L’arte ospita l’arte. “Palazzo Maffei - Casa Museo” apre le porte il 14 febbraio 2020

Dal 14 febbraio 2020 sarà aperto al pubblico “Palazzo Maffei - Casa Museo”, nel cuore di Verona. Un’iniziativa culturale promossa da Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, su progetto architettonico dello studio Baldessari e Baldessari e museografico di Gabriella Belli, con la consulenza di Valerio Terraroli e Enrico Maria Guzzo.

L'edificio tardo-rinascimentale, suggestiva quinta sul margine nord-occidentale della storica Piazza delle Erbe, ha origini ben più antiche di quelle seicentesche. Il nucleo di fondazione medievale sorge, infatti, nell’area del Capitolium (tempio dedicato al culto della Triade Capitolina, ossia Giove, Giunone e Minerva), costruito nel 49 a.C., quando Verona divenne municipio romano. I sotterranei del palazzo testimoniano proprio la fase più antica della fabbrica.

Palazzo Maffei è una pietra miliare della città di Verona. La facciata barocca, culminante nella balaustra con le statue di divinità romane, l’imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e gli affreschi del piano nobile sono solo alcuni degli elementi artistici e architettonici che lo rendono un capolavoro dell’architettura del Seicento italiano.

Palazzo Maffei  

 

In un contesto tanto straordinario trova posto una raccolta ricchissima, che consta di oltre 350 opere. Quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e oggetti d’arte applicata di ogni tipo: mobili d'epoca, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, argenti, manufatti lignei, pezzi d'arte orientale e volumi rari. Una vera e propria sintesi delle arti, nelle loro più alte espressioni.

Oltre ad essere molto vario, il percorso espositivo si snoda tra antico e moderno, in un arco temporale che copre circa cinque secoli di storia. Ha una “doppia anima”.

Palazzo Maffei Palazzo Maffei

La prima parte del percorso espositivo non perde la connotazione di dimora privata. Questa sorta di Wunderkammer è dedicata alle opere antiche e moderne. Si va dal Trecento alla pittura veronese, che ha naturalmente un forte valore identitario. La raccolta vanta una sorta di compendio di storia dell’arte del territorio scaligero.
La seconda parte del percorso espositivo è strutturata come una vera e propria galleria museale ed è incentrata sulle opere dei grandi maestri del XX secolo: Picasso, De Chirico, Mirò, Kandinskij, Magritte, Fonta, Burri, Manzoni e tanti altri.

Da collezione privata a patrimonio condiviso con la città, a Palazzo Maffei l’arte ospita l’arte.

 

Foto cortesemente fornite da Villaggio Globale International


Marinella Pirelli cinema sperimentale Nuovo Paradiso Museo del Novecento mostre

Originalità, ricerca e sperimentazione visiva: i tratti caratteristici del cinema di Marinella Pirelli

Il linguaggio visivo in Italia ha assunto uno spiccato carattere sperimentale attraverso figure che hanno osato rileggere i canoni confrontandosi anche con l’ambito estero ed internazionale: è questo il caso di Marinella Pirelli, artista semisconosciuta alle masse ma che ha lasciato un segno nell’arte intermediale novecentesca.

Fautrice del cinema sperimentale, Marinella Pirelli si colloca nel secondo dopoguerra come pittrice sebbene i maggiori e più brillanti risultati li avrà proprio in ambito cinematografico. Nata nel 1925 a Verona, si forma sotto la guida dell’artista Romano Conversano, il cui studio vanta interessanti frequentazioni come Tancredi, Sonego e Vedova. Giunta a Milano, svolge il ruolo di figurista e vetrinista per poi esser attratta dal cinema romano: inizia infatti a frequentare lo studio di Giulio Turcato, nonché sceneggiatori del calibro di Pirro, Solina e Sonego. Diventa poi la disegnatrice della Filmeco, casa cinematografica con progetti di pubblicità d’animazione, in un periodo molto stimolante circondata da celebri artisti e cineasti.

Marinella e Giovanni Pirelli nella casa di Varese,Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

A Roma conosce anche colui che diventerà suo marito, Giovanni Pirelli, con il quale si trasferirà nel nord Italia, pur restando in contatto con la capitale ove possiede uno studio frequentato da Castellani, Ceroli, Merz, Kounellis e Dorazio. Proprio in questa fase si concentra sul cinema e sulla rappresentazione della luce, realizzando opere sperimentali in 16 mm che sono espressione di innovative tecniche connesse alla luce e al movimento, di cui diviene ben conscia giungendo ad installazioni di successo come Film Ambiente e Meteore. Negli anni Sessanta ottiene i principali riconoscimenti: compie la sua prima personale a Milano, vince la Coppa Fedic grazie al film Pinca Palonca e partecipa alla fortunata mostra “Al di là della pittura” che segnerà notevolmente il suo percorso artistico, rivelatosi fruttuoso sino alla sua scomparsa nel 2009.

Il suo punto di forza risiede proprio nelle immagini in movimento, elemento rivoluzionario fondato sulla ripresa in pellicola e montaggio, mansioni apprese durante l’attività di disegnatrice di film d’animazione e poi ulteriormente studiate autonomamente. La consapevolezza dell’uso della pellicola quale medium artistico emerge nel corso degli anni Sessanta, quando l’artista paragona il suo rapporto sinergico con la cinepresa a quello che lega il pittore agli strumenti da disegno. L’originalità che la caratterizza è un elemento distintivo che spiega ovviamente la scelta personale di non aderire ad uno specifico movimento cui identificarsi.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

Il suo lavoro di progettazione di spazi di luce la vedrà coinvolta per oltre un decennio (1961-1974) ed è a questa peculiare fase della sua carriera che si è deciso di dedicare una specifica mostra: il Museo del Novecento ne vuole rievocare la figura, attraverso un’iniziativa promossa dal Comune di Milano ed Electa. Si ha così inizio con la sua originaria pellicola di animazione sino alla sua ultima opera, “Doppio autoritratto”, che precederà un lungo periodo di silenzio dalla durata quasi trentennale. Una collezione di pellicole ben equilibrate tra colori e forme astratte, esito di riflessioni riguardanti la rifrazione della luce ed i fenomeni luminosi in generale, congiunte ad un diverso genere di riflessioni relative alla femminilità e all’artisticità. A cura di Lucia Aspesi e Iolanda Ratti, la mostra rievoca l’esposizione del 2004 riguardante opere luminose a Villa Panza.

Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto Gianni Berengo Gardin Contrasto

Dieci differenti sale per un’analisi argomentativa e temporale che tenga perfettamente conto del contesto storico-artistico in cui la donna era inserita. A partire dalla pellicola “Appropriazione, a propria azione, azione propria” che accoglie lo spettatore come se fosse a teatro: sei minuti di proiezione di un paesaggio naturale, visto in bianco e nero da una prospettiva personale disturbata volontariamente dalla mano della cineasta, che dinnanzi all’obiettivo impedisce parzialmente la visione e talvolta sembra voler trattenere con le proprie mani la luce solare. Si forniscono così degli elementi contrapposti: la luminosità pacata e la devastante intensità, il lirismo della vegetazione e lo strappo. Nelle sale successive sono ammirabili i film d’animazione “Gioco di Dama” e “Pinca e Palonca”, mostrandone anche il processo di realizzazione.

Si prosegue con il suo studio degli oggetti dal punto di vista luminoso, effettuando una comparazione di “Luce Movimento” (che riprende opere cinetiche della Galleria L’Ariete) con il film “I colori della luce”, opera di Munari e Piccardo. Si mostrano le sue sperimentazioni su elementi quali la luce, la natura ed il colore, mostrando come la pellicola “Bruciare” e le serie cartacee “Caos e Calore” si fondino sul concetto di segno quale origine gestuale dell’opera artistica. Interessante la sezione dedicata al corpo femminile, argomento su cui ha indubbiamente influito la critica d’arte Carla Lonzi: il documento film “Indumenti” (1967) ritrae infatti il calco dei seni della donna per opera improvvisa di Luciano Fabro, mentre il film “Narciso” si concentra invece su alcune parti del corpo della Pirelli che svolge così una riflessione sulla propria sfaccettata identità femminile.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

L’esposizione si conclude con “Doppio autoritratto”, film della durata di dodici minuti realizzato tra il 1973 ed il 1974, ove l’artista svolge il ruolo di attrice ed operatrice al tempo stesso riprendendo il suo viso senza proferire parola. Ma il fulcro dell’esposizione è “Film Ambiente”, peculiare struttura cinematografica che si può percorrere, ideata nel 1969 e riprodotta nel 2004: costituita da acciaio, ferro, perspex e naturalmente immagini mobili e suoni, l’opera fornisce un suo notevole contributo al Cinema Espanso, movimento degli anni Settanta che esula dalla tradizionale visione filmica imperante fondata sulla relazione univoca tra schermo e pubblico. Vi è inoltre una sezione dedicata ai Pulsar (particolari ambienti prodotti da mobili fonti luminose, ideati agli albori degli anni Settanta), nonché alle cosiddette Meteore, affascinanti sculture di luce fondate su lampadine, metacrilato e acciaio. Il tutto è arricchito da fotografie, progetti e documenti vari.

Allestimento. Foto di Lorenzo Palmieri

Il catalogo della mostra, di Electa editore, include alcuni saggi di critici d’arte e la sua intera filmografia elaborata dal cineasta Érik Bullot, restituendoci una ricca monografia dell’operato di questa così innovatrice artista.

Marinella Pirelli cinema sperimentale Nuovo Paradiso Museo del Novecento mostre
Marinella Pirelli durante le riprese di Nuovo Paradiso, foto Gianni Berengo Gardin Contrasto

Mostra “Luce Movimento.  Il cinema sperimentale di Marinella Pirelli”: dal 22 marzo al 25 agosto 2019 al Museo del Novecento, Milano.


Verona Museo di Castelvecchio

Il Museo di Castelvecchio: una collezione copiosa in un luogo incantevole

Verona Museo di CastelvecchioLa scelta del luogo in cui far avvenire una mostra ha indubbiamente il suo peso sul successo dell’esposizione stessa. Ciò è particolarmente evidente nell’esempio di Castelvecchio, storico museo della città più romantica d’Italia. Una sterminata esposizione ha luogo al suo interno, tra le mura del castello medievale che ben si conserva nei secoli. Risalente al 1354-1356 per volontà di Cangrande II della Scala, la sua possente facciata purpurea sormontata da numerose merlature colpisce subito lo spettatore che ne scorge il profilo al fianco del fiume Adige.

La struttura planimetrica del castello è stata realizzata in diverse fasi, subendo varie modifiche nel tempo delle quali ci restano tre aree principali: la Corte della Reggia, la Corte del Mastio e la Corte d’Armi, che racchiude una chiesa antecedente dell’VIII secolo. Variegati i materiali che lo costituiscono, quali tufo, laterizio, ciottoli e blocchi di pietra tratti da antiche costruzioni. Connesso alla cinta muraria d’epoca comunale, costituiva il fulcro della difesa urbana con la sua torre maestra atta al controllo della città e dei dintorni: cinta dall’argine fluviale, al tempo stesso era capace di oltrepassarlo mediante il proprio ponte adoperabile per la fuga o per gli aiuti esterni.

Quel che un tempo era la sede militare della signoria Scaligera è così divenuto un museo civico restaurato e modernamente allestito per opera di Carlo Scarpa tra il 1958 ed il 1974. Al suo interno ventinove sale tutte da scoprire, ognuna adibita a settori diversi che vanno dalla scultura alla pittura (nazionale ed estera), dalle armi alle oreficerie, dalle ceramiche e alle campane. Collezioni d’arte medievale, rinascimentale e moderna, che comprendono reperti archeologici ed esemplari del XVIII sec., per un totale di 622 opere.

Il pianterreno è interamente adibito ad esporre sculture, rilievi ed epigrafi d’epoca altomedievale e romanica. Testimonianze della rilevanza storica di Verona dal periodo longobardo (rappresentato da gioielli rinvenuti in alcune tombe) a quello carolingio sino a giungere agli Ottoni. La prima sala a cui si ha accesso accoglie delle sculture medievali: gli archivolti del X secolo, l’arca dei santi Sergio e Bacco (1179), il bassorilievo di Cristo tra i santi Pietro e Paolo (XII sec.), le cariatidi un tempo appartenenti a Scipione Maffei, una figura virile del XIII secolo ed un ciborio, edicola presente sopra l’altare maggiore delle chiese medievali, firmata da “Peregrinus” (XII sec.).

La seconda sala è quella del maestro di santa Anastasia, denominazione di una bottega del primo periodo scaligero, contenente opere scultoree risalenti alla prima metà del Trecento, quali statue di santi a grandezza naturale realizzati in pietra gallina anticamente decorata benché adesso permangano solo esigue tracce di colore. Tra di esse emerge per raffinatezza la scultura di santa Anastasia (reggente una ruota e la palma tipica del martirio mentre due angeli innalzano un drappo verde alle sue spalle), per rinomanza la statua di santa Cecilia (la quale subì un rimodellamento durante dei restauri nel corso dell’Ottocento che ne hanno alterato la bellezza originaria) e per l’insolita iconografia Giovanni Battista (con tratti di anzianità forse miranti ad indicare la sua saggezza).

La terza è la sala della Santa Libera, dall’omonima chiesa vicina al teatro romano, ove è posta la scultura che mantiene più di tutte l’originale policromia visibile nell’incarnato, nelle pupille e nelle labbra, mostrando anche il tipico costume del periodo trecentesco alla corte scaligera. La accompagnano in sala una nicchia tardo-gotica con un martire guerriero finemente scolpito (probabilmente San Giorgio), una minuscola edicola ritraente la Crocifissione, una piccola scultura in marmo della “Madonna in trono con il bambino” ed un rilievo della comune immagine medievale della “Ruota della fortuna”.

La Crocifissione, Maestro di Santa Anastasia, in pietra tenera, prima metà del quattordicesimo secolo

La quarta sala concerne il tema della Crocifissione, con ulteriori grandi statue del maestro di Santa Anastasia: lo “Svenimento della Vergine” (prima metà del XIV sec.), con la Madonna sorretta da una donna pia, apparteneva ad un teatro sacro; la grande lapidea “Crocifissione” è costituita dall’imponente figura di Cristo e da Maria Vergine e san Giovanni di dimensioni più ridotte, solo tre elementi rispetto alla più ampia versione originaria; “San Bartolomeo”, scultura un tempo dipinta di rosso ed ocra, con sporgenti orbite atte ad indicare la cecità visionaria del santo.

La quinta sala è l’ultima ed è dedicata alla scultura del Quattrocento, con un’apertura verso il basso che lascia intravedere i resti del fossato che cingeva il castello. Tra le opere ivi custodite vi sono un rilievo di san Martino e il povero, una lastra tombale con un’epigrafe latina appartenente a Dinadano Spinelli, una statua di san Pietro opera di Bartolomeo Giolfino, nonché sei riquadri con bassorilievi stiacciati ritraenti profeti e patriarchi che anticamente appartenevano al portale di marmo della chiesa di san Bovo, compiuto nel 1498 ed ora inserito in un’ala del castello.

Nella sesta sala, posta nella torre del Mastio che conduce al piano superiore, sono esposte delle campane che vanno dal Trecento al termine del Cinquecento, un tempo appartenute a chiese del veronese non più esistenti. In particolar modo sono apprezzabili la maestosa campana del 1370 firmata da Maestro Jacopo, rinomato ideatore del modello di campana gotica, e l’edicola con la Madonna e vari santi scolpita da Antonio da Mestre alla fine del XIV secolo.

La settima sala coincide con l’ingresso alla Reggia, ove sono ammirabili affreschi del Duecento e del Trecento, tra i quali “Battaglia di cavalieri” dal raro tema profano, esclusivi gioielli trecenteschi, la particolare spada rinvenuta nella tomba di Cangrande I Della Scala e “Madonna in trono con il bambino”. In quest’ultima si evincono i primi tratti giotteschi in quanto a quel tempo Giotto si recò in loco al servizio di Cangrande I Della Scala e per la chiesa di San Fermo, influenzando la produzione artistica locale.

Sulla sinistra, la Crocifissione, pittura murale staccata, opera di pittore veronese nella metà del XIV secolo. Sulla destra, l'Incoronazione della Vergine, pittura murale staccata prodotta dalla Cerchia di Altichiero nel terzo quarto del XIV secolo

L’ottava sala è dedicata ad Altichiero e la sua cerchia, di cui si conservano l’affresco “Incoronazione della Vergine” e le sue sinopie, disegni preparatori soggiacenti tracciati rapidamente dall’autore prima di stendere l’intonaco. Sono anche visibili opere che segnano il passaggio alla sua arte partendo dal giottismo, nonché dei trattati medievali di tipo medico-sanitario meglio noti come Tacuina sanitatis. Le pareti della stanza mostrano i segni scaligeri della decorazione originaria della struttura confermandone la funzione abitativa e di rappresentanza, oltre che militare.

Trenta Storie della Bibbia, tempera su tavola, opera di pittore veronese della metà del quattordicesimo secolo

La nona sala mostra esemplari di pittura trecentesca su tavola: “Polittico della Trinità” di Turone di Maxio che cinge la Trinità dei santi Zeno, Giovan Battista, Pietro e Paolo, sovrastata dall’Incoronazione della Vergine; “Polittico di Boi” attribuita ad Altichiero che ritrae la Madonna con Gesù in trono ed i santi Antonio abate, Giacomo, Giovanni evangelista e Cristoforo; “Paliotto dei sette santi” dai volumi massicci; “I santi Giacomo e Antonio di Padova con una monaca” intenta ad offrire un reliquiario; “Trenta storie della Bibbia”, composizione con scene in miniatura della Genesi e dal Nuovo Testamento.

Sulla destra, la Madonna del Roseto, opera di Stefano di Giovanni, detto Stefano da Verona, tempera su tavola trasportata su tela del 1420 circa

La decima è la sala del Pisanello, contenente la più ampia decorazione murale del castello caratterizzata da vividi motivi geometrici, lo stemma scaligero ed un suggestivo finto panneggio. Qui sono custodite, tra le altre, la meravigliosa “Madonna del roseto” di Stefano da Verona (ritraente Maria Vergine, Gesù Bambino e santa Caterina all’interno di un colorato giardino con dettagliati motivi floreali e vegetali) e “Madonna della quaglia” comunemente attribuita ad un giovane Pisanello (fulcro di un polittico di devozione privata).

L’undicesima sala era il Salone della Reggia che espone numerose opere scultoree e pittoriche del Quattrocento, tra cui emergono l’originalmente essenziale “Crocifisso” di Jacopo Bellini e l’importante ma degradata opera di Michele Giambono “Morte di Maria”.

La dodicesima è la saletta dei fiamminghi, il cui restauro è stato effettuato grazie al supporto di VeronaFiere 1997: al suo interno emerge “Ritratto virile” di William Key (1556) e la “Dama delle licnidi” di Rubens (1602) da alcuni identificata con la protettrice del pittore, ovvero la figlia di Filippo II di Spagna, Isabella Clara Eugenia.

La tredicesima sala include la pittura veneta della seconda metà del XV secolo, con “Adorazione dei magi” di Giovanni Mansueti, la “Madonna con il bambino” di Giovanni Bellini, “Le sante Caterina e Dorotea” di Vittore Carpaccio, “San Biagio e santo vescovo” di Bartolomeo Montagna, “Le sante Marta e Maria Maddalena” di Giovanni Agostino da Lodi e “Madonna con il bambino” di Vivarini.

La quattordicesima sala è dedicata a Francesco Morone, artista di spicco dell’area veronese nel primo Cinquecento, del quale sono custodite insieme ad altre le seguenti opere: “I santi Bartolomeo e Francesco” (il cui complesso rapporto cromatico è manifestazione del tipico colorismo della scuola veronese); “Madonna con il bambino” (di cui è presente una replica rovesciata alla londinese National Gallery); “Pala della Trinità” proveniente dalla cappella Fumanelli; “Stimmate di san Francesco” la cui luminosità paesaggistica rappresenta un’eccezione nell’arte italiana di allora; infine, quattro “Elementi di polittico”, uno dei suoi primi dipinti che già ne evidenziavano l’abilità ritrattistica.

Ad un ritrattista è anche dedicata la sala successiva, la sedicesima, con opere del celebre pittore di soggetti storici Francesco Bonsignori: la piccola tavola “Madonna con il bambino” che rievoca lo stile belliniano nella delicatezza del viso a cui associa però un linguaggio maggiormente plastico; “Pala del Bovo” (1484) consiste in una raffigurazione realistica e non idealizzata della Madonna col bambino e quattro santi, inseriti in una cornice di legno scolpito con fregi e stemmi; “Allegoria della musica” è un dipinto di dubbia attribuzione, il cui sfondo scarsamente conservato mostra paesaggisticamente Verona, l’Adige e Monte Baldo.

La sedicesima sala accoglie invece l’arte di Liberale da Verona, noto per le sue eccellenti miniature, del cui operato sono presenti nella collezione: “Trionfo della Castità e Trionfo dell’Amore”, laddove la prima è rappresentata da un carro di unicorni bianchi affiancato da vergini, mentre il secondo è un carro di cavalli bianchi al galoppo che indicano la sregolatezza dei sensi; “Deposizione dalla croce”, una tavola che raffigura visi simili a maschere espressive che mostrano emozioni primitive; “Natività con san Girolamo” mostra un paesaggio semplificato ove riemerge lo spirito della cultura gotica.

Il diciassettesimo salone centrale custodisce “Augusto e la Sibilla” (raro esemplare di dipinto su tavola di Gianmaria Falconetto che qui tenta di ricostruire lo scenario del teatro classico), “I santi Girolamo, Giacomo e Lorenzo” (in apparenza non terminato e probabilmente compiuto da Domenico Morone in giovane età), un’opera di Mocetto e tre opere di Nicola Giolfino (sei affreschi di “Allegorie delle arti liberali”, la predella “Storie di santa Barbara” che ne illustra le gesta e il martirio, “Achille in Sciro” che ritrae ironicamente il travestimento femminile di Achille).

Ad Andrea Mantegna è dedicata la diciottesima sala, che ne mostra il dipinto “Sacra famiglia con una santa” fondata sulla composizione energica di quattro figure verticali, unitamente ad altre opere quali la tavola di Bonsignori “Madonna con il bambino e santa Margherita” che segue schemi mantegneschi e “Madonna della Passione” di Carlo Crivelli che rievoca nei personaggi gli affreschi del periodo giovanile di Mantegna.

Una piccola collezione di armi è visibile nella diciannovesima sala posta nella torre del Mastio: esemplari che vanno dal Trecento al Settecento, tra i quali il più insolito è un cosiddetto “buttafuori” vietato dall’antica legislazione, ossia un apparentemente innocuo bastone che in realtà cela al proprio interno una lunga lama. Le teche con armature, elmi, pugnali e armi di vario genere sono sovrastate da un imponente ritratto del capitano di cavalleria Pase Guarienti.

Vi è poi una sezione di oggetti reperiti a Palazzo Miniscalchi e nella Basilica di Sarta Maria Matricolare, riconducibili alla fine del VI secolo e l’inizio del VII secolo: una coppia di orecchini aurei a cestello, due anelli d’oro dal castone circolare, due fibbie bronzee ed una di ferro, una croce in lamina aurea (600-625 d.C.) con dei forellini per fissarla al velo funebre.

In primo piano, l'Adorazione dei pastori di Jacopo Tintoretto, olio su tela del 1550 circa

Le ultime sale sono adibite all’esposizione di ampi dipinti, tra i quali spiccano “Pala delle Virtù” e lo splendido “Polittico della Passione” restaurato a seguito del contributo del Lyons Club di Verona, ambedue opere di Paolo Morando detto Il Cavazzola. Vi è una sala, la ventiduesima, che mostra capolavori di Jacopo Tintoretto e Il Veronese: del primo ricordiamo “Contesa tra le Muse e le Pieridi” che un tempo decorava uno strumento musicale con pennellate luminose su sfondo cupo, nonché “Adorazione dei pastori” con figure dai visi impassibili ma corpi e posture instabili che forniscono vitalità alla narrazione; del secondo vanno indicate “Pala Bevilacqua Lazise” proveniente dalla cappella familiare di Giovanni Bevilacqua e Lucrezia Lazise anch’essi raffigurati nell’opera, “Storie di Ester” ovvero tre piccole tele dagli sfondi impressionistici e da interessanti accostamenti di colori complementari, nonché “Deposizione” esempio di pittura libera e liquida la cui ottima conservazione consente di cogliere gli eleganti cangiantismi cromatici.

Si prosegue con la scuola veronese dei primi del Seicento, ammirabile nella ventiquattresima sala ove si incontrano vari ritratti effettuati da Mercantonio Bassetti: “Ritratto di vecchio con guanti”, la cui attenzione è posta sul volto mostrando ancora l’energia della ritrattistica veneta del Cinquecento; “Ritratto di vecchio con libro”, che esprime una visione decantata dell’esteriorità; “Ritratto di monaca”, l’esempio più elevato del raggiungimento espressivo dell’artista che con sfumature quasi monocrome rende bene l’idea della meditazione silenziosa. A Bassetti, di cui è altresì presente l’interessante “Incredulità di san Tommaso”, si aggiungono ritratti realizzati da Bernardo Strozzi e Dioniso Guerri, unitamente alla “Sacra famiglia” ritratta da Pietro Bernardi nella buia bottega di un falegname ove scende una luce dall’alto che illumina i personaggi. Infine le cosiddette “pietre di paragone”, tecnica tipica del primo Seicento veronese fondata sul marmo nero e lucente delle cave vicine a Salò, adoperato quale materiale di supporto per sfondi neri privi di profondità su cui dipingere figure in primo piano offrendo risultati simili ai notturni tardo manieristici.

Sono poi ammirabili ulteriori quadri del medesimo periodo, quali una tavola ritraente un gruppo di frati in una scena conviviale, svariati ritratti dai toni scuri tra cui quello di Alessandro II Pompei e Girolamo I Pompei detto Malanchino, dipinti da Pasquale Ottino con la tecnica dell’olio su tela polilobata. Una statua lapidea di un guerriero a cavallo è invece visibile nella torre dell’orologio, che offre anche una magnifica vista del castello dell’alto.

La lunga descrizione effettuata non mira ad essere in alcun modo esaustiva dell’interminabile collezione di Castelvecchio, la cui incredibile bellezza lascia estasiato qualunque visitatore. Uno spettacolo per gli occhi e il cuore.

La statua equestre di Mastino II della Scala, opera del Maestro dell'arca di Mastino II in pietra tenera, secondo quarto del quattordicesimo secolo

Tutte le foto di Cristina Trimarchi.

 


Mosca: presentazione del libro «I partigiani sovietici in Italia» di Massimo Eccli

Il 21 settembre 2018, presso la Biblioteca Statale Russa, si terrà la presentazione del libro «I partigiani sovietici in Italia». Il libro apre una pagina ignota della storia della Seconda Guerra Mondiale, sulla partecipazione dei cittadini sovietici, nel movimento della Resistenza italiano.

In alcune centinaia tra città e paesi dell'Italia vi sono sepolture di soldati sovietici. Le maggiori sono a Torino, Cuneo, Genova, Firenze, Milano, Bologna e Verona. I locali portano fiori sulle tombe, malgrado ciò, spesso esse sono ignote. Una di queste tombe di soldati sovietici si trova nel cimitero di San Zeno di Montagna, in provincia di Verona ed attirò l'attenzione dello storico Massimo Eccli. Egli decise di trovare testimonianze su questa persona e trovare i suoi parenti. Durante queste ricerche, egli trovò informazioni sui destini dei cittadini sovietici deportati durante la Guerra, in Italia, egli decise di sistematizzarle. Risultato finale di questo lavoro è il libro «I partigiani sovietici in Italia», pubblicato dalla casa editrice «Veche».

Secondo Massimo Eccli, molti soldati sovietici, arrivati in Italia negli anni di guerra, ancora oggi sono considerati dagli archivi sovietici come dispersi. Durante il lavoro sul libro, si riuscì a ricostruire alcuni dei loro nomi.

In Italia, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, molti soldati furono prigionieri dei campi di lavoro. Solamente i soldati dell'Armata Rossa, furono più di 20.000. Coloro che riuscirono a fuggire si unirono al movimento della Resistenza ed ai distaccamenti partigiani. Alcuni nostri connazionali, sono leggendari membri della Resistenza italiana: Fjodor Poletaev, Nikolaj Bujanov, Daniil Avdeev, Fore Mosuligvili, furono insigniti della più alta decorazione italiana, per le prodezze sul campo di battaglia, la medaglia d'oro «al Valor Militare». Vennero premiati con il titolo di «Eroe dell'Unione Sovietica»: Fjodor Poletaev, Fore Mosulisvili, Daniil Avdeev e Nikolaj Bujanov. Molti ricevettero le più alte onoreficenze sovietiche soprattutto ad Memoriam.

 

Nell'ambito della presentazione nella sala espositiva Rosa della RSL, si terrà anche l'apertura della mostra internazionale «Sotto il cielo d'Italia e Russia». Il progetto, iniziò nel 2014, durante l'anno incrociato del turismo Russia — Italia ed è un'iniziativa del'Unione Creativa Giovanile «Le due capitali Mosca - San Pietroburgo» e del Movimento internazionale giovanile «Amici» Italia - Russia. I lavori presenti alla mostra, sono stati eseguiti dai partecipanti al progetto «La longevità Moscovita» dello studio «Cobalt» del centro «Arbat - Tverskoj».

Alla presentazione si esibirà il cantante lirico Luca Lattanzio. Il 9 maggio 2018 egli si esibì al Cremlino, durante la festa per il Giorno della Vittoria.

Alla presentazione prenderanno parte i parenti dei partigiani sovietici, rappresentanti dell'Ambasciata d'Italia, delle organizzazioni culturali ed educative della Russia e dell'Italia: l'Associazione Dante Alighieri, la scuola «Italo Calvino», il liceo «Paolo Diacono», il «Fotozentr» di Gogolevskij Boulevard e Dom íumalista.

Testo dal servizio stampa della Biblioteca Statale Russa

La Biblioteca Statale Russa, foto di Vladimir TokarevCC BY-SA 3.0, da Wikipedia.


Carabinieri TPC restituiscono "Madonna seduta" rubata nel 1971

Firenze: i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale restituiscono alla Curia Diocesana di Verona una scultura lignea del XVI secolo raffigurante «Madonna seduta», rubata nel 1971 dalla Pieve di Cisano di Bardolino (VR).


I Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Firenze hanno restituito alla comunità di Bardolino (VR) una scultura lignea raffigurante «Madonna seduta», opera di autore ignoto del XVI secolo del valore di circa 35.000 euro, rubata il 31 luglio 1971 dalla Pieve della Natività di Maria, posta nella frazione di Cisano.

La scultura era stata fotografata dai Carabinieri presso un negozio di antichità di Firenze nel marzo 2007, nel corso dei consueti controlli agli esercizi commerciali di settore. La comparazione dell’immagine con quelle informatizzate nella Banca Dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, ha permesso di accertare che il prezioso oggetto era effettivamente quello sottratto dalla chiesa di Cisano di  Bardolino (VR).
Gli accertamenti condotti dai militari dell’Arma hanno consentito di raccogliere elementi che giustificano il possesso in buona fede della scultura da parte dell’esercente toscano che ha consegnato la documentazione comprovante l’acquisto del bene, avvenuto nel 2002. La ricostruzione dei successivi passaggi, invece, ha condotto all’identificazione di un professionista bresciano, denunciato per ricettazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia, che non è stato in grado di giustificare il legittimo possesso della statua lignea.
Al termine delle verifiche per la ricollocazione della scultura nel luogo originario, eseguite unitamente all’Ufficio per l’Arte Sacra della Diocesi di Verona ed alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, l’Autorità Giudiziaria ha autorizzato  la riconsegna del bene che  è avvenuta la mattina del 14 giugno 2017 presso la Pieve della Natività di Maria di Bardolino (VR), alla presenza delle locali Autorità.
Firenze, 14 giugno 2017
Come da MiBACT, redattore Renzo De Simone

Nasce l'Archivio "Dario Fo-Franca Rame"

NASCE L’ARCHIVIO “DARIO FO-FRANCA RAME”
mercoledì a Verona inaugurazione con Franceschini e Dario Fo, alla vigilia del 90° compleanno del Premio Nobel

Dario_Fo_and_Franca_Rame_with_their_son_Jacopo

Alla vigilia del novantesimo compleanno di Dario Fo, il  Ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini, inaugurerà insieme al Premio Nobel,  il 23 marzo alle 11.30 nella sede dell’Archivio di Stato  di Verona, il Laboratorio- Museo-Archivio destinato a valorizzare l’archivio di Dario Fo e Franca Rame.
L’archivio Fo-Rame, che sarà ospitato nei locali dell’Archivio di Stato di Verona,  costituisce un patrimonio di straordinaria rilevanza, composto da copioni, manoscritti, stesure progressive dei lavori svolti, disegni, dipinti, bozzetti, manifesti, copie di contratti, fatture, libri, articoli, costumi, pupazzi, marionette, scenografie, locandine  e fotografie di scena.
Questo ricchissimo insieme di beni culturali ha suggerito di sperimentare un nuovo approccio per la valorizzazione dell’archivio, che consentisse l’accesso non solo agli studiosi ma anche a un pubblico più vasto. Per questo è stato offerto uno spazio negli antichi magazzini del grano di Verona, da poco restaurati dalla Fondazione Cariverona per ospitare l’Archivio di Stato, che consenta l’esposizione dei materiali e allo stesso tempo sia un laboratorio per promuovere iniziative e appuntamenti di rilevanza culturale e sociale.

Milano, Museo del Novecento: esposto "Cerchio" di Trevisani

Cultura

Museo del Novecento, esposto "Cerchio" di Trevisani

L'opera vincitrice del bando ArteVisione 2015 sarà visibile tutti i giorni in Sala Fontana a partire dalle 17:30

Museo del Novecento - Milano, settembre  2012
Museo del Novecento - Milano, settembre 2012

Milano, 12 febbraio 2016 – Da oggi al 21 febbraio 2016 la prestigiosa Sala Fontana ospita “Cerchio”, l’opera di Luca Trevisani vincitrice del bando ArteVisione 2015 che sarà visibile al pubblico tutti i giorni a partire dalle 17.30.
L’esposizione, frutto della collaborazione tra Museo del Novecento, Sky e Careof, è a cura di Chiara Agnello, curatrice ArteVisione, e Iolanda Ratti, curatrice del Museo del Novecento.

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Restauro dipinto di Giulio Licinio danneggiato durante il furto al Museo Castelvecchio

Presentazione restauro dipinto danneggiato durante il furto al Museo di Castelvecchio

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Verona. Martedì 9 febbraio 2016, al Museo di Castelvecchio, verrà presentato alla stampa il restauro conservativo, eseguito dalla Soprintendenza Belle arti e Paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, dell’olio su tavola raffigurante “La Conversione di San Paolo” del sec. XVI.
La tavola, di Giulio Licinio, entrata a far parte della collezione museale nel 1871 con il lascito di Cesare Bernasconi, è stata danneggiata dai rapinatori durante il furto al Museo del 19 novembre 2015. I due frammenti, strappati brutalmente nel tentativo di rimuovere il dipinto dal muro, sono stati portati dapprima nel laboratorio di restauro della Soprintendenza per le operazioni preliminari e poi restaurati in situ; non presentando parti mancanti, si è provveduto al loro riposizionamento, alla stuccatura e all’integrazione pittorica dei lembi di giunzione.
Con il suo accurato intervento la Soprintendenza ha voluto così dare un piccolo contributo per rimarginare una ferita ancora aperta.
Saranno presenti il Soprintendente Fabrizio Magani e la Consigliera delegata alla cultura Antonia Pavesi.

Come da MiBACT, Redattrice Cinzia Mariano
Museo Civico di Castelvecchio, cortile. Foto di Ugo franchini di Wikipedia in italiano, da WikipediaCC BY-SA 3.0.


Rubati 17 dipinti dal Museo Civico di Castelvecchio a Verona

20 Novembre 2015
17 Dipinti di grandissimo valore sono stati rubati dal Museo Civico di Castelvecchio a Verona. In un primo momento si aveva a un conteggio appena meno grave, di 15 opere trafugate.

Pisanello, Madonna della Quaglia
Pisanello, Madonna della Quaglia

 
Andrea Mantegna, Sacra Famiglia e una Santa
Andrea Mantegna, Sacra Famiglia e una Santa

 
Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di fanciullo con disegno
Giovanni Francesco Caroto, Ritratto di bambino con disegno

Oltre a quelle qui tra le immagini, tra le opere trafugate ve ne sono di Jacopo Bellini (San Girolamo Penitente), di Giovanni Benini (Ritratto di Girolamo Pompei), di Giovanni Francesco Caroto (altra opera: Ritratto di giovane benedettino), di Hans de Jode (due opere: Paesaggio; Porto di Mare), di Peter Paul Rubens (Dama delle licnidi), di Jacopo Tintoretto (Banchetto di Baltassar, Giudizio di Salomone, Madonna allattante, Sansone, Trasporto dell'Arca dell'Alleanza) e della sua cerchia (Ritratto maschile), di Domenico Tintoretto (Ritratto di Marco Pasqualigo) e della sua bottega (Ritratto di Ammiraglio veneziano).
Link: ANSARepubblica; Corriere; SKY TG 24Verona Sera; TG VeronaIl Giornale dell'Arte; Artribune.
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Il Museo degli Affreschi Cavalcaselle alla Tomba di Giulietta

Il Museo degli Affreschi Cavalcaselle alla Tomba di Giulietta

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L’inaugurazione del rinnovato Museo degli Affreschi G.B. Cavalcaselle è fissata per sabato 14 novembre 2015, dalle ore 14.30 con ingresso gratuito.
 
La gratuità sarà estesa sino a tutta la giornata di domenica 15 novembre.
Completamente rinnovato, il museo sarà ampliato con un percorso espositivo che integra la grande raccolta di affreschi medievali qui esposti con importanti opere, realizzate sempre con la tecnica “a fresco” del Medioevo e del Rinascimento veronese.
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Documentazione: Approfondimenti
12 Ottobre, Come da MIBACT, Redattrice Antonella Corona