Han Kang, La scatola delle lacrime – recensione
Ci sono domande che sembrano appartenere all’infanzia, ma che continuano ad accompagnarci per tutta la vita. Interrogativi semplici, capaci però di racchiudere significati profondi e universali, soprattutto quando riguardano le emozioni che spesso facciamo fatica a comprendere e ad accettare.

A cosa serve piangere?
È attorno a questo interrogativo che si sviluppa La scatola delle lacrime di Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura, che torna a incantare i lettori con una fiaba delicata e profonda dal sapore di rinascita emotiva.
L’idea del racconto nasce da un’immagine che colpì l’autrice durante una rappresentazione teatrale per bambini:
“Una primavera di circa dieci anni fa, in uno dei teatri del quartiere di Daehangno, assistetti a uno spettacolo per bambini piuttosto singolare. Si trattava di un monologo intitolato Vuoi vedere le mie lacrime?, scritto e interpretato da un attore danese di mezza età. È un ricordo lontano e ormai sbiadito, ma mi è rimasto profondamento impresso quell’uomo che entrava in scena con una scatola nera e iniziava a tirare fuori grosse lacrime trasparenti per mostrarle al pubblico.”1

Da questa immagine, rimasta impressa nella memoria della scrittrice come una visione quasi irreale, prende forma anni dopo l’intero universo narrativo de La scatola delle lacrime. È proprio da quella suggestione visiva che nasce la figura del collezionista, e con lui l’idea che le emozioni possano essere raccolte, custodite e perfino condivise.
“Tanto tempo fa, ma non poi così tanto, in un villaggio viveva una bambina. Un nome ce l’aveva, ma tutti la chiamavano «Lacrimona». Perché la chiamavano così? Be’, per rispondervi, devo prima raccontarvi la sua storia.”2

Protagonista del racconto è una bambina che vive in un villaggio remoto di montagna. I suoi occhi sono spesso colmi di pianto: non solo per i motivi più comuni dell’infanzia, come un ginocchio sbucciato o un giocattolo perduto, ma anche per dettagli minimi e inattesi, come le foglioline verdi appena nate che brillano al sole o il suono lontano di un flauto che la attraversa e la commuove. La sua sensibilità la rende diversa dagli altri, finché un giorno la sua vita viene sconvolta dall’arrivo di uno strano uomo vestito di nero, accompagnato da un uccellino dalle piume blu.
“L’uomo si tolse il cappello scoprendo gli occhi: nonostante l’abbigliamento, non faceva poi così paura. Le rivolse un gran sorriso e i suoi occhi divennero due fessure maliziose, eppure aveva l’aria un po’ triste. Per un istante, lei trattenne il fiato, incerta se ricambiare il sorriso o scappare. Poi notò qualcosa di gonfio e tondo sotto il cappotto dell’uomo, all’altezza del petto. Davanti ai suoi occhi stupefatti, quel qualcosa si spostò lentamente verso il braccio, fino a sbucare di colpo dalla manica. Era un minuscolo uccellino color pesca. Infilando la testa fra le piume rosa del collo, prese per beccare il palmo pallido dell’uomo: pic pic pic. Le ali e la coda, solo quelle, erano di un blu surreale.
«Io sono il collezionista di lacrime. Le rivendo anche, se qualcuno ne ha bisogno.»”3

Con questa premessa si apre il cuore del libro. Han Kang costruisce una figura quasi mitologica, un mercante di emozioni che non cerca oro o pietre preziose, ma l’essenza più profonda dell’essere umano. Le lacrime vengono raccolte e custodite in un grande contenitore, ciascuna legata a un’esperienza diversa: il lutto, la gioia, la nostalgia, la perdita. Ogni goccia racconta una storia, componendo un archivio fragile e prezioso della vita. Tra tutte, il collezionista ricerca la “lacrima più pura”: quella che nasce senza una ragione precisa e, allo stesso tempo, per tutte le ragioni possibili.
“Una lacrima versata senza neppure accorgersi che si stia piangendo, che scende per nessuna ragione in particolare, e per tutte le ragioni del mondo…quella è la lacrima più bella che c’è al mondo.”4

Da questa premessa surreale prende forma una storia che parla di dolore, memoria e condivisione. Affascinata da quell’enigmatica figura, la bambina decide di seguirla in un viaggio che si trasforma ben presto in un percorso di scoperta e di un mondo che inizia a cambiare dinanzi ai suoi occhi.
Chi conosce Han Kang sa che la sua scrittura è precisa, a tratti cruda, eppure in questo racconto la prosa si fa più eterea e sospesa, senza rinunciare ai temi che attraversano tutta la sua opera: la solitudine, il peso dei ricordi e la ricerca di un contatto autentico. Le emozioni diventano tracce di vita vissuta, testimonianze che non scompaiono ma continuano a esistere in forme diverse. Il collezionista le rimette in circolo perché, come suggerisce l’autrice, a volte abbiamo bisogno delle emozioni degli altri per imparare a riconoscere le nostre.
“Il colore della lacrima, che tanto la incuriosiva, non era né giallo, né verde, né rosa, né blu. Era una trasparenza indefinita che, alla luce, si accendeva di lievissime sfumature.”5
Privata di un colore definito, la lacrima diventa un elemento assoluto: non appartiene a un’unica esperienza, ma le contiene tutte. In questo modo il pianto si trasforma in un linguaggio capace di dare forma a ciò che spesso resta invisibile.
Il viaggio della bambina si rivela allora un percorso di trasformazione: ciò che all’inizio appare come una stranezza — raccogliere emozioni, conservarle, persino scambiarle — diventa un modo per comprendere e accogliere le fragilità dell’animo umano.

La scatola delle lacrime si chiude come si è aperta: con una domanda. Ma è una domanda diversa, più consapevole, che non cerca una risposta definitiva. Piuttosto, invita a restare dentro il dubbio, dentro la fragilità, dentro quel gesto semplice e necessario che è il pianto.

Note:
1 Han Kang, La scatola delle lacrime, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano, 2026, p.67.
2 Ivi, p.9.
3 Ivi, p.15.
4 Ivi, p.20.
5 Ivi, p.61.

