Emergono colonne di marmo dal letto del Tevere ad Ostia antica

Emergono colonne di marmo dal letto del Tevere ad Ostia antica

"Non poteva essere più fortunato il battesimo del nuovo servizio di tutela archeologica subacquea del Parco di Ostia antica." Queste le parole del direttore del Parco archeologico di Ostia antica, Alessandro D'Alessio.

Alessandro D'Alessio, Direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Infatti, durante la prima campagna subacquea della dottoressa Alessandra Ghelli, neo responsabile del Servizio tutela del patrimonio subacqueo, appena istituito dal Parco Archeologico di Ostia antica, congiuntamente al Nucleo dei Carabinieri subacquei di Roma e del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, sono state individuate nel fiume Tevere tre grandi fusti di colonne marmoree di più di due metri di diametro e due metri e mezzo di lunghezza. I reperti  si trovavano a cinque metri di profondità, completamente interrate nell'argine del fiume.

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Alessandra Ghelli, archeologa e Responsabile del Servizio tutela patrimonio culturale subacqueo del Parco Archeologico di Ostia Antica. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

L'operazione di ricognizione subacquea ha avuto inizio dalla foce del Tevere, risalendo poi il corso della Fossa Traiana, il canale di Fiumicino realizzato dagli architetti imperiali.

I mezzi impiegati. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Difatti, durante l'Impero, Roma rappresentava l'approdo più ambito, dove giungevano navi e merci provenienti da ogni terra affacciata sul Mar Mediterraneo. Parte di queste merci durante il trasporto fluviale poteva essere persa nelle acque, in particolar modo con carichi pesanti come le colonne del Testaccio.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

"Le attività nel mese di maggio si sono concentrate sui fondali della Fossa Traiana ovvero del canale artificiale scavato dall'imperatore Traiano per mettere in collegamento il porto, il suo porto, con il Tevere e che corrisponde all'odierno canale di Fiumicino.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

 

Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Sebbene i fusti di colonna siano di grandi dimensioni, trovarli e individuarli è stato difficoltoso, è stato un lavoro prettamente tattile, soprattutto per il grado di visibilità che sul fondale è pari a zero. Ma l'altra difficoltà è costituita sempre dalla presenza delle correnti, per cui quando si lavora in immersione nel Tevere ci si deve ancorare sul fondale in maniera molto solida e si deve risalire la corrente quasi come fossimo dei granchi". " spiega Alessandra Ghelli.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Difatti, l'elevata densità del limo in questo fiume risulta davvero problematica per l'individuazione dei reperti archeologici, nonostante la profondità massima di dieci metri, la vista degli operatore del Nucleo dei Carabinieri è pari a zero in queste condizioni e l'unica soluzione è il supporto tattile, tastando il fondo nella speranza del recupero dei materiali.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Le colonne sono state fotografate e riprese, secondo la necessità di ottenere una documentazione archeologica, grazie al supporto del Nucleo dei Carabinieri con macchine fotografiche di altissima qualità, in grado di cogliere ciò che ad occhio nudo è invisibile.  Queste sono poi state censite all’interno della Banca dati del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in modo da conoscerne l'esatta posizione per poter permetterne la tutela al Nucleo dei Carabinieri TPC da furti e reati.

Subacqueo in azione. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Ulisse Roma imperiale

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela: "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela

Su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Ulisse Roma imperiale
Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela, su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Alberto Angela torna in prima serata con “Ulisse, il piacere della scoperta”, in onda da mercoledì 21 aprile alle 21.25 su Rai1. La nuova stagione propone quattro puntate e uno Speciale dedicato all’ambiente con la partecipazione di Piero Angela.

Il primo appuntamento è dedicato all'antica Roma. Si parte dal “Natale di Roma”, la cui fondazione, secondo la leggenda, sarebbe avvenuta il 21 aprile del 753 a.C., e si prosegue con un viaggio affascinante alla scoperta delle meraviglie della Roma imperiale, la “Roma dei Cesari”, periodo in cui la città raggiunse il suo massimo splendore. Tra le numerose le sorprese previste nella puntata, un sito eccezionale, il Mausoleo di Augusto, tornato finalmente visibile al pubblico dopo un lungo lavoro di restauro durato quattordici anni. Proprio sulla base delle recenti scoperte fatte da archeologi e storici della sovrintendenza capitolina, i telespettatori di Rai 1 potranno vedere per la prima volta, attraverso ricostruzioni grafiche inedite, quello che era l'aspetto originario di questo maestoso monumento che per secoli ha custodito la tomba del fondatore dell'impero.

In primo piano anche altre meraviglie legate ad Augusto, come l'Ara Pacis, uno dei monumenti che segna l'inizio della Roma imperiale, con i suoi magnifici rilievi i cui colori, grazie all'ausilio della grafica, torneranno a rivivere dopo duemila anni. Da un capolavoro all’altro con le splendide statue della Collezione Torlonia, una delle più importanti collezioni private di statue antiche al mondo, tornata visibile al pubblico dopo settant'anni con una mostra ospitata a Villa Caffarelli sul Campidoglio.

Lasciata l'età augustea, si viaggia quindi alla scoperta delle altre meraviglie realizzate dai successori di Augusto come il Colosseo, il più grande anfiteatro romano mai costruito, il Palazzo imperiale di Domiziano sul Palatino, per secoli il centro del potere dell'impero, la Colonna Traiana, monumento simbolo dell'età d'oro di Roma, o il Pantheon, il più importante tempio della Roma antica. Seguendo un preciso ordine cronologico, si ricostruisce la storia di questi monumenti famosi in tutto il mondo e la vita degli imperatori che li realizzarono, figure celebri come Augusto, Tito, Traiano e Adriano. Grazie all’ingegno dell’artista digitale Daniel Voshart, poi, sarà possibile vedere i ritratti fotografici dei volti degli imperatori romani. Attraverso la ricostruzione fedele delle immagini di busti e monete, infatti, sono stati realizzati una serie di identikit di alcuni di questi grandi protagonisti della Storia, per un viaggio unico nella grandezza della civiltà romana e nella sua bellezza.

 

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela, su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale". Comunicato stampa e foto dall'Ufficio Stampa RAI


Livia donne Impero Romano Roma

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari

“Il più alto potere romano non si declina al femminile”. Con questa frase evocativa si apre il volume di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari, dedicato all’analisi di alcune figure femminili che dal I sec. a.C. al III d.C. hanno contribuito alla formazione e alla gestione del potere imperiale. Nonostante nel mondo romano la donna fosse sempre in qualche modo oscurata rispetto all’uomo che le era accanto, che fosse il padre, il fratello o il marito. Nonostante la misoginia che emerge dalle fonti del tempo, come Tacito, Svetonio, Cassio Dione oppure Erodiano. Nonostante i pregiudizi che, come nota l’autrice nell’introduzione, devono essere messi da parte, soprattutto se vogliamo conoscere meglio le donne che hanno fatto l’Impero e che hanno determinato il suo splendore.

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari Marisa Ranieri Panetta
La copertina del saggio di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l'impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari, pubblicato da Salerno Editrice (2020)

La prima figura di cui si tratta è Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto e da sempre la maggiore rappresentante del fascino della terra del Nilo. Ripercorrendo le vicende che la videro protagonista si offre l’immagine di una Cleopatra piena di dignità, intelligente ed ambiziosa, che l’autrice del volume rappresenta come l’emblema di “una femminilità capovolta”. Questo tratto della sua personalità risulta in particolare dal rapporto con Giulio Cesare e Marco Antonio, rispetto ai quali la regina non ebbe un ruolo di secondo piano, ma si dimostrò una donna carismatica e intenta ad accrescere il potere dell’Egitto ad ogni costo. All’elemento prettamente storico si intrecciano gli aneddoti riportati dagli autori antichi, alcuni dei quali hanno sfumature che ci possono far sorridere: per esempio, si racconta che Cicerone, non avendo ricevuto dei rari papiri richiesti alla Biblioteca di Alessandria, scrisse all’amico Attico di odiare Cleopatra (Cicerone, Ad Atticum, XV, 15, 2). Un ultimo aspetto a cui è rivolta una certa attenzione è lo sfarzo in cui viveva la regina, soprattutto per quanto riguarda la cura del corpo attraverso profumi, ricche vesti e gioielli, con la volontà di essere identificata con divinità quali Iside e Afrodite.

Il secondo capitolo è dedicato invece a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto e madre di Tiberio e Druso, avuti dal matrimonio con Tiberio Claudio Nerone. L’autrice del volume inizia a trattare le vicende della donna dalla sua fuga da Roma nel 40 a.C. per evitare la proscrizione e dal suo successivo ritorno, quando in poco tempo divorziò dal marito per sposare Ottaviano e vivere con lui sul Palatino. A partire da questo evento si ripercorre la nuova vita di Livia accanto all’imperatore, mostrando come costei fosse una matrona parca, frugale e dedita alle virtù domestiche. Allo stesso tempo, come risulta dalle fonti antiche, Livia appare per certi versi spregiudicata, soprattutto in relazione ai giochi di potere che portarono Tiberio a diventare il successore di Augusto: Marisa Ranieri Panetta nota, in questo senso, la scaltrezza della donna e la sua capacità di sopportare situazioni sconvenienti, chiedendosi se possa esserci davvero lei dietro ai delitti e alle morti premature che spianarono la strada al figlio. La narrazione, anche in questo capitolo, si intreccia con aneddoti, excursus di carattere artistico e citazioni letterarie: interessanti, a riguardo, sono le descrizioni della Villa di Livia e dell’Ara Pacis, oppure il richiamo al Carmen Saeculare di Orazio e ai Tristia di Ovidio, tutte testimonianze del programma politico-culturale dell’Impero di Augusto.

Statua di Livia come Opi/Cerere, dea della fertilità, con cornucopia, capo velato, corona d’alloro e spighe di grano, Louvre. Foto di CRIX, CC BY-SA 4.0

Si passa poi a trattare di Agrippina Minore, la cui vita ruotò attorno agli imperatori della dinastia giulio-claudia: fu la figlia di Agrippina Maggiore e Germanico, quest’ultimo figlio di Druso e nipote di Tiberio; fu la sorella di Caligola, divenuto imperatore alla morte di Tiberio e noto per le sue stravaganze; fu la nipote e poi anche la quarta moglie di Claudio, successore di Caligola; infine, fu la madre di Nerone, nato dall’unione con Gneo Domizio Enobarbo e destinato a essere l’ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Nei quarant’anni di storia che ricopre il capitolo - dalla morte di Germanico nel 19 d.C. a quella di Agrippina nel 59 - si traccia dunque il percorso di una donna seppe mantenere un ruolo di preminenza e che fu pronta a tutto pur di garantire al figlio un futuro da imperatore, cadendo però vittima della sua avidità di potere: da madre utile si trovò ad essere una madre scomoda, e proprio per questo Nerone decise di eliminarla. La narrazione è integrata da varie fonti storiche che permettono di far luce anche su altri personaggi del tempo come Messalina (terza moglie di Claudio) oppure Seneca, contribuendo a raffigurare al meglio non solo le vicende di Agrippina stessa, ma anche quelle del clima in cui si svilupparono le sue ambizioni.

Protagonista del quarto capitolo è Pompeia Plotina, la moglie dell’imperatore Traiano, descritta dagli storici come una donna modesta, dai costumi irreprensibili e schiva del lusso. Come le altre figure femminili che circondavano il marito (si pensi alla sorella Ulpia Marciana o alla figlia di questa, Salonia Matidia), Plotina si distingueva per la sua liberalità e per il suo impegno nel costruire o restaurare biblioteche, tempi e teatri, dimostrandosi lontana da quella sete di potere che era stata così forte in passato. Tenendo presente questo tratto della sua personalità, l’autrice del volume offre l’immagine di Plotina come di una donna nuova, che ebbe un ruolo determinante senza bisogno di ostentazione, e che proprio per questo costituì un modello per le successive consorti imperiali.

Nel capitolo successivo ci si rivolge poi a Giulia Domna, la seconda moglie di Settimio Severo, fortemente segnata dalle guerre civili che portarono il marito a imporsi come unico imperatore. Questa situazione infatti, come nota Marisa Ranieri Panetta, la fece maturare in fretta e la abituò ad una vita semplice e fatta di frequenti spostamenti, nonostante le sue nobili origini orientali. Nel ritratto di questa donna si mettono in luce anche i suoi interessi culturali e soprattutto il rapporto con il figlio Caracalla, che lei cercò sempre di proteggere nonostante il fratricidio di Geta e le calunnie da esso derivate. Infine, una certa rilevanza è data anche ai legami della dinastia dei Severi con l’Oriente, dal culto solare praticato da Giulia Domna alle diverse testimonianze iconografiche della regalità imperiale: possiamo leggere a riguardo le interessanti descrizioni dell’Arco di Leptis Magna o dell’Arco degli Argentari a Roma, nonché delle diverse monete e statue raffiguranti l’imperatore e la sua consorte. Da tutto questo risulta l’immagine di una donna dotta e lontana dal lusso, una donna che ebbe tra le mani un vasto potere e che fu in prima persona il bersaglio della misoginia tipica del mondo romano: forse le parole più adatte per definirla sono proprio quelle usate dall’autrice, che la ricorda semplicemente come una madre con tanti macigni sul cuore.

Tondo severiano, raffigurante Giulia Domna, Settimio Severo, Caracalla e il ritratto cancellato di Geta. Foto di Anagoria, CC BY 3.0

L’ultimo capitolo di questo libro sulle donne dell'Impero Romano è dedicato infine al cosiddetto “matriarcato” severiano delle tre Giulie siriache Mesa, Soemia e Mamea, che ebbero a modello Giulia Domna e cercarono di imitarla senza successo. Rappresentate dalle fonti antiche come “un’intromissione fastidiosa e nociva negli affari di Stato”, queste donne favorirono l’ascesa di Elagabalo e Alessandro Severo, gestendo loro stesse il potere imperiale. Ne risulta un ritratto fortemente negativo e in contrasto con la personalità di Giulia Domna: come ribadisce Marisa Ranieri Panetta nella conclusione del volume, costei lasciò infatti un segno indelebile nella storia romana e solo poche dopo di lei riuscirono a fare lo stesso.

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari sia un tentativo ben riuscito di esplorare la storia imperiale attraverso le figure femminili che ne sono state protagoniste, con i loro vizi e con le loro virtù. Partendo da Cleopatra per arrivare a Giulia Mesa, l’autrice traccia dei ritratti che permettono di far luce sulla personalità di queste donne e di accostarle l’una all’altra, senza pretese e senza pregiudizi. All’analisi imparziale e scientifica delle fonti si intrecciano poi aneddoti, citazioni letterarie e testimonianze iconografiche, che arricchiscono la narrazione suscitando curiosità nel lettore. Tutto questo contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per rivendicare il ruolo femminile nella costruzione dell’Impero e tracciarne l’evoluzione, mostrando che la storia non è fatta solo di grandi uomini, ma anche di grandi donne.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Mare Nostrum

Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma

Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma è un docu-film dedicato al commercio trans-marino verso Roma all’inizio del II secolo d.C., durante l’impero di Traiano.

Il docu-film Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante il pomeriggio di giovedì 15 Ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

L'articolo della mostra su ClassiCult con intervista a Roberto Petriaggi e Michele Stefanile è a questo link.

Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma | docufilm

Mare Nostrum. Storie dal mare di Roma

Nazione: Italia

Regia: Guido Fuganti

Consulenza scientifica: Roberto Pietraggi

Durata: 21’

Anno: 2020

Produzione: Syremont Spa, Agorasophia Edutainment Spa

Sinossi:

Docu-film dedicato al commercio trans-marino verso Roma all’inizio del II secolo d.C., durante l’impero di Traiano. Tre personaggi, un Armatore, un Capitano di naviglio fluviale (navis caducaria) e un Addetto del Corpus dei Mensores di Ostia, discutono di un carico di frumento e di altre merci che devono raggiungere Roma attraverso il Tevere.

Trailer:

https://www.admarenostrum.com/#docufilm

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Esposizione “Mare Nostrum – Storie dal Mare di Roma”, Roma, febbraio 2020

Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto, ottobre 2020.

Informazioni regista:

Guido Fuganti

Informazioni casa di produzione:

http://www.syremont.it

http://www.agorasophiaedutainment.it/

https://www.admarenostrum.com/

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Mare Nostrum


barbari

I Barbari del Nord agli occhi dei Romani

Gli antichi Greci utilizzavano il termine onomatopeico “barbaro” (in greco antico: βάρβαρος, bárbaros), letteralmente "balbuziente", per indicare lo straniero. La sfumatura dispregiativa, “quello che non sa parlare (e pensare)”, presente fin dall’origine, si accentuò ulteriormente dopo lo scontro con i Persiani. Durante l’età ellenistica, quando il mondo greco si dilatò a causa delle conquiste ad opera di Alessandro Magno, arrivando così ad inglobare vasti territori e nazioni panelleniche, i Greci si ritrovarono a dover riconsiderare il Barbaro in una visione cosmopolita e di scoprire aspetti morali e qualità non presi in considerazione fino a quel momento: i Barbari colti, fondatori della filosofia, della religione e dell’arte. Da quel momento infatti, ogni uomo che parlava, leggeva e scriveva in greco entrava legittimamente a far parte del mondo e della cultura greca

I Romani avevano, assistendo alle commedie di Plauto, riso della definizione greca che includeva anch’essi nel concetto di barbaro. Tale termine entrò a far parte del loro vocabolario, e a partire dal sacco di Roma del 387 a.C. ad opera dei Galli Senoni guidati da Brenno, iniziarono a chiamare Barbari, con ben altro significato rispetto a quello originario greco, questi nuovi nemici provenienti dal Nord, così diversi dai popoli italici e mediterranei con cui si erano scontrati fino a quel momento. Per tutto il II secolo a.C. i successori di quei Galli, i Cimbri e i Teutoni, continuarono a rappresentare una temutissima minaccia per i Romani. L’alterità provata nei loro confronti è visibile nelle rappresentazioni figurate (es. fregio di Civitalba, di Talomone) e nei testi letterari, in cui i Romani riproducono, accentuandoli, i caratteri di diversità di questi popoli: i lunghi capelli incolti, la corporatura gigantesca, le armi inusuali, l’uso di calzoni (bracae). Tale alterità insieme al terrore che ne derivava provocarono una reazione alquanto feroce da parte dei Romani. Si ricorda ad esempio il rito di seppellire all’interno del Forum Boarium una coppia di Galli e una di Greci - seppellimento documentato per gli anni 228, 216 e 114 - questi ultimi rei un tempo di essersi alleati con i primi, oppure la pratica dello sterminio, teorizzata come necessaria per la salvezza di Roma e dell’Italia. E ancora, se i Barbari avevano l’inmanis ac barbara consuetudo dei sacrifici umani e delle teste tagliate, Roma reagiva adottando il medesimo costume, come dimostrano alcune scene raffigurate sulla colonna Traiana che mostrano i soldati romani intenti a decapitazioni di massa, o a combattere con le teste mozzate del nemico tenute tra i denti per i capelli, o ad ornare le palizzate dei loro castra di teste mozzate (Figg. 1-3).

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Fig. 1 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con la raffigurazione di due ausiliari intenti a mostrare all’Imperatore le due teste mozzate di importanti capi dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Con la successiva romanizzazione della Gallia e al conseguente graduale mutamento della cultura celtica, i Romani rivalutarono i loro antichi nemici. Cesare e Cicerone arrivarono a considerare i Galli “consanguinei dei Romani”, mentre Timagene (I sec. a.C.) li ricollegò ad una mitica origine troiana, come riprese anche nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino nel suo Res gestae, dove riportò: “Aiunt quidam paucos post excidium Troiae fugitantes Graecos ubique dispersos loca haec occupasse tunc vacua” (Liber XIV, 1, 9, 5). Dall’altro lato anche le popolazioni di origine gallica iniziarono a fregiarsi di questa fraternitas con i Romani, come paiono testimoniare alcuni panegirici ad opera degli Edui, realizzati durante l’ultima epoca repubblicana e la prima età imperiale, in cui è attestata una tradizione verosimilmente originatasi contestualmente alle prime spedizioni di Roma nell’entroterra gallico, nel momento in cui gli Edui si erano a avvalsi dei successi romani per rovesciare i rapporti di forza con gli avversari Arverni1. Tale tradizione, orgogliosamente coltivata negli ambienti letterari, non priva di deformazioni un po’ tendenziose seppur interessati, enfatizzava più volte il legame di fraternitas con il popolo romano (IV, 21, 2; V, 4, 1; VII, 22, 4; VIII, 2, 4 e 3, 1), arrivando addirittura ad affermare che tale forte legame fosse stato, anche se poco credibilmente, sancito dallo stesso senato che diede agli Edui oltre all’appellativo di fratres, anche quello di consanguinitatis nomen (vd. VIII, 2, 4 e 3, 1), che li faceva distinguere dalle altre nationes galliche.

Fig. 2 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con soldato che combatte tenendo tra i denti la testa decapitata di uno dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Partendo dall’età augustea si assistette pertanto allo slittamento del termine “Barbaro” verso coloro che vivevano al di là del Reno e che fino a quel momento avevano avuto solo contatti sporadici con i Romani, i Germani.

Il primo romano ad attraversare il Reno fu Cesare nel 55 a.C., e a lui si devono le prime e sommarie notizie sui Germani e sulle altre tribù della medesima stirpe, dei quali descrisse i costumi rudi e feroci, tenendoli accuratamente distinti dai Galli, per i quali maturava un diverso e lungimirante progetto politico. Altre informazioni sugli antichi Germani erano raccolte nella perduta opera di Plinio il Vecchio, Bella Germaniae, di cui tuttavia si conservano memorie all’interno della Germania di Tacito2. All’interno di questa, l’autore fu tra i primi ad esaltare il coraggio in battaglia di questi popoli, la semplicità dei loro costumi, l'alto valore che davano all'ospitalità e di cui peraltro ammirava la conseguente sanità morale e austerità dei loro costumi barbari mettendoli in netto contrasto con l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.

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Fig. 3 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, dove si vedono delle teste di Daci impalate nei pressi dell’insediamento romano. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Neanche la sanguinosa battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., che vide le tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo annientate da una coalizione di tribù germaniche guidata dal principe cherusco Arminio, servì a sminuire il valore attribuito a questi popoli, anzi le loro abilità di combattenti furono ulteriormente enfatizzate.

Il coraggio e la bellicosità, insieme alla lealtà personale, furono le qualità che resero questi “Barbari del Nord” dei mercenari ideali agli occhi dei Romani; e guardie del corpo barbare, Germani, insieme a Galli e ad Iberi furono ingaggiati da diversi “signori della guerra” di origine romana. Allo stesso modo molti di essi furono impiegati come gladiatori, un uso che li rese popolari, confermandone però la fama di barbari pericolosi. Non solo, con il tempo molti Germani entrarono a far parte delle truppe ausiliarie dell’esercito romano e in alcuni cari arrivarono a rivestire il ruolo di magister militum e di consoli.

Ma come vedevano i Romani questi Barbari? Il loro aspetto ci è noto attraverso l’arte ufficiale romana che si ricollegava ovviamente all’ambito militare e di conseguenza alla guerra.

Fig. 4 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, raffigurante la fine della prima guerra dacica, in cui si hanno i due trofei di guerra, composti da un cumulo di armi tolte al nemico; al di sopra di queste si scorge il palo sul quale era ricostruita un'intera armatura dace. Si possono riconoscere le tipiche corazze loricate, i totem a testa di lupo e gli elmi ogivali tipici dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco.

Conosciamo le diverse politiche di propaganda messe in atto per i trionfi militari dei generali romani sui popoli barbarci. Queste prevedevano che il vincitore si fregiasse del cognomen del popolo vinto (es. Germanico, Britannico, Dacico, Sarmatico, Gotico, etc.) e che si attuassero tutta una serie di celebrazioni e intitolazioni di monumenti figurati (archi, altari, templi, statue, monete), sui quali venivano rappresentati i barbari vinti legati sotto a un trofeo composto delle loro armi, un modo da imprimere nella mente dei sudditi dell’Impero la memoria della potenza di Roma (Fig. 4).

Fig. 5 - La Gemma Augustea di Vienna. Immagine di Gryffindor, CC BY 2.5

I modelli figurativi cui attinsero i Romani in queste loro prime rappresentazioni dei Barbari provenivano dell’arte pergamena che aveva creato, sul tema della vittoria dei Greci contro i Galati (all’epoca dell’invasione dell’Asia avvenuta nel 279 a.C.), i capolavori dei donari dedicati a Pergamo dai re vincitori, Attalo I e Eumene II. I Galli erano stati visti dagli artisti pergameni senza disprezzo, rappresentati in modo fiero e selvaggio, pervasi di nobiltà. Pur discendendo da questa tradizione, derivante dell’idea stoica del rispetto nei confronti del vinto, le rappresentazioni romane mostrano al contrario una caratterizzazione più accentuata della diversità ed una più diretta rappresentazione della superiorità dei Romani. Sono andate perdute le porte eburnee del tempio di Apollo Palatino, raffiguranti la sconfitta dei Galati a Delfi, ma una serie di altri importanti monumenti e manufatti (la lorica dell’Augusto di Prima Porta, la Gemma Augustea di Vienna, il Gran Cammeo di Francia, etc.) (Figg. 5-6) ci trasmettono una certa immagine codificata dei barbari sottomessi, rappresentati con fluenti capelli, barbe incolte, brache, a busto spesso nudo, talvolta recanti il torques al collo, spesso in presenza delle loro donne, in atteggiamento dismesso.

Fig. 6 - Il Gran Cammeo di Francia. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, modificata da Janmad, CC BY-SA 3.0

Un richiamo alla propaganda attuata si aveva anche nei fori di tutte le città romane, nella decorazione degli edifici pubblici, come mostrano i trofei di armi della Schola Armaturarum di Pompei, ma anche nei monumenti privati, come nel caso di un “eques pompeianus” a Porta di Nocera, in cui si ha la rappresentazione di uno scudo in stucco il cui umbone è caratterizzato dalla presenza di una testa di Barbaro (Fig. 7).

Fig. 7 - La Tomba 13 ES, monumento funerario dell'“eques pompeianus”, presso Porta di Nocera a Pompei. Foto di Alessandra Randazzo. Si può vedere un particolare dell’umbone a p. 335 del testo di M. Castiglione, Modelli urbani per forme di auto rappresentazione locale. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera, all'interno di Arte-Potere. Forme Artistiche, Istituzioni, Paradigmi Interpretativi. Atti del convegno di studio tenuto a Pisa Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010, a cura di M. Castiglione e A. Poggio.

Da Traiano in poi, con l’intensificarsi delle operazioni militari ai confini, le rappresentazioni di barbari si fanno sempre più numerose, ne sono un esempio monumenti famosi come il Tropaecum Traiani di Damklissi (109 d.C.) (Fig. 8), la colonna Traiana o le grandi statue di Daci in porfido. In essi, e soprattutto nella colonna Traiana, il sentimento di ammirazione per la virtus romana convive con quello di rispetto per lo sfortunato eroismo dei vinti. A partire da Marco Aurelio, con la colonna Aureliana, questo sentimento si conserva, ma vira sul patetico, allontanandosi da quel residuo di compostezza ellenistica ancora percepibile nella colonna Traiana. Un’evoluzione che per altro si osserva anche in momenti privati, come su alcuni sarcofagi con scene di battaglia, come ad esempio quello Amendola, di Portonaccio o il più tardo Ludovisi (Figg. 9-10).

Fig. 8 - Il Tropaecum Traiani di Damklissi. Immagine di CristianChirita, modificata da Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Quest’evoluzione in senso drammatico rifletterebbe il fragile equilibrio del limes renano-danubiano.

Da Marco Aurelio, in poi, all’interno dell’Impero, la parola Barbaro acquisì un valore sempre più sinistro, legato al tema della distruzione. In questo periodo infatti diverse incursioni germaniche superarono il confine arrivando ad oltrepassare sempre più di frequente i claustra Italiae. Queste provocarono le cosiddette guerre marcomanniche, un lungo periodo di conflitti militari combattuti tra l'esercito romano e le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (167-189 ca.), rappresentante il preludio alle grandi invasioni barbariche di III-V secolo che portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al formarsi dei regni romano-barbarici.

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Fig. 9 - Sarcofago Amendola; immagine da R. Banchi Bandinelli e M. Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976. Pubblico dominio

Le fonti tardoantiche presentano questi Barbari attraverso il nuovo filtro creatosi dalla polemica tra paganesimo e cristianesimo e successivamente tra cristianesimo e arianesimo, sicché ne risulta spesso un giudizio discorde. Prevalse, specialmente dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti guidati da Alarico dei Balti e la conquista dell’Italia con la deposizione del giovane imperatore Romolo Augusto del 476 da parte del re degli Eruli, Odoacre, un certo senso di disprezzo nei confronti di questi popoli. Un disprezzo al quale i Barbari rispondevano ribaltando le ingiurie con toni non meno aspri.

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Fig. 10 - Grande Ludovisi Altemps (III secolo d. C.) Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Tale astio non parve chetarsi se ancora secoli dopo, l’imperatore bizantino Niceforo II Foca apostrofò con "Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]" il vescovo di Cremona Liutprando, che era stato inviato come ambasciatore alla corte bizantina dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone I, per combinare un matrimonio e dirimere il difficile contenzioso tra i due imperi, relativamente all'Italia meridionale. Al suo ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: “Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum, chronographia innotuit, asylumque sibi fecisse in quo alieni aeris debitores, fugitivos servos, homicidas ac pro reatibs suis morte dignos suscepit, multitudinemque quandam talium sibi ascivit, quos Romanos appellavit; ex qua nobilitate propagati sunt ipsi, quos vos kosmocratores, id est imperatores, appellatis. Quos nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" [la storia ci ha fatto sapere che il fratricida Romolo, dal quale i Romani traggono il nome, era un pomiogenito, cioè nato da un adulterio, sappiamo anche che creò un luogo d’asilo e vi accolse i debitori insolventi, gli schiavi fuggitivi, gli omicidi… Da questa nobile stirpe discendono coloro che voi chiamate Cosmocrati, ossia imperatori. Noi, poi, e cioè i Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi, Borgognoni, li abbiamo in tanto sdegno che quando siamo in collera e dobbiamo dire qualcosa di offensivo ad un nostro nemico, gli gridiamo “tu sei Romano”, intendendo con questo appellativo di Romano tutto quanto vi è nel mondo di più ignobile, di più vile, di più avido, di più corrotto, di più falso, e in una parola, tutti i vizi esistenti…]3 per cui il termine “Romano” veniva impiegato in senso dispregiativo in quanto raccoglieva in sé l’espressione di diversi vizi quali: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.

Tuttavia proprio la formazione dei regni romano-barbarici dimostra come le nuove élites al potere cercarono di fondere le due culture, quella germanica e quella romana. Uno dei primi esempi di tale politica è riportato dal'apologeta cristiano Orosio nel suo Historiarum adversus paganos libri septem. Orosio riferendosi al re ariano Ataulfo dei Balti scrisse che seppur il sovrano mantenesse un rapporto conflittuale con la cultura romana: “Referre solitus esset: se inprimis ardenter inhiasse, ut oblitterato Romano nomine Romanum omne solum Gothorum imperium et faceret et vocaret essetque, ut vulgarites loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret nune Athaulfus quod quondam Caesar Augustus, at ubi multa experiential probavisset naque Gothos ullo modo parere legibus posse propter effrenatam barbariem neque reipublicae interdici leges oportere, sine quibus respublica non est respublica, elegisse saltim, ut gloriam sibi de restituendo in integrum augendoque Romano nomine Gothorum viribus quaereret habereturque apud posteros Romanae restitutionis auctor, postquam esse non potuerat immutator.” [Egli era solito dire di avere sopra ogni cosa ardentemente desiderato che, cancellato e dimenticato il nome di Roma, tutto il suo impero diventasse di nome e di fatto impero dei Goti, e che fosse Gothia, per dirlo in volgare, quello che era stata la Romania, e che ora Ataulfo diventasse quel che era stato una volta Cesare Augusto. Ma poiché si era reso conto per lunga esperienza sia che i Goti in nessun modo si sarebbero piegati a obbedire alle leggi per la loro sfrenata barbarie, si era scelto almeno la gloria di riportare con le armi dei Goti il nome romano al suo antico prestigio e di accrescerlo, e di essere ricordato dai posteri come restauratore della grandezza romana, giacché non gli era riuscito di esserne il distruttore]4.

Da tali parole si evince che sebbene Ataulfo avesse voluto convertire i territori romani in gotici, si rese conto che la struttura della società gotica non avrebbe potuto garantire la stessa governabilità di uno Stato come quello romano. Per cui decise, probabilmente anche grazie all'influenza della consorte Galla Placidia, di mutare strategia: avrebbe portato avanti una politica di fusione fra Goti e Romani, affinché la forza dei primi rinforzasse la cultura e il nome dei secondi.

Fig. 11 - Il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tale commistione di elementi romani e germanici è anche percepibile nella scelta di alcuni sovrani barbarici di rappresentarsi quali eredi dell’Impero romano d’Occidente, attraverso l’adozione di simboli di potere propri dell’ambito romano. È il caso ad esempio del re goto Teodorico, che cresciuto presso la corte imperiale di Bisanzio, scelse come sua ultima dimora un mausoleo che esteticamente si rifaceva alla tradizione dei mausolei imperiali tardo antichi ma che tuttavia mostrava elementi decorativi “a tenaglia” propri dell’oreficeria gota (Fig. 11). Un ulteriore emblematico esempio è rappresentato dall’anello sigillare rinvenuto a Tournai nella tomba del re dei Franchi Salii Childerico (Fig. 12). Su questo si ha il nome del sovrano e la sua raffigurazione. Il re è rappresentato con elementi tipici della tradizione romana, quali la lorica e il paludamentum, accanto a questi si hanno tuttavia particolari propri dell’ambito germanico, infatti il sovrano presenta i capelli lunghi, un privilegio proprio della dinastia reale dei Salii, e la lancia, un tipico simbolo di potere presso i popoli germanici.

Fig. 12 - Riproduzione dell’anello sigillare di Childerico I. Foto da Gallica, pubblico dominio

Da questo momento iniziò la fusione iconografica, politica e religiosa tra i Barbari del Nord e i Romani che porterà come già accennato alla formazione dei regni romano-barbarici e a un primo definirsi di quelli che in futuro diverranno gli stati europei.

 

 

Bibliografia

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S. Rinaldi Tufi, L’Occidente europeo e l’area danubiana, in Storia di Roma. III. L’eta tardoantica. 2. I luoghi e le culture, a cura di A. Schiavone, Torino 1993, pp. 899-913.

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H. Wolfram, Storia dei Goti, Roma 1985 (edizione italiana rivista e ampliata dall’autore a cura di M. Cesa sull’originale tedesco Geschichte der Goten, Munchen 1979).

H. Wolfram, The Roman Empire and its Germanic Peoples, Berkeley-Los Angeles-London 2005 (originally published as Das Reich und die Germanen, Berlin 1990, transl. by Th. Dunlap).

1 Sull’origine e gli sviluppi del tema della fraternitas fra Edui e Romani e fondamentale Luiselli 1978, pp. 89-103; vd. anche Luiselli 1992, pp. 642-646; da ultimo cfr. Hofeneder 2008, pp. 291-295. Per la ricorrenza del tema nei panegirici cfr. Lassandro 1992. Sulla conquista romana della Gallia meridionale e le sue conseguenze sugli equilibri politici nell’ambito della Comata vd. Jullian 1993, vol. 1, lib. III, pp. 431-444; Hatt 1959, pp. 35-47; Ferdiere 2005, pp. 57-59 e 61; Zecchini 2009, pp. 67-78.

2 Tacito non visitò mai direttamente le terre e i popoli di cui parlò nella sua opera e le informazioni impiegate per la sua stesura furono probabilmente molteplici: il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidonio, Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.

3 Liudprandi Cremonensis, Relatio de legatione Constantinopolitana, in ID., Antapodosis, Homelia Pascalis, Historia Ottonis, Relatio de legatione Constantinopolitana, cura et studio P. Chiesa, Turnholti 1998 (Corpus Christianorum, Continuatio mediaevalis, 156), pp. 192-193, n. 12.

4 Orosius, Historia contra paganos (History aga the pagans), 7.45: C. Zangemeister, ed., CSEL 5 (Vienna, 1882), p. 413.


Palokaster Cosma Damiano

Epirus Vetus: scavi nella fortificazione di Palokaster e culto dei santi Cosma e Damiano

Epiro, regione storica situata sul Mare Adriatico, a Nord Ovest dell’antica Grecia e che oggi, in gran parte, corrisponde ai territori dell’Albania.

La regione venne conquistata dai romani verso il 168 a. C., ma solo con l’imperatore Traiano avrebbe ricevuto lo statuto di provincia autonoma, separata dalla Macedonia.

A partire dal III secolo d. C. la regione fu interessata da una serie di invasioni ed in funzione della necessità di difendere e riorganizzare il territorio in età dioclezianea, la regione venne divisa in due nuove province, denominate rispettivamente Epirus Nova ed Epirus Vetus.

Proprio nell’Epirus Vetus, nella valle del fiume Drino, lungo l’importante asse viario Apollonia-Nikopolis, venne edificata la fortificazione di Palokaster (anche Palokastra), in un’area oggi compresa nell’Albania meridionale, nella regione di Gjirokaster.

Dal 2018 la fortificazione in questione è soggetta ad attività di ricerche archeologiche coordinate dall’Istituto Archeologico di Tirana, con la direzione di Luan Përzhita, e dall’Università di Macerata, con direzione affidata a Roberto Perna.

Le ricerche hanno interessato due aree diverse del perimetro della fortificazione. Il primo saggio ha riguardato la “Porta Ovest”, accesso principale dell’insediamento; il secondo l’edificio di culto interno.

Proprio sull’edificio religioso vira la nostra attenzione, in quanto la scoperta di un frammento di laterizio ha fornito un contributo eccellente a tutta la ricerca scientifica. In particolare, il laterizio riporta su entrambi i lati delle incisioni. La Faccia A riporta un’iscrizione incisa dopo la cottura, su due linee sovrapposte, preceduta e conclusa con una croce latina. L’iscrizione in questione riporta i nomi dei due martiri Cosma e Damiano, il cui culto era diffuso enormemente nella parte orientale dell’Impero Romano, soprattutto dopo l’insediamento sul trono di Giustiniano. L’analisi stilistica effettuata ha dimostrato che il tipo di scrittura ha i suoi natali nel III secolo d. C. In particolare, però, l’incisione è di grande importanza perché, anche  considerando che il culto di Cosma e Damiano si afferma tra la fine del IV secolo e gli inizi del V secolo d. C., costituisce l'unica attestazione, attualmente ritrovata, del culto dei due santi Anargyroi (guaritori) nell’Epirus Vetus

Palokaster Cosma Damiano

La Faccia B, invece, riporta un’iscrizione che recita l’acclamazione a Dio santo, forte e immortale, che entra nella liturgia bizantina alla metà del V secolo ed è comunemente noto col nome trisagion. Le due iscrizioni sono state eseguite da mano diversa e in due momenti distinti (sebbene ravvicinati, e comunque entro il VI secolo, secondo gli studiosi) della vita dell’edificio religioso.

Per informazioni più dettagliate non resta che consultare l'importante studio di Simona Antolini, Silvia Maria Marengo, Yuri A. Marano, Roberto Perna, Luan Përzhita, La prima attestazione del culto dei Santi Cosma e Damiano nell'Epirus Vetus dagli scavi della fortificazione di Palokastra, contenuto nel volume 97 dell’Annuario della Scuola Archeologica di Atene e delle missioni italiane in Oriente (2019).

Hadrianopolis

Come ci ha spiegato il professor Roberto Perna, «l'attività a Palokaster è parte di un lavoro più articolato che grazie alla realizzazione di diversi scavi archeologici (Hadrianopolis, Melan, Palokaster, Frashtan e Selo), rilievi di siti fortificati, ricognizioni ed indagini di natura storica ed epigrafica vuole affrontare lo studio dell'evoluzione in età antica della valle del Drino in forma globale. Tale studio, grazie alla stesura del Piano di gestione delle emergenze archeologiche della valle del Drino ha anche una sua forte declinazione sui temi della pianificazione e gestione territoriale avendo consentito di realizzare, ad esempio, il piano di protezione civile beni culturali della valle del Drino e, dopo la rifunzionalizzazione del teatro di Hadrianopolis, di avviare la stagione teatrale "Sul sentiero di Adriano"».

Hadrianopolis

Ci rivolgiamo adesso ai responsabili della missione archeologica a cui porgiamo delle domande, per meglio comprendere come avviene l’esperienza di scavo e se possono esserci dei risvolti futuri a documentazione terminata. Ci ha risposto proprio il professor Roberto Perna, del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Macerata.


Quanto è importante l'attività didattica per istruire i ragazzi all'avvio di uno scavo? E quanto lo è stata in questo scavo?

È fondamentale che gli studenti apprendano le metodologie dello scavo stratigrafico partecipando ad attività pratiche sul terreno: è questo infatti l’unico modo per appropriarsene ed interiorizzarle. Lo scavo è anche il momento in cui si insegnano le tecniche e le metodologie più attuali per il rilievo, la documentazione e la ricerca, anche con l’ausilio dell’ICT, conoscenze fondamentali per realizzare fattivamente il mestiere di archeologo.

Credo sia anche importante il fatto che nell’ambito di missioni così articolate e complesse, realizzate all’estero e con una significativa risonanza internazionale, come quella presso Palokaster, sia possibile acquisire consapevolezza, partecipare e contribuire a quei processi ed attività che oggi vanno sotto il nome di Archeologia pubblica, ormai imprescindibili se vogliamo dare un senso alla nostra ricerca sul terreno che abbia un valore per le comunità che ci ospitano.

Lo scavo di Palokaster è inoltre inserito in un progetto più ampio ed articolato volto alla ricostruzione delle vicende storiche ed archeologiche della valle del Drino dall’età tardoclassica a quella bizantina, e credo che l'attività didattica che qui si può svolgere in maniera più efficace è volta ad insegnare proprio la dimensione storica dell’archeologia nell’ambito della quale l’apprendimento di metodi e tecniche sono obiettivi strumentali che hanno un significato solo se utilizzati ai fini della ricostruzione storica. La nostra attività didattica sullo scavo è dedicata proprio a far acquisire agli studenti categorie interpretative e metodi finalizzati alla ricostruzione storica e per tale motivo molti degli stessi studenti che partecipano allo scavo proprio su temi e materiai epiroti, spesso originali, elaborano la loro tesi di laurea.

Nel corso delle campagne avete ripreso le indagini nei saggi già eseguiti negli anni ‘70 e se sì, quali informazioni ne avete ricavato? Più in generale quali aree di scavo avete individuato per la missione?

Nel corso degli anni ‘70 erano stati riportati in luce il perimetro delle fortificazioni, una parte della chiesa, più tarda, posta in posizione centrale, e alcune tombe ed alcune strutture al di fuori della cinta fortificata.

Purtroppo la documentazione dello scavo non ci ha consentito di associare i materiali individuati, ed in parte significativa editi, con contesti stratigrafici utili, anche nei punti dove erano stati realizzati alcuni saggi di approfondimento.

Palokaster Cosma Damiano

Per tale motivo le prime attività, dopo la realizzazione della Carta archeologica del territorio di riferimento, contestualizzata nell’ambito di uno studio di carattere idrografico e morfologico, sono state dedicate alla pulizia archeologica delle strutture, alla realizzazione di un nuovo rilievo tramite laser scanner degli elementi visibili ed a quella di prospezioni geofisiche, sia geomagnetiche che georadar, nell’area interna delle fortificazioni. L’insieme di questi dati, integrati con quelli delle foto aeree, ci ha consentito di individuare alcune aree che ci sembravano più utili proprio per meglio definire alcuni fenomeni storici che ci interessava analizzare nell’ambito del progetto di ricerca storico-archeologica nella valle del Drino.

Si trattava dunque di approfondire le nostre conoscenze sulle dinamiche storiche legate sia al momento ed alle funzioni del primo insediamento di età ellenistico-romana che occupò il sito, sia alle trasformazioni del modello di occupazione del territorio, e alle sue relazioni con il capoluogo Hadrianopolis, che sembrano verificarsi dalla fine del V agli inizi del VII sec. d.C.

Per tale motivo un saggio è stato realizzato in un’area dove, al di sotto delle baracche, sembrava di poter individuare, coperte da alluvioni antiche, strutture precedenti la fondazione della fortificazione, mentre altri due saggi si sono rivolti sulla chiesa che alle baracche si sovrappone, privilegiando aree non precedentemente indagate, con significative e potenzialmente utili anomalie.

Considerando che il terminus post quem utilizzato per datare la prima fase di costruzione della fortificazione è l’anno 293 d. C., ovvero la datazione di una delle due iscrizioni individuate in situ, è possibile ipotizzare che le baracche ritrovate al di sotto della struttura ecclesiastica indagata potessero appartenere a resti di una Domus Ecclesiae, come se ne ritrovano altre nella parte orientale dell’impero e risalenti allo stesso periodo?

La planimetria delle baracche e delle strutture collocate all’interno della fortificazione è a noi nota non solo grazie agli scavi degli anni ‘70 ed a quelli attuali, ma in forma quasi integrale anche grazie alle indagini geofisiche ed essa non ci consente di formulare tale ipotesi. Lo schema planimetrico che stiamo analizzando, perfettamente coerente rispetto al disegno delle cortine, delle torri e delle porte, corrisponde infatti in maniera estremamente coerente ad un quadriburgus di tipo “dioclezianeo”, un modello planimetrico ampiamente diffuso in fortificazioni coeve. Le stesse caratteristiche architettoniche e le tecniche edilizie delle strutture individuate negli scavi più recenti sembrano confermare tale interpretazione.

L’analisi stilistica effettuata sul laterizio rinvenuto durante la fase di scavo della chiesa ha appurato come l’iscrizione riportata sulla Faccia A, dove sono citati i due martiri, sia precedente rispetto all’incisione della Faccia B, riportante il testo del trisagion. Considerando che al momento del rinvenimento il laterizio si presentava con la Faccia B rivolta verso la vista, quindi come a voler quasi nascondere il testo A, si può pensare che l’iscrizione B sia stata incisa in seguito ad un cambio di titolarità dell’edificio ecclesiastico, e quindi da un culto dei santi martiri Cosma e Damiano a un culto di Dio santo, forte e immortale come recitato nel trisagion?

La domanda affronta in maniera specifica il tema della dimensione dell’archeologia come disciplina storica e dunque quello della necessaria di interdisciplinarietà soprattutto con la storia, e l’epigrafia. Sulla base delle indagini condotte insieme ai colleghi S. Antolini, Y. Marano e S. M. Marengo, che hanno condiviso con me lo studio del manufatto, le due iscrizioni non sono molto distanti nel tempo, pur rimandando a modelli scrittori diversi, ma probabilmente sono dovute a mani diverse. Probabilmente il lato con i Santi è forse di poco precedente e potrebbe avere a che fare con le reliquie prima della loro definitiva deposizione (dunque il nome dei Santi avrebbe avuto dunque a che fare con le reliquie stesse o con la titolarità dell’edificio), mentre il trisagion sull’altro lato si connetterebbe con la liturgia di posa in opera della lastra. Si sottolinea inoltre che tutti e due i testi erano nascosti alla vista e mantenevano la loro funzione comunicativa con la divinità: l’iscrizione più recente non avrebbe defunzionalizzato la più antica, a differenza di quanto succede di norma nel caso di documenti opistografi dove la nuova iscrizione cancella di fatto la precedente, ed il carattere opistografo del documento non delineerebbe la volontà di nascondere il lato A, ma indicherebbe semplicemente una successione temporale.

 

Tutte le foto sono state cortesemente fornite dal professor Roberto Perna.


Domus aurea Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche

Parco colle Oppio, Via Serapide - rinviata a data da destinarsi

Raffaello Domus Aurea Laooconte
Georges Chedanne, Il Laocoonte nella Domus Aurea, Rouen, Musée des Beaux-Arts © DeAgostini Picture Library/Scala, Firenze

L’INCONTRO

I primi decenni del 1500 Raffaello scopriva l’impervia cavità del Colle Oppio che conduceva direttamente nel maestoso palazzo imperiale voluto da Nerone e realizzato tra il 65 e il 68 d.C., la Domus Aurea.

Già nel 1480 Pinturicchio e Filippino Lippi fecero strada a Raffaello nella discesa verso le resta della Villa neroniana sino ad allora invisibile, sommersa dalla coltre delle vestigia del successore Traiano. La terra riempì tutto e nelle viscere del Colle Oppio scese l’oblio, ma proprio la sabbia ha permesso la conservazione di tali reperti.

L’ignoto e l’oscurità di quegli ambienti lasciarono spazio a stupore e meraviglia alla vista delle decorazioni pittoriche parietali. La minuzia decorativa conservata nelle grotte venne approfondita negli studi di Raffaello, nel secondo decennio del Cinquecento, che ne interpretò gli stilemi e la composizione, forte delle sue competenze antiquarie. Solo successivamente queste sequenze di forme vegetali e animali presero il nome di “grottesche” e tornarono in voga nel Rinascimento.

L’INTERVENTO

Dall’accesso su via Serapide, attraversando la Galleria III, si inizia la discesa nelle viscere del Colle Oppio sino ad immergersi nella maestosità dell’Aula Ottagona. La progettazione dell'intervento, voluto dalla direttrice del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, è stato assegnato allo studio “Stefano Boeri Architetti”. Il professor Stefano Boeri - insieme al suo studio - è noto ai più per l'ideazione del Bosco Verticale a Milano, ma con le sue attività è ormai parte della storia dell'architettura.

Una passerella autoportante in lamiera d’acciaio nera si snoda leggera muovendosi tra le murature originarie e rievocando l’eleganza antica con un fine rivestimento in resina di tonalità bianca.

Si arriva accompagnati così, e da un progressivo attenuarsi dell’intensità della luce artificiale, nella sala Ottagona, come condotti nella discesa da leggerezza e minimalismo hi-tech.

L’ESITO O L’EFFETTO

Questa era il nucleo del settore orientale della Domus Aurea, arricchita come il resto del complesso, dalla preziosità dei materiali e resa leggendaria per la progettazione di un meccanismo unico e irrepetibile di rotazione del soffitto. Questo, costituito da lussuose lastre d’avorio mobili, destava meraviglia con un gioco di luci e una delicata caduta di petali, inebriando tutto lo spazio con essenze: un’esperienza magica assimilabile solo alla potenza di un Dio.

Questa sala intrisa di sapienza costruttiva e effetti immaginifici ospita non a caso la retrospettiva su Raffaello, e le fanno da cornice le cinque sale radiali con installazioni multimediali, dove verranno approfonditi la scoperta e lo studio delle grottesche. Inoltre saranno le opere del pittore urbinate ispirate proprio agli studi effettuati nella Domus.

Al centro della sala sarà visibile l’Atlante Farnese (prestito del Mann di Napoli) le cui costellazioni, raffigurate sul globo del titano, saranno riprodotte sulla volta, rievocando la rotazione dell’antica sala, come omaggio alla volontà di Nerone.

L’allestimento curato da Vincenzo Farinella, Alessandro D’Alessio e Stefano Borghini con la produzione di Electa, si avvale della maestria tecnologica dello studio di Interaction e Exhibit Design Dotdotdot.

Come indicato sul sito di Electa Mondadori, "nel rispetto delle misure precauzionali disposte dal Consiglio dei Ministri e dalle autorità competenti, a salvaguardia della salute e per un'esperienza gratificante di visita, le mostre Electa con apertura prevista nei mesi di marzo e aprile saranno posticipate a data da destinarsi."

Siamo tuttavia sicuri che quella che nel 1980 è stata definita patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, tornerà presto in auge con aperture quotidiane e con un nuovo percorso di visita.


Mare Nostrum – una mostra immersiva sul commercio marittimo nell’antica Roma

Il 4 Febbraio 2020, presso i Mercati di Traiano, è stata inaugurata Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma, mostra immersiva sul commercio e il trasporto merci nel Mediterraneo dell’età imperiale.

La mostra, temporaneamente sospesa per l’emergenza COVID-19, prevede un largo utilizzo di tecnologie multimediali - come la realtà virtuale fruibile con Oculus e un docufilm - attraverso le quali il visitatore può scoprire con immediatezza il percorso delle derrate e dei materiali da costruzione che giungevano per via fluviale a Roma dal Mediterraneo.

Anche se al momento non è possibile visitare l’esposizione, abbiamo rivolto alcune domande agli archeologi che hanno preso parte al progetto per parlare di tecnologie immersive, tecniche di storytelling, rielaborazione delle fonti e del lavoro scientifico necessario per allestire le mostre multimediali e fare divulgazione sul mondo antico.

Ci auguriamo che la situazione possa risolversi presto: nel frattempo, invitiamo i nostri lettori a restare a casa e riportiamo l’intervista a Roberto Petriaggi, archeologo subacqueo, curatore scientifico del progetto e autore del soggetto e della sceneggiatura del docufilm, e a Michele Stefanile, archeologo subacqueo e ricercatore.

In che modo i dati provenienti dalle fonti storico-archeologiche sono stati rielaborati nel docufilm in modo da essere alla portata di un pubblico ampio e non necessariamente specialistico?

Roberto Petriaggi:

“La divulgazione di argomenti storico-artistici o archeologici presso un pubblico di non specialisti richiede l’adozione di un linguaggio semplice, con richiami efficaci alla vita di ogni giorno, frequenti raffronti con la realtà moderna, richiami a quelle nozioni che già il pubblico possiede, in parte, come retaggio dell’età scolare. Nella redazione del lavoro non può mancare, dunque, la consultazione delle Fonti antiche; la loro citazione, senza esagerazioni, avverrà anche nell'ambito della presentazione al pubblico. Nel caso del nostro docufilm le Fonti sono state alla base del racconto e sono state richiamate, da parte dell’Archeologo che funge da spirito guida, in tutti quei casi, e in riferimento a quelle scene, in cui si è ritenuto di andare incontro ad una presumibile esigenza di approfondimenti da parte dello spettatore.”

I Mercati di Traiano costituiscono una sede quasi obbligata per una mostra che parla di navigazione e commercio in età imperiale. Il commercio marittimo e gli scambi commerciali attraverso il Mediterraneo nell’antica Roma sono temi conosciuti da un pubblico non specialistico, oppure la mostra “Mare Nostrum” colma un vuoto dal punto di vista della divulgazione in ambito archeologico?

R. P.:

“Credo che il pubblico dei non addetti ai lavori abbia, in larga parte, conoscenze vaghe del complesso sistema che regolava gli scambi commerciali, della qualità, della tipologia e della provenienza delle merci trasportate, del personale marittimo coinvolto, nonché dei contenitori adibiti al trasporto per mare, delle tipologie di navi commerciali e militari. Lungi dal voler costituire un documento esaustivo per la vastità dei temi sopra menzionati, “Mare Nostrum” vuole aprire una finestra su queste tematiche, offrire risposte, stimolanti spunti di interesse e, soprattutto, un momento di riflessione che possa risolversi nel risveglio della curiosità dello spettatore, per indurlo ad ulteriori approfondimenti.”

Mare Nostrum - Storie dal mare di Roma | docufilm
Mare Nostrum - Storie dal mare di Roma | docufilm

La mostra si è incentrata sulle vie d'acqua e il commercio marittimo nell'Impero Romano: l'archeologia subacquea, insieme ad altri studi, ha fornito nuove prospettive?

Michele Stefanile:

“L’archeologia subacquea ha certamente offerto un contributo estremamente significativo alle nostre conoscenze sul commercio marittimo romano: sono i carichi delle navi naufragate nel Mediterraneo a consentirci spesso di ricostruire in dettaglio rotte e traffici, mostrandoci in maniera chiara quali merci attraversassero il mare, entro quali contenitori, e secondo quali consuetudini e regolamentazioni. I relitti, in questo senso, sono delle preziose capsule del tempo, in grado di offrirci eccezionali spaccati dell’attività di armatori, navicularii, mercatores; di tutti quegli attori del commercio transmarino, insomma, a noi noto attraverso altre fonti.”

Portus ha sempre avuto problemi di insabbiamento e anche Claudio aveva cercato di risolvere il problema, facendo costruire una nuova struttura.
Come viene illustrata nella mostra la soluzione traianea?

M. S.:

“I filmati di Mare Nostrum, con l’ausilio della realtà immersiva, consentono di scoprire in maniera chiara e fortemente comunicativa il grande bacino esagonale traianeo, e i canali e le vie d’acqua ad esso connessi. Non mancano, inoltre, filmati da drone, ricostruzioni virtuali e splendide ricostruzioni artistiche, che aiutano i visitatori a immaginare un mondo oggi per gran parte scomparso.”

Per Mare Nostrum si sono utilizzati Oculus e Realtà Virtuale: a quale tipo di pubblico ci si rivolge e quali aspetti sono messi in evidenza attraverso questa tecnologia?

M. S.:

“L’uso di Oculus e Realtà Virtuale consente ai visitatori un’esperienza realmente immersiva: grazie a queste soluzioni tecnologiche, anche un pubblico non necessariamente esperto di antichità può ritrovarsi al centro della scena, vivendo una breve, suggestiva, avventura nel tempo. E del resto, fa parte (o dovrebbe far parte) del lavoro dell’archeologo il compito di raccontare le meraviglie del mondo antico con cui ha il privilegio di venire quasi quotidianamente a contatto: poterlo fare in maniera così interattiva e coinvolgente è certamente un grande vantaggio.”

Puoi dirci qualcosa di più sui personaggi che accompagnano i visitatori in Mare Nostrum? Chi sono e quali elementi storico-archeologici hanno fatto da base per la costruzione dei personaggi?

M. S.:

Farnaces, Proculus, Abascanthus, gli addetti alla misurazione dei carichi, gli avventori delle tabernae: i personaggi di Mare Nostrum sono figure tipiche di una scena portuale antica, e si ispirano a immagini provenienti dalla documentazione iconografica e in particolare musiva di Roma e Ostia; forse proprio questo ce le rende tutto sommato molto familiari. Tra questi uomini di mare e di commercio si aggira di tanto in tanto una figura in abiti moderni, l’archeologo, con il compito di spiegare le azioni meno facilmente riconoscibili, e di fornire il quadro generale della storia.”

La mostra “Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma”, allestita presso i Mercati di Traiano a Roma e originariamente prevista fino al 30 Aprile 2020, è attualmente sospesa fino al 3 Aprile in seguito al DPCM 8 Marzo 2020 per emergenza COVID-19.

È possibile vedere il trailer, la gallery fotografica e il making of del docufilm sul sito web della mostra.

Il progetto Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma, co-finanziato dalla Comunità Europea, è stato sviluppato nell’ambito del POR - FESR Lazio 2014-2020 - Azione 3.3.1 b – Avviso della Regione Lazio Atelier Arte Bellezza e Cultura - Museo abitato - Mercati di Traiano, in collaborazione con Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Syremont S.p.A. e Agorasophia Edutainment S.p.A.


Busto di guerriero Dace ritrovato a Roma

Gli scavi di via Alessandrina continuano a restituire importanti reperti. Gli archeologi della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali hanno ritrovato qualche giorno fa un busto di una statua di guerriero Dace in marmo bianco.

La statua appartiene probabilmente ad una delle 60-70 statue di guerrieri Daci che decoravano l'attico del Foro di Traiano risalenti al II secolo d.C. Il busto, realizzato in marmo pavonazzetto è alto circa 1,5 metri e si trova in buono stato di conservazione. Gli archeologi spiegano che il reperto è stato trovato all'interno di uno strato di abbandono successivo ad un crollo e da datare al tempo delle demolizioni medievali, presumibilmente nella seconda metà del IX secolo d.C.

Busto di guerriero Dace. Foto: Parco Archeologico del Colosseo

Si osserva quindi come diverso sia il contesto di rinvenimento rispetto alla precedente scoperta degli archeologi della Sovrintendenza che qualche mese fa, sempre in via Alessandrina, avevano trovato una testa in marmo forse di Dioniso reimpiegata come materiale da costruzione in un muro tardomedievale.

Statue di guerrieri Daci erano state già ritrovate nel corso di scavi risalenti agli anni 1998 e 2000 nella piazza del Foro di Traiano e le statue scoperte erano state poi portate ai Mercati di Traiano - Museo dei Fori Imperiali dove ancora oggi sono esposte.

Lo scavo in via Alessandrina è curato dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali su concessione del MIBAC - Parco Archeologico del Colosseo e con il coordinamento degli archeologi del PArCo.

 


Circo Maximo Experience

A Roma, la nuova Circo Maximo Experience

Dal 23 maggio 2019, il patrimonio culturale di Roma si arricchisce di una nuova, coinvolgente esperienza: la Circo Maximo Experience.

Circo Maximo ExperienceLa Circo Maximo Experience rappresenta un progetto all’avanguardia, che implementa tecnologie interattive di visualizzazione mai realizzate prima in un’area all’aperto di così ampie dimensioni. Attraverso un percorso di visita immersiva, indossando gli appositi visori (Zeiss VR One Plus accoppiati con smartphone di tipo iPhone e sistemi auricolari stereofonici), sarà possibile visitare, per la prima volta, il Circo Massimo in tutte le sue fasi storiche: dalla semplice e prima costruzione in legno, ai fasti dell’età imperiale, dal medioevo fino ai primi decenni del Novecento.

Circo Maximo ExperienceLa tecnologia utilizzata permetterà al visitatore di immergersi totalmente nella sua storia con la visione delle ricostruzioni architettoniche e paesaggistiche durante i diversi periodi. Sarà possibile vedere l’antica Valle Murcia arricchirsi di costruzioni, passeggiare nel Circo tra le botteghe del tempo, assistere a una emozionante corsa di quadrighe tra urla di incitamento e capovolgimenti di carri, fino a restare senza fiato di fronte all’imponente Arco di Tito, alto circa venti metri, ricostruito in realtà aumentata e in scala reale, davanti ai propri occhi. Ad impreziosire ulteriormente la cura dei dettagli, le voci narranti in lingua italiana sono quelle degli attori Claudio Santamaria e Iaia Forte.

Il percorso itinerante, della durata di circa 40 minuti, è disponibile anche in inglese, francese, tedesco, spagnolo e russo e sarà eccezionalmente fruibile nelle diverse ore del giorno: l’applicazione è stata infatti concepita per poter funzionare indipendentemente dalle variazioni di illuminazione giornaliere. Inoltre, sarà fruibile anche dalle persone con disabilità motoria. In caso di visitatori di età inferiore ai 13 anni, l’utilizzo dei visori verrà consentito solo presentando una liberatoria firmata dai genitori.

Il percorso di visita si articola in 8 tappe, tra cui:

 

  • la Valle Murcia, situata tra il colle Palatino e il colle Aventino, fortemente legata alle origini della città eterna (è qui che ha avuto luogo il famoso Ratto delle Sabine), luogo d’incontro e scambio tra le popolazioni, nonché sede di moltissimi culti: qui si svolgevano riti propiziatori per la fertilità dei campi. In età règia, la valle subì alcune trasformazioni, soprattutto a opera degli ultimi re di Roma, i Tarquini, che allestirono l’intera area con le prime file di sedili in legno. Con lo sviluppo della città e la maggiore importanza acquisita dalle manifestazioni pubbliche, lo spazio delle corse si arricchì di elementi funzionali come i Càrceres, cioè gli stalli di partenza dei carri, e gli spalti che andarono gradualmente a espandersi, dando vita a quello che diventerà, in seguito, il più imponente edificio di spettacoli mai costruito, il Circo Massimo;

 

  • il Circo dal I secolo a.C. al I secolo d.C., ovvero da Giulio Cesare a Traiano. Sia Giulio Cesare che Augusto, per la prima volta concepirono il Circo come struttura monumentale e separata dagli altri edifici della Valle, dando il via alla costruzione di un complesso unico nel suo genere. Nel corso del I secolo d.C., il Circo fu oggetto di vari interventi voluti da tutti gli Imperatori che si succedettero. Internamente era suddiviso in tre settori: quello inferiore in muratura e gli altri due in legno. La presenza di sedili in legno in gran parte delle gradinate favorì spesso il divampare di incendi devastanti, come quello del 64 d.C. all’epoca di Nerone, che ebbe origine proprio da uno dei negozi che si trovavano nel Circo. All’inizio del I secolo, Traiano ricostruì l’edificio interamente in muratura. A questa fase appartengono le strutture ancora visibili;

 

  • l’Arco di Tito, dedicato nell’81 d.C. dal Senato e dal Popolo romano all’imperatore Flavio per celebrare la conquista di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C. L’attraversamento dell’arco era parte fondamentale dei cortei trionfali in onore dei generali e degli imperatori vittoriosi. La processione aveva inizio dal Campo Marzio, entrava in parata nel Circo Massimo e, passando poi sotto l’Arco, si dirigeva al tempio di Giove Capitolino, sul Campidoglio. Alto circa 20 metri e a tre fornici, l’Arco era sormontato da una grande quadriga bronzea guidata dall’imperatore, simbolo di trionfo e vittoria;

 

  • il Circo in età medievale e moderna, poiché le ultime gare al suo interno si svolsero nella prima metà del VI secolo d.C. In seguito, l’area si riempì di sedimenti, e a partire dall’VIII secolo fu attraversata da diversi corsi d’acqua. Al XII secolo risale invece la costruzione della Torre della Moletta, edificio difensivo medievale. Nel Seicento, le pendici del colle Aventino furono occupate dal Cimitero degli Ebrei, i cui cipressi, ancor oggi, ne indicano l’antica localizzazione. In seguito, nel 1854, la Compagnia Anglo-Romana dell’Illuminazione a Gas realizzò il primo impianto di produzione del gas per l’illuminazione pubblica, che occupava circa due terzi dell’area. Nei primi decenni del Novecento, i Gazometri furono trasferiti e l’intera zona fu bonificata; tra il 1928 e il 1936 furono scavati, e in parte restaurati, alcuni settori dell’antico Circo, ma la presenza dell’acqua di falda non permise il completamento dell’opera. A partire dal 1936, l’area del Circo Massimo fu concessa al Partito Nazionale Fascista, che iniziò a utilizzarla come spazio espositivo, costruendovi imponenti padiglioni e realizzando anche un vero e proprio stabilimento balneare, costituito da tre piscine. Nel 1940, con l’inizio della guerra, queste costruzioni furono smantellate.

La Circo Maximo Experience si aggiunge ai diversi progetti di valorizzazione del patrimonio archeologico attraverso esperienze immersive e multimediali, promossi da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzati con la collaborazione di Zètema Progetto Cultura. Si aggiunge infatti al progetto “Viaggi nell’antica Roma”, partito nel 2014 con il Foro di Augusto e ampliato nel 2015 con il Foro di Cesare, e al racconto in realtà aumentata e virtuale “L’Ara com’era”, partito nel 2016 al Museo dell’Ara Pacis. Per informazioni e prenotazioni, si raccomanda di visitare il sito web www.circomaximoexperience.it.

Circo Maximo Experience

Immagini della Circo Maximo Experience da Ufficio Stampa Zètema - Progetto Cultura