Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Come Dante Alighieri "disonorò l’opera sua" inserendo un gesto osceno

Quanto è bello iniziare a studiare la Divina Commedia. Si è al terzo anno di scuola superiore, nel pieno dell’adolescenza, magari innamoratissimi, persi nel pensiero di quel ragazzo o ragazza che proprio non vuol cessare di incantarci e, in un bel pomeriggio d’autunno, ci vediamo (almeno inizialmente) obbligati a leggere l’incomprensibile opera di quel burbero di Dante Alighieri. Un nome spaventoso, che atterrisce gli studenti alle prime anni e gli studiosi che ormai hanno fatto il callo. Parliamo, in fondo, del Padre della letteratura italiana e della lingua italiana, ed è pur comprensibile lasciarsi prendere dallo sconforto. Ma questi sono sentimenti passeggeri, perché non c’è studente, per quanto pigro, svogliato e disinteressato, che non venga rapito dai versi di quel tristissimo fiorentino. Perché quando Dante iniziò a scrivere la Divina Commedia era triste davvero e mortalmente arrabbiato con i fiorentini.

E mentre era in esilio, non avendo a disposizione altro mezzo per farla pagare a tutti, condannò i suoi nemici alla damnatio memoriae, assai meglio di chiunque altro. E, così facendo, ha reso immortali tutti quanti, specie il papa Bonifacio VIII. Non tutti sono in grado di segregare i propri nemici all’Inferno, e con quale stile! Eppure, vi è un punto della prima cantica dantesca che ha fatto particolarmente impressione a Nicolò Machiavelli, al punto che questi, irato col maestro fiorentino, giunse a dire che avesse «disonorato l’opera sua». E questo perché il nostro poeta prediletto, desideroso di rappresentare con estremo realismo la genia umana, avrebbe «fuggito l’osceno», facendo fare ad un personaggio piuttosto scurrile un gestaccio che Machiavelli proprio non ha perdonato al poeta. Ne parla in un’opera poco conosciuta e mai resa pubblica, in cui immagina di parlare con il grande Poeta. Si sta parlando del Discorso intorno alla nostra lingua.

Nel ventiquattresimo canto, dopo aver attraversato l’Inferno in tutto il suo indicibile orrore, esserci impietositi e irritati, interrogati su alcuni versi misteriosissimi e averne imparato qualcuno per poterlo sfoderare al momento giusto, si cammina insieme a Dante e Virgilio tra le Malebolge, i cerchi più remoti del regno infernale. E qui giungiamo nella bolgia dei ladri, che vengono morsi al collo da un serpente, cadono a terra come cenere e rinascono da essa, esattamente come la fenice.

Un’immagine straordinaria, tra le più belle e spaventose di questo immenso poema:

Ed ecco a un ch’era da nostra proda, / s’avventò un serpente che ‘l trafisse / là dove ‘l collo a le spalle s’annoda. / Né O sì tosto mai né I si scrisse, / com’ el s’accese e arse, e cener tutto / convenne che cascando divenisse; / e poi che fu a terra sì distrutto, / la polver si raccolse per sé stessa / e ‘n quel medesmo ritornò di butto. / Così per li gran savi si confessa / che la fenice more e poi rinasce, / quando al cinquecentesimo anno appressa”.

Qui Dante trova un abitante di Pistoia, città detestatissima dal poeta, e il buon Virgilio chiede al figuro chi sia: si parla di Vanni Fucci, un nome che a noi non dice niente, ma che ai tempi di Dante era ben noto per diversi furti e un omicidio. Non a caso, si presenta al poeta dicendo che

vita bestial mi piacque e non umana / sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.

Precisamente, quest’uomo era considerato il famigerato autore di un furto sacrilego che era avvenuto nel 1293 nella cappella di San Iacopo, all’interno del duomo di Pistoia. Qui, sarebbero state rubate le sante reliquie custodite e un tesoro, straordinariamente ricco. Inizialmente fu arrestato e quasi impiccato un innocente, tale Rampino Foresi, per poi essere acciuffato uno dei complici, il notaio Vanni della Monna. E questi, ormai prossimo all’impiccagione, rivelò di essere stato aiutato da Vanni Fucci, che era già parecchio celebre per le sue malefatte. Il problema, a quel punto, era che il presunto ladruncolo aveva già lasciato la città, senza che si potesse verificare in alcun modo un suo effettivo coinvolgimento. Ma Dante, a prescindere, lo colloca tra i ladri e risolve il giallo con l’inappuntabilità di un Poirot medievale. Naturalmente, gli fa confessare il furto.

Davanti a Dante, l’uomo arrossisce di trista vergogna, ma non perché si vergogni del suo gesto, ma perché si sente umiliato e ritiene che Dante goda nel vederlo in quello stato. Allora, inizia col dire “apri li orecchi al mio annunzio, e odi”, e lo avverte che se mai riuscisse ad uscire dall’Inferno, troverà una sorte amara ad attenderlo. E a quel punto gli racconterà tutte le future disfatte di Firenze. Lo fa perché il poeta soffra: “E detto l’ho perché doler ti debbia” sostiene infelicemente.

Dante Alighieri gesto osceno Vanni Fucci Inferno Malebolge
La bolgia dei ladri nell'illustrazione di Gustave Doré dal XXV° canto dell'Inferno, dall'edizione inglese (tradotta dal Rev. Henry Francis Cary) dell'Inferno (senza data), Cassell, Petter, Galpin & Co., New York, London and Paris

Così, si conclude il ventiquattresimo canto, lasciando i lettori attoniti, ma non appena ha inizio il successivo, Vanni Fucci, in linea con il sacrilegio compiuto in vita, compie un gesto terribile verso Dio, che non compare per la prima volta nella Divina Commedia, ma nel Novellino.

Qui verrebbe da ridere ad un lettore di qualunque secolo, perché si assiste alla prova provata che, gira e volta, passano le epoche, e si resta sempre gli stessi da un secolo all’altro:

Alla fine delle sue parole il ladro / le mani alzò con ambedue le fiche, / gridando: Togli, Dio, ch’a te le squadro!

E subitamente, come un novello Laocoonte, Fucci viene attaccato dai serpenti e stretto in una morsa. Ha bestemmiato contro l’Etterno e deve pagarla. Ma precisamente che gestaccio ha fatto quella canaglia di un Vanni?

Era un gesto volgare molto conosciuto all’epoca, che voleva mimare l’atto sessuale e precisamente la sottomissione sessuale. Un equivalente del nostro dito meglio o del gesto dell’ombrello, per intendersi. E si faceva stringendo la mano a pugno e mettendo il pollice tra medio e indice. All’epoca, chi osava fare un simil gesto verso il Signore Iddio e la Vergine Maria o, addirittura, osava mostrare le natiche, andava incontro a multe modiche o a qualche scappellotto. Di certo non veniva soffocato dai serpenti, ma all’Inferno questi gesti irrispettosi venivano presi parecchio sul serio. Specie perché, all’epoca di Dante, i Pistoiesi si erano preoccupati di erigere, sulla torre del castello di Carmignano, due braccia di marmo con le mani che facevano le fiche a Firenze. E non esiste che Dante perdoni chi si burla della sua città. Quindi, potremmo dire che si è tolto più di un dente con Vanni Fucci e che Machiavelli avrebbe dovuto piuttosto ringraziarlo per aver debitamente ripagato Firenze del torto subito.

Manufica, amuleto di epoca romana in faïence, che riprende il gesto delle fiche. Immagine donata a Wikimedia Commons come parte di un progetto del Metropolitan Museum of Art di New York, come da politica di accesso aperto per le risorse grafiche e per i dati. Foto Metropolitan Museum of Art, CC0

 

Riferimenti bibliografici:

Barbero A., Dante, Editori Laterza, Bari-Roma 2020;

Bonatti M., Dante a piedi e volando. La Commedia come racconto di viaggio, Edizioni Terra Santa, Milano 2020;

Cazzullo A., A riveder le stelle. Dante il poeta che inventò l’Italia, Mondadori, Milano 2020;

Ferroni G., L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia, La nave di Teseo, Milano 2019;

Sermonti V., L’Inferno di Dante, supervisione di Gianfranco Contini, Bur Rizzoli, Milano 2018;

Veneziani M., Dante nostro padre: il pensatore visionario che fondò l’Italia, Vallecchi, Firenze 2020.


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#Dante700, a Perugia un omaggio al Sommo Poeta attraverso le parole di Boccaccio

#Dante700, a Perugia un omaggio al Sommo Poeta attraverso le parole di Boccaccio - Esposizioni sopra la Comedìa in Galleria - Iniziative della Galleria Nazione dell’Umbria

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#Dante700: a Perugia un omaggio a Dante Alighieri attraverso le parole di Giovanni Boccaccio

«Né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né 'l debito amore lo qual dovea Penelopé far lieta, vincer potero dentro di me l'ardore, ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore» (Divina Commedia, Inferno, versi 97-99 del Canto XXVI). Il grande letterato d’Italia e poeta della natura umana, a distanza di secoli non termina mai di stupire i suoi lettori. Così, a settecento anni dalla morte di Dante Alighieri (1265 – 1321) e dal termine della composizione della sua opera più celebre (1304 – 1321), sorgono copiosi i progetti che ne celebrano l’anniversario, molti dei quali anche solo virtuali per condividere informazioni e citazioni con tutti nonostante gli attuali limiti vigenti.

In tale occasione la Galleria Nazionale dell’Umbria, sita a Perugia, ha organizzato un ciclo di conferenze in streaming che descriverà Dante da più prospettive, talune insolite e singolari, cui è possibile partecipare collegandosi alla pagina Facebook del museo. Venerdì 5 marzo 2021 si è svolto “Trattar del Trattatello. Dante raccontato da Giovanni Boccaccio”, il primo di un intero mese di rassegne riservate al Sommo Poeta, la cui vita viene descritta attraverso le parole di colui che per primo ne ha parlato e l’ha apprezzato.

Fino agli anni Trenta del Trecento la Comedìa era diffusa attraverso dei Codici e manoscritti indirizzati ai nuovi ricchi, coloro che adesso definiremmo “borghesi”, che non conoscevano il latino e potevano fruire del poema proprio poiché scritto in volgare. Una scelta innovativa e generalmente mal vista, infatti sarà Boccaccio in persona a tentar di convincere Petrarca della bontà dell’uso del volgare. Il suo Trattatello in laude di Dante è una biografia, o per meglio dire “story-telling”, che riesce a creare un mito e dimostrare la sua grande ammirazione verso Alighieri. Boccaccio ne descrive il carattere irascibile, narra la storia della sua famiglia e gli dedica letture pubbliche, inserendo la sua figura sia all’interno della tradizione epica, che nella tradizione celebrativa latina attraverso Virgilio, ed anche nella nuova tradizione italica. Questo il sunto della prima conferenza riservatogli.

 

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#Dante700: a Perugia un omaggio a Dante Alighieri attraverso le parole di Giovanni Boccaccio

A questo convegno del 5 marzo, con la presentazione di Ilaria Batassa, funzionario deputato alla promozione e alla comunicazione della Galleria che descrive Dante come «un classico a tutti gli effetti pur non scrivendo in lingua latina», faranno seguito le conferenze di venerdì 12 e 19 marzo. Ambedue previste alle ore 17:00, saranno tenute da Maurizio Tarantino e Claudio Ferracci, rispettivamente dirigente del Settore Cultura del Comune di Ravenna e direttore della Biblioteca delle Nuvole di Perugia: la prima conferenza riguarderà “La lingua di Dante tra popolarità e tradizione”, mentre la seconda si intitola “Gulp! C’è Dante in Galleria”.

Giovedì 25 marzo sarà il #Dantedì, giorno in cui alle ore 17,00 verrà letta e commentata la prima delle “Esposizioni sopra la Comedia” composta dal già menzionato Giovanni Boccaccio. Infine, dal 26 al 28 marzo vi sarà una mostra virtuale effettuata da Magister Art e curata da Ilaria Batassa: l’esposizione sarà disponibile sulla pagina Facebook e sull'account Instagram della Galleria Nazionale dell’Umbria, consentendo a tutti gli utenti interessati di poter assistere al di là dei vincoli di spostamento regionale.

Inoltre, per ben ventotto giorni i social della Galleria saranno sommersi dalla condivisione quotidiana
di una combinazione di citazioni, figure e canzoni riguardanti l’illustre Commedia, o ad essa attinenti,
per congiungere così il passato con il futuro.

«Se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne. A l'alta fantasia qui
mancò possa; ma già volgeva il mio disio e 'l velle, sì come rota ch'igualmente è mossa, l'amor che
move il sole e l'altre stelle» (Divina Commedia, Paradiso, versi 140-145 del Canto XXXIII). Con
questi versi finali dell’opera mi aggrada terminare una brevissima esposizione dedicata a colui che
più di tutti ha esaltato l’amore per la conoscenza.

Per le immagini si ringrazia la Galleria Nazionale dell’Umbria.


Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Enea lo straniero Giulio Guidorizzi

"Enea, lo straniero" di Giulio Guidorizzi

Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma - recensione di Chiara Rizzatti

Fin dall'antichità, gli albori di Roma sono materia per miti e leggende che avevano come scopo quello di regalare natali illustri agli antenati di quelli che, molti secoli più avanti, sarebbero stati cittadini di un vasto impero. Mentre i Greci si dichiaravano nati dalla terra, ciò che i romani sapevano era che discendevano da un uomo venuto da lontano, scappato dalla propria patria con un manipolo di seguaci. Si trattava di Enea.

Il saggio di Giulio Guidorizzi Enea, lo straniero. Le origini di Roma ripercorre le tappe dell'eroe a cui Virgilio aveva dato vita per glorificare Roma e Augusto, in una narrazione che Enea stesso porta avanti in prima persona.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea e anche su momenti che non avvengono nell'Eneide, immaginati dall'autore, che sono funzionali a comprendere alcuni personaggi mai troppo approfonditi nel poema, come il padre Anchise.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio.
D'altra parte, dèi silvani e riti agresti sono gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

Oltre a questo, una delle scelte di Guidorizzi nell'esporre la propria rilettura dell'Eneide riguarda un tratto distintivo della narrazione di Virgilio: la presenza degli dèi. L'intervento divino - fortemente rappresentato nel poema latino - è omesso in più occasioni, e la necessità del fato passa in secondo piano per approfondire l'interiorità di un uomo costernato di fronte alle scelte che deve compiere.
Enea è smarrito, in tutti i sensi: lontano dalla patria, dalla famiglia che si sgretola poco a poco, e dalla sua stessa  volontà.

Guidorizzi risponde all'esigenza dei moderni, lontani dai sentimenti di pietas antica, per mostrare ciò che l'Eneide lasciava irrisolto, le ragioni di Enea, senza snaturare l'essenza del cosiddetto "uomo del fato". È facile, infatti, giudicare l'Enea virgiliano come distaccato e freddo, tanto ligio al suo compito da sembrare senza una volontà propria.
La sensibilità moderna stenta a comprendere la stratificazione di un personaggio che non espone i suoi sentimenti in modo plateale, che è costretto a reprimerli in nome di un fine più grande, a cui tutto deve essere sacrificato: Enea non vuole lasciare Troia, ma deve; desidera rimanere accanto a Didone, ma non può; spera nella pace coi Latini, ma stroncherà molte giovani vite per una vittoria che non ha chiesto.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Limitando l'elemento divino e sovrannaturale (anche le Arpie sono quasi "umanizzate"), Guidorizzi enfatizza l'incomparabile originalità della figura di Enea, così lontana dall'ideale eroico dei grandi precedenti della poesia epica, Iliade Odissea. Non c'è più spazio per la bella morte in battaglia che consente una gloria eterna; così come il viaggio non è un sospirato ritorno verso casa, bensì il tragitto oscuro di un profugo verso l'ignoto, in cui non esiste un porto sicuro.
Senza nemmeno Venere a ricordarci l'ascendenza divina di Enea, ci troviamo davanti alla versione più umana del victor tristis, tanto più incapace di opporsi al destino, quanto più fulgido nella compassione.

La copertina del saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma, pubblicato da Einaudi Editore (2020)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Enea e la sua lezione

La lezione di Enea, Andrea Marcolongo - recensione di Francesca Barracca

Cos’è che, dai remoti angoli della nostra memoria, fa subito capolino quando i nostri occhi o le nostre orecchie incontrano la parola “Eneide”?

La maggior parte dei nostri ricordi, in prima analisi, si concentra per lo più su due elementi significativi: la fuga di Enea da Troia e la tragica storia d’amore con Didone. Eppure, non sembra così superfluo dover precisare che l’Eneide non è soltanto questo. Certamente Andrea Marcolongo, nel suo ultimo libro La lezione di Enea, uscito quest’ottobre per Laterza, non ha dato nulla per scontato.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

I pregiudizi che da sempre accompagnano lo studio dell’Eneide e, di conseguenza, la figura di Enea, troppo spesso eclissata rispetto a quella dei ben più familiari eroi omerici, sono il punto di partenza per una nuova riflessione sul poema virgiliano. Sintetizzarne in poche righe la trama potrebbe risultare compito arduo e indegno, ma Marcolongo si premura di fornire, al termine del libro, due appendici: l’una cerca di fornire un breve riassunto dell’Eneide, l’altra una descrizione, nonché presentazione di Enea, corredata di una mappa genealogica che, a partire dal padre Anchise e dalla madre Venere, illustra la discendenza della gens Iulia fino alla nascita di Romolo e Remo, dai quali avrà origine, infine, Roma.

Le fondamenta per la nascita di Roma, però, le pone Enea e la scrittrice invita a non sottovalutare questo dato. Non è singolare, infatti, che in tutta Italia monumenti dedicati a Enea siano piuttosto esigui? In tal senso, anche la scelta di Marcolongo di dedicare il libro all’Italia, il “suo” paese, non è casuale. L’autrice va fiera di potersi dire italiana soprattutto perché in qualche misura discendente di una cultura le cui basi vengono poste dalla commistione tra Enea e le popolazioni che per prime abitavano i territori dove sorgerà la futura Roma. È proprio a noi italiani, quindi, che Andrea Marcolongo si rivolge, nella speranza di un insegnamento nuovo e una rivalutazione collettiva, più utile che mai in un periodo particolare della storia della umanità come quello che stiamo vivendo.

L’occasione per rivedere il testo virgiliano e scandagliare i pregiudizi ad esso legati è stata fornita all’autrice proprio dall’isolamento forzato imposto dall’emergenza Covid-19. Si stabilisce così una sorta di parallelismo che, come raramente accade quando si ha a che fare con l’ambito dell’antichità classica, non disturba: così come Virgilio scriveva della fatica di Enea e nel frattempo cercava di mantenere salda la fede nelle sue certezze politiche mentre Roma “sollevava la testa tra le macerie della Repubblica”, così l’Eneide è stata d’aiuto per la Marcolongo e, forse, potrebbe esserlo per tutti perché l’Eneide è un testo adatto ai tempi difficili, piuttosto che a quelli sereni. Enea, in fondo, è più simile di quanto si possa immaginare a un uomo moderno. Non a caso è “l’eroe della ricostruzione” e la sua lezione va ricercata proprio nella sua stessa essenza.

“Solo una cosa significa essere Enea: alla distruzione rispondere ricostruzione”

Partendo dalla riflessione sulla presenza piuttosto esigua sul suolo italiano di statue dedicate a Enea, Andrea Marcolongo fornisce una serie di prove per trovare conferma del fatto che, una volta letta l’Eneide per puro obbligo scolastico, in quanto parte integrante dei programmi ministeriali, subito ci si dimentica di essa e del suo protagonista. Chiaramente, la scrittrice si rivolge a una fetta di pubblico piuttosto ampia, ma con particolare attenzione nei confronti di chi non ha orientato i propri studi verso la letteratura classica. Ciò risulta evidente soprattutto quando vengono fornite informazioni che, se per i classicisti possono risultare radicate e scontate, danno a tutti la possibilità di avere un contesto di riferimento più preciso in cui inserire le riflessioni.

Così, nei primi capitoli, si percorre la biografia di Virgilio e con essa parte della storia di Roma che si intreccia con la sua vita, il rapporto con Ottaviano, prima profondamente ammirato, poi quasi trascurato in un distanziamento dalla personalità tale da arrivare a considerare Ottaviano e Augusto quasi due persone diverse; e ancora il peso dell’impegno della scrittura di un poema che, commissionato da Ottaviano stesso nel 29 a.C, doveva essere la sua celebrazione, ma due anni dopo, nel 27 a. C., Ottaviano divenne Augusto e Virgilio si ritrovò in una posizione piuttosto scomoda: celebrare l’imperatore mentre era ancora in vita con tutte le responsabilità e i rischi in cui sarebbe potuto incorrere. Certo è che Virgilio riesce comunque a mantenere una propria originalità e non solo rispetto ad Augusto, che figura esplicitamente nel testo soltanto tre volte, ma anche rispetto a un argomento che a Roma era già ampiamente conosciuto.

La storia di Enea, infatti, era familiare fin dalla narrazione omerica. Quello che fa la differenza, quindi, è il modo in cui la stessa storia viene narrata e che è strettamente legato al fato, in quanto è questo a decidere in che modo Enea dovrà affrontare la missione affidatagli, nota fin da subito al lettore quanto a Enea.

La lezione di Enea Andrea Marcolongo
La copertina del libro di Andrea Marcolongo, La lezione di Enea, pubblicato da Editori Laterza (2020) nella collana i Robinson / Letture

Tra i capitoli del saggio che offrono maggiori spunti di riflessione figurano, naturalmente, quello dedicato ad Enea, obiettivamente analizzato in tutti i suoi tratti caratteristici; quello in cui l’autrice si concentra sulla riscrittura del mito di Enea a fini propagandistici effettuata dalle ideologie ad hoc del Fascismo, ma anche gli ultimi in cui Andrea Marcolongo analizza lo stile virgiliano in maniera tecnica, con riferimenti alla struttura dell’esametro e alla fortuna riscontrata nelle successive tradizioni: basti pensare, ad esempio, all’influenza esercitata su Ovidio o sugli altri autori latini o sulla letteratura cristiana, fino ad arrivare a Dante che fa del poeta la propria guida nel viaggio ultraterreno della Commedia.

È proprio in questi ultimi capitoli che Marcolongo dà maggiori prove di conoscenza profonda degli argomenti riuscendo ad essere chiara, concisa e incisiva all’insegna del messaggio di fondo che dà il titolo al saggio: la lezione di Enea è più accessibile e contemporanea che mai. Non deve trarre in inganno il fatto che a fornircela sia un eroe antico, perché proprio come noi Enea cade, più e più volte, ma trova sempre il modo per rialzarsi e resistere.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


Spoleto Orfeo

A Spoleto la pietà di Orfeo

Cosa faresti se potessi portare indietro l’amore della tua vita? Orfeo, scortato da Poliziano, Virgilio e Ovidio, sfida persino gli inferi per Euridice ma poi, proprio quando la sua musica sembra aver vinto sulla morte, ha un dubbio, un cedimento. Mentre la conduce verso la luce, nella piazza fumosa si volta a guardarla e “per troppo amore” la perde nuovamente. Ade che era stato lusingato dalla sua voce, controcanto di violino, tromba e arpa della centrale Accademia Bizantina guidata dal maestro Ottavio Dantone, perde in lui la fiducia e ad Orfeo rimane la disperazione.

L'Orfeo di Claudio Monteverdi alla sessantatreesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF

È con l’Orfeo di Monteverdi che ieri sera, giovedì 20 agosto 2020, si è aperta la sessantatreesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto che, a causa dell’emergenza sanitaria da COVID-19, vedremo allestito in questo e nel prossimo fine settimana in Piazza Duomo e al Teatro Romano con complessivi otto spettacoli.

Una piazza Duomo non gremita, ieri, dove il pubblico era composto e distante: erano circa 750 i posti a sedere rispetto ai 2200 degli anni scorsi. Una riduzione sensibile a cui la Fondazione Festival ha cercato di porre rimedio con le dirette streaming della maggior parte delle serate fruibili sul proprio sito e su piattaforme partner.

L’opera lirica del mito composta da Claudio Monteverdi su libretto di Alessandro Striggio, in principio formata di cinque atti, fu presentata alla corte dei Gonzaga nel 1607. All’inizio del periodo barocco fu la prima partitura a servirsi della polifonia e di un linguaggio più figurativo che riusciva a combinarsi con la storia la cui trama venne affidata al clavicembalo che aveva il compito di orientare gli archi, i fiati e i cantanti in scena. Dantone così ben esegue il ruolo, insieme al coro Costanzo Porta e al maestro Antonio Greco, in un’orchestra che al pubblico appare fin da subito protagonista perché posta al centro del palco, sotto l’illuminazione suggestiva degli archi della cattedrale.

Al lato, invece, all’entrata che conduce al Teatro Caio Melisso, nell’incontro con gli interpreti giungono dalle scalinate ballerini in bicicletta con abiti velati bianchi e neri, sotto la regia, le scene e i costumi di Pier Luigi Pizzi. “Ho scelto di raccontarlo con la massima semplicità e in perfetta sintonia con questo La favola di Orfeo, come l’ha pensata Poliziano, tocca temi universali – aveva raccontato il regista – ai quali Monteverdi fa dono di una unità musicale interiore. Si passa attraverso la morte, in un tempo così rapido e breve che neppure si riesce a realizzare, dalla felicità assoluta al dolore straziante del distacco e della solitudine. La morale – aveva concluso – insegna che da ogni dura prova si esce rafforzati. È ciò che abbiamo appena vissuto, e che ha duramente colpito e segnato tanta parte dell’umanità”.

Spoleto Orfeo
L'Orfeo di Claudio Monteverdi alla sessantatreesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF

Una vita che dipende da un’altra, ecco la metafora contemporanea che dal mito riconduce alla nostra realtà quotidiana. Una similitudine che il pubblico non ha potuto non notare con apprezzamento e applausi, gli stessi che ne avevano anticipato le gesta con i saluti istituzionali da parte del sindaco di Spoleto Umberto De Augustinis e da parte del direttore del Festival Giorgio Ferrara che, a compimento dei suoi tredici anni di mandato (in particolare ha dedicato questa edizione a Carla Fendi, Franca Valeri e Luca Ronconi), per l’occasione “con riconoscenza e lungimiranza” è stato insignito del Premio Fondazione Carispo 2020 dal suo presidente Sergio Zinni.


Dark Star Oliver Langmead

Dark Star, il futuro in pentametri giambici

Oliver Langmead si erge a cantore di una neo-epica moderna, tra futurologia e primordiale potenza della poesia

Langmead arriva in Italia con puro sperimentalismo, giusto  per evidenziare ancora i coraggiosi  azzardi editoriali (sempre ben ripagati) di Carbonio Editore. Dark Star non è solo un romanzo bensì un contro-canto epico di una fantascienza sporca e nebulosa, ammantata da caligine cosmica ed esistenziale. In parole povere, Dark Star è un poema  in pentametri giambici, il metro classico dell'alta poesia inglese, e fonde istanze dantesche alla sensibilità  tragica del moderno storytelling noir e fantascientifico.

Langmead infatti tratteggia un suo personale inferno urbano, Vox, con il cielo assediato dall'eterna notte della Dark Star. Sullo sfondo, come tenebre striscianti, gli esseri umani di un futuro oscuro e  agonizzante, quasi profetizzato dalle incisioni di William Blake. Pentametri giambici al servizio del futuro e di una fantascienza post-elisabettiana e punk rock. Blade Runner incontra Samuel Coleridge.

 

La copertina di Dark Star di Oliver Langmead, tradotto da Nicola Manuppelli e pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo Stellato

La trama si snoda attraverso i classici topoi del noir, omicidi, scontri tra potenti fazioni che detengono le redini della città di Vox, uso di sostanze stupefacenti come il Prometeo.  Prometeo titano della libertà e dell'ingegno umano diventa ente schiavista a cui l'umanità si aggrappa per sopravvivere nell'ombra di un sole ormai remoto; sepolto in miti antichi quanto il ratto d'Europa.  Prometeo droga dorata, liquida, linfa di sole che scava nelle vene di fantasmi umanoidi.

Dante e Virgil, archetipi corrotti e super-umani dei due sommi poeti che ascendono dall'inferno al purgatorio. Dante e Virgil, poliziotti disillusi in un città massacrata da tiranni corrotti e criminalità dilagante.

Il tutto è narrato con una voce superba, remota e distante come l'eco di un dio minore che piange dal suo simulacro ligneo. Dark Star è una sintesi tra fantascienza, noir e detective story, il risultato è un avvincente  tessuto  poetico che sfocia in una prosopopea moderna che racconta la solitudine eterna dell'uomo.

Infine, la dicotomia finale. Lo scontro tra le tenebre  e la luce.

Nessuno vincerà, per l'eterno equilibrio dell'immobile dannazione umana.

 

Dark Star Oliver Langmead
Foto di Lumina Obscura

Dark Star,  con Oliver Langmead

Dante e Virgilio, due maestri della letteratura e della Divina Commedia sono dispersi in nuovo inferno urbano, Vox. Che splendida idea, puoi dirci di più sulla genesi di Dark Star?

Questo è molto gentile da parte tua! Penso che Dark Star sia un'amalgama di diverse influenze. Ovviamente, ci sono Virgilio e Dante, insieme i principali personaggi della Divina Commedia e i grandi poeti della tradizione epica, ma io devo anche citare Milton, da ciò si evince la grande influenza del Paradiso perduto sulla metrica. Il libro è un noir, una detective story, che si ispira al padre del genere, Raymond Chandler e il suo detective Marlowe, ma anche a Sin City di Frank Miller, che è riuscito a catturare quel ritmo noir, ormai stereotipato, così magnificamente. E allo stesso modo, il libro è una storia investigativa di fantascienza, che può ricordare diversi lavori, come La Città e la Città di China Mieville, Altered Carbon di Richard K. Morgan e anche diversi film come Blade Runner e certamente Dark City. Da tutto questo, e molto altro, il libro è venuto alla luce.

Fantascienza, noir, detective story, tutto questo in pentametri giambici. Quanto è stato difficile usare questa metrica e che feedback hai ricevuto dal pubblico?

Scrivere in maniera efficace seguendo una metrica rigorosa è molto difficile, il che testimonia la grandezza di artisti come Virgilio, Dante e Milton, ma ha anche un notevole svantaggio: può essere molto monotono da leggere, perché ha un ritmo molto particolare. Volevo scrivere un poema epico per un pubblico contemporaneo, e per questo volevo renderlo molto leggibile, volevo scrivere un poema che invogliava a girare pagina e il metro è la chiave di volta di tutto ciò. Al posto del tradizionale schema metrico-ritmico ormai monotono nei lavori classici, ho optato di usare la voce della detective story in tinte noir, con i suoi codici di linguaggio perennemente mutevoli e riconoscibili. Ogni frase di Dark Star è lunga dieci sillabe come il pentametro giambico richiede, ma rinuncia ai rigidi piedi sillabici per qualcosa di molto più accessibile. Il feedback finora è stato meraviglioso, e ha superato di gran lunga le mie aspettative. La mia parte preferita, quando recensiscono il libro, è vedere quali versi vengono citati dal recensore, e ognuno ne seleziona di diversi!

Dark Star è un nuovo poema epico per la modernità?

Non credo di essere così audace da ambire a questo onore per il mio libro! Tutto quello che posso sperare per Dark Star è qualcosa di insolito, che può interessare i lettori che cercano di provare qualcosa un po' più sperimentale. Per quanto Dark Star sia una storia d'amore per l'epica, è anche una storia d'amore per il noir, e la fantascienza, e spererei che chiunque ami questi generi possa trovare qualcosa da amare in Dark Star.

Le ombre e la luce sono i veri protagonisti di questo noir claustrofobico, e dopo averlo letto non so se avere paura della luce o dell'oscurità

Penso che potresti aver ragione, Virgil è certamente l'incarnazione della sua città, con tutta la sua oscurità travolgente e fugaci scorci di luce. Alcuni lettori mi hanno detto che dopo aver finito Dark Star, hanno trovato un nuovo apprezzamento per il nostro meraviglioso sole luminoso! Qui, in Scozia, gli inverni si fanno molto bui, e ogni anno, quando i giorni cominciano ad allungarsi, mi ritrovo grato di non dover vivere nella notte perpetua di Vox. Detto questo - penso che sia un posto che mi piacerebbe visitare di nuovo, un giorno. La versione inglese del libro è stata pubblicata il giorno dell'eclissi solare, quindi forse tornerò a Vox in tempo per la prossima.

Dark Star Oliver Langmead
Foto © Oliver Langmead

Recensione Alternativa

Caligine.

Gli Spettri avanzano piangendo droga dorata

da occhi neri come Averni.

Vox, città di Dite in un futuro senza sole,

una Stella Oscura nel cielo  sfida

teorie eliocentriche elleniste e

modernità astronomiche.

Il sole è una tomba di ricordi celesti.

Profezie ed eclissi, in coppia fino alla fin

del mondo.

Prometeo, non titano della libertà,

ma piacere liquido che soffoca le vene,

semidio imprigionato in siringhe di plastica;

l'ago suda gocce gialle come albe dimenticate.

Vox, nuova Sodoma.

Virgilio, Dante, vecchi nomi per nuovi inferni.

Poeti che sputano bestemmie e sposano

pistole e distintivi.

Loro, i messia di questa Sin City

che luccica nell'ombra di un cielo

di Blade Runner.

Detective disillusi,

omicidi e corruzione.

Caligine,

Vox ha perso uno dei suoi Cuori

un'apocalisse di luce sorgerà

e nella notte eterna

tra le onde dello Stige

farà capolino il Bianco.

John Milton, ecco il Paradiso Perduto,

guarda i tuoi eredi oscuri

perduti nel pentametro giambico

di un poeta delle Highlands;

impuro figlio di Wordsworth

Oliver Langmead,

cantore della neo epica

claustrofobica.

Fantascienza,

noir,

cos'è Dark Star?

Se non il riflesso dei

giorni

di un futuro

passato.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Enea Giorgio Caproni

Il nostro Enea

Scintillano talvolta nel grigiore delle esistenze anonime di tutti noi degli eccezionali bagliori, degli incontri imprevisti che di lì in poi illuminano di senso il nostro andare. Esperienze tali accadono forse solo a chi possiede un animo predisposto all’ascolto, ma sono talmente pervasive e significanti da arrivare a riguardare l’intera comunità. Attorno a un momento così toccante ruotano i testi (poesie e prose) di Giorgio Caproni contenuti nel volume recentemente edito da Garzanti, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti.

Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova: il monumento colpì profondamente Giorgio Caproni. Foto di Elena Torre

In una delle piazze più bombardate d’Italia, Piazza Bandiera, a Genova, si erge un monumento a Enea, ritratto nel momento iconico e patetico della fuga con il padre e il figlioletto. La casualità dell’accostamento tra il profugus scampato dall’incendio di Troia e quel luogo simbolo di distruzione colpisce profondamente Giorgio Caproni, che senza indugio alcuno vi legge la rappresentazione dell’uomo della sua generazione, solo mentre cerca di sorreggere una tradizione in rovina e di portare in salvo un futuro ancora incerto, che non sa stare in piedi. «È per me quanto di più commovente io abbia visto sulla terra», annota emozionato il poeta.

Alessandro Fo, nell’accorata prefazione del volume, non esita a definire una tale visione come un’epifania, una rivelazione poetica. E infatti tra il 1954 e il 1955 tale riflessione confluisce nei Versi tratti dal poemetto Passaggio d’Enea: «Enea che in spalla / un passato che crolla tenta invano / di porre in salvo, e al rullo d’un tamburo / ch’è uno schianto di mura, per la mano / ha ancora così gracile un futuro / da non reggersi ritto».

Emerge chiara nel componimento la vocazione narrativa dell’autore, il cui intento è quello di porgere al lettore una verità autentica, per quanto amara. L’esule fugge da una terra infestata dalla morte e cerca scampo nel mare, ma improvvisa arriva la sensazione che quella solitudine sarà il dolore con cui sarà costretto a fare i conti negli anni bui che verranno, in cui non basterà una bussola per orientarsi nell’oscurità; allo stesso modo, la luce non sarà certo un risveglio, ma indicherà forse un altro suolo che potrà calpestare chi non sa piegare il suo cuore: «Nell’avvampo / funebre d’una fuga su una rena / che scotta ancora di sangue, che scampo / può mai esserti il mare (la falena / verde dei fari bianchi) se con lui / senti di soprassalto che nel punto, / d’estrema solitudine, sei giunto / più esatto e incerto dei nostri anni bui?».

La persistenza del mito nel sogno letterario di Caproni è strettamente legata all’incertezza di colui che deve attraversare la notte: il suo epos è dunque quello modernissimo di chi tenta di districarsi tra le miserie cui condanna la Storia e la tensione innata verso il proprio tempo di pace. Incontrare Enea, salvo nonostante i bombardamenti, significa conoscersi e riconoscersi attraverso la memoria privata e collettiva dell’esperienza del dolore.

Sottolinea la curatrice del volume, Filomena Giannotti, che in Caproni gli echi classici appaiono privi di qualsiasi compiacimento erudito, e che anzi vengono traslati in una dimensione familiare. La frequentazione con quelle suggestioni antiche, meditata a fondo e più volte ripresa nell’arco di un’intera esistenza attraverso appunti e interviste, lo porta infine a compiere un ulteriore scarto nell’esplicitazione dell’identità non solo tra Enea e sé, ma anche tra Enea e noi tutti. Riflette infatti l’autore nel 1959, rimaneggiando un suo scritto risalente a dieci anni prima, in cui i verbi erano al singolare: «Ci troviamo veramente soli sopra la terra, con sulle spalle una tradizione che tentiamo di sostenere mentre questa non ci sostiene più, e per la mano una speranza ancor troppo gracile per potercisi appoggiare, e che pur dobbiamo portare a compimento».

Gian Lorenzo Bernini, Enea, Anchise e Ascanio, marmo (1618-19), Galleria Borghese, Roma. Foto di Architas, CC BY-SA 4.0

Il suo – il nostro – Enea è lontanissimo dalla retorica dei ricordi scolastici e da quella delle celebrazioni imperialistiche del fascismo; il personaggio, ormai non più solo virgiliano ma a pieno titolo caproniano, si configura piuttosto come il simbolo di colui che, esule, solo e dunque anti-eroe, deve farsi largo tra le macerie. Maurizio Bettini, nella postfazione, oltre a offrire ai lettori un avvincente caleidoscopio di riletture del mito di Enea più o meno coeve rispetto a quella di Caproni, evidenzia i tratti che rendono il poema di Virgilio perfettamente adeguato a raccontare il mondo in frantumi del dopoguerra: la pietà per i vinti, il disagio dei vincitori, l’orrore di fronte alla morte dei giovani.

Se è vero che per definizione i classici non esauriscono mai il loro portato di autenticità, questo appare con un’evidenza tanto più limpida in momenti storici cruciali, in cui un senso diffuso di smarrimento ci porta a ritornare alle parole degli antichi, per scovarne sotto le ceneri le scintille di una bellezza e di una verità che ardono ancora. Anche così, in questo tempo di solitudine e inesorabile disorientamento, Enea «meno eroe che uomo» ci esorta a un’assunzione di responsabilità, a un ripensamento radicale del futuro, nella necessità desolata e senza alternative di essere guida, di farsi carico di un passaggio senza la garanzia di un approdo. Accettare questa incertezza è improrogabile e altissimo compito della letteratura, da Virgilio a noi.

Giorgio Caproni il mio Enea
Giorgio Caproni, Il mio Enea, a cura di Filomena Giannotti, con prefazione di Alessandro Fo e postfazione di Maurizio Bettini, pubblicato da Garzanti
Enea Giorgio Caproni
Il barchile di Enea, opera di Taddeo Carlone (1578), in Piazza Bandiera a Genova. Foto di Elena Torre

L'ascesa del campione Francesco Battaglia

L'ascesa del campione di Francesco Battaglia, la fantasia è l'epica moderna.

Nel campo del fantastico l'Italia sta vivendo un vero rinascimento, anche per svincolare l'editoria attuale dal monopolio commerciale dell'emisfero anglosassone. Per questa ragione ClassiCult è orgogliosa di presentare un testo che si contraddistingue all'interno del panorama Sword & Sorcery, perché prende il meglio della tradizione classica e la innova con classe e verve, usando schemi più anticonvenzionali. Parlo del breve romanzo L'ascesa del Campione del giovane Francesco Battaglia, pubblicato nella collana Heroic Fantasy Italia da Delos Digital.

Battaglia - nome che è tutto un programma - ci catapulta nel mondo delle storie di Nigmàr, universo narrativo creato da lui stesso. Una trama classica che si erge su fondamenta atipiche, Bront è uno gnomo e deve lottare ardentemente per conquistarsi la carica (celebrativa, simbolica e di potere) di Campione e per spodestare l'attuale campione, Grost il Perfetto, conosciuto meglio come il vero tiranno della comunità gnomica.

Gli gnomi sono certamente tra le creature più usate nella novellistica fantastica, dai tales delle fantasticherie britanniche ai romanzi protofantasy ottocenteschi, per passare al ciclo di Dragonlance e affini. Ma gli gnomi citati sono creature rubiconde, dedite ai lavori manuali e alle canzoni, allo stretto rapporto osmotico con la natura e gli istinti; non sono creature bellicose, anzi sono molto timide e appartate.

Non nel mondo di Nigmàr di Francesco Battaglia, che manipola i tropi del fantastico e li edulcora con provata maestria, con l'ossatura del mito ellenico e romano. I paesaggi descritti, le sezioni dedicate ai combattimenti, infatti, sono un bel esempio di come scorci virgiliani e tolkieniani possano convivere; ma non per questo mancano l'irruenza e la testardaggine di eroi monolitici come La leggenda di Druss di David Gemmell, o altri di cimmera memoria come Conan di Robert E. Howard.

Siamo di fronte a un mix molto ben dosato di vicende avventurose, scontri epici e analisi psicologiche. Ho molto apprezzato l'intelaiatura psicologica dei personaggi di Francesco Battaglia, il quale non cade nel tranello del fantasy di serie B ma è grado di proiettare profondità in tutti i suoi attori narrativi, che non sono semplici ammassi di carne condannati alla mattanza. Seppur la trama sia abbastanza prevedibile, effetto ovviamente voluto dall'autore poiché ripercorre schemi archetipi già convalidati, l'ascesa dello gnomo Gront è ben architettata e compensa il finale telefonato con colpi di scena interni. Del resto trovo molto più interessante proporvi questa ricca chiacchierata con l'autore che si è evoluta in un vero approfondimento culturale che sottolinea le correnti telluriche del fantasy, non mera evasione ma indagine speculativa, antropologica e storica con il medium dell'immaginazione.

Francesco Battaglia

Il tuo romanzo breve, L'ascesa del campione, è  figlio  del fantasy classico,  ma allo stesso tempo è completamente innovativo perché va a ribaltare gli stilemi di un immaginario collettivo ben consolidato. Insomma, non mi aspettavo minimamente di trovare uno gnomo così combattivo, figlio diretto di la leggenda di Druss di Gemmell. Sono abituato a placide creature dalla fantasia cangiante o appassionate di artigianato! Parlaci di questa genesi atipica.

A costo di essere impopolare, credo che certe cose sia meglio dirle subito. Per me, il fantasy è Tolkien, e qualunque altra produzione dovrà giocoforza confrontarsi con lui, sia questo confronto pacifico o meno. Tolkien è stato il padre e tutti noialtri siamo i figli, nanerottoli dai piedi pelosi sulle spalle del gigante.

Personalmente, sia nella vita che nella scrittura, non sono mai stato un “figlio ribelle”. Con “papà Tolkien” ho sempre avuto un rapporto di ammirazione e rispetto affettuoso; non mi sono mai vergognato di dire in pubblico che gli voglio bene. Con il tempo ho esteso questo sentimento anche ai classici che ho avuto il piacere e l’onore di proporre a scuola.

Ma rispettare la tradizione – è bene ricordarlo – non significa lasciarsi soffocare dal suo abbraccio. Un figlio, per crescere, deve imparare a rapportarsi adeguatamente con i patres. Sapersi avvicinare e distaccarsene con uguale serenità. Dei classici, come i genitori, bisogna capire i tempi, le scelte e anche gli sbagli. Sono radice e lezione necessaria per ogni figlio che va in cerca della propria strada.

Il mio fantasy, in definitiva, insegue questa cerca e la traduce in un atto d’amore e sfida alla letteratura già fatta, già celebrata. Se la ribalta, non lo fa per sconfiggerla – quello è il desiderio degli adolescenti – ma per rinnovarla, cogliendola attraverso nuove angolazioni, sfaccettature e prospettive.

Il mondo di Nigmàr è il punto di raccordo di questo processo. Innovativo ma classico, culturale ma innato, è un crocevia di strade, mondi e modelli importanti. Da un lato l’Arcadia idealizzata dai Greci, i pascoli delle Bucoliche, la contea tolkieniana, la nekuya omerica e dantesca, l’apollineo e l’utopia platonica. Dall’altro i boschi tenebrosi e primitivi tipici delle iniziazioni arcaiche, e quell’altro lato della mitologia greca, il più taciuto ma autentico, che trabocca di selvaggio e irrazionale. La Riva arcana, con i suoi fauni (più simili ai satiri, in verità) e streghe, incarna perfettamente questo lato grezzo e dionisiaco che contraddistingue il mito e la fiaba e li rende, nel loro sostrato comune, fratello e sorella.

Lo stesso Bront, lo gnomo protagonista del romanzo, combattivo e tormentato, rivendica la sua autoaffermazione in una riscoperta incessante, dolorosa, di radici e fato personale. Il pastore diventa guerriero, è vero, ma solo per riscoprirsi, alla fine di tutto, pastore di guerrieri e in pace con i suoi patres e i suoi demoni.
L’ascesa del Campione è la storia di una foresta che diventa città, ma anche di una città che ritorna foresta, e in questo ritorno si salva. Lo stesso Bront, a uno sguardo attento, si rivela a sua volta un insospettabile contenitore di suggestioni contraddittorie ma in fondo armoniose in cui convergono il mondo hobbit, nanico, biblico, mitologico, fiabesco, storico e preistorico. Anche umano, poiché profondamente umane sono le forze, le ragioni e i sentimenti che muovono il protagonista. Ma il mondo di Nigmàr non è di questo mondo, non è di questi uomini. Piuttosto, è il mondo verso cui tutti gli uomini potrebbero tendere, io autore per primo, in cerca di rifugio, destino o consolazione. E vi assicuro che qualcuno di loro, in futuro, ci arriverà.

Pur essendo un discendente dello sword and sorcery classicheggiante, il tuo Bront non eredita la "debole" caratterizzazione di alcuni personaggi fantasy del secolo scorso, in particolare del ventennio '60 - '80, con gli imitatori di Conan il Barbaro e con il proliferare del fantastico da tavolino: ovvero i romanzi marchiati Dungeons & Dragons. Ecco, ho apprezzato moltissimo che Bront non è solo un eroe, ma è anche umano (per non dire gnomico), con le sue paure, idiosincrasie e debolezze. Non è nato leggenda ma si autodetermina. E per questo il tuo lavoro è molto più vicino al "mito", alla tradizione poetica scaldica e  perché no, mediterranea. Si lega al concetto antropologico del rito di passaggio, il tuo eroe come i grandi delle ballate poetiche deve superare diverse prove soffrendo realmente. Spiegaci la tua visione del dolore come maestro di vita.

Quando scrivo, cerco sempre di conferire ai miei personaggi una caratterizzazione psicologica profonda e intensa. Mi piace pensare che ogni grande eroe (o anti-eroe) non nasca tale, ma lo diventi passando attraverso tensioni e sentimenti sovraumani. Il dolore è il maestro che manda in pezzi l’equilibrio interno del personaggio (homo fictus) e lo ricrea, producendo in lui fratture insanabili e semi di grandezza.

L’energia primitiva liberata durante questo processo, sintesi ineffabile di tragedia e bellezza, fuoriesce all’esterno e si traduce nell’azione eroica. Proprio per questo ritengo che epica esteriore e psiche interiore non si escludano ma siano l’una il riflesso dell’altra. Le numerose scene oniriche e tribali a cui ricorro spesso evidenziano il groviglio inestricabile tra inconscio e realtà. Ugualmente inestricabili appaiono i concetti di libero arbitrio e destino, con cui non solo ogni eroe, ma ogni uomo deve, prima o poi, fare i conti.

Ascendere a Campione, per Bront, significa spezzare le proprie catene ma anche adempiere al suo fato. Autodistruggersi infinite volte e ricostruirsi altrettante, in una sintesi matura (non priva di ombre) tra Foresta e Città. Sopravvivere a questa iniziazione – quante ne sapevano i Greci! – è farsi exemplum. Un Campione, appunto! Qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle l’estremo e ce lo mostra aprendoci un varco, fittizio ma autentico, verso esperienze conoscitive, emotive o di svago altrimenti fuori dalla nostra portata.

Sparsi per il romanzo ci sono altri richiami alla cultura classica, al folklore e ovviamente al fantastico; spesso ho notato un attento studio della materia. Ti piacerebbe dirci quali sono i tuoi modelli  di scrittura e soprattutto gli archetipi narrativi che cerchi di restituire nel racconto?

Per quanto riguarda i classici antichi, attingo a piene mani dall’epica classica, soprattutto quella omerica. Ammiro i sentimenti di grandezza che a distanza di tante epoche riesce ancora a suscitare nei lettori; la visività possente e il linguaggio vibrante, ricco di formule e sentenze definitive, che come un’asta di bronzo ti trafiggono il cuore e ci restano. Attingo a Virgilio, maestro di bellezza nelle Bucoliche, di cui i pascoli di Nigmàr sono un riflesso.

Tra i medievali prediligo Dante, di cui non sono degno di parlare, e il poema Beowulf, che mi conduce a Tolkien. Tra i suoi capolavori, quello che sento più mio è Il Silmarillion, suo “dono postumo”, in cui cosmogonia ed eroismo tragico generano e innervano il Fantasy. Leggo e rileggo i Poemi conviali di Giovanni Pascoli e i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, straordinarie rivisitazioni oniriche, commosse e spietate del mito. Anche il mio Fantasy è un ritorno alle origini. È scavare oggi i miti di ieri e scoprire se hanno ancora senso.

Se lo studio della parola, l’eroismo narrato e la musicalità possono conquistarci ancora. Perché se è vero che gli archetipi narrativi sapranno sempre chi siamo, è altrettanto vero che sta a noi sfidarli ponendo loro le domande giuste.

Nel caso del Campione, sicuramente ci sono strutture interne tipiche della fiaba e del romanzo di formazione (il pastore che diventa principe, il bosco come luogo di smarrimento e crescita, la strega e il vecchio come figure sapienziali); epiche (l’eroe che compie il suo fato e matura attraverso il dolore e la perdita, attraversamento degli inferi, forgiatura di armi straordinarie, antagonista invincibile) a cui ho aggiunto volutamente, come asse strutturale portante, il tema narrativo della “black-list”, cioè la scalata graduale di Bront attraverso una serie di scontri minori, a difficoltà crescente, che culminano nel duello finale con Grost il Perfetto, che si è nel frattempo caricato di pathos e significati ulteriori. Poiché il rischio maggiore era la prevedibilità, ho utilizzato tale meccanismo liberamente, in maniera plastica e tutt’altro che costrittiva; ho seminato indizi e suggestioni attraverso le scene oniriche e spinto al massimo con una scrittura tagliente, “assoluta” e capace di inchiodare il lettore.

ascesa del campione Battaglia L'ascesa del campione Francesco Battaglia
La copertina del romanzo breve L'ascesa del campione di Francesco Battaglia, pubblicato da Delos Digital nella collana Heroic Fantasy Italia, con copertina di Gino Carosini, illustrazioni interne di Anna Schillirò e Piero Rotelli; a cura di Alessandro Iascy e Giorgio Smojver