Alcuni libri nascono sotto i buoni auspici di un’intuizione che si manifesta sin dalle prime righe: in un lampo folgorante, l’autore svela al suo lettore un segreto con sapienza custodito, un’immagine limpida che benedice il suo andare. Il recente saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici?, edito da Cronopio, si apre sotto il segno di un silenzio che è al tempo stesso vitale e sacro, perché fa da culla all’ispirazione e al sogno, ma anche alla memoria. Già l’eco briosa che risuona nel titolo del libro lascia presagire la vivacità che caratterizza le sue pagine, pregne di interrogativi fecondi, argute riflessioni e considerazioni aperte, a partire dai capolavori della letteratura inglese, irlandese e americana.

Foto di TuendeBede 

Oscar Wilde, James Joyce, Arthur Conan Doyle sono solo alcune delle voci immortali attraverso le quali Terrinoni orienta le vele del suo viaggio, che è una vera e propria sfida alle briglie dei canoni della letteratura e dunque non è mai consolatorio. Lo spazio in cui il classico mirabilmente si distende, avverte l’autore, è quel solco incommensurabile che lega in eterno il passato in cui esso è stato concepito e il futuro cui fatalmente si rivolge: in questo orizzonte liminale, non esistono certezze, né la pretesa di fornire risposte definitive alle domande che sono connaturate all’uomo, e che per questo sono da sempre irrisolte, perennemente umane. Da dove deriva allora questa paura diffusa nei confronti di classici, questo timore che non è soltanto reverenziale, ma è quasi una imbarazzante sensazione di inavvicinabilità, addirittura un’avversione, più o meno dichiarata, verso la presunta superiorità di ciò che la letteratura consacra? Relazionarsi con la cifra di imponderabile di cui il classico è portatore non è facile nel tempo della disattenzione, arguisce Terrinoni; occorrerebbe infatti una pazienza, una disposizione all’ascolto, di cui oggi non sembriamo capaci, attratti come siamo da molteplici stimoli, sollecitati contemporaneamente da input numerosi e disparati.

Probabilmente ciò che respinge non è il classico in sé, lascia intendere l’autore, ma la torre d’avorio in cui esso è isolato e rinchiuso: «possiamo tentare di abbatterle o sabotarle, quelle torri eburnee», è l’eretico invito contenuto nel libro, «per poi sbirciare all’interno delle loro stanche mura e tornare a osservare il mondo di fuori con occhi vergini». Il sentiero tracciato da Terrinoni approda poi a un concetto affascinante: non semplicemente quello di infinito, ma quello di infinibilità – come se, in questo perenne ondeggiare tra fantasia e ricordo, il classico si ribellasse all’idea stessa di limite, come se incoraggiasse lo sconfinamento, il fluttuare, l’aprirsi verso orizzonti di possibilità altrimenti impensabili. «Leggere fino in fondo l’abisso senza fine dei classici è una questione di democrazia e di accoglienza, perché sì, l’accoglienza è insita nella democraticità del leggere; ma è paradossalmente preceduta da un moto quasi contrario, che non è di sospetto, ma è forse di paura, di straniamento, di circospezione verso l’alterità», sostiene l’autore.

Foto di fsHH

Un pregio che rende questo volume unico nel dibattito che fiorisce intorno all’idea di classico è l’attenzione accordata all’Irlanda, terra di sogno, incarnazione del mito inteso come viaggio che non conosce fine, metafora dell’immaginazione, estremo miraggio, luogo d’incanto e d’immenso. L’energia che pervade l’isola color smeraldo è la stessa che anima i classici, quella forza sotterranea che, mentre scorre, accorda infinite vite e rinnovati slanci persino a ciò che sembra riposare sotto le ceneri della dimenticanza.

Enrico Terrinoni Chi ha paura dei classici
La copertina del saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici? Il libro è stato pubblicato da Cronopio nella collana rasoi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.