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Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

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Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


Sala dei Bronzi di Riace Paolo Moreno

Il MArRC rende omaggio a Paolo Moreno; Malacrino: «Ci lascia un grande studioso dei Bronzi di Riace»

Il MArRC rende omaggio a Paolo Moreno

Malacrino: «Ci lascia un grande studioso dei Bronzi di Riace»

Sala dei Bronzi di Riace Paolo Moreno«La scomparsa, questa mattina a Roma, di Paolo Moreno lascia sgomenti. Sia per l'uomo, dalle nobili qualità umane, sia per lo studioso e l'archeologo, il cui contributo sui Bronzi di Riace resterà di fondamentale importanza per la ricerca scientifica».

Così Carmelo Malacrino, direttore del MArRC, commenta la notizia della morte dell’archeologo e storico dell’arte di origini friulane, la cui ricerca scientifica è indissolubilmente legata alle due statue.

«Paolo – continua Malacrino - ci lascia a un anno dal cinquantesimo anniversario del ritrovamento dei Bronzi, in un momento in cui le fasi per la celebrazione dell'evento stanno per determinarsi. La sua assenza si farà sentire. È a Paolo Moreno, infatti, che si deve il primo studio scientifico sui Bronzi di Riace, oggetto di curiosità e interesse da parte dei più grandi studiosi. Moreno è stato il primo a intuire l’importanza delle nuove frontiere aperte dal mondo delle scienze applicate, in primis le analisi delle terre di fusione che hanno indicato la città di Argo, nel Peloponneso, come probabile area di produzione delle due sculture. Il suo nome, ne sono certo – conclude- non sarà dimenticato dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e da tutto il mondo della cultura».

Per Paolo Moreno quei due straordinari capolavori, ‘originali’ del V secolo a.C. dalla bellezza mai vista prima, sono espressione di ‘un’arte che il rinascimento non ha mai neanche sfiorato’. Così lui stesso definiva i Bronzi di Riace nel documentario di Sky Arte andato in onda nel 2016, all’indomani della riapertura al pubblico del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Al 2002 risale, infatti, il suo celebre volume ‘I Bronzi di Riace, il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe’, edito per Electa, in cui una serrata analisi storico-artistica e letteraria ha portato l’archeologo friulano ad identificare i due Eroi di Riace con due delle numerose statue che costituivano il monumento eroico (heroon) dei Sette a Tebe e dei loro epigoni, posto sull’agorà di Argo ed eretto dagli Argivi all’indomani della vittoria di Oinòe contro gli Spartani (456 a.C.).

Secondo Moreno, il Bronzo A rappresenterebbe l’eroe Tideo, opera di Ageladas il Vecchio, mentre il Bronzo B, l’indovino Anfiarao, opera di Alkamenes di Lemno, gli stessi maestri a cui sarebbe da attribuire la decorazione scultorea del tempio di Zeus a Olimpia.

Molte delle ipotesi di Moreno sulle due statue di Riace sono state oggi integrate o superate da nuove acquisizioni scientifiche, ma rimane attuale la sua lezione di metodo, sull’importanza di interpretare insieme, in maniera sinottica, i dati storico-artistici, quelli letterari e quelli archeometrici.

Moreno è stato allievo di grandi maestri dell’archeologia italiano del calibro di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Doro Levi e Giovanni Becatti. Ha diretto l’Istituto di Archeologia dell’Università di Bari e dal 1992 è stato ordinario di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università di Roma Tre.

Paolo Moreno è stato soprattutto un instancabile divulgatore della conoscenza del mondo antico, dai grandi maestri della classicità (Fidia e Prassitele soprattutto) alle grandi trasformazioni artistiche del mondo ellenistico e romano.

Alla famiglia e agli affetti del prof. Moreno le più sentite condoglianze da parte di tutto il personale del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Reggio Calabria, 05-03- 2021

Testo e foto dalla Direzione Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria


Canne nel Medioevo

“Canne nel Medioevo”. IV Convegno internazionale di studi “Storia della città”

"Canne nel Medioevo. Nuove prospettive di indagine" è il titolo del IV convegno internazionale di studi "Storia della città" organizzato a Barletta dall'Associazione del Centro Studi Normanno-Svevi nell'ambito dell'omonimo programma triennale di ricerca.

Il convegno si svolgerà nella giornata del 16 dicembre 2018 a Palazzo Della Marra a Barletta.

La civitas di Canne, celebre per la battaglia nella quale Annibale sconfisse i romani nel 216 a.C., è sempre stato uno dei luoghi chiave per l'accesso alla Puglia meridionale. Situata a guardia del fiume Ofanto e del suo sbocco a mare, centro di battaglie sanguinose anche nel Medioevo, la città fortificata di Canne fu sede di signori orgogliosi e di vescovi coriacei. Spopolatasi in favore di Barletta nel corso del secolo XIII, la cittadella fortificata era stata centro di un importante connestabilia normanna e poi di guarnigioni armate, sino al definitivo abbandono, nel corso del secolo XV, anche del castello. Tuttavia, restò viva la memoria della città grazie al suo titolo vescovile, unito a quello nazareno a partire dal secolo XV.

Ponendo l'attenzione su Canne, l'Associazione del Centro Studi Normanno-Svevi propone un programma di indagine che, mettendo al centro degli interessi della comunità scientifica la Canne medievale, intende indagare sulle origini della sistemazione militare ed economica del territorio ofantino e sulla nascita stessa della città di Barletta.

L'evento su AcademiaFacebook.

Canne nel MedioevoCanne nel Medioevo
Qui di seguito il programma:

CANNE NEL MEDIOEVO
Nuove prospettive di indagine

IV Convegno internazionale di studi “Storia della città”
Barletta, Palazzo Della Marra, 16 dicembre 2018

organizzato da
Associazione del Centro Studi Normanno-Svevi

con la collaborazione di
Comune di Barletta
Polo Museale della Puglia
Istituto Storico Italiano per il Medioevo
Centro di Studi Normanno-Svevi di Bari
Società di Storia Patria per la Puglia - sezione S. Santeramo di Barletta

con il patrocinio di
Regione Puglia
Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Barletta-Andria-Trani e Foggia
Università degli Studi di Bari Aldo Moro
Università degli Studi di Foggia
Università degli Studi della Basilicata

Mattina

Presiede Giuliano Volpe
Università degli Studi di Foggia

ore 9.30
Saluti

Cosimo Cannito
Sindaco di Barletta

Ruggiero Mennea
Regione Puglia

Mariastella Margozzi
Direttrice del Polo Museale della Puglia - MiBAC

Maria Giulia Picchione
Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Barletta-Andria-Trani e Foggia

Miranda Carrieri
Direttrice dell’Antiquarium e della zona archeologica di Canne della Battaglia - Polo Museale della Puglia

Antonietta Magliocca
Presidente Società di Storia Patria per la Puglia - sezione S. Santeramo di Barletta

ore 10.00
Francesco Violante
Presidente Associazione del Centro Studi Normanno-Svevi
Introduzione ai lavori

ore 10.20
Italo M. Muntoni
Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Barletta-Andria-Trani e Foggia
Canne prima di Canne: studi, scavi, ricerche

ore 10.40
Ruggero G. Lombardi, Giovanni Gorgoglione
Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Polo Museale della Puglia
Archeologia cristiana a Canne: analisi stratigrafica degli edifici di culto

ore 11.00
pausa

ore 11.20
Marco Campese, Vincenzo Valenzano
Università degli Studi di Bari Aldo Moro, Università degli Studi di Foggia
Il castello

ore 11.40
Maurizio Triggiani
Università degli Studi di Bari Aldo Moro
Archeologia degli elevati: le mura della cittadella medievale

ore 12.00
Roberta Giuliani
Università degli Studi di Foggia
Il Corpus dell'Architettura Religiosa Europea (CARE) nella valle dell'Ofanto

ore 12.20
Roberto Goffredo
Università degli Studi di Foggia
Insediamenti e territorio nell’area ofantina tra Tarda Antichità e Medioevo

Pomeriggio

Presiede Jean-Marie Martin
CNRS France

ore 15.00
Pasquale Cordasco
Università degli Studi di Bari; Direttore del Centro di Studi Normanno-Svevi di Bari
Fonti documentarie per la storia di Canne medievale

ore 15.20
Alessandro Di Muro
Università degli Studi della Basilicata
Il castrum Cannarum nel sistema militare territoriale

ore 15.40
Francesco Panarelli
Università degli Studi della Basilicata
Chiese e monasteri tra X e XII secolo

ore 16.00
pausa

ore 16.20
Francesco Violante
Università degli Studi di Foggia
Il territorio: produzione e scambi

ore 16.40
Victor Rivera Magos
Université de Caen Normandie
Da Canne a Barletta:“diaspora” e assimilazione di una élite militare

ore 17.00
Isabella Aurora
Biblioteca Apostolica Vaticana
Da Canne a Canne-Nazareth: la diocesi

ore 17.20
Luisa Derosa
Università degli Studi di Bari Aldo Moro
Per una “storia dell’arte” di Canne medievale: cosa rimane?

ore 17.40
Discussione

ore 18.00
Jean-Marie Martin
CNRS France
Conclusioni

Il convegno è inserito nel programma di studio del dottorato di ricerca in “Storia, cultura e saperi dell’Europa mediterranea dall’Antichità all’Età contemporanea” dell’Università degli Studi della Basilicata.

A coloro che ne faranno richiesta, verrà rilasciato un Attestato di partecipazione.

Organizzato da
Associazione del Centro Studi Normanno-Svevi

a cura di
Francesco Panarelli, Ruggero Lombardi, Victor Rivera Magos


XXII Giornate Normanno-Sveve: "Le fonti dell'età normanno-sveva"

XXII Giornate Normanno-Sveve

LE FONTI DELL'ETÀ NORMANNO-SVEVA:
autori, caratteri, funzioni
Bari, 16-17 ottobre 2018
Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”
Aula Magna

Tornano le Giornate Normanno-Sveve, organizzate dal Centro Studi Normanno-Svevi dell'Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e giunte alla ventiduesima edizione. Dal 16 al 17 ottobre presso l'Aula Magna dell'Ateneo di Bari si alterneranno quindici relatori che interverranno sul tema: “Le fonti dell'età normanno-sveva: autori, caratteri, funzioni”.
Saranno dunque le fonti l’asse portante di queste XXII Giornate Normanno-Sveve: fonti intese come risorsa documentaria, materiale e oggettuale per far luce su un periodo così importante nella storia del Mezzogiorno.
Le continue ricerche maturate negli ultimi anni costituiscono il punto di partenza di questi incontri, che pongono a confronto le esperienze dei maggiori esperti nazionali e internazionali. Storici, studiosi del documento, storici dell'arte, archeologi, che hanno indagato, scavato, individuato relazioni, intrecci e commistioni, si incontreranno per esporre i loro studi e incrementare quel patrimonio di conoscenza relativo a un periodo così suggestivo, eppure ancora in grado di fornire nuove prospettive di indagine, quale è l'età dei Normanni e, a seguire, quella di Federico II e degli Svevi.

Le fonti hanno molteplici sfaccettature e dunque si avrà modo di spaziare dall'analisi dei documenti giuridici a quelli agiografici, dalle fonti materiali e archeologiche a quelle relative ai manufatti storico-artistici, sino all'importantissimo tema dell’ambiguità di talune fonti.
Su questi temi si confronteranno studiosi come Hubert Houben, dell'Università del Salento, Marie Agnès Lucas-Avenel, Università di Caen, Knut Görich, Università di Monaco di Baviera, Pietro Dalena, Università della Calabria, Fulvio Delle Donne, Università della Basilicata, Umberto Longo, Università “La Sapienza” di Roma, Giuseppe Mandalà, Università di Milano, Daniela Novarese, Università di Messina, Jean Marie Martin, Ècole Française de Rome, Cristina Carbonetti-Vendittelli, Università di Roma “Tor Vergata”, Francesco Panarelli, Università della Basilicata, Pasquale Favia, Università di Foggia, Marina Falla Castelfranchi, Università del Salento.

I discorsi di apertura e di chiusura dei lavori saranno affidati a Cosimo Damiano Fonseca e Giancarlo Andenna. Il professor Fonseca, vicepresidente del Centro Studi, ricorderà gli studiosi Salvatore Tramontana, Raffaele Licinio, Giuseppe Galasso e Pina Belli D'Elia, recentemente scomparsi, interpreti di grande spessore degli studi su questo particolare periodo storico, che hanno profondamente legato la loro attività alla vita stessa del Centro Studi Normanno-Svevi. Un omaggio, ma anche un intenso momento di riflessione storiografica sulla ricerca realizzata da queste personalità, che hanno contribuito in modo significativo a far luce, puntualizzare e delineare i connotati di un periodo di centrale importanza nella storia dei rapporti tra il Mezzogiorno, l'Europa e il Mediterraneo. Un appuntamento, dunque, da non perdere!

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Programma

XXII giornate normanno - sveve
Le fonti dell’età normanno - sveva: autori, caratteri, funzioni.
Bari, 16-17 ottobre 2018

Martedì 16 ottobre 2018
Bari, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, Aula Magna.

Ore 9.00 Apertura del Convegno. Indirizzi di saluto

Ore 9.30 quorum hodie faciemus memoriam. Salvatore Tramontana, Raffaele Licinio, Giuseppe Galasso, Pina Belli D’Elia
Cosimo Damiano Fonseca

Ore 9.45 Discorso inaugurale
Le fonti per la storia del Mezzogiorno normanno-svevo: bilancio storiografico e prospettive di ricerca
Hubert Houben
(Università del Salento, Lecce)

Ore 10.15 Intervallo

Ore 10.45 Les mariages des filles du Grand Comte Roger d’aprés l’Histoire de Geoffroi Malaterra
Marie-Agnès Lucas-Avenel
(Université de Caen)

Ore 11.15 Motivazioni politiche e contesto sociale: la storiografia del Regno di Sicilia (da Alessandro di Telese a Pietro da Eboli) e il problema della causa scribendi
Knut Görich
(Università di Monaco di Baviera).

Ore 11.45. Discussione sulle relazioni Houben, Lucas-Avenel e Görich.

Ore 15.30 Le fonti commemorative
Francesco Panarelli
(Università della Basilicata, Potenza)

Ore 16.00 Vero, ma non autentico? I problemi delle fonti retorico-documentarie.
Fulvio Delle Donne
(Università della Basilicata, Potenza)

Ore 16.30 Intervallo

Ore 16.45 Le fonti agiografiche
Umberto Longo
(Università di Roma “La Sapienza”)

Ore 17.15 Le fonti arabe per il regno di Sicilia: riflessioni generali e nuovi casi di studio
Giuseppe Mandalà
(CSIC, Madrid ‒ Università di Milano)

Ore 17.45 Discussione sulle relazioni Panarelli, Delle Donne, Longo e Mandalà.

Mercoledì 17 ottobre 2018
Bari, Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”, Aula Magna.

Ore 9.00 Caratteri omogenei ed elementi di discontinuità nelle fonti normative dell’Europa normanna
Daniela Novarese
(Università di Messina)

Ore 9.30 Documenti d’archivio e cartulari
Jean-Marie Martin
(CNRS ‒ École française de Rome)

Ore 10.00 Intervallo

Ore 10.15 I registri
Cristina Carbonetti Vendittelli
(Università di Roma “Tor Vergata”)

Ore 10.45 Le fonti geografiche
Pietro Dalena
(Università della Calabria, Cosenza)

Ore 11.15 Discussione sulle relazioni Novarese, Martin, Carbonetti Vendittelli e Dalena.

Ore 15.30 Manufatti, ecofatti, insediamento, paesaggio: lo spettro allargato e il rinnovato trattamento delle fonti archeologiche, in rapporto all’età normanno sveva
Pasquale Favia
(Università di Foggia)

Ore 16.00 Circolazione di manufatti di lusso nel Mezzogiorno normanno svevo: il contributo delle fonti
Marina Falla Castelfranchi
(Università del Salento, Lecce)

Ore 16.30 Intervallo

Ore 16.45 Discussione sulle relazioni Favia e Falla Castelfranchi.

Ore 17.30 Discorso di chiusura
Giancarlo Andenna
(Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano)