Il Gattopardo labirinto Donnafugata

Significato e valenze del labirinto nel romanzo Il Gattopardo (e non solo)

Significato e valenze del labirinto nel romanzo Il Gattopardo (e non solo)

Busto di Minotauro, copia romana di gruppo statuario attribuito a Mirone. Da una fontana fountain di Atene presso San Demetrios Katéphoris in Plaka, conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Atene, n° 1664a. Foto di Marsyas, CC BY 2.5

Il tema del labirinto è da sempre tra i più interessanti e misteriosi, nonché uni dei più gettonati, sin dall’origine della letteratura. Non per nulla, per indagarne l’origine, bisognerebbe tornare parecchio indietro, alla civiltà cretese e al suo popolo, che hanno dato modo ai nostri avi greci di elaborare il mito del Minotauro. Questa mostruosa creatura, metà toro metà uomo, nata dall’unione tra Pasifae e un toro bellissimo che il re Cretese, Minosse, non volle sacrificare al dio Poseidone. Per vendetta, la divinità fece innamorare la moglie del re proprio di quel toro e, visti i risultati spiacevoli, il re convenne di doverlo far rinchiudere. E dove? In un labirinto, divenuto il simbolo stesso della città di Creta, come il toro del resto.

 

Moneta in argento da Cnosso, 400 a. C., conservata al Museo Archeologico di Iraklio (Creta). Foto di AlMare, CC BY-SA 3.0

In epoca antica, il labirinto aveva anche un’importanza religioso-metaforica, perché indicava l’errore della conoscenza. Cioè quanto fosse semplice confondersi, sbagliarsi, ma anche raggiungere la vera conoscenza. Il labirinto aveva un’importanza sacrale, tanto che solo chi fosse in grado di scindere il vero dal falso sarebbe stato in grado di uscirne vivo. Teseo, l’eroe ateniese, non a caso riesce a venir fuori dall’intricato ‘gomitolo di strade’ – potremmo dire, prendendo la metafora da Giuseppe Ungaretti – grazie al gomitolo di Arianna, a riprova del fatto che occorre una logica, una conoscenza super partes per affrontare il labirinto ed uscirne incolumi.

Il Palazzo di Atlante, illustrazione di Gustave Doré dall'edizione francese Hachette dell'Orlando furioso del 1879. Immagine [email protected], in pubblico dominio

Il labirinto è senz’altro diffusissimo nella letteratura, ma viene riproposto più che in altre epoche durante il Rinascimento e, meglio ancora, in età barocca, quando si fa metafora dell’incertezza e dell’illusione. Ariosto, per esempio, nel suo Orlando Furioso, fa perdere i suoi eroici paladini nel Palazzo di Atlante, il labirintico e illusorio luogo, simbolo della perdizione e della ricerca efferata di ciò che sfugge. Eppure, è tra Ottocento e Novecento che l’immagine mitica del labirinto si fa assai più ricca di significati. Essa diviene la rappresentazione della solitudine dell’uomo moderno, privato delle sue certezze e della sua umanità, alla perenne cerca di un significato. Simbolo, quest’uomo perso, dello stesso intellettuale, non più in grado di rappresentare la realtà con le strutture solite e allora propenso a intentare nuove forme di narrazione, come avviene nell’Ulisse di James Joyce o in America e Il castello di Kafka.

Il labirinto diventa, allora, protagonista esemplare della letteratura del periodo, inserendosi nei romanzi anche a livello architettonico, in queste case e palazzi, ricchi di stanze, giardini e sotterranei. È il solo modo possibile per rendere i cambiamenti in atto con le guerre mondiali, imponendosi anche nella letteratura successiva. Non è un caso che Jorge Luis Borges lo inserisca in libri come Il giardino dei sentieri che si biforcano e, soprattutto, in La Biblioteca di Babele, entrambi del 1941, o che Italo Calvino lo adoperi ne Il castello dei Destini Incrociati, per dare un ordine al caos esterno, ove vige l’alienante ambiente della società industriale.

labirinto il Gattopardo Giuseppe Tomasi di Lampedusa Palazzo di Donnafugata
Il labirinto nelle stanze del Castello di Donnafugata, luogo centrale nel romanzo Il Gattopardo. Foto di Alessandra Randazzo

Eppure, nel romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, lo scrittore riprende il modello del labirinto e tutta la tradizione che vi è dietro nella descrizione di una scena molto interessante, che si svolge nelle stanze del palazzo di Donnafugata. Qui, a correre nelle stanze e a perdersi nei meandri del castello, sono Tancredi e Angelica, nomi non a caso ripresi dalla letteratura barocca italiana:

«Tancredi voleva che Angelica conoscesse tutto il palazzo nel suo complesso inestricabile di foresterie vecchie e foresterie nuove, appartamenti di rappresentanza, cucine, cappelle, teatri, quadrerie, rimesse odorose di cuoi, scuderie, serre afose passaggi, anditi, scalette, terrazzine e porticati, e soprattutto di una serie di appartamenti smessi e disabitati, abbandonati da decenni e che formavano un intricato labirintico e misterioso».

Eppure, qui la natura illusoria e ingannatrice del labirinto:

«Ma nel palazzo non era difficile di fuorviare chi volesse seguirvi: bastava infilare un corridoio (ve n’erano di lunghissimi, stretti e tortuosi con finestrine grigliate che non si potevano percorrere senza angoscia), svoltare per un ballatoio, salire una scaletta complice, e i due ragazzi erano lontano, invisibili, soli come su un’isola deserta».

Il labirinto si fa, improvvisamente, teatro di giochi, non del tutto innocenti. In quel perdersi e ritrovarsi, lo scrittore costruisce un dramma amoroso, che ha un’origine barocca, in quanto trappola erotica per i due amanti. I due giovani corrono negli stretti corridoi, proprio per non essere ritrovati e stare da soli. Eppure, Giuseppe Tomasi di Lampedusa era anche un esperto conoscitore del Marchese De Sade, il quale aveva spesso usato nelle sue opere il labirinto, quale paradigma erotico. Vi è perfino qualcosa di spaventoso e misterico, vertiginoso, in questa corsa a perdifiato nel palazzo, che fa pensare a due romanzi di Edgar Allan Poe, di cui lo scrittore era un avido lettore: House of the Metzengerstein e, soprattutto, Le avventure di Gordon Pym, ove l’ammutinamento dell’equipaggio avevano messo a rischio la vita di Gordon, intrappolato in questa stiva labirintica. Così, Tomasi rappresenta la perdita di senno dei due innamorati, smarriti nel vortice della loro passione.

Il Gattopardo labirinto Castello di Donnafugata
Il labirinto del Castello di Donnafugata, come nel romanzo Il Gattopardo. Foto di Okkiproject, CC BY-SA 3.0

Eppure, non è l’ultimo dei riferimenti letterari di Tomasi, che difatti si ispira alla visita, nel Palazzo Ducale di Mantova, di Isabella Inghirami e Paolo Tarsis, nelle pagine iniziali di Forse che sì forse che no di Gabriele D’Annunzio. I due amanti esplorano l’antico palazzo, perdendosi nelle sue stanze, nei suoi corridoi, come fosse un labirinto. E, qui, smarrito il senno, il senso del tempo e dello spazio, il luogo abbandonato ed immenso ispira la passione della coppia, che si bacia violentemente durante la visita. Seppur meno esplicito, nel Palazzo di Donnafugata si celebra la nascita di una grande passione tra i due giovani amanti, simbolo a loro volta di una letteratura barocca squisitamente italiana, che trova il proprio coronamento nel luogo che meglio la rappresenta e contraddistingue.

Labirinto Il Gattopardo Palazzo di Donnafugata
Il labirinto nelle stanze del Castello di Donnafugata, come nel romanzo Il Gattopardo. Foto di LeZibou, CC BY-SA 3.0

Riferimenti bibliografici:

Battera F., Oceani di stanze: un labirinto nel Gattopardo, in «Lettere Italiane» 62, 4, 2010, pp. 598-624;

Kerényi K., Nel labirinto. Gli aspetti simbolici, letterari, mitici e rituali della più straordinaria metafora della riflessione e della ricerca, Bollati Boringhieri, Torino 1983;

Orvieto P., Labirinti Castelli Giardini. Luoghi letterari di orrore e smarrimento, Salerno Editrice, Roma 2004;

Reed Dobb P., The Idea of the Labirinth from Classical Antiquity through the Middle Ages, Cornell University Press, Ithaca and London 2019.


Pentesilea Penthesilea Kleist Achille

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

Nel 1806, Heinrich Von Kleist abbandona il suo “posto fisso”, il suo incarico sicuro e ben retribuito a Königsberg, per potersi dedicare anima e corpo alla letteratura. I grandi scrittori non hanno molta scelta, obbligati come sono dalla loro vocazione, ma certamente Kleist non visse male questa necessità, considerato il suo reiterato odio nei confronti della burocrazia e di quel lavoro alienante. Tale avversione e un effettivo malessere, legato alla sua salute cagionevole, lo indussero nell’agosto di quell’anno a dichiarare i suoi problemi di salute e un assoluto bisogno di riposo. E in quella libertà scrisse la Pentesilea. Ci vollero quasi due anni perché, durante quel periodo detentivo, il suo capolavoro vedesse la luce, ma noi moderni non possiamo che essergli grati.

Pentesilea Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist
Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist, autore della tragedia Pentesilea / Penthesilea. Immagine tratta dalla rivista Die Gartenlaube (Ernst Keil, Lipsia, 1858, p. 221), in pubblico dominio

Protagonista della sua opera è proprio la regina delle Amazzoni, ma il poeta prussiano non ha voluto riproporre la versione ufficiale del mito, ma una minore, passata sotto silenzio e riconducibile alla persona di Tolomeo Chenno, scrittore greco vissuto a cavallo tra l’età traianea e adrianea. In questa versione poco nota non è Achille a risultare vincitore nel duello con Pentesilea, bensì l’amazzone. Insomma, un enorme scarto rispetto ad una tradizione ben consolidata che vedeva l’inaffondabile Achille ancor una volta trionfante, prima della sua disfatta. Eppure, tra tutte le novità introdotte da Kleist, probabilmente questa risulta essere la meno audace.

Però, prima di addentrarci nelle particolarità della tragedia, è bene specificare che non si tratta di un’opera femminista. Il suo autore non ha voluto rappresentare una donna combattente, forte, militaresca per spingere le sue lettrici e spettatrici ad immedesimarsi e ad imitare per quanto possibile l’oggetto della sua opera più bella. In tanti sono caduti in questo inganno, dimenticando che Kleist, da uomo del suo tempo, ritenesse che una donna dovesse innanzitutto essere una moglie e una madre. Non una comandante forte, combattente e autonoma, ma nulla più di quello che la società già le riservava.

Achille e Pentesilea su una kylix attica a figure rosse (470-460 a. C.), opera del Pittore di Pentesilea, ritrovata a Vulci e conservata presso lo Staatliche Antikensammlungen di Monaco di Baviera, Inv. 2688 (= J 370). Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
E Kleist presenta, un po’ come facevano i Greci, due mondi antitetici, ma li rappresenta come due esempi sbagliati. Se le Amazzoni sono donne guerriere, spesso etichettate come “vergini”, totalmente avverse alla logica della guerra ma solamente interessate a fare prigionieri per perpetrare la propria stirpe, i Greci sono l’incarnazione della logica guerriera, finalizzata alla conquista di terre e alla soppressione dei nemici. In questo frangente, Ulisse finisce con diventare simbolo assoluto della ragione e Protoe, fedele alleata di Pentesilea, rampollo della genia amazzonica e del loro fine prettamente biologico.

Ad emergere sin dai primi versi, quindi, è la disapprovazione nei confronti di tutto ciò che si allontana dalle loro visioni, rappresentato splendidamente dell’amore dissoluto e insensato tra Achille e Pentesilea. Queste due figure emblematiche dell’antichità rendono talamo la battaglia stessa, la guerra un luogo erotico, dominato da giochi di potere e di dominazione. E sono, infatti, i corpi a lanciarsi in questa sfida, ad inseguirsi, a scontrarsi, paragonati ad animali feroci, forze della natura incontrollabili, esseri dominati dal puro istinto.

Paolo Finoglio, Tancredi affronta Clorinda nel ciclo della Gerusalemme liberata a Palazzo Acquaviva, Conversano. Foto di Velvet, in pubblico dominio

Tra Achille e Pentesilea nasce e si sviluppa un amore, quindi, puramente fisico, una lotta simile al duello tra Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme Liberata di Tasso. Non vi sono spade o colpi di lama, lance o scudi, ma corpi che si toccano e si respingono, in un gioco di spinte feroci e corse a perdifiato, che mirano alla sopraffazione dell’altro, alla vittoria sul combattente, fino alla sua totale distruzione. È un amore sadico, ma che ha momenti masochistici, perché sia Achille sia Pentesilea desiderano essere colpiti e deturpati proprio dall’oggetto del loro amore perverso.

L’amazzone sogna che Achille faccia di lei quello che ha fatto con il corpo di Ettore, desidera essere legata, umiliata e farlo a sua volta, traendo piacere dalla violenza. Ricorda per molti versi la Salomè di Oscar Wilde, che desidera a sua volta la testa di San Giovanni Battista, solo per poterla baciare ardentemente e piangere sulla sua morte. Sono dinamiche che saranno, poi, grandemente studiate e sfruttate nel Novecento per rappresentare la tensione erotica tra due nemici. E, infatti, non appena Achille sarà sconfitto, a Pentesilea non resterà che uccidersi con un pugnale, sul modello di Romeo e Giulietta, la tragedia shakespeariana amatissima da Kleist e riproposta in maniera diversa nella prima tragedia di Kleist, La famiglia Schroffenstein.

E molto shakespeariano è il modo in cui viene presentata Pentesilea, sul modello della descrizione che fa Enobarbo a Cleopatra. Come Shakespeare, Kleist affida questo delicato compito al membro più eloquente dello schieramento greco, ma con un’importante differenza: se Enobarbo è affascinato e innamorato della regina egiziana, Ulisse osserva e descrive tutto quello che vede con il suo sguardo clinico e prepara lo spettatore a quello che vedrà, a quest’amore dai tratti sadomasochistici che, da sempre, caratterizza due nemici in lotta in quel talamo che è da sempre la battaglia. E in questo, specialmente in questo, Kleist mostra la sua grande modernità.

Pentesilea ed Achille su un cratere a campana lucano a figure rosse del Pittore di Creusa (tardo V secolo a. C.). Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, CC BY 2.5

Riferimenti bibliografici:

Bosco, Metà furia metà grazia. Il classicismo weimariano e la Pentesilea di Heinrich von Kleist, Pensa Multimedia, Lecce 2009.

Von Kleist, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di A.M. Carpi, Mondadori, Milano 2011

Saviane, Kleist, Olschki Editore, Firenze 1989.Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.

Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.


Divina Archeologia MANN mostra

“Divina Archeologia” al MANN: la mostra dedicata al Sommo Poeta

Divina Archeologia” al MANN: la mostra dedicata al Sommo Poeta

"Perché Dante al Museo Archeologico di Napoli? Divina archeologia, che abbiamo voluto annunciare proprio in occasione del 14 settembre, data della morte del Sommo Poeta 700 anni fa, vuole essere un cammino dantesco originale e pieno di scoperte. Dante, che fu a Napoli due volte come ambasciatore presso Carlo II d’Angiò, nella Commedia come in altre sue opere ci parla infatti di argomenti e personaggi rappresentati negli straordinari reperti del nostro Museo. Da creature fantastiche, come Cerbero, Medusa, Eracle, Diomede, Ulisse, Teseo, Minosse, il Minotauro, le Arpie, a personaggi storici, a partire da Virgilio, Cesare, Costantino, Traiano. E su una volta del museo c'è anche lui, Dante. Tanti sono poi gli spunti per itinerari dedicati, a Napoli e in Campania, dalla tomba di Virgilio, ai Campi Flegrei, fino alla vicina piazza Dante, dalla facciata del duomo alla Biblioteca nazionale di Napoli che custodisce uno dei primi manoscritti della Commedia. La nostra narrazione è arricchita anche da una serie di podcast che ci condurranno con i loro protagonisti all'interno e all'esterno del MANN".

Queste le parole del Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, in merito alla mostra “Divina Archeologia: in occasione del 700esimo anniversario dalla morte di Dante”. Infatti, a partire dal 29 Ottobre 2021 saranno esposti all’interno del MANN 56 reperti, in parte inediti, di cui 40 selezionati dai depositi del museo stesso, fino al 10 Gennaio 2022.

Gli oggetti in mostra verranno esposti all’interno delle Sale degli Affreschi suddivisi in due filoni narrativi.

Divina Archeologia MANN Napoli Dante mostra
Achille e il centauro Chirone

La prima sezione, curata da Valentina Cosentino, Segretaria scientifica del MANN, riguarderà “I racconti del mito”, con l’illustrazione di cinque miti fondamentali trattati dal Sommo Poeta legati ai personaggi di:

    • Achille
    • Teseo
    • Ercole
    • Ulisse

La seconda sezione, basata su quattro categorie narrate, Mostri, Dei, Figure Storiche e Scrittori riguarderà una galleria di ritratti di tali personaggi incontrati da Dante nel suo Poema, il percorso ricreerà l’incontro con questi in prima persona per il visitatore.

La mostra è inoltre, collegata alla serie di puntate di “Divina Archeologia podcast”, disponibile la prima puntata dal 14 settembre sulla pagina ufficiale Facebook del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, mentre le seguenti cinque verranno pubblicate con l’inizio dell’evento museale, realizzate con Archeostorie e NW.Factory.media. Divina Archeologia Podcast si ascolterà quindi sul sito web del Mann (mannapoli.it) e sulle altre piattaforme podcast.

I testi scritti da Cinzia Dal Maso e Andrea W. Castellanza, saranno interpretati da attori di vaglia ed inseriti nell’ambiente sonoro ideato da Erica Magarelli e Francesco Sergnese; infine, la grafica originale di accompagnamento è di Gloria Marchini.

La mostra è stata realizzata con il supporto della Regione Campania e del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, sotto la responsabilità del Professor Gaetano Ferrante, responsabile scientifico dell’”Illuminated Dante Project”, a cui è stato affidato la scelta delle immagini tratte dai manoscritti medievali della Divina Commedia.

Divina Archeologia MANN Napoli Dante mostra
La locandina della mostra "Divina Archeologia. Mitologia e storia della Commedia di Dante nelle collezioni del MANN", al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al 10 gennaio 2022

Foto e materiali dall'Ufficio Comunicazione MANN - Museo Archeologico Nazionale di Napoli.


Ulisse Roma imperiale

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela: "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela

Su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Ulisse Roma imperiale
Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela, su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale"

Alberto Angela torna in prima serata con “Ulisse, il piacere della scoperta”, in onda da mercoledì 21 aprile alle 21.25 su Rai1. La nuova stagione propone quattro puntate e uno Speciale dedicato all’ambiente con la partecipazione di Piero Angela.

Il primo appuntamento è dedicato all'antica Roma. Si parte dal “Natale di Roma”, la cui fondazione, secondo la leggenda, sarebbe avvenuta il 21 aprile del 753 a.C., e si prosegue con un viaggio affascinante alla scoperta delle meraviglie della Roma imperiale, la “Roma dei Cesari”, periodo in cui la città raggiunse il suo massimo splendore. Tra le numerose le sorprese previste nella puntata, un sito eccezionale, il Mausoleo di Augusto, tornato finalmente visibile al pubblico dopo un lungo lavoro di restauro durato quattordici anni. Proprio sulla base delle recenti scoperte fatte da archeologi e storici della sovrintendenza capitolina, i telespettatori di Rai 1 potranno vedere per la prima volta, attraverso ricostruzioni grafiche inedite, quello che era l'aspetto originario di questo maestoso monumento che per secoli ha custodito la tomba del fondatore dell'impero.

In primo piano anche altre meraviglie legate ad Augusto, come l'Ara Pacis, uno dei monumenti che segna l'inizio della Roma imperiale, con i suoi magnifici rilievi i cui colori, grazie all'ausilio della grafica, torneranno a rivivere dopo duemila anni. Da un capolavoro all’altro con le splendide statue della Collezione Torlonia, una delle più importanti collezioni private di statue antiche al mondo, tornata visibile al pubblico dopo settant'anni con una mostra ospitata a Villa Caffarelli sul Campidoglio.

Lasciata l'età augustea, si viaggia quindi alla scoperta delle altre meraviglie realizzate dai successori di Augusto come il Colosseo, il più grande anfiteatro romano mai costruito, il Palazzo imperiale di Domiziano sul Palatino, per secoli il centro del potere dell'impero, la Colonna Traiana, monumento simbolo dell'età d'oro di Roma, o il Pantheon, il più importante tempio della Roma antica. Seguendo un preciso ordine cronologico, si ricostruisce la storia di questi monumenti famosi in tutto il mondo e la vita degli imperatori che li realizzarono, figure celebri come Augusto, Tito, Traiano e Adriano. Grazie all’ingegno dell’artista digitale Daniel Voshart, poi, sarà possibile vedere i ritratti fotografici dei volti degli imperatori romani. Attraverso la ricostruzione fedele delle immagini di busti e monete, infatti, sono stati realizzati una serie di identikit di alcuni di questi grandi protagonisti della Storia, per un viaggio unico nella grandezza della civiltà romana e nella sua bellezza.

 

Torna "Ulisse, il piacere della scoperta", con Alberto Angela, su Rai1 "Le sette meraviglie della Roma imperiale". Comunicato stampa e foto dall'Ufficio Stampa RAI


Laura Pepe voce sirene Greci Bianca link

Ammaliati dalle Sirene: le parole alate dei Greci

Ammaliati dalle Sirene: le parole alate dei Greci

sirene Greci Laura Pepe
Il volume di Laura Pepe, La voce delle sirene. I Greci e l'arte della persuasione. Foto di Bianca Sorrentino

In un tempo che celebra quotidianamente il fascino della narrazione e che intorno allo storytelling imbastisce patinati cerimoniali, stupisce la leggerezza con cui vengono spesso compiuti gravi errori di comunicazione, dovuti nella maggior parte dei casi a un uso sciatto del linguaggio. L’elogio della parola – magnificata nella teoria, ma nella pratica adoperata con approssimazione – sembra dunque essere un’occasione sprecata. Ben vengano allora saggi come il recente volume laterziano di Laura Pepe, che con grazia, passione e acutezza mette a fuoco il potere che ha il linguaggio di plasmare la realtà, quando i discorsi vengono pronunciati con consapevolezza. La voce delle Sirene. I Greci e l’arte della persuasione – questo il titolo del libro – incoraggia in effetti un viaggio di scoperta, fino alle radici della forza magica e ambigua delle parole.

Il libro si apre sotto l’egida di Peithó, la divinità che faceva parte del corteggio di Afrodite e che incarnava persuasione e seduzione prima che questi divenissero concetti astratti, e prosegue con le immortali incantatrici dei poemi omerici, le donne di Odisseo: Calipso e Circe, innanzitutto, figure della malia che abita il femminile quando con il canto affascina, fino a condurre all’oblio. Alla stessa specie appartengono anche le Sirene, creature alate come le parole che pronunciano, capaci di far breccia nel cuore di chi le ascolta; ammaliatrici e suadenti, esse nascondono abilmente la loro natura terribile, in una continua e misteriosa altalena tra apparenza e realtà, porgendo al re di Itaca una promessa di conoscenza che si traduce ben presto in minaccia di dimenticanza. Soltanto facendo ricorso ai saggi consigli della maga Circe, la cui astuzia non è di certo inferiore alla sua, Ulisse saprà sfuggire all’incantesimo fatale delle Sirene.

Dopo un inizio consacrato dal fascino del mito, la ricerca di Laura Pepe, il cui merito è, tra gli altri, quello di tracciare con pacificante linearità il contesto storico-culturale dei quadri che generosamente offre al lettore, si sostanzia attraverso un discorso sulla politica (e attraverso i discorsi della politica) nell’Atene del V secolo a.C. Qui, nell’agorá – la piazza, il luogo simbolo della democrazia –, la peithó perde parte della sua aura divina per divenire la qualità civile necessaria a chiunque voglia parlare in pubblico persuadendo il suo uditorio. Ecco che allora si fanno strada concetti come parrhesía (la libertà di parola) e isegoría (la facoltà di cui godono tutti i cittadini di parlare in assemblea nell’interesse comune), principi di uguaglianza avvolti a ben vedere da un alone di ambiguità, se è vero che nella pratica quotidiana riescono a esercitare effettivamente il diritto di parola solo coloro che sanno governare quello strumento e non se ne lasciano dominare. Da Pericle a Cleone, da Nicia ad Alcibiade, i protagonisti della scena ateniese compongono così una galleria imperdibile di nomi e aneddoti celebri o poco noti, per fornire modelli positivi di discorsi suadenti o, al contrario, esempi violenti di abili manipolatori della storia.

In effetti risulta labile il confine tra ciò che appare vero e ciò che lo è. La verità è davvero una e inconfutabile, come credeva il poeta Esiodo che l’aveva ricevuta in dono dalle Muse, le quali ne erano sacre custodi? Non avevano invece ragione i sofisti, maestri di persuasione, i quali con i loro arditi virtuosismi tentarono di dimostrare che le verità sono molte, tante quante le loro possibili forme? Forse, più che il vero assoluto, conta allora la percezione che ognuno di noi ha del reale, che resta tragicamente inconoscibile. Da queste premesse è facile dedurre che enorme fu il caos suscitato nella comunità ateniese da questi sedicenti professionisti del sapere che, con piglio demolitore, testimoniavano quanto un discorso abilmente strutturato, e per certi versi ingannevole, fosse in grado di persuadere in una direzione o in quella contraria. Le tesi rivoluzionarie dei sofisti rischiavano di rendere ingovernabile la città, di generare un pericoloso disorientamento nella gestione dello stato, e per questo provocarono sempre il fermo biasimo di chi invece cercava ordine, verità e certezze.

La parola è un bene comune: il percorso delineato da Laura Pepe comincia e termina nel segno di Omero, traghettando il sapore arcaico del mito nel labirinto dei nostri giorni, nella furia delle parole urlate, nell’esigenza stringente di trascinare le masse, nella deriva della comunicazione che si nutre colpevolmente di fake news. Con rara limpidezza immaginifica, l’autrice mette a punto un’opera divulgativa accessibile e arguta, senza mai cedere alla banalità, e con il suo discorso convincente ci esorta a metterci in ascolto della voce delle Sirene, non per lasciarcene passivamente ammaliare, ma per cogliere gli ingredienti di quell’incantesimo antichissimo e non permettere che esso si disperda.

Sirene Greci Laura Pepe
La copertina del volume di Laura Pepe, La voce delle sirene. I Greci e l'arte della persuasione, pubblicato da Editori Laterza, Bari (2020) nella collana i Robinson / Letture

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La mostra itinerante “Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea"

“Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea": è questo il titolo della mostra itinerante, visitabile dal 22 luglio e fino al 31 ottobre 2020, che l’Eforato delle Antichità delle Cicladi, in collaborazione con la Fondazione Culturale del Gruppo del Pireo, presenta al Museo Archeologico di Mykonos con il sostegno del Comune di Mykonos.

Entrata del Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

La mostra, vera e propria pietra miliare nelle scoperte archeologiche di questo periodo storico, si propone di far luce sugli aspetti ancora poco conosciuti del passato delle Cicladi. Oltre centocinquanta oggetti raccolti per la prima volta in un’unica esposizione, accuratamente selezionati, tra i quali figurano opere significative della ceramica, della metallurgia, dell’artigianato artistico e dei gioielli, che rivelano al pubblico la straordinaria cultura del complesso insulare cicladico.

La mostra, impreziosita da rappresentazioni audiovisive, propone di mostrare una serie composta da sezioni attraverso le quali si snodano gli assi fondamentali della vita degli isolani dell'epoca: un focus sulla vita quotidiana, sulla funzione cultuale, sui costumi funerari, sulla preparazione alla guerra. Dai racconti proiettati emergono aspetti della meravigliosa eredità micenea che furono fonte di ispirazione per le opere principali della letteratura mondiale, l'Iliade e l'Odissea.

A catturare l’attenzione è naturalmente il corredo funerario della tomba micenea ritrovata ad Aghia Thekla, nel nord dell’isola di Tinos. Il piccolo monumento, motivo principale della creazione di questa mostra, era già stato svelato durante i lavori di scavo effettuati nel 1979 dal defunto archeologo Georgios Despinis, originario proprio dell’isola.

Si tratta di una delle uniche tre tombe a volta micenee conosciute in ambiente cicladico ed è attualmente l'unico sito miceneo confermato sull'isola. Luogo di sepoltura di un genere di "aristocratici" vissuti tra il XIII e il XII secolo a.C., la tomba di Santa Tecla era stata utilizzata per ospitare più sepolture. La scoperta al suo interno di ceramiche, gioielli e oggetti in bronzo è una preziosa fonte di informazioni sulle pratiche di sepoltura, sull’arte e sull’organizzazione sociale nelle isole del Mar Egeo durante gli ultimi secoli del II millennio a.C.

Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea
Ceramica micenea dalla tomba di Angelika, 1400-1250 a. C. al Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

La mostra a Mykonos presenta anche reperti provenienti dalla tomba a volta di età micenea ad Angelika (Αγγελικά) a Mykonos, datata XIV-XIII secolo a.C. e situata vicino al capoluogo odierno. Vasi, sigilli e perle, alcuni dei quali esposti per la prima volta nel Museo Archeologico dell'isola, si distinguono per la loro somiglianza con i reperti della tomba a volta di Santa Tecla e completano l'immagine dei generi "aristocratici" delle Cicladi.

Ceramica micenea dalla tomba di Angelika, 1400-1250 a. C. al Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

Ma non è finita qui: oltre a Tinos e Mykonos, la mostra comprende opere antiche provenienti da altri importanti siti preistorici dell'Egeo, in particolare da Naxos, Delos, Paros, Milos, Sifnos, Thira e Kea, facendo immergere il visitatore in uno scenario complesso che rende giustizia della fisionomia e dell'importanza della civiltà micenea nelle Cicladi.

La mostra itinerante "Dal mondo di Omero. Tinos e Cicladi nell'era micenea" era stata presentata per la prima volta l'estate scorsa a Tinos, dal mese di luglio fino a novembre, al Museo della Lavorazione del Marmo della Fondazione Culturale del Gruppo del Pireo, a seguito della fruttuosa collaborazione dell'Eforato delle Cicladi con la Fondazione. Successivamente, è stata anche presentata ad Atene in collaborazione con lo splendido Museo Benaki.

La sua presentazione su un'altra isola cicladica, questa volta al Museo Archeologico di Mykonos, espande ulteriormente la cerchia di migliaia di visitatori, che avranno l'opportunità di ammirare per la prima volta un panorama completo della civiltà micenea nelle Cicladi.

Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea
La locandina della mostra “Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea"

Achille Odisseo Matteo Nucci

Achille e Odisseo: archetipi di umanità. Intervista a Matteo Nucci

Non erano forse Achille ed Ettore i due eroi omerici contrapposti per eccellenza? Sono loro che - nemici per necessità - si scontrano sotto le mura di Troia, che i greci assediano da dieci anni. Ettore è il figlio migliore di Priamo, re della città assediata, ed è l’uccisore di Patroclo, l’amico più caro ad Achille, che dalla sua morte sarà richiamato sul campo. Achille è l’eroe dei greci, e con la sua assenza – rabbiosa, per l’offesa arrecatagli da Agamennone, ma temporanea – aveva rischiato di segnare per sempre il fallimento della spedizione achea.

Peter Paul Rubens, Achille vainqueur d'Hector (1630), olio su tavola (108 × 127 cm), presso il Musée des beaux-arts de Pau. Foto di Tylwyth Eldar, in pubblico dominio

Ma è tra loro il vero scontro? Piccola anticipazione: no, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Achille ed Ettore non sono altro che la stessa tipologia di eroe – e dunque di uomo – solo collocato nelle due metà opposte del campo: sono l’uno il riflesso dell’altro, il loro scontrarsi è un guardarsi allo specchio. La vera contrapposizione è un’altra, ci spiega Matteo Nucci nel suo ultimo saggio (Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno, edito da Einaudi): i due archetipi di umanità, come racconta anche Elena, greca dentro le mura troiane, sono Achille e Odisseo.

Ulisse e Polifemo nel mosaico dalla Villa Romana del Casale. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro (2015), CC BY-SA 4.0

E con Matteo Nucci parliamo in questa intervista, per la quale lo ringraziamo. Dopo averla letta, non ve ne andate: a seguire troverete anche una recensione del saggio.

Achille in una ceramica policroma (300 a. C. circa). Foto di Jona Lendering - Livius.org, CC0

Achille e Odisseo sono personaggi molto noti anche a chi non frequenta abitualmente i classici. Perché proprio questi due eroi, messi a confronto?

Sono noti perché hanno un peso particolare nel gruppo ristretto degli eroi che combattono a Troia. Solo Ettore ne equipara la fama ma sul fronte opposto, quello troiano. Il motivo credo sia evidente fin dall’antichità ed è il cuore di questo libro: la loro opposizione caratteriale. Achille e Odisseo rappresentano due maniere opposte di vivere la vita, di guardare a ciò che dobbiamo o vogliamo fare e di impiegare la più grande ricchezza a nostra disposizione, ossia il tempo. Sono modelli agli antipodi. Astuzia contro schiettezza. Prudenza contro impulsività. Futuro contro presente.

Elena e Paride da un cratere a campana apulo a figure rosse, 380–370 a. C. al Musée du Louvre. Foto di Bibi Saint-Pol, in pubblico dominio

Un espediente utilizzato nel libro è quello di ampliare e rimodulare, attraverso riscritture, scene che vedono protagonista Elena, in parte già presenti nella tradizione. Da cosa deriva questa scelta di valorizzare il suo punto di vista nel racconto degli eroi?

Riscrivere Omero non ha senso. Sono contrario a qualsiasi attualizzazione o versione semplificata, in prosa o quel che è. Omero va letto e basta e si scoprirà la sua grandezza. Una delle più belle soddisfazioni è quando mi dicono: mi sono messo a leggere Omero grazie ai tuoi libri. Ciò non toglie che il mito non è cantato e raccontato soltanto da Omero. Ci sono aspetti di queste storie che altri mitografi hanno ricreato e riplasmato.

La potenza immortale del mito sta proprio nel fatto che si rinnovi sempre seguendo direzioni diverse. Io credo che la figura di Elena sia stata molto trattata per questioni in fondo poco decisive, come la bellezza quasi divina, la propensione al tradimento, l’abilità nella parola seduttiva. In realtà, leggendo Omero abbiamo l’impressione che la sua centralità abbia a che fare con una capacità unica di omprendere gli uomini con cui ha a che fare (tranne l’amante troiano Paride), con l’autorevolezza che le permette di indicare una via, con l’abitudine a scegliere senza rimpianti, a cambiare idea e adeguarsi alla realtà, con il senso pratico e con la parola attenta, sottile, precisa.

Elena è una grande conquistatrice più che una distruttrice – come si dice troppo spesso. Per questo riscrivo le sue storie. Letterariamente. Rifondo un’altra versione del mito. E uso uno stile mio ma che è evidentemente un uso moderno della maniera omerica. Tutto questo – ci tengo a dirlo – per la verità del testo, la sua ricchezza e la sua infinita apertura. Non per questioni di genere. Oggi si riscrive il mito dalla parte di quella o quell’altra eroina, come se Penelope fosse sempre stata offesa dal fedifrago Odisseo mentre Clitemnestra era umiliata dallo spirito di Agamennone  e così via. Io detesto le questioni rosa in letteratura, ma anche fuori dalla letteratura. Non c’è bisogno di limiti né di spinte alla correttezza che io francamente detesto. La letteratura fa da sé. Elena è una donna straordinaria. Ma i sostenitori delle questioni di genere non hanno neppure capito perché. Nei miei tre libri mitici (Le lacrime degli eroi, L’abisso di Eros, e Achille e Odisseo) lo dico e lo ridico molto spesso.

Francesco Primaticcio, Odisseo e Penelope, olio su tela (1563 circa). Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
Parlando degli amori di Odisseo, nel libro si ricorda il rischio di letture superficiali e banalizzanti: come si fa a raccontare i classici in modo accessibile senza cadere in interpretazioni fantasiose o decontestualizzate?

Leggendo i classici con passione e senza pregiudizi. Senza aspettarsi ciò che non c’è. Senza cercare conferme di un’idea. Ossia facendo tutto quel che si deve fare per vivere una giornata decente, ossia non sperare l’insperabile e non tentare di dare ordine al caos. Qual è il modo migliore per affrontare le nostre vite se non la critica continua, il dubbio, la domanda?

Ecco: Omero va letto così. Impossibile che sia banale o superficiale se si entra nei meandri delle sue contraddizioni, delle oscurità e del mistero. Ogni storia nasconde perle e spinge alla ricerca della luce proprio grazie al buio in cui ci immerge. Ma il pericolo più grande sta nella presunzione di chiarezza che si ha circa certi racconti, una presunzione che rende impossibile qualsiasi lettura che sia ricca di significati e di sfide al lettore.

Achille e Aiace giocano nell'anfora attica a figure nere di Exekias (530 a. C. circa). Dal Museo Gregoriano Etrusco, Sala XIX, Musei Vaticani. Foto di Jakob Bådagård, in pubblico dominio

Il gioco dei dadi era una parte importante della vita degli antichi, almeno per quanto possiamo dedurre dalle testimonianze. Ha scelto di dedicare uno spazio a questo aspetto e a una riflessione sulle tattiche di gioco che avrebbero attuato Achille e Odisseo, anche attraverso il paragone con il backgammon. Quanto si può capire di una persona dal suo modo di gestire una tattica di gioco? Ha un qualche significato il fatto che Odisseo non sia mai rappresentato nell’atto del gioco, esclusa la partecipazione ai giochi funebri per Patroclo?

Si può giocare a dadi e si può partecipare a giochi in cui i dadi hanno un ruolo ma non esclusivo. I dadi rappresentano la sorte. Ma le nostre vite non sono soltanto affidate alla sorte bensì anche a quella forma di intelligenza umana che ha a che fare con la sorte. Questo è ciò che racconto attraverso il backgammon, come lo chiamiamo noi oggi. Un gioco antichissimo in cui sorte e intelligenza si dividono equamente le parti. Un gioco che è specchio di vita e così viene raccontato da Platone e Aristotele.

Non c’è dubbio che il modo in cui gli esseri umani giocano racconta molto bene la loro personalità. C’è chi vuole vincere distruggendo e chi vuole vincere nella bellezza. Generalmente questi ultimi sono coloro i quali godono di partite lunghe e rocambolesche, in cui l’intelligenza tenta di irretire la fortuna per creare un’opera d’arte. Spesso costoro sono detti perdenti. Spesso l’animo artistico è considerato perdente.

Ma cosa significa vincere? Sono questioni delicate. Achille è un virtuoso del tempo libero. Odisseo no. Odisseo vuole correre e per questo non ama giocare. Achille a backgammon vuole vincere con la bellezza. Odisseo, se giocava a backgammon, sceglieva la tattica più veloce e distruttiva. Il contrario dell’immagine a cui siamo abituati? Ecco la ricchezza di Omero di cui vi parlavo prima. Omero non finisce mai. Sta a noi leggerlo, rileggerlo, sognare, interpretare.

Achille Odisseo Matteo Nucci
Il corpo di Patroclo sollevato da Menelao e Merione, mentre Odisseo guarda. Rilievo etrusco del secondo secolo a. C., da Volterra e oggi presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

Achille e Odisseo sono eroi ma, come apprendiamo dalla lettura del suo libro, credere che che l'eroe sia una creatura sovrumana è una prospettiva fallace: essi altro non sono che uomini (e donne) nella propria completa realizzazione. Inoltre, mi sembra di intendere che in generale nella sua scrittura si insista molto sulla fragilità dell'eroe. Alla luce delle differenze e somiglianze tra Achille e Odisseo, ci può dire se ha una preferenza tra i due?

Che l’eroe sia un oltreuomo è veramente una stupidaggine che nei secoli ha prodotto mistificazioni e molta idiozia. L’eroe è uomo fino in fondo, ragione e sentimento, progetti e emozioni. L’eroe è chi sa piangere senza vergogna, come raccontavo nel primo libro della mia trilogia antica. Tutt’altra cosa è il supereroe. Che infatti non è umano, non ha poteri umani, ma superpoteri. Non so proprio perché Brecht ci abbia condannati a quella massima per cui sarebbero beati coloro che non hanno bisogno di eroi. Ma non è che Brecht sia possessore di verità assolute, no?

Quanto alle mie preferenze, credo siano evidenti. Io sono appassionato e impulsivo, non resisto alla tentazione di dire ciò che penso, non faccio molti calcoli. Al tempo stesso ho patito molto per la tentazione di guardare nel futuro e di prendere decisioni guardando nel futuro. Poi ho la mia vita, tutti abbiamo la nostra e ciascuno di noi ha vissuto i suoi grandi dolori. Certo, non posso dire come Achille che la sofferenza che ho provato, una sofferenza così grande, non la proverò mai più. Ma non mi sono risparmiato e cerco a modo mio di godere per quel che ho. La vita è un soffio. Sono assolutamente dalla parte di Achille.

Achille Odisseo Matteo Nucci
La copertina del saggio Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno di Matteo Nucci, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Extra

Di seguito la recensione del libro, a cura di Francesca Salvatori

Achille e Odisseo, dunque. Achille, il guerriero più forte dalla caviglia fragile e Odisseo, il migliore tessitore di inganni, che vive del proprio viaggiare.

Nel saggio di Matteo Nucci vediamo di loro il diverso rapporto con la verità, con la vita e con la morte, con la fragilità umana, con le scelte. Li vediamo diversi nel modo di guardare al passato e di desiderare il futuro. Odisseo al futuro guarda continuamente: pensare alle conseguenze è più importante che seguire l’impulso del momento. Se ti trovi in una grotta chiusa da un masso che solo un essere gigantesco come il Ciclope può spostare, non puoi ammazzare quella creatura, anche se nel frattempo sta facendo a brani i tuoi compagni. Odisseo è l’eroe che guarda al futuro trascurando il presente, ma è anche l’eroe che rifugge il passato: è molto suggestiva l’ipotesi formulata da Nucci in merito al canto delle Sirene, la cui arte sarebbe forse quella di raccontare a ciascuno la verità sul suo passato. Per questo Circe gli suggerisce il noto espediente di ascoltare il canto solo dopo essersi fatto legare dai compagni: Circe sa che Odisseo – che pure vuole ascoltare – non saprebbe più andare avanti una volta conosciuta davvero tutta la verità sul proprio passato.

Ulisse e le sirene. Mosaico pavimentale romano del secolo II d.C., da Dougga e oggi al Museo del Bardo a Tunisi. Foto di Giorces, modificata da Habib M'henni, in pubblico dominio

Ma chi di noi, alla fine, ci riuscirebbe?

«Come potremmo, tutti noi, resistere alla disperazione, quando ci venisse raccontata tutta la verità su ciò che abbiamo vissuto? […] Nessuna verità sul nostro passato ha senso se non quella che scaturisce dalla nostra indagine».

E Achille? Achille è il presente. Più giovane di Odisseo, bello, figlio di madre divina, Achille non guarda oltre la contingenza in nome della volontà di vivere. Achille reagisce all’ingiustizia perpetrata da Agamennone mentre gli altri eroi rimangono in silenzio, benché anche i loro bottini siano messi a repentaglio dal capo della spedizione. Achille non resiste quando Odisseo viene a cercarlo tra le figlie di Licomede: sua madre aveva tentato di nasconderlo travestendolo da ragazza, ma lui svela l’inganno, in cui è coinvolto senza averne preso l’iniziativa, perché troppo forte è il richiamo della battaglia. Eppure, Achille vuole vivere. Sa che il suo destino non prevede un ritorno dalla guerra di Troia, sa che la sua vita sarà breve, ma non si consegna a questa certezza.

Quando rifiuta le scuse di Agamennone, durante la nota ambasceria di Aiace, Fenice e Odisseo, Achille ricorda che per lui esistono due alternative: una vita breve e gloriosa o una vita lunga, ma senza la fama delle sue grandi gesta. Achille non ha dubbi, è meglio la vita, come la sua ombra dirà a Odisseo nell’Ade, è meglio la vita perché senza la vita è tutto perduto.

Achille vive un eterno presente, dicevamo, costruisce il suo tempo nella consapevolezza di non avere un futuro e ignorando questa consapevolezza. Odisseo vive sempre al futuro e, quando questo futuro sembra arrivare, ecco che sembra volerlo spostare sempre più in là. Persino il ritorno a Itaca non è altro che l’inizio di una nuova avventura. Chi dei due eroi vive davvero? Forse vivono solo in modo diverso?

Il saggio di Matteo Nucci, snello e di agile lettura, prende ciò che spesso è noto dei poemi omerici, o che spesso si crede di sapere, e ne fa miniera di spunti di riflessione. Laddove si senta il bisogno di un maggiore approfondimento, la bibliografia è ottima per indagare singoli aspetti che destino interesse o – nella sezione bibliografia ragionata – per cercare la spiegazione di scelte e interpretazioni. A modesto parere di chi sta scrivendo questa recensione, la lettura di questo saggio potrebbe essere stimolante anche per i giovani – che preferibilmente abbiano qualche nozione del mondo classico – perché, senza deturpare l’antico con letture decontestualizzate, e al netto di qualche semplificazione funzionale, racconta gli eroi come uomini nella propria piena realizzazione. Con tutte le differenze e le distanze tra noi e gli antichi, il bisogno di interrogarsi su cosa significhi essere uomini e donne non ci ha abbandonato.

«I poeti greci chiamarono effimeri quegli esseri condannati a vivere “un giorno soltanto” (ephemeros: da epi + emera ossia “di un giorno”). Sapevano bene, conoscendo a menadito Omero, che proprio la finitezza della vita umana la rende sacra e superiore alla vita immortale».

L’uomo non ha controllo sul tempo a propria disposizione, sa solo che questo tempo non è infinito. Proprio questa finitezza rende la sua condizione preferibile a quella degli immortali: ogni scelta è unica, la consapevolezza della fine dà senso a ogni obiettivo. Achille vive come se non sapesse che la sua vita è appesa a un filo: sa che non tornerà da Ilio, ma è in nome della vita che ha lasciato in patria, e che avrebbe desiderato coltivare, è in nome del padre che avrebbe voluto rivedere che consegna il corpo di Ettore a Priamo e condivide con lui il dolore per il destino che accomuna le loro famiglie. Odisseo rifiuta l’immortalità che Calipso gli offre, perché la condizione immutabile della dea, che mai invecchierà e mai vedrà la conclusione della propria vita, somiglia tanto alla morte. Achille si getta nella battaglia sapendo che ogni scontro può essere l’ultimo, e proprio in questa consapevolezza si fonda il grande valore che accorda alla vita. Desiderano avere la morte gli dei che vedono morire i propri amanti mortali.

Solo ciò che è effimero è eterno


Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi

Una sfumatura nell'arcobaleno dell'Ulisse di Joyce

Oggi vorrei chiedere ai miei lettori, esortandoli ad alzare la mano se, almeno una volta nella vita, hanno lasciato l’Ulisse di Joyce, sbuffando o imprecando, sul comodino senza finirlo.
Lo sapevo, abbassate pure le mani.
È successo anche a me, per ben due volte: la prima perché, arrivata al terzo episodio, non avevo capito niente; la seconda perché, arrivata al decimo episodio, non avevo capito niente.

Quando, però, al secondo anno di università, un mio docente di letteratura inglese mi disse che il fatto di non capirci nulla, nel caso dell’Ulisse, può essere nient’altro che un buon segno, ho ripreso il “mattone” dalla libreria ed ho cominciato a (ri)leggerlo. La prima traduzione che lessi fu quella del 1960 di Giulio De Angelis per Mondadori. Poi, colpita quasi più dalla copertina che dal piacere di averne una seconda edizione tra gli scaffali della libreria, comprai quella del 2015 di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi per Newton Compton.

Non potei fare a meno di notare, anche se non ero e non sono tuttora un’esperta di traduzione (o come si dovrebbe dire, sempre nel caso dell’Ulisse, di straduzione), che più che due differenti traduzioni di uno stessa opera, mi sono sembrati due libri totalmente diversi. Pensai di non averci capito nulla per la terza volta, quindi decisi di abbandonare definitivamente Leopold Bloom e “compagnia bella” per dedicarmi ad altro, magari a quel genere di letteratura che fornisce risposte, anziché offrire nuove domande. Del resto, se la vita è così complicata, perché dovremmo leggere libri, opere che la complicano ulteriormente e che conducono la mente in abissi profondi ed oscuri? È vero che siamo attratti inspiegabilmente da ciò a cui non possiamo dare una risposta e da ciò che non riusciamo a comprendere, ma a tutto c’è un limite (o forse no?).

Purtroppo, però, la mia infinita testardaggine e la profonda seduzione che, come una calamita, mi attraeva verso quella complicata odissea, non mi hanno permesso di abbandonare quelle righe. Ed oggi, a distanza di cinque anni dall’uscita e dalla lettura dell’edizione a cura di Terrinoni, sono grata di non averlo fatto.

Un’altra strada, infatti, si apre all’orizzonte di chi l’Ulisse lo ha letto o vuole cominciare a farlo: sto parlando della nuova traduzione di Mario Biondi, edita da “La nave di Teseo” (1067 pagg., 25 euro). Mario Biondi, scrittore, poeta, critico letterario e traduttore di altre 71 opere, nei Prolegomeni dell’Ulisse afferma: “Dopo aver ripreso più volte in mano il progetto negli anni ottanta e novanta, nel duemila avanzato – essendomi lasciato 71 traduzioni e con esse “un grande avvenire dietro le spalle” – ho creduto di potermi finalmente sentire adeguato al compito, quindi eccolo qui. È un testo di grandissimo fascino, in larga misura anche proprio per le sue oscurità volute o indotte, i suoi giochi di parole, le sue onomaturgie. È del tutto possibile che qualche errore mi sia scappato. Prego il lettore di perdonarmi e di ricordarsi che, gli “errori sono […] i portali della scoperta”.
Del resto, il 16 giugno del 1904, Leopold Bloom non fa altro che errare per le strade di Dublino, incontrando tante altre persone e incontrando, in esse, se stesso.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

“Segnaliamoli, quindi, questi presunti errori, e cerchiamo anche attraverso essi di procedere ad almeno qualcuna delle infinite – e sempre nuove, e capaci di rinnovare lo stupore a ogni lettura – scoperte che questo tempestoso testo consente”, continua Biondi.

E voglio sottolineare alcune parole chiave di questa affermazione, a me molto care: infinite scoperte.
Non è forse vero che, proprio quando si smette di cercare e si abbandona quella frenetica voglia ed incolmabile sete di risposte, si riesce a scoprire qualcosa che si svela davanti ai nostri occhi con significati e volti totalmente nuovi? E come potremmo scoprire, e svelarci a noi stessi senza entrare in contatto con l’altro? Senza sperimentare ciò che percepiamo come “straniero”, come altro rispetto a noi? L’Ulisse, se ci invita a perderci, ci esorta anche a diventare stranieri, ad accettare la diversità e a diventare l’“altro”.

Stranieri lo siamo tutti, anche se non lo ammettiamo quasi mai e facciamo ancor più fatica ad accettarlo, ad accettarci: siamo stranieri a chi ci vive accanto, a chi crediamo di conoscere, a chi non ci conosce e, soprattutto, stranieri a noi stessi: e grazie a questi errori di cui parla Mario Biondi nei prolegomeni, riusciamo a tradurre anche noi stessi. La nostra personalità, il nostro essere, in quanto esseri umani, è aperto a molteplici traduzioni: nessuna giusta o sbagliata, semplicemente diversa. Perché, quindi, non dovrebbero esistere più traduzioni di una stessa opera?

I “quattro Ulisse italiani” (perché non bisogna dimenticare anche la traduzione di Gianni Celati, da alcuni critici non accolta benissimo, per Einaudi del 2013) non potrebbero essere più diversi tra loro, ma nessuna delle traduzioni va ad “ammazzare” o ad eclissare le altre. Sono come sfumature di un arcobaleno dopo la tempesta dell’errore, del vagare di Leopold, del suo e del nostro errare.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

L’Ulisse, quindi, è un’opera costituita, più che da frasi e pagine, da un’intersezione di vie e di percorsi che solo il lettore può costruire, per poi percorrere, con i personaggi. Ed il suo autore non poteva lasciare compito più arduo non solo ai critici, ma anche ai traduttori come Mario Biondi (costretti a misurarsi e a rendere “leggibile”ciò che, ancor più che infinito, è incompiuto o addirittura non ancora cominciato), ed ai lettori, in balia di ciò che percepiscono più grande di loro, ma scritto per e a proposito di loro.

Un altro modo di scrivere Ulysses, titolo inglese dell’opera, potrebbe essere “Youlisses”, perché se è vero che Leopold Bloom è il moderno antieroe dell’Ulisse di Omero, Ulisse è un libro che si rivolge ad ogni “tu” che si appresta a leggere.
Ma Ulysses non riguarda un solo “tu”, ma va ancora oltre: è la coincidenza di tanti opposti “tu”che diventano un bellissimo “noi”. Sono i nostri destini che si incontrano e trovano infiniti modi di coincidere.

arcobaleno Ulisse Joyce
La copertina della nuova traduzione dell'Ulisse di James Joyce, a cura di Mario Biondi, pubblicato da La nave di Teseo


Roberto Mussapi i nomi e le voci

Il risonante richiamo del mito

Poesia e teatro custodiscono da sempre, in uno scrigno adamantino, il cuore fragile del mito, serbandone la ieratica verità in una dimensione capace di sollevarsi al di sopra del tempo. A questo principio immutabile e, in una certa misura, sacro paiono ispirarsi i monologhi in versi di Roberto Mussapi, composti nel corso della sua lunga e fertile produzione letteraria e da poco raccolti in una silloge - I nomi e le voci - edita da Mondadori, nella storica collana Lo Specchio. Sin dal titolo, così evocativo, si intuisce che la cifra che contraddistingue l’opera è la pluralità; dalla folla di volti, di maschere e di parole, emergono di volta in volta personalità uniche e dirompenti, che spiccano, oltre che per la loro irripetibile individualità, anche per i significati profondi di cui la loro storia è vibrante espressione.

Scongiurato il pericolo dell’anacronismo – perché il mito per la natura ribelle scavalca le leggi caduche del tempo –, come un demiurgo Mussapi opera sui personaggi dell’epica e della tragedia greca una sorta di palingenesi, permettendo ai protagonisti della classicità di pronunciare visioni rinnovate, all’insegna di una modernità ritrovata e incredibilmente sensuale. Così la sua Cassandra, profetessa troiana dalla voce inascoltata e franta, trascinata come bottino di guerra in un mondo che non ha bisogno di profeti, percepisce il fetore di sangue e morte nel palazzo degli Atridi, è tormentata dalle visioni di un mare che sanguina, e parla a se stessa dal dolore pungente della sua assoluta cecità; Eco, la risonante, la ninfa che si invaghisce di Narciso senza esserne ricambiata e che viene condannata a replicare in eterno un suono privo di significato, serba la memoria di un passato corporale, mentre in lei già dolora il supplizio di un presente mutilo: «A quel tempo non ero pura voce ma avevo un corpo, / e un tempo avevo anche la voce che senti, / che sta svanendo, ascolta, sta trapassando / a quella che sarà e che senti, al tuo presente». Il suo futuro è attesa e nascondimento, vergogna per un amore rifiutato, e voce, voce che «perdura, e ciò che vive è suono».

Particolare dell'opera Teseo e il Minotauro del Maestro dei Cassoni Campana (1510-15). Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Le immagini che da un testo all’altro si rincorrono evidenziano la rilevanza assunta, tra le sfere sensoriali, dal tatto: colpisce, in questo senso, l’esempio di Arianna, che nel ricordo alterna la sensazione della ruvidezza del filo tra le dita alla percezione altrettanto netta della sua assenza; nel sonno dell’abbandono sulla riva di Nasso, i due polpastrelli ora si sfiorano nudi, sono stati derubati della traccia tangibile di un legame salvifico, che aveva concesso alla fanciulla di essere vicina all’eroe nel suo oscuro viaggio verso il Minotauro e, soprattutto, nel ritorno alla luce. L’errore di Teseo, nella rilettura di Mussapi, consiste nel confondere amore e magia, attribuendo allo stratagemma del filo, e non al sentimento puro di Arianna, la riuscita dell’impresa: «e non è contro natura Teseo, / che non seppe riconoscere l’amore, / che usò il mio filo e lo spezzò come un fiore, / non è contro natura non capire, / non essere all’altezza dell’amore?». Anche le due voci di Penelope, che risuonano in una persona sola, proferiscono la palpabilità di una trama intrecciata di giorno e disfatta di notte in un lavorio incessante, e parlano di dita che il filo riga ora su ora: «Certo, raccontano, la moglie di Ulisse / non poteva non condividerne scaltrezza e acume, / ma questa è solo la verità apparente della storia. / Che fu tramata, questa sì, tramata / da quel disegno che muove le dita di una donna / nel buio della notte, per amore. / Che vuole dire non sottomettersi al tempo, / salvare con le mani il primo incanto».

Rudolf Seitz, Penelope alla tela in un tessuto (1893) dal Castello di Ratibor a Roth. Immagine CC0

Mussapi risale alla radice più profonda del significato del mythos, recuperandone la nodale valenza narrativa: le presenze che popolano la verticalità dei suoi monologhi si esprimono in versi, ma non si limitano a pronunciare i tormenti dell’io, anzi raccontano i destini dell’uno e del molteplice, gli impervi cammini che il poeta percorre per scovare l’alterità e partecipare della sua creaturale ferita. Dal buio oltremondano, Enea e Didone testimoniano la loro verità: e se il primo chiede salvezza e perdono («io lasciai lei e la vita, / per dare altrove vita ai miei morti»), la seconda nel fitto della tenebra si dice ferma nel ricordo di Enea («nella sua voce ancora mi tengo»). Altrettanto terribile risuona la condanna di Antigone, di fronte alla violazione del sacro confine tra i due regni, quello dei vivi, con le sue norme scritte, e quello degli inferi, con le sue leggi eterne e immutabili.

Dettaglio di affresco dalla Tomba del tuffatore a Paestum. Fotografia autoprodotta di Michael Johanning (2001) in pubblico dominio

Il viaggio nell’antico si conclude con le Parole del tuffatore di Paestum, che dal fondo dell’abisso consegna a suo figlio l’esperita certezza dell’eternità dell’amore, e con le Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, che nella lava incandescente riconosce la scintilla che avvampa dentro di sé da sempre e che lo riconduce a se stesso: «Arduo è durare, più raro esistere, / protrarre nella durata quella fiamma, / e solo in quella vampa io fui alla sua altezza». I voli di Mussapi proseguono nel vasto cielo di Shakespeare e nelle speziate notti arabe, per planare poi nella Grotta Azzurra in cui rendere onore al suo tempo e alle parole che, assecondando il richiamo del mito, possono talvolta salvare la vita.

Roberto Mussapi legge da I nomi e le voci.

Roberto Mussapi i nomi e le voci
La copertina del libro I nomi e le voci di Roberto Mussapi, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nella collana Lo Specchio