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Tornare a Vinci: conversazioni leonardesche con Roberta Barsanti

Leonardo da Vinci: un nome che oggi porta con sé molto più della figura storica di una delle personalità emblematiche del Rinascimento. Un nome che ormai fa parte della cultura "pop" e intorno a cui gravita un piccolo universo di significati e suggestioni. Un nome da cui non si è mai staccato quello del suo borgo natale, di quello scorcio di Toscana che sentiamo avere tanta parte nel suo percorso. 

  • Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

Chi oggi ne ripercorre la tracce fino a Vinci trova una bella realtà: il Museo Leonardiano. Un'istituzione vivace e fluida; diverse sedi che punteggiano il territorio offrono al visitatore diverse tipologie di opere e testimonianze. Un'esperienza che ha tutte le sfaccettature dell'avventura umana e intellettuale di Leonardo. Dal nucleo originario, il Castello dei Conti Guidi donato al comune nel 1919 in cui sono esposte le ricostruzioni delle macchine di Leonardo realizzate da IBM, passando attraverso la Palazzina Uzielli che si affaccia sulla piazza ridisegnata dagli interventi di Mimmo Paladino, fino alla Villa del Ferrale, tutta dedicata alla pittura, e alla presunta casa natale di Leonardo ad Anchiano. C’è anche una biblioteca che fa da centro studi: un punto di riferimento per chi voglia ricostruire le tracce lasciate dalle vicende biografiche e intellettuali di questa figura del tutto singolare.

La dottoressa Roberta Barsanti, storica dell'arte, è oggi alla guida di questa istituzione complessa e vitale; in un momento in cui tutti facevamo fatica a sollevare lo sguardo abbiamo pensato sarebbe stato bello amplificare il racconto di queste realtà piccole e preziosissime. Ne è nata una bella chiacchierata sul museo, su Leonardo e sulle prospettive del patrimonio culturale italiano in questo periodo tanto complesso.

 

macchina volante Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

 

Il museo ha più sedi, sparse sul territorio. Ci racconta come si integra il museo in una valorizzazione territoriale, qual è il valore aggiunto che può portare al contesto e quale invece può ricevere da questo rapporto?

Il Museo rappresenta una forte attrattiva sul territorio. Il Museo è dedicato ad illustrare l’attività di Leonardo quale esperto di meccanica, ingegnere, cartografo, studioso di anatomia, scienziato. Al contempo la Casa Natale di Leonardo ad Anchiano, luogo della memoria per eccellenza del suo legame con la città natale, evidenzia il suo legame con il territorio e insieme alla sezione di pittura ospitata nella vicina Villa del Ferrale consente di approfondire il suo operato artistico.

La visita a Vinci vede oggi più che mai il Museo come  volano principale per invitare i visitatori ad esplorare la terra dell’infanzia e della gioventù di Leonardo. Il paesaggio delle colline di Vinci, ancora oggi, richiama l’immagine di una Toscana rinascimentale, con le tipiche coltivazioni della vite e dell’olivo. In un contesto come questo, è facile immaginarsi un giovanissimo Leonardo che esplora la campagna, guarda con attenzione ai “nichi”, i fossili, che è così facile trovare, osserva i numerosi ruscelli che solcano le valli, osserva attento il movimento delle ruote idrauliche che azionavano i mulini, iniziando a costruire quel substrato di interessi e conoscenze che guiderà la sua attività di artista, ingegnere, scienziato.

La stessa mostra del 2019, anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo, “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” ha voluto mettere in risalto il forte legame fra l’artista scienziato e la sua terra d’origine. Fra l’altro, una delle sedi del Museo è la Rocca dei Conti Guidi che con la sua mole domina il borgo e il territorio circostante rappresentandone un elemento identificativo di assoluto valore. In questo contesto, Leonardo costituisce da sempre un “genius loci” di primaria importanza e lo stesso borgo di Vinci è andato configurandosi nel tempo come luogo della memoria per eccellenza della biografia leonardiana, accentuando i caratteri medievali e, in tempi recenti, prestandosi ad inserimenti di arte contemporanea tesi a valorizzarne il contesto urbano. 

 

 

Lei si trova a dirigere un museo “piccolo” in un momento storico davvero complicato. A suo parere le dinamiche innescate dalla pandemia porteranno a una riscoperta del patrimonio “eccentrico” (cioè, decentrato) e innescheranno nuove modalità di fruizione oppure la necessità di rispettare prassi legate alla sicurezza finiranno per favorire le istituzioni più grandi e più strutturate?

È ancora forse troppo presto per azzardare previsioni in tal senso. Si può immaginare che un museo collocato in un ambiente paesaggistico e naturalistico interessante e piacevole, in cui è facile muoversi con mezzi propri, svolgere attività all’aria aperta, in un anno come questo, risulti particolarmente attrattivo. 

 

Il confronto con la figura di Leonardo. Di sicuro si tratta di uno dei personaggi più stimolanti con i quali confrontarsi, ma nella sua esperienza per un direttore di museo è più facile fare divulgazione dal momento che si parte da una conoscenza condivisa o sono maggiori le insidie legate a cliché, luoghi comuni, aspettative del pubblico?

La figura di Leonardo è una delle più celebri e conosciute al mondo ma, al contempo, risente più di altre di luoghi comuni e soprattutto del mito che la circonda finendo il più delle volte per offuscarne il reale portato. La missione del Museo Leonardiano è proprio quella di contestualizzare l’operato di Leonardo dal punto di vista tecnico e scientifico nel mondo tardo medievale e rinascimentale.

Non è raro che, nello sfatare qualche luogo comune, il visitatore abbia modo di scoprire come la realtà possa essere addirittura più affascinante e più complessa di quello che solitamente ha sentito narrare intorno alla figura di Leonardo e alle sue invenzioni.  

 

 

Il rapporto tra arte e scienza: Leonardo è stato uno degli intellettuali che nella storia ha forse meglio rappresentato la possibile e anzi fruttuosa convivenza tra questi ambiti. Come viene affrontato questo tema all’interno del museo? A suo parere ancora oggi è possibile trarre dall’eredità leonardesca stimoli per far incontrare questi mondi che oggi paiono essere diventati così distanti?

Arte e scienza in Leonardo trovano una perfetta unione. Fondamentale, a tale proposito, è la sua padronanza del disegno, strumento primario per indagare la natura e per dare forma alle sue idee, ai suoi progetti artistici e scientifici. I suoi disegni di meccanica, per esempio,  rivelano una grande bellezza e una estrema efficacia proprio grazie alla sua padronanza delle tecniche espressive maturate nell’ambito della sua attività d’artista.

Nel Museo, questo connubio tra arte e scienza viene evidenziato non solo nelle parti relative alla meccanica,  ma anche nella sezione dedicata agli studi anatomici di Leonardo con ceroplastiche tratte dai suoi disegni, nella sezione di pittura presso la Villa del Ferrale con riproduzioni a grandezza naturale e in altissima definizione delle sue opere pittoriche, nell’esplorazione digitale di alcune di queste nella Casa Natale ad Anchiano. Attualmente, la Sala del Podestà nel Castello dei Conti Guidi, ospita la mostra “Leonardo, l’anatomia dei disegni", che dà conto della grande abilità grafica di Leonardo consentendo un’esplorazione interattiva di alcuni dei suoi disegni più belli. 

All’eredità di Leonardo possiamo oggi fare riferimento quale modello per instaurare un dialogo costruttivo fra discipline diverse per una visione più completa e profonda dell’uomo e della natura. 

Qual è il suo personale rapporto con la figura e l’opera di Leonardo? 

Si tratta di un rapporto estremamente coinvolgente che richiede continuo studio e grandissima attenzione per non cadere nella superficialità e nei luoghi comuni. D’altra parte Leonardo non finisce mai di stupire per la sua complessità e per la profondità del suo pensiero.

 

 

Ci racconta un episodio curioso della vita del museo o che le è rimasto impresso per un motivo particolare?

Ricordo la volta in cui il Museo fu la destinazione segreta di un viaggio aziendale. La visita fu  organizzata, con la complicità dei nostri Uffici, da una compagnia olandese che si occupa di tecnologia. Proprio in virtù del legame dell’azienda con il mondo della tecnica, essa volle celebrare il decennale della propria attività accompagnando per un weekend a sorpresa i propri dipendenti nella terra di Leonardo. Un episodio reale che si racconta di quale sia il ruolo di Leonardo nell’immaginario collettivo mondiale. 

Uno dei momenti più emozionanti, direi anzi il più emozionante, è rappresentato dalla vista del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che il 15 aprile del 2019 ha inaugurato le celebrazioni leonardiane per i 500 anni dalla morte di Leonardo a Vinci e ha presenziato all’inaugurazione della mostra “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” presso il Museo Leonardiano.

 

NB: tutte le immagini sono state realizzate durante la campagna fotografica di Google Arts&Culture e sono di proprietà del Museo Leonardiano di Vinci, che ringraziamo per avercene concesso l'utilizzo.


L'inclinazione dell'asse terrestre detta i tempi delle ere glaciali

Scoperta dal confronto di sedimenti marini e stalagmiti della Grotta del Corchia

L’INCLINAZIONE DELL’ASSE TERRESTRE DETTA I TEMPI DELLE ERE GLACIALI

Scienziata di Ca’ Foscari nello studio pubblicato su Science che lega la fine di due ere glaciali al cambio di obliquità e all’energia estiva sulle calotte glaciali

VENEZIA - Come finisce un’era glaciale? Uno studio pubblicato oggi su Science dimostra per la prima volta il legame tra i tempi del passaggio tra ere glaciali e interglaciali e le variazioni dell’angolo d’inclinazione dell’asse terrestre. La scoperta è merito di un team internazionale guidato dall'Università di Melbourne ed a cui ha preso parte anche l’Università Ca’ Foscari Venezia.

Il team ha effettuato una ricostruzione paleoclimatica combinando due diversi archivi geologici, ed in particolare alcune stalagmiti provenienti dalla Grotta del Corchia, sulle Alpi Apuane in Toscana e sedimenti marini perforati al largo del margine Iberico in Nord Atlantico.

Usando innovative tecniche di datazione radiometrica, gli scienziati sono riusciti quindi a determinare con precisione la fine (in gergo terminazione) di due ere glaciali, avvenuta circa 960.000 e 875.000 anni fa. L'inizio di entrambe le terminazioni è legato alle variazioni di insolazione associate all'angolo di inclinazione della Terra, o obliquità.

Secondo il paleoclimatologo dell'Università di Melbourne Russell Drysdale, che ha guidato lo studio, “per sapere perché le ere glaciali finiscono, dobbiamo sapere quando sono finite. I sedimenti oceanici registrano meglio la progressione dello scioglimento della calotta glaciale durante una terminazione, ma con essi è difficile generare un modello di età utilizzando datazioni radiometriche nell’intervallo temporale analizzato”.

inclinazione dell'asse terrestre ere glaciali
Grotta del Corchia. Foto di Paolo Billari

Le stalagmiti contengono minuscole quantità di uranio e piombo, sfruttate dai ricercatori per fornire un controllo cronologico alle informazioni paleoclimatiche da esse estratte. Poiché le stalagmiti e i sedimenti oceanici registrano lo stesso segnale climatico, è stato possibile confrontare la cronologia uranio-piombo delle stalagmiti con il record oceanico. Questa associazione non era mai stata fatta prima in questo intervallo temporale.

“Fortunatamente, le stalagmiti di Corchia conservano alcune delle firme geochimiche presenti nei sedimenti oceanici. Ciò ha permesso di confrontare i record climatici ricostruiti nei due diversi archivi geologici, le grotte e gli oceani”, afferma l'autore principale dello studio, Petra Bajo, che ha eseguito la maggior parte delle datazioni nell'ambito della sua tesi di dottorato.

Un confronto di questi nuovi risultati con i dati di nove terminazioni più recenti ha dimostrato che l'obliquità esercita un’influenza persistente non solo sull’inizio della terminazione ma anche sulla sua durata, e questo schema si è quindi ripetuto persistentemente nell’ultimo milione di anni.

Avendo a disposizione i nuovi dati cronologici, il team ha anche scoperto che il tempo necessario per portare a compimento una terminazione dipende dai livelli di energia estiva a disposizione delle calotte glaciali al momento dell'inizio della transizione.

inclinazione asse terrestre ere glacialiPatrizia Ferretti, paleoceanografa presso il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’Foscari , che in questo lavoro si è occupata  della precisa sincronizzazione tra i dati continentali e i marini, conclude : “È soltanto in questo modo che possiamo iniziare ad affrontare i delicati meccanismi del sistema oceano-atmosfera, e che gli ingenti investimenti per le perforazioni degli oceani, delle calotte polari e per il recupero di diversi archivi climatici produrranno i benefici necessari ad aumentare la nostra comprensione dei processi climatici".

Da tempo gli scienziati ritenevano cruciale il ruolo della geometria dell’orbita terrestre perché controlla la quantità di radiazione solare che raggiunge le latitudini critiche in cui si espandono le calotte glaciali. I parametri considerati erano appunto l’obliquità e la precessione, che regola il variare delle stagioni nel tempo. Lo studio appena pubblicato rende il ruolo dell’obliquità il principale indiziato come responsabile del fenomeno.

Le terminazioni delle ere glaciali

Il clima terrestre è stato molto più freddo dell’attuale per buona parte dell’ultimo milione di anni, con calotte di ghiaccio dello spessore di diversi chilometri che coprivano parte del Nord America e dell'Eurasia. Tuttavia, ogni 100.000 anni circa, il clima si riscaldò rapidamente, raggiungendo condizioni climatiche simili a quelle attuali.

Queste transizioni da periodi glaciali a periodi interglaciali sono chiamate terminazioni e sono esempi affascinanti di comportamento non lineare del sistema climatico terrestre che devono tuttora essere compresi, nonostante il periodo interglaciale in cui viviamo sia il risultato proprio di questo tipo di cambiamenti.

Nell’ultimo milione di anni, alcune terminazioni si sono concluse in poche migliaia di anni, mentre altre si sono protratte per oltre 10.000 anni. Il motivo di questa diversa durata temporale è stato sino ad oggi oscuro, Grazie ai nuovi dati cronologici, questo studio ora dimostra che il tempo necessario per portare a compimento una terminazione dipende dai livelli di energia estiva a disposizione delle calotte glaciali al momento dell'inizio della transizione.

Sempre più lontano nel tempo

Il team ha ora in programma di esplorare se queste stesse osservazioni sulla variabilità climatica dell’ultimo milione di anni possano essere estese anche a intervalli temporali più antichi del tempo geologico.

Di particolare interesse è un intervallo climatico cruciale chiamato Transizione del Pleistocene Medio (da circa 1.5 a 0.6 milioni di anni fa), durante il quale si è manifestato un’intensificazione del regime glaciale e la periodicità dei cicli glaciali-interglaciali è evoluta da 40.000 a circa 100.000 anni. Questo periodo climatico è un obiettivo chiave per la comunità scientifica, inclusi gli scienziati polari che hanno intenzione di effettuare una nuova perforazione in Antartide nei prossimi anni.

L’articolo: “Persistent influence of obliquity on ice age terminations since the Middle Pleistocene transition”, Science

Petra Bajo, Russell N. Drysdale, Jon D. Woodhead, John C. Hellstrom, David Hodell, Patrizia Ferretti, Antje H. L. Voelker, Giovanni Zanchetta, Teresa Rodrigues, Eric Wolff, Jonathan Tyler, Silvia Frisia, Christoph Spötl, Anthony E. Fallick

Testo e foto relativi allo studio di Science sul tema dell'inclinazione dell'asse terrestre che detta i tempi delle ere glaciali dall'Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo Ca' Foscari Università di Venezia

Le news di Ca’ Foscari: news.unive.it


"Ossigeno", in apnea per respirare di nuovo

“Ossigeno” è ciò che manca leggendo l'ultimo romanzo di Sacha Naspini.

Scuro, claustrofobico, oppressivo, ma non per questo privo completamente di speranza: così si riassume l’ennesima grande prova di uno scrittore che sta dando molto alla letteratura italiana contemporanea.

È un libro che, parlando di una vicenda che ha quasi dell'incredibile, ci porta a indagare I recessi più nascosti e tremendi dell’animo umano, che ci fanno provare allo stesso tempo fascino e repulsione.

Apparentemente la storia sembrerebbe essere quella di una vittima incolpevole e inconsapevole. Luca - un ragazzo - scopre nel più brutale dei modi, attraverso le forze dell’ordine che si presentano alla sua porta, di aver convissuto per anni con un mostro, uno stimato intellettuale che in realtà rapisce e segrega giovani donne innocenti. Il protagonista non vive solo la fine brutale e improvvisa della propria giovinezza, ma vede crollarsi addosso un mondo che già una volta è stato quasi cancellato, segnato come è stato dalla scomparsa prematura della madre. Un vero e proprio terremoto esistenziale, simboleggiato propria da quel container in cui il padre-aguzzino ha tenuta rinchiusa per quasi una vita Laura, l’ultima delle sue vittime e l’unica a essere sopravvissuta. Una scossa sismica che manda in frantumi l’identità del protagonista, torturato dal dubbio che il sangue e i geni non si possano sconfiggere. Per tentare di rammendare il filo della propria esistenza e ricomporre un’identità il figlio si incarica dunque di riparare ai torti del padre, vegliando su Laura, tra ossessione, amore e la ricerca frenetica dell’espiazione.

Essere figli di un mostro condanna dunque a essere mostri?

Se la risposta fosse granitica, non staremo parlando di un’opera di Naspini, perché se una caratteristica ricorrente si può riscontrare nella poetica dell’autore de “Le case del Malcontento” e de “I Cariolanti”, è proprio quella di non ergersi mai a giudice delle vicende umane dei propri personaggi e di non presentare mai risposte facili: perché l’uomo, sembra raccontarci ogni volta lo scrittore, è un mosaico composito di Bene e di Male. O meglio il Bene e il Male sono sfumature di colore che cambiano nella pupilla di chi osserva a seconda della luce.

È così che la vittima può diventare carnefice e il carnefice vittima, in un balletto complesso e perverso di ruoli e di emozioni che coinvolge non solo i due protagonisti, ma tutti i personaggi che ruotano loro intorno.

I colpi di scena, sostenuti da una prosa accattivante e capace di lavorare con pennello impressionistico immagini realistiche e dolorosamente vivide, e la polifonia che non si trasforma mai in confusione richiamano alla mente proprio “Le case del Malcontento”. Se qui la lingua non vive degli echi della parlata maremmana, non per questo Naspini si accontenta di un facile stile medio, ma gioca con le voci dei suoi personaggi e coi loro registri in un gioco di trasparenze e di riflessi che entra a pieno titolo nella trama.

“Ossigeno” si legge in apnea, scorre veloce, ma rimane addosso, proprio come ci si ricorda, riemergendo, di quello stato tra trepidazione e timore nel momento in cui manca l’aria sott’acqua. 

Ossigeno Sacha Naspini
La copertina di Ossigeno di Sacha Naspini, edizioni e/o

Pietro Citati racconta il giovane favoloso Leopardi

  “La letteratura era stata, per lui, un dono sostitutivo, perché gli dei e la fortuna gli avevano concesso di scrivere, non di vivere. La malattia aveva cancellato, anno dopo anno, questo dono. Ora egli era diventato una cosa, [...] non poteva più leggere, né scrivere, né correggere i propri versi. Così anche la letteratura, l’unico conforto rimasto, era stata abolita [...], sebbene non si lamentasse della propria infelicità, perché era troppo grande.”

Tutti, nella nostra libreria, dovremmo avere Leopardi, la biografia del poeta recanatese scritta da Pietro Citati per Mondadori (pp. 436, €12.50). Se già amate il poeta recanatese, non farete altro che amarlo ancor di più; se, invece, al liceo, avete detestato il “depressissimo” Leopardi e le sue opere piene di “maiunagioia”, allora, forse, vi ricrederete.

Pietro Citati comincia a raccontare, con estrema precisione, tutti i dettagli dell’infanzia e dell’adolescenza di Leopardi: ci porta a Recanati, nella casa natìa di Giacomo. Nella biblioteca che il Conte Monaldo, “un uomo bizzarro ed estroso, insieme meschino e donchisciottesco”, allestisce per permettere al giovane Leopardi e ai suoi fratelli, Carlo e Paolina, di studiare senza mai dover abbandonare la casa e, soprattutto, Recanati.

Il borgo marchigiano, dirà a più riprese Citati, fu una vera e propria prigione per Leopardi, il quale più volte tenterà la fuga. Penserà di andare “chissà dove” già nel 1819. Quello fu un anno terribile per Giacomo.
Vessato sin dai primi anni della sua vita dalla malattia, la tubercolosi, che gli porterà indicibili sofferenze (dalla cecità, ai dolori articolari, ai dolori lancinanti allo stomaco), Giacomo non troverà altro rifugio se non nella letteratura e nel suo “studio matto e disperatissimo”.

È proprio nel 1819 che Leopardi pensa di essere ormai giunto alla fine della sua vita. Ci sono dei giorni in cui si sente talmente male che non riesce ad immaginare un futuro lungo e ancora tanti giorni davanti a sé. Vorrebbe solo andare via da quel borgo così limitato e scoprire il mondo. Vorrebbe viaggiare, anche se per quel poco tempo che sa benissimo di avere a disposizione. E invece, dopo aver ordito un astuto piano che avrebbe dovuto permettergli la fuga, il padre lo scoprirà e Giacomo si sentirà sempre costretto tra quelle quattro mura, la via di uscita gli sembrerà sempre qualcosa di inafferrabile, inarrivabile. Tornerà, quindi, ai suoi studi: in biblioteca con i suoi fratelli, fedeli compagni in quelle buie mattine di Giacomo. Ci regalerà, in quello stesso anno, l’Infinito.

Leopardi sa bene, però, che “l’educazione e l’istruzione erano una angustia, un timore, una fatica, una tortura [...], la distruzione e cancellazione della giovinezza.” Come dargli torto?
Fuori dalla biblioteca Giacomo avrebbe potuto vivere il mondo e le sue esperienze: dentro le mura paterne, invece, c’erano catene ed ombre. Le catene di quella prigione da cui, solo negli anni successivi, si sarebbe liberato e le ombre di chi vive una vita nella sofferenza, guardando faccia a faccia il dolore.

“Come raccontano le ricordanze, la notte poteva essere un supplizio: ombre, larve, spettri, fantasmi, visioni, timori, tenebre, sudori freddi, orrori, lugubri immaginazioni, chimere, spasimi, apparizioni di un altro mondo”.
Tutta la prima parte del libro di Citati è quindi dedicata alla descrizione dei membri della famiglia Leopardi (lo spazio maggiore viene riservato al Conte Monaldo) e ai momenti che più hanno caratterizzato e poi influenzato la composizione poetica di Giacomo.

Giacomo Leopardi, ritratto ad opera di Ferrazzi, 1820 circa, attualmente presso Casa Leopardi a Recanati. Immagine in pubblico dominio

Citati, nella seconda parte del libro, passa all’analisi delle opere di Leopardi: l’Infinito, lo Zibaldone, le Operette Morali, alcuni dei Canti più famosi del “giovane favoloso”, simboli della sua poetica. L’autore di questa biografia non scinde mai la vita privata di Giacomo e le sue complesse vicende dalla trattazione delle opere che noi tutti, bene o male, conosciamo e che fanno parte della nostra cultura e del nostro essere italiani.

Diversi capitoli sono dedicati ai viaggi che intraprende il nostro Giacomo, quando finalmente riesce a scappare dalla tanto odiata Recanati: Citati ci parla del viaggio a Roma di Leopardi, intrapreso nel 1822 e della delusione che il poeta provò nei confronti della città e dei letterati romani: “erano noiosi, sciocchi, insopportabili. Tutti pretendevano di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani in Paradiso”.
Giacomo si commosse solo visitando il sepolcro di Torquato Tasso nel 1823: “fu commosso dal contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura; e tra la magnificenza dei monumenti romani, che egli aveva osservato con assoluta indifferenza, e la piccolezza e la nudità di questo sepolcro.”

Poi il viaggio a Bologna, nel 1825, la partenza per Milano, il ritorno a Bologna e la sua permanenza in città, dove fu accolto molto bene dalla società di intellettuali del tempo.
Nel giugno 1827 Leopardi decide di recarsi a Firenze dove avrà la possibilità di conoscere nuovi intellettuali, i quali diventeranno suoi amici: amici che Leopardi, a Recanati, non ha mai avuto. Giacomo, sebbene continui ad avere innumerevoli disturbi fisici, è più sereno. Quando è in viaggio, lontano dal borgo dove è nato, le giornate sono più sopportabili.
Firenze non gli piacque abbastanza, quindi decide di andare a Pisa. Rimarrà colpito soprattutto dal clima della città toscana. Leopardi scriverà, infatti, di poter passeggiare molto anche in inverno, e lì gli inverni sono molto meno rigidi che a Recanati.

Quando farà ritorno a Recanati, a fine novembre del 1828, Leopardi vivrà diciotto mesi di inferno. Le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente ed il poeta si trova di nuovo rinchiuso nel carcere dove ha trascorso l’intera giovinezza.
Solo quando partirà nuovamente per Bologna e Firenze per non far mai più ritorno a Recanati il suo animo di rasserenerà, anche se Giacomo è ormai consapevole di non avere più molti anni davanti a sé.
Ormai quasi cieco, Leopardi riuscirà a dar vita all’edizione napoletana dei Canti, pubblicata nell’aprile del 1831 dall’editore Guglielmo Patti, di cui, però, non riesce a correggere le bozze.
Nel 1833 il suo ultimo viaggio per recarsi a Napoli insieme all’amico Antonio Ranieri, dove Leopardi morì qualche anno più tardi, il 14 giugno del 1837.

Leopardi di Pietro Citati è un “must have” nelle nostre librerie, perché è capace di narrare le complesse vicende dell’autore recanatese e qualche aneddoto riguardante il nostro “giovane favoloso” in maniera scorrevole, piacevole e mai scontata.

Pietro Citati Leopardi
La copertina del libro Leopardi di Pietro Citati, nell'edizione Oscar Bestsellers della Mondadori

Ove non indicato diversamente, la foto è stata scattata da Marika Strano.

Leopardi Pietro Citati


Celiachia. Gli antichi Romani la curavano con la medicina cinese

Secondo uno studio dei ricercatori del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, i Romani avevano trovato dei rimedi erboristici per trattare la celiachia. Come sappiamo, la celiachia è una malattia di origine genetica e di natura infiammatoria, caratterizzata dalla distruzione della mucosa dell’intestino tenue ma a quanto pare non moderna. Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale “Archaeological and Anthropological Sciences” integra la ricerca condotta nel 2019 dagli scienziati del Laboratorio di Antropologia di Tor Vergata che aveva portato alla scoperta, assieme al “Centro di antropologia molecolare per lo studio del dna antico” dell’Università di Roma “Tor Vergata” del primo caso di celiachia noto sulle ossa dello scheletro di una donna di circa venti anni vissuta ad Ansedonia tra fine I e inizio II secolo d.C.

L’analisi del DNA rivelò la presenza di marcatori genetici che predispongono alla patologia. Indagini archeo-botaniche sono state invece condotte successivamente al fine di ricostruire dieta e pratiche fitoterapiche. I ricercatori, esaminando la placca accumulata sui denti della donna, sono riusciti ad identificare elementi che hanno portato ad affermare che per il trattamento dei disturbi alimentari provocati dalla celiachia si faceva uso di erbe e spezie tipiche della medicina cinese. Non sappiamo se queste pratiche fossero utilizzate nella medicina romana proprio perché ad oggi questo scheletro rappresenta un unicum.

Tra questi rimedi erboristici, gli scienziati hanno rintracciato la presenza di composti chimici che possono essere ricondotti a curcuma e ginseng, radici già utilizzate nell’antica medicina orientale come rimedi naturale per altre patologie e in questo caso per alleviare i disturbi provocati dalla celiachia. Così, infatti, si supporta l’ipotesi dell’esistenza di proficui scambi commerciali e di pratiche con la cultura dell’Asia orientale.

Foto: Simon A. Eugster [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]
«La scoperta è stata possibile – afferma la professoressa Antonella Canini, botanica, – perché la placca è capace di intrappolare residui chimici e di cibo, permettendo di identificare oltre alle minuscole particelle di amido, derivate dal grano o da una pianta correlata a esso, e che suggeriscono l’ipotesi che la donna facesse uso di cibi ricchi di glutine scatenando attacchi autoimmuni,  molecole organiche considerate marcatori tipici dei rimedi erboristici locali usati per trattare il mal di stomaco, tra cui menta e valeriana».

«La scoperta – afferma il ricercatore Angelo Gismondi, botanico, - mette in luce il fatto che probabilmente già più di 2000 anni fa esistevano scambi di piante medicinali e conoscenze mediche tra il Mediterraneo e  l’Asia sud-orientale. I nostri dati – conclude Gismondi - hanno fornito informazioni sul ruolo chiave dell'etnobotanica in età imperiale romana».   Lo studio ha visto la collaborazione di botanici e antropologi del Dipartimento di Biologia, Università Roma “Tor Vergata" (Antonella Canini, Alessia D’Agostino, Gabriele Di Marco, Angelo Gismondi, Cristina Martínez-Labarga, Olga Rickards) e della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato (Valentina Leonini).


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Firenze: mostra "Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento"

Aprirà al pubblico da domenica 8 dicembre e rimarrà aperta fino al 13 aprile 2020, la mostra Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento che si terrà al Museo di Palazzo Davanzati di Firenze.

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MANIFATTURA ITALIANA DELLA SECONDA METÀ DEL XVII SECOLO, Scarpa femminile, Firenze, Museo Stibbert

L’idea dell’esposizione è nata dall’acquisizione, promossa dai Musei del Bargello per Palazzo Davanzati, di un rarissimo e inedito corpus di disegni per ricami e merletti databili alla prima metà del XVII secolo e apparsi sul mercato antiquario nel 2018. Si tratta di una delle più estese raccolte esistenti di disegni di merletti e ricami costituita da 105 fogli, centodue carte ad inchiostro e tre a grafite e sanguigna, giunte fino a noi in ottimo stato conservativo e attribuibili per la gran parte alla firma dello stesso autore, Giovanni Alfonso Samarco da Bari, un disegnatore di ambito meridionale dall’indubbio talento grafico la cui identità rimane ancora oggi ignota.

OREFICERIA AUSTRIACA DELL’INIZIO DEL XVII SECOLO, Ornamento per abito, Firenze, Museo Nazionale del Bargello

Attorno a questi disegni per grandi colletti, bordure e fregi ricamati, si sviluppa un affascinante percorso della mostra che, allestita tra il piano di ingresso e il primo piano di Palazzo Davanzati, intende documentare lo stile prezioso ed elegante della moda e dell’arredo del Seicento, attraverso un suggestivo confronto tra la grafica e un’accurata selezione di abiti, accessori, dipinti, sculture, medaglie, libri, tessuti, merletti e ricami.

All’interno di alcune “stanze delle meraviglie”, progettate in occasione della mostra, sono infatti esposti, in costante dialogo con la grafica, alcuni preziosi accessori: la borsa a ricamo applicato di probabile manifattura inglese; la scarpetta femminile, databile all’ultimo quarto del XVII secolo, in raso di seta rossa rivestito di merlettola spilla d’oro, di oreficeria nordica, con perle e diamante utilizzata al tempo come guarnizione d’abito.

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OREFICERIA AUSTRIACA DELL’INIZIO DEL XVII SECOLO, Ornamento per abito, Firenze, Museo Nazionale del Bargello

A documentare il gusto per la moda in auge al tempo, troviamo poi un raro giubbone maschile, databile tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, con inserti di merletto a fuselli, e alcuni dipinti che ritraggono gli sfarzosi colletti in pizzo indossati da Valdemaro di Danimarca, opera di Justus Suttermans e da Vittoria Bulgarini ritratta da Nicolas Régnier.

JUSTUS SUTTERMANS, Ritratto di Valdemaro Cristiano di Danimarca, 1638-1639, Firenze,
Gallerie degli Uffizi, Galleria Palatina

La perizia raggiunta nella tecnica del ricamo toscano è testimoniata dallo splendido paliotto d’altare della Madonna del Letto, già nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie di Pistoia, che rivela motivi decorativi improntati ad un’attenta indagine naturalistica.

La mostra rappresenta inoltre occasione per ammirare, nei rinnovati ambienti espositivi di Palazzo Davanzati, un’attenta selezione di merletti dalla ricca e pregevole collezione del Museo, messa a confronto con i disegni acquisiti così da dar vita a un dialogo tra il prodotto finito e il processo creativo legato a quest’arte.

MANIFATTURA INGLESE DELLA PRIMA METÀ DEL XVII SECOLO, Borsa, Firenze, Museo Nazionale del
Bargello

 Bellezza e Ornamenti nella moda e negli arredi del Seicento è una mostra unica per presentare al pubblico un raro gruppo di centocinque disegni di merletti e ricami acquistati dai Musei del Bargello con i fondi derivanti dall’autonomia dei musei, a seguito della Riforma del 2014. Il corposo nucleo grafico è stato destinato a Palazzo Davanzati che, già dagli anni ottanta del Novecento, ospita una pregevole collezione di merletti e ricami, dal XV al XX secolo.

Per la durata della mostra, il Davanzati, noto ai più come antica dimora fiorentina, si vestirà di raffinate forme barocche, con “stanze delle meraviglie” che sveleranno, attraverso un affascinante percorso espositivo, il singolare ruolo che i merletti ebbero nella storia sociale ed economica in Europa, oltreché nella storia dell’arte, del design e della moda” (Paola D'Agostino, Direttore dei Musei del Bargello).

 Tra gli enti prestatori figurano le Gallerie degli Uffizi, il Museo Stibbert, il Museo Civico d’Arte di Modena, l’Università di Firenze, l’Archivio di Stato di Firenze, L’USL Toscana Centro, il Museo del ricamo di Pistoia, oltre a generosi prestiti da parte di collezionisti privati.

La mostra e il catalogo, ricco di contributi di esperti del settore ed edito da Edifir, sono a cura di Benedetta Matucci e di Daniele Rapino.

Daniele Rapino, Paola D'Agostino, Benedetta Matucci

Il biglietto di accesso alla mostra ha il costo di € 6,00 per l'intero, e € 2,00 il ridotto (per i giovani della U.E fra i 18 e 25 anni).

 

Testi e foto per la mostra Bellezza e nobili ornamenti nella moda e nell'arredo del Seicento gentilmente forniti dall'Ufficio Stampa Firenze Musei - Civita Opera Laboratori Fiorentini


Una finestra sul pavimento del Duomo di Siena

Fino al 27 ottobre sarà possibile osservare il pavimento del Duomo di Siena, anche in un modo nuovo. Con il percorso “Come in cielo così in terra. Dalla porta alla città del cielo al pavimento” infatti, il pavimento si può guardare dall’alto: un punto di vista insolito che dà al visitatore la possibilità di raccogliere in un unico sguardo la complessa decorazione a intarsi marmorei.

E come sempre, se guardiamo con attenzione alle immagini, anche quelle su cui mettiamo i piedi, c’è tutto un mondo da scoprire. In questo caso si tratta del mondo della cultura quattrocentesca a Firenze e Siena.

Il Duomo di Siena (cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta). Foto © Raimond Spekking, CC BY-SA 4.0

Il Duomo

Si comincia a costruire il duomo di Siena nel la seconda metà del Duecento, e circa un secolo dopo si progetta di ampliarlo e farlo diventare un’opera grandiosa. Siena è, in quel periodo, una grande potenza, fiera del regime comuale, che viene celebrato il più possibile, pure nei colori scelti per la decorazione del duomo: il nero e il bianco della balzana senese. Le date non sono così semplici, però, perché ci sono stati molti restauri, rifacimenti e la fase costruttiva del duomo è durata molto tempo. Il pavimento, decorato a intarsio marmoreo (una specie di puzzle fatto con tessere di marmo) ha richiesto quasi tre secoli per essere portato a termine, perciò è difficile anche capire se l’intera area tratta un unico racconto (come sostengono alcuni studiosi) o se quelle che vediamo sono scene slegate tra loro, nate una dopo l’altra, ciascuna per esigenze diverse. In ogni caso, al 1480 possiamo certamente ricondurre l’esecuzione della parte di pavimento con dieci sibille e Hermes.

Hermes lo si vede appena si entra in chiesa, è rappresentato in una grande immagine, e a lui sono collegate le dieci sibille che si snodano nelle navate laterali. Tutto regolare?

Non proprio, perché Hermes, come le sibille, arriva dritto dalla mitologia antica e non lo troviamo molto spesso nelle chiese cristiane; e poi le sibille “canoniche” a fine Quattrocento sono diventate dodici già da un pezzo. Si tratta quindi di una scelta particolare: di cosa ci parlano questi personaggi “pagani” in una chiesa cristiana?

Scorcio della navata centrale verso la controfacciata. Foto di James Gose, CC BY 2.0

Sibille

Partiamo dalle sibille: la sibilla è una figura del mito antico greco, le prime fonti ci dicono che è una, anzi: “una bocca”, ma durante l’Ellenismo diventa un donna in carne e ossa, e poi numerose donne, numerosissime, tanto che Marco Terenzio Varrone, nel I secolo d.C. deciderà di creare un elenco limitando il numero a dieci.

Il canone di Varrone viene ripreso da Lattanzio, che è impegnato nel descrivere tutti gli errori in cui sono incorsi i “pagani” con lo scopo di “smontare” le loro credenze ed esaltare quelle dei cristiani. Lattanzio, ovviamente, parla delle sibille, ma non le colloca tra i pagani, bensì tra coloro che sono testimoni della gloria di Dio. Nella sua opera, le Divine Istituzioni, troviamo sia le dieci sibille, che Hermes: proprio come nel pavimento di Siena.

Hermes

Anche Hermes è una figura della mitologia antica che si diffonde intorno al II secolo e rappresenta il “maestro dei maestri”, l’unione di tutti i saperi: la grande sapienza greca e quella egizia. Per questo viene chiamato Ermete Trismegisto, cioè tre volte grandissimo. Gli scritti che sono attribuiti a Hermes sono raccolti nel Corpus Hermeticum e contengono l’idea di una grande conoscenza che può avvicinare l’uomo alla divinità, innalzarlo spiritualmente; una conoscenza antica che però è misteriosa e va indovinata, letta tra le righe, interpretata.

Questi concetti passano in secondo piano quando il Cristianesimo viene definito, un concilio dopo l’altro, in un processo che continua anche dopo la morte di Lattanzio. Gli scritti ermetici, pur essendo in parte noti agli intellettuali, non hanno grande fama per tutto il Medioevo e la figura di Ermete Trismegisto viene dimenticata dalla maggior parte dei cristiani.

Diversamente accade invece per le dieci sibille, che sono figure così poco definite da poter entrare facilmente nella tradizione cristiana medievale, con un ruolo nuovo e ben preciso: le sibille sono coloro che Dio ha incaricato di annunciare la venuta di Cristo ai “pagani”. Secondo i devoti Cristiani, sono stati i “pagani” a non averle ascoltate, ma le sibille (che ormai sono profetesse) hanno fatto il proprio dovere e meritano quindi un posto in affreschi, dipinti e ogni altro mezzo di celebrazione e comunicazione tra la Chiesa e i fedeli.

Siena

Nel corso del Quattrocento però, dopo secoli di attesa nell’ombra delle biblioteche, anche Hermes rivede la luce: nel 1471 si pubblica il testo delle Divine Istituzioni di Lattanzio dove, come abbiamo detto, anche Hermes era descritto; qualche anno più tardi Marsilio Ficino traduce anche una parte del Corpus Hermeticum dal greco al latino, quindi in molti possono leggerlo. Operazioni come queste erano parte del lavoro degli intellettuali umanisti, che andavano a cercare testi e saperi antichi e provenienti dall’oriente, e li diffondevano nella cultura contemporanea. La figura di Hermes sta quindi vivendo una nuova fortuna in un contesto culturale dove la conoscenza degli antichi sembra essere la porta per il futuro, per il vero sapere. E nello stesso periodo si lavora al pavimento del Duomo di Siena, e si cerca, ovviamente, di esprimere il meglio della cultura del momento, le teorie più aggiornate e moderne.

Duomo di Siena Ermete Trismegisto
Ermete Trismegisto raffigurato nel pavimento del Duomo di Siena; l'opera è datata al 1488 ed è attribuita a Giovanni di Stefano.

Sibille e Hermes a Siena

Le teorie più moderne, ormai, comprendevano anche Hermes. All’ingresso del Duomo troviamo il mitico personaggio raffigurato mentre dà una libro a due uomini; la frase scritta nel libro ci aiuta a capire di chi si tratta: Suscipite o licteras et leges Egiptii, “Ricevete, la cultura e la legge, o Egizi”. Le due figure sono quindi un egiziano, quindi orientale, e lo riconosciamo dal turbante e dall’esotica barba a punta, e un occidentale col capo velato, a rappresentare i cristiani che seguiranno. È il momento in cui la scrittura, viene data agli uomini e Hermes si pone alla base della fondazione di cultura e sapienza; con la mano, il mitico sapiente indica un altro testo, che comunica pure a noi il messaggio fondamentale: “Dio creatore di tutte le cose, fece un altro Dio visibile e questo fu il primo e il solo nel quale si dilettò e amò suo figlio, che fu chiamato Santo Verbo”.

Ma se deve esserci qualcuno che accoglie i cristiani nel Duomo e trasmette la Sapienza mandata da Dio, perché questo qualcuno è un pagano?

Il contesto in cui queste immagini si collocano è quello delle teorie espresse da Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Secondo i due dotti umanisti esiste un antico sapere, unico, dato da Dio all’uomo all’inizio dei tempi, trasmesso di generazione in generazione e (secondo Pico) culminante nella religione Cristiana. Tutti i testi che compaiono nelle immagini di Ermete e delle sibille sono tratti dalle opere di Lattanzio, che a sua volta le aveva tratte da autori più antichi. Marsilio Ficino legge i testi di Lattanzio, vede che anche lui ha citato autori più antichi, e trova la conferma del fatto che il sapere è unico e molto antico e che quindi parte da ancora più lontano, da prima del Cristianesimo.

Ermete Trismegisto, mitica incarnazione della Sapienza, dona quindi la sapienza agli Egizi, tra i quali figura il suo contemporaneo Mosè, che la traghetterà nel mondo ebraico. Sul rapporto cronologico tra Ermete-Mosé, è da dire però che non tutti i teologi e intellettuali erano d’accordo, ma ai piedi della scena di cui parliamo c’è scritto che sono contemporanei.

Uno strano gruppetto

Quindi, se la presenza di Hermes è giustificata dai testi di Lattanzio, ripresi e interpretati dalla filosofia rinascimentale di Marsilio Ficino, che senso hanno le sibille associate al mitico sapiente?

La traduzione del Corpus Hermeticum fatta da Marsilio Ficino, si pubblica col nome di Pimander, e in questo testo Ficino scrive (forse sbagliando a tradurre), che Dio svela il futuro tramite alcuni segni, tra cui le sibille.

Il ruolo delle sibille, secondo i cristiani, l’abbiamo già detto, era stato quello di annunciare ai pagani la prossima venuta di Cristo; trovandole assieme al grande sapiente Hermes nella sua opera, è stato normale inserirle nella decorazione: sono anche loro anelli della catena della trasmissione del sapere.

Duomo di Siena Sibilla Cumana
La Sibilla Cumana, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è opera documentata di Giovanni di Stefano.

Ciascuna sibilla è rappresentata come una donna antica, rivestita di lunghi abiti e panneggi e tiene in mano un libro, attributo del sapere e della conoscenza. La sibilla Cumana è l’unica ad avere accanto a sé degli oggetti specifici: i libri sibillini che ha provato a vendere a Tarquinio e che poi, al rifiuto del re, ha bruciato. La stessa sibilla tiene in mano anche un ramo con foglie, perché Virgilio racconta che sulle foglie erano scritte le sue profezie. Le altre sibille sono identificate dai testi delle profezie, ciascuno attribuito a una sibilla e tutti tratti dall’opera di Lattanzio.

Lattanzio quindi si conferma come una fonte privilegiata, ma letta e interpretata in accordo con il Corpus Hermeticum per via delle teorie di Marsilio Ficino, che alla fine del Quattrocento è uno degli umanisti di maggiori rilievo nel panorama culturale, nonché l’intellettuale di punta nella cerchia dei Medici.

Proprio come in Lattanzio, infine, le sibille sono dieci, non dodici come si trovano invece, già da inizio secolo, in gran parte delle serie dipinte. Si trovano disposte in ordine lungo le navate, ai margini dell’edificio, a segnalare la loro funzione di “confine” tra i “pagani” che sono fuori dalla chiesa, e coloro che, camminando sulla via segnata dall’antico sapere, possono raggiungere il cuore del cristianesimo: l’altare su cui si celebra la messa.

Così, camminando sugli intarsi del pavimento, il fedele che entra in chiesa percorre la strada che rappresenta questo sapere. Allo stesso modo il visitatore di oggi ripercorre una delle tappe salienti della cultura rinascimentale, che porta alla rinascita del neoplatonismo e ha risultati anche oggi, nelle numerose espereienze di recupero delle teorie esoteriche. Ancora una volta, quindi, guardando un manufatto artistico, si può guardare oltre la “bellezza” e aprire una finestra sulla complessità del passato, un passato che noi siamo abituati a classificare in maniera molto netta e decisa per comodità di studio, ma che è fatta di uomini e donne come noi, che vivevano in un mondo complesso, ricco di diversi stimoli, pensieri e influenze e che davano vita a realtà stratificate e complesse, tanto quanto lo è la nostra, di oggi.

Duomo di Siena Sibilla Ellespontica
La Sibilla Ellespontica, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è datata al 1483 e attribuita a Neroccio di Bartolomeo de' Landi.

Viaggio all'interno del Museo delle Navi Antiche di Pisa

Un museo atteso da anni e che finalmente vede l’apertura. La città di Pisa avrà il suo Museo delle Navi Antiche in 5000 metri quadri di superficie espositiva e 47 sezioni divise in 8 aree tematiche nelle quali saranno esposte sette imbarcazioni di epoca romana databili tra il III secolo a.C. e il VII d.C. Le navi sono sostanzialmente integre e circa 800 reperti arricchiranno il percorso espositivo in una narrazione che racconta un millennio di commerci e marinai, rotte, naufragi e storie della città di Pisa.

Il Museo è allestito all’interno degli Arsenali Medicei sul lungarno pisano, mentre l’adiacente complesso di San Vito ospiterà a breve il Centro di Restauro del Legno Bagnato che avrà rilevanza internazionale nel restauro delle sostanze organiche e fornirà il supporto alle manutenzioni del museo e lo arricchirà con esperienze uniche. Concessionaria della struttura la Cooperativa Archeologia che ha seguito negli ultimi anni lo scavo archeologico e il restauro delle navi e dei reperti, sotto la direzione scientifica di Andrea Camilli, responsabile di progetto per la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Pisa e Livorno.

Alkedo. Museo delle Navi Antiche
Alkedo. Museo delle Navi Antiche

Quattro le imbarcazioni esposte che si conservano integre: Alkedo, l’ammiraglia da 12 rematori, la Nave "I", un grande traghetto fluviale, un secondo barcone con ponti e albero ben visibili e una piccola imbarcazione per il trasporto delle merci. A queste, si affiancano altre imbarcazioni parzialmente conservatesi. Il percorso, inoltre, si arricchisce di reperti sulle tipologie navali, i carichi rinvenuti che includono oggetti personali dei viaggiatori, migliaia di frammenti ceramici, vetri, metalli, elementi in materiale organico, giochi per bambini e capi d’abbigliamento.

La storia che si racconta copre millenni di anni di commerci, rotte e vita quotidiana di viaggiatori e marinai, ma l’esposizione non può non partire dal racconto della storia di Pisa tra mito e realtà, dalla fase etrusca e romana poi Longobarda. Si prosegue con un focus sul rapporto della città con l’acqua, dalle catastrofiche alluvioni all’organizzazione del territorio tra canali e centuriazioni, fino a toccare il Porto di Pisa e tutta l’intensa attività produttiva cittadina. Dalla ricostruzione dei cantieri si passa, poi, all’esposizione integrale delle navi, che occupa due campate degli arsenali, per proseguire con le sezioni che raccontano le tecniche di navigazione con un piccolo planetario, per conoscere come gli antichi si orientavano con le stelle, mentre un tabellone elettronico degli arrivi e delle partenze racconta le principali rotte dei porti del Mediterraneo. Il percorso espositivo si conclude con un excursus sulla dura vita di bordo, sia per i marinai che per i viaggiatori, dall’abbigliamento ai bagagli, fino alle abitudini alimentari, ai culti e alle superstizioni.

Marinaio morto con cane. Museo delle Navi Antiche
Marinaio morto con cane. Museo delle Navi Antiche

Il Museo delle Navi Antiche risponde a una serie di caratteristiche: è il museo archeologico che mancava a Pisa, un museo duttile, in continua trasformazione con il proseguire delle ricerche e utilizza un linguaggio accessibile e diversificato, adatto a tutti. Il grande lavoro di progettazione svolto ha richiesto una costante sinergia e una pluriennale collaborazione con gli autori dell’exhibition design. "Siamo orgogliosi della chiusura di un percorso che in vent'anni ha coinvolto più di 300 persone dalle professionalità più disparate: archeologi, architetti, storici dell'arte, restauratori e il personale tecnico delle sovrintendenze – dice Andrea Camilli.

Barca F. Museo delle Navi Antiche
Barca F. Museo delle Navi Antiche

C'è un'enorme soddisfazione nel constatare che una struttura statale ha realizzato una grande opera come questa: quasi 5000 metri quadri, innovativi anche sul piano museale. Si tratta del più grande museo di imbarcazioni antiche esistente, L'esposizione, inoltre, è costruita con un tipo di linguaggio che avvicina il pubblico all'archeologia. Abbiamo eliminato il 'feticismo del reperto', rimuovendo il più possibile le barriere visibili che separano l’utente dall’oggetto, rendendolo apparentemente a portata di mano del visitatore. Anche l'area dedicata alle alluvioni, dove una parete scaffalata rivela con le consuete cassette di deposito i materiali rinvenuti dopo un'alluvione catastrofica, introduce alla tematica della ricerca. Il linguaggio del museo non punta a stupire, ma utilizza un sistema di comunicazione plurilivello che non eccede nel multimediale e ricontestualizza la narrazione con accuratezza storica e scientifica".

NAVI IN MOSTRA

  • (1) Alkedo (il Gabbiano), l’ammiraglia della flotta pisana, nave da 12 rematori da diporto ma dalle forme che ricordano una nave da guerra; ha ancora inciso su una tavoletta il suo nome (Alkedo = gabbiano), esposta nella vetrina di fronte. A fianco ricostruzione a grandezza naturale di una nave da guerra (liburna).
  • (2) Nave “I” (V sec. d.C.), grande traghetto fluviale a fondo piatto interamente costruito in legno di quercia e rinforzato all’esterno da fasce di ferro; il barcone, manovrato tra le due rive attraverso un sistema di funi, era mosso da riva tramite un argano, il cui asse centrale è stato rinvenuto nel corso degli scavi (esposto nella vetrina accanto all’imbarcazione).
  •  (3) Barca “F”, appartiene alla tipologia delle lintres, imbarcazioni più piccole per il trasporto merci utilizzate per rapidi e più confortevoli spostamenti e per il trasporto di dettaglio delle merci. Simili alle piroghe, erano realizzate per consentire la remata da un solo lato, come le attuali console veneziane (esemplari esposti del II e III sec.d.C.)
  •  (4) Nave “D”, con ancora ben visibili ponti e albero. Il grande barcone fluviale è stata rinvenuta rovesciata e il suo restauro ha richiesto un lavoro estremamente elaborato. Si tratta di un grande barcone fluviale adibito al trasporto della rena lungo il corso dell’Arno: un ampio boccaporto consentiva il carico della sabbia. L’imbarcazione era mossa da vela (conserva ancora l’albero originale) e trainata da riva da una coppia di cavalli o buoi. Lo scheletro di un cavallo ancora aggiogato è stato rinvenuto al di sotto di essa.

Altre navi: Nave “E”, parziale, nave da carico di dimensioni medio-grandi; Barca “H” , barchino fluviale a fondo piatto; imbarcazione da carico di medio-grandi dimensioni che faceva la spola lungo le coste tra Campania e Spagna e trasportava un carico di anfore (tra cui spalle di maiale in salamoia) (II sec. a.C.).

Ricostruzione del cantiere della Nave “A”, nave da carico (oneraria) di grandi dimensioni (più di 40 metri di lunghezza; ne è stata recuperata circa la metà) (II sec.d.C.). Trasportava un carico di anfore a fondo piatto riutilizzate e contenenti conserve di frutta. Per le sue dimensioni è stata esposta ricostruendo una parte del cantiere di scavo, mostrandola in corso di recupero.

Anfore. Museo delle Navi Antiche
Anfore. Museo delle Navi Antiche

Come è stato possibile il recupero? Durante lo scavo, i relitti sono stati recuperati con estrema delicatezza dal terreno secondo il metodo dello scavo stratificato, rilevati tridimensionalmente e protetti con tessuto per trattenerne l'umidità. per garantire una temperatura costante e l'umidità necessaria sono stati fissati dei nebulizzatori progettati per ogni imbarcazione. Via via con una sovrapposizione di vetroresina per preservare l'imbarcazione durante il sollevamento si è proceduto con lo scavo integrale. L'imbarcazione, incapsulata e protetta, è stata poi fissata ad un telaio metallico e quindi sollevata e spostata in laboratorio per il restauro.

Ancora. Museo delle Navi Antiche
Ancora. Museo delle Navi Antiche

Il territorio in epoca romana si trovava appena alle spalle di un delta fluviale complesso, perché ramificato e in continuo movimento. Poco a monte dell’Arno, che allora scorreva poco distante, si trovava un bacino naturale del fiume Auser, l’antico Serchio. Non si trattava di un porto vero e proprio, ma di una zona portuale, dove si trovavano navi alla fonda. Non c’erano solo navi da mare, ma anche piroghe e navi di fiume, proprio per il carattere “ibrido” dell’area. Il percorso dell’Auser fu inciso da canali che coincidevano con le maglie della centuriazione. Questa strategica organizzazione del territorio causò però periodici disastri a causa della difficoltà dell’assorbimento delle piene fluviali: la portata d’acqua non veniva assorbita dal mare tornando indietro con estrema forza e causando, nelle navi in rada nel bacino dell’Auser, il loro naufragio. Questo avvenne ogni circa 80/100 anni da età augustea (0-15 d.C.) fino al V secolo d.C., a quanto ci testimoniano gli scavi. In questo cantiere, lo scavo è consistito, oltre che nello scavo delle navi e dei reperti, nell’individuazione dei resti delle alluvioni che hanno causato il naufragio delle
imbarcazioni (sedimenti), ma anche nel riconoscimento dei diversi fondali che si sono formati nel corso del
tempo e dalle turbolenze che, a più riprese, hanno sconvolto i depositi alluvionali.

Nave D. Museo delle Navi Antiche
Nave D. Museo delle Navi Antiche

I materiali  sono stati rinvenuti negli scafi o nelle porzioni dei relitti, nei carichi delle imbarcazioni o nei fondali, caduti presumibilmente duranti i trasbordi da un’imbarcazione all’altra. Le correnti poi hanno eroso gli strati più antichi trascinando i materiali per secoli e rimescolandone i contesti, ma l’eccezionale stato di conservazione dei reperti ha condizionato l’attività di scavo, che ha dovuto evitare che le parti in legno fossero eccessivamente esposte agli agenti atmosferici e garantire allo stesso tempo una completa documentazione scientifica. È solo l’ambiente umido, infatti, che consente la conservazione dei reperti. Il legno, conservatosi sott'acqua in assenza di ossigeno, è riuscito a mantenere la sua struttura anatomica: la mancanza di ossigeno impedisce a funghi e batteri di proliferare e di intaccare la cellulosa e la lignina, componenti fondamentali del tessuto cellulare.

L’esposizione sarà aperta al pubblico il venerdì, sabato e domenica dalle 10.30 alle 18.30 e il mercoledì dalle 14.30 alle 18.30 (info e contatti: [email protected] e tel. 050 8057880. Per gruppi e scuole: [email protected] e tel. 050 47029. Tutte le informazioni su www.navidipisa.it). Il museo sarà dotato, inoltre, di un bookshop e uno spazio caffetteria, una sezione didattica al piano superiore che potrà essere utilizzata anche per incontri e conferenze, uno spazio allattamento e nursery per le mamme, oltre ovviamente alla biglietteria e punto informazioni. Nelle prossime settimane sarà disponibile il catalogo dedicato all’esposizione.

Foto: Courtesy of Ufficio Stampa per Cooperativa Archeologia  X PRESS COMUNICAZIONE

 


Dal 18 maggio al 2 giugno arriva il Festival degli Etruschi

Il grande successo del videogioco “Mi Rasna” (sempre più lanciato a scalare le classifiche dei miglior 100 giochi di strategia più scaricati in Italia), ha permesso alla società Entertainment Game Apps (E.G.A) di rispettare le promesse fatte al momento del lancio sul mercato e di reinvestire in attività di sviluppo turistico - culturale locale il 3% dei proventi derivati dalla fruizione pubblica del videogioco.

Nello specifico, E.G.A. si impegna nel finanziamento e nell’organizzazione insieme all’Associazione Culturale Suodales, di un grande evento rievocativo, un “Festival degli Etruschi”, che verrà realizzato nei giorni 18 maggio - 2 giugno 2019 con modalità itinerante in varie città e con la partecipazione congiunta di numerosi enti culturali e museali.

Tyrrhenikà: Etruscan Heritage Route è il nome pensato per l’evento. Un nome che già racchiude tutto quello che si conosce sul popolo etrusco. Tyrrhenikà infatti, era il nome di un’opera letteraria scritta in greco dall’imperatore Claudio, in 20 libri, riguardante la storia e la civiltà degli Etruschi. Una sorta di summa contente tutto lo scibile sulla civiltà italica. L’assonanza con il Mar Tirreno e un simbolo grafico caratteristico, rende il nome ancora più adatto a rappresentare il ricco programma di iniziative volte alla promozione del popolo tirrenico.

Il grande evento prenderà forma grazie alla preziosa collaborazione tra E.G.A., l’Associazione Culturale Suodales e il progetto ANTICAE VIAE, e intende dare continuità al progetto di promozione del territorio etrusco e della sua cultura attraverso l’uso di strumenti sempre innovativi e coinvolgenti. L’idea è quella di un percorso nell’ Etruria attraverso la collaborazione di alcune città rappresentative per il popolo etrusco e già inserite nel videogioco “Mi Rasna”, con una chiusura del festival presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, passando per Populonia, Vetulonia, Roselle, Chiusi, Arezzo, Cortona, Orvieto, Perugia, Veio e Cerveteri.

Ecco nel dettaglio gli eventi itineranti:

SABATO 27 APRILE: VOLTERRA

  • Il mattino presentazione ufficiale del progetto Tyrrhenikà.
  • Sfilata storica nel centro fino al Museo Guarnacci, con visita teatralizzata.
  • Nel pomeriggio, teatralizzazione del rito religioso presso l’Acropoli.

SABATO 18 MAGGIO: VETULONIA, ROSELLE, POPULONIA - E così si partirà nelle terre dell’Etruria a settentrione:

  • Ore 10.00 nell’ Area Archeologica Nazionale di Vetulonia, si potrà incontrare (al tumulo della Pietrera) Aule Feluske guerriero etrusco di VII sec. Sarà lui - insieme all’ausilio di altri armati - a raccontarci l’evoluzione dell’esercito dei Tirreni.
  • Alle ore 11.00 al Museo Isidoro Falchi di Vetulonia verrà effettuato un laboratorio didattico (prenotazione obbligatoria) e visita guidata teatralizzata al Museo.
  • Alle ore 12.00 sempre al mattino, passando per l’Area Archeologica Nazionale di Roselle, Velthur Tulumne e i suoi operai ci racconteranno in una visita guidata come furono costruite le mura di Roselle.
  • Alle ore 15.00 nell’Area Archeologica Nazionale di Roselle sarà effettuato un laboratorio didattico con prenotazione obbligatoria) chiamato “Edificare nell’antica Etruria: tecniche di costruzione civili”.
  • Alle ore 16.00 all’interno della lucumonia di Pupluna, nel Parco Archeologico di Populonia e Baratti, sarà il Re ad accogliervi all’interno della sua dimora - la Casa del Re – con didattiche sull’epoca villanoviana, la tessitura e degustazioni di vino.

 DOMENICA 19 MAGGIO: CHIUSI, AREZZO, CORTONA - La domenica si discenderà la penisola:

  • Al mattino, presso il Museo dell’Accademia Etrusca e della città di Cortona, verrà ricostruita la Tabula Cortonensis da parte di scribi etruschi che spiegheranno la scrittura etrusca e la sua evoluzione.
  • Al pomeriggio, la ricostruzione si concentrerà sulla scrittura ed il sacro con la rappresentazione dell’evoluzione della scrittura etrusca e il suo utilizzo in ambito religioso. Seguirà poi la rappresentazione di una cerimonia oracolare all’interno del Museo Nazionale Archeologico G. Cilnio Mecenate di Arezzo.
  • Sempre nel pomeriggio, presso il Museo Archeologico Nazionale di Chiusi, verrà rappresentata la “Galatomachia” (combattimento con i Galli) seguendo l’iconografia del sarcofago di Laris Sentinate Larcna con spiegazione sulle guerre contro i Galli e la ricostruzione della figura del Re Porsenna con intervista al personaggio storico.

SABATO 25 MAGGIO: VEIO - Si scenderà verso l’Etruria meridionale e il week-end si aprirà con un evento all’interno del Santuario di Minerva di Portonaccio a Veio, che per l’occasione riprenderà vita con sacerdoti e mercanti che ripopoleranno il luogo sacro tra riti e commercio. Inoltre, i protagonisti racconteranno la vita etrusca attraverso la religione organizzando delle “Etruschiadi” per i bambini.

DOMENICA 26 MAGGIO: CERVETERI - La domenica nella lucumonia di Caere:

  • All’interno del Museo Nazionale Archeologico Cerite, riprenderà vita l’atelier di un ceramista e verranno organizzate visite guidate teatralizzate tra i reperti archeologi e con degustazione di vini locali.

SABATO 1 GIUGNO: ORVIETO, PERUGIA - Il week end si aprirà con le due lucumonie umbre:

  • Al mattino, presso il Tempio del Belvedere sarà celebrato un rito, poi, a seguire, al Museo Archeologico Nazionale di Orvieto verranno proposte delle visite guidate teatralizzate.
  • Durante il pomeriggio si andrà verso la volta del Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria a Perugia dove vi sarà una ricostruzione del corteo rappresentato sul Sarcofago Sperandio e delle didattiche sulla religione etrusca.

DOMENICA 2 GIUGNO: TYRRENIKÀ; ETRUSCAN HERITAGE FESTIVAL, ROMA

Gran chiusura al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, con il Festival dell’Eredità Etrusca dove verranno realizzati allestimenti scenici all’interno del museo, didattiche per bambini, un simposio etrusco accompagnato da musiche, il rito dell’aruspicina, la realizzazione di ceramiche dipinte e la degustazione di vini e cibi antichi.

Grazie al progetto Tyrrenikà, E.G.A. intende tracciare un ulteriore percorso di collaborazione con musei e parchi archeologici etruschi e dare così la possibilità al grande pubblico di osservare in maniera diretta ed esperienziale quella che era la vita del popolo Etrusco nelle sue varie sfaccettature. In più, grazie all’utilizzo della rievocazione storica, attività molto apprezzata che si ripropone di ricostruire fatti e situazioni del passato, il pubblico potrà toccare con mano e vedere con i propri occhi eventi storici e personaggi che si sono resi protagonisti della stagione etrusca della nostra storia.

Per i più piccoli e non, saranno organizzati tavoli e laboratori didattici che andranno ad approfondire alcune tematiche dando così la possibilità di apprenderne al meglio i contenuti.


Inaugurato il riallestimento del Monetiere del Museo Archeologico di FIrenze

IL MONETIERE DEL MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI FIRENZE RIALLESTITO GRAZIE ALLA DONAZIONE DI FRIENDS OF FLORENCE

Monetiere del Museo Archeologico di Firenze numismaticaStefano Casciu, Direttore del Polo museale della Toscana, Mario Iozzo, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze e Simonetta Brandolini d’Adda, Presidente della Fondazione Friends of Florence hanno inaugurato venerdì 8 febbraio 2019 il riallestimento del Monetiere del Museo Archeologico di Firenze grazie al sostegno finanziario della Fondazione non-profit Friends of Florence con una donazione di Laura e Jack Winchester.
Oggi una delle più grandi e importanti raccolte di monete antiche visibili in Italia, il Monetiere del Museo Archeologico Nazionale di Firenze raccoglie circa 60.000 monete di oro, argento, bronzo, rame ed elettro, in esemplari (poco più di 2000 quelli esposti) che documentano le più belle e le più importanti emissioni di tutte le città greche che costellavano il profilo del Mar Mediterraneo, incluse quelle di Magna Graecia e di Sicilia, così come del mondo etrusco e soprattutto di quello romano, in particolare di età imperiale. A queste si affiancano oltre 400 medaglioni e contorniati (grandi medaglie di bronzo del IV e V sec. d.C.), che offrono uno straordinario e luccicante repertorio di conii e di iconografie del mondo antico.
Come afferma il direttore del Polo museale della Toscana, Stefano Casciu, “Una nuova sala si aggiunge al già ricchissimo percorso del Museo Archeologico nazionale di Firenze. Il Monetiere, oggi splendidamente riallestito, racconta attraverso i secoli la passione per la numismatica, coltivata sin dal Quattrocento dai Medici, e proseguita poi dagli Asburgo-Lorena, dai Savoia e da molti altri collezionisti sino al Novecento. Grazie a Laura e Jack Winchester, a Simonetta Brandolini d’Adda e ai Friends of Florence, il Museo Archeologico di Firenze si arricchisce di un nuovo fondamentale settore, che consentirà agli studiosi ed al pubblico di conoscere ancor meglio il mondo antico, attraverso una delle sue espressioni più significative, la monetazione.”
“Siamo molto felici di aver partecipato alla realizzazione di un altro meraviglioso progetto al Museo Archeologico Nazionale di Firenze - sottolinea la Presidente di Friends of Florence Simonetta Brandolini d’Adda che continua ringraziando - Laura e Jack Winchester già donatori nel museo per le sale del Vaso Francois, del Sarcofago delle Amazzoni e dei Bronzetti Greco-Romani, attraverso i quali anche il Monetiere può tornare a raccontarsi, moderni mecenati che ringraziamo dunque per il loro generoso e importante contributo al mondo culturale di Firenze. Da Presidente di Friends of Florence ringrazio inoltre il Dott. Stefano Casciu Direttore del Polo museale della Toscana e il Dott. Mario Iozzo Direttore del Museo Archeologico Nazionale per la disponibilità che fin dal primo progetto realizzato insieme – la Testa di Cavallo Medici Riccardi – hanno offerto alla nostra Fondazione.”
La Sala e la raccolta numismatica
La sala, una delle stanze private di Maria Maddalena de’ Medici (sorella di Cosimo II, che nel 1619-20 fece restaurare per lei il Palazzo della Crocetta), è oggi decorata con affreschi e arazzi cinque-settecenteschi. Fu allestita come Monetiere nel 1895, anno nel quale fu trasferita nel Regio Museo Archeologico di Firenze la consistente raccolta numismatica del Medagliere Granducale, originato dalle collezioni dei Medici, proseguito dagli Asburgo-Lorena e successivamente incrementato in maniera considerevole prima dagli acquisti di epoca sabauda e poi da donazioni e lasciti privati, fino alle scoperte dell’archeologia moderna.
In un allestimento completamente rinnovato, distribuiti in 34 vetrine e accompagnati da testi e didascalie in doppia lingua (italiano e inglese), gli oltre 2000 esemplari selezionati illustrano la formazione dell’attuale Monetiere, il cui nucleo più antico è stato individuato nella collezione di monete e medaglie raccolte da Piero de’ Medici il Gottoso (1416-1469), poi passate a suo figlio Lorenzo il Magnifico, che raddoppiò la collezione paterna e alla sua morte, nel 1492, poteva lasciare ben 2330 esemplari in eredità ai propri figli. Anche Francesco Valori, biografo del Magnifico, nel 1471 scrive “coloro che volevano affezionarselo, avevano cura di portargli o di mandargli delle medaglie preziose”.
Spiccati interessi numismatici ebbe anche il Cardinale Leopoldo de’ Medici (1617-1675), che insieme al fratello, il Granduca Ferdinando II di Toscana, recuperò ben 252 monete d’oro della raccolta di Casa d’Este, che erano state impegnate presso il Monte di Pietà di Firenze: la sua collezione è oggi parte integrante (e perfettamente riconoscibile, per la prima volta identificata con precisione) nel Monetiere del Museo Archeologico.
Nel 1743, grazie al celebre Patto di Famiglia dell’Elettrice Palatina, Anna Maria Luisa de’ Medici, il Medagliere Granducale passò alla dinastia degli Asburgo-Lorena, insieme a tutto il patrimonio artistico mediceo. Nel 1787 Giuseppe Bencivenni Pelli, Direttore delle Gallerie degli Uffizi, catalogava la raccolta in ben 19 volumi, che raccoglievano quanto ereditato da Cosimo I, proseguito da suo figlio Francesco, arricchito dal Cardinale Leopoldo e ulteriormente ampliato da Cosimo III, mentre alla metà dell’800 risalgono i dettagliati cataloghi di Arcangelo Michele Migliarini, Direttore delle Granducali Collezioni di Antichità, ancora oggi utilissimo strumento per ripercorrere le vicende del Monetiere e ricostruirne le singole acquisizioni.
Col tempo, grazie alle cospicue donazioni di privati mecenati, il Medagliere Granducale si trasformò nell’attuale Monetiere del Museo Archeologico: nel 1863 il ricco e colto inglese Sir William Currie, conquistato come molti altri gentiluomini dell’epoca dalle bellezze artistiche della nostra Italia e di Firenze in particolare, personalità di rilievo nel panorama europeo dei collezionisti, lasciò in eredità una notevole raccolta di cammei, monete e altre antichità alla Galleria degli Uffizi, appena passata in proprietà del Regno d’Italia, il quale, nel 1895, trasferì monete e medaglie al neonato Regio Museo Archeologico.
Con i Savoia e sotto la direzione di Luigi Adriano Milani ebbe inizio una serie di importanti acquisizioni di nuclei numismatici, come le collezioni Mazzolini, Falchi e Strozzi e parte di quella Martinetti Nervegna, raccolte contese dai maggiori musei d’Italia (e non solo), che desideravano incrementare i propri monetieri. Analogamente, furono acquistati alcuni ripostigli (tesoretti nascosti per segretezza o in momenti di pericolo e mai più recuperati) rinvenuti in scavi, come quelli della Bruna (Spoleto) e della Maremma (Campiglia).
Nel 1933 un’importante donazione, della N.D. Fernanda Gobba Ojetti, accrebbe il Monetiere del Regio Museo fiorentino con un nucleo di monete e ‘prove’ di monete appartenute a Domenico Trentacoste, artista di spessore e celebre incisore della Zecca di Roma, all’epoca unico stabilimento romano attivo nel Regno d’Italia.
Nel 1954 la Contessina Margherita Nugent lasciava in eredità, a scopo di istruzione pubblica, “al Gabinetto Numismatico del Museo Archeologico di Firenze Via della Colonna”, la propria raccolta di monete di Casa Savoia, con libri di numismatica. Nipote del generale Johan Nugent von Westmeath, caduto a Brescia durante le famose Dieci Giornate della Leonessa d’Italia, la Contessina fu una delle rare figure femminili di collezioniste di monete (soprattutto in un periodo in cui il Re Vittorio Emanuele III faceva incetta di esemplari, fino a diventare la principale figura di riferimento per gli studi sulla monetazione dell’Italia dal V sec. d.C. in poi). La collezione Nugent è costituita esclusivamente da monete di Casa Savoia, dal Conte Umberto II il Rinforzato (1080-1103), fino al regno di Vittorio Emanuele III, passando per l’epoca dei Conti, dei Duchi, dei Re di Sardegna e dei Re d’Italia.
Il Monetiere del Museo Archeologico custodisce inoltre decine di ripostigli di monete antiche, medievali e moderne rinvenuti nel sottosuolo toscano, a partire dal 1763 (ripostiglio di Pisa) fino al 1984 (ripostiglio di Castel Volterrano), testimonianze dirette dell’uso e della circolazione della moneta nelle diverse epoche, oltre a centinaia di singole monete rinvenute in occasione di regolari scavi archeologici condotti nel tempo, da Populonia e Vetulonia a Roselle, da Firenze a Grosseto, da Siena a Lucca e in tutto il territorio dell’antica Regio VII Etruria.
Il progetto di allestimento del Monetiere 
Il progetto scientifico, con il coordinamento generale di Stefano Casciu, Direttore del Polo museale della Toscana, e di Mario Iozzo, Direttore del Museo Archeologico, è stato studiato da Fiorenzo Catalli, archeologo numismatico già nella Soprintendenza Archeologica di Roma e già Curatore del Monetiere, con la collaborazione di un nutrito gruppo di volontari (Stefano Bani, Stefano Conti, Renato Villoresi, Franco Luzzi, Antonio De Nicola, Nicolò Daviddi, Francesco Paratico). Sotto la supervisione di Luca Gullì (architetto del Museo Archeologico) e di Andrea Gori (assistente tecnico dello stesso Museo), l’allestimento è stato realizzato dalla Ditta Machina s.r.l. (architetti Chiara Fornari e Simone Martini), con grafica di Stampa in Stampa (Claudio Chiarusi) e illuminazione di T. Manzini Impianti Elettrici. Il video introduttivo è stato realizzato dalla ditta Parallelo s.r.l.
L’intero allestimento presenta testi in italiano e inglese.
Il pregevole ambiente mostra sul soffitto un affresco di Giovanni da San Giovanni (Santa Caterina trasportata dagli Angeli, del 1635 circa), con ai lati decorazioni di impianto seicentesco ma ritoccate nel tardo Ottocento. Le pareti, anch’esse con riprese neoclassiche di certo legate alla prima inaugurazione del Monetiere nel 1895, sono state restaurate (insieme al pavimento) da Marco Fiorucci, Beatrice Torcini e Ludovico Giannini (restauratori privati), mentre gli arazzi medicei che ornano le pareti sono stati sottoposti a interventi conservativi da parte di Lucia Nucci (restauratrice del Polo Museale), con la collaborazione delle allieve del Corso di Laurea in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali dell’Università di Palermo (Sara Bertolino, Maddalena Cerasola, Maria Chiara Di Marzo, Erika Di Mauro e Adele Gerbino). Indispensabile l’apporto dei Consegnatari del Museo (Miriana Ciacci e Sebastiano Soldi) e dell’Archivio Fotografico del Museo (Mauro del Sarto e Fernando Guerrini, con parte della documentazione fotografica eseguita dallo stesso Fiorenzo Catalli).
Fonte dati: Polo museale della Toscana
Firenze MAF, Medaglione di Diocleziano e Massimiano (286-305 d.C.)

Lievemente adattato dal MiBAC, redattore Renzo de Simone