DICTATURA. ROMA E L’INVENZIONE DI UN POTERE ASSOLUTO, DI BARBARA BISCOTTI

Pubblicato dalla casa editrice Solferino (ottobre 2025), Dictatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto a cura di Barbara Biscotti, docente di Istituzioni di diritto romano e Storia del diritto romano presso l’Università di Milano-Bicocca è un preziosissimo saggio che delinea la nascita e l’evolversi di uno degli istituti di cui Roma si servì durante il periodo repubblicano.

Il volume, suddiviso in sei capitoli, accompagna il lettore, ab origine, alla scoperta della dittatura romana e di come essa si sia declinata nei diversi secoli della Res Publica.

la copertina del saggio Dictatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto, di Barbara Biscotti, edito da Solferino Libri (2025)
la copertina del saggio Dictatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto, di Barbara Biscotti, edito da Solferino Libri (2025)

Oggi il concetto di dittatura ha una connotazione negativa, soprattutto se si pensa al ‘900, spesso ricordato come il ‘secolo delle dittature’, ma essa, a Roma, aveva un ruolo e, soprattutto, finalità differenti.

L’autrice nel saggio ricostruisce la portata della dictatura romana attraverso ciò che Roma e, soprattutto gli storici – Tito Livio, Ab urbe condita in ispecie – hanno tramandato ai posteri. I vari Camillo, Cincinnato, Quinto Fabio Massimo Verrucoso detto il ‘Temporeggiatore’, Silla, Cesare, ad esempio, permettono di ricostruire l’importanza che tale istituto ha rivestito durante il periodo repubblicano.

Con la fine dell’età monarchica e l’avvento della res publica (509 a.C.) a Roma si avvertì la necessità di cambiare rotta e scongiurare che il potere venisse trasferito ad una sola persona, motivo per cui cominciarono a sostanziarsi diversi istituti, il consolato in primis. Questo, però, come afferma l’autrice nel saggio, non eliminò del tutto la necessità di ricorrere ad una sola persona al comando, anzi, circa verso la conclusione del VI a.C. si dovette far ricorso, per la prima volta, proprio all’istituto della dittatura.

Per quale motivo si avvertì la necessità di ricorrere alla dittatura? E, soprattutto, come mai per così tante volte durante il periodo repubblicano? A questo interrogativo l’autrice dedica particolare attenzione nel corso del saggio; infatti, la contingenza che a Roma fosse necessario, ad un certo punto, ricorrere al dittatore la si spiega con uno stato di allerta e terrore che scuoteva la popolazione romana, soprattutto in situazioni belliche.

A tal proposito è deducibile che la dictatura romana fosse la diretta conseguenza di uno stato di tensione che avrebbe potuto gettare la nuova civitas in preda allo sconforto più totale, tale da paralizzare se non abbattere ciò che si stava costruendo con l’avvento della res publica.

L’autrice, però, non manca di rimarcare più volte, citando esempi, che la dittatura romana era anche diretta a risolvere non soltanto le questioni ‘esterne’, ma anche i subbugli ‘interni’: basti pensare alle lunghe ed estenuanti guerre civili che videro contrapposti Cesare e Pompeo.

Inoltre, nel saggio sono trattate le questioni relative agli scontri che videro contrapposte la fazione degli aristocratici a quella dei populares. È fondamentale sottolineare che il passaggio dalla monarchia alla repubblica non avvenne ex abrupto e che la forza ‘aristocratica’ detentrice del potere in epoca monarchica non venne meno; infatti, agli albori della Res Publica le magistrature romane erano prerogativa dei soli aristocratici a discapito della plebe urbana. Si potrebbe, quindi, opinare che era soltanto ‘formalmente’ rimesso al popolo il potere, ma che ad substantiam esso era una cifra caratteristica dei più ricchi e potenti.

Tutto ciò condusse a veementi scontri tra patrizi e plebei con quest’ultimi intenti a far sì che le magistrature romane venissero aperte anche alla fazione popolare; non mancarono scontri, a volte quasi più truci delle stesse guerre d’espansione romana. In questa circostanza la stessa res publica romana si rifugiò nell’istituto della dittatura.

Soltanto con il IV a.C. si arrivò a concedere le cariche repubblicane anche alla fazione popolare e, dunque, altresì la stessa dittatura divenne un istituto cui la fazione popolare poté accedere; si parla in questo caso, infatti – la stessa autrice dedica un capitolo alla questione – di ‘dittature popolari’.

Il saggio è ulteriormente prezioso perché permette, con l’attento vaglio delle fonti sottoposte dall’autrice al lettore, di ricostruire l’iter di elezione del dittatore; questo era prerogativa di un solo console che avrebbe dovuto pronunciare il nome del dittatore in piena notte, circondato da un silenzio quasi serafico. Viene così a delinearsi un quadro dell’istituzione dittatoria a metà strada tra una carica politico-militare ed una sacerdotale, questo perché l’elezione stessa del dittatore doveva essere ben voluta e determinata dagli dèi (soprattutto se si considera che, come i greci, anche i romani erano fortemente credenti).

Questo binomio politica-religione connota la dittatura non soltanto romana: infatti, anche quelle moderne si sono adoperate per attirare su di sé quelle prerogative che soltanto le cariche religiose potevano esercitare.

L’autrice non manca, nella parte finale del saggio, a conclusione dell’intera esemplificazione della storia della dittatura nella Roma antica, di fornire al lettore, seppur cursoriamente, un quadro generale della ricezione della stessa in epoche successive; diversi sono gli esempi, basti pensare all’idea che della dittatura aveva Niccolò Machiavelli, che ne I discorsi intorno alla prima Deca di Tito Livio non manca di esaltarne le funzioni, quasi fosse la dittatura l’unico strumento per poter governare degnamente uno stato. L’autrice passa ad analizzare il XVII e XVIII secolo, fornendo uno spaccato di quanto la dittatura fosse da un lato, l’esempio migliore di governo, dall’altro, un nocivo elemento posto a corrosione di uno stato che si sarebbe dovuto governare senza dover ricorrere necessariamente alle smanie di potere di una sola persona.

Una cifra non indifferente dell’intero saggio è la nota metodologica posta a corredo dello stesso. Infatti, l’autrice in questa brevissima appendice dichiara al lettore non solo le finalità, ma anche il modus operandi seguito nella stesura del volume, citando le fonti e dando uno spunto ai più appassionai o curiosi di poter approfondire l’argomento. A riprova di tutto ciò, il saggio è completato da un ricco glossario con le parole più comuni e icastiche del lessico politico della Roma antica e una folta bibliografia sull’argomento.

Il volume di Barbara Biscotti è non soltanto un importante pamphlet sull’origine ed evoluzione della dictatura, ma un mirabile punto di riferimento per una riflessione più approfondita, come la stessa autrice afferma (p. 24):

«[…] domandarsi in che cosa consista precisamente quella ‘dittatura’ […], conoscerne l’origine, l’evoluzione, gli sviluppi nel contesto in cui si è affermata […], può costituire un’interessante avventura alla scoperta di noi stessi e delle pulsioni che, in determinati momenti storici, ci hanno indotti e potrebbero ancora indurci a consegnare le nostre sorti collettive nelle mani dell’ ‘uomo del destino’».

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

il frontespizio del saggio Dictatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto, di Barbara Biscotti, edito da Solferino Libri (2025)
il frontespizio del saggio Dictatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto, di Barbara Biscotti, edito da Solferino Libri (2025), nella composizione da Canva, licenza d’uso

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