Mostra Longobardi MAAM Grosseto

Mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”

Mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”

L’area Maremmana è da sempre nota per le sue testimonianze di età etrusca e romana, e la mostra ospitata al MAAM di Grosseto, “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” ci permette di riscoprirne un importante passato altomedievale, quello longobardo, ad oggi ancora poco indagato e valorizzato.

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana

La mostra ospitata al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma (MAAM) di Grosseto, “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, curata da Chiara Valdambrini, Direttore Scientifico, e da Barbara Fiorini, Architetto, nasce con l’intento di narrare la grande epopea longobarda che ha caratterizzato e trasformato la penisola italiana durante i primi secoli altomedievali, focalizzandosi sull’impatto che ebbe sul territorio grossetano.

Si tratta di un progetto rivolto al grande pubblico, per rinnovare e arricchire quanto già noto sulla Tuscia altomedievale, che ha ricevuto anche un notevole apprezzamento degli addetti ai lavori, data la selezione del notevole materiale esposto.

“Due sono stati gli stimoli importanti – hanno spiegano durante l’inaugurazione della mostra la Dott.ssa Chiara Valdambrini e l'Architetto Barbara Fiorini – riprendere in mano dopo anni, in una visione d’insieme, il Ducato di Tuscia (odierna Toscana e alto Lazio) nel periodo longobardo e raccontare la storia dei suoi confini, fino a raggiungere i luoghi a noi più vicini. È proprio tra il 568 e il 774 (durata del regno longobardo) che in tutta Italia avviene il grande cambiamento: un nuovo popolo, una nuova gestione, nuovi equilibri, un percorso intriso di suggestione e domande sul quale plasmare il futuro. Una riorganizzazione generale che ha pian piano scardinato ogni certezza preesistente, verso una nuova era”

Una nuova era, infatti, che ha portato ad una graduale fusione di elementi di origine germano-barbarica e latino-cristiana, proprio come lascia intendere l'allestimento basato sull’idea dell’intreccio. Questo, infatti, se da un lato riflette la progressiva commistione di culture materiali e ideologiche di diversa origine, dall’altra graficamente va a rappresentare proprio uno dei tratti distintivi dello stile animalistico germanico che con i suoi animali nastriformi lo si ritrova a decorare le pareti delle sale e diversi manufatti longobardi esposti.

Le sezioni della mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana

La prima sezione, nella sala d’ingresso, accoglie il visitatore nella “terra di mezzo”. L’incipit dell’Origo gentis Langobardorum, un breve testo risalente al VII secolo che tramanda la storia dei Longobardi, e due mappe introducono alla scoperta di questo popolo, della sua lunghissima migrazione fino alla fondazione di un loro Regnum nella penisola italiana.

In base a quanto riportato nell’Origo e nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, i Longobardi, nel I secolo d.C., iniziarono la loro migrazione partendo dalla Scandinavia meridionale, seguendo il corso del fiume Elba, arrivarono successivamente al Baltico, proseguirono fino alla Pannonia e al Norico, per poi superare le Alpi Giulie e sopraggiungere così nella penisola italiana nel 568 sotto la guida di re Alboino.

Al contrario di quanto molti pensano, i Longobardi che mossero alla conquista della penisola italiana erano tutt’altro che un gruppo tribale omogeneo, difatti al loro interno, durante la loro migrazione, confluirono contingenti Svevi, Turingi, Gepidi, Sarmati e Sassoni. Alcuni di questi gruppi si stanziarono nella penisola insieme ai componenti del gruppo longobardo più numeroso, per poi fondersi con questo, altri invece come nel caso dei Sassoni optarono per migrare in altri territori.

La gens longobarda risultava organizzata fin dalle prime fasi migratorie in fare, cioè gruppi di persone legate da vincoli familiari, che condividevano le medesime tradizioni culturali e religiose, i cui arimanni (gli uomini liberi aventi il diritto di indossare e usare le armi) furono in grado di contraddistinguersi per le spiccate qualità militari e strategiche che permisero loro di occupare e vigilare sui territori che venivano posti sotto il loro controllo. Furono proprio le fare a conquistare progressivamente tutta la Pianura Padana (l’attuale territorio ligure venne annesso da re Rotari solo nel 643) per poi spingersi sempre più a sud.

Secondo quanto riportato da Paolo Diacono nell'VIII secolo e da Agnello Ravennate nel IX secolo, i Longobardi giunsero in Tuscia intorno al 574. L’occupazione partì dai centri di Chiusi e Lucca che vennero elevati allo stato di ducati. Da queste città l’avanzata proseguì seguendo diverse direttrici. Partendo da Chiusi, posta alla confluenza delle vie Cassia e Amerina, i Longobardi si spinsero verso occidente, in direzione di Arezzo e del Monte Amiata, fino a includere anche Siena e Fiesole. Da Lucca, invece, proseguirono verso Pisa, Pistoia e Volterra, fino al territorio di Populonia, noto per le sue risorse minerarie, e Roselle. Infine a sud, dove si estendeva la prima linea di frontiera bizantina; tra il lago di Bolsena e il mare, venne fondato il Ducato di Spoleto, che arrivò ad estendersi fino a Sovana e Tuscania.

Ma non solo, i Longobardi, oltre alla Tuscia, avanzarono anche in Umbria, Marche e Sannio, arrivando così a fondare un loro Regnum, che alla sua massima estensione, nell’VIII secolo, vedeva l’occupazione dell’intera penisola, ad eccezione dei territori posti sotto il controllo del Papa, le appendici delle attuali Calabria e Puglia, oltre alle isole che rimasero sotto il controllo bizantino.

Il regno longobardo alla sua massima espansione, dopo le conquiste di Astolfo (749-756) - secondo Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di Lidia Capo, Mondadori, Milano 1992, cartina 5. Immagine di Castagna, opera derivativa di InvaderCito , CC BY-SA 3.0

Le terre così assoggettate vennero raggruppate in due grandi aree: la Langobardia Maior, che si estendeva dalle Alpi all'odierna Toscana, e la Langobardia Minor, che includeva il Piceno, buona parte dell'Umbria, la Sabina e quasi tutto il Sud d'Italia.

Dopo questa prima introduzione alla storia della gens longobarda, si passa alla seconda sala, totalmente immersiva e sensoriale, che ha come tema “Goti, Bizantini e Longobardi”, le tre popolazioni che nel corso dell’Alto Medioevo lasciarono diverse tracce della propria presenza sul territorio.

Sezione alquanto interessante che permette di percepire le diverse influenze e tradizioni, che in alcuni casi si ritrovarono a convivere, fondersi e sovrapporsi. Qui la voce di sottofondo del grossetano Fabio Cicaloni, su un evocativo tema musicale, recita l’Atta Unsar, il Padre Nostro in gotico, il cui testo, riportato su una delle pareti della sala, è giunto fino a noi grazie alla traduzione realizzata nel IV secolo dal vescovo ariano Ulfila.

𐌰𐍄𐍄𐌰 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂, 𐌸𐌿 𐌹𐌽 𐌷𐌹𐌼𐌹𐌽𐌰𐌼, 𐍅𐌴𐌹𐌷𐌽𐌰𐌹 𐌽𐌰𐌼𐍉 𐌸𐌴𐌹𐌽,
𐌵𐌹𐌼𐌰𐌹 𐌸𐌹𐌿𐌳𐌹𐌽𐌰𐍃𐍃𐌿𐍃 𐌸𐌴𐌹𐌽𐍃, 𐍅𐌰𐌹𐍂𐌸𐌰𐌹 𐍅𐌹𐌻𐌾𐌰 𐌸𐌴𐌹𐌽𐍃,
𐍃𐍅𐌴 𐌹𐌽 𐌷𐌹𐌼𐌹𐌽𐌰 𐌾𐌰𐌷 𐌰𐌽𐌰 𐌰𐌹𐍂𐌸𐌰𐌹.
𐌷𐌻𐌰𐌹𐍆 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂𐌰𐌽𐌰 𐌸𐌰𐌽𐌰 𐍃𐌹𐌽𐍄𐌴𐌹𐌽𐌰𐌽
𐌲𐌹𐍆 𐌿𐌽𐍃 𐌷𐌹𐌼𐌼𐌰 𐌳𐌰𐌲𐌰,
𐌾𐌰𐌷 𐌰𐍆𐌻𐌴𐍄 𐌿𐌽𐍃 𐌸𐌰𐍄𐌴𐌹 𐍃𐌺𐌿𐌻𐌰𐌽𐍃 𐍃𐌹𐌾𐌰𐌹𐌼𐌰,
𐍃𐍅𐌰𐍃𐍅𐌴 𐌾𐌰𐌷 𐍅𐌴𐌹𐍃 𐌰𐍆𐌻𐌴𐍄𐌰𐌼 𐌸𐌰𐌹𐌼 𐍃𐌺𐌿𐌻𐌰𐌼 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂𐌰𐌹𐌼,
𐌾𐌰𐌷 𐌽𐌹 𐌱𐍂𐌹𐌲𐌲𐌰𐌹𐍃 𐌿𐌽𐍃 𐌹𐌽 𐍆𐍂𐌰𐌹𐍃𐍄𐌿𐌱𐌽𐌾𐌰𐌹,
𐌰𐌺 𐌻𐌰𐌿𐍃𐌴𐌹 𐌿𐌽𐍃 𐌰𐍆 𐌸𐌰𐌼𐌼𐌰 𐌿𐌱𐌹𐌻𐌹𐌽;
𐌿𐌽𐍄𐌴 𐌸𐌴𐌹𐌽𐌰 𐌹𐍃𐍄 𐌸𐌹𐌿𐌳𐌰𐌽𐌲𐌰𐍂𐌳𐌹
𐌾𐌰𐌷 𐌼𐌰𐌷𐍄𐍃 𐌾𐌰𐌷 𐍅𐌿𐌻𐌸𐌿𐍃 𐌹𐌽 𐌰𐌹𐍅𐌹𐌽𐍃.
𐌰𐌼𐌴𐌽

Nella sala si trovano esposte le ricostruzioni di due sepolture femminili con corredo provenienti da Chiusi (Santa Mustiola e Ospedale Pubblico). Entrambi i loro crani presentano una particolare deformazione artificiale che permette di ricollegare i resti a dei personaggi femminili di elevato status sociale di origine germanico-orientale.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Ricostruzione di una delle sepolture femminili con cranio deformato rinvenuta nell’area dell’ex ospedale I Forti a Chiusi, risalente alla seconda metà del VI-inizi VII secolo. Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Sappiamo infatti, che tali modificazioni corporee furono introdotte in Europa solo tra il IV e il V secolo, quando gli Unni, popolazione barbarica di origine asiatica, si insediarono nel bacino dei Carpazi. Gli Unni in realtà furono dei trasmettitori e non gli sviluppatori di questa tradizione, in quanto l’acquisirono durante la loro permanenza nelle terre d’Oriente, per poi diffonderla tra le popolazioni dell’Europa centrale con cui entrarono in contatto nel periodo del loro dominio. Le élite germaniche orientali adottarono pertanto le abitudini degli Unni (tra cui l’intenzionale deformazione cranica), con l’intento di integrarsi nel loro Impero, adattandosi in tal modo ai conquistatori.

Il costume di deformare il cranio, allungadolo, si diffuse pertanto in Europa occidentale fino al VII secolo, con modalità diverse e seguendo diverse direttrici, giungendo anche nelle zone delle Alpi orientali attraverso il popolo dei Goti, stirpe di cui fanno parte i resti dei due individui femminili presenti nella mostra. La loro presenza nel territorio di Chiusi è per altro alquanto significativa, in quanto la copresenza di elementi riconducibili all’ambito goto e alla prima fase d’occupazione longobarda, come dimostrato dai corredi provenienti dalla necropoli dell’Arcisa, mostrano un’interessante continuità insediativa.

Non solo, tra i manufatti esposti in questa sala, si hanno degli elementi simbolo della progressiva fusione dei costumi barbarico-germanici e latino-cristiani. Ne è ad esempio testimonianza il cosiddetto tesoro di Galognano, un corredo eucaristico probabilmente nascosto durante gli anni della guerra greco-gotica (535-553) composto da una serie di sei oggetti in argento databili al VI secolo: quattro calici, una patena ed un cucchiaio. Su alcuni dei calici si ha la presenza dei nomi delle due donatrici, HIMNIGILDA e SIVEGERNA di chiara origine ostrogota.

Ma anche l’anello-sigillo di Faolfus, in prestito dal Museo Nazionale del Bargello di Firenze, proveniente dal colle dell'Arcisa, fonde in sé il concetto dell’anello-sigillo di tradizione romana unito ad un’iconografia e un nome inciso di origine “barbarica”. Sicuramente simbolo di prestigio e di ostentazione di ricchezza, ancora oggi è alquanto acceso il dibattito se questa tipologia di anelli (in ambito italiano se ne sono ritrovati nove) possano essere stati realmente impiegati dai funzionari regi come anelli sigillari per sottoscrivere documenti ufficiali o se fossero un mero simbolo di prestigio politico-sociale. Ci si interroga anche sul soggetto ivi raffigurato, un uomo con ricche vesti, che potrebbe rappresentare lo stesso possessore dell’anello o il sovrano che gli ha delegato il potere.

La medesima commistione di elementi propri della tradizione barbarica e latina la si ritrova anche nella famosa e molto dibattuta lamina di Agilulfo, ricordata anche come lamina di Valdinievole (dal luogo di ritrovamento in provincia di Pistoia), anch’essa presente nella mostra e proveniente dal Museo Nazionale del Bargello di Firenze. Si tratta nello specifico di una lamina in bronzo dorato decorata a sbalzo, rinvenuta nel 1891, e che un tempo doveva decorare un reliquiario o il frontale di un elmo.

Lamina di Agilulfo. Foto di Paolo Monti, disponibile nella biblioteca digitale BEIC e in collaborazione con Fondazione BEIC. L'immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano, CC BY-SA 4.0

Il manufatto presenta al centro una figura maschile frontale, riccamente vestita, seduta in trono, raffigurata con la mano destra alzata in posizione di adlocutio, tipico degli imperatori romani, mentre con la sinistra stringe il fodero della spada. Alle sue spalle si hanno due guerrieri barbuti, in posizione da parata, con elmo, corazza, scudo e lancia. Ai lati due vittorie alate che recano in una mano dei corni potori o delle cornucopie, mentre nell’altra un labaro con la scritta VICTVRIA (vittoria). Infine si hanno due gruppi di figure disposte simmetricamente. Di questi, i due personaggi in primo piano indicano la figura centrale seduta in trono, mente chi li segue reca tra le mani una corona con un globo sormontato da una croce.

La presenza di un’iscrizione a punzonatura posta ai lati del personaggio centrale

D(omi)NO AGILU(lf) REGI (“Al signore re Agilulfo”)

se originale, permetterebbe di riconoscere in questo il sovrano longobardo Agilulfo (591-616), e nella rappresentazione il momento della sua incoronazione avvenuta nel 591 a Milano. Le corone con globi rappresenterebbero pertanto le corone di sovrano dei Longobardi e dell’Italia bizantina. Si tratta di un’inconsueta commistione di elementi alcuni dei quali si rifanno all’iconografia tardoantica e bizantina (organizzazione della scena e simboli raffigurati) ed altri presentano una forte connotazione barbarica (costume dei personaggi) che nel loro insieme riflettono l'ideologia politica messa in atto dal sovrano longobardo e dalla sua consorte Teodolinda.

Mostra Longobardi MAAM Grosseto
Dalla mostra“Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, sezione dedicata a “Goti, Bizantini, Longobardi”, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

La terza sezione è dedicata nello specifico al Ducato di Tuscia e ad alcuni temi generali sul popolo longobardo. In questa sala si trova la gran parte degli oggetti protagonisti della mostra. Al centro ci sono i reperti provenienti da Roselle, affiancati da quelli del territorio maremmano (Salica, Casette di Mota, Grancia, Talamone, Saturnia, Semproniano, Podere Macereto, San Martino sul Fiora, Pitigliano, Vetricella, Castiglione della Pescaia), alcuni dei quali esposti per la prima volta.

Il quadro poi si completa con i manufatti provenienti dal resto del Ducato: Luni, Fiesole, Lucca (le decorazioni dello scudo di Villa Guinigi), Volterra, Pisa, area senese (Aiano-Torraccia di Chiusi, Sovicille), Arezzo, Chiusi, Pistoia, la Maremma toscana e alto laziale, Chiusa del Belli (Farnese), Bolsena, Perugia e Isola del Giglio e Formiche.

È in questa sezione che emerge più delle altre l’idea della Tuscia quale “terra di mezzo”, posta com’era al limite con i territori ancora in mano bizantina e sottoposta alle influenze di origine latino-cristiane.

Come tipico dell’occupazione longobarda, il controllo territoriale ebbe come epicentro le città e i castra preesistenti, luoghi dove si andarono ad insediare i gastaldi, i funzionari regi che gestivano l’amministrazione del territorio per conto del sovrano, anche attraverso l’impiego di gruppi di arimanni che avevano il compito di controllare le vie di comunicazione e di commercio tramite dei presidi armati.

Dalla mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, sezione dedicata al Ducato di Tuscia, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Sono giunti fino a noi alcune sepolture di prestigio riconducibili proprio a questa aristocrazia guerriera, ne è un esempio la famigerata tomba del “Longobardo d’oro”, rinvenuta nel 1874, nel ripiano dell'Arcisa, durante alcuni scavi clandestini. La storia della scoperta (e il successivo “smistamento” del corredo di eccezionale valore) è alquanto travagliata, ciò che sappiamo è che aveva come copertura un’epigrafe romana di reimpiego, e che al suo interno si erano rinvenuti i resti di un inumato con un ricchissimo corredo funerario databile fra il VI e il VII secolo. Ad oggi tali elementi si trovano conservati al Metropolitan Museum (New York), al Musée des Antiquitatés Nationales de Saint Germain-en-Laye (Parigi) e al Museo Archeologico Nazionale di Chiusi.

Ciò che è stato possibile ricondurre a questo ricco corredo sono diciassette placchette in oro di una cintura a guarnizioni multiple (di cui 2 a New York e 15 a Parigi); quattro placche dell’impugnatura aurea di una spatha (di cui 2 a Parigi e 2 a New York); le guarnizioni auree del fodero di un pugnale (a New York); un bottone d’oro con volto umano inciso (a New York); una fibbia d’oro di cintura (a New York); un set da calzature costituito da due fibbie, due puntalini e due contro-placche (a New York); un anello con pietra intagliata raffigurante tre guerrieri (a New York) e cinque crocette auree (a New York). A tali oggetti se ne devono aggiungere altri, purtroppo andati dispersi, nonché gli unici acquistati dal Museo locale, cioè un umbone di scudo, una spatha, uno scramasax (coltellaccio con la lama ad un solo taglio), due bacini di rame, un vaso di vetro e una fibbia d’argento.

Un’ulteriore tomba di prestigio di età longobarda risalente alla metà del VII secolo è quella del cosiddetto vir magnificus rinvenuta nel 1859 davanti alla chiesa di Santa Giulia, in Piazza del Suffragio, a Lucca. Anche in questo caso diversi oggetti recuperati al momento della scoperta sono purtroppo andati perduti, in particolare quelli in materiale non prezioso come la spatha, la cuspide di lancia, un vaso di vetro, i resti osteologici, sia relativi all’inumato sia quelli di una presunta mandibola di cavallo, che avrebbero potuto fornire importanti informazioni. I reperti giunti fino a noi riguardano cinque crocette in lamina d’oro prive di decorazioni, le guarnizioni auree di una cintura multipla per la sospensione delle armi, i resti metallici di uno scudo da parata, una piccola croce enkopion in oro, un coltello e uno scramasax. Ciò che si è conservato del corredo è esposto al Museo di Villa Guinigi a Lucca.

In prestito alla mostra si ha lo scudo da parata, presenta un umbone centrale con intorno cinque lamine in bronzo dorato a forma di testa equina e al margine della ricostruzione della base lignea, dei motivi decorativi di chiara tradizione paleocristiana, il kantharos tra i pavoni e quello che si presume essere Daniele - raffigurato armato mentre regge un’asta crucigera si cui è posata la colomba dello Spirito Santo - nella fossa dei leoni. L’umbone reca inciso “Domine ad adiuvandum me festina” (“Signore vieni presto in mio aiuto”), un verso che potrebbe testimoniare l’avvenuta conversione del possessore dello scudo alla fede cristiana.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Crocetta in lamina aurea, Chiusi, loc. Il Colle, VII secolo, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Simone Moretti

All’interno della mostra troviamo pertanto accanto ad elementi di chiara origine germanico-barbarica - come ad esempio la splendida fibula femminile a staffa in argento dorato rinvenuta a Chiusi, o i motivi animalistici che decorano le placchette e i puntali delle cinture per la sospensione delle armi -, dei manufatti riconducibili alla moda romano-bizantina, (orecchini a cestello), elementi che si rifanno ad un’ideologia romana tardoantica come l’anello-sigillare e la raffigurazione presente sulla lamina di Agilulfo, o per finire dalla forte valenza cristiana come le guarnizioni dello scudo da parata di Villa Guinigi.

L’ultima sezione, infine, si caratterizza per la presenza di due punti multimediali, uno con il corto-promo della mostra e un video-documentario, con narratrice la scrittrice e divulgatrice Galatea Vaglio, che ripropone lo storytelling di alcuni episodi e personaggi chiave della storia longobarda, l’arrivo di Alboino in Italia, la storia della regina cattolica Teodolinda e la figura di Paolo Diacono, per terminare con le riproduzioni di alcuni capi di abbigliamento longobardi, uno maschile e uno femminile, muniti di accessori, realizzati dall'associazione di Cividale del Friuli La Fara.

 

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Riproduzioni di abiti longobardi, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Cos’altro aggiungere sulla mostra…

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” ha il merito di esporre al suo interno alcuni dei reperti toscani di età longobarda che si contraddistinguono per l'eccezionale valore materiale, culturale, simbolico e propagandistico, noti già da tempo alla comunità scientifica, ma non solo, accanto a questi si ha una pregevole raccolta e selezione di testimonianze archeologiche che permettono di avere un quadro quanto più completo su un periodo storico, quello altomedievale, alquanto rilevante per la storia del territorio.

La Tuscia, che solitamente viene associata alla presenza etrusca e romana, in queste sale presenta al visitatore parte di questo suo importante passato, ancora poco indagato e valorizzato, mostrando anche come la cultura longobarda si andò ad “intrecciare” progressivamente con quella locale, gettando così progressivamente le basi per la piena età medievale.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
La playlist sulla mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” è al seguente link: https://youtu.be/jOwrI7DmDQk?list=PL9hz0jsM-MwkvFnEI-H0s3nX7eBTfaMCN

 

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” si è tenuta a Grosseto, al MAAM – Museo Archeologico e d’arte della Maremma, fino al 6 gennaio 2022.

Sito web del Museo Archeologico e d'Arte della Maremma

Orario

Martedì-Venerdì | 9:00-13:30

Sabato-Domenica e festivi | 10:00-13:00 e 16:00-19:00

Chiuso il lunedì

Info

Tel. 0564 488752

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Le origini degli Etruschi attraverso l'analisi del DNA

Un nuovo studio sul DNA antico degli Etruschi è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances ed è stato condotto da studiosi provenienti dall’Italia (Università di Firenze, Università di Siena, Università di Ferrara, Museo della Civiltà di Roma), Germania, Stati Uniti, Danimarca e Regno Unito.

La civiltà etrusca da sempre è stata oggetto di ipotesi varie e spesso poco credibili che ha incuriosito sia i più prossimi contemporanei degli Etruschi sia studiosi moderni. Gli Etruschi si sono distinti per la particolare abilità metallurgica e per l’uso di una lingua non indoeuropea ormai estinta con dibattiti infiniti che hanno interessato e coinvolto anche storici illustri come Erodoto.

Lo studio è stato condotto esaminando il genoma di 82 individui dell’Italia centrale e meridionale in un arco cronologico che va dall’800 a.C. all’anno 1000.

Cosa mostrano i risultati? Gli Etruschi nonostante le loro caratteristiche uniche erano imparentati con i vicini Italici e nel corso dei secoli hanno subito importanti trasformazioni genetiche spesso associate ad eventi storici successivi legati alle conquiste sul suolo italico.

Carta geografica della penisola italiana (a destra) e uno zoom che indica il massimo di estensione dei territori etruschi e la posizione e il numero di individui per ciascun sito archeologico analizzato in questo studio.
Credits Michelle O’ Reilly

Già nell’immaginario degli antichi storici la stessa lingua etrusca portava ad interpretazioni più disparate sulla loro origine. Erodoto puntava all’influenza di elementi culturali greci per sostenere che gli Etruschi discendessero da gruppi migratori provenienti da aree anatoliche o egee. Diversamente, Dionigi di Alicarnasso sosteneva che fossero una popolazione autoctona, sviluppata localmente dalla cultura villanoviana dell’età del bronzo.

L’ipotesi di un’origine autoctona, secondo molti, non rivelerebbe nulla di nuovo essendo già stata teorizzata anche in passato ma la novità sta proprio nello studio avanzato condotto dai ricercatori che per la prima volta hanno indagato genomi completi  con risultati altamente indicativi sull’origine di questa popolazione.

Etruschi, sarcofago degli sposi. Foto: Alessandra Randazzo

Il team internazionale ha raccolto informazioni genomiche su un arco temporale di quasi 2000 anni, mettendo in relazione dodici siti archeologici ed evidenziando che non ci sono prove genetiche di un recente movimento di popolazioni dall’Anatolia. Gli Etruschi hanno condiviso il profilo genetico dei Latini della vicina Roma e molti dei loro antenati provenivano dalla steppa Eurasiatica durante l’età del bronzo.

Ancora da studiare la persistenza di una lingua non indoeuropea in Etruria, fenomeno intrigante con teorie varie e spesso poco scientifiche che richiederà ulteriori indagini storiche, archeologiche, linguistiche e genetiche.

Questa persistenza linguistica, combinata con un ricambio genetico, sfida la tesi che i geni siano uguali alle lingue .”, afferma David Caramelli, docente di Antropologia dell’Ateneo fiorentinoe suggerisce uno scenario più complesso che potrebbe aver coinvolto l’assimilazione dei primi popoli italici da parte della comunità linguistica etrusca, forse durante un periodo prolungato di mescolanza nel secondo millennio a.C.”.

Lo studio del DNA antico è stato fondamentale per capire ulteriormente quali fenomeni storici abbiano interessato l’Italia nel corso dei secoli. Per almeno 800 anni il patrimonio genetico etrusco è rimasto inalterato, in un periodo  compreso tra l’età del ferro e il periodo della repubblica romana.

Successivamente, durante il periodo imperiale che ha sensibilmente incrementato lo scambio di commerci, persone, schiavi in tutto il Mediterraneo e oltre, l’Italia centrale ha subito un cambiamento genetico su larga scala soprattutto con molti apporti dal Mediterraneo orientale. Dopo il crollo dell’impero romano, antenati dell’Europa settentrionale si sono diffusi nella penisola italiana. Migranti germanici compresi individui associati al Regno Longobardo potrebbero aver lasciato un impatto genetico rintracciabile sul paesaggio genetico dell’Italia centrale.

Nelle regioni della Toscana, del Lazio e della Basilicata il patrimonio genetico della popolazione è rimasto poi in gran parte continuo tra l’Alto Medioevo e oggi. Questo dato lascia intendere che il principale pool genetico delle persone attuali dell’Italia centrale e meridionale si sia in gran parte formato almeno 1000 anni fa.

Sebbene i dati sul DNA antico da tutta Italia siano ancora parziali, i cambiamenti di discendenza in Toscana e nel Lazio settentrionale simili a quelli riportati per la città di Roma e i suoi dintorni suggeriscono che gli eventi storici durante il I millennio d.C. abbiano avuto un impatto importante sulle trasformazioni genetiche in gran parte della penisola italiana.

 


Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Quanto è bello iniziare a studiare la Divina Commedia. Si è al terzo anno di scuola superiore, nel pieno dell’adolescenza, magari innamoratissimi, persi nel pensiero di quel ragazzo o ragazza che proprio non vuol cessare di incantarci e, in un bel pomeriggio d’autunno, ci vediamo (almeno inizialmente) obbligati a leggere l’incomprensibile opera di quel burbero di Dante Alighieri. Un nome spaventoso, che atterrisce gli studenti alle prime anni e gli studiosi che ormai hanno fatto il callo. Parliamo, in fondo, del Padre della letteratura italiana e della lingua italiana, ed è pur comprensibile lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma questi sono sentimenti passeggeri, perché non c’è studente, per quanto pigro, svogliato e disinteressato, che non venga rapito dai versi di quel tristissimo fiorentino. Perché quando Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia era triste davvero e mortalmente arrabbiato con i fiorentini.

E mentre era in esilio, non avendo a disposizione altro mezzo per farla pagare a tutti, condannò i suoi nemici alla damnatio memoriae, assai meglio di chiunque altro. E, così facendo, ha reso immortali tutti quanti, specie il papa Bonifacio VIII. Non tutti sono in grado di segregare i propri nemici all’Inferno, e con quale stile! Eppure, vi è un punto della prima cantica dantesca che ha fatto particolarmente impressione a Nicolò Machiavelli, al punto che questi, irato col maestro fiorentino, giunse a dire che avesse «disonorato l’opera sua». E questo perché il nostro poeta prediletto, desideroso di rappresentare con estremo realismo la genia umana, avrebbe «fuggito l’osceno», facendo fare ad un personaggio piuttosto scurrile un gestaccio che Machiavelli proprio non ha perdonato al poeta. Ne parla in un’opera poco conosciuta e mai resa pubblica, in cui immagina di parlare con il grande Poeta. Si sta parlando del Discorso intorno alla nostra lingua.

Nel ventiquattresimo canto, dopo aver attraversato l’Inferno in tutto il suo indicibile orrore, esserci impietositi e irritati, interrogati su alcuni versi misteriosissimi e averne imparato qualcuno per poterlo sfoderare al momento giusto, si cammina insieme a Dante e Virgilio tra le Malebolge, i cerchi più remoti del regno infernale. E qui giungiamo nella bolgia dei ladri, che vengono morsi al collo da un serpente, cadono a terra come cenere e rinascono da essa, esattamente come la fenice.

Un’immagine straordinaria, tra le più belle e spaventose di questo immenso poema:

Ed ecco a un ch’era da nostra proda, / s’avventò un serpente che ‘l trafisse / là dove ‘l collo a le spalle s’annoda. / Né O sì tosto mai né I si scrisse, / com’ el s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse; / e poi che fu a terra sì distrutto, / la polver si raccolse per sé stessa / e ‘n quel medesmo ritornò di butto. / Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa”.

Qui Dante trova un abitante di Pistoia, città detestatissima dal poeta, e il buon Virgilio chiede al figuro chi sia: si parla di Vanni Fucci, un nome che a noi non dice niente, ma che ai tempi di Dante era ben noto per diversi furti e un omicidio. Non a caso, si presenta al poeta dicendo che

vita bestial mi piacque e non umana / sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.

Precisamente, quest’uomo era considerato il famigerato autore di un furto sacrilego che era avvenuto nel 1293 nella cappella di San Iacopo, all’interno del duomo di Pistoia. Qui, sarebbero state rubate le sante reliquie custodite e un tesoro, straordinariamente ricco. Inizialmente fu arrestato e quasi impiccato un innocente, tale Rampino Foresi, per poi essere acciuffato uno dei complici, il notaio Vanni della Monna. E questi, ormai prossimo all’impiccagione, rivelò di essere stato aiutato da Vanni Fucci, che era già parecchio celebre per le sue malefatte. Il problema, a quel punto, era che il presunto ladruncolo aveva già lasciato la città, senza che si potesse verificare in alcun modo un suo effettivo coinvolgimento. Ma Dante, a prescindere, lo colloca tra i ladri e risolve il giallo con l’inappuntabilità di un Poirot medievale. Naturalmente, gli fa confessare il furto.

Davanti a Dante, l’uomo arrossisce di trista vergogna, ma non perché si vergogni del suo gesto, ma perché si sente umiliato e ritiene che Dante goda nel vederlo in quello stato. Allora, inizia col dire “apri li orecchi al mio annunzio, e odi”, e lo avverte che se mai riuscisse ad uscire dall’Inferno, troverà una sorte amara ad attenderlo. E a quel punto gli racconterà tutte le future disfatte di Firenze. Lo fa perché il poeta soffra: “E detto l’ho perché doler ti debbia” sostiene infelicemente.

Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge
La bolgia dei ladri nell'illustrazione di Gustave Doré dal XXV° canto dell'Inferno, dall'edizione inglese (tradotta dal Rev. Henry Francis Cary) dell'Inferno (senza data), Cassell, Petter, Galpin & Co., New York, London and Paris

Così, si conclude il ventiquattresimo canto, lasciando i lettori attoniti, ma non appena ha inizio il successivo, Vanni Fucci, in linea con il sacrilegio compiuto in vita, compie un gesto terribile verso Dio, che non compare per la prima volta nella Divina Commedia, ma nel Novellino.

Qui verrebbe da ridere ad un lettore di qualunque secolo, perché si assiste alla prova provata che, gira e volta, passano le epoche, e si resta sempre gli stessi da un secolo all’altro:

Alla fine delle sue parole il ladro / le mani alzò con ambedue le fiche, / gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!

E subitamente, come un novello Laocoonte, Fucci viene attaccato dai serpenti e stretto in una morsa. Ha bestemmiato contro l’Etterno e deve pagarla. Ma precisamente che gestaccio ha fatto quella canaglia di un Vanni?

Era un gesto volgare molto conosciuto all’epoca, che voleva mimare l’atto sessuale e precisamente la sottomissione sessuale. Un equivalente del nostro dito meglio o del gesto dell’ombrello, per intendersi. E si faceva stringendo la mano a pugno e mettendo il pollice tra medio e indice. All’epoca, chi osava fare un simil gesto verso il Signore Iddio e la Vergine Maria o, addirittura, osava mostrare le natiche, andava incontro a multe modiche o a qualche scappellotto. Di certo non veniva soffocato dai serpenti, ma all’Inferno questi gesti irrispettosi venivano presi parecchio sul serio. Specie perché, all’epoca di Dante, i Pistoiesi si erano preoccupati di erigere, sulla torre del castello di Carmignano, due braccia di marmo con le mani che facevano le fiche a Firenze. E non esiste che Dante perdoni chi si burla della sua città. Quindi, potremmo dire che si è tolto più di un dente con Vanni Fucci e che Machiavelli avrebbe dovuto piuttosto ringraziarlo per aver debitamente ripagato Firenze del torto subito.

Manufica, amuleto di epoca romana in faïence, che riprende il gesto delle fiche. Immagine donata a Wikimedia Commons come parte di un progetto del Metropolitan Museum of Art di New York, come da politica di accesso aperto per le risorse grafiche e per i dati. Foto Metropolitan Museum of Art, CC0

 

Riferimenti bibliografici:

Barbero A., Dante, Editori Laterza, Bari-Roma 2020;

Bonatti M., Dante a piedi e volando. La Commedia come racconto di viaggio, Edizioni Terra Santa, Milano 2020;

Cazzullo A., A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia, Mondadori, Milano 2020;

Ferroni G., L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia, La nave di Teseo, Milano 2019;

Sermonti V., L’Inferno di Dante, supervisione di Gianfranco Contini, Bur Rizzoli, Milano 2018;

Veneziani M., Dante nostro padre: il pensatore visionario che fondò l’Italia, Vallecchi, Firenze 2020.


Leonardo RAI1

Leonardo, in prima tv mondiale su Rai1 dal 23 marzo

Leonardo

In prima tv mondiale su Rai1 dal 23 marzo

Leonardo RAI1
LEONARDO - una nuova serie evento di Rai1

LEONARDO - una nuova serie evento di Rai1, in onda in prima visione dal 23 marzo, prodotta da Lux Vide con Rai Fiction, Big Light Productions in associazione con France Télévisions, RTVE e Alfresco Pictures, co-prodotta e distribuita nel mondo da Sony Pictures Television, con un cast d’eccezione guidato da Aidan Turner (Poldark, Lo Hobbit), Matilda De Angelis (The Undoing, I ragazzi dello Zecchino d’Oro, Tutto può succedere), Freddie Highmore (The Good Doctor, Bates Motel) nel ruolo di Stefano Giraldi e con la partecipazione straordinaria di Giancarlo Giannini nel ruolo di Andrea del Verrocchio.

LEONARDO racconta in otto episodi (quattro serate), girati interamente in inglese, la storia di un genio la cui personalità complessa ed enigmatica rimane ancora oggi un segreto avvincente. LEONARDO vuole svelare il mistero di uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici della Storia. Conosciamo tutti le sue opere d’arte, ma il suo carattere è ancora ignoto. Cosa muoveva la sua infinita immaginazione? Quale travaglio nascondevano le sue più grandi creazioni? Chi era la donna misteriosa che ha ispirato il suo capolavoro perduto, Leda col cigno, di cui restano solo copie dalla simbologia enigmatica?

Leonardo era il figlio illegittimo di un notaio, Piero Da Vinci. Non riconosciuto dal padre e abbandonato dalla madre, il bambino fu affidato ai nonni paterni che lo crebbero in condizioni durissime. Osservare la natura divenne per Leonardo l’unica via di fuga possibile. La solitudine impostagli da bambino,una volta adulto, diventa un’esigenza: la condizione indispensabile per inseguire e soddisfare la sua curiosità.
Usava l’arte per realizzare opere che glorificassero Dio e la scienza per creare armi, mappe e opere d’ingegneria che rafforzavano il potere di brutali tiranni. Nessun sacrificio era troppo grande, ma nessun risultato era mai abbastanza. Realizzò capolavori come l’Ultima cena, ma molte altre opere rimasero incomplete, perché non raggiungevano, secondo il suo severissimo giudizio, i traguardi impossibili che Leonardo aveva imposto a se stesso.

La serie ha inizio con Leonardo poco più che ventenne; lavora come apprendista nella bottega di Andrea Del Verrocchio a Firenze, dove incontra Caterina Da Cremona che posa come modella.
Ogni episodio si concentra su una delle opere di Leonardo, alcune radicate nella memoria collettiva, altre meno note al grande pubblico: non solo dipinti, ma anche invenzioni, macchine da guerra, grandi sculture in bronzo. In ogni episodio si svela la vicenda che si nasconde dietro ogni opera per raccontare il serrato dialogo che si stabilisce tra questa, la formazione intellettuale di un grande artista e la complessità di un uomo quale è stato Leonardo. Ogni episodio metterà in luce la relazione tra vita e opera d’arte, formazione intellettuale e complessità umana di un grande artista come Leonardo.

LEONARDO svela per la prima volta il mistero dell’uomo nascosto dietro al genio: è la storia di come l’artista più grande che il mondo abbia mai conosciuto scopre che esiste qualcosa di più importante dell’arte: il prezzo della genialità.

LEONARDO è il primo progetto a guida italiana dell’Alleanza tra i tre grandi broadcaster pubblici dell’Europa continentale (Rai, France Télévisions, ZDF) che ha visto la Rai collaborare con il servizio pubblico radiotelevisivo francese.
La serie evento LEONARDO sarà visibile anche in 4k sul canale via satellite Rai4K disponibile al numero LCN 210 della piattaforma tivùsat.

Per visionare il NewsRai dedicato aprire il link.

La storia nella serie TV RAI1 Leonardo

Figlio illegittimo di un notaio della cittadina rurale di Vinci, in Toscana, Leonardo vive un'infanzia solitaria, guidata da un profondo bisogno di ricerca e scoperta. Con instancabile curiosità, spazia tra arte, scienza e tecnologia, infondendo in ogni disciplina una profonda e coraggiosa umanità, liberandole dalle convenzioni del tempo, guidato da un intenso desi- derio di svelare i segreti del mondo che lo circonda. La serie racconta l’enigma dell'uomo oltre il genio, attraverso una storia inedita e originale, fatta di mistero e passione che scava a fondo in una personalità complessa, rivelandone la straordinaria modernità e la profondissi- ma umanità.

I personaggi della serie TV RAI1 Leonardo

Leonardo da Vinci
(Aidan Turner)

Descritto come “l’uomo più instancabilmente curioso della storia”, Leonardo da Vinci incarna l’emblema dell’uomo rinascimentale: pittore, scultore, scienziato, inventore e ingegnere. I suoi codici contengono invenzioni rivoluzionarie che avrebbero richiesto quattro secoli per essere realizzate. Cresciuto in solitudine, Leonardo si tiene lontano da tutti. Tuttavia, è un osservatore attento che guarda il mondo e vede cose che gli altri non vedono. Prova una meraviglia quasi infantile di fronte ai miracoli della creazione. Leonardo mira all’impossibile: la perfezione nell’arte. Le sue debolezze lo tormentano.
La sua energia creativa esplode in modi e toni diversi ogni giorno, a volte controllata, dando poi vita a opere meravigliose, altre, anarchica e vulcanica, rischiando di diventare autodistruttiva per l’artista. Nonostante il suo talento, la perfezione gli sfugge. È inquieto, impaziente e spesso insoddisfatto. Dedica la vita al suo lavoro, a spese di chi gli sta accanto

Stefano Giraldi
(Freddie Highmore)

Stefano Giraldi è un rappresentante della legge a Milano: giovane, ambizioso e di talento. È totalmente dedito al lavoro e vuole fare carriera, con ogni mezzo. Quando un caso insolito arriva davanti al Podestà – Leonardo da Vinci, il più famoso artista del suo tempo, è accusato di omicidio – Stefano pensa sia l’occasione giusta per farsi notare, ma ben presto si accorge di lacune e incongruenze nella ricostruzione dei fatti. Nel tempo che trascorre interrogandolo, inizia a nutrire per lui un profondo rispetto. Il giovane ufficiale inizialmente disinteressato all’arte comincia a esserne toccato.

Caterina da Cremona
(Matilda De Angelis)

Migliore amica di Leonardo, Caterina è diversa da qualsiasi altra donna l’artista abbia mai incontrato. Nata
povera ma con uno spirito inquieto e indomabile, Caterina ha una personalità che lo conquista. È sicura di
sé, diretta, ma il suo comportamento apparentemente deciso e sicuro cela una vulnerabilità e una sofferenza
che solo Leonardo riesce a cogliere. C’è qualcosa nella sua bellezza che Leonardo trova affascinante, ma indefinibile e ben presto ne diventa ossessionato. Caterina è lusingata e al tempo stesso irritata da quest’uomo così singolare.

Ludovico Sforza
(James D’Arcy)

Il Reggente di Milano, Ludovico Sforza, è un uomo potente, affascinante e perspicace. La sua ricchezza
e posizione gli procurano molti nemici, ma è un patrono delle arti e si presenta a Leonardo come un
possibile mecenate. È profondamente orgoglioso e non è abituato ai rifiuti, eppure può anche mostrarsi sorprendentemente gentile. Può esibire grande fascino e affabilità, ma al tempo stesso può risultare
molto pericoloso. Sa essere persuasivo ed è abile a manipolare gli altri in modo da ottenere ciò che
vuole: il potere, la regalità e il prestigio che vengono da un grande passato.

Salaì
(Carlos Cuevas)

Apprendista e amico intimo di Leonardo, Salaì, di straordinaria bellezza, ha un fascino disarmante e un diabolico senso dell’umorismo (da cui il soprannome, Salaì significa “diavoletto”). Pur essendo molto giovane sa comprendere le persone, ma può anche essere arrogante e invadente. C’è qualcosa in lui di istintivamente malizioso e giocoso che deriva forse dalla vita che ha condotto per strada a Milano. Eppure è molto leale e solidale e farebbe qualunque cosa per Leonardo.

Andrea del Verrocchio
(Giancarlo Giannini)

Il giovane Leonardo da Vinci lavora come apprendista nella bottega di un artista conosciuto, Andrea del Verrocchio. Verrocchio è un uomo che suscita timore e i suoi apprendisti lo adulano, ansiosi di colpirlo e fare carriera sotto la sua guida. Ma Verrocchio è un critico severo e non ha tempo per la mediocrità. Ha una solida reputazione da proteggere, per non parlare del suo desiderio di conquistare la gloria artistica. All’inizio non considera molto il singolare, introverso Leonardo, ma quando l’aspirante giovane artista salva una delle sue commissioni più difficili, Verrocchio è colpito dalla sua genialità e lo ingaggia subito per assisterlo a dipingere il famoso Battesimo di Cristo.

Tommaso Masini
(Alessandro Sperduti)

Tommaso è un uomo ambizioso, con una vena di gelosia che affiora quando si sente minacciato e che lo porta ad agire in modo vendicativo, come quando cerca di impedire che Leonardo diventi il primo apprendista del Maestro Verrocchio. Tuttavia è in grado di ammettere i propri errori e porvi rimedio. Dopo aver lavorato per anni accanto a Leonardo, litiga con lui quando si accorge che è disposto a sacrificare la sicurezza di chi gli sta accanto se questa compromette o mette in pericolo la sua arte, e lo abbandona. Spesso Tommaso ha opinioni forti e le esprime in modo diretto, perciò - quando gli viene richiesto da Stefano di descrivere la personalità di Leonardo - non si tira indietro.

Piero da Vinci
(Robin Renucci)

Piero da Vinci è il padre di Leonardo. Assente dalla vita di Leonardo, Piero è rimasto indifferente al figlio, forse vergognandosi della relazione avuta con la madre, una ragazza proveniente da una famiglia povera. Sembra anaffettivo e distante, ma in realtà cerca di aiutare il figlio, mandandolo nella bottega del Verrocchio e finanziando il suo apprendistato. Quando Leonardo verrà allontanato dalla bottega del maestro, gli procurerà una commissione e a dispetto delle accuse di sodomia rivolte a suo figlio, garantisce per lui offrendogli
l’opportunità di portare a termine l’opera. Per la prima volta sembra interessarsi a lui, ma esprime il suo profondo disappunto quando Leonardo non riesce a completare la commissione, distruggendo la
sua speranza di essere finalmente accettato. Quando si rivedranno, alcuni anni più tardi, Piero è consapevole del successo di Leonardo, ma non riesce a esprimere il suo affetto e il suo orgoglio nei confronti del figlio.

Bernardo Bembo
(Flavio Parenti)

Bernardo Bembo, ambasciatore veneziano presso il Duca di Milano, è attraente e possiede un fascino disarmante. Il suo carisma e la sua ricchezza sono notevoli. Caterina è attratta dalla sua sicurezza e dal suo approccio diretto e ne diventa l‘amante. La sua autostima, però, si sgretola quando Bernardo intuisce la profondità del legame che la unisce a Leonardo.
Spinto dalla gelosia, impedisce a Caterina di frequentare l’artista, ma si rende conto che per quanti sforzi possa fare, lei non lo amerà mai dello stesso amore. Perciò la lascia, interrompendo la relazione. Anni dopo, prova ancora affetto per Caterina e così, quando riceve una lettera dalla sua ex amante che è preoccupata per il comportamento di Leonardo, corre subito in suo aiuto.

Galeazzo Sanseverino
(Antonio De Matteo)

Sanseverino è il comandante militare, braccio destro di Ludovico Sforza a cui è profondamente fedele. Protegge il Duca Reggente da qualsiasi minaccia alla sua sicurezza e punisce in fretta chiunque osi tradirlo. È intelligente e spietato. Condivide la sete di potere di Ludovico che considera il duca legittimo di Milano e farà qualsiasi cosa per aiutarlo a conservare il potere.

Note di regia

La prima esperienza che ho vissuto durante la lavorazione di Leonardo è stata un privilegio indimenticabile: un tour privato della collezione di bozzetti leonardeschi della Regina, a Buckingham Palace. Io e gli sceneggiatori  siamo stati accompagnati stanza dopo stanza alla scoperta delle singole pagine estratte dai famosi quaderni di Leonardo, testimoni del suo complesso ed eclettico pensiero reso sotto forma di parole e disegni incredibilmente minuscoli. Nessun frammento di carta è stato sprecato, nessuna idea lasciata inesplorata.
Ciò che colpisce maggiormente l’osservatore è però l’attenzione maniacale di Leonardo per i dettagli. Il suo approccio al processo creativo era quello di uno scienziato, che si trattasse di dissezionare un fiore o cogliere il movimento di un cavallo rampante. Testava e ritestava ogni nozione fino a scoprire una verità o una realtà a cui aggrapparsi. L’immagine che emerge è quella di un uomo ossessivo, in perpetua tensione, totalmente votato alla ricerca, instancabile e sempre insoddisfatto.
Anche noi, in qualità di cineasti, abbiamo dovuto sforzarci di trovare un linguaggio per raccontare questa singolare figura di artista e inventore. Come vedeva il mondo Leonardo? Che esperienza ne aveva? Quali paure lo guidavano, quali gioie lo motivavano, quali relazioni muovevano il suo animo? E come possiamo comprendere la mente di questo straordinario essere umano? Non è una questione di poco conto perché, per quanto Leonardo fosse un genio fuori dal comune dotato di un talento unico, era anche un uomo tormentato da dubbi, debolezze e passioni.
Per guardare il mondo attraverso gli occhi di Leonardo, il mio principio ispiratore è stato quello di rendere ogni aspetto della produzione il più autentico possibile. Dai paesaggi ai suoni, dai materiali alle tecniche, fino ai capelli unti e allo sporco sotto le unghie. Non volevo che ci accontentassimo di provare il mondo di Leonardo, dovevamo abitarlo.
Il nostro direttore della fotografia, Steve Lawes, ha scelto di ricorrere solo alla luce che Leonardo stesso avrebbe utilizzato per dipingere. Luce solare e lunare per gli esterni, lume di candela e fuoco del camino per gli interni.
Il nostro costumista, Alessandro Lai, ha creato un guardaroba spettacolare partendo unicamente dai modelli, dalle trame e dai tessuti dell’epoca.
Anche lo scenografo, Domenico Sica, ha progettato set spettacolari per gli ambienti interni ed esterni, ricreando non solo le location più famose, come il refettorio di Santa Maria della Grazie, dove ancora ammiriamo l’Ultima Cena, ma tutte le strade, le piazze, i tuguri e i saloni dei palazzi del Rinascimento fiorentino e milanese.
Anche nella riproduzione dell’arte leonardesca ci siamo sforzati di perseguire l’autenticità sia nei metodi e nei materiali, sia nella minuziosa cura per i dettagli che Leonardo metteva in ogni cosa.
La sfida che più di tutte ci preoccupava era quella di ricreare l’arte perduta di Leonardo - dipinti come Leda col cigno, sculture come il Gran Cavallo o il gigantesco affresco de La Battaglia di Anghiari, quattro volte più grande dell’Ultima Cena. È quasi disarmante cercare di riprodurre questi capolavori quando tutto quello che hai in mano è qualche studio abbozzato.
Per riuscire nell’impresa, ci siamo affidati a un team di straordinari artisti che hanno cercato, disegnato, dipinto e scolpito 24 ore su 24.
Proprio come la pittura tuttavia il cinema punta non tanto a riprodurre la realtà quanto piuttosto a creare un’impressione del mondo. Un’impressione che ha una sua estetica, una sua palette cromatica, che vive di umori, toni ed espressioni visive proprie.
Uno dei compiti più ardui per noi cineasti è quello di capire come trasmettere la percezione unica di Leonardo, i suoi sogni, i suoi ricordi, le sue fonti di ispirazione. Per farlo, dobbiamo amplificare le sequenze girate con la CGI, sempre però nel pieno rispetto del principio dell’autenticità. Per creare questi voli pindarici, i professionisti degli effetti visivi di Stargate hanno utilizzato solo elementi fisici che Leonardo stesso conosceva e studiava: vento, acqua, fuoco, polvere, fumo e luce.
Al di là delle scelte tecniche la mia speranza è che Leonardo sia una serie davvero appassionante e di rara bellezza, capace di rendere onore a questo sbalorditivo artista.

Daniel Percival

 

 

Comunicato stampa e Foto dall'Ufficio Stampa RAI sulla serie TV RAI1 Leonardo


Attilio Mussino Pinocchio

Attilio Mussino - “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

La riscoperta del dattiloscritto autobiografico di Attilio Mussino: “C’era una volta lo zio di Pinocchio…”

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino, autoritratto, 1894. Museo Attilio Mussino - Vernante

16 luglio 1956. Un bel giorno d’estate, sul tavolo una penna, un dattiloscritto corretto pronto per inviare all’editore, un berretto rosso da pittore, alcune sigarette e tanti scarabocchi su dei fogli. Ma lui non c’è più, non è riuscito a concludere l’opera rimanevano alcune correzioni da fare e alcune illustrazioni. Solo così la sua memoria sarebbe rimasta.

Ormai da dieci anni Attilio Mussino viveva lì, a Vernante, dove finalmente aveva ritrovato la pace e la voglia di tornare a vedere il mondo con gli occhi dell’arte. È un artista che si sfiora con la mente tante volte, come un ricordo, a volte così evanescente che subito scompare. In fin dei conti egli è sì un artista, ma non delle grandi arti maggiori come pittura, scultura o architettura.

Egli si è formato su di esse ma non le ha inseguite, ha dipinto molto anche se è secondario a ciò che lui fu davvero: un illustratore. Egli fu il creatore dell’immagine più famosa che un monello burattino poteva avere, Pinocchio. Quell’immagine legnosa, di un legno solo buono da ardere, con il suo vestitino verde, il naso che si allunga e la capacità di mettersi sempre nei guai che da bambini tutti noi abbiamo letto. Ma cosa davvero sappiamo del suo illustratore, oltre al legame con Pinocchio?

Attilio Mussino, nel suo studio a Vernante, intento a disegnare e a mostrare il ritratto di Geppetto dell’edizione 1911 delle Avventure di Pinocchio. Foto di ignoto (1954). Collezione Pro Loco Vernante

Un quesito che lo stesso artista si era posto. Aveva 66 anni Mussino, quando arrivò a Vernante nel 1945, aveva vissuto attimi dolorosi segnati da una feroce guerra che gli aveva portato via tutto, la villetta sulla collina torinese comprata con l’eredità della nonna, l’unico figlio Giorgio e la moglie malata da tempo che lo abbandonò dopo i freddi inverni passati a Strevi. Era solo con la sua tragedia.

Tuttavia una luce apparve: Margherita, la fata non dai cappelli turchini ma di un bel rosso ramato, era ancora accanto lui, vernantina di nascita, lo aiutò e insieme si trasferirono a Vernante dove nell’ottobre del 1945 si sposarono. In quagli anni Mussino ritrova la pace, gli abitanti del paese lo vedono salire e scendere dalle montagne in cerca di nuovi scorci, di paesaggi, di ritratti della gente del posto che egli schizza, dipinge non volendo nulla in cambio.

È buono Attilio, pur avendo problemi economici a cui si unirono presto anche quelli di salute, tuttavia sorride ancora ai bambini che lo vengono a trovare una volta finita la scuola e si dimostrano attenti alle lezioni di disegno che egli offre. Ma c’è comunque un’inquietudine, una consapevolezza amara: egli è celato agli occhi del mondo, gli editori non lo considerano più, i nuovi illustratori si fingono ignari di quanto essi debbano a tale artista, e anche i bambini che passano sotto il suo balcone, con il Pinocchio di Collodi nelle cartelle, non sono consapevoli che il creatore di quelle smorfie, di quegli abbracci, di quelle risate di legno si trovi sopra le loro teste, tra i fiori di un balcone di montagna.

Attilio Mussino sente il peso di tutto questo e con lui anche lo stesso Pinocchio, non più come personaggio di un libro, ma come un cronista intento ad ascoltare le ultime parole di Mussino. Da quando lo aveva incontrato il burattino aveva vissuto con l’artista, si era fatto raccontare la sua storia: la sua infanzia, la formazione accademica e i maestri, gli amici che frequentavano il suo studio, i giornali per adulti e bambini per cui aveva lavorato, la guerra, gli affetti famigliari ed infine Vernante.

Attilio Mussino Pinocchio
Attilio Mussino insegna ai bambini di Vernante come disegnare un pupazzetto di Pinocchio. Foto di ignoto (1954), Museo Attilio Mussino - Vernante

Uno scambio di vite avveniva all’ultimo piano di Via Nizza, n 19 a Torino; Pinocchio raccontava le proprie “pinocchiate” e Attilio Mussino faceva lo stesso con quei momenti salienti del suo passato, rendendolo partecipe anche del suo presente. Il burattino racconta attraverso un microfono la vita passata e presente di Mussino; la riporta alla luce, la rende nota per chi non la conoscesse e la ripropone a coloro che invece l’hanno dimenticata. Essere ricordato tra gli adulti non gli importa, dopotutto non gli è mai appartenuto quel mondo, ma i bambini e i loro mondo sì. Egli vuole essere ricordato tra di loro, desidera ancora narrare per immagine le storie di qual mondo fatto di risate vere ed aspira ancora ad accompagnarli nella loro crescita; ma come fare tutto questo se non c’è più casa editrice che lo chiama a illustrare? La risposta è semplice, far raccontare la sua vita da un personaggio amico, Pinocchio: nasce così il Pinocchio al Microfono. 

Era il 1909 e Pinocchio, ormai stufo di venir ritratto dai diversi illustratori, è costretto dalla casa editrice Bemporad ad andare a Torino. Già Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri avevano trasmesso con la loro arte le Avventure scritte da Collodi, tuttavia il commendator Bemporad voleva realizzare una terza grande edizione dell’opera e per farlo incaricò proprio Attilio Mussino di Torino.

Inizialmente diffidenti, illustratore e burattino divennero grandi compagni di avventure anche curiose. Pinocchio racconta la propria crescita e così fa Mussino toccando con flashback eventi della sua vita, figure che ha incontrato, momenti gioiosi ma anche drammatici in una Torino tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Mussino si formò come pittore presso l’Accademia Albertina di Torino, avendo ricevuto fra gli altri l’insegnamento di Giacomo Grosso; tuttavia egli prediligeva scarabocchiare figure, maschere, omini sui libri. Iniziò proprio in questi anni a collaborare con le testate satiriche dell’epoca come “Il Fischietto”, “La Luna”, “Il Pasquino” e poi con “La Gazzetta del Popolo” offrendo la sua penna a caricature avvincenti delle diverse sfilate politiche e sociali che vi erano a Torino.

Attilio Mussino, la puntata I vecchi amici di Mamma e papà, Bilbobul, su “Corriere dei piccoli”. Museo Attilio Mussino - Vernante

Un tratto deciso, dai contorni definiti, neri che suscitano nella loro immediatezza il riso. Caratteri tipici della sua arte che si prestarono alle illustrazioni per l’infanzia. Personaggi inventati, bimbi monelli, animali parlanti diventano il repertorio delle storie che Mussino viene chiamato a rappresentare sulle pagine de “La Domenica dei Fanciulli” dal 1901 o sul “Corriere dei Piccoli” dal 1909, dando immagine a uno dei personaggi più famosi, il neretto Bilbobul. La collaborazione con le testate giornalistiche e con le grandi case editrici dell’epoca come Lattes e Paravia lo portano ed essere chiamato dalla Bemborad.

Attilio Mussino Pinocchio
Due pagine delle Avventure di Pinocchio illustrate da Attilio Mussino nell'edizione originale del 1911. Archivio privato

Dopo ben tre anni di lavoro, il 2 ottobre 1911 esce la terza grande edizione di lusso delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, portando Attilio Mussino a diventare il princeps dell’illustrazione italiana. Le sue illustrazioni, che sfruttano diverse tecniche, sono così teatrali e coloristiche da portare il lettore a compartecipare alla vicenda pinocchiesca, che abbandona la Toscana per un Piemonte borghese di inizio ‘900, rendendo l’opera di Mussino superiore a qualsiasi altra edizione. Egli entra nel libro, lo comprende, lo vive e ne da delle immagini immortali. Ad alcuni non piacque, come ai puristi fiorentini capeggiati dal giornale “La Voce” ma ormai Mussino era il più ricercato e il più desiderato.

Attilio Mussino, Cartolina (1918) per la Sezione Cartografica della Seconda armata. Museo Attilio Mussino - Vernante

Tuttavia, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, tale successo inizia a crollare: egli è chiamato al fronte nel 1917 dove mette a disposizione la sua arte per la Sezione Cartografica della Seconda Armata realizzando cartoline e illustrazioni che incitavano i soldati alla vittoria e alla resistenza. Tornato dalle valli del Piave, da lui immortalate, riprende la sua attività ma l’avvento del fascismo è alla porte. Nel 1932 egli si iscrive al PNF e per permettere alla propria arte di sopravvivere è costretto a sottostare alla nuova poetica littoria, sia nello stile che si fa più enfatico e più statuario, sia nelle storielle infantili.

Attilio Mussino, disegni della Valle del Piave, 1915-18. Museo Attilio Mussino - Vernante

L’avvento di una nuova guerra spazza via tutto questo, Mussino abbandona Torino si rifugia nella campagna alessandrina con la moglie e la domestica. Qui giunge la notizia della morte del figlio Giorgio e neanche un mese dopo, nell’agosto del 1945 anche della moglie. Ormai è solo con il suo dolore e con i problemi economici: l’arte non paga più, la pensione di giornalista è insufficiente, la villetta di Torino è stata portata via dalle bombe. Ma non tutto è perduto: Margherita, la domestica non lo abbandona anzi lo porta a Vernante ed è proprio da quel luogo che il nostro racconto è partito; ed è da lì che Pinocchio ci ha raccontato tutto questo scritto in un dattiloscritto, lasciato incompiuto su una tavolo da cucina, che dopo anni è ritornato alla luce, il Pinocchio al Microfono. 

Attilio Mussino Pinocchio
Pagine 46 e 47 del dattiloscritto autobiografico del Pinocchio al Microfono di Attilio Mussino, con le correzioni di sua mano. Archivio privato

Finalmente si ha la possibilità di riscoprire la vita di un artista che non è solo l’illustratore di Pinocchio, ma un pittore, un giornalista, uno scrittore: una figura poliedrica la cui memoria può ora essere trasmessa dalle sue stesse parole. Il recupero del dattiloscritto, eseguito per la tesi triennale in Beni Culturali della scrivente, è stato condotto con la trascrizione, eseguita secondo caratteri conservativi, del testo a cui si è poi provveduto a predisporre un apparato di note di commento che ha permesso di verificare e approfondire le affermazioni che Mussino dichiara. Attraverso una ricerca bibliografica e archivistica importante, i diversi aspetti del testo originario e della vita di Mussino sono stati ripresi e riportati alla luce nella speranza di aver un nuovo peso ad uno degli illustratori molto spesso rilegati ad un ambito puramente infantile e illustrativo soggetto ancora oggi ad una considerazione marginale.

 

Tutte le foto sono scattate da Gabriella Vitali


espositivi 2021 Bargello Dante

Progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello - 700 anni dalla morte di Dante Alighieri

Il 23 settembre alle ore 10:00, nel Salone di Donatello del Museo Nazionale del Bargello, sono stati anticipati alla stampa, alla presenza del ministro dell’Università e della Ricerca, professor Gaetano Manfredi, i progetti espositivi organizzati per il 2021 dai Musei del Bargello, in occasione delle celebrazioni per i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri.

Oltre al Ministro sono intervenuti: Tommaso Sacchi, assessore alla cultura del Comune di Firenze; Massimo Osanna, Direttore Generale Musei del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo; Lugi Dei, Rettore dell’Università di Firenze; Andrea Mazzucchi, ordinario di Filologia dantesca e membro del Comitato nazionale per le celebrazioni dantesche del 2021; e Paola D’Agostino, direttore dei Musei del Bargello che ha moderato gli interventi dei relatori e presentato i curatori delle mostre programmate per il prossimo anno.

In occasione del settimo centenario dalla morte di Dante Alighieri, i Musei del Bargello e l’Università di Firenze stanno lavorando alla realizzazione di una prima mostra dedicata alla ricostruzione del rapporto tra Dante e Firenze nei decenni immediatamente successivi alla sua morte, presentandone gli attori, le iniziative, i luoghi, e i temi.

Nell’autunno del 2018 è stata, infatti, avviata una collaborazione istituzionale sottoscritta tra i Musei del Bargello e due dipartimenti dell’ateneo fiorentino, il DILEF (Dipartimento di Lettere e Filosofia) e il SAGAS (Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo), che ha portato nell’ultimo biennio a frequenti incontri tra professionalità del mondo museale e della ricerca, instaurando un serrato dialogo con esperti in ambito nazionale e internazionale, tra le istituzioni che hanno concesso i prestiti.

La Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, la Biblioteca Laurenziana e la Biblioteca Riccardiana sono tra gli enti promotori della mostra e hanno contribuito in maniera determinante, concedendo in prestito un nucleo significavo di manoscritti. L’Accademia della Crusca e l’Opificio delle Pietre Dure sono stati interlocutori istituzionali fondamentali nell’articolazione del progetto scientifico.

La mostra, dal titolo «Onorevole e antico cittadino di Firenze». Il Bargello per Dante, si svolgerà dal 23 marzo al 25 luglio 2021, e sarà curata da Luca Azzetta, Sonia Chiodo e Teresa De Robertis dell’Università di Firenze, con un comitato scientifico di esperti filologi e di storici dell’arte, composto da Andrea De Marchi, Giovanna Frosini, Andrea Mazzucchi, Marco Petoletti, e Stefano Zamponi.

Il Museo Nazionale del Bargello è punto di partenza imprescindibile per la ricostruzione del rapporto tra Dante e la sua città dopo la condanna e la morte in esilio. Al suo interno, infatti, si trova l’affresco che testimonia la sorprendente inclusione del Poeta tra le schiere degli eletti nel Paradiso. Il dipinto è stato realizzato nel 1337 dagli allievi e collaboratori di Giotto di Bondone e si trova nella Cappella del Podestà, luogo simbolo del connubio tra la giustizia degli uomini e quella divina. Si tratta di una scelta di rilievo pubblico, punto di arrivo della riappacificazione tra Firenze e il suo illustre figlio, con la quale comincia un processo di ricostruzione e invenzione della memoria. Le pitture della cappella, ma anche gli altri affreschi trecenteschi del Palazzo, costituiranno parte della mostra, volta a richiamare l’attenzione sul valore esemplare dei loro contenuti in rapporto alla funzione dell’edificio, quale sede della suprema autorità giudiziaria della città.

La mostra «Onorevole e antico cittadino di Firenze». Il Bargello per Dante sarà articolata in sezioni, con prestiti di manoscritti e dipinti che saranno allestiti in dialogo con gli affreschi e altre opere coeve, provenienti dalle collezioni del Bargello e da istituzioni italiane e straniere. Si tratta di un itinerario espositivo che ripercorrerà tappe e protagonisti di questo rapporto tra Firenze, l’Alighieri e la sua opera nella prima metà del Trecento, presentando artefici, copisti, commentatori, miniatori e lettori della Commedia intorno all’anno 1337. La mostra intende dare voce proprio a questi protagonisti, i cui nomi sono a volte noti ma più spesso restano sepolti nelle pieghe del passato, ricostruendo così il percorso che avrebbe portato Giovanni Villani a definire Dante «onorevole e antico cittadino di Firenze» e Giovanni Boccaccio a costruire il suo personale monumento cartaceo. Sarà un’occasione straordinaria per approfondire la conoscenza di studi di filologia, paleografia, storia dell’arte e restauro e per mostrare anche al grande pubblico un capitolo unico della storia civile di Firenze che in quel momento assurge ad una dimensione molto più ampia, dando vita al testo vulgato con cui Dante sarà letto e recepito per secoli. La mostra, progettata per consentire livelli di lettura differenziati, non si rivolge solo agli studiosi ma anche al grande pubblico, considerando con particolare attenzione i giovani e le scuole, ai quali sarà dedicato un programma di iniziative collaterali.

La collaborazione tra i Musei del Bargello e l’Università di Firenze sarà inoltre un’occasione formativa per studenti, dottorandi e giovani studiosi, coinvolti nel progetto.

Sempre al Museo Nazionale del Bargello si terrà un secondo evento espositivo dedicato alla fortuna dantesca nella seconda metà dell’Ottocento.

La mirabile visione. Dante e la Commedia nell’immaginario simbolista, si terrà dal 23 settembre 2021 al 9 gennaio 2022 e sarà curata da Carlo Sisi, con il contributo di storici dell’arte e della letteratura di Otto e Novecento che collaboreranno con un Comitato Scientifico composto da Emanuele Bardazzi, Ilaria Ciseri, Flavio Fergonzi, e Laura Melosi.

Nel 1865, ricorrenza del sesto centenario della nascita di Dante, quando il Bargello riaprì le porte come primo Museo Nazionale del Regno d’Italia con una mostra dedicata all’Alighieri, la figura del Poeta si identifica sempre più con l’idea nazionale sancita dagli esiti della politica risorgimentale, per cui Dante è definito “precursore della unità e libertà d’Italia”. Dedicata alla complessa percezione della figura di Dante e della Divina Commedia nel contesto letterario tra Otto e Novecento, la mostra intende presentare una selezione di opere che, dalle correnti naturaliste agli influssi europei del Simbolismo, narrino lo straordinario catalogo di immagini – sublimi, mistiche e oniriche – che il poema dantesco offriva al mondo dell’arte. Articolata in sezioni, la mostra è concepita come una narrazione tematica e interdisciplinare per cui le opere esposte formeranno una stringente sequenza, collegando tra loro dipinti, sculture e i rimandi concettuali e letterari impliciti nella vicenda biografica e poetica di Dante: dalla vigilia del centenario del 1865, alla temperie simbolista e all’importante concorso bandito da Vittorio Alinari nel 1900 per l’illustrazione della Divina Commedia.

Nell’arco del 2021, attraverso i due progetti espostivi saranno ripercorsi i due momenti nodali del legame tra Dante e il Palazzo del Podestà, poi divenuto Museo Nazionale del Bargello, e con la città di Firenze, che il Poeta non avrebbe più visto dopo la condanna del 10 marzo 1302 all’esilio perpetuo e al rogo se fosse tornato nella città gigliata. La presentazione dei progetti espositivi si è tenuta nel Salone di Donatello che, ai tempi di Dante, era la grande Sala dell’Udienza, dove fu emanata la terribile sentenza.

Il Palazzo del Bargello. Presentati i progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Info: www.bargellomusei.beniculturali.it

Testo e video dall'Ufficio Comunicazione e Promozione Musei del Bargello sui progetti espositivi 2021 dei Musei del Bargello in occasione delle celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri


Scansano: Carabinieri TPC restituiscono terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia

Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, dopo 49 anni dal furto, restituisce alla Comunità di Scansano (GR) ed alla chiesa di San Giovanni Battista, una terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia.

Il 5 settembre 2020, alle ore 11, alla presenza del Vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello (GR), Mons. Giovanni Roncari e del Sindaco di Scansano, Francesco Marchi, il Generale di Brigata Roberto Riccardi, Comandante del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Roma, ha restituito alla comunità scansanese un’importantissima terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia, trafugata la notte del 9 agosto del 1971 dalla chiesa di San Giovanni Battista.

terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia Scansano chiesa di San Giovanni Battista

Erano gli anni del cosiddetto “grande saccheggio” in cui beni d’arte, in particolar modo della Chiesa, e i reperti archeologici venivano trafugati in numero elevatissimo dall’Italia e, quelli di maggiore rilevanza come la terracotta della chiesa di San Giovanni Battista, esportati illecitamente. Tale situazione, diffusa o con ripercussioni anche all’estero, portò la Comunità internazionale, al termine di un lungo e complesso processo di elaborazione, a sottoscrivere la Convenzione UNESCO del 1970 concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà di beni culturali, primo strumento internazionale dedicato alla lotta al traffico illecito di beni culturali in tempo di pace.

Ed è in questo contesto storico che, il giorno seguente al furto, l’allora Parroco, Don Francesco Mascalzi, denunciò il grave fatto alla locale Stazione Carabinieri, producendo la fotografia del bassorilievo asportato, tratta dalla pagina n. 73 del libro, a cura di C.A. Nicolosi, “La montagna Maremmana” stampato dalle Arti Grafiche di Bergamo. Tale immagine si rivelò fondamentale per la prosecuzione delle indagini: infatti, venne acquisita dai Carabinieri dell’allora Nucleo Tutela Patrimonio Artistico di Roma che la pubblicarono sul primo numero del Bollettino delle opere da ricercare, edito dal Comando Generale dell’Arma, all’epoca strumento pressoché unico per informare, anche a livello internazionale, della sottrazione dei beni più importanti. Negli anni ‘80, con lo sviluppo delle prime tecnologie in campo informatico, l’immagine del bene fu inserita nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal TPC.

Nel 2013 i militari del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Firenze accertarono che la terracotta, dopo essere stata venduta nel 2011 presso una nota casa d’aste di Londra, era confluita nelle collezioni di un canadese che l’aveva acquistata in buona fede, per la somma di 340.000 dollari, da una galleria d’arte statunitense. L’opera venduta era, senza ombra di dubbio, quella asportata da Scansano: la comparazione fotografica tra l’immagine presente nel catalogo di vendita e quella trafugata inserita in Banca dati, permetteva di accertare oltre all’identica corrispondenza iconografica, la presenza di contrassegni identificativi univoci (al pari delle impronte digitali) quali la sbeccatura del naso del Bambino, la mancanza di forma triangolare nel mantello sopra al gomito del braccio destro della Vergine e diverse cadute dello smalto su tutta la superficie.

Nel marzo del 2016, personale del TPC avviava con il collezionista canadese le prime trattative extragiudiziali finalizzate alla restituzione dell’opera mediante l’intermediazione dell’Ambasciata italiana in Canada e dell’Ufficiale dei Carabinieri impiegato, quale Esperto per la Sicurezza presso quella Rappresentanza, che organizzava un primo incontro a Londra.

Nel gennaio 2018, il Nucleo fiorentino presentava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lucca un’informativa di reato per esportazione illecita della scultura a carico di ignoti che permetteva di ottenere, il 27 febbraio successivo, dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lucca, la confisca della stessa con successiva emissione di Commissione Rogatoria Internazionale. Contemporaneamente, essendo emerse difficoltà di natura giuridica in ordine all’accettazione della rogatoria da parte della controparte canadese, venivano intraprese molteplici attività di mediazione extragiudiziale tra gli eredi del collezionista, personale del Comando TPC e funzionari della Rappresentanza diplomatica italiana in Canada, culminate con la decisione dei possessori dell’opera di restituirla all’Italia.

Rimpatriata dai Carabinieri del Nucleo di Firenze l’8 aprile 2019, in attesa del perfezionamento delle misure di sicurezza necessarie per la ricollocazione del bene nella sua sede originaria, la scultura veniva esposta dal 3 maggio al 14 luglio 2019 al Palazzo del Quirinale in occasione della mostra, inaugurata dal Presidente Repubblica, intitolata “L’arte di salvare l’arte. Frammenti di storia d’Italia” realizzata in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Firenze, 5 settembre 2020

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale


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Tornare a Vinci: conversazioni leonardesche con Roberta Barsanti

Leonardo da Vinci: un nome che oggi porta con sé molto più della figura storica di una delle personalità emblematiche del Rinascimento. Un nome che ormai fa parte della cultura "pop" e intorno a cui gravita un piccolo universo di significati e suggestioni. Un nome da cui non si è mai staccato quello del suo borgo natale, di quello scorcio di Toscana che sentiamo avere tanta parte nel suo percorso. 

  • Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

Chi oggi ne ripercorre la tracce fino a Vinci trova una bella realtà: il Museo Leonardiano. Un'istituzione vivace e fluida; diverse sedi che punteggiano il territorio offrono al visitatore diverse tipologie di opere e testimonianze. Un'esperienza che ha tutte le sfaccettature dell'avventura umana e intellettuale di Leonardo. Dal nucleo originario, il Castello dei Conti Guidi donato al comune nel 1919 in cui sono esposte le ricostruzioni delle macchine di Leonardo realizzate da IBM, passando attraverso la Palazzina Uzielli che si affaccia sulla piazza ridisegnata dagli interventi di Mimmo Paladino, fino alla Villa del Ferrale, tutta dedicata alla pittura, e alla presunta casa natale di Leonardo ad Anchiano. C’è anche una biblioteca che fa da centro studi: un punto di riferimento per chi voglia ricostruire le tracce lasciate dalle vicende biografiche e intellettuali di questa figura del tutto singolare.

La dottoressa Roberta Barsanti, storica dell'arte, è oggi alla guida di questa istituzione complessa e vitale; in un momento in cui tutti facevamo fatica a sollevare lo sguardo abbiamo pensato sarebbe stato bello amplificare il racconto di queste realtà piccole e preziosissime. Ne è nata una bella chiacchierata sul museo, su Leonardo e sulle prospettive del patrimonio culturale italiano in questo periodo tanto complesso.

 

macchina volante Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

 

Il museo ha più sedi, sparse sul territorio. Ci racconta come si integra il museo in una valorizzazione territoriale, qual è il valore aggiunto che può portare al contesto e quale invece può ricevere da questo rapporto?

Il Museo rappresenta una forte attrattiva sul territorio. Il Museo è dedicato ad illustrare l’attività di Leonardo quale esperto di meccanica, ingegnere, cartografo, studioso di anatomia, scienziato. Al contempo la Casa Natale di Leonardo ad Anchiano, luogo della memoria per eccellenza del suo legame con la città natale, evidenzia il suo legame con il territorio e insieme alla sezione di pittura ospitata nella vicina Villa del Ferrale consente di approfondire il suo operato artistico.

La visita a Vinci vede oggi più che mai il Museo come  volano principale per invitare i visitatori ad esplorare la terra dell’infanzia e della gioventù di Leonardo. Il paesaggio delle colline di Vinci, ancora oggi, richiama l’immagine di una Toscana rinascimentale, con le tipiche coltivazioni della vite e dell’olivo. In un contesto come questo, è facile immaginarsi un giovanissimo Leonardo che esplora la campagna, guarda con attenzione ai “nichi”, i fossili, che è così facile trovare, osserva i numerosi ruscelli che solcano le valli, osserva attento il movimento delle ruote idrauliche che azionavano i mulini, iniziando a costruire quel substrato di interessi e conoscenze che guiderà la sua attività di artista, ingegnere, scienziato.

La stessa mostra del 2019, anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo, “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” ha voluto mettere in risalto il forte legame fra l’artista scienziato e la sua terra d’origine. Fra l’altro, una delle sedi del Museo è la Rocca dei Conti Guidi che con la sua mole domina il borgo e il territorio circostante rappresentandone un elemento identificativo di assoluto valore. In questo contesto, Leonardo costituisce da sempre un “genius loci” di primaria importanza e lo stesso borgo di Vinci è andato configurandosi nel tempo come luogo della memoria per eccellenza della biografia leonardiana, accentuando i caratteri medievali e, in tempi recenti, prestandosi ad inserimenti di arte contemporanea tesi a valorizzarne il contesto urbano. 

 

 

Lei si trova a dirigere un museo “piccolo” in un momento storico davvero complicato. A suo parere le dinamiche innescate dalla pandemia porteranno a una riscoperta del patrimonio “eccentrico” (cioè, decentrato) e innescheranno nuove modalità di fruizione oppure la necessità di rispettare prassi legate alla sicurezza finiranno per favorire le istituzioni più grandi e più strutturate?

È ancora forse troppo presto per azzardare previsioni in tal senso. Si può immaginare che un museo collocato in un ambiente paesaggistico e naturalistico interessante e piacevole, in cui è facile muoversi con mezzi propri, svolgere attività all’aria aperta, in un anno come questo, risulti particolarmente attrattivo. 

 

Il confronto con la figura di Leonardo. Di sicuro si tratta di uno dei personaggi più stimolanti con i quali confrontarsi, ma nella sua esperienza per un direttore di museo è più facile fare divulgazione dal momento che si parte da una conoscenza condivisa o sono maggiori le insidie legate a cliché, luoghi comuni, aspettative del pubblico?

La figura di Leonardo è una delle più celebri e conosciute al mondo ma, al contempo, risente più di altre di luoghi comuni e soprattutto del mito che la circonda finendo il più delle volte per offuscarne il reale portato. La missione del Museo Leonardiano è proprio quella di contestualizzare l’operato di Leonardo dal punto di vista tecnico e scientifico nel mondo tardo medievale e rinascimentale.

Non è raro che, nello sfatare qualche luogo comune, il visitatore abbia modo di scoprire come la realtà possa essere addirittura più affascinante e più complessa di quello che solitamente ha sentito narrare intorno alla figura di Leonardo e alle sue invenzioni.  

 

 

Il rapporto tra arte e scienza: Leonardo è stato uno degli intellettuali che nella storia ha forse meglio rappresentato la possibile e anzi fruttuosa convivenza tra questi ambiti. Come viene affrontato questo tema all’interno del museo? A suo parere ancora oggi è possibile trarre dall’eredità leonardesca stimoli per far incontrare questi mondi che oggi paiono essere diventati così distanti?

Arte e scienza in Leonardo trovano una perfetta unione. Fondamentale, a tale proposito, è la sua padronanza del disegno, strumento primario per indagare la natura e per dare forma alle sue idee, ai suoi progetti artistici e scientifici. I suoi disegni di meccanica, per esempio,  rivelano una grande bellezza e una estrema efficacia proprio grazie alla sua padronanza delle tecniche espressive maturate nell’ambito della sua attività d’artista.

Nel Museo, questo connubio tra arte e scienza viene evidenziato non solo nelle parti relative alla meccanica,  ma anche nella sezione dedicata agli studi anatomici di Leonardo con ceroplastiche tratte dai suoi disegni, nella sezione di pittura presso la Villa del Ferrale con riproduzioni a grandezza naturale e in altissima definizione delle sue opere pittoriche, nell’esplorazione digitale di alcune di queste nella Casa Natale ad Anchiano. Attualmente, la Sala del Podestà nel Castello dei Conti Guidi, ospita la mostra “Leonardo, l’anatomia dei disegni", che dà conto della grande abilità grafica di Leonardo consentendo un’esplorazione interattiva di alcuni dei suoi disegni più belli. 

All’eredità di Leonardo possiamo oggi fare riferimento quale modello per instaurare un dialogo costruttivo fra discipline diverse per una visione più completa e profonda dell’uomo e della natura. 

Qual è il suo personale rapporto con la figura e l’opera di Leonardo? 

Si tratta di un rapporto estremamente coinvolgente che richiede continuo studio e grandissima attenzione per non cadere nella superficialità e nei luoghi comuni. D’altra parte Leonardo non finisce mai di stupire per la sua complessità e per la profondità del suo pensiero.

 

 

Ci racconta un episodio curioso della vita del museo o che le è rimasto impresso per un motivo particolare?

Ricordo la volta in cui il Museo fu la destinazione segreta di un viaggio aziendale. La visita fu  organizzata, con la complicità dei nostri Uffici, da una compagnia olandese che si occupa di tecnologia. Proprio in virtù del legame dell’azienda con il mondo della tecnica, essa volle celebrare il decennale della propria attività accompagnando per un weekend a sorpresa i propri dipendenti nella terra di Leonardo. Un episodio reale che si racconta di quale sia il ruolo di Leonardo nell’immaginario collettivo mondiale. 

Uno dei momenti più emozionanti, direi anzi il più emozionante, è rappresentato dalla vista del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che il 15 aprile del 2019 ha inaugurato le celebrazioni leonardiane per i 500 anni dalla morte di Leonardo a Vinci e ha presenziato all’inaugurazione della mostra “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” presso il Museo Leonardiano.

 

NB: tutte le immagini sono state realizzate durante la campagna fotografica di Google Arts&Culture e sono di proprietà del Museo Leonardiano di Vinci, che ringraziamo per avercene concesso l'utilizzo.


L'inclinazione dell'asse terrestre detta i tempi delle ere glaciali

Scoperta dal confronto di sedimenti marini e stalagmiti della Grotta del Corchia

L’INCLINAZIONE DELL’ASSE TERRESTRE DETTA I TEMPI DELLE ERE GLACIALI

Scienziata di Ca’ Foscari nello studio pubblicato su Science che lega la fine di due ere glaciali al cambio di obliquità e all’energia estiva sulle calotte glaciali

VENEZIA - Come finisce un’era glaciale? Uno studio pubblicato oggi su Science dimostra per la prima volta il legame tra i tempi del passaggio tra ere glaciali e interglaciali e le variazioni dell’angolo d’inclinazione dell’asse terrestre. La scoperta è merito di un team internazionale guidato dall'Università di Melbourne ed a cui ha preso parte anche l’Università Ca’ Foscari Venezia.

Il team ha effettuato una ricostruzione paleoclimatica combinando due diversi archivi geologici, ed in particolare alcune stalagmiti provenienti dalla Grotta del Corchia, sulle Alpi Apuane in Toscana e sedimenti marini perforati al largo del margine Iberico in Nord Atlantico.

Usando innovative tecniche di datazione radiometrica, gli scienziati sono riusciti quindi a determinare con precisione la fine (in gergo terminazione) di due ere glaciali, avvenuta circa 960.000 e 875.000 anni fa. L'inizio di entrambe le terminazioni è legato alle variazioni di insolazione associate all'angolo di inclinazione della Terra, o obliquità.

Secondo il paleoclimatologo dell'Università di Melbourne Russell Drysdale, che ha guidato lo studio, “per sapere perché le ere glaciali finiscono, dobbiamo sapere quando sono finite. I sedimenti oceanici registrano meglio la progressione dello scioglimento della calotta glaciale durante una terminazione, ma con essi è difficile generare un modello di età utilizzando datazioni radiometriche nell’intervallo temporale analizzato”.

inclinazione dell'asse terrestre ere glaciali
Grotta del Corchia. Foto di Paolo Billari

Le stalagmiti contengono minuscole quantità di uranio e piombo, sfruttate dai ricercatori per fornire un controllo cronologico alle informazioni paleoclimatiche da esse estratte. Poiché le stalagmiti e i sedimenti oceanici registrano lo stesso segnale climatico, è stato possibile confrontare la cronologia uranio-piombo delle stalagmiti con il record oceanico. Questa associazione non era mai stata fatta prima in questo intervallo temporale.

“Fortunatamente, le stalagmiti di Corchia conservano alcune delle firme geochimiche presenti nei sedimenti oceanici. Ciò ha permesso di confrontare i record climatici ricostruiti nei due diversi archivi geologici, le grotte e gli oceani”, afferma l'autore principale dello studio, Petra Bajo, che ha eseguito la maggior parte delle datazioni nell'ambito della sua tesi di dottorato.

Un confronto di questi nuovi risultati con i dati di nove terminazioni più recenti ha dimostrato che l'obliquità esercita un’influenza persistente non solo sull’inizio della terminazione ma anche sulla sua durata, e questo schema si è quindi ripetuto persistentemente nell’ultimo milione di anni.

Avendo a disposizione i nuovi dati cronologici, il team ha anche scoperto che il tempo necessario per portare a compimento una terminazione dipende dai livelli di energia estiva a disposizione delle calotte glaciali al momento dell'inizio della transizione.

inclinazione asse terrestre ere glacialiPatrizia Ferretti, paleoceanografa presso il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’Foscari , che in questo lavoro si è occupata  della precisa sincronizzazione tra i dati continentali e i marini, conclude : “È soltanto in questo modo che possiamo iniziare ad affrontare i delicati meccanismi del sistema oceano-atmosfera, e che gli ingenti investimenti per le perforazioni degli oceani, delle calotte polari e per il recupero di diversi archivi climatici produrranno i benefici necessari ad aumentare la nostra comprensione dei processi climatici".

Da tempo gli scienziati ritenevano cruciale il ruolo della geometria dell’orbita terrestre perché controlla la quantità di radiazione solare che raggiunge le latitudini critiche in cui si espandono le calotte glaciali. I parametri considerati erano appunto l’obliquità e la precessione, che regola il variare delle stagioni nel tempo. Lo studio appena pubblicato rende il ruolo dell’obliquità il principale indiziato come responsabile del fenomeno.

Le terminazioni delle ere glaciali

Il clima terrestre è stato molto più freddo dell’attuale per buona parte dell’ultimo milione di anni, con calotte di ghiaccio dello spessore di diversi chilometri che coprivano parte del Nord America e dell'Eurasia. Tuttavia, ogni 100.000 anni circa, il clima si riscaldò rapidamente, raggiungendo condizioni climatiche simili a quelle attuali.

Queste transizioni da periodi glaciali a periodi interglaciali sono chiamate terminazioni e sono esempi affascinanti di comportamento non lineare del sistema climatico terrestre che devono tuttora essere compresi, nonostante il periodo interglaciale in cui viviamo sia il risultato proprio di questo tipo di cambiamenti.

Nell’ultimo milione di anni, alcune terminazioni si sono concluse in poche migliaia di anni, mentre altre si sono protratte per oltre 10.000 anni. Il motivo di questa diversa durata temporale è stato sino ad oggi oscuro, Grazie ai nuovi dati cronologici, questo studio ora dimostra che il tempo necessario per portare a compimento una terminazione dipende dai livelli di energia estiva a disposizione delle calotte glaciali al momento dell'inizio della transizione.

Sempre più lontano nel tempo

Il team ha ora in programma di esplorare se queste stesse osservazioni sulla variabilità climatica dell’ultimo milione di anni possano essere estese anche a intervalli temporali più antichi del tempo geologico.

Di particolare interesse è un intervallo climatico cruciale chiamato Transizione del Pleistocene Medio (da circa 1.5 a 0.6 milioni di anni fa), durante il quale si è manifestato un’intensificazione del regime glaciale e la periodicità dei cicli glaciali-interglaciali è evoluta da 40.000 a circa 100.000 anni. Questo periodo climatico è un obiettivo chiave per la comunità scientifica, inclusi gli scienziati polari che hanno intenzione di effettuare una nuova perforazione in Antartide nei prossimi anni.

L’articolo: “Persistent influence of obliquity on ice age terminations since the Middle Pleistocene transition”, Science

Petra Bajo, Russell N. Drysdale, Jon D. Woodhead, John C. Hellstrom, David Hodell, Patrizia Ferretti, Antje H. L. Voelker, Giovanni Zanchetta, Teresa Rodrigues, Eric Wolff, Jonathan Tyler, Silvia Frisia, Christoph Spötl, Anthony E. Fallick

Testo e foto relativi allo studio di Science sul tema dell'inclinazione dell'asse terrestre che detta i tempi delle ere glaciali dall'Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Ca' Foscari Università di Venezia

Le news di Ca’ Foscari: news.unive.it


"Ossigeno", in apnea per respirare di nuovo

“Ossigeno” è ciò che manca leggendo l'ultimo romanzo di Sacha Naspini.

Scuro, claustrofobico, oppressivo, ma non per questo privo completamente di speranza: così si riassume l’ennesima grande prova di uno scrittore che sta dando molto alla letteratura italiana contemporanea.

È un libro che, parlando di una vicenda che ha quasi dell'incredibile, ci porta a indagare I recessi più nascosti e tremendi dell’animo umano, che ci fanno provare allo stesso tempo fascino e repulsione.

Apparentemente la storia sembrerebbe essere quella di una vittima incolpevole e inconsapevole. Luca - un ragazzo - scopre nel più brutale dei modi, attraverso le forze dell’ordine che si presentano alla sua porta, di aver convissuto per anni con un mostro, uno stimato intellettuale che in realtà rapisce e segrega giovani donne innocenti. Il protagonista non vive solo la fine brutale e improvvisa della propria giovinezza, ma vede crollarsi addosso un mondo che già una volta è stato quasi cancellato, segnato come è stato dalla scomparsa prematura della madre. Un vero e proprio terremoto esistenziale, simboleggiato propria da quel container in cui il padre-aguzzino ha tenuta rinchiusa per quasi una vita Laura, l’ultima delle sue vittime e l’unica a essere sopravvissuta. Una scossa sismica che manda in frantumi l’identità del protagonista, torturato dal dubbio che il sangue e i geni non si possano sconfiggere. Per tentare di rammendare il filo della propria esistenza e ricomporre un’identità il figlio si incarica dunque di riparare ai torti del padre, vegliando su Laura, tra ossessione, amore e la ricerca frenetica dell’espiazione.

Essere figli di un mostro condanna dunque a essere mostri?

Se la risposta fosse granitica, non staremo parlando di un’opera di Naspini, perché se una caratteristica ricorrente si può riscontrare nella poetica dell’autore de “Le case del Malcontento” e de “I Cariolanti”, è proprio quella di non ergersi mai a giudice delle vicende umane dei propri personaggi e di non presentare mai risposte facili: perché l’uomo, sembra raccontarci ogni volta lo scrittore, è un mosaico composito di Bene e di Male. O meglio il Bene e il Male sono sfumature di colore che cambiano nella pupilla di chi osserva a seconda della luce.

È così che la vittima può diventare carnefice e il carnefice vittima, in un balletto complesso e perverso di ruoli e di emozioni che coinvolge non solo i due protagonisti, ma tutti i personaggi che ruotano loro intorno.

I colpi di scena, sostenuti da una prosa accattivante e capace di lavorare con pennello impressionistico immagini realistiche e dolorosamente vivide, e la polifonia che non si trasforma mai in confusione richiamano alla mente proprio “Le case del Malcontento”. Se qui la lingua non vive degli echi della parlata maremmana, non per questo Naspini si accontenta di un facile stile medio, ma gioca con le voci dei suoi personaggi e coi loro registri in un gioco di trasparenze e di riflessi che entra a pieno titolo nella trama.

“Ossigeno” si legge in apnea, scorre veloce, ma rimane addosso, proprio come ci si ricorda, riemergendo, di quello stato tra trepidazione e timore nel momento in cui manca l’aria sott’acqua. 

Ossigeno Sacha Naspini
La copertina di Ossigeno di Sacha Naspini, edizioni e/o