minobu, 1830-31

Su queste considerazioni si sviluppa la mostra Hokusai, Hiroshige, Hasui presso la Pinacoteca Agnelli di Torino. Un percorso costruito tramite la raccolta di oltre cento silografie provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston, con la volontà di accompagnare il visitatore in un viaggio nei luoghi più suggestivi del Giappone, raccontando la produzione artistica, la cultura, la società di un paese soggetto al cambiamento imposto dalla Restaurazione Meiji e dal contatto con l’Occidente. Con la divisione in quattro grandi sezioni tematiche che vanno dalle vedute della città Edo, ai luoghi della poesia fino ai paesaggi del Giappone all’ombra del sacro monte Fuji, la produzione artistica dei tre grandi maestri dell’arte giapponese viene analizzata nella sua produzione silografica di paesaggi, trasmettendo quella raffinatezza del tratto incisorio e del colore che ancora oggi affascina l’osservatore occidentale.

Hokusai Hiroshige Hasui Pinacoteca Agnelli Torino
Locandina della mostra Hokusai, Hiroshige, Hasui presso la Pinacoteca Agnelli di Torino

 

Ove non indicato diversamente, le foto dalla mostra Hokusai, Hiroshige, Hasui sono di Gabriella Vitali.


Il Museo Egizio apre al pubblico le nuove sale dedicate alla propria storia

A meno di cinque anni dall’aprile del 2015, quando fu svelata al pubblico la nuova configurazione del Museo Egizio, frutto dell’imponente opera di rifunzionalizzazione che ne aveva trasformato gli spazi e ripensato la disposizione della collezione, le superfici all’interno dell’ex Collegio dei Nobili si arricchiscono oggi di un ulteriore e significativo ampliamento del percorso espositivo. Si tratta di un importante intervento strutturale, realizzato nel corso dell’autunno, che ha per protagoniste le cosiddette “sale storiche” con cui i visitatori iniziano il percorso al piano ipogeo, laddove l’itinerario alla scoperta dell’antico Egitto è introdotto da un racconto sulle origini del Museo stesso. Una narrazione proposta ora in una modalità rinnovata, approfondita e interattiva, grazie al completo riallestimento che ha articolato tale area in cinque inediti ambienti, uno dei quali destinato ad ospitare la fedele ricostruzione di una sala così come si presentava nell’800.

La costante opera di ricerca e di indagine che caratterizza l’attività scientifica dell’equipe del Museo Egizio, negli ultimi anni ha intensamente coinvolto anche l’ambito archivistico, offrendo, fra gli altri, elementi utili a meglio tratteggiare le vicende storiche dell’istituzione culturale torinese, nonché a rileggere pagine dell’egittologia che l’hanno vista al centro della scena fin dall’800. Nasce da qui il bisogno di dare un’altra forma e, soprattutto, maggiore sostanza a queste sale, fornendo una esaustiva e articolata risposta al quesito che inevitabilmente ci si pone varcando la soglia dell’edificio al numero 6 di via Accademia delle Scienze: perché il Museo Egizio è a Torino?

Descrivere la storia del Museo Egizio significa ripercorrere un cammino che muove i suoi passi iniziali circa 400 anni fa, quando le prime antichità egizie approdano a Torino per volere dei sovrani di Casa Savoia, alla ricerca di ciò che oggi definiremmo uno “storytelling”, radicato nel mito, che ne legittimasse il potere. Un ruolo, quello della monarchia sabauda, che sarà poi determinante nel 1824, con la decisione del Re Carlo Felice di acquistare la collezione Drovetti, facendone il nucleo fondante del Museo, che nasce così in quello stesso anno.

Il nuovo percorso storico è stato modellato attorno agli studi condotti all’interno del Museo Egizio dal curatore Beppe Moiso e dall’archivista Tommaso Montonati ed è impreziosito e reso di agevole fruizione da un raffinato progetto di comunicazione visiva, realizzato dagli uffici del Museo in collaborazione di Nationhood per i prodotti multimediale, con il ricorso a immagini d’archivio - antiche litografie, stampe e fotografie d’epoca - nonché a una serie di video e supporti digitali che si incontrano esplorando le cinque sale.

Alla prima di esse spetta il compito di illustrare la fase in cui tutto ebbe inizio, a partire dalle ragioni del rapporto tra Torino e l’antico Egitto. Un’introduzione affidata ai depositari di questa vera e propria epopea, ossia quei reperti giunti da antesignani sulle rive del Po: ad accogliere il visitatore nella nuova area è l’imponente statua di Ramesse II, dopo la quale si svelano la Mensa Isiaca, pregevole tavola metallica di provenienza romanica, e via via gli altri reperti che testimoniano la genesi della collezione, fra cui la riproduzione della testa con segni cabalistici, visualizzata in 3D su un apposito schermo, conservata ai Musei Reali, presso il Museo di Antichità di Torino.

Il cammino prosegue poi, dopo aver approfondito il fondamentale contributo delle figure chiave di Vitaliano Donati e Bernardino Drovetti, tratteggiando lo sviluppo della “Egittomania” in epoca Napoleonica, nata sull’onda della spedizione lungo il Nilo delle truppe francesi, che lo stesso Bonaparte aveva voluto fossero affiancate da oltre 150 Savants, studiosi di varie discipline provenienti dalle Università francesi, con una decina di disegnatori. Proprio il lavoro di questi ultimi, confluito negli undici volumi della famosa Description de l’Ègypte, viene qui messo a disposizione del pubblico in formato digitale, per mezzo di un monitor touchscreen che consente di scorrerne le pagine della seconda edizione, stampata tra il 1821 e il 1829.

Sulla parete opposta allo schermo si estende il suggestivo e scenografico riallestimento del libro dei morti di Iuefankh, papiro la cui lunghezza sfiora i 19 metri, esposto corredato da un apparato infografico che ne percorre e descrive minuziosamente l’intero sviluppo, sulla base degli studi compiuti dalla curatrice e filologa del Museo, Susanne Töpfer, consentendo al visitatore di osservare da vicino e comprendere i disegni e le formule che compongono questo straordinario reperto.

Nella prosecuzione del percorso espositivo numerosi sono gli elementi che restituiscono il clima del tempo, e il fervore sviluppatosi attorno all’antico Egitto e ai suoi reperti in quegli anni pionieristici per l’egittologia: in tal senso, di particolare interesse appare l’inedita sezione dedicata al contesto europeo ed egiziano, che permette di comprendere in che modo la collezione torinese si inscriva entro un quadro più generale di grande interesse per la nascente disciplina. Ma altrettanto fondamentale per comprendere il Museo Egizio risulta essere la conoscenza di fasi storiche dense di entusiasmo, come accade con il racconto della M.A.I. - Missione Archeologica Italiana in Egitto e della direzione di Ernesto Schiaparelli, oppure il ricordo di momenti cupi quali gli anni del Fascismo e l’impatto sul Museo della Seconda Guerra Mondiale.

Entrare in una sala del Museo Egizio dell’800

 Uno degli aspetti che si è inteso approfondire, nell’ottica di offrire al pubblico un’esperienza immersiva reale, è quello relativo alla storia delle modalità espositive della collezione egittologica torinese, della loro evoluzione nel tempo: per introdurre il visitatore nell’autentica atmosfera ottocentesca e far meglio comprendere l’aspetto del Museo di allora, è stata realizzata una sala che riproduce puntualmente l’allestimento di quegli anni, che rende più che mai evidenti il gusto e i canoni museali dell’epoca. In quel periodo le antichità in pietra e le statue erano collocate al piano terreno dell’edificio, come documentato da un acquerello di Marco Nicolosino, mentre il resto stava ai piani superiori, come invece illustrano le due tele di Lorenzo Delleani, rispettivamente del 1871 e 1881, che immortalano due momenti allestitivi distinti con vetrine di tipo diverso.

https://www.youtube.com/watch?v=GF91kYKEiVE

La ricostruzione storica ha pertanto preso a modello proprio la testimonianza pittorica del 1871: al piacevole disordine che caratterizza l’ambiente, ancora inteso quale luogo di studio più che sala museale, con reperti sparsi sul pavimento, si contrappongono severe vetrine a parete ingentilite da una delicata colorazione pastello; in alcuni casi sono esposte le medesime antichità, nel tentativo di trasmettere al visitatore il fascino di vivere la stessa esperienza di chi lo ha preceduto di 150 anni.  Gli oggetti sono sistemati all’interno di alcune vetrine ottocentesche e, come allora, sono privi di didascalie, segno di una fruizione ancora riservata a pochi.  Il centro della sala ospita una vetrina storica con all’interno il Canone Regio, un preziosissimo papiro che ha contribuito alla ricostruzione della cronologia egiziana antica. A fianco una mummia ancora completamente bendata all’interno del suo sarcofago. Tutto intorno altre teche, appartenenti al primo allestimento, contengono oggetti di culto e di uso quotidiano. Una parete intera è dedicata all’esposizione delle stele funerarie, in pietra e in legno. È infine possibile vedere - grazie al prestito dei Musei Reali di Torino - una selezione delle oltre 3000 medaglie e monete di epoca tolemaica e romana facenti parte della collezione riunita da Bernardino Drovetti.

Evelina Christillin, presidente del Museo Egizio

“Dopo quasi 200 anni di storia il Museo Egizio continua a caratterizzarsi come un’istituzione dinamica e in continuo fermento. Il riallestimento delle sale che introducono la visita con il racconto delle origini di questa collezione, costituisce un’occasione preziosa per riscoprire e approfondire le profonde connessioni tra la storia di questo luogo e quella del territorio che lo ospita, nonché a collocarla all’interno del più generale contesto socio-culturale nazionale e internazionale. Un progetto particolarmente significativo lungo il percorso di avvicinamento al bicentenario del Museo Egizio che celebreremo nel 2024 e per il quale siamo già all’opera per sviluppare un’opportuna concertazione con il Mibact, la Soprintendenza, gli enti del territorio e gli altri soggetti coinvolti”.

 Christian Greco, direttore del Museo Egizio

“L’esigenza di intervenire sull’assetto espositivo a meno di cinque anni dal riallestimento della collezione pone le sue basi nella natura stessa di un museo e dell’Egizio in particolare: questo è un luogo vivo, in continuo divenire, che muta e si evolve in virtù dei risultati della ricerca e del suo essere parte attiva della comunità. Cambiare e adeguare sé stessi è quindi una naturale vocazione per un’istituzione come la nostra”. “Per questo importante progetto la ricerca rappresenta ancora una volta il punto di partenza per la nostra attività espositiva. Grazie al lavoro svolto dai nostri curatori sugli archivi, infatti, il nuovo percorso espositivo sviluppa ed espande la narrazione sulla storia del Museo, con elementi utili a rappresentare il contesto culturale al cui interno si è sviluppata. Tale scelta ha permesso di affiancare alla narrazione principale altre storie, che finora non erano state approfondite all’interno dell’esposizione, che, tra l’altro, contribuiscono a inserire la vicenda torinese nel quadro più complesso della realtà egiziana ed europea”.


Pittore di Himera

I risultati di un'innovativa ricerca sulla ceramica a figure rosse siceliota

I risultati di un'innovativa ricerca sulla ceramica a figure rosse siceliota

Pittore di HimeraL’ultimo lavoro di Marco Serino, assegnista presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino, rappresenta il risultato di un’ampia analisi condotta sulla produzione di ceramica a figure rosse protosiceliota; un prospetto che ben si è inserito nel progetto dell’Università di Palermo che, a partire dagli anni ’80, sta procedendo con la revisione critica e sistematica dei contesti scavati nel decennio 1963-1973.

Il volume si colloca all’interno della collana diretta da Helga Di Giuseppe, dedicata alla saggistica archeologica dedicata alla produzione artigianale (dalla preistoria al medioevo), e rappresenta il risultato di uno studio sistematico condotto su un lotto di materiale ben circoscritto e definito, quello del materiale proveniente dagli scavi sul pianoro di Himera. Il lavoro in questione ha consentito anzitutto una puntuale visione globale di questa particolare produzione artigianale fino alla ridefinizione di numerose questioni dibattute da decenni inerenti alla sopracitata produzione artigianale.

Produzione, contesto e mercato di questa peculiare produzione vengono analizzati dall’autore attraverso il caso ancora piuttosto “sfuggente” del Pittore di Himera, una produzione “eccezionale” se si considerano i pochi casi di rinvenimento pertinenti a contesti abitativi, non così frequenti in ambito siciliano e magnogreco.

Il libro è infine corredato da un preziosissimo catalogo di tutti i vasi trattati nel testo, con un ricco apparato grafico e fotografico, il quale consente al lettore di avere sempre a disposizione un riscontro visivo.

Il lavoro scaturisce da stimolanti riflessioni sia critiche che metodologiche nate nella cosiddetta era post-Trendall; la classificazione di quest’ultimo, nonostante costituisca tutt’oggi un punto di partenza fondamentale, viene qui integrata dall’autore da numerosi altri elementi che consentono di ridefinire alcune problematiche legate alle prime produzioni siceliote a figure rosse (oggetto di controversi e stimolanti dibattiti da decenni). I nuovi dati forniti dall’analisi stilistica ed iconografica, con una particolare attenzione ai contesti di rinvenimento, corredata da un’analisi attenta e puntale sulla circolazione di questi prodotti in Sicilia e Magna Grecia, forniscono una serie di nuove informazioni che sono state, dove lo si è ritenuto possibile, correlate e reinterpretate.

La struttura del volume è di particolare interesse: riflette infatti differenti tipi di approccio metodologico applicati allo studio sistematico della sopracitata classe di materiali; questo consente non solo di arrivare a conclusioni indipendenti ed autonome tra di loro, ma anche di ottenere una rete di informazioni più generale, contribuendo in questa maniera alla formulazione di nuove ipotesi inerenti alle dinamiche che hanno portato alla nascita delle prime officine in Occidente.

Dopo una interessante introduzione relativa alla storia degli studi (legata anche alle produzioni isolane), il libro procede con la rilettura dei dati quantitativi e distributivi della ceramica a figure rosse (sia attica che occidentale) circolante in Italia e in Sicilia nella seconda metà del V sec. a.C.,

dalla quale scaturiscono numerosi ragionamenti riguardo alle dinamiche sociali, commerciali e artigianali che influenzarono la nascita di queste produzioni nelle varie aree della Sicilia e della Magna Grecia. Non manca una preziosissima panoramica di tutte le tradizioni produttive protosiceliote.

Il fulcro è senza dubbio costituito dal capitolo dedicato alla bottega del Pittore di Himera, nel quale l’autore analizza in maniera puntuale caratteristiche formali e disegnative, fino ai particolari stilemi della bottega.

Il palinsesto delle scene prese in esame dal punto di vista iconografico consente infatti di cogliere uno spaccato ricco e affascinante del fervore culturale del mondo greco coloniale del V sec. a.C.

L’analisi morfologica dei vasi in studio (approccio spesso trascurato in questo settore degli studi) viene sviscerata dall’autore nel VI capitolo, consentendo al lettore di cogliere una panoramica generale delle tradizioni morfologiche protosiceliote.

E ancora, anche grazie all’ultimo capitolo, l’attento approccio al dato contestuale dei singoli casi di rinvenimento consente non solo di confermare la cronologia ante 409 a.C. della bottega imerese, ma anche di proporre nuove letture, soprattutto in riferimento al ruolo delle “case sacre” all’interno degli isolati abitativi delle poleis di Magna Grecia e Sicilia.

Questo libro è infine da ritenersi un prezioso contributo allo studio dell’antica comunità imerese, e ai suoi rapporti in relazione ai coevi insediamenti di Magna Grecia e Sicilia, all’interno di quello scorcio di secolo che segnò la fine della vita, breve ma florida, della colonia calcidese.

Abbiamo posto alcune domande all’Autore sul suo volume:

Com’è nato il tuo approccio alla ceramica figurata? Quali sono state le tue prime esperienze di studio su questo materiale?

Diciamo che il mio rapporto con la ceramica a figure rosse parte da molto lontano. Ho iniziato ad interessarmi a questo materiale fin dai primi anni dell’Università, attratto dall’enorme potenziale comunicativo che le immagini sui vasi potevano offrire. Ho lavorato sulla ceramica siceliota per la tesi di laurea specialistica e poi ho proseguito nel solco di questi studi anche durante il mio dottorato di Ricerca.

Sono state tutte occasioni cruciali e determinanti per la mia formazione sul campo perché ho avuto modo di lavorare direttamente sul materiale, toccando con mano i vasi figurati. Poterli riprodurre graficamente con i loro esatti profili e riuscire a visionarli direttamente a pochi centimetri dal proprio naso, con lenti d’ingrandimento e con la giusta luce (e fotografarli in alta definizione!) è stata un’esperienza unica che mi ha permesso di apprezzare dettagli che soltanto attraverso lo studio diretto dei materiali archeologici si possono veramente comprendere.

Dopo il dottorato ho avuto la fortuna di vincere un’importante borsa di studio per poter andare in Australia e consultare l’importantissimo Archivio Trendall, a LaTrobe University, Melbourne. Qui ho potuto mettere mano su fotografie di vasi inediti e conservati ancora in collezioni private sparse per il mondo, nonché confrontarmi con alcuni tra i massimi studiosi di figurata al mondo.

E com’è stato lavorare nello stesso ambiente in cui ha lavorato Arthur Dale Trendall?

Non solo ci ha lavorato, ma lo ha costruito dal nulla. Era la sua residenza privata all’interno del campus universitario, che lui decise di adibire ad archivio personale, dove poter conservare tutta la sua documentazione fotografica, che è davvero sterminata. Lavorare in quell’ambiente ti permette di immergerti in un mondo a parte e, soprattutto, di avere a disposizione tutti gli strumenti per l’analisi e lo studio del materiale figurato concentrati in pochi metri quadri, attorno a te: un aspetto logistico da non sottovalutare nel percorso di un ricercatore.

Tornando al tuo volume, quanto tempo hai impiegato per scriverlo?

Beh, considerando che ho iniziato a lavorarci nel 2010, al primo anno di dottorato (concluso a marzo del 2013), direi all’incirca 9 anni! Ovviamente nel mentre ho lavorato ad altri progetti, scritto articoli e partecipato a convegni internazionali qua e là, ma il lavoro di aggiornamento, di revisione e di controllo del manoscritto è stato costante e sistematico dal 2013 fino agli inizi del 2019. Credo che sia normale; è giusto che i lavori di ricerca abbiano un periodo di “decantazione”; la possibilità di riprenderli e rileggerli dopo qualche tempo ti permette di avere una visione critica e di mettere a punto alcuni passaggi, anche magari alla luce degli aggiornamenti bibliografici e delle novità emerse da studi collaterali che nel frattempo sono stati pubblicati. Inoltre, poter partecipare a convegni internazionali mi ha permesso di incontrare studiosi ed esperti del settore con cui nel frattempo ho potuto confrontarmi. Lo scambio di opinioni e di idee tra ricercatori è fondamentale per migliorare il proprio lavoro. Spero davvero di essermi ricordato di ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa pubblicazione, a vario ordine e grado, nella sezione dei “ringraziamenti” del libro!

Pittore di HimeraQuali sono i tuoi auspici rispetto al proseguo e al futuro della ricerca in questo particolare ambito di studi?

Una cosa in cui credo molto è l’approccio ‘integrato’, che ho provato a proporre per questo studio e che spero possa essere utilizzato per qualsiasi altro studio sulla ceramica figurata in futuro. Ormai la comunità scientifica ha acquisito una sensibilità metodologica importante su questi aspetti. Sono stati fatti importanti passi avanti negli ultimi anni e sono diversi i lavori che integrano all’analisi stilistica, lo studio accurato delle iconografie e delle strategie iconografiche all’interno delle varie produzioni, l’analisi quantitativa e l’elaborazione distributiva dei prodotti, nonché la revisione dei contesti di rinvenimento e il controllo delle cronologie assolute. Un ulteriore aspetto su cui penso davvero che in futuro occorrerà focalizzarsi in maniera decisiva è la questione della mobilità artigianale. Bisognerà cercare di comprendere meglio le modalità e le dinamiche di spostamento di pittori e maestranze che, io credo, dovevano essere assai più ‘mobili’ e itineranti di quanto oggi possiamo pensare.

Progetti futuri?

Ne ho uno in corso molto bello, a parer mio, con l’Università di Oxford, sempre riguardante la figurata, ma questa volta quella prodotta in Attica. Fino a marzo sono di istanza in Inghilterra per lavorare coadiuvato dal materiale messo a disposizione da un altro grande archivio ceramografico, il Beazley Archive. Mi sto occupando principalmente di rintracciare eventuali ‘contatti’ tra i Pittori attici e le prime botteghe siceliote, per cercare di capire se è possibile ricostruire una qualche filiazione diretta (o indiretta ma comunque ben delineabile) tra produzione attica ed esperienze magnogreche e siceliote. Le suggestioni e le potenzialità in questo senso sono davvero molte!

 

Tutte le foto sono state cortesemente fornite dall'Autore


Alla faccia di Leonardo: a Torino l’esposizione che indaga i “volti del genio”

Leonardo i volti del genio

Mattoni e pietra. Angoli e feritoie. In mezzo a Torino la cittadella pare una piccola navicella spaziale, spiazzante come un’installazione contemporanea. Fuori luogo.

Un elegante quartiere tardo-ottocentesco, una manciata di edifici razionalisti hanno pian pian circondato quello che rimane della previdente belligeranza sabauda. Che pensa prima a difendere la città che a costruirsi una residenza quando, sul finire del Cinquecento, fa di Torino appena strappata ai francesi la nuova capitale del ducato.

Bravi con le armi, bravi con i matrimoni: per questo saranno ricordati i Savoia. E se lo sfarzo dei legami internazionali ha modellato la città di epoca barocca, la virtù militare è stata abilmente nascosta, come le macchine di scena in teatro. Poter di nuovo visitare il mastio tardo-cinquecentesco, dopo anni di chiusura, ci lascia ritrovare una bellezza che viene dal saper fare, dal pragmatismo e dalla passione per la conoscenza, una bellezza che ancora oggi fa parte della cultura torinese e che sarebbe piaciuta tanto a Leonardo.

Sono passati tondi tondi cinquecento anni dalla morte di questa strana figura di intellettuale, tanto insolita e sfuggente che ancora cerchiamo di indagarlo, capirlo, definirlo. Dargli una faccia.

Solo che dargli una faccia è terribilmente difficile. Così come interpretare la fascinazione che oggi le sue opere producono e qualificare il suo lavoro. Ci prova per l’ennesima volta l’esposizione aperta al Mastio della Cittadella a partire da sabato scorso e fino a maggio 2020.

Un percorso singolare, che ereditiamo da Madrid e che ha l’indubbia qualità di raccontare tanto del pubblico di Leonardo, più che dell’artista stesso.

L’intenzione dichiarata dal curatore è quella di indagare l’uomo, oltre il “genio”. Eppure la parola incriminata è quella che ricorre ossessivamente in tutta il percorso. E, se mi permettete, è quella che mi sforzerò di evitare.

L’esperienza che viene offerta sfugge a facili categorizzazioni: una mostra? Non direi. Oggetti o testimonianze originali sono davvero scarsi, eccezion fatta per un certo numero di buone edizioni storiche di testi su Leonardo.

Piuttosto si tratta di un enorme apparato didattico senza opere. Pannelli, gigantografie, riproduzioni di macchine raccontano la carriera di Leonardo.

Una specie di manuale di scuola superiore attraverso cui passeggiare. Nulla di sgradevole o di drasticamente sbagliato. Ma nulla di più.

Senza considerare che nulla di quanto affermato viene approfondito, contestualizzato o problematizzato. Perché capire l’approccio di Leonardo alla scienza, alle macchine, alla pittura, e la relazione che era in grado di stabilire tra tutte queste cose, richiederebbe ben più di un paio di pannelli didattici. Ma per il “grande pubblico”, soprattutto fuori dall’Italia, queste informazioni paiono essere meno scontate di quanto si possa pensare. E se il mistero di Leonardo stesse tutto qui? Nel fatto che di lui si sa poco, persino di quello che si sa già?

Per fortuna l’allestimento della cittadella offre tanto spazio, che verrà animato da un susseguirsi di iniziative; nella serata inaugurale un acrobata si esibisce in un numero dentro il cerchio, omaggio all’uomo vitruviano (e perfetta dimostrazione che l’invenzione leonardesca è pura astrazione, dal momento che l’acrobata per tutto il tempo tiene le ginocchia piegate). Se questo contorno didattico è solo un preambolo per contestualizzare eventi e performance, beh, potrebbe funzionare.

Come potrebbe funzionare la domanda intorno a cui ruota la seconda parte dell’esposizione: che faccia aveva Leonardo?

Sembra una domanda frivola? Insomma, forse, vediamo. Certo è curioso che davvero non sappiamo che faccia avesse. Lo ipotizziamo; abbiamo indizi per farlo. Il Platone che Raffaello raffigura nelle Stanze Vaticane ha la faccia di Leonardo? Vasari gli attribuisce “straordinaria bellezza fisica”, ma così è un po’ vago.

Il percorso ci guida alla scoperta dei tipi iconografici attraverso cui il passato ci restituisce “il volto del genio”: tutti piuttosto simili tra loro, a onor del vero. Capelli lunghi da filosofo antico, aspetto curato e piacevole. Proprio come Leonardo avrebbe voluto lo immaginassimo.

Il volto di Leonardo sfugge, e noi che viviamo di selfie e auto-rappresentazioni non possiamo rassegnarci. Così ci entusiasmiamo e interroghiamo sulla star di questa mostra: la tavola lucana.

Leonardo i volti del genio

L’unico vero oggetto in esposizione è una tavoletta in legno su cui è dipinto un ritratto, che somiglia molto alla fisionomia che la tradizione attribuisce a Leonardo. Si tratta di una scoperta relativamente recente: individuata una decina d’anni fa in una collezione privata ad Acerenza, ha subito destato curiosità.

Ne sappiamo pochissimo: il legno su cui è dipinta può essere datato a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Certo, seppur ben chiusa in un cubo di plexiglass, una cosa mi sentirei di affermarla con certezza: non si tratta di un autoritratto autografo di Leonardo. A me non parrebbe neppure un’opera cinquecentesca.
Pennellate pesanti e uniformi sono quanto di più lontano si possa immaginare dallo “sfumato” caratteristico della tecnica leonardesca. Citando Montanari “se scambiare il Cristo Gallino per un Michelangelo era come confondere un leone con un gatto, scambiare la tavola di Acerenza per un autoritratto di Leonardo equivale a prendere una bicicletta per una portaerei”.

Però ci si diverte: a pensare che ancora oggi non sappiamo rassegnarci a conoscere Leonardo dalle sue opere e non dal suo aspetto. A immaginare quanto bene Leonardo abbia costruito il mito di sé e del suo volto, tanto da farci credere quello che voleva lui, cinquecento anni più tardi.

Che faccia aveva Leonardo? Mi piace pensare che la faccia che gli abbiamo attribuito sia una sua opera, forse la più riuscita.

Leonardo i volti del genio

 

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restauro Cappella Sindone

Torino in una pioggia d’oro: premiato il restauro della Cappella della Sindone

Il restauro della Cappella della Sindone ottiene lo European Heritage Award

 

Palazzo Reale - Cristalli nella Galleria del Daniel

 

22-11-19: la città in capslock. Maiuscola, superlativa, Torino accoglie un premio prestigioso e meritato.

Piove una pioggia spietata, che rende Piazza Castello ancora più luccicante nello sfolgorio delle luci quasi-natalizie. Le persone si mettono in fila, anche se è buio, anche se fa freddo, anche se l’ora sarebbe quella di cena.
Non spingono, non si indispettiscono per un po’ di attesa, chiacchierano allegramente.

Quando la cerimonia, tenutasi nella Sala degli Svizzeri di Palazzo Reale, con cui si festeggia il Premio Europa Nostra 2019 (ritirato a Parigi il 29 ottobre scorso, per il recupero della Cappella della Sindone) si conclude il pubblico sciama dentro al Palazzo. Vivace e composto, curioso anche quando poco preparato, tono di voce adeguato e mani miracolosamente lontane da quanto non deve essere toccato.
Quasi si sentisse parte di quell’atmosfera festante ma cerimoniosa.

restauro Cappella Sindone
La cupola della Cappella della Sindone - Guarino Guarini

D’altronde i torinesi alla Cappella della Sindone sono legati in modo profondo. Hanno vissuto con dolore l’incendio, e con partecipazione i pur lunghissimi lavori di restauro.
Affrontati tra mille difficoltà tecniche (l’inafferrabile prassi architettonica di Guarini, che architetto non era, la difficoltà a reperire i materiali storici) e le solite lungaggini burocratiche. Il risultato è proprio quello che mi aspettavo: rigore scientifico scaldato da una spinta ideale, come tipico di questa città.

La cupola di Guarino Guarini splende, e restituisce in modo davvero efficace il contrasto tra la parte bassa, ricoperta di marmi neri, e la vertigine matematica della sequenza di archi sovrapposti che risucchia l’occhio verso l’alto, dando una sensazione di verticalità molto più spinta della reale dimensione della cupola.

Guarini è sempre sorprendente, nel suo essere meravigliosamente eccentrico da qualsiasi norma classicista e accademica. Lo stesso credo di amare un po’ di più San Lorenzo: l’intima partecipazione nel realizzare un edificio per il proprio ordine, quello dei Teatini, forse rende quel disegno più armonico di questo, terribilmente severo e monumentale.

restauro Cappella Sindone
Dopo il restauro, la Cappella della Sindone

L’illuminazione artificiale a mio parere è un elemento critico. Lo è sempre, in realtà, quando ci aiuta a fruire opere realizzate prima del Novecento. Resta tuttavia l’impressione che il progetto guariniano giocasse in modo più importante con i chiari-scuri, rispetto all’asettica visibilità che la luce artificiale garantisce.

L’altare centrale, quello che ospitava il telo sindonico, è stato lasciato come il giorno dopo l’incendio: scelta geniale, che mette d’accordo rigore filologico ed emozione.

Oltre la Cappella della Sindone c’è tutto il complesso reale a disposizione dei visitatori. Ed è così piacevole attraversare le sale illuminate a festa e incontrare i tanti artisti che i Savoia, nei secoli, hanno voluto intorno a loro.

Il trono di Carlo Alberto, opera di Gabriele Capello su disegno di Pelagio Palagi

Riscoprire quanto poco tetri e banali fossero: loro che hanno fatto l’Italia con la committenza prima che con la politica. Guarini era emiliano, come Pelagio Palagi, il geniale architetto e “designer” amato da Carlo Alberto, che plasma il palazzo con uno storicismo colto e attento. Il messinese Filippo Juvarra sfotte per l’eternità l’insipienza degli ingegneri militari sabaudi lasciando in Palazzo Reale la prodigiosa Scala delle Forbici.

Gli interni in notturna e la palmetta, firma di Pelagio Palagi

Una serata di festa vera, allegra e partecipata, meritata per anni di lavoro davvero sofferto. Per come oggi appare Palazzo Reale, in cui si aggira con sabaudo understatement la direttrice dei Musei Reali Enrica Pagella, cicerone d’eccezione per le autorità che hanno partecipato alla premiazione. I musei cui ha prestato la sua opera testimoniano meglio di qualsiasi discorso l’impeccabile qualità del suo lavoro.

L'oro splende negli interni illuminati

Una serata che si spera lascerà non soltanto l’ammirazione per il ruolo che possono avere i beni culturali nella costruzione di una comunità, quando ben amministrati, ma anche il monito a fare di tutto per non dover più ricevere un premio così, e di avere al contrario un riconoscimento per aver fatto in modo che nessun disastro così doloroso si possa ripetere.

 

Tutte le foto della premiazione del restauro della Cappella della Sindone sono di Chiara Zoia


Dal Nilo al Tevere, il culto di Iside in Egitto e a Ostia

Giovedì 28 novembre 16.30 con gli archeologi Mariarosaria Barbera e Christian Greco

Adorati ovunque, nel mondo antico, sotto mille nomi diversi, Iside e Osiride – re dei Morti, che dona la civiltà e insegna l’agricoltura agli uomini– sono la coppia che protegge i faraoni per migliaia di anni. Il culto di Iside supera quello del consorte fuori dai confini dell’Egitto, ove si accompagna a Serapide. Il loro culto si diffonde ben prima della nascita di Cristo e dall’Egitto conquista il mondo greco e poi quello romano.

isideStatuetta di Iside rinvenuta a Ostia.

Al culto di Iside, insuperato nella capacità di unire le speranze dei popoli del Mediterraneo, è dedicato l’appuntamento con Christian Greco e Mariarosaria Barbera di giovedì 28 novembre, a Ostia Antica. I due esperti promettono di sintetizzare un complesso processo di sincretismo che si conclude soltanto nella tarda antichità (IV-V secolo d.C.), di fronte ad un cristianesimo trionfante e capace di attingere, sul piano dell’iconografia e del contenuto, ad una religione di lunga durata e di ampia diffusione in tutto l’Impero romano.

Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, introdurrà il viaggio attraverso il mondo religioso e politico egiziano: “una delle funzioni originarie della leggenda osiriaca è di sancire che il diritto al trono si trasmette non per via collaterale, di fratello in fratello, ma lineare, di padre in figlio; in Egitto ogni faraone che muore diventa Osiride, ogni faraone regnante è il figlio Horus. Questo nucleo mitologico viene però ben presto elaborato anche in altre direzioni. La resurrezione osiriaca diventa, a partire dal Medio Regno (ca. 2040-1640 a.C.), una condizione a cui aspira non solo il faraone, ma anche i privati, che vi accedono tramite la mummificazione, la resurrezione della mummia e il giudizio del tribunale dell'Aldilà, diretto da Osiride. Fatta salva la centralità di Osiride, è Iside l’agente fondamentale nella leggenda osiriaca, moglie pia, madre protettiva e maga, ruolo che ne farà col tempo la principale divinità femminile dell’Egitto tardo e determinerà il suo successo fuori dall’Egitto, dove eclisserà addirittura il consorte”.

Mariarosaria Barbera, direttore del Parco archeologico di Ostia Antica, spetterà il compito di delineare “la figura e il culto di Iside, che si evolvono, nel passare dall’Egitto al mondo romano, entrando in rapporto con la figura di Serapide. E’ un processo che non manca di suscitare durature problematiche politiche, dall’età repubblicana al tardo impero, finché –a partire dai Flavi– è la stessa coppia imperiale romana a vantare la protezione di Iside e Serapide, in un progressivo percorso di assimilazione tra i regnanti e le divinità che si compirà alla fine del II secolo, sotto i Severi.  Il culto si diffonde nell’impero romano generando una ragguardevole produzione artistica di sculture, pitture e altri oggetti che accompagnano l’esercizio del culto di Iside e adornano i luoghi della pratica religiosa.   Il culto era largamente praticato anche a Ostia e a Porto, dove sono ancora riconoscibili luoghi, iscrizioni, sculture e prodotti artigianali che vi fanno riferimento, riconfermando come Ostia fosse un crocevia di popoli, culture e religioni mediterranee”.


La regina Nefertari prosegue il suo viaggio in Nord America e arriva a Kansas City

La regina Nefertari prosegue il suo viaggio in Nord America e arriva a Kansas City

Apre oggi "Queen Nefertari: eternal Egypt" al Nelson-Atkins Museum of Art, con 250 reperti del Museo Egizio.

Prosegue con una nuova tappa il tour nordamericano dei reperti del Museo Egizio, protagonisti della mostra itinerante "Regine del Nilo" che, reduce dal successo di Washington, approda oggi con un nuovo allestimento al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, dove potrà essere visitata dal pubblico statunitense fino al 29 marzo del 2020.

L'esposizione, che sta raccogliendo grande apprezzamento a livello internazionale, si presenta nella nuova sede col titolo "Queen Nefertari: eternal Egypt" proponendo un focus dedicato proprio alla regina moglie del faraone Ramesse II (1279 - 1213 a. C.).  Un percorso espositivo che si snoda attraverso circa 250 reperti del Museo che comprendono, insieme a statue e oggetti di vita quotidiana, il corredo funerario e il coperchio del sarcofago di Nefertari, portati alla luce dalla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli e al lavoro nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905.

Ma prima di approdare nelle sale espositive del Nelson-Atkins, alcuni di questi reperti hanno soggiornato alcuni giorni, nelle scorse settimane, in un altro edificio della cittadina del Missouri: il Saint Luke's Hospital, dove alcune indagini diagnostiche ne hanno certificato lo stato di conservazione ottimale.

L’esposizione racconterà inoltre ai visitatori la storia delle mogli dei faraoni durante il Nuovo Regno nel periodo che va dal 1500 al 1000 a.C., quando regine come Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiye, Nefertiti, e in particolare Nefertari, erano donne influenti che non ricoprivano soltanto il ruolo di mogli ma gestivano anche il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo.

 


Dal 5 al 23 novembre il PapiroTour al Punto di servizio bibliotecario “I ragazzi e le ragazze di Utøya”

Da mercoledì 5 a sabato 23 novembre 2019 la mostra itinerante legata all’iniziativa “PapiroTour. L’antico Egitto in Biblioteca” farà tappa al Punto di servizio bibliotecario “I ragazzi e le ragazze di Utøya” (Via Zumaglia 39, Torino).

Promosso in collaborazione con le Biblioteche civiche torinesi, PapiroTour celebra il 150° anniversario dell’istituzione del Servizio Biblioteche. Con questo progetto inclusivo, il Museo Egizio intende rinforzare il legame con il territorio raggiungendo i quartieri più distanti dal centro, dove mese dopo mese è allestita nelle biblioteche un’area espositiva sul tema del papiro e della scrittura egizia e sono organizzate delle attività divulgative.

Dopo l’ultima tappa alla Biblioteca civica “Cesare Pavese”, l’allestimento approda nel quartiere Campidoglio. In parallelo alla mostra, inoltre, prosegue il calendario di appuntamenti gratuiti e aperti alla cittadinanza.

Libro dei Morti di Taysnakht figlia di Taymes_Cyperus papyrus. Epoca Tolemaica (332-30 a.C.). Tebe_Collezione Drovetti (1824)

In particolare, giovedì 7 novembre alle ore 17.00, alla Biblioteca civica Centrale (via della Cittadella, 5) si terrà l’incontro “Fiori e alberi sacri nell’antico Egitto: tra simbolismo e materialità” con Divina Centore, egittologa del Museo Egizio. Un incontro sul forte interesse, pratico e religioso, degli Egizi per la flora. Un aspetto che si manifesta in molte delle evidenze materiali che ci sono pervenute: fiori, ghirlande e alberi, che alla luce delle tradizioni sviluppate dalla civiltà egizia assumono importanti significati simbolici.

Nel mese di novembre sono inoltre previsti altri incontri aperti al pubblico. Mercoledì 20 novembre, alle ore 17.00, proprio all’interno del Punto di servizio bibliotecario “I ragazzi e le ragazze di Utøya” sarà ospitata una conferenza dedicata agli amuleti a cura di Federica Facchetti, curatrice del Museo Egizio: un appuntamento che sarà l’occasione per approfondire storia, varietà e utilizzi di questi reperti che, indossati sia in vita che dopo la morte, secondo la tradizione avevano il potere di allontanare o prevenire il male.

Due gli incontri dedicati ai più piccoli: mercoledì 6 novembre, alle ore 17, l’attività di lettura “Sulle sponde del Nilo: bambini nell’antico Egitto”, e mercoledì 13 novembre, allo stesso orario, il laboratorio “All’ombra delle piramidi”.

Grazie a PapiroTour, i cittadini possono dunque avvicinarsi alla civiltà faraonica, osservando all’interno della mostra itinerante una serie di pannelli divulgativi e una grande replica, lunga circa due metri, del Libro dei Morti di Taysnakht realizzata dai detenuti della Casa Circondariale Lorusso-Cutugno di Torino nell’ambito del progetto “Liberi di Imparare”.

Fino al 30 marzo 2020, 12 biblioteche cittadine ospiteranno a turno la mostra. Nel quadro della stessa iniziativa, inoltre, fino al 31 dicembre 2020 è riservata la gratuità di accesso al museo a tutti i possessori della tessera di una delle Biblioteche civiche cittadine*.

La rete delle Biblioteche civiche torinesi conta attualmente 16 sedi, oltre al Mausoleo della Bela Rosin, un Bibliobus itinerante, tre punti presso la Casa Circondariale “Lorusso-Cutugno” e l’Istituto Penale per i Minorenni “Ferrante Aporti”.

Ai servizi di prestito e alla biblioteca digitale, si aggiungono ogni mese incontri, gruppi di lettura e altre attività.

Il Museo Egizio custodisce a Torino una collezione di oltre 36.000 reperti, di cui 3.300 esposti nelle sale museali a cui si aggiungono oltre 11.000 reperti nei depositi visitabili.

La straordinaria raccolta di statue, papiri, sarcofagi e oggetti di vita quotidiana consente al visitatore un viaggio nel tempo attraverso più di 4.000 anni di storia, arte, archeologia, alla scoperta di una delle più affascinanti civiltà del passato.


Cavallerizza Reale di Torino

Uno de minus - In fiamme la Cavallerizza Reale a Torino

Leggenda vuole che un soprintendente ai beni architettonici di molti anni fa accogliesse le
notizie di crolli e danni irreparabili al patrimonio sotto la sua tutela con malcelato sollievo e
un commento lapidario: "uno de minus".
Il 21 ottobre avrebbe con tutta probabilità reagito allo stesso modo nell'apprendere che un incendio,
divampato nella mattinata intorno alle 7 e 30 e per fortuna già spento entro le 10, aveva procurato danni
piuttosto seri alla Cavallerizza Reale di Torino.

Al momento non sappiamo nulla riguardo all'origine dell'incendio.
Sappiamo molto, al contrario, sulla Cavallerizza, sulla sua importanza nel definire l'identità
storica del centro di Torino e sul triste legame della città con gli incendi.
Anzitutto la Cavallerizza Reale non è, come molti hanno riportato, patrimonio UNESCO.
Almeno non di per sé: piuttosto è tutto il complesso di edifici che da Palazzo Reale si
estende quasi senza soluzione di continuità fino appunto ai giardini reali e al complesso
delle scuderie a fregiarsi di questa speciale tutela.
Perché è raro che in una città europea si sia salvaguardato un esempio così concreto e
plastico di esercizio della monarchia assoluta.

Cavallerizza Reale di Torino
Foto di MaxDeVa, CC BY-ND 2.0

Una sorta di città nella città comprende e accentra al suo interno le funzioni di
rappresentanza, svago, amministrazione della giustizia, educazione dei cadetti, fino appunto
alle scuderie.
Per questo la Cavallerizza è importante, più che come monumento a sé stante: la parte
danneggiata è l'espansione più tarda, quella ottocentesca, e il complesso peraltro era già
stato coinvolto dai bombardamenti del 1943.

Preoccupa però la contiguità di questo complesso con edifici preziosi e delicati: il Teatro
Regio, l'Auditorium della RAI, l'Archivio di Stato. Proprio quest'ultimo nei primi anni del
Novecento ha inaugurato una triste serie di incendi; negli ultimi vent'anni si sono aggiunti il
rogo della Cappella della Sindone e del Castello di Moncalieri.

Episodi tragici, perché quello che non è stato incenerito dal fuoco viene danneggiato
dall'acqua. Le tonnellate d'acqua usate per spegnere le fiamme portano al costruito storico
danni subdoli e duraturi, con cui dovremo fare i conti per generazioni.
Al di là delle vicende socio-politiche che coinvolgono la Cavallerizza Reale e le sue
destinazioni d'uso credo che questi eventi, e la loro preoccupante successione, dovrebbero
attivare una riflessione collettiva sulla tutela preventiva del costruito storico. A partire dalla
sua bellezza e fragilità: da quelle travi nobili e antiche capaci di covare per giorni una
scintilla che, con un po' più di attenzione, non si trasformerebbe mai in un furioso incendio.

Cavallerizza Reale di Torino
La Cavallerizza Reale di Torino in fiamme. Foto dal sito ufficiale

Al Museo Egizio torna il Pharaoh’s Day: domenica 27 ottobre una giornata dedicata alle famiglie

Domenica 27 ottobre 2019 il Museo Egizio dedica per il secondo anno consecutivo una giornata ai bambini e alle loro famiglie, con un ricco programma di attività e tariffe speciali. Con il Pharaoh’s Day dalle 9:00 alle 18:30 (ultimo ingresso ore 17:30) le sale espositive ospiteranno infatti laboratori e attività, organizzate in collaborazione con la rivista per famiglie GG Giovani Genitori. Dal teatro delle ombre al trucca bimbi a tema egizio, dalle storie più affascinanti di principi e faraoni alle “cacce al reperto”, l’evento permetterà ai più piccoli di esplorare il Museo con i loro genitori e scoprire storie e curiosità sulla collezione e sull’antico Egitto.

Per l’ingresso al Museo nel corso della giornata sarà necessario acquistare il biglietto online sul sito www.museoegizio.it. Tutte le attività saranno incluse nel biglietto d’ingresso, e alcune saranno fruibili fino a esaurimento posti.

Il programma della giornata sarà particolarmente ricco: il giovanissimo pubblico potrà ascoltare storie e favole straordinarie accompagnate dal suono del sistro, antico strumento musicale, ma anche scoprire, grazie al laboratorio Personaggi egizi raccontano, storie e segreti di illustri personaggi storici, dal faraone Ramesse II allo scriba Butehamon, interpretati dagli attori della Casa del Teatro Ragazzi e Giovani. La sala del Tempio di Ellesija diventerà poi il palcoscenico per una performance di teatro delle ombre a cura dell’artista Bombetta, mentre l’attrice italo-tunisina Zahira Berrezouga, conosciuta ai più per aver interpretato il personaggio della Strega Varana della Melevisione, incanterà gli ascoltatori con uno spettacolo inedito, Il principe d’Egitto, che narra una storia d’amore e di magia.

L’artista Ale Puro, che ha realizzato la locandina dell’evento, sarà protagonista di Geroglifici street!, laboratorio di “street art” egizia, mentre gli esperti del libro Nativi Matematici porteranno i visitatori alla scoperta dei segreti geometrici delle piramidi.

Una visita fuori dall’ordinario tra storia e arte, dunque, anche con La musica racconta…il quartetto d’archi: “incursioni” nelle sale del Museo a cura dell’Unione Musicale, che coinvolgeranno i bambini in attività ludiche sul ritmo e il suono, e alla scoperta degli strumenti del quartetto d’archi. Spazio alla fantasia, poi, con palloncini e trucchi per i più piccoli, tutti rigorosamente ispirati all’antico Egitto.

I visitatori avranno infine la possibilità di scoprire i pezzi più importanti della collezione del Museo, ma anche curiosità e aneddoti, con Segui l’indizio…scopri l’Egizio: vere e proprie “cacce al reperto” pensate per i bambini, ma non solo, che li accompagneranno attraverso le sale esplorando alcuni temi particolarmente significativi, dai geroglifici ai colori dell’antico Egitto, dalle divinità a tutto il necessario per assicurarsi la vita eterna.

Per il Pharaoh’s Day sono previste tariffe speciali che comprendono l'ingresso al Museo e l’accesso a tutte le attività (escluse quelle dello Spazio ZeroSei):
- Biglietto Intero: € 10,00
- Biglietto Ridotto: € 5,00 (6-14 anni e possessori di Carta Abbonamento Musei e Torino + Piemonte Card)
- Biglietto Famiglia: € 20,00 (2 adulti + 2 bambini)
- Gratuito per bambini fino a 5 anni e  persone con invalidità certificata superiore al 74% (è obbligatorio esibire il certificato in biglietteria) + 1 accompagnatore

Il programma completo del Pharaoh’s Day, il dettaglio degli orari e le modalità di prenotazione sono consultabili sul sito del Museo: https://museoegizio.it/esplora/appuntamenti/pharaohs-day-27-ottobre-2019/. Per maggiori informazioni e per partecipare alla giornata è inoltre possibile contattare l’Ufficio prenotazioni: 0114406903 – [email protected].

In occasione del Pharaoh's Day anche lo Spazio ZeroSei osserverà orari e tariffe speciali. Sarà aperto dalle 9:30 alle 18:30 e, i costi per le attività (di due ore circa) sono:
- € 3,00 per un bambino
- € 5,00 per due bambini.

Le attività dello Spazio, che saranno rivolte in particolare ai bambini tra i 3 e i 6 anni, proporranno un percorso guidato alla scoperta di una cultura millenaria a partire da alcuni elementi caratterizzanti: il Nilo, grande fiume d’Egitto, fra pesca e semina, i colori ed il loro significato antico, gli animali nelle vesti di amuleti. Per i più piccoli e i loro genitori è inoltre disponibile un'area di accoglienza a libero accesso (è necessario esibire il biglietto del museo) con una comoda postazione per l'allattamento, un fasciatoio e libri a disposizione. Per maggiori informazioni: [email protected]

Il Pharaoh’s Day è realizzato dal Museo Egizio e GG Giovani Genitori, con la partecipazione della Fondazione onlus Teatro Ragazzi e Giovani e il supporto di Baule Volante, Fior di Loto, Eataly, Centrale del Latte di Torino e Caseificio Longo.