Vanni Santoni La scrittura non si insegna

La scrittura non si insegna: intervista a Vanni Santoni

La scrittura non si insegna, un pamphlet  per educare lettori e scrittori

La scrittura non si insegna è l'ultimo volumetto scritto da Vanni Santoni ed edito da Minimum Fax, 95 pagine di consigli, finzioni smascherate e cliché distrutti. Gli errori che lastricano il percorso dell'aspirante scrittore sono molti, a partire dall'alimentazione culturale scorretta, povera di maestri della prosa e satura di baldanzosi prodotti industriali-letterari; sì, perché non è errato paragonare i fast food e il loro cibo spazzatura a tanti di quei romanzi che vengono costantemente propinati sugli scaffali delle librerie.

In La scrittura non si insegna, Santoni consiglia diversi approcci alimentari, partendo dalle prelibatezze targate Proust e Joyce e passando per Mircea Cărtărescu, Faulkner, Ursula K. Le Guin, Roberto Bolaño, David Foster Wallace, Philp Roth, Don DeLillo, Thomas Pynchon, Jane Austen, Jorge Luis Borges e molti altri maestri della narrativa (con racconti e romanzi).

A mio avviso, la prima parte è la più interessante e ghiotta (non che le altre siano inferiori), perché Vanni Santoni ci fa confrontare con tantissime leggende del mondo della scrittura, sbattendo in faccia al lettore (e ai suoi corsisti) quali sono gli step obbligatori da compiere: ovvero leggere, leggere, leggere questi autori. Quantità e qualità, perché chi non "affronta" questi mostri sacri si priva della possibilità di migliorare come autore.

I capitoli successivi si concentrano invece sulla costanza della scrittura: non solo l'ispirazione momentanea regola la stesura di un romanzo, anzi, è soprattutto la disciplina a sostenere l'intero progetto scrittorio.

Tra consigli sui cliché, spiegazioni in merito al mondo dell'editing, storie abusate e macchiettiste e dal mondo dell'editoria, Vanni Santoni sigla con La scrittura non si insegna un ottimo pamphlet culturale, per togliere la patina romantica e illusoria dal mondo della scrittura e per indirizzare gli aspiranti scrittori verso una presa di coscienza critica. In definitiva un libro obbligatorio per tutti e l'ennesima bella pubblicazione all'interno del catalogo Minimum Fax.

 

Ringrazio Vanni Santoni che ha risposto ad alcune domande sul suo ultimo lavoro, La scrittura non si insegna e sulle sfide di questa arte.

La scrittura non si insegna
La copertina del pamphlet di Vanni Santoni, La scrittura non si insegna, pubblicato da Minimum Fax (2020)

Mi sono innamorato di un termine che usi verso la fine del libro, ovvero banality, (in)felice sodalizio tra la banalità e la fatality brutale di Mortal Kombat. Secondo te, questi termini così abusati e ormai prodotti in quantità industriali, quanto possono distruggere il testo di un esordiente? Se fossi un editor o il responsabile di una collana editoriale, cestinerei subito un manoscritto che si presenta in questa maniera.

Sicuramente l’abbandono dei cliché è uno dei primi passi da fare per “scrivere bene”, ma se sono così diffusi è perché prosperano in tanta narrativa commerciale, italiana e in traduzione, e non sono pochi gli aspiranti autori che si abbeverano a tale fonte e non a quella dei classici… Naturalmente rimanendo aspiranti o finendo in trappole o vicoli ciechi quali l’editoria a pagamento, il self-publishing o la nuova “pseudoeditoria free”.

C'è una tendenza di alcuni aspiranti scrittori di leggere alcuni capisaldi della letteratura moderna e poi di emularli con risultati alquanto disastrosi. Su due piedi mi viene da pensare ai cesellatori del cut-up burroughsiano che costruiscono testi arditi e ricchi di acrobazie linguistiche. Fallendo, ovviamente. Ciò mi porta a pensare a una frase di un autore nella tua lista, David Foster Wallace, che afferma: “«Scrittura forbita» non significa scrittura ornata in modo gratuito; significa scrittura pulita, chiara, massimamente rispettosa. Non credi quindi che anche la volontà di mirare troppo in alto sia dannosa per un autore che non si è ancora imposto sulla scena?

Magari ci fossero aspiranti scrittori che scrivono come Burroughs o Wallace! Credo che la paura dell’influenza, prima ancora che l’influenza, sia una tipica malattia dei principianti: se qualcuno è in grado di capire il lavoro di un Burroughs o un Wallace e imitarlo, è già segno che ha raggiunto un buon livello da lettore, anche nel caso (quasi inevitabile) che lo imiti male. Arriverà quindi il momento in cui troverà la sua voce, all’inizio fissarsi su questo o quel grande autore e copiarlo può capitare e non è neanche una cosa negativa, purché si continui a leggere e a moltiplicare così le influenze. Il problema non sono certo le scritture epigonali; il problema, e lo dico avendo vagliato migliaia e migliaia di manoscritti, sono le scritture risapute, inerti, vuote, prive d’interesse e senza “voce”, che costituiscono il 99% dei manoscritti senza futuro e sono il frutto dell’aver fatto troppe poche letture, non dell’eccesso di influenza di questo o quel gigante.

Ho trovato la tua dieta letteraria di estremo interesse, la consiglio a tutti (aspiranti scrittori e lettori che si vogliono formare), ma c'è un autore (o autrice) che ti senti di consigliare oltre a quelli citati ne La scrittura non si insegna?

Dato che nel libro se ne citano centinaia, se adesso ne potessi indicare solo uno, vorrebbe dire che l’avevo dimenticato. Dubito poi che a soli due mesi dall’uscita del libro ci sia già chi ha letto tutti i testi ivi citati – e se anche ci fosse, a quel punto avrebbe imparato a costruire il proprio percorso di lettura da solo. Invito dunque il lettore a trovare da solo il prossimo tassello: è del resto uno degli scopi del pamphlet.

La copertina del romanzo Pasto nudo di William S. Burroughs, nell'edizione Adelphi con traduzione di Franca Cavagnoli

 

L'ispirazione è per i dilettanti. Frase più vera non fu mai pronunciata. Tra le eredità del nostro romanticismo abbiamo conservato, con gelosia, questa figura (ormai archetipica) del letterato devoto a Muse ispiratrici, folgorato da lampi di genio o sedotto da oscure forze misteriose che dispensano i segreti dell'Arte. In verità, come affermi anche tu, la scrittura è un mestiere da praticare senza sosta. Alberto Moravia si metteva a scrivere tutte le mattine per almeno sei ore, anche quando non aveva voglia. Prima ancora di plasmare uno scrittore, non trovi sia più proficuo debellare quei sentimentalismi ottocenteschi? Quindi accompagnare lo studente aspirante scrittore verso un percorso altamente professionale, almeno idealmente parlando?

Lo scopo forse principale del pamphlet è proprio distruggere questo vecchio pregiudizio romantico. Ma attenzione. Come ho spiegato più ampiamente qui, la letteratura resta comunque arte, non artigianato, come vorrebbe un pregiudizio di ordine opposto, più moderno ma non meno diffuso, ed è proprio per questo che chiede qualcosa di addirittura superiore a una “professionalizzazione”: essa chiede, né più né meno, la consacrazione a essa della propria vita. Il fatto che ci siano scrittori di successo che non hanno consacrato un bel niente è incidentale e non deve preoccupare l’aspirante: loro sono stati fortunati, chi non lo è (e non si può certo dire a chi vuole fare un mestiere di sperare in un colpo di fortuna) può forzare il destino solo mettendoci l’anima e il sangue.

George R. R. Martin, uno dei padri del fantasy contemporaneo, si è espresso su alcune categorie di scrittori: gli architetti e i giardinieri. Gli architetti sono studiosi meticolosi, costruiscono con perizia la loro storia e si discostano raramente da quello che hanno già progettato; mentre i giardinieri improvvisano, assecondano i capricci della natura o della momentanea ispirazione e tendono a non rispettare nessuna scaletta o palinsesto di idee. Tu in che categoria ti senti rappresentato? E quali sono i punti di forza e di debolezza degli architetti e dei giardinieri?

È evidente che, al di là delle attitudini di partenza derivanti dall’indole di ciascuno, uno scrittore davvero buono debba essere sia architetto che giardiniere.

Nel mare magnum dell'internet il tuo libro, almeno nelle nicchie degli scribacchini e degli autori emergenti o semplici lettori, ha sollevato qualche polverone. Per esempio tutti affermavano Vanni Santoni dice che se non hai letto Proust allora non puoi scrivere un romanzo decente, mentre in realtà Proust era soltanto uno dei centomila autori che hai citato e che fanno scuola di scrittura. Questo secondo me è anche un indizio del fatto che prima di diventare degli autori bisogna essere dei lettori consapevoli (e non di campionare un passaggio del libro e di trarne conclusioni inesatte e volte a screditare qualcuno). Quindi leviamoci il dubbio: si può diventare uno scrittore capace anche senza affrontare Alla ricerca del tempo perduto?

Il fatto stesso che alcune persone perdano tempo a discutere su Internet se sia il caso o meno di leggere Proust invece di leggerlo, spiega perché costoro siano ancora aspiranti autori. Del resto, se qualcuno reputa fastidioso o difficile affrontare uno dei massimi capolavori dell’arte che vorrebbe praticare, è segno che non è tagliato per essa.
Detto questo, La scrittura non si insegna è molto chiaro nel dire che nessuna singola lettura è di per sé imprescindibile: quello che conta è la quantità e la qualità delle letture, non la presenza di questo o quel titolo specifico.

Marcel Proust, autore de Alla Ricerca del Tempo Perduto, foto (1900) di Otto Wegener in pubblico dominio

Una domanda banalissima, che ogni intervistatore deve porre ogni tanto: quale libro ti piacerebbe aver scritto? Io, se potessi, vorrei essere l'autore di Meridiano di sangue.

Bifurcaria bifurcata di Benno Von Arcimboldi. (personaggio immaginario del romanzo 2666 di Roberto Bolaño, ndr.)

La copertina del romanzo di Roberto Bolaño, 2666, nell'edizione Adelphi con traduzione di Ilde Carmignani. Rappresenta la Vergine di Guadalupe, foto di Adrian Mealand (1996),
progetto grafico di Marlies Visser.

Consigli, quando l'ispirazione e le buone idee mancano, di scrivere dei remake. Questa cosa non mi è ancora chiara: potresti spiegarmi, così anche ai lettori di ClassiCult, che cosa intendi e quanto sia utile questo esercizio?

Premessa necessaria: si tratta di un esercizio adatto solo ai principianti, dato che si presume e spera che uno trovi presto cosa vuole scrivere (o almeno cosa crede di voler scrivere). Semplicemente, come spiegato nel pamphlet, dato che forzarsi a scrivere tutti i giorni è un ottimo modo per trovare la propria strada e un buon ritmo nel lavoro, ma all’inizio non è detto che si abbiano abbastanza progetti in corso per farlo, se proprio non si sa cosa scrivere si può fare un remake: trovo in particolare che i racconti di Čechov siano adatti a questo scopo, per la forza della loro struttura.

Secondo te, un autore è meglio che esordisca con un testo mainstream (o literary fiction) o che provi a sfondare con un'opera di letteratura di genere (horror, fantasy, ecc.). Soprattutto in Italia la questione è interessante.

Se è vero che in Italia esiste un pregiudizio, ancorché in parte superato, verso alcuni generi, credo che un autore debba scrivere ciò che vuole scrivere e che sente di dover scrivere, senza mai, per nessun motivo, fare considerazioni legate al mercato o alle mode.

 

Vanni Santoni (1978) ha pubblicato il progetto letterario Personaggi precari e i romanzi Gli interessi in comune, Se fossi fuoco arderei Firenze, la saga di Terra ignota, Muro di casse, La stanza profonda (candidato al Premio Strega), I fratelli Michelangelo.

Scrive sul Corriere della Sera e dirige la narrativa italiana della casa editrice Tunué.

Vanni Santoni La scrittura non si insegna
Vanni Santoni, foto fornita dall'autore

Luce d'agosto William Faulkner

Luce d’agosto: la tragedia americana di William Faulkner

Se la grande letteratura del ‘900 ha prodotto qualcosa che si avvicina alla forza suggestiva della tragedia greca di V secolo a.C., questo qualcosa è certamente Luce d’agosto di William Faulkner. Il premio Nobel, due volte premio Pulitzer e sceneggiatore americano è annoverato tra le più grandi penne del secolo passato. Celebre è infatti la sua scrittura magmatica e a tratti oscura, soprattutto quando si perde nei meandri di menti ‘ritardate’ o allucinate - come quelle dei fratelli Compson de L’urlo e il furore - o nella narrazione corale e multipolare di Mentre morivo (entrambi romanzi-capolavoro, ignorati dai suoi contemporanei e acclamati dai nostri). Il flusso di coscienza di matrice joyciana in Faulkner assorbe tutto, anche la realtà, mescolandola, quasi senza soluzione di continuità, ai pensieri dei suoi personaggi. Tra continui flashback e flashforward, il lettore si muove, tra le sue pagine, a tentoni, come in una nebbia, ma invogliato ad ogni giro di frase a proseguire il cammino, alla ricerca della luce, della parola che scioglie l’intreccio e lo riempie di significato.

Le storie che Faulkner narra riguardano vicende torbide e squallide, dalle atmosfere pulp e gotiche. Incesti, omicidi, delitti di sangue, adulteri, stupri erano il fulcro delle tragedie dell’antichità, e lo sono anche delle storie dello scrittore di New Albany, che nella contea immaginaria di Yoknapatawpha, Mississippi ambienta la maggior parte dei suoi racconti.

Luce d'agosto William Faulkner
La "Faulkner Portable", la macchina da scrivere Underwood Universal Portable appartenuta a William Faulkner. Foto di Gary Bridgman, CC BY-SA 3.0

Dopo il flop dei suoi ‘capolavori’ d’esordio, Faulkner raggiunge finalmente il successo con Santuario (1931) e Luce d’agosto (1932). Agli albori degli anni ’30 gli Stati Uniti sono nel pieno della recessione economica, la Jim Craw Law legalizza la segregazione razziale e il proibizionismo è ormai agli sgoccioli. Ed è proprio il contrabbando di alcool a fare da sfondo ai due romanzi di Faulkner più apprezzati dal pubblico dell’epoca: da un lato un cupo dramma senza possibilità di redenzione, Santuario, con al centro la vicenda personale (e scandalosa) di Tample Drake, giovane ragazza violentata in un capanno e poi segregata in un bordello di Memphis dal glaciale contrabbandiere senza scrupoli Popeye; dall’altro Luce d’agosto, la storia travagliata di Joe Christmas, uomo dalla pelle ‘color pergamena’ e ‘sangue negro’ nelle vene, anche lui contrabbandiere di alcool e assassino della donna bianca che amava, l’unica donna bianca che potesse amare a Yoknapatwapha: Joanna Burden, ultima superstite di una famiglia di abolizionisti del New England, trapiantata nell’ostile Mississippi schiavista, dopo la guerra civile.

È la natura equivoca e ambigua di Joe Christmas, metà bianco e metà nero, a renderlo uno degli antieroi più affascinanti e rari della letteratura americana. Come gli eroi tragici della tragedia greca, le cui contraddizioni venivano portate all’estremo sino ad implodere sulla scena, così Joe Christmas assurge a personaggio sommamente tragico: il suo non ri-conoscersi, non conoscere la propria reale natura ‘bianca’ o ‘nera’ nel mondo segregazionista e fanatico del Mississippi degli anni ’30, non può che spingerlo a rotta di collo verso un destino ineluttabile. Su di lui, come una spada di Damocle, pende (e penderà sino agli ultimi istanti di vita) quel ‘non conoscere’ la propria reale natura che era stata la causa dell’abbandono ancora in fasce in un orfanotrofio e poi dell’adozione da parte del fanatico religioso McEachern, che si era assunto il ‘fardello’ di redimerlo dalla sua natura ‘nera’ educandolo ad una vita di sacrifici e devozione religiosa che non gli impedirà però di ribellarsi e uccidere il suo padrone-patrigno.

Luce d'agosto William Faulkner
Uno stabilimento per la lavorazione del legno negli anni '30, simile a quello descritto nel romanzo. Foto U.S. National Archives and Records Administration

Tuttavia, è l’amore ‘impossibile’ per Joanna la chiave di volta della vicenda umana di Joe, quell’amore che lei voleva in qualche modo ‘istituzionalizzare’, spingendolo ad abbandonare la vita facile del contrabbandiere di alcool. Unire due mondi che tutti volevano separati: è questo che fa esplodere la contraddizione profonda, ossia l’impossibilità di riconoscersi in una delle sue due nature in quanto entrambe mescolate nel proprio sangue; l’impossibilità di vivere una vita da bianco, lui sempre dimidiato, che per non pagare le prostitute nei bordelli si fingeva bianco per poi dichiararsi negro.

Nella tragedia antica, l’eroe tragico è messo in scacco nel momento in cui ‘riconosce’ di essere vittima di un dissidio insolubile legato alle proprie azioni consapevoli o meno: Edipo si acceca dopo la scoperta dell’incesto con sua madre e dell’omicidio del padre; suo figlio Eteocle è diviso tra la difesa della città e il legame che lo lega a suo fratello Polinice che voleva usurpare il suo trono; Aiace si suicida per la vergogna delle sue azioni mentre era acciecato dalla follia.

Nella tragedia americana di Faulkner, invece, il dissidio è nella natura stessa del suo antieroe: Joe Christmas è egli stesso la ‘sua’ contraddizione e l’omicidio dell’unica donna che lo potesse amare non è che la conseguenza del riconoscimento di questa sua condizione.

Ma non è tutto: a ben vedere, questo suo dissidio - il suo essere l’«ombra di un bianco»- è in verità il dramma di un’intera nazione. Joe Christmas, infatti, porta nelle sue vene quella ‘maledizione’ americana che è la «razza nera». Così la definisce il padre di Joanna Burden mentre mostra alla figlia la tomba in cui erano sepolti suo padre e suo figlio, ammazzati dal colonnello schiavista Sartoris: «Ricordatelo. Il tuo nonno e il tuo fratello giacciono lì, trucidati non da un bianco ma dalla maledizione che Dio ha gettato su un’intera razza prima che il tuo nonno o il tuo fratello o io o te fossimo mai stati anche solo pensati. Una razza condannata alla maledizione di essere in eterno per la razza bianca la maledizione e la condanna per i suoi peccati. […] la maledizione della razza nera è la maledizione di Dio. Ma la maledizione della razza bianca è il negro che sarà in eterno l’eletto di Dio perché una volta Egli lo maledisse».

La maledizione, che nella tragedia greca il dio scagliava come punizione contro il ghenos, la stirpe familiare, minandone l’integrità di generazione in generazione, in Luce d’agosto diventa la maledizione di tutta la nazione. Il dramma del razzismo, d’altronde, innerva la società americana e ne ha segnato irrimediabilmente la storia e la cultura. Il razzismo, inteso come la concezione della superiorità antropologica dell’uomo bianco su quello nero, per gli americani del Sud, come Faulkner e i suoi avi, non era semplice odio o paura del diverso, ma rappresentava l’architrave della propria identità culturale e, dopo la guerra civile, invece di essere estirpato dall’abolizione della schiavitù, si estese come un virus dal Sud in tutto il Paese.

Luce d'agosto William Faulkner
Rex Theatre for Colored People, Leland, Mississippi, giugno 1937. Un luogo di segregazione. Foto di Dorothea Lange

Joe Christmas, dunque, non è che un mescolamento innaturale, un «abominio della carne» (queste le parole deliranti del folle Doc Hines, il nonno che lo aveva abbandonato in orfanotrofio), vero e proprio emblema di una nazione che non può ignorare - sembra dire Faulkner -, con l’illusione segregazionista, il suo dissidio e la maledizione per il proprio peccato originale. Ed è in questa follia collettiva, in questo fervore religioso quasi oracolare (che anima molti dei personaggi chiave di questa vicenda), che si consuma la tragedia di Joe Christmas, una tragedia tutta americana.

Luce d'agosto William Faulkner
William Faulkner, fotografato da Carl Van Vechten (11 dicembre 1954). Foto Prints and Photographs division della United States Library of Congress, digital ID cph.3f06403

Eppure in Luce d’agosto manca quel nichilismo cieco e senza redenzione che corrode le anime ‘perdute’ di Santuario: è la Speranza infatti ad aprire e chiudere il romanzo, nella persona di Lena Grove, la giovane giunta a piedi, incinta, dall’Alabama, da sola e scalza, in cerca del padre della creatura che porta in grembo. Grazie a lei, alla sua ingenuità, che è seconda solo alla sua forza ostinata, Faulkner guida il lettore nell’abisso di Joe Christmas, ossia quella Dark House (titolo originale del romanzo, a cui fu poi preferito Light in August) che in fondo non è che l’America-Mississippi; ed è sempre grazie a lei, alla fine, che ne esce con gli occhi rivolti verso il Domani, verso il Tennessee.

Luce d'agosto William Faulkner
La prima edizione di Luce d'agosto di William Faulkner.