analisi biomolecolare arrivo Longobardi

L’arrivo dei Longobardi in Italia: un’analisi biomolecolare

L’arrivo dei Longobardi in Italia: un’analisi biomolecolare

Un nuovo studio coordinato dal Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia della Sapienza, in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Parma e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha ricostruito le dinamiche con cui i Longobardi arrivarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero Romano e si stanziarono sul territorio. I risultati del lavoro, pubblicati sulla rivista Scientific Reports, sono stati ottenuti attraverso analisi biomolecolari su denti e ossa di individui rinvenuti nella necropoli longobarda di Povegliano Veronese (VR)

analisi biomolecolare arrivo Longobardi
Il sito di Povegliano Veronese, lungo la Via Postumia, utilizzata dai Longobardi nel loro ingresso verso la penisola. Nel grafico sono indicate le firme isotopiche dello stronzio; la fascia grigia corrisponde al range di stronzio “locale”.

La grande marcia dei Longobardi nella nostra penisola comincia nel 568 d.C., quando i guerrieri dalle lunghe barbe cominciarono a premere imponentemente alle porte delle Alpi alla conquista di nuove terre.

Seguendo l’antica via Postumia, fondarono una serie di insediamenti, tra i quali Povegliano Veronese (VR), la cui area sepolcrale è stata oggetto di numerose indagini durante gli scavi archeologici condotti fra gli anni ’80 e ’90.

Oggi, un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports, risultato di una missione coordinata da Mary Anne Tafuri del Laboratorio di Paleoantropologia e bioarcheologia della Sapienza, ha ricostruito le dinamiche con cui i Longobardi arrivarono nella nostra penisola dopo la caduta dell’Impero Romano e si stanziarono sul territorio.

Il lavoro, svolto in collaborazione con il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), l’Università di Parma e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si è basato su analisi biomolecolari effettuate sui fossili di alcuni individui rinvenuti nella necropoli longobarda di Povegliano Veronese, con l’obiettivo di indagare la mobilità della popolazione germanica e gli aspetti socioculturali che ne sono conseguiti. Nello specifico, Mary Anne Tafuri e il suo team hanno esaminato la concentrazione di stronzio e ossigeno e dei loro isotopi stabili (atomi con numero di massa variabile) all’interno di ossa e denti di un “campione” di 39 individui inumati e 14 animali, selezionati fra i reperti emersi dalla necropoli.

L’ossigeno e lo stronzio, come tutti gli elementi naturali, hanno una distribuzione isotopica ben precisa che può però essere alterata da fattori biochimici e ambientali. L’aspetto interessante è che i valori relativi tali alterazioni risultano caratterizzanti per una determinata area geografica piuttosto che per un’altra.

“Rilevando questi dati biomolecolari - spiega Mary Anne Tafuri - abbiamo potuto evidenziare all’interno del campione una eterogeneità di valori ed effettuare una suddivisione statistica in tre “sotto-popolazioni”, distinte da firme geochimiche differenti: gli autoctoni, ovvero coloro che hanno trascorso a Povegliano Veronese tutta la vita; gli alloctoni, che arrivano nel Veronese nel corso della vita e gli outliers, individui con valori al di fuori della variabilità osservata nei primi due gruppi”.

I ricercatori hanno poi approfondito la provenienza e le dinamiche di mobilità di quella parte di comunità, circa il 26%, che non nacque a Povegliano ma vi migrò nel corso della vita, comparando i dati isotopici di questo gruppo con quelli di individui provenienti da altre necropoli longobarde.

I valori isotopici degli alloctoni di Povegliano sono risultati compatibili con quelli dei Longobardi sepolti nella necropoli ungherese di Szólád, una delle ultime località occupate dai Longobardi prima del loro arrivo in Italia, confermando la ricostruzione effettuata dagli studiosi.

Inoltre, grazie alle datazioni fornite dalle strutture tombali in cui sono rinvenuti gli individui e dagli oggetti di corredo, è stato possibile distinguere tra sepolture ascrivibili alla più antica fase d’uso della necropoli (fine VI – inizio VII secolo d.C.) e a quelle più recenti (prima metà VII – prima metà VIII secolo d.C.), cioè fra individui appartenenti alle prime generazioni di coloni e a quelle successive.

“Abbiamo dimostrato che tutti gli individui alloctoni rinvenuti nell’area sepolcrale di Povegliano Veronese appartenevano alle prime generazioni - aggiunge Mary Anne Tafuri - in quanto accompagnati da un corredo databile alla prima fase d'uso della necropoli, mentre quelli autoctoni, dunque nati e morti a Povegliano, sono caratterizzati da corredi più tardi”.

I risultati dello studio, che combina dati archeologici e isotopici, costituiscono un tassello importante nella ricostruzione delle dinamiche di insediamento e di mobilità dei Longobardi nel loro insieme, ma anche sulle modalità con cui questo popolo di guerrieri si è integrato nel contesto di una civiltà, dando vita a una cultura nuova, capace di coniugare la tradizione germanica con quella classica e romano-cristiana.

Riferimenti:

Strontium and oxygen isotopes as indicators of Longobards mobility in Italy: an investigation at Povegliano Veronese - Guendalina Francisci, Ileana Micarelli, Paola Iacumin, Francesca Castorina, Fabio Di Vincenzo, Martina Di Matteo, Caterina Giostra, Giorgio Manzi & Mary Anne Tafuri - Scientific Reports volume 10, Article number: 11678 (2020) DOI https://doi.org/10.1038/s41598-020-67480-x

 

Testo e immagine dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma sull'analisi biomolecolare relativa all'arrivo dei Longobardi in Italia.


Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba

Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba
Letteratura al femminile, una realtà non solo bizantina

La Graphe.IT si è distinta recentemente per la cura che dedica alle sue collane saggistiche, in particolare quella dedicata ai grandi protagonisti delle imprese belliche medievali e non (I Condottieri), e al titolo che oggi ho il piacere di presentare: Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba.

Il testo della professoressa Svetlana Tomin è volto a colmare diverse lacune nell'ambito accademico e divulgativo. In primis in Italia uno studio scientifico sul mondo culturale serbo è quasi del tutto assente, se escludiamo alcune pubblicazioni specialistiche e pressoché escluse dal circuito delle librerie. Inoltre, per una contingenza storico-culturale è opportuno - oltre che interessante - (ri)scoprire l'importanza delle figure femminili in seno alle corti ortodosse-slave, così da ridimensionare il monopolio letterario delle aristocratiche romane dell'Impero Romano d'Oriente.

Sono stati dedicati diversi studi al medioevo “bizantino” e alle opere nate in questo contesto da mano femminile, in particolare l'attenzione si è soffermata spesso su Casia (IX° secolo) e la principessa Anna Comnena (XI°- XII° secolo). Giudicando quest'ultime con un'ottica contemporanea, ovvero con una griglia di valori socio-morali figli del nostro pensiero, le figure sopracitate ci sembreranno pallide rappresentati del genere femminile poiché spesso incarnano valori materni, domestici e religiosi. Questa inclinazione è ovviamente sbagliata se non dannosa, le aristocratiche bizantine oltre ad essere delle avvenenti dame di corte detengono anche il massimo livello di istruzione possibile ai tempi, la loro formazione culturale veniva perennemente sostenuta dagli insegnamenti e dalle lezioni di maestri, monaci e tutori di livello.

Ciò è evidente nella Alessiade della principessa Anna Comnena (cfr. Anna la poetessa, Jaca Book), in cui viene celebrato in chiave epica il padre-imperatore, Alessio I Comneno. In questo testo sembra essere lontano e addirittura destrutturato le stereotipo della donna dedita alle letture agiografiche e alle sacre scritture, e anzi tra le righe appare una donna forte e caparbia, capace di riflettere sulle aspre realtà storico-culturali del tempo e sulla situazione geopolitica coeva alla sua vita, ovvero il complicato scacchiere della Terra Santa ai tempi della prima spedizione crociata.

Anna è una figura atipica, capace di giudicare una donna forte solo se in lei sono assenti le tipiche caratteristiche del gentil sesso (delicatezza, pietà, amore materno, dedizione etc etc), de facto l'Alessiade è un poema infuocato e guerresco figlio di un buio momento della aspra vita di Anna Comnena costretta a pagare con l'esilio in un monastero il suo tradimento contro il nuovo imperatore Giovanni I. In questa occasione sembrò proprio lei una delle figure più controverse ad organizzare la congiura, tant'è che suo marito Niceforo Briennio abbandonò le torbide manovre di deposizione e Anna esclamò “La Natura ha sbagliato i nostri sessi: avrebbe dovuto essere lui la donna”. Con questa breve panoramica ci rendiamo conto quanto nel mondo bizantino fosse importante il ruolo della donna all'interno del palazzo e della corte imperiale, non mancarono infatti altre letterate e abili politiche che si sobbarcarono numerose sfide come l'imperatrice Irene.

In egual mondo anche il mondo serbo presentò altrettante figure femminili di spicco: del resto era una della realtà politiche nell'orbita della cultura e del potere dell'Impero Romano d'Oriente e tali rapporti erano cementificati dalla comune religione ortodossa. In questo senso il mondo balcanico-carpatico si sentì sempre un figlio (a volte illegittimo) dell'aurea imperiale romana come del resto fecero la 'Rus e Kiev, al punto di vedere in questi regni una Terza Roma (Roma, Bisanzio, Mosca). I rapporti geo-politici tra gli stati slavi e Costantinopoli furono sempre altalenanti a causa di scaramucce, invasioni e periodi di pace. L'Impero Romano d'Oriente fu sempre attaccato verso i suoi confini, specialmente in Oriente da quando la sconfitta di Manzikert del 1071 sancì lo sgretolamento del potere romano in Anatolia e poi l'occupazione medio-orientale del Libano, delle terre di Canaan e della Siria per mano di crociati e selgiuchidi li scacciò dal quel prezioso quadrante. Per rimpinguare le casse e recuperare onore, gloria e terra Costantinopoli cercò di rintuzzare le scorrerie serbo-bulgare e albanesi e di ripagare gli invasori con altrettante razzie.

Questo è il mondo in cui le donne delle corti serbe furono allevate, ascoltando i racconti di gesta dai loro padri o tutori e imparando le preghiere e i precetti religiosi dalle loro nonne o monache di corte.
C'è da precisare che al pari del mondo bizantino, anche il regno serbo era di stampo cavalleresco e fomentato dai romanzi eroici. In particolare, la Serbia medievale fu pesantemente vessata dai nemici ottomani che invasero i suoi territori e ciò comportò una travolgente carrellata di cambiamenti. Per arginare lo strapotere turco, gli zar serbi e bosniaci misero insieme una coalizione e mobilitarono un esercito dalle notevoli dimensioni.

A fronteggiare il sultano Murad I ci furono diversi nobili condottieri dello scacchiere balcanico tra cui il Knez Lazar Hrebeljanović, Vuk Branković e Vlatko Vuković. Nella battaglia del Campo dei Merli (Kosovo Polje) del 1389, il fiore della nobiltà serba fu violentemente calpestato dallo stivale del neo sultano Bayazid il Fulmine che vinse repentinamente la battaglia e disgregò l'armata dei cavalieri crociati. Sul campo di battaglia morì anche il re-paladino Lazar Hrebeljanović, sancendo la disgregazione della potenza serba sul territorio e sconquassando gli equilibri tra Croazia, Montenegro, Albania, Bulgaria e la stessa Costantinopoli.

La sconfitta del 1389 scosse il mondo slavo-bizantino non solo sul piano politico militare ma anche su quello ideologico e poetico, se la “nobile sconfitta” dei cavalieri crociati ispirò numerosi componimenti epici allo stesso modo provocò un profondo trauma nel modus vivendi della nobiltà serba; tale sconfitta a favore degli infedeli sanciva la debolezza dell'arma medievale per eccellenza, ovvero la cavalleria medievale. Sul finire del XIV° secolo il cavaliere dei Balcani riflette sull'inefficienza della cavalleria e sul confusionario orgoglio che porta a una carica disperata e inutile; Kosovo Polje come la battaglia di Crécy del 1346, segna il tramonto della cavalleria medievale ma non arresta completamente il fervore crociato.

Milica di Serbia in un affresco dal Monastero di Ljubostinja, vicino Trstenik in Serbia. Opera di pittore serbo del XV° secolo, immagine in pubblico dominio

Bisogna tornare sull'armatura infangata e macchiata di sangue di Lazar Hrebeljanović per continuare a parlare di letteratura femminile serba, sarà la moglie del deceduto re serbo, Milica Nemanjić Hrebeljanović, a prendere le redini di un regno sull'orlo della distruzione. La capacità di Milica di districarsi tra le insidie degli Ottomani e le pressioni degli Ungheresi le conferisce subito un'aurea di pragmatica competenza politica che si traduce anche nel dare sua figlia Mileva in sposa al sultano vincitore Bayazid.

Del resto combattere era inutile, visto che l'esercito era stato letteralmente annientato dagli infedeli. Secondo la professoressa Tomin, Milica e Lazar simboleggiarono anche i due mondi del maschile e del femminile del Medioevo, da un lato il pater-dux artefice della gloria e della disfatta dei propri sudditi, su un altro piano la mater protettrice della vita e del focolare domestico. Analisi perfetta in questo caso.

Milica governò con saggezza e senso della misura e risollevò l'economia del regno stabilendo floridi legami con Ragusa e gli stati limitrofi, anche quando suo figlio Stefan divenne il sovrano legittimo lei continuò a dipanare i suoi ordini da dietro le quinte e garantì alla Serbia un periodo di tranquillità e ripresa. Inoltre fu una fervida religiosa che adempì ai suoi doveri di perfetta nobile cristiana, finanziando la costruzione di monasteri e sostenendo le opere pie. Inoltre fornì alle strutture ecclesiastiche diversi volumi e opere agiografiche. L'amore per i libri, la religione e la letteratura fu ereditato da sua figlia Jelena Balšić.

Jelena Balšić
Car Lazar i njegova porodica ("Lo Tsar Lazaro e la sua famiglia"), riproduzione di data ignota di una litografia datata al 1860, opera di Pavle Čortanović. Jelena Balšić è nel gruppo sulla sinistra, al centro, coi capelli scuri. Immagine in pubblico dominio

Sciorinare tutta la vita e la carriera di Jelena Balšić è certamente compito del libro analizzato in questa sede e non mio, perciò credo sia più consono limitarmi a citare alcune delle opere più interessanti della principessa e regnante serba Jelena Balšić.

Il manoscritto di Gorica fu scoperto nel 1902 nella capitale macedone Skopje da Svetozar Tomić e rappresenta uno dei testi più significativi per conoscere la regina serba, infatti è anche una fonte per apprendere i gusti letterari di Jelena Balšić. Il manoscritto è anche uno dei più importanti componimenti della Zeta medievale, ovvero l'odierno Montenegro e simboleggia l'importanza della religione ortodossa-bizantina nelle terre slave. Il testo fu scritto dalla mano del padre spirituale di Jelena ovvero Nikon il Gerosolomitano, in lingua servo-slava e con l'ortografia di Resava (semionciale corsivo).

Il testo, suddiviso in tre macro-parti, è una raccolta di epistole che furono scambiate tra Nikon e la sua regina Jelena e trattano i più disparati argomenti: dalla storia delle chiese e degli eremi di Gerusalemme alla geografia, per passare alla cosmografia o alle appassionate agiografie, fino alla geometria o allo studio delle regole monastiche. Perciò Il manoscritto di Gorica rientra nella nomenclatura dei codici medievali di natura miscellanea e enciclopedica.

Lo studio di questa forte regnante è affascinante perché ci porta a debellare i pallidi cliché che ancora ristagnano nei libri di storia, dove le figure femminili di questo livello sono occultate o deliberatamente snobbate. Infatti Jelena Balšić non fu solamente un'abile scrittrice e devota studiosa, ma riuscì con il suo carisma e la sua mente a influenzare l'intero mondo slavo, fino a trasmettere le sue volontà all'indipendente Ragusa; per alcuni momenti fu nel mirino degli Ottomani perché troppo “ribelle”.

Lo studio di questo saggio permette di conoscere il meraviglioso mondo slavo-ortodosso in tutte le sue implicazioni storiche, militari e culturali. Svolge così un ruolo di spartiacque tra la predominanza della cultura romano orientale e l'oblio per gli studi serbi: tale risultato è splendido e si concretizza nell'analisi storico letteraria di tutte le donne che hanno plasmato la forza culturale della Serbia.

Jelena Balšić
Copertina del libro Jelena Balšić e le donne nella cultura medievale serba, edito da Graphe.IT

“Transizione”: la scomparsa della cultura contadina ungherese nelle foto di Péter Korniss

“TRANSIZIONE”: la scomparsa della cultura contadina ungherese nelle immagini del grande fotografo Péter Korniss

A due anni dalla retrospettiva in patria arriva dal 10 aprile al 2 giugno al Museo di Roma in Trastevere la personale dell’artista magiaro

Péter Korniss mostra fotografica Transizione Museo di Roma in Trastevere Ungheria
Péter Korniss, Ad una fiera di Natale/At a Christmas Fair (2012)

Roma, 5 aprile 2019 – Considerato una delle personalità più significative della fotografia contemporanea ungherese, Péter Korniss approda a Roma con la mostra intitolata Transizione in programma al Museo di Roma in Trastevere dal 10 aprile al 2 giugno. L’esposizione, promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e organizzata dall’Ambasciata di Ungheria, Accademia d’Ungheria in Roma e Galleria Vàrfok di Budapest, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura, arriva a due anni di distanza dall’ottantesimo compleanno del fotografo e dalla retrospettiva monumentale a lui dedicata dalla Galleria Nazionale Ungherese.

La mostra curata da Krisztina Kovácsdirettore della Galleria Várfok di Budapest, si concentra principalmente sulla scomparsa della cultura contadina tradizionale nell'Europa orientale e si compone delle più emblematiche fotografie realizzate dall’artista nella sua lunga carriera. Dai suoi prima scatti del villaggio ungherese della Transilvania Szék (in romeno Sic), realizzate nel 1967, alla più recente e concettuale serie Guest Worker Women a Budapest (2014-17), Korniss ha rappresentato con occhio attento i cambiamenti e i segni irreversibili che la globalizzazione ha lasciato sulla cultura e sulla vita familiare delle comunità dei villaggi rurali.

Péter Korniss, Davanti agli scaffali/In Front of the Bookshelves (2015)

Divisa in quattro sezioni, allestite in ordine cronologico, la mostra vuole mettere in risalto lo sforzo coerente e il lavoro coscienzioso che hanno caratterizzato la carriera di Korniss per cinquanta anni, sottolineando al contempo la sua forte sensibilità fotografica, costantemente ravvivata e rinnovata nel tempo. Si comincia con la sezione del chiostro in cui prende vita il primo capitolo della mostra dal titolo Il passato 1967 – 1978, per poi proseguire con la seconda parte intitolata Transizione 1989 – 2016. Il terzo capitolo, invece, è dedicato completamente alla nota serie The Guest Worker, incentrata sulla vita dei pendolari tra la Transilvania e l’Ungheria. Queste opere, realizzate tra il 1979 e il 1988, sono ormai pietre miliari della fotografia – come la celebre immagine degli Armadietti per alimenti degli operai – la cui potenza espressiva offre ancora oggi spunti validi per gli artisti contemporanei ungheresi. L’esposizione si conclude poi con la quarta e ultima parte dal titolo Guest Worker Women a Budapest 2012 – 2015, con le fotografie più recenti dell’artista dedicate alle donne transilvane provenienti dal comune Szék (in romeno Sic), che lavorano a Budapest indossando ancora oggi i loro abiti tradizionali rossi.

PÉTER KORNISS

Korniss ha lavorato come fotoreporter per la stampa ungherese così come per altre riviste internazionali, tra cui il National GeographicGEO MagazineAironeFortuneForbes. Dal 1977 è stato membro della giuria del World Press Photo per tre anni.

Come fotografo documentarista ha trascorso più di cinquant’anni a registrare il modo di vivere e la cultura contadina in via di estinzione. Dalla fine degli anni ’70 ha iniziato a concentrarsi sulla vita dei pendolari e ha seguìto la vita di András Skarbit per oltre un decennio. La serie The Guest Worker (1988) è stata il primo progetto fotografico a lungo termine nella scena artistica ungherese ed è stata esposta in tutto il mondo, tra cui Monaco di Baviera, Stati Uniti, Praga, Bratislava, e una selezione è stata anche in mostra alla Royal Academy of Art di Londra.

Sui suoi progetti sono stati pubblicati dei libri importanti: Heaven’s Bridegroom (1975)Passing Times (1979)The Guest Worker (1988)Inventory (1998)Attachment (2008) e Continuing Memories (2017).

Le sue fotografie, esposte in diverse gallerie e musei in sedici paesi, sono reperibili nelle seguenti collezioni: Museo Ungherese della Fotografia (Kecskemét, Ungheria), Musée Nicephore Niépce (Chalon-sur-Saône, Francia), National Science and Media Museum (Bradford, Regno Unito), Museo Déri (Debrecen, Ungheria), Museo Laczkó Dezső (Veszprém, Ungheria), Galleria Nazionale Ungherese (Budapest, Ungheria), Getty Research Center (Los Angeles, Stati Uniti), The Archive of Modern Conflict (Toronto, Canada).

SCHEDA INFO

Mostra Péter Korniss: Transizione

Luogo Museo di Roma in Trastevere,

Piazza S. Egidio,1/b 00153 Roma

Apertura al pubblico 10 aprile – 2 giugno 2019

Inaugurazione 9 aprile 2019, ore 18.00

Orario Museo Da martedì a domenica ore 10.00 – 20.00

La biglietteria chiude alle ore 19.00

24 e 31 dicembre 10.00 – 14.00

Chiuso lunedì (ad eccezione di lunedì 22 aprile 2019, giorno di Pasquetta in cui il museo darà aperto al pubblico), 25 dicembre , 1 gennaio e 1 maggio.

Biglietteria Tariffe non residenti:

Intero: € 6,00

Ridotto: € 5,00

Tariffe residenti:

Intero: € 5,00

Ridotto: € 4,00

Gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Biglietto unico comprensivo di ingresso al Museo e alla Mostra

Acquistando la MIC Card, al costo di € 5,00 ingresso illimitato per 12 mesi

Salvo integrazione se presente altra mostra

Promossa da Roma Capitale - Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Ambasciata di Ungheria, Accademia d’Ungheria in Roma e Galleria Vàrfok di Budapest

Servizi museali Zètema Progetto Cultura

SPONSOR SISTEMA

MUSEI IN COMUNE

Media Partner Il Messaggero

Info Mostra Tel. 060608 (tutti i giorni ore 9:00 - 19:00)

www.museodiromaintrastevere.it

www.museiincomuneroma.it, www.zetema.it

 

 Testi e immagini da Ufficio stampa Accademia d’Ungheria in Roma e Ufficio Stampa Zètema - Progetto Cultura

 


In mostra a Palermo Robert Capa, l’emblema del fotogiornalismo di guerra

Il fotogiornalismo del Novecento presenta pochi personaggi di spicco, tra i quali emerge
indubbiamente Robert Capa. Fotografo ungherese il cui vero nome era Endre Ernő Friedmann
(1913-1954), fu reso celebre dai suoi suggestivi scatti nel corso di innumerevoli combattimenti, a tal
punto da esser definito dalla nota rivista britannica Picture Post “il più grande fotografo di guerra al
mondo”, nonché il primo. Difatti il coraggioso professionista fu testimone oculare dei più devastanti
conflitti del suo tempo, tra i quali la guerra civile spagnola, la Seconda Guerra Mondiale, la seconda
guerra tra Repubblica di Cina e l’Impero giapponese, il conflitto arabo-israeliano e la prima guerra
d’Indocina.

Esiliato dal suo paese natio, studiò giornalismo a Berlino ed iniziò a fotografare con la Leica, uno
tra i primi modelli del periodo che divenne ben presto all’avanguardia. Non possedeva inizialmente
distintive capacità tecniche, ma aveva compreso l’importanza del potere comunicativo della
fotografia nel descrivere la realtà. Aiutante di laboratorio nella rinomata agenzia fotografica
Dephot, per essa realizzò servizi fotogiornalistici relativi alla cronaca locale. Il direttore Simon
Guttam gli diede poi importanti commissioni, inviandolo anche in Spagna per dare testimonianza
della guerra civile appena iniziata. La foto qui assume un ruolo propagandistico primario:
riprendendo donne intente ad allenarsi a sparare, infanti impauriti e visi sofferenti, si ottiene il
supporto per la causa repubblicana. Oltre a riprendere la resistenza a Madrid e la capitolazione di
Barcellona, si recò in Francia in occasione dei tumulti di Parigi a seguito dell’elezione del Fronte
Popolare e successivamente per l’esilio dei soldati lealisti in campi d’internamento.

Robert Capa durante la Guerra Civile Spagnola, Maggio 1937. Foto di Gerda Taro

Lo pseudonimo di Robert Capa gli venne suggerito dalla compagna e collega Gerda Taro, per
incrementare il prezzo delle sue foto vendute come il prodotto di un misterioso professionista
proveniente dagli Stati Uniti. Tra gli ulteriori reportage ricordiamo il servizio sul Giro di Francia, il
documentario in Turchia, la stesura delle sue memorie di guerra per il progetto di divenire
produttore-regista hollywoodiano, poi abbandonato. Con i colleghi Henri Cartier-Bresson, George
Rodger, David Seymour e William Vandivert fondò l’agenzia fotografica “Magnum”, che stabilisce
tuttora i parametri estetici del fotogiornalismo. Ultimo incarico, la ripresa per “Life” della guerra in
Indocina ad opera dei francesi, durante la quale perse la vita nel corso di una missione militare
verso il delta del Fiume Rosso.


In sua memoria è stato istituito il Premio annuale Robert Capa e l’International Center for
Photography. In occasione del settantesimo anniversario della nascita di Magnum Photos, in onore
del grande fotografo ha attualmente luogo la mostra “Retrospective” nel Real Albergo dei Poveri a
Palermo. Ultima settimana per potervi partecipare, ammirando i notevoli scatti in bianco e nero da
lui realizzati tra il 1936 ed il 1954, tra cui le uniche foto professionali dello sbarco in Normandia.
Mostrano povertà, dolore, disordini ed efferatezze belliche, oltrepassando la barriera con il soggetto
ripreso. Testimonianze dirette della sua presenza sul luogo, dal primo incarico internazionale alla
conferenza di Trotskij (1932) sino all’anno della sua scomparsa in Vietnam a causa di una mina
anti-uomo.

L’organizzazione della mostra è affidata a Civita con l’ausilio di Magnum Photos e la Casa dei Tre
Oci, promossa dall’Assessorato Regionale ai beni culturali e all’identità siciliana in corrispondenza
di “Palermo Capitale della Cultura 2018”. L’esposizione, fedele al progetto originario di Richard
Whelan, è curata da Denis Curti ed espone 107 foto suddivise cronologicamente in dodici sezioni:
Copenhagen 1932, Francia 1936-1939, Spagna 1936-1939, Cina 1938, Gran Bretagna e Nord Africa
1941 - 1943, Italia 1943 - 1944, Francia 1944, Germania 1945, Europa orientale 1947, Israele 1948-
1950, Indocina 1954. Dunque la collezione mostra il pregevole ed instancabile operato di Capa,
distinguendolo in relazione al conflitto ritratto. Ai reportage sulla resistenza dei cinesi all’avanzata
giapponese (1938) seguono le immagini da corrispondente in Africa settentrionale ed in vari campi
di battaglia durante la seconda guerra mondiale: immortalò infatti lo sbarco in Sicilia da parte degli
alleati e la successiva avanzata sino a Napoli e Cassino, la liberazione di Parigi (1944) e, dopo la
discesa in paracadute insieme ai soldati statunitensi nel territorio tedesco, ne documentò
l’occupazione. Vi sono testimonianze anche del suo soggiorno in Russia, in Israele durante la
fondazione dello stato nel 1948 ed infine in Indocina durante i combattimenti. Una sezione speciale
è dedicata alla Sicilia, dove operò nel 1943 cogliendo le reazioni di giubilo della popolazione
all’arrivo delle truppe alleate.

La rassegna illustra la capacità dell’autore di andar contro la tendenza disumanizzante della lotta,
dando enfasi all’uomo, alle sue espressioni e gestualità. Come espresso dal suo amico John
Steinbeck, Capa ha ripreso le emozioni della battaglia, il terrore e la sofferenza umana attraverso il
volto di un fanciullo. Tra le sue immagini più celebri vi è “il miliziano colpito a morte” dai
franchisti a Cordova, scatto che lo rese famoso in tutto il mondo, sebbene se ne discuta ancora
l’autenticità. Dinnanzi alle accuse di aver creato la foto ad hoc, egli stesso asserì invece di averla
scattata senza inquadrare il soggetto, poiché aveva la macchina fotografica posta sul capo. Aveva
un’attrazione inusuale per il pericolo, pronto a fronteggiare la morte pur di narrare senza filtri la
cruda realtà della guerra.

L’esposizione fotografica è affiancata dalla proiezione del documentario “Robert Capa: in Love and
War”, realizzato nel 2003 dalla regista Anne Makepeace. Si tratta di rari materiali di archivio,
unitamente ad interviste a parenti, amici e colleghi tra i quali il fratello Cornell, Henri Cartier-
Bresson, Marc Riboud, Elliot Erwin e Isabella Rossellini. Infine vi è un’area dedicata ai Ritratti di
persone a lui legate, come Ingrid Bergman, Gary Cooper, Ernest Hemingway, Henri Matisse e
Pablo Picasso, in quanto durante la sua intensa carriera raffigurò anche la ricca vita decadente di
alcuni abbienti europei del suo tempo.

Termina così una rassegna che illustra la vita e l’attività di questo grande fotogiornalista, di cui è
esposto un ritratto scattato nel 1951 da Ruth Orkin. Il percorso è spiegato da un’audioguida in
lingua italiana ed inglese, inclusa nel prezzo d’ingresso. C’è tempo fino al 23 settembre per poterla
ammirare, osservando da vicino realtà che hanno segnato la storia del mondo grazie alla bravura di
questo impavido professionista. Concludiamo con la sua più nota citazione: “Se le tue foto non sono
buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”. Onore al coraggio.

Morte di un miliziano. Foto di Robert Capa, 1936

Giorni e orario di apertura: da martedì a domenica, ore 10:00 – 19:00 (ultimo ingresso alle ore
18:00). Lunedì chiusura.

Prezzo d’ingresso: Intero 10,00 euro. Ridotto 9,00 euro. Ridotto speciale 4,00 euro.

Info: Tel. 091 7657621; https://www.mostrarobertcapa.it/


Nuovo studio interdisciplinare getta luce sulle prime comunità di Longobardi

Nonostante i secoli di studi e ricerche, rimane ancora assai dibattuto il periodo di migrazioni che ebbero luogo in Europa tra il quarto e il sesto secolo. Quell'epoca si caratterizzò per il verificarsi di importanti cambiamenti di carattere socio-economico nel continente, oltre che per il declino dell'Impero Romano d'Occidente.

Gli autori di un nuovo studio, pubblicato su Nature Communications, hanno analizzato il DNA antico ricavato da 63 campioni provenienti da due cimiteri (Collegno in Piemonte e Szólád in Pannonia, nell'attuale Ungheria) in precedenza associati alla presenza longobarda. Dopo aver invaso la Pannonia nel 568 d.C., i Longobardi regnarono su gran parte dell'Italia per oltre duecento anni.

A guidare lo studio il professor Patrick Geary dell'Institute for Advanced Study, il professor Krishna Veeramah della Stony Brook University statunitense, il professor Johannes Krause del Max Planck Institute for the Science of Human History da Jena, in Germania, e il professor David Caramelli dell'Università di Firenze.

Cartina con il Regno Longobardo e la Pannonia, e i due cimiteri oggetto di sequenziamenti. Credits: Krishna R Veeramah

Il nuovo studio getta luce sulla formazione di queste comunità, su come vivevano queste popolazioni e sull'interazione con le popolazioni locali, che si suppone andassero a dominare. Il denso campionamento rivela che ciascun cimitero era primariamente organizzato sulla base della stirpe, suggerendo quindi che le relazioni di carattere biologico giocassero un ruolo importante in quelle prime società medievali. Si è quindi identificata una struttura genetica con almeno due gruppi aventi una stirpe differente, e molto diversi in termini di costumi funerari.

Entrambi i cimiteri sono organizzati sulla base di principi di carattere biologico. Le tombe a Szólád risalgono al secondo terzo del sesto secolo e sono prevalentemente maschili. Si suggerisce che i Longobardi occuparono quest'area per venti o trent'anni, erano insomma una comunità molto mobile. Gli individui con una dieta più ricca in proteine animali occupano un ruolo prominente.

Il cimitero a Collegno fu invece utilizzato dal tardo sesto secolo fino all'ottavo secolo, il primo periodo del Regno Longobardo in Italia. Qui siamo invece di fronte a una comunità da molte generazioni in Italia e a una ben maggiore mescolanza tra i gruppi genetici, ma si potrebbe suggerire un'influenza dominante esercitata dai nuovi arrivati sulle popolazioni locali.

Come spiega il professor Patrick J. Geary, prima di questo studio non si era notata, né ci si aspettava, una così forte relazione tra background genetico e cultura materiale. Questo suggerirebbe che le comunità in questione fossero caratterizzate da individui aventi un background genetico differente, che fossero consapevoli di queste loro differenze e che questo influenzasse la loro identità sociale. Le tombe aventi un più ricco corredo funerario, con spade e scudi per gli uomini e spille e collane per le donne, risultano essere associate ad individui legati da un punto di vista genetico ai moderni abitanti del Centro e del Nord Europa. Costoro avevano anche una dieta più ricca di proteine. Sono invece meno ricchi i corredi funerari legati a coloro il cui genoma appare più vicino a quello dei moderni abitanti dell'Europa meridionale. Nella ricerca, gli studiosi invitano però comunque alla prudenza sul legame tra stirpe e cultura materiale: ricerche future potranno meglio spiegare quanto forte sia stato.

I dati ricavati sono anche compatibili con la tesi della migrazione dei Longobardi dalla Pannonia all'Italia, nel sesto secolo d. C. Come sottolinea il professor Davide Caramelli, si evidenzia però un mescolamento genetico e culturale tra i nuovi arrivati e le popolazioni italiche già presenti, e non un netto distacco tra le stesse.

L'importanza di questa ricerca è anche nella sua natura interdisciplinare. “Quello che abbiamo presentato in questo studio è un impianto unico, di carattere interdisciplinare, per il futuro,” spiega il professor Patrick J. Geary, “unendo esperti provenienti da diverse discipline al fine di reinterpretare e riconciliare le prove di carattere storico, genomico, isotopico e archeologico; per migliorare la nostra conoscenza del passato, per produrre nuove informazioni su come le popolazioni si muovono, su come si trasmettono le culture; per meglio comprendere le identità, e nuove modalità di comprensione della complessità, dell'eterogeneità, e della malleabilità della popolazione europea nel passato e nel presente.”

A guidare la ricerca sono stati il professor Patrick Geary dell'Institute for Advanced Study, il professor Krishna Veeramah della statunitense Stony Brook University, il professor Johannes Krause del Max Planck Institute for the Science of Human History da Jena, in Germania, e il professor David Caramelli dell'Università di Firenze. Ha visto anche contributi da ricercatori dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, delle Università degli Studi di Ferrara, di Padova e di Sassari.

Ritrovamenti nella tomba 53 a Collegno. Credits: Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Torino

 

Link: ANSACorriere della Sera; Repubblica 1, 2.

Lo studio Understanding 6th-century barbarian social organization and migration through paleogenomics, di Carlos Eduardo G. Amorim, Stefania Vai, Cosimo Posth, Alessandra Modi, István Koncz, Susanne Hakenbeck, Maria Cristina La Rocca, Balazs Mende, Dean Bobo, Walter Pohl, Luisella Pejrani Baricco, Elena Bedini, Paolo Francalacci, Caterina Giostra, Tivadar Vida, Daniel Winger, Uta von Freeden, Silvia Ghirotto, Martina Lari, Guido Barbujani, Johannes Krause, David Caramelli, Patrick J. Geary & Krishna R. Veeramah, è stato pubblicato su Nature Communications.


Il cancro del colon è un prodotto della modernità?

29 Febbraio 2016
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Il carcinoma del colon retto è un tumore maligno, e la terza forma più comune di cancro. L'obesità, l'inattività fisica e i prodotti alimentari trasformati, sarebbero tra le sue moderne cause, oltre a una mutazione del gene APC (Adenomatous polyposis coli).
Nel 1995, con gli scavi nelle cripte sigillate della Chiesa Domenicana di Vác, in Ungheria, si sono ritrovate più di 265 mummie. Le cripte sono state utilizzate continuativamente dal 1731 al 1838, e le particolari condizioni ambientali hanno determinato la mummificazione (anche solo parziale) del 70% dei corpi.
La straordinaria possibilità di esaminare i tessuti di questi individui è stata sfruttata da un nuovo studio, pubblicato su PLOS One. I ricercatori hanno individuato in una di queste mummie le prove della predisposizione genetica al carcinoma del colon retto, prima dell'avvento della modernità.
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Ritrovata la tomba di Solimano il Magnifico?

9 - 11 Dicembre 2015
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Solimano I, detto il Magnifico, fu il decimo Sultano dell'Impero Ottomano, e quello che regnò più a lungo, per 46 anni dal 30 Settembre 1520 fino alla morte, avvenuta il 7 Settembre 1566 (nacque il 6 Novembre 1494). Il suo regno coincidette con l'epoca d'oro dell'Impero Ottomano.
In quel 7 Settembre 1566, Solimano I era nella sua tenda, mentre si svolgeva l'assedio della fortezza ungherese di Szigetvár, che fu conquistata due giorni dopo, nonostante un'eroica resistenza delle truppe guidate dal Croato-Ungherese Miklos Zrinyi. Si racconta che allora, i seguaci del Sultano costruirono una tomba nello stesso luogo nel quale sorgeva la tenda. La notizia della morte pare sia stata tenuta segreta per 48 giorni, fino all'insediamento del successore, il figlio Selim II, per non demoralizzare le truppe ottomane. L'assedio si rivelò infine una vittoria di Pirro, che rallentò l'avanzata ottomana.
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Il corpo imbalsamato di Solimano I fu quindi consegnato alla moschea Süleymaniye di Istanbul (allora ancora chiamata Costantinopoli). I suoi organi interni, e in particolare il cuore, furono invece sepolti in una tomba in località ignota. Lo storico ungherese Norbert Pap dell'Università di Pécs ritiene ora di aver ritrovato quel luogo, in tutta certezza, presso l'insediamento di Turbek, che fu distrutto attorno al 1680. Per la precisione, si tratterebbe dell'attuale vigna di Turbék-Zsibót dove, secondo la popolazione locale, vi sarebbero state lì "rovine turche". Il sito è nelle vicinanze dell'attuale castello di Szigetvár (di costruzione turca, data la distruzione di quello ungherese nel 1566).
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Quarto ramo della stirpe europea dai cacciatori raccoglitori isolati nell'Era Glaciale

16 Novembre 2015

‘Quarto ramo’ della stirpe europea ebbe origine dai cacciatori raccoglitori isolati dall'Era Glaciale

Popolazioni di cacciatori raccoglitori superarono l'Era Glaciale in apparente isolamento per millenni nella regione montagnosa del Caucaso, mescolandosi in seguito con altre popolazioni ancestrali, dalle quali emerse la cultura Yamnaya che avrebbe portato questo lignaggio di cacciatori raccoglitori nell'Europa Occidentale.

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Il primo sequenziamento di antichi genomi estratti da resti umani datati al Tardo Paleolitico Superiore per un periodo di 13.000 anni ha rivelato un “quarto ramo” dell'antica stirpe europea, precedentemente non noto.
Questo nuovo lignaggio deriva da popolazioni di cacciatori raccoglitori che si divisero dai cacciatori raccoglitori occidentali, subito dopo l'espansione ‘fuori dall'Africa’ che avvenne 45.000 anni fa circa, e andarono ad insediarsi nella regione del Caucaso, dove la Russia meridionale incontra oggi la Georgia.
Qui questi cacciatori raccoglitori fondamentalmente rimasero per millenni, diventando sempre più isolati col culminare dell'Era Glaciale nell'ultimo  ‘Massimo Glaciale’ 25.000 anni fa circa: lo superarono nel relativo rifugio sulle montagne del Caucaso, fino a quando il disgelo permise il movimento e li portò in contatto con altre popolazioni, probabilmente provenienti dalle aree ulteriormente ad Est.
Questo condusse a un mescolamento genetico che produsse la cultura Yamnaya: allevatori della steppa portati dal cavallo, che dilagarono nell'Europa Occidentale attorno a 5.000 anni fa, presumibilmente annunciando l'inizio dell'Età del Bronzo e portando con loro la metallurgia e le capacità di allevamento, insieme al ramo di DNA ancestrale di cacciatori raccoglitori del Caucaso – ora presente in quasi tutte le popolazioni del continente europeo.
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Milano: a Palazzo Reale i capolavori del Museo delle Belle Arti di Budapest

Cultura

A Palazzo Reale i capolavori del Museo delle Belle Arti di Budapest

Cinquecento anni di storia dell'arte sono raccontati all'interno della mostra “Da Raffaello a Schiele. Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest”

Domenikos Theotokopoulos called El Greco oil on canvas 156,5 x 121 cm
Domenikos Theotokopoulos called El Greco
oil on canvas
156,5 x 121 cm

Milano, 16 settembre 2015 – Apre al pubblico la mostra “Da Raffaello a Schiele. Capolavori dal Museo di Belle Arti di Budapest”, che racconta, attraverso 76 opere provenienti dal Museo di Belle Arti di Budapest (Szépmû vészeti Múzeum), la storia dell’arte europea dal Cinquecento al Novecento.

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Polonia: le cantine al di sotto della piazza di Muszyna

10 Agosto 2015

Gli archeologi scavano nelle misteriose cantine al di sotto della piazza del paese di Muszyna

Foto: Fotolia
Foto da Fotolia

Gli archaeologi scavano nelle misteriose cantine  al di sotto del mercato del paese reso celebre dalla sua spa - Muszyna (nel Voivodato della Piccola Polonia). Le cantine, come l'intera città, appartenevano ai vescovi di Cracovia ed erano probabilmente utilizzati per immagazzinare vini importati dall'Ungheria.
I ricercatori contano su ritrovamenti di valore, che arricchirebbero la collezione del Museo Regionale dello Stato di Muszyna, ed espanderebbero la conoscenza degli storici. "Non dobbiamo dimenticare che Muszyna è una città con un'eredità medievale. La piazza del paese di Muszyna nasconde molti segreti. Sembra che i nostri ritrovamenti saranno significativi almeno per la regione" - ha spiegato a PAP l'archeologo Artur Ginter della società Sekcja Archeo, che conduce gli scavi.
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