Thòdoros Kallifatidis, Timandra, Crocetti (2021) – recensione

Quello editoriale è un sistema imperfetto. I libri del passato ci raggiungono come fossero luce del presente, esattamente come succede ai nostri occhi di cogliere la luce di stelle già spente; mentre i libri del presente – quelli scritti oggi o che si stanno ancora scrivendo – ci raggiungeranno tra chissà quanti anni-luce. I libri, nati dalla lunga trafila editoriale, sono questo: luce di stelle già spente ma che continua a splendere e, a volte, riesce anche a illuminare il presente. Penso questo quando noto che l’edizione originale di Timandra di Thòdoros Kallifatidis (Crocetti Editore, 2021) è datata 1988. Oggi il romanzo torna nelle librerie con una nuova veste grafica e con la traduzione di Nicola Crocetti, che già aveva portato l’opera in Italia nel 2002.

Qualcosa ci raggiunge per mezzo dei canali cui abbiamo accesso, ma quanto altro ancora ci rimane velato, inaccessibile, tarda centinaia di anni o resta nascosto per sempre. L’ossessione del lettore – un lettore che potrebbe essere uscito dalla Notte d’inverno di Calvino – è il libro perfetto e inaccessibile: una parola che potrebbe illuminarlo e sciogliere i suoi drammi e che gli si nega a causa di fattori esterni. Il libro che attende da sempre è perso nel passato e irrecuperabile, esaurito in tutti i magazzini, irreperibile negli archivi bibliotecari, è un libro mai pubblicato, oppure si tratta delle bozze perdute dell’ultimo libro di quel famoso autore… o ancora, è il libro scritto da un uomo mai nato.

In mezzo a tutto ciò, a metà tra il libro mai scritto e necessario e le miriadi di libri inessenziali che riempiono gli scaffali delle librerie, si colloca Timandra, il romanzo del poliedrico Thodoros Kallifatidis – greco emigrato in Svezia dagli anni Sessanta – che torna nelle librerie italiane a trentatre anni dalla sua prima uscita.

Thòdoros Kallifatidis Timandra
Timandra, romanzo di Thòdoros Kallifatidis, pubblicato da Crocetti Editore (2021) nella collana Mediterranea. Foto di Sofia Fiorini

Un’altra versione della storia?  

In quello che viene presentato come il suo romanzo più famoso, Kallifatidis dà voce alla leggendaria etera del V secolo a.C. che fu amante di Alcibiade e che da lui ebbe una figlia, Laide, la più bella cortigiana del tempo. Il racconto di Timandra è un flusso ininterrotto che ripercorre in un lungo flashback le vicende della sua vita, dalla sua infanzia fino alla morte di Alcibiade. Il ritmo dei racconti del passato è scandito da un ritornello frequente –  che recita “nella semplice casetta di campagna in Frigia” –  il quale fornisce un’indicazione sul presente di Timandra, collocandola nel tempo e nello spazio. Il suo racconto, infatti, inizia proprio dalla sua ultima notte con Alcibiade, la notte che l’avrebbe condotto al giorno della sua morte. Proprio in quella casa della Frigia, Alcibiade, in viaggio diretto verso il re Artaserse II, sarà ucciso dai sicari di Farnabazo.

Nelle vicende, il cui sfondo storico è la guerra tra Atene e Sparta, compaiono i grandi eventi militari, così come trovano posto le grandi personalità dell’epoca, da Socrate a Platone. Ma il cuore pulsante del racconto di Timandra, il vero centro intorno a cui tutto gira, è Alcibiade. Oltre ai fatti storici più noti che lo riguardano – la spedizione in Sicilia e lo scandalo delle erme, il massacro di Melo, la guerra contro Sparta – la narrazione di Timandra restituisce i retroscena privati del grande condottiero ateniese. Ma si tratta davvero di un’altra versione della storia? Quella che non ci è mai stata raccontata? Si tratta davvero di un’altra versione, un altro sguardo, un’altra filosofia dei fatti? Oppure si tratta soltanto di una variante inedita di un racconto e di una storia che sono sempre gli stessi?

Thòdoros Kallifatidis Timandra
Timandra, romanzo di Thòdoros Kallifatidis, pubblicato da Crocetti Editore (2021) nella collana Mediterranea. Foto di Sofia Fiorini

Il sacrificio dell’archetipo del genere maschile

Riferendosi a Timandra, il critico svedese Karl Eric Balud scrisse– com’è riportato da Crocetti nella nota sull’autore – che Kallifatidis, scegliendo la via della libertà, “sacrifica perfino l’archetipo del genere maschile”. Questo perché la voce narrante è appunto quella dell’etera ateniese del V secolo e non quella dell’eroe guerriero suo amante.  Ma la Timandra di Kallifatidis – “colei che onora l’uomo”, come lei stessa esplica nella sua narrazione – sembra onorare la stessa storia che da sempre ci è consegnata, e non darne una versione inedita. Non ha, cioè, una voce diversa, mai udita, e non convince che la sua possa essere davvero la versione femminile di quei fatti. Di fatto, la storia che racconta è quella di Alcibiade, e anche l’immagine che fornisce di sé stessa reca l’impronta dello sguardo maschile.

Timandra celebra l’amore nella sua fisicità. Dice che le donne vivono per l’oggi, mentre gli uomini per il domani. Che le donne portano in sé – grazie alla possibilità di generare nuova vita – il potere e la consapevolezza della rigenerazione; mentre, proprio perché questa possibilità manca agli uomini, essi si dedicano alle grandi imprese per guadagnarsi l’immortalità nella memoria dei posteri. La misura della vita di Timandra è il potere della seduzione del suo corpo, arte insegnatale dalla madre, etera a sua volta. Un potere che, una volta appreso, le conferisce una forza inarrestabile, quella che le dava la “sensazione che la vita fosse grande, ma non più grande di me”[1].

Alcibiade è definito come il fiume che disseta la vita di Timandra, la quale dice di se stessa:

La mia vita è stata bella e felice, ma ero più felice quando la vita si fermava e l’uomo che amavo da quando avevo dieci anni si coricava accanto a me con un sorriso impercettibile sulle labbra. Allora riuscivo a sentire di nuovo che la vita non era più grande di me. [2]

Quest’uomo onnipotente, adorato e temuto da città intere, diventa inerme e vulnerabile quando giace nel letto della sua amante. Ed è esattamente da questo che sembra derivare il prestigio di lei. È grazie a un amante della portata di Alcibiade, infatti, che Timandra realizza l’ambizione di sua madre, ovvero quella di fare di lei una regina, capace di irretire ogni uomo col suo corpo.

Di seguito, alcune considerazioni con alcuni spoiler sul finale. 

Con Timandra, Kallifatidis sembra voler dare voce a tutte quelle come lei, alle etere e cortigiane mute per secoli. La visione di cui Timandra si fa portatrice consiste nella fede nell’amore carnale, che sembra esaurire e far perdere rilievo a ogni altra esperienza. Una fede non scritta che Kallifatidis immagina sia stata professata dalle etere attraverso il loro corpo. Una fede di cui non rimane traccia una volta che i loro corpi svaniscono. Ma fintanto che esistono sembra che nulla sia più grande di loro. Così ritorna questa percezione della grandezza nella scena finale del romanzo, quando Timandra seppellisce i resti di Alcibiade:

Scavai una buca, vi deposi le ossa e la spada e le ricoprii con la terra. Sopra misi la pietra più grande che riuscii a sollevare. Non era poi così grande.[3]

Insomma, quest’uomo invincibile è lei a seppellirlo e, nel sopravvivergli, è come se affermasse la superiorità della propria condotta e della propria filosofia. Una filosofia il cui primo caposaldo sembra essere l’ineffabilità. Proprio colei che pratica l’amore come lavoro si esime, durante una discussione degli uomini sull’argomento, dal darne una definizione:

Per loro l’amore non era sempre ben accetto perché poteva portare allo scontro con gli interessi della città, per dire, o con altri interessi. L’amore era una felicità, non la felicità. Avrebbero potuto vivere senza amore, non avrebbero potuto vivere senza il loro onore e la loro libertà. Come mi erano estranee tutti queste cose! Io avrei potuto vivere sia senza onore sia senza libertà. Ma non senza amore. Se avessi detto loro qualcosa del genere si sarebbero messi a ridere. Così, quando fu il mio turno di parlare non parlai. Allora compresi che per parlare dell’amore devi necessariamente credere che sia qualcosa di diverso da quello che è.[4]

La filosofia di Timandra si riduce a questo: il senso della vita è contenuto nell’esercizio dell’amore, in particolar modo quando serve a legare a sé un grande uomo. Una filosofia della carnalità che si scontra con il polo opposto della dedizione alla guerra propria dell’universo maschile.

Timandra, insomma, non ci consegna l’immagine di un’eroina, e la protagonista non è quel personaggio dalla luminosità accecante, rivoluzionaria, che si spererebbe di incontrare. Il romanzo si limita a intessere elegantemente l’affresco di un personaggio che risente di una serie di stereotipi legati al femminile, laddove, invece, dare voce a un personaggio minore e reietto avrebbe potuto aprire un varco a una visione alternativa della vita e della storia. Chi legge potrà forse obiettare che l’Atene del V secolo a.C. non sia il luogo più adatto per ricercare una figura nuova di donna. Ma chi scrive crede sia possibile rintracciarne in ogni tempo, e soprattutto quando è coinvolta la già citata libertà artistica della trasformazione di quello che è stato in quello che può essere stato. Ma, forse, il libro necessario che ci consegni una figura di questa portata non è ancora stato scritto.

[1] Thòdoros Kallifatidis, Timandra, Crocetti, Milano, 2021, p. 24.

[2] Ivi, p. 25.

[3] Ivi, p. 199.

[4] Ivi, p. 92.

La copertina del romanzo Timandra di Thòdoros Kallifatidis, pubblicato da Crocetti Editore (2021) nella collana Mediterranea

Timandra – Thòdoros Kallifatidis

  • Traduzione: Nicola Crocetti
  • Pagine: 208
  • Prezzo: € 15,00
  • ISBN: 9788883063305
  • Collana: Mediterranea
  • Data Uscita: 29/04/2021

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.