Giorgio Ravegnani Venezia prima di Venezia

Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare

Venezia è una città ricca di storia, di arte, di bellezza, le cui origini sono alquanto oscure. Il volume curato da Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare, si propone pertanto di far luce sulle fonti in nostro possesso relative a questa illustre città, con l’intento di rendere meno oscuro il processo che ha portato alla sua formazione e al suo successivo sviluppo.

Giorgio Ravegnani Venezia prima di Venezia
La copertina del saggio di Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunarepubblicato da Salerno Editrice (2020)

Il primo capitolo, rivolto all’età romana, si apre con una contraddizione che potremmo definire concettuale, dal momento che non esisteva a quel tempo una Venezia come la conosciamo noi oggi: nelle lagune in cui sarebbe sorta la città non c’erano altro che alcuni insediamenti, oltre alla civiltà dei Veneti sviluppata sulla terraferma. A partire da questo dato, Ravegnani ripercorre dal punto di vista geografico il territorio veneto in un modo così preciso che permette di farci immaginare, anche a molti secoli di distanza, i diversi centri abitativi della regione, nonché l’intensa rete viaria e fluviale da cui essi erano percorsi. In questo excursus sull’area veneta ci si rivolge anche all’elemento fisico più tipico di questo territorio, la laguna, facendo così riferimento anche a testimonianze letterarie come quelle di Cassiodoro e Procopio. La trattazione della “Venezia romana” si conclude ricordando i numerosi danni subiti dalle invasioni barbariche del V secolo, che ebbero proprio come terreno privilegiato di scontro l’area veneta.

Nel capitolo successivo continua la trattazione delle vicende storiche del territorio lagunare, riconoscendo come l’arrivo dei Bizantini in Italia segni di fatto la genesi della città veneziana. In particolare, sono tre i momenti storici analizzati come preludio della nascita di Venezia: la guerra greco-gotica (535-553), l’invasione longobarda e l’età degli esarchi. Si tratta dunque di un capitolo prettamente storico, ma questo non esclude riferimenti a fonti letterarie o epigrafiche che permettono di comprendere meglio il clima di questo periodo di guerre, e anche come esso fosse vissuto dalla gente comune. A riguardo, è interessante un passaggio del De bello Gothico di Procopio in cui, descrivendo la strage causata dalla carestia del 538, si nota come certe persone fossero così oppresse dalla fame da mangiare anche carne umana (Procopio, De bello Gothico, VI, 20, 27-30). Ugualmente, per l’età degli esarchi, si cita l’iscrizione in memoria dell’esarca Isacio (625-643) collocata nella chiesa di S. Vitale a Ravenna, nella quale si esaltano il suo valore al servizio dell’Impero Bizantino e la sua morte gloriosa in battaglia.

I tre momenti analizzati nel secondo capitolo, come già accennato, sono un preludio della genesi di Venezia, che, come afferma Ravegnani, “nacque bizantina”. Alle origini della città si rivolge pertanto il terzo capitolo, nel quale si passano in rassegna le diverse fonti sulla fondazione, che in generale contrappongono due filoni: il primo vedeva una discendenza dagli antichi abitanti della laguna, con alcune teorie sul legame dei Veneziani con la Gallia o con la città di Troia; il secondo, invece, collocava le origini di Venezia al tempo delle invasioni degli Unni di Attila. Riportando tali leggende, si ricorda anche quella relativa al patrono S. Marco e alla traslazione del suo corpo da Alessandria d’Egitto, con la successiva costruzione della chiesa in onore del santo. Il capitolo si conclude ripercorrendo le vicende dell’invasione longobarda e dello scontro con l’Impero Bizantino, in seguito al quale le genti del luogo inizieranno a trasferirsi nella laguna dando finalmente vita alla Venezia marittima. Seguendo dunque un percorso che intreccia storia e leggenda, Ravegnani discute e vaglia le varie fonti in modo critico, cercando di far luce sulle origini della città lagunare e di renderle anche un po’ meno oscure.

Il capitolo successivo continua la trattazione della storia di Venezia, discutendo vari momenti significativi del suo periodo bizantino: la separazione tra la Venezia continentale e quella marittima a seguito di alcuni contrasti religiosi, l’istituzione del duca (o doge) e la fine dell’esarcato. Vi sono poi riferimenti ad eventi della storia bizantina che coinvolsero anche Venezia, come per esempio i contrasti religiosi che nel 553 portarono alla condanna dei Tre Capitoli (Teodoreto di Cirro, Iba di Edessa, Teodoro di Mopsuestia) oppure la ribellione all’iconoclastia propugnata dall’imperatore bizantino Leone III (717-741). Una certa rilevanza è data anche alle testimonianze archeologiche, soprattutto di epoca prebizantina, ritrovate nell’area urbana di Venezia e in altre località vicine. È interessante, per esempio, come l’esistenza del ceto tribunizio nel territorio lagunare sia testimoniata da un’iscrizione di un sarcofago di Jesolo, città che tra l’altro in origine era chiamata Equilium per l’allevamento di cavalli praticato dai cittadini. Il capitolo si conclude con la progressiva indipendenza, o meglio dire affrancamento, di Venezia da Bisanzio, sia dal punto politico che culturale.

L’ultimo capitolo si rivolge al riavvicinamento di Venezia e Bisanzio, analizzando il periodo che va dalle scorrerie degli Arabi alla quarta crociata del 1204. Per Venezia questo riavvicinamento significò un ingente numero di privilegi da parte dell’Impero, costituiti da elargizioni in denaro, proprietà e anche concessioni di carattere commerciale. Dopo questa prima parte, riguardante uno dei momenti più belli della storia bizantina, il capitolo discute ancora il rapporto tra le due potenze, mostrando la ripresa del modello bizantino in vari ambiti. Riguardo all’arte veneziana si ricorda, per esempio, come l’attuale Basilica di S. Marco, iniziata nel 1063, ebbe a modello la chiesa dei SS. Apostoli di Costantinopoli; sotto il profilo politico, allo stesso modo, si nota come il sistema della coreggenza, già presente nell’Impero, fosse adoperato per la successione al potere dei dogi. E proprio con la figura del doge si conclude il capitolo, notando un progressivo ridimensionamento del suo potere con la nascita del sistema comunale.

Interno della Basilica di S. Marco aVenezia. Foto di Tango7174, CC BY-SA 4.0

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo dire che il volume di Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare costituisce un importante strumento per conoscere o approfondire le origini e la storia di una delle città più affascinanti d’Italia. Come si è cercato di far notare in questa recensione, spesso l’autore intreccia l’aspetto prettamente storico a quello aneddotico e leggendario, citando numerose fonti che permettono di confrontarci sia con avvenimenti realmente accaduti che con tradizioni tramandate nel corso del tempo. Possiamo dunque riconoscere come l’obiettivo del volume, già espresso in qualche modo nel titolo, sia stato raggiunto perfettamente da Ravegnani, che grazie alle diverse testimonianze è riuscito a rendere meno oscuro un capitolo come quello delle origini di Venezia. Far luce su questo argomento è sicuramente un elemento aggiuntivo negli studi sulla città lagunare, qualcosa che ci rende più consapevoli dello sviluppo di Venezia per come la conosciamo oggi.

Foto Flickr di Juliette Gibert, CC BY-SA 2.0

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La Cultura di Golasecca: un ponte tra Mediterraneo e mondo celtico

Un territorio ricco di laghi e fiumi, corsi d'acqua che consentono di percorre lunghi tragitti, di trasportare merci e persone, oltre che di garantirne la sussistenza. Un territorio così, come possiamo facilmente immaginare, era sicuramente considerato appetibile fin dai tempi più remoti.

Per ciò che concerne il territorio varesino la presenza dell'uomo è attestata fin dal Paleolitico e numerosissime sono le testimonianze raccolte nell'area che ad oggi consentono di seguire una linea di racconto continuativo fino alla romanizzazione.

Le fonti antiche non tramandano un nome nazionale per le genti che, a più riprese, abitarono la Lombardia occidentale. Del resto è cosa nota come non sia mai stato proprio della cultura mitteleuropea unirsi sotto un unico comando e come, pur legate da una matrice culturale comune, le genti d'oltralpe non furono mai un sol popolo.

Di queste tribù, calate dalle Alpi e in diversi momenti stanziatesi in area cisalpina abbiamo informazioni materiali numerose, che trovano appoggio in fonti scritte di età posteriore. Già Tito Livio, ad esempio, narrava di un'ondata gallica “Prisco Tarquinio Romae regnante”, ma certamente dobbiamo far risalire la celtizzazione del territorio anteriormente agli inizi del VI sec. a.C.

Fenomeni culturali e relative culture materiali possono essere seguiti in un percorso lineare dal Baltico al Mediterraneo e il territorio varesino, fertile terreno per sovrapposizioni e stratificazioni culturali, diventa così il nodo di collegamento tra mondo transalpino e culture meridionali.

Già nell'XI sec. a.C. parte della Lombardia occidentale, del Piemonte orientale e del Canton Ticino furono abitate da popolazioni di matrice celtica, le cui manifestazioni culturali sono identificate con il nome di Cultura di Golasecca, dal nome della cittadina nelle vicinanze dell'aeroporto Malpensa dove furono rinvenute le prime significative e numerose testimonianze.

Cultura di Golasecca
Vaso ad anatrelle, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le origini di queste genti sembrano risalire all'età del Bronzo (XIII sec. a.C.) e sarebbero rimaste per lungo tempo aperte all'assorbimento di elementi culturali vari, mediterranei e mitteleuropei: è su questa base, difatti, che si innesta probabilmente l'ondata celtica del VI sec. e, più tardi, la romanizzazione.

Caratteri di continuità sono rintracciabili nell'area del Lago Maggiore, nell'area della Malpensa, di Castelletto Ticino, Sesto Calende, Golasecca, Como, e Canton Ticino: comune denominatore le vie d'acqua (di cui il Ticino è il grande protagonista) che furono cerniera per unire l'Oltralpe con il Po, l'Adriatico e infine il Mediterraneo.

Le principali reti di traffico comprendevano materie prime che viaggiavano da nord verso sud (metalli, in particolare stagno, ambra) e beni commestibili da sud verso nord (olio, cereali, vino).

Le nostre conoscenze della cultura celtica di Golasecca si basano soprattutto sul ritrovamento di sepolture, raggruppate in necropoli, e dei relativi corredi. Il rito era quello della cremazione, la modalità di sepoltura a “pozzetto”, a fossa o a cassa litica: in ciascuna di queste forme ricorre la presenza di uno scavo nel terreno, rivestito di ciottoli o coperto con lastra litica dove era deposta l'urna biconica contenente le ceneri del defunto e il corredo di accompagnamento.

Supponiamo una distinzione di ruoli sociali in base alla tipologia di oggetti rinvenuta: sicuramente importante era la posizione di coloro che erano deposti con le loro armi e vasellame bronzeo.

Elmo e schinieri di bronzo dalla tomba del guerriero di Sesto Calende, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per ciò che concerne la produzione ceramica, questa risulta costituita da vasellame modellato a mano (dal VI sec. a.C. al tornio lento) decorata con motivi geometrici standardizzati e ripetuti: il motivo decorativo tipico è il cosiddetto “dente di lupo”, costituito da una serie di triangoli riempiti a tratteggio.

Non mancano però testimonianze di contatto culturale con altre realtà coeve: motivi decorativi tratti dal repertorio orientalizzante etrusco e riadattati al modo locale, così come è stata evidenziata la presenza di oggetti di importazione dallo stesso ambito etrusco, ma anche magnogreco, piceno, veneto, villanoviano e hallstattiano, in una combinazione molto complessa di culture che si innestano sullo strato locale.

Urna cineraria da Varallo Pombia, Cultura di Golasecca, Museo della Preistoria di Milano. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0