La mostra itinerante “Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea"

“Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea": è questo il titolo della mostra itinerante, visitabile dal 22 luglio e fino al 31 ottobre 2020, che l’Eforato delle Antichità delle Cicladi, in collaborazione con la Fondazione Culturale del Gruppo del Pireo, presenta al Museo Archeologico di Mykonos con il sostegno del Comune di Mykonos.

Entrata del Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

La mostra, vera e propria pietra miliare nelle scoperte archeologiche di questo periodo storico, si propone di far luce sugli aspetti ancora poco conosciuti del passato delle Cicladi. Oltre centocinquanta oggetti raccolti per la prima volta in un’unica esposizione, accuratamente selezionati, tra i quali figurano opere significative della ceramica, della metallurgia, dell’artigianato artistico e dei gioielli, che rivelano al pubblico la straordinaria cultura del complesso insulare cicladico.

La mostra, impreziosita da rappresentazioni audiovisive, propone di mostrare una serie composta da sezioni attraverso le quali si snodano gli assi fondamentali della vita degli isolani dell'epoca: un focus sulla vita quotidiana, sulla funzione cultuale, sui costumi funerari, sulla preparazione alla guerra. Dai racconti proiettati emergono aspetti della meravigliosa eredità micenea che furono fonte di ispirazione per le opere principali della letteratura mondiale, l'Iliade e l'Odissea.

A catturare l’attenzione è naturalmente il corredo funerario della tomba micenea ritrovata ad Aghia Thekla, nel nord dell’isola di Tinos. Il piccolo monumento, motivo principale della creazione di questa mostra, era già stato svelato durante i lavori di scavo effettuati nel 1979 dal defunto archeologo Georgios Despinis, originario proprio dell’isola.

Si tratta di una delle uniche tre tombe a volta micenee conosciute in ambiente cicladico ed è attualmente l'unico sito miceneo confermato sull'isola. Luogo di sepoltura di un genere di "aristocratici" vissuti tra il XIII e il XII secolo a.C., la tomba di Santa Tecla era stata utilizzata per ospitare più sepolture. La scoperta al suo interno di ceramiche, gioielli e oggetti in bronzo è una preziosa fonte di informazioni sulle pratiche di sepoltura, sull’arte e sull’organizzazione sociale nelle isole del Mar Egeo durante gli ultimi secoli del II millennio a.C.

Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea
Ceramica micenea dalla tomba di Angelika, 1400-1250 a. C. al Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

La mostra a Mykonos presenta anche reperti provenienti dalla tomba a volta di età micenea ad Angelika (Αγγελικά) a Mykonos, datata XIV-XIII secolo a.C. e situata vicino al capoluogo odierno. Vasi, sigilli e perle, alcuni dei quali esposti per la prima volta nel Museo Archeologico dell'isola, si distinguono per la loro somiglianza con i reperti della tomba a volta di Santa Tecla e completano l'immagine dei generi "aristocratici" delle Cicladi.

Ceramica micenea dalla tomba di Angelika, 1400-1250 a. C. al Museo Archeologico di Mykonos. Foto di Zdeněk Kratochvíl, CC BY-SA 4.0

Ma non è finita qui: oltre a Tinos e Mykonos, la mostra comprende opere antiche provenienti da altri importanti siti preistorici dell'Egeo, in particolare da Naxos, Delos, Paros, Milos, Sifnos, Thira e Kea, facendo immergere il visitatore in uno scenario complesso che rende giustizia della fisionomia e dell'importanza della civiltà micenea nelle Cicladi.

La mostra itinerante "Dal mondo di Omero. Tinos e Cicladi nell'era micenea" era stata presentata per la prima volta l'estate scorsa a Tinos, dal mese di luglio fino a novembre, al Museo della Lavorazione del Marmo della Fondazione Culturale del Gruppo del Pireo, a seguito della fruttuosa collaborazione dell'Eforato delle Cicladi con la Fondazione. Successivamente, è stata anche presentata ad Atene in collaborazione con lo splendido Museo Benaki.

La sua presentazione su un'altra isola cicladica, questa volta al Museo Archeologico di Mykonos, espande ulteriormente la cerchia di migliaia di visitatori, che avranno l'opportunità di ammirare per la prima volta un panorama completo della civiltà micenea nelle Cicladi.

Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea
La locandina della mostra “Dal mondo di Omero. Tinos e le Cicladi nell'era micenea"

Achille Odisseo Matteo Nucci

Achille e Odisseo: archetipi di umanità. Intervista a Matteo Nucci

Non erano forse Achille ed Ettore i due eroi omerici contrapposti per eccellenza? Sono loro che - nemici per necessità - si scontrano sotto le mura di Troia, che i greci assediano da dieci anni. Ettore è il figlio migliore di Priamo, re della città assediata, ed è l’uccisore di Patroclo, l’amico più caro ad Achille, che dalla sua morte sarà richiamato sul campo. Achille è l’eroe dei greci, e con la sua assenza – rabbiosa, per l’offesa arrecatagli da Agamennone, ma temporanea – aveva rischiato di segnare per sempre il fallimento della spedizione achea.

Peter Paul Rubens, Achille vainqueur d'Hector (1630), olio su tavola (108 × 127 cm), presso il Musée des beaux-arts de Pau. Foto di Tylwyth Eldar, in pubblico dominio

Ma è tra loro il vero scontro? Piccola anticipazione: no, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Achille ed Ettore non sono altro che la stessa tipologia di eroe – e dunque di uomo – solo collocato nelle due metà opposte del campo: sono l’uno il riflesso dell’altro, il loro scontrarsi è un guardarsi allo specchio. La vera contrapposizione è un’altra, ci spiega Matteo Nucci nel suo ultimo saggio (Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno, edito da Einaudi): i due archetipi di umanità, come racconta anche Elena, greca dentro le mura troiane, sono Achille e Odisseo.

Ulisse e Polifemo nel mosaico dalla Villa Romana del Casale. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro (2015), CC BY-SA 4.0

E con Matteo Nucci parliamo in questa intervista, per la quale lo ringraziamo. Dopo averla letta, non ve ne andate: a seguire troverete anche una recensione del saggio.

Achille in una ceramica policroma (300 a. C. circa). Foto di Jona Lendering - Livius.org, CC0

Achille e Odisseo sono personaggi molto noti anche a chi non frequenta abitualmente i classici. Perché proprio questi due eroi, messi a confronto?

Sono noti perché hanno un peso particolare nel gruppo ristretto degli eroi che combattono a Troia. Solo Ettore ne equipara la fama ma sul fronte opposto, quello troiano. Il motivo credo sia evidente fin dall’antichità ed è il cuore di questo libro: la loro opposizione caratteriale. Achille e Odisseo rappresentano due maniere opposte di vivere la vita, di guardare a ciò che dobbiamo o vogliamo fare e di impiegare la più grande ricchezza a nostra disposizione, ossia il tempo. Sono modelli agli antipodi. Astuzia contro schiettezza. Prudenza contro impulsività. Futuro contro presente.

Elena e Paride da un cratere a campana apulo a figure rosse, 380–370 a. C. al Musée du Louvre. Foto di Bibi Saint-Pol, in pubblico dominio

Un espediente utilizzato nel libro è quello di ampliare e rimodulare, attraverso riscritture, scene che vedono protagonista Elena, in parte già presenti nella tradizione. Da cosa deriva questa scelta di valorizzare il suo punto di vista nel racconto degli eroi?

Riscrivere Omero non ha senso. Sono contrario a qualsiasi attualizzazione o versione semplificata, in prosa o quel che è. Omero va letto e basta e si scoprirà la sua grandezza. Una delle più belle soddisfazioni è quando mi dicono: mi sono messo a leggere Omero grazie ai tuoi libri. Ciò non toglie che il mito non è cantato e raccontato soltanto da Omero. Ci sono aspetti di queste storie che altri mitografi hanno ricreato e riplasmato.

La potenza immortale del mito sta proprio nel fatto che si rinnovi sempre seguendo direzioni diverse. Io credo che la figura di Elena sia stata molto trattata per questioni in fondo poco decisive, come la bellezza quasi divina, la propensione al tradimento, l’abilità nella parola seduttiva. In realtà, leggendo Omero abbiamo l’impressione che la sua centralità abbia a che fare con una capacità unica di omprendere gli uomini con cui ha a che fare (tranne l’amante troiano Paride), con l’autorevolezza che le permette di indicare una via, con l’abitudine a scegliere senza rimpianti, a cambiare idea e adeguarsi alla realtà, con il senso pratico e con la parola attenta, sottile, precisa.

Elena è una grande conquistatrice più che una distruttrice – come si dice troppo spesso. Per questo riscrivo le sue storie. Letterariamente. Rifondo un’altra versione del mito. E uso uno stile mio ma che è evidentemente un uso moderno della maniera omerica. Tutto questo – ci tengo a dirlo – per la verità del testo, la sua ricchezza e la sua infinita apertura. Non per questioni di genere. Oggi si riscrive il mito dalla parte di quella o quell’altra eroina, come se Penelope fosse sempre stata offesa dal fedifrago Odisseo mentre Clitemnestra era umiliata dallo spirito di Agamennone  e così via. Io detesto le questioni rosa in letteratura, ma anche fuori dalla letteratura. Non c’è bisogno di limiti né di spinte alla correttezza che io francamente detesto. La letteratura fa da sé. Elena è una donna straordinaria. Ma i sostenitori delle questioni di genere non hanno neppure capito perché. Nei miei tre libri mitici (Le lacrime degli eroi, L’abisso di Eros, e Achille e Odisseo) lo dico e lo ridico molto spesso.

Francesco Primaticcio, Odisseo e Penelope, olio su tela (1563 circa). Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
Parlando degli amori di Odisseo, nel libro si ricorda il rischio di letture superficiali e banalizzanti: come si fa a raccontare i classici in modo accessibile senza cadere in interpretazioni fantasiose o decontestualizzate?

Leggendo i classici con passione e senza pregiudizi. Senza aspettarsi ciò che non c’è. Senza cercare conferme di un’idea. Ossia facendo tutto quel che si deve fare per vivere una giornata decente, ossia non sperare l’insperabile e non tentare di dare ordine al caos. Qual è il modo migliore per affrontare le nostre vite se non la critica continua, il dubbio, la domanda?

Ecco: Omero va letto così. Impossibile che sia banale o superficiale se si entra nei meandri delle sue contraddizioni, delle oscurità e del mistero. Ogni storia nasconde perle e spinge alla ricerca della luce proprio grazie al buio in cui ci immerge. Ma il pericolo più grande sta nella presunzione di chiarezza che si ha circa certi racconti, una presunzione che rende impossibile qualsiasi lettura che sia ricca di significati e di sfide al lettore.

Achille e Aiace giocano nell'anfora attica a figure nere di Exekias (530 a. C. circa). Dal Museo Gregoriano Etrusco, Sala XIX, Musei Vaticani. Foto di Jakob Bådagård, in pubblico dominio

Il gioco dei dadi era una parte importante della vita degli antichi, almeno per quanto possiamo dedurre dalle testimonianze. Ha scelto di dedicare uno spazio a questo aspetto e a una riflessione sulle tattiche di gioco che avrebbero attuato Achille e Odisseo, anche attraverso il paragone con il backgammon. Quanto si può capire di una persona dal suo modo di gestire una tattica di gioco? Ha un qualche significato il fatto che Odisseo non sia mai rappresentato nell’atto del gioco, esclusa la partecipazione ai giochi funebri per Patroclo?

Si può giocare a dadi e si può partecipare a giochi in cui i dadi hanno un ruolo ma non esclusivo. I dadi rappresentano la sorte. Ma le nostre vite non sono soltanto affidate alla sorte bensì anche a quella forma di intelligenza umana che ha a che fare con la sorte. Questo è ciò che racconto attraverso il backgammon, come lo chiamiamo noi oggi. Un gioco antichissimo in cui sorte e intelligenza si dividono equamente le parti. Un gioco che è specchio di vita e così viene raccontato da Platone e Aristotele.

Non c’è dubbio che il modo in cui gli esseri umani giocano racconta molto bene la loro personalità. C’è chi vuole vincere distruggendo e chi vuole vincere nella bellezza. Generalmente questi ultimi sono coloro i quali godono di partite lunghe e rocambolesche, in cui l’intelligenza tenta di irretire la fortuna per creare un’opera d’arte. Spesso costoro sono detti perdenti. Spesso l’animo artistico è considerato perdente.

Ma cosa significa vincere? Sono questioni delicate. Achille è un virtuoso del tempo libero. Odisseo no. Odisseo vuole correre e per questo non ama giocare. Achille a backgammon vuole vincere con la bellezza. Odisseo, se giocava a backgammon, sceglieva la tattica più veloce e distruttiva. Il contrario dell’immagine a cui siamo abituati? Ecco la ricchezza di Omero di cui vi parlavo prima. Omero non finisce mai. Sta a noi leggerlo, rileggerlo, sognare, interpretare.

Achille Odisseo Matteo Nucci
Il corpo di Patroclo sollevato da Menelao e Merione, mentre Odisseo guarda. Rilievo etrusco del secondo secolo a. C., da Volterra e oggi presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

Achille e Odisseo sono eroi ma, come apprendiamo dalla lettura del suo libro, credere che che l'eroe sia una creatura sovrumana è una prospettiva fallace: essi altro non sono che uomini (e donne) nella propria completa realizzazione. Inoltre, mi sembra di intendere che in generale nella sua scrittura si insista molto sulla fragilità dell'eroe. Alla luce delle differenze e somiglianze tra Achille e Odisseo, ci può dire se ha una preferenza tra i due?

Che l’eroe sia un oltreuomo è veramente una stupidaggine che nei secoli ha prodotto mistificazioni e molta idiozia. L’eroe è uomo fino in fondo, ragione e sentimento, progetti e emozioni. L’eroe è chi sa piangere senza vergogna, come raccontavo nel primo libro della mia trilogia antica. Tutt’altra cosa è il supereroe. Che infatti non è umano, non ha poteri umani, ma superpoteri. Non so proprio perché Brecht ci abbia condannati a quella massima per cui sarebbero beati coloro che non hanno bisogno di eroi. Ma non è che Brecht sia possessore di verità assolute, no?

Quanto alle mie preferenze, credo siano evidenti. Io sono appassionato e impulsivo, non resisto alla tentazione di dire ciò che penso, non faccio molti calcoli. Al tempo stesso ho patito molto per la tentazione di guardare nel futuro e di prendere decisioni guardando nel futuro. Poi ho la mia vita, tutti abbiamo la nostra e ciascuno di noi ha vissuto i suoi grandi dolori. Certo, non posso dire come Achille che la sofferenza che ho provato, una sofferenza così grande, non la proverò mai più. Ma non mi sono risparmiato e cerco a modo mio di godere per quel che ho. La vita è un soffio. Sono assolutamente dalla parte di Achille.

Achille Odisseo Matteo Nucci
La copertina del saggio Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno di Matteo Nucci, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Extra

Di seguito la recensione del libro, a cura di Francesca Salvatori

Achille e Odisseo, dunque. Achille, il guerriero più forte dalla caviglia fragile e Odisseo, il migliore tessitore di inganni, che vive del proprio viaggiare.

Nel saggio di Matteo Nucci vediamo di loro il diverso rapporto con la verità, con la vita e con la morte, con la fragilità umana, con le scelte. Li vediamo diversi nel modo di guardare al passato e di desiderare il futuro. Odisseo al futuro guarda continuamente: pensare alle conseguenze è più importante che seguire l’impulso del momento. Se ti trovi in una grotta chiusa da un masso che solo un essere gigantesco come il Ciclope può spostare, non puoi ammazzare quella creatura, anche se nel frattempo sta facendo a brani i tuoi compagni. Odisseo è l’eroe che guarda al futuro trascurando il presente, ma è anche l’eroe che rifugge il passato: è molto suggestiva l’ipotesi formulata da Nucci in merito al canto delle Sirene, la cui arte sarebbe forse quella di raccontare a ciascuno la verità sul suo passato. Per questo Circe gli suggerisce il noto espediente di ascoltare il canto solo dopo essersi fatto legare dai compagni: Circe sa che Odisseo – che pure vuole ascoltare – non saprebbe più andare avanti una volta conosciuta davvero tutta la verità sul proprio passato.

Ulisse e le sirene. Mosaico pavimentale romano del secolo II d.C., da Dougga e oggi al Museo del Bardo a Tunisi. Foto di Giorces, modificata da Habib M'henni, in pubblico dominio

Ma chi di noi, alla fine, ci riuscirebbe?

«Come potremmo, tutti noi, resistere alla disperazione, quando ci venisse raccontata tutta la verità su ciò che abbiamo vissuto? […] Nessuna verità sul nostro passato ha senso se non quella che scaturisce dalla nostra indagine».

E Achille? Achille è il presente. Più giovane di Odisseo, bello, figlio di madre divina, Achille non guarda oltre la contingenza in nome della volontà di vivere. Achille reagisce all’ingiustizia perpetrata da Agamennone mentre gli altri eroi rimangono in silenzio, benché anche i loro bottini siano messi a repentaglio dal capo della spedizione. Achille non resiste quando Odisseo viene a cercarlo tra le figlie di Licomede: sua madre aveva tentato di nasconderlo travestendolo da ragazza, ma lui svela l’inganno, in cui è coinvolto senza averne preso l’iniziativa, perché troppo forte è il richiamo della battaglia. Eppure, Achille vuole vivere. Sa che il suo destino non prevede un ritorno dalla guerra di Troia, sa che la sua vita sarà breve, ma non si consegna a questa certezza.

Quando rifiuta le scuse di Agamennone, durante la nota ambasceria di Aiace, Fenice e Odisseo, Achille ricorda che per lui esistono due alternative: una vita breve e gloriosa o una vita lunga, ma senza la fama delle sue grandi gesta. Achille non ha dubbi, è meglio la vita, come la sua ombra dirà a Odisseo nell’Ade, è meglio la vita perché senza la vita è tutto perduto.

Achille vive un eterno presente, dicevamo, costruisce il suo tempo nella consapevolezza di non avere un futuro e ignorando questa consapevolezza. Odisseo vive sempre al futuro e, quando questo futuro sembra arrivare, ecco che sembra volerlo spostare sempre più in là. Persino il ritorno a Itaca non è altro che l’inizio di una nuova avventura. Chi dei due eroi vive davvero? Forse vivono solo in modo diverso?

Il saggio di Matteo Nucci, snello e di agile lettura, prende ciò che spesso è noto dei poemi omerici, o che spesso si crede di sapere, e ne fa miniera di spunti di riflessione. Laddove si senta il bisogno di un maggiore approfondimento, la bibliografia è ottima per indagare singoli aspetti che destino interesse o – nella sezione bibliografia ragionata – per cercare la spiegazione di scelte e interpretazioni. A modesto parere di chi sta scrivendo questa recensione, la lettura di questo saggio potrebbe essere stimolante anche per i giovani – che preferibilmente abbiano qualche nozione del mondo classico – perché, senza deturpare l’antico con letture decontestualizzate, e al netto di qualche semplificazione funzionale, racconta gli eroi come uomini nella propria piena realizzazione. Con tutte le differenze e le distanze tra noi e gli antichi, il bisogno di interrogarsi su cosa significhi essere uomini e donne non ci ha abbandonato.

«I poeti greci chiamarono effimeri quegli esseri condannati a vivere “un giorno soltanto” (ephemeros: da epi + emera ossia “di un giorno”). Sapevano bene, conoscendo a menadito Omero, che proprio la finitezza della vita umana la rende sacra e superiore alla vita immortale».

L’uomo non ha controllo sul tempo a propria disposizione, sa solo che questo tempo non è infinito. Proprio questa finitezza rende la sua condizione preferibile a quella degli immortali: ogni scelta è unica, la consapevolezza della fine dà senso a ogni obiettivo. Achille vive come se non sapesse che la sua vita è appesa a un filo: sa che non tornerà da Ilio, ma è in nome della vita che ha lasciato in patria, e che avrebbe desiderato coltivare, è in nome del padre che avrebbe voluto rivedere che consegna il corpo di Ettore a Priamo e condivide con lui il dolore per il destino che accomuna le loro famiglie. Odisseo rifiuta l’immortalità che Calipso gli offre, perché la condizione immutabile della dea, che mai invecchierà e mai vedrà la conclusione della propria vita, somiglia tanto alla morte. Achille si getta nella battaglia sapendo che ogni scontro può essere l’ultimo, e proprio in questa consapevolezza si fonda il grande valore che accorda alla vita. Desiderano avere la morte gli dei che vedono morire i propri amanti mortali.

Solo ciò che è effimero è eterno


Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi

Una sfumatura nell'arcobaleno dell'Ulisse di Joyce

Oggi vorrei chiedere ai miei lettori, esortandoli ad alzare la mano se, almeno una volta nella vita, hanno lasciato l’Ulisse di Joyce, sbuffando o imprecando, sul comodino senza finirlo.
Lo sapevo, abbassate pure le mani.
È successo anche a me, per ben due volte: la prima perché, arrivata al terzo episodio, non avevo capito niente; la seconda perché, arrivata al decimo episodio, non avevo capito niente.

Quando, però, al secondo anno di università, un mio docente di letteratura inglese mi disse che il fatto di non capirci nulla, nel caso dell’Ulisse, può essere nient’altro che un buon segno, ho ripreso il “mattone” dalla libreria ed ho cominciato a (ri)leggerlo. La prima traduzione che lessi fu quella del 1960 di Giulio De Angelis per Mondadori. Poi, colpita quasi più dalla copertina che dal piacere di averne una seconda edizione tra gli scaffali della libreria, comprai quella del 2015 di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi per Newton Compton.

Non potei fare a meno di notare, anche se non ero e non sono tuttora un’esperta di traduzione (o come si dovrebbe dire, sempre nel caso dell’Ulisse, di straduzione), che più che due differenti traduzioni di uno stessa opera, mi sono sembrati due libri totalmente diversi. Pensai di non averci capito nulla per la terza volta, quindi decisi di abbandonare definitivamente Leopold Bloom e “compagnia bella” per dedicarmi ad altro, magari a quel genere di letteratura che fornisce risposte, anziché offrire nuove domande. Del resto, se la vita è così complicata, perché dovremmo leggere libri, opere che la complicano ulteriormente e che conducono la mente in abissi profondi ed oscuri? È vero che siamo attratti inspiegabilmente da ciò a cui non possiamo dare una risposta e da ciò che non riusciamo a comprendere, ma a tutto c’è un limite (o forse no?).

Purtroppo, però, la mia infinita testardaggine e la profonda seduzione che, come una calamita, mi attraeva verso quella complicata odissea, non mi hanno permesso di abbandonare quelle righe. Ed oggi, a distanza di cinque anni dall’uscita e dalla lettura dell’edizione a cura di Terrinoni, sono grata di non averlo fatto.

Un’altra strada, infatti, si apre all’orizzonte di chi l’Ulisse lo ha letto o vuole cominciare a farlo: sto parlando della nuova traduzione di Mario Biondi, edita da “La nave di Teseo” (1067 pagg., 25 euro). Mario Biondi, scrittore, poeta, critico letterario e traduttore di altre 71 opere, nei Prolegomeni dell’Ulisse afferma: “Dopo aver ripreso più volte in mano il progetto negli anni ottanta e novanta, nel duemila avanzato – essendomi lasciato 71 traduzioni e con esse “un grande avvenire dietro le spalle” – ho creduto di potermi finalmente sentire adeguato al compito, quindi eccolo qui. È un testo di grandissimo fascino, in larga misura anche proprio per le sue oscurità volute o indotte, i suoi giochi di parole, le sue onomaturgie. È del tutto possibile che qualche errore mi sia scappato. Prego il lettore di perdonarmi e di ricordarsi che, gli “errori sono […] i portali della scoperta”.
Del resto, il 16 giugno del 1904, Leopold Bloom non fa altro che errare per le strade di Dublino, incontrando tante altre persone e incontrando, in esse, se stesso.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

“Segnaliamoli, quindi, questi presunti errori, e cerchiamo anche attraverso essi di procedere ad almeno qualcuna delle infinite – e sempre nuove, e capaci di rinnovare lo stupore a ogni lettura – scoperte che questo tempestoso testo consente”, continua Biondi.

E voglio sottolineare alcune parole chiave di questa affermazione, a me molto care: infinite scoperte.
Non è forse vero che, proprio quando si smette di cercare e si abbandona quella frenetica voglia ed incolmabile sete di risposte, si riesce a scoprire qualcosa che si svela davanti ai nostri occhi con significati e volti totalmente nuovi? E come potremmo scoprire, e svelarci a noi stessi senza entrare in contatto con l’altro? Senza sperimentare ciò che percepiamo come “straniero”, come altro rispetto a noi? L’Ulisse, se ci invita a perderci, ci esorta anche a diventare stranieri, ad accettare la diversità e a diventare l’“altro”.

Stranieri lo siamo tutti, anche se non lo ammettiamo quasi mai e facciamo ancor più fatica ad accettarlo, ad accettarci: siamo stranieri a chi ci vive accanto, a chi crediamo di conoscere, a chi non ci conosce e, soprattutto, stranieri a noi stessi: e grazie a questi errori di cui parla Mario Biondi nei prolegomeni, riusciamo a tradurre anche noi stessi. La nostra personalità, il nostro essere, in quanto esseri umani, è aperto a molteplici traduzioni: nessuna giusta o sbagliata, semplicemente diversa. Perché, quindi, non dovrebbero esistere più traduzioni di una stessa opera?

I “quattro Ulisse italiani” (perché non bisogna dimenticare anche la traduzione di Gianni Celati, da alcuni critici non accolta benissimo, per Einaudi del 2013) non potrebbero essere più diversi tra loro, ma nessuna delle traduzioni va ad “ammazzare” o ad eclissare le altre. Sono come sfumature di un arcobaleno dopo la tempesta dell’errore, del vagare di Leopold, del suo e del nostro errare.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

L’Ulisse, quindi, è un’opera costituita, più che da frasi e pagine, da un’intersezione di vie e di percorsi che solo il lettore può costruire, per poi percorrere, con i personaggi. Ed il suo autore non poteva lasciare compito più arduo non solo ai critici, ma anche ai traduttori come Mario Biondi (costretti a misurarsi e a rendere “leggibile”ciò che, ancor più che infinito, è incompiuto o addirittura non ancora cominciato), ed ai lettori, in balia di ciò che percepiscono più grande di loro, ma scritto per e a proposito di loro.

Un altro modo di scrivere Ulysses, titolo inglese dell’opera, potrebbe essere “Youlisses”, perché se è vero che Leopold Bloom è il moderno antieroe dell’Ulisse di Omero, Ulisse è un libro che si rivolge ad ogni “tu” che si appresta a leggere.
Ma Ulysses non riguarda un solo “tu”, ma va ancora oltre: è la coincidenza di tanti opposti “tu”che diventano un bellissimo “noi”. Sono i nostri destini che si incontrano e trovano infiniti modi di coincidere.

arcobaleno Ulisse Joyce
La copertina della nuova traduzione dell'Ulisse di James Joyce, a cura di Mario Biondi, pubblicato da La nave di Teseo


Roberto Mussapi i nomi e le voci

Il risonante richiamo del mito

Poesia e teatro custodiscono da sempre, in uno scrigno adamantino, il cuore fragile del mito, serbandone la ieratica verità in una dimensione capace di sollevarsi al di sopra del tempo. A questo principio immutabile e, in una certa misura, sacro paiono ispirarsi i monologhi in versi di Roberto Mussapi, composti nel corso della sua lunga e fertile produzione letteraria e da poco raccolti in una silloge - I nomi e le voci - edita da Mondadori, nella storica collana Lo Specchio. Sin dal titolo, così evocativo, si intuisce che la cifra che contraddistingue l’opera è la pluralità; dalla folla di volti, di maschere e di parole, emergono di volta in volta personalità uniche e dirompenti, che spiccano, oltre che per la loro irripetibile individualità, anche per i significati profondi di cui la loro storia è vibrante espressione.

Scongiurato il pericolo dell’anacronismo – perché il mito per la natura ribelle scavalca le leggi caduche del tempo –, come un demiurgo Mussapi opera sui personaggi dell’epica e della tragedia greca una sorta di palingenesi, permettendo ai protagonisti della classicità di pronunciare visioni rinnovate, all’insegna di una modernità ritrovata e incredibilmente sensuale. Così la sua Cassandra, profetessa troiana dalla voce inascoltata e franta, trascinata come bottino di guerra in un mondo che non ha bisogno di profeti, percepisce il fetore di sangue e morte nel palazzo degli Atridi, è tormentata dalle visioni di un mare che sanguina, e parla a se stessa dal dolore pungente della sua assoluta cecità; Eco, la risonante, la ninfa che si invaghisce di Narciso senza esserne ricambiata e che viene condannata a replicare in eterno un suono privo di significato, serba la memoria di un passato corporale, mentre in lei già dolora il supplizio di un presente mutilo: «A quel tempo non ero pura voce ma avevo un corpo, / e un tempo avevo anche la voce che senti, / che sta svanendo, ascolta, sta trapassando / a quella che sarà e che senti, al tuo presente». Il suo futuro è attesa e nascondimento, vergogna per un amore rifiutato, e voce, voce che «perdura, e ciò che vive è suono».

Particolare dell'opera Teseo e il Minotauro del Maestro dei Cassoni Campana (1510-15). Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Le immagini che da un testo all’altro si rincorrono evidenziano la rilevanza assunta, tra le sfere sensoriali, dal tatto: colpisce, in questo senso, l’esempio di Arianna, che nel ricordo alterna la sensazione della ruvidezza del filo tra le dita alla percezione altrettanto netta della sua assenza; nel sonno dell’abbandono sulla riva di Nasso, i due polpastrelli ora si sfiorano nudi, sono stati derubati della traccia tangibile di un legame salvifico, che aveva concesso alla fanciulla di essere vicina all’eroe nel suo oscuro viaggio verso il Minotauro e, soprattutto, nel ritorno alla luce. L’errore di Teseo, nella rilettura di Mussapi, consiste nel confondere amore e magia, attribuendo allo stratagemma del filo, e non al sentimento puro di Arianna, la riuscita dell’impresa: «e non è contro natura Teseo, / che non seppe riconoscere l’amore, / che usò il mio filo e lo spezzò come un fiore, / non è contro natura non capire, / non essere all’altezza dell’amore?». Anche le due voci di Penelope, che risuonano in una persona sola, proferiscono la palpabilità di una trama intrecciata di giorno e disfatta di notte in un lavorio incessante, e parlano di dita che il filo riga ora su ora: «Certo, raccontano, la moglie di Ulisse / non poteva non condividerne scaltrezza e acume, / ma questa è solo la verità apparente della storia. / Che fu tramata, questa sì, tramata / da quel disegno che muove le dita di una donna / nel buio della notte, per amore. / Che vuole dire non sottomettersi al tempo, / salvare con le mani il primo incanto».

Rudolf Seitz, Penelope alla tela in un tessuto (1893) dal Castello di Ratibor a Roth. Immagine CC0

Mussapi risale alla radice più profonda del significato del mythos, recuperandone la nodale valenza narrativa: le presenze che popolano la verticalità dei suoi monologhi si esprimono in versi, ma non si limitano a pronunciare i tormenti dell’io, anzi raccontano i destini dell’uno e del molteplice, gli impervi cammini che il poeta percorre per scovare l’alterità e partecipare della sua creaturale ferita. Dal buio oltremondano, Enea e Didone testimoniano la loro verità: e se il primo chiede salvezza e perdono («io lasciai lei e la vita, / per dare altrove vita ai miei morti»), la seconda nel fitto della tenebra si dice ferma nel ricordo di Enea («nella sua voce ancora mi tengo»). Altrettanto terribile risuona la condanna di Antigone, di fronte alla violazione del sacro confine tra i due regni, quello dei vivi, con le sue norme scritte, e quello degli inferi, con le sue leggi eterne e immutabili.

Dettaglio di affresco dalla Tomba del tuffatore a Paestum. Fotografia autoprodotta di Michael Johanning (2001) in pubblico dominio

Il viaggio nell’antico si conclude con le Parole del tuffatore di Paestum, che dal fondo dell’abisso consegna a suo figlio l’esperita certezza dell’eternità dell’amore, e con le Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, che nella lava incandescente riconosce la scintilla che avvampa dentro di sé da sempre e che lo riconduce a se stesso: «Arduo è durare, più raro esistere, / protrarre nella durata quella fiamma, / e solo in quella vampa io fui alla sua altezza». I voli di Mussapi proseguono nel vasto cielo di Shakespeare e nelle speziate notti arabe, per planare poi nella Grotta Azzurra in cui rendere onore al suo tempo e alle parole che, assecondando il richiamo del mito, possono talvolta salvare la vita.

Roberto Mussapi legge da I nomi e le voci.

Roberto Mussapi i nomi e le voci
La copertina del libro I nomi e le voci di Roberto Mussapi, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore nella collana Lo Specchio

Creature di un sol giorno Mauro Bonazzi

Effimeri costruttori d'eterno

In tutte le cose cerchiamo di liberarci dell’opprimente senso della fine: aspiriamo faticosamente all’illimitato, rifiutiamo l’irrevocabile condanna alla comune finitudine; per quanto inermi di fronte alla morte, siamo condotti in avanti dalla forza misteriosa dell’esistenza, che egoisticamente dimentica il brivido malinconico del tramonto, rielaborandolo in slancio vitale. Su queste e altre idee medita in maniera approfondita, con risultati pienamente fruibili, Mauro Bonazzi in Creature di un sol giorno, un saggio recentemente edito da Einaudi che acquista particolare pregnanza in un momento in cui, alle paure ataviche, si sommano le istanze sollevate dalla più stringente attualità.

La riflessione dell’autore, che prende le mosse dalle considerazioni filosofiche dei Greci, giunge a conclusioni tuttora indiscutibilmente valide, poiché legate a interrogativi antichi che non smettono di tormentarci. Se la vita di ciascuno di noi è destinata all’oblio, allora quale valore ha? La minaccia della fine rischia di sottrarre senso all’esistenza, rendendola vana. Fede e scienza tentano di fornire risposte, l’una attraverso una promessa trascendente di salvezza eterna, l’altra attraverso una ricerca tecnologica finalizzata a prolungare le aspettative di vita. Eppure, restiamo irrimediabilmente creature di un sol giorno, come ricorda l’immaginifico titolo mutuato da un verso di Pindaro: la nostra è la condizione degli esseri inesorabilmente mancanti, desideranti, sempre in cerca di un completamento che ci ostiniamo a rintracciare nell’altro, ma che riguarda nel profondo solo noi stessi.

Sogni di un’ombra, siamo custodi di una tensione continua verso la conquista della felicità. E se Aristotele indica tre vie per raggiungerla – la vita nel piacere (il puro, quasi animalesco godimento), la vita politica (la condivisione di un nobile progetto comune) e la vita contemplativa (la conoscenza come piena realizzazione delle proprie potenzialità) –, Dante, mettendo Ulisse per l’alto mare aperto e proiettandolo verso un folle volo, mette a fuoco i limiti della filosofia e smaschera il fallimento della ragione umana, quando non è sorretta dalla grazia divina. Il Medioevo, pur facendo tesoro della lezione degli antichi, condanna la pretesa di poter realizzare il proprio anelito di conoscenza confidando esclusivamente nelle proprie forze e, con l’ennesimo, fatale naufragio di Ulisse – che di quella sete di sapere è simbolo – decreta la vanità dell’umana sapienza rispetto alla potenza infinita del Creatore. Le scoperte e gli studi scientifici di Copernico, Keplero e Galileo renderanno inutile la necessità di postulare l’esistenza di un ordinatore dell’universo (per dirla con Laplace, “Dio è un’ipotesi di cui non abbiamo bisogno”) e alla fine del XIX secolo Nietzsche dichiarerà, senza possibilità di appello, la morte di Dio.

Sebbene sia facile, in questo precario sconfinare, sentirsi precipitare nell’abisso, il viaggio verso la conoscenza continua: secondo Bonazzi l’eredità del filosofo, e quindi in un certo senso di Ulisse, è oggi nelle mani dello scienziato, che deve tuttavia fare i conti con le conseguenze etiche di questo cambio di prospettiva, destreggiandosi tra le domande che segnano il labile confine tra Bene e Male. Il dibattito è particolarmente acceso in questi anni, per esempio, intorno ai temi che riguardano la clonazione o l’editing genetico, così come lo è stato in passato in merito alle ricerche sulla fusione nucleare.

Le pagine più alte del saggio di Bonazzi sono probabilmente quelle dedicate alle considerazioni di Simone Weil, Rachel Bespaloff, Erich Auerbach, Hannah Arendt e Walter Benjamin, tutti pensatori ebrei o di origini ebraiche che, nel ribollire della storia novecentesca, sono stati costretti, di fronte al recupero trionfalistico del mondo classico da parte del nazismo, a spiegare la radice profonda della lezione omerica, che ha a che fare con la dignitosa consapevolezza della propria fragilità, più che con l’ostentazione invasata della forza.

Così, al cospetto della nostra umana fugacità, possiamo riconoscere che il desiderio di Bellezza che ci nutre vive della medesima forza delle pulsioni più basse che ci abitano ed è anzi in grado di soggiogarle; possiamo sforzarci di compiere un movimento di ascesa, per distinguere dietro al disordine e alla molteplicità un senso di unità che regge il tutto e gli conferisce senso; possiamo infine accettare l’idea che sia proprio la morte, con la sua ineluttabilità, ad attribuire un significato irripetibile al nostro passaggio su questa terra. Effimeri, cioè creature di un sol giorno, ma testardamente proiettati verso la dimensione dell’eterno: un pensiero di luce per questo tempo che sembra affondare nell’ombra.

creature di un sol giorno bonazzi
Copertina del saggio di Mauro Bonazzi, Creature di un sol giorno. I Greci e il mistero dell'esistenza, ET Saggi per Giulio Einaudi editore

Lusiadi

I Lusiadi e l'epica portoghese, tra orientalismo ed esotismo

Dal 1500 divenne una prassi dimenticare le vicende dei paladini carolingi o ai cavalieri della tavola rotonda e ispirarsi agli eroi contemporanei o ai condottieri delle crociate. L'esempio più illustre di questo atteggiamento poetico è la Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, dove gli eroi delle crociate come Goffredo di Buglione o Tancredi appartengono alla storia della conquista cristiana della Terra Santa. La passione di Tasso relativa alle vicende dei primi crociati si traduce in un rinnovato interesse per liberare il Santo Sepolcro, la Gerusalemme Liberata fu l'elisir che avrebbe dovuto ispirare tutti i cavalieri della cristianità; si denota la seria intenzione di creare il poema epico moderno. Sullo stesso piano di Torquato Tasso si staglia la figura di Luís Vaz de Camões (1524-1580), l'autore dei Lusiadi (1572) è sospinto dagli stessi eventi storici che hanno influenzato la Gerusalemme Liberata a creare un poema eroico e soprattutto nazionale.

Il poeta portoghese si ispira ugualmente a un personaggio storico e allo stesso tempo leggendario: Vasco de Gama. Il poema di Camões è un attacco alle finte epopee del passato, siano esse le gesta cavalleresche dell'Orlando Furioso o i mitici viaggi delle Argonautiche di Apollonio Rodio e Valerio Flacco. Camões si aggancia alla scrittura più classica, a testi come l'Odissea e l'Eneide, tanto che Gozzano lo etichetterà «pallido emulatore di Virgilio». I suoi eroi sono uomini che colonizzano e combattono per il Portogallo e contro nuovi mondi, come Ulisse a Troia per la gloria dei Greci e durante i suoi vagabondaggi mediterranei o come Enea, fondatore di una dinastia millenaria in lotta contro i latini, protetto dai penati salvati dalle ire degli Achei.

I Lusiadi, Canto IV, 87. Immagine di Igordeloyola, FAL

I Lusiadi condividono con la Gerusalemme Liberata l'interesse per l'Oriente, a cominciare dalla mitologica descrizione dell'aurora e dell'esotico cielo asiatico (Canto I Lusiadi, e IX Gerusalemme Liberata). L'Oriente “portoghese” è notevolmente più vasto e, nel canto X, a Vasco de Gama viene profetizzato il destino del Portogallo che da piccolo regno iberico diventerà un impero. Oltre al fascino che l'Oriente esercita su Torquato Tasso è necessario prendere in considerazione il punto di vista dell'Autore italiano sui popoli che non appartengono alla religione cristiana.

E qui specifico che non si parla esclusivamente di musulmani ma di quel vaso di Pandora in cui sono contenuti anche i popoli delle Nuove Indie occidentali. Se ad Est c'è l'Oriente infedele che ha conquistato la città santa di Gerusalemme, ad Ovest corrisponde il Nuovo Mondo selvaggio da civilizzare e cristianizzare. Basti vedere il canto XV, dove la Fortuna descrive i popoli oltre le colonne d'Ercole con "barbari costumi ed empi" tratteggiando i connotati di una (in)civiltà animalesca. Gli stessi stilemi usati dal poeta dei Lusiadi nel primo canto "Gli indigeni cresciuti sulla costa non han di leggi e civiltà nozione".

Nella versione, detta riformata, della Gerusalemme Liberata, cioè la Conquistata, affiorano ancora più ossessivamente i contrasti tra la civitas christiana e le barbarie dei popoli infedeli, gli eroi di queste genti sono sempre politeisti o idolatri e quindi degli incivili. Differentemente, i crociati guidati da Goffredo di Buglione sono chiamati «buon popolo di Cristo», «la gente fedel», e così via. Gli Arabi sono oltremodo dipinti malevolmente nella Gerusalemme Conquistata: «Arabi avari e ladroni in ogni tempo o mercenari» (canto IX), «Feccia del mondo, Arabi inetti» (canto IX).

Altro punto che accomuna il poeta portoghese e l'italiano è l'odio per i Turchi, ma la visione di Tasso è certamente più radicale; l'Islam è l'incarnazione del male e rovina del mondo. L'Oriente stesso smette di essere un luogo geografico ma diventa un piano demoniaco, estraneo alle terre cristiane e labirinto di magie oscure e blasfeme. Innegabilmente, Torquato Tasso è affascinato da questo mondo (basta leggere la Liberata), ma nella versione riformata il reale viene distorto e enfatizzato. Anche la sensualità orientale viene condannata e attaccata, invece Camões - seguendo maggiormente l'epos classicheggiante - fa ristorare i marinai portoghesi tra le affettuose attenzioni delle ninfe di un'isola incantata.

La Gerusalemme Conquistata orientalizza l'Oriente, come direbbe Edward Said, l'Oriente è visto e concepito solamente con il punto di vista cristiano-occidentale e per questo è (ir)reale. Infatti gli stereotipi non finiscono mai, l'Oriente è la terra dei despoti, dei traditori e degli usurpatori. Anche Camões condivide questi punti di vista, mettendo in luce il suo eurocentrismo, i popoli africani sono senza legge, avari e incolti. Il mondo asiatico e quello africano nel poema di Camões sono considerati inferiori, non toccati dalla religione cristiana e dalla cultura classica, questi spazi geografici sono l'ultimo gradino dell'humanitas.

Siamo di fronte a un paradosso, l'interesse congiunto di Tasso e Camões per i fatti storici, la geografia e per la verità scompare quando si deve descrivere il mondo orientale: contraddizioni, iperboli, pregiudizi, mistificazioni esotiche e leggendarie sono solo alcuni degli elementi che serpeggiano tra i due grandi poemi eroici. Ma l'Oriente favoloso affascina anche positivamente l'autore portoghese che si dilunga in curiose e divertenti descrizioni etnografiche dei popoli incontrati dal navigatore Vasco de Gama.

Alla spontaneità dei lusitani, i lusiadi-portoghesi, si contrappone sempre il dispotismo orientale indiano-islamico dei regni a cui approdano i naviganti iberici. I musulmani o gli indiani sono falsi, spergiuri e ipocriti oltre che perfidi e malvagi.

Lusiadi
La tomba di Luís Vaz de Camões al Monastero dos Jerónimos a Belém. Foto di Joaquim Alves Gaspar, CC BY-SA 3.0

Ovviamente l'aspetto diabolico e corrotto del mondo africano-asiatico non serve da contraltare al mondo europeo, quest'ultimo non è risparmiato dalle critiche aperte di Camões. L'Europa è corrotta e nessuna nazione può rivaleggiare contro l'umile e onesta popolazione portoghese. Tutti gli aspetti negativi sembrano scomparire davanti all'opulenza delle civiltà asiatiche o delle corti islamiche, l'esotismo è forte nel poema Lusiadi e Camões viaggiatore e uomo di cultura non resiste al fascino delle spezie, dei mari ignoti e delle bellezze orientali.

In Tasso e Camões sono notevoli e numerose le convergenze di pensiero riguardo l'Islam e l'Oriente, ma sono presenti anche diverse divergenze che ho cercato di far risaltare. Camões è attratto culturalmente dall'Oriente e non soffre - a differenza di Tasso - della pressione della Chiesa della Controriforma, non deve forzare la sua visione dell'Oriente. La sessualità non è un male equiparabile alla demoniaca eresia musulmana, l'Oriente è la culla di meraviglie e tesori che gli occidentali non possono comprendere. Tasso, seppur inizialmente interessato al Vicino Oriente, non riesce a non mistificarlo e demonizzarlo; Gerusalemme sarà sempre corrotta dal male, finché non sarà liberata dai mostri pagani dei musulmani. Non rientrando pienamente nella definizione di poema cavalleresco, I Lusiadi connotano felicemente gli interessi eroici, cristiani e culturali di un autore simbolo del rinascimento portoghese, criticato aspramente dagli studiosi per le numerose incongruenze logiche ma apprezzato da tutti i portoghesi che hanno voluto sognare.

Un plauso va all'editore Schegge Riunite per aver riproposto finalmente un testo così importante per letteratura rinascimentale e moderna.

Lusiadi
La copertina del poema I Lusiadi di Luís Vaz de Camões, pubblicato dall'editore Schegge Riunite

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Ate

Il μέμος ἄτης: l’errore involontario nella mentalità greca

Il μέμος ἄτης:

la concezione dell’errore involontario nella mentalità greca e le relative implicazioni letterarie

ὡς δ' ὅτ' ἂν ἄνδρ' ἄτη πυκινὴ λάβῃ,1

Come quando una grave colpa ha travolto un uomo.”

Ate
Giove assiso su trono con aquila respinge la figlia Ate. Calco di gemma neoclassica dalla Collezione Poniatowski. Il Principe Stanislas Poniatowski (1754-1833) commissionò la creazione di circa 2500 gemme, incoraggiando l'idea che fossero antiche. Molte delle gemme nella collezione si sono disperse e per non poche - come questa - non se ne conosce l'attuale collocazione. Foto: C. Wagner, Beazley Archive (CARC), Oxford University

Nel momento in cui ci si trova a voler analizzare un concetto, sono molte e complesse le tematiche vengono a proporsi, specie se si tratta di concetti relativi ad una cultura antica, come in questo caso quella greca. Esistono delle parole, soprattutto quelle che fanno riferimento a concetti astratti, che non è possibile tradurre e pretendere che restituiscano il loro significato così come sono state concepite. Nella società greca antica di epoca arcaica ci si era già posti il problema relativo alle implicazioni dovute a scelte e azioni sbagliate. L’individuo omerico distingue chiaramente l’atto volontario da quello involontario e ha la consapevolezza del fatto che se si agisce involontariamente non si ha colpa, sebbene oggettivamente la responsabilità delle proprie azioni ricada su di lui e sulle conseguenze delle sue scelte2, implicando di conseguenza delle ripercussioni a livello legale.

A tal proposito ritengo sia necessario prendere in considerazione i termini ατή e ηιμερος che indicano rispettivamente l’errore involontario e quello volontario, per i quali era poi inevitabile sfuggire alle implicazioni che da essi dipendevano. In altre parole, sebbene ci fossero due tipi di errori, uno dettato dalla volontarietà delle proprie scelte, l’altro presumibilmente imposto da una terza espressione, non vi era distinzione per quanto riguarda l’inevitabilità a cui si andava incontro. La distinzione verteva semplicemente sull’aition, ovvero sul motivo per cui tali azioni sono state compiute, a seconda che la cosa sia considerabile da un punto di vista soggettivo o oggettivo.3 Ma se Agamennone, dopo aver inflitto un torto ad Achille avesse agito secondo i criteri della propria volontà, di sicuro non avrebbe riconosciuto l’errore commesso così facilmente, conscio pertanto di dover pagare per le proprie azioni.

ἀλλὰ τί κεν ῥέξαιμι; θεὸς διὰ πάντα τελευτᾷ.4

ma che potevo fare? I numi tutto colpiscono.”

La giustizia greca arcaica non tiene conto dell’intenzione, quanto piuttosto ciò che conta è l’azione5. Non vi è evasione in senso giuridico, perché Agamennone stesso, alla fine del discorso dichiara:

ἀλλ' ἐπεὶ ἀασάμην καί μευ φρένας ἐξέλετο Ζεύς, ἂψ ἐθέλω ἀρέσαι, δόμεναί τ' ἀπερείσι' ἄποινα·6

Ma dal momento che ho errato, Zeus m’ha tolto la mente, voglio farne l’ammenda, dare doni infiniti.”

Da queste affermazioni, che ricalcherebbero una mentalità propria dell’uomo omerico, gli dei, in particolare Zeus7, ammaliano il senno degli umani, portandoli a compiere azioni che esulano il loro controllo mentale. Le azioni avventare sono pertanto sregolate, caricate di una buona dose di avventatezza, connotata dal verbo ἀάσθη8 (errare). Secondo un’analisi etimologica risulterebbe che a tale verbo possa essere ricondotto il concetto di τη (ate), inerente alla rovina, l’inganno, l’errore involontario, ed è su questo concetto che verte il presente contributo, che si prepone di fare un’analisi comparata tra il significato semantico del termine e le relative implicazioni letterario-mitologiche. Proprio dal passo in cui viene citata la tentazione che indusse Agamennone a fare un torto ad Achille si partirà per capire la natura dell’ate, per risalire alle cause della condotta umana da questa determinate.

Vi sono in Omero moltissimi passi in cui la condotta sconsiderata è attribuita all’ate, o indicata con il verbo affine, senza fare per forza riferimento all’intervento divino. L’avventatezza corrisponde dunque all’ate, o ne è un suo diretto effetto, che non implica alcuna percettibile colpa morale, ma solo un errore inspiegabile, e nel pensiero greco arcaico le cause inesplicabili dei comportamenti in generale sono attribuite a dei 9. Secondo l’interpretazione omerica degli elementi irrazionali nella condotta umana sono considerate ingerenze nella vita umana di operazioni non umane che, infondendo qualcosa all’uomo, influenzano il suo pensiero e il comportamento. Sempre, o molto spesso, secondo Dodds, ate è uno stato d’animo, uno smarrimento temporaneo dalla coscienza normale: si tratta di una pazzia temporanea e come tale attribuita a cause non fisiologiche o psicologiche ma a terzi10.

Nella variegata struttura di proiezione simbolica, che nel mondo greco è costituita dal mito, Ate diviene il nome di una divinità che rientra nella sfera di competenza Peitho, la persuasione, al cui valore lessicale sostanzialmente definito, si contrappongono valenze semantiche articolate e contraddittorie, che sconfinano in ambiti diversificati ma accomunati dal medesimo intento inerente alla “sottomissione”, dal momento che “persuadere” è “convincere qualcuno a credere, pensare, fare qualcosa con la piena adesione sentimentale ed intellettuale”11. Peitho a sua volta si pone sotto l’influenza di Afrodite, pertanto è possibile che l’errore in cui Ate induce possa essere in qualche modo collegato anche all’appagamento di determinate passioni scaturite dall’influenza di Afrodite12 e di Eros. A maggior ragione se consideriamo il fatto che si tratta di una divinità femminile, non a caso, dal momento che si aveva la concezione per cui le donne fossero potenzialmente pericolose in virtù delle loro armi di seduzione. Nella Grecia antica si associava la morte alle donne, rapporto che si chiarisce se ci si addentra in un’analisi della relazione in generale col genere femminile. Le donne sono altro, sono diverse e ignote nella loro natura, mutevoli e di conseguenza ambigue: come la morte, le donne sono incomprensibili essendo altro e come tali sono incontrollabili e pericolose, quindi nella trasposizione paradigmatica costituita dal mito è chiaro che le divinità o le creature potenzialmente pericolose attuano strategie di seduzione tramite mezzi subdoli.

Ate ha il potere di entrare nella mente di umani e divinità per indurli in errore: è la dea dell’inganno e la personificazione dello stato d’animo che induce in errore, delle azioni avventate e impulsive che conducono alla rovina. In ogni caso la natura subdola di Ate è ben radicata nella sua connotazione e ambito di riferimento, considerando per altro le personificazioni con cui sembra condividere una parentela: Apate (l’inganno), Ker (la morte violenta), Moros (il destino avverso). Si ritiene che Ate debba essere intesa come ad una forza che si insedia dall'esterno per volere di divinità13 che gerarchicamente stanno sopra di lei. L'uomo è impotente di fronte a tali forze e di conseguenza commette atti che poi si ritorceranno contro.

πρέσβα Διὸς θυγάτηρ Ἄτη, ἣ πάντας ἀᾶται, οὐλομένη· τῇ μέν θ' ἁπαλοὶ πόδες· οὐ γὰρ ἐπ' οὔδει πίλναται, ἀλλ' ἄρα ἥ γε κατ' ἀνδρῶν κράατα βαίνει βλάπτουσ' ἀνθρώπους· κατὰ δ' οὖν ἕτερόν γε πέδησε.14

Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta; essa ha i piedi molli; perciò non sul suolo si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, danneggiando gli umani: uno dopo l’altro li impania.”

Data l’impossibilità di resisterle, chi agisce sotto il suo influsso non era considerato colpevole. L’errore da lei provocato escludeva la responsabilità morale: si tratta di un errore diverso rispetto a quello definito dal concetto di hamartìa, il quale designa un errore con cause umane e intenzionali15. L’involontarietà dell’azione esclude la colpevolezza16. In ogni caso chi ha agito, sebbene involontariamente, per influsso di Ate, subisce gli effetti del male che scaturisce dall’errore commesso. La differenza tra hamartìa e la forza di Ate non sempre è netta come si potrebbe supporre: il significato più comune è quello di “rovina, distruzione, disastro, disgrazia”; la critica ha esaminato il concetto da un punto di vista stretto arrivando alla conclusione che si tratti di una forza maligna che si nutre dei desideri degli uomini traendoli in inganno17.

Nell’Odissea l’ate si attribuisce, per esempio, alle eccessive libagioni di vino:

ἆσέ με δαίμονος αἶσα κακὴ καὶ ἀθέσφατος οἶνος·18

mi colpì la mala sorte di un dio e il troppo vino”.

Definita irresistibile e pericolosissima, l’ate raggiunge i suoi subdoli scopi soprattutto in circostanze tali da rendere le menti più vulnerabili, agisce in tante e diverse occasioni, ma sempre e comunque producendo i medesimi effetti nefasti, come nel caso in cui causò la guerra tra Centauri e Lapiti alle nozze di Piritoo tramite l’azione inebriante del vino, il cui carattere sovrannaturale è implicito nella sua natura19:

ὁ δ' ἐπεὶ φρένας ἄασεν οἴνῳ, μαινόμενος κάκ' ἔρεξε δόμον κάτα Πειριθόοιο. […] ἐξ οὗ Κενταύροισι καὶ ἀνδράσι νεῖκος ἐτύχθη, οἷ δ' αὐτῷ πρώτῳ κακὸν εὕρετο οἰνοβαρείων.20

Appena offese la mente col vino, impazzito, compì male azioni presso Piritoo. […] Sorse da lui la contesa tra Centauri e gli eroi: ma, ubriacandosi, causò la sventura per primo a sé stesso”.

ate Centauri e Lapiti
Piero di Cosimo, La battaglia dei Centauri e dei Lapiti, olio su tavola (1505-1515), alla National Gallery di Londra. Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

Chi era sua vittima agiva senza rendersi conto di essere soggiogato21, ma è bene separare lo stato mentale dall’impulso dell’azione che ne deriva, come si evince dalle parole di Odisseo:

οὐδέ κεν Ἀργείη Ἑλένη, Διὸς ἐκγεγαυῖα, ἀνδρὶ παρ' ἀλλοδαπῷ ἐμίγη φιλότητι καὶ εὐνῇ, […] τὴν δ' ἦ τοι ῥέξαι θεὸς ὤρορεν ἔργον ἀεικές· τὴν δ' ἄτην οὐ πρόσθεν ἑῷ ἐγκάτθετο θυμῷ λυγρήν.22

Neanche Elena Argiva, nata da Zeus, si sarebbe congiunta con uno straniero in amore nel letto […] ma certo la spinse un dio a compiere l’ignobile azione: non da prima ebbe chiaro nell’animo l’accecamento funesto.”

In Omero però non è mai palesata una certa esplicita connessione con la rovina23 come avviene nei tragici, in cui il suo intervento implicava infatti un risultato di follia e rovina24. Sebbene la sua influenza si ripercuota spesso in azioni poco gradevoli, non bisogna necessariamente considerarla una forza maligna25. Secondo una concezione insita nella mentalità greca arcaica, sono tre le operazioni a cui è attribuita l’ate: a Zeus, o altre divinità; alla moira, alla quale si attribuiscono solitamente le cause di eventi inspiegabili26; alle Erinni, operatori immediati che favoriscono il compiersi della moira- presumibilmente da questa antica concezione deriva il loro ministero quali demoni dispensatrici di vendetta27.

Successivamente in epoca post omerica, Ate indica ancora una condotta irrazionale contrapposta alla condotta che tende razionalmente ad un fine, risiede ancora nel thymos28 (l’anima emozionale) o nelle phrenes29 (la sede delle emozioni) e le operazioni che la producono restano per lo più quelle omeriche, anche se si ha uno sviluppo importante nella sua concezione: l’ate viene moralizzata, viene rappresentata come un castigo. Con Euripide la responsabilità degli uomini tende a venire in primo piano e la responsabilità degli dei a retrocedere, da qua Ate è sostituita con altri processi per quanto riguarda il deragliamento della mente30: Ate diventa in epoca classica quell’anello mancante tra la teoria che vede gli uomini e gli dei vittime responsabili della loro stessa rovina31.

Da questo concetto deriva un’estensione del significato, applicata non solo allo stato d’animo ma anche alle rovine oggettive che ne derivano32, come i Persiani a Salamina, per esempio, che subiscono atai marine33. Da questo momento ate acquisisce il senso generale di rovina, benché nella letteratura conservi sempre il significato implicito di rovina determinata da cause soprannaturali, sconfinando poi in sensi ulteriori come strumenti dell’ira divina, così il cavallo di troia34. Si tratta di usi radicati nella mentalità greca che esprimono la coscienza di un misterioso nesso dinamico, il μέμος ἄτης come lo chiama Eschilo35, che lega insieme delitto e castigo, tutti gli elementi di tale unità costituiscono l’ate in senso lato36.

Da questo si distingue la concezione per cui ate si riferisca all’inganno voluto che sospinge la propria vittima a nuovi errori, intellettuali o morali, affrettandone la rovina.

Strettamente affini dunque gli impulsi irrazionali che, contro la volontà dell’uomo sorgono in lui per soggiogarlo e tentarlo37. A tal proposito Sofocle parla di Eros come una forza che disturba la mente retta per una sua distruzione38: si tratta pertanto di forze esterne che non fanno realmente parte dell’io perché non implicate sotto il dominio cosciente dell’uomo, sono dotate infatti di energia propria e perciò possono imporre una condotta estranea ed esterna.

Bibliografia

Cantarella 2018= E. Cantarella, “Sopporta cuore…” La scelta di Ulisse, Bari 2018.

Dawe 1968= R. D. Dawe, “Some Reflections on Ate and Hamartia.” Harvard Studies in Classical Philology, vol. 72, 1968, pp. 89–123. 

Dietrich 1964= B. C. Dietrich “XANTHUS' PREDICTION: A Memory of Popular Cult in Homer.” Acta Classica, vol. 7, 1964, pp. 9–24.

Dodds 2018= E. Dodds, I greci e l’irrazionale, Milano 2018.

Doria, Giuma 2017= F. Doria, M. Giuman, «Θύραζε Κᾶρεσ, οὐκ ἔτ' ʼΑνθεςτήρια» Alexipharmaka e apotropaia nei rituali dei Choes ateniesi, in OTIUM n. 2. 12, 2017, pp. 1-24.

Helm 2004= J. J. Helm, “Aeschylus' Genealogy of Morals.” In Transactions of the American Philological Association (1974), vol. 134, no. 1, 2004, pp. 23–54. 

Leitzke 1930= E. Leitzke, Moira und Gottheit im alten griech. Epos, Diss. Gottingen 1930, 20 n. 22

Pirenne- Delforge 1991= V. Pirenne-Delforge, Le culte de la persuasion. Peithô en Grèce ancienne, in Revue de l'histoire des religions, tome 208, n°4, 1991. pp. 395-413.

Wyatt 1982= W. F. Wyatt, Homeric Ath, in The American Journal of Philology, vol. 103, no. 3, 1982, pp. 247–276. 

1 Hom. Il. 24. 480.

2 Dawe 1968, 80.

3 Dodds 2018, 50.

4 Hom. Il. 19. 90.

5 Dodds 2018, 45.

6 Hom Il. 19. 137, 138.

7 Hom. Il. 9. 377: ἐκ γάρ εὑ φρένας εἵλετο μητίετα Ζεύς.: “chè il saggio Zeus gli ha portato via il senno.”

8 Hom. Il. 16. 685.

9 Dodds 2018, 48.; cfr. Hom. Od. 10. 68. In cui il sonno ha sortito ad Odisseo un effetto ingannevole.

10 Dodds 2018, 47.

11 Pirenne-Delforge 1991, 396.

12 Hom. Il. 3. 162-165.

13 Wyatt 1982, 249.

14 Hom. Il. 19. 91-95.

15 Per approfondimenti in merito: Cantarella 2018, 73-75.

16 Dawe 1968, 76.

17 Dawe 1968, 95.

18 Hom. Od. 11. 61.

19 Per approfondimenti si veda: Doria, Giuman 2017.

20 Hom. Od. 21. 297, 298; 303.

21 Dawe 1968, 73.

22 Hom. Od. 23. 218, 219; 222-224.

23 Hom. Od. 10. 68; 12. 372; 21. 302.

24 Helm 2004, 30.

25 Dodds 2018, 47.

26 Dodds 2018, 48.

27 Per la relazione Erinni-moira: Leitzke, 1930; Dietrich 1964.

28 Aesch. Sept. 686; Soph. Ant. 1097.

29 Aesch. Supp. 850; Soph. Ant. 623.

30 Dawe 1968, 101.

31 Dawe 1968, 99.

32 Dodds 2018, 81.

33 Aesch. Pers. 1037: φίλων ἄταισι ποντίαισιν.

34 Eur. Tro. 530: δόλιον ἔσχον ἄταν.

35 Aesch. Cho. 1076.

36 Dodds 2018, 81.

37 Dodds 2018, 84.

38 Soph. Ant. 791.


Little Boy di Lawrence Ferlinghetti: un secolo di auto-indagine

Infinito come una Route 66: così possiamo concepire l’esercizio metanarrativo di Lawrence Ferlinghetti in Little Boy. Un romanzo che non è un romanzo, ma molto di più. Little boy è un testamento spirituale di joyciana memoria, immenso come un Ulisse californiano, visionario come il canto di una poesia della Beat Generation.

Non è semplicemente un' autobiografia di quel ragazzino nato nel 1919 a Yonkers, New York, che “si sentiva completamente perso. Non sapeva chi fosse né da dove venisse", ma il tentativo più sperimentale di andare oltre la narrativa stessa, il ricordo e l’esperienza personale. Il libro del centenario Ferlinghetti scardina tutte le etichette del caso, dei generi e delle più asettiche nomenclature della letteratura “alta”.

Lawrence Ferlinghetti. Foto di Christopher Michel, CC BY-SA 4.0

“Non sono memorie, le memorie sono per le ragazze vittoriane. Non è nemmeno un’autobiografia, è semplicemente un io immaginario, il tipo di libro che ho scritto per tutta la mia vita. Diciamo che è un romanzo sperimentale.” Così ci suggerisce lo stesso autore parlando del suo lavoro; e leggendolo, come dargli torto? Un Io immaginario indomabile, inafferrabile e spesso incomprensibile.

Prima di comprare e leggere questo libro - edito da Clichy - allacciatevi le cinture di sicurezza, perché la prosa di questa leggenda della poesia americana è una supernova che sfreccia a 300 chilometri orari e ossida l’asfalto di tutte le autostrade del mondo. Il trip narrativo è indescrivibile, un arazzo retorico di rarissima potenza con un linguaggio ispiratissimo e colmo di citazionismi, erudizioni “beat” e richiami culturali così variegati da richiedere tutta l’attenzione del lettore.

Sembra un monologo senza un inizio e una fine o il mormorare sibillino di un’eterna divagazione, non c’è trama o messaggio; assistiamo alla potenza che diventa atto scrittorio, un flusso di coscienza possente che abolisce la punteggiatura stessa, come al tempo fece Saramago. Little Boy è un perpetuo divagare nel passato, nel cosmo di glorie perdute del calibro di George Whitman, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Samuel Beckett, Gregory Corso, William Burroughs e molti altri del magma “beat”. Fiorisce un’estetica anarchica nel destrutturare la propria coscienza, nel vivisezionare l’anima e lasciar fluire liberamente la linfa sanguigna della poesia. In sintesi, non c’è verso di uscire dal verso.

Little Boy è “un lungo respiro” di un uomo che va ormai oltre il centesimo anno d’età, che ci lascia come eredità un torrenziale inno alla filosofia e alla resistenza, alla lotta intellettuale contro i parossismi di cui il nostro mondo è vittima sacrificale. Si potrebbe dire molto di più, ma la verità è che tutto questo non è facile da spiegare, è un fardello emotivo non indifferente. Non rimane che leggere.

Little Boy di Lawrence Ferlinghetti
La copertina del romanzo Little Boy di Lawrence Ferlinghetti, per la collana di Edizioni Clichy. Traduttrice Giada Diano

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


«Non sei che una straniera»

Limiti e sconfinamenti costituiscono la cifra del nostro quotidiano andare: la razionalità e i compromessi del vivere civile impongono margini determinati entro i quali muoversi, ma puntualmente accade di imbattersi in situazioni che autorizzano deroghe impreviste. Varcare la soglia implica un superamento di sé e questo desta paure ancestrali, ma può permettere di accedere a un grado superiore di conoscenza. Nella Grecia del mito, Ulisse rappresenta l’eroe sempre teso verso un oltre, alla ricerca di un’Itaca che non è solo casa ma anche un destino. Ed è proprio il fato a trascinarlo nel vortice delle tempeste fino alla riva di Scheria, l’isola dei Feaci, dove la giovanissima principessa Nausicaa accoglie il naufrago e lo conduce supplice alla reggia di suo padre, il re Alcinoo. Il confine valicato da Odisseo non è solo metaforico, ma anche geografico, e ha pertanto ricadute politiche. Alla vista dello straniero nudo e sudicio, le ancelle scappano tra urla e schiamazzi, mentre i sovrani non si sottraggono alla legge dell’ospitalità, un vincolo sacro che prescrive, nonostante il comprensibile timore, di rifocillare e proteggere il profugo che giunga in terra altra privo di diritti. Violare quest’istituzione equivale a incorrere in un miasma senza precedenti, la contaminazione che colpisce non solo chi profana, ma l’intera comunità.

Se l’epica fornisce un esempio di accoglienza da parte di un re – come espressione dunque della decisione di un singolo –, il teatro offre la testimonianza di un dibattito pubblico quanto mai acceso: emblematico è il caso delle Supplici, la tragedia in cui Eschilo tratteggia la vicenda delle cinquanta figlie di Danao che, rifiutando con ostinazione il matrimonio con i propri cugini, fuggono dall’Egitto, giungono in terra argiva e chiedono asilo in nome di Zeus occupando un recinto sacro. L’assemblea della città legifera in favore delle Danaidi, garantendo loro la particolare condizione di cui godono i meteci: non cittadinanza a pieno titolo, ma diritto di residenza e commercio nella polis. Il coro di donne – che non si limita a svolgere il ruolo di commentatore, ma riveste importanza protagonistica – è guidato dalla corifea, cui si rivolge il padre, ammonendola: «Ricordati di saper cedere: non sei che una straniera, una fuggiasca bisognosa. Non conviene che il debole abbia lingua audace».

Arditi sono invece i supplici del XXI secolo in un dramma composto da Elfriede Jelinek, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2004. Sin dal titolo, Die Schutzbefohlenen, l’autrice rovescia il modello eschileo ponendo l’accento sul senso di costrizione: chiedere rifugio non è una libera scelta quando non si ha alternativa. Il testo, frutto di un work in progress tra il 2013 e il 2015, nasce da un fatto di cronaca – l’occupazione di una chiesa votiva a Vienna come gesto di protesta da parte di un gruppo di profughi contro le politiche del governo austriaco in materia di diritto d’asilo; la strage di Lampedusa del 2013 fornisce alla scrittrice un ulteriore spunto di riflessione sulle operazioni Mare Nostrum e Triton: «il mare è un buco», dicono coloro che hanno oltrepassato la soglia, quelli che sono venuti senza arrivare mai. «Dopo di noi il mare torna uguale finché arrivano i prossimi, uguale e calmo, con le sue onde tirabaci, no, non voglio dire adesso che ci ha attratti per farci finire nelle sue onde, sarebbe troppo gretto, sarebbe troppo opportuno e troppo gretto, anche se non c’è alternativa al gretto per me, per noi non c’è da tempo, non c’è mai stata, ma fa lo stesso!». Le lingue dei rifugiati sono taglienti e non mancano di smascherare le ipocrisie di un’Europa in cui il concetto di integrazione è ammantato di retorica (a tal proposito ci si domanda se sia opportuno o meno in questo tipo di rappresentazioni lasciare che i profughi interpretino se stessi) e l’esercizio di democrazia svuotato di significato: «Votate in ogni momento. A qual fine avete le elezioni? Non volete darci protezione. E i cittadini che hanno preso quella decisione, di allontanarci, di toglierci dalla loro vista, ora vanno a votare e votano per il loro benessere».

Egoismo, doppiezza, mancanza di trasparenza sono i limiti che la letteratura non teme di denunciare; d’altro canto la politica non può permettersi sconfinamenti: lo chiarisce bene Creonte, l’inflessibile re del mito, in Emone. La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato, un testo teatrale in napoletano letterario, scritto da Antonio Piccolo e pubblicato nel 2018. Al figlio che sommessamente ammette «Io non tengo respuoste, ma sulo demanne», il sovrano replica: «E chisto è no problema, pecché non so’ li regnanti che se puòteno stipare lo commodo de non dare respuoste. Li populani, li poeti, fors’anco li filosofi puòteno darse lo limite de le demanne. Nuie no. Lo potere non tene solo li privilegi, ma anco li doveri. La cetate dà a nuiautri lo govierno en cagno de chesta faccia tosta: chella de despenzare respuoste».

Il limite delle domande, prerogativa dei poeti. Interrogativi impellenti sono difficili da arginare quando si assiste a una tragedia come quella di Medea, la maga della Colchide che uccide i suoi figli allo scopo di punirne il padre, Giasone, colpevole di averla ripudiata per prendere in sposa la figlia del re e succedere al trono di Corinto. Un dubbio agita la mente della scrittrice Christa Wolf – nel bel mezzo di una campagna di diffamazione portata avanti nel 1990 dalla stampa occidentale contro gli intellettuali della DDR – spronandola a varcare il confine della tradizione: l’autrice si mette sulle tracce di fonti pre-euripidee, si imbatte negli studi di Robert Graves e scopre l’esistenza di una versione del mito secondo la quale non si è mai consumato l’infanticidio. «Gli uomini vogliono convincersi che la loro sfortuna viene da un unico responsabile, di cui ci si può sbarazzare facilmente», insegna René Girard, e Christa Wolf restituisce l’innocenza alla madre calunniata. In Medea. Voci (1996), la protagonista è solo un capro espiatorio: a lapidare i figli di Giasone sono stati gli stessi abitanti di Corinto, che hanno poi accusato e costretto all’esilio la straniera. Confessa Leuco, l’astronomo del re: «Provai pietà per i corinzi, popolo di miseri traviati che sapevano liberarsi dalla paura della peste e della minaccia dei moti celesti e della fame e dei soprusi del palazzo solo scaricando ogni responsabilità su quella donna». Medea, che porta il marchio della barbara, subisce le ferite che la cosiddetta civiltà non si vergogna di infliggerle; l’amore l’ha spinta a oltrepassare limiti geografici e sociali e, alla fine, non le resta che domandarsi: «In quale luogo, io? È pensabile un mondo, un tempo, in cui io possa stare bene? Qui non c’è nessuno a cui lo possa chiedere. E questa è la risposta».

Voci dal mito e dall’attualità, figure di naufraghi che abbracciano le ginocchia dell’ospite e figlie di re che recano ramoscelli, profumi di terre lontane che neanche sappiamo e del nostro mare sul cui fondale si putrefanno i cadaveri degli Enea di questo tempo, quelli che non hanno nome. Storie irreali che accadono ancora, che rubrichiamo alla voce “non ci riguarda”, che ci ingabbiano in paure senza confini, mentre chi dovrebbe dare risposte indugia in inopportune domande. Senza pretendere di avere la verità in tasca – ché non ne esiste una sola –, proviamo a rivolgerci al mito per poi tornare a posare lo sguardo su ciò che ci circonda. Chissà che non ci conduca altrove questo strano sconfinare, al di là della rabbia, fin dentro la comune radice dell’umano?!

straniera
Frederick Sandys, Medea, immagine in pubblico dominio

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight.


Fabrizio Pasanisi ci accompagna nella Dublino di James Joyce

Come potrebbe esistere Joyce senza Dublino, e, oggi, come potrebbe esistere Dublino senza Joyce?”

È con questo punto interrogativo con cui Fabrizio Pasanisi decide di aprire il suo libro, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore, edito da Giulio Perrone Editore (pp. 204, €15,00).

Al liceo o alla scuola superiore, se non anche all’università, ci hanno spiegato che uno dei cardini fondamentali della produzione letteraria di Joyce è proprio il rapporto con la sua terra, l’Irlanda, è quell’odi et amo che lo scrittore prova nei confronti della sua isola a dare vita alle sue opere, tanto amate, ma al tempo stesso anche odiate, perché non sempre comprese, dagli studenti.

Perché dovrei studiare Joyce?”

Cosa mi importa del suo rapporto con l’Irlanda?”

Alzate la mano se non ve lo siete mai chiesti almeno una volta, a scuola o in un’aula universitaria.

Ebbene, Pasanisi sembra rispondere in maniera chiara, ma esaustiva, alle nostre domande:

Joyce, come chiarito in una lettera, intendeva raccontare non come si viva a Dublino, ma come viviamo, noi tutti e dovunque, come sono fatti gli esseri umani e quali siano i loro caratteri, loro storie.”

Quindi non è solo un viaggio, un errare di carattere fisico tra le vie di Dublino per noi ed il nostro autore: il tutto si traduce in un errare della nostra mente che deve perdersi un po’ per potersi ritrovare tra le righe delle opere di Joyce.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Infatti, come ci spiega bene Pasanisi, per Joyce “la letteratura non serve a rassicurare, distrarre, o almeno non serve solo a questo.La letteratura può diventare enciclopedia, dove ogni sapere si mischia, e può diventare specchio in cui ognuno può ritrovarsi, scoprendo persino come funziona il proprio corpo.”

Nel libro dello scrittore napoletano non troviamo semplicemente un macchinoso riassunto della vita e delle opere di Joyce, ma abbiamo un quadro completo degli itinerari che Joyce compie nella sua Dublino durante i primi 22 anni vissuti nella capitale irlandese, dalla nascita all’”esilio forzato”, cominciato il 10 ottobre del 1904.

Pasanisi, nella prima parte del libro, quella dedicata proprio agli anni di Dublino, passa in rassegna tutti gli spostamenti ed i cambi di residenza che James, sin dai primi anni della sua infanzia, fu costretto a compiere per colpa delle ristrettezze economiche che colpirono la famiglia, anche in seguito alla perdita del lavoro come esattore fiscale da parte del padre, persona certo non incline al risparmio e ad una vita opulenta.

I continui cambi di casa non sono, per il nostro giovane James, l’unica occasione per girare quella che da lui veniva considerata la “mia cara, sporca Dublino”: o da solo, o con il caro fratello Stanislaus o con la giovane Nora, altro punto di riferimento fondamentale per Joyce, egli non faceva altro che trarre spunto e ispirazione dalle quelle strade, da quei luoghi, da cui nasceranno capolavori come Gente di Dublino, Un ritratto dell’artista da giovane, Ulisse e Finnegans Wake.

Nella seconda parte del libro, dedicata alla Dublino dei libri di James Joyce, Pasanisi ci parla di quali itinerari compiono, questa volta, i personaggi delle opere di Joyce.

L’autore parte dai primi esperimenti narrativi dello scrittore irlandese, le Epifanie e le poesie, per arrivare a tracciare una mappa dei luoghi percorsi dai protagonisti di Gente di Dublino, opera che “ritrae la classe sociale più vicina al giovane, quella della borghesia povera, fatta di insegnanti o piccoli commercianti, oltre alle tante figure del popolo.”

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Pasanisi parte da Great Britain Street, con il racconto Sorelle, per concludere il suo itinerario ad Usher’s Island, sfondo de I morti, dove Dublino “È ancora una città del passato, dove” le carrozze rimangono il mezzo di trasporto, “scomode e gelate, anche nella parte protetta destinata ai clienti.”

Il ponte James Joyce sul fiume Liffey ad Usher's Island. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Il libro di Pasanisi diventa un’ottima guida per il lettore, soprattutto per chi è alle prime armi con uno scrittore del calibro di Joyce, quando l’autore ripercorre i passi di Leopold Bloom, protagonista dell’Ulisse.

Il James Joyce Museum con la Torre Martello a Sandycove. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

In quel 16 giugno 1904 in cui l’opera si svolge, dalle otto di mattina e le prime ore del giorno successivo, cioè in quella stessa data in cui Jensen ora passeggiarono per la prima volta insieme, la fantasia si mischia alla testimonianza biografica, il sapere alla semplice osservazione, i personaggi che affollano la narrazione sono frutto di invenzione o di trasposizione, dalla vita alla pagina. Tutto è citazione, riferimento, simbolo.”

Usher's Quay a Dublino. Foto di Giuseppe Milo (Pixael), CC BY

L’autore napoletano decide di far terminare il nostro viaggio tra le pagine di Finnegans Wake, dove chi ha il coraggio di intraprendere questo folle percorso non fa altro che perdersi tra le righe di quelle non-parole di una non-lingua (che sembra racchiudere tutte le lingue del mondo) per ritrovarsi, forse ancor più smarrito di prima, tra le vie di quella amata e odiata Dublino, dalla quale Joyce non sembra mai essersi allontanato.

Fabrizio Pasanisi A Dublino con James Joyce
Copertina del libro di Fabrizio Pasanisi, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore