Kathrin Harkup, La nascita di Frankenstein: sulla soglia delle infinite possibilità della scienza
Teste mozzate, traffico di cadaveri, sangue di agnello trasfuso nelle vene delle volpi: da questo breve catalogo di fatti espunto dalla storia della chirurgia – ripercorsa da Kathrin Harkup in La nascita di Frankenstein – si desume che la realtà sia più terrificante dell’invenzione. Anche una mente come quella di Mary Shelley, la donna che con un passo di danza a inizio Ottocento ha creato il genere fantascientifico e, insieme, uno dei personaggi più spaventosi della storia della letteratura, non eguaglia nel suo romanzo più famoso gli orrori della realtà in cui la sua autrice viveva. Forse perché il vero orrore della sua opera non è da ricercare tanto nella trasmutazione della materia e nella perturbante creatura, quanto nei recessi del cuore umano.

Frankenstein, il romanzo delle “grandi opportunità” della scienza
Nel saggio La nascita di Frankenstein, la chimica e divulgatrice britannica Kathrin Harkup mostra, con una meticolosa ricostruzione storica delle nozioni e del grado di sviluppo medico del tempo, in che misura la realtà di Mary Shelley possa essere entrata nella sua opera. Ne emerge che, quanto può sembrare spettacolarmente nato dal nulla – cioè dal genio di M. Shelley -, si respirava in realtà nella temperie dell’epoca. Agli albori del diciannovesimo secolo, infatti, il progresso avanzava più veloce che mai. Scoperte fortunose e rocambolesche, dimostrazioni pubbliche e teatrali, la metamorfosi dell’alchimia nella scienza chimica, una fede non più infondata sulle infinite possibilità umane: tutto questo era all’ordine del giorno. Gli ultimi anni del Settecento, per esempio, erano stati quelli del successo internazionale di Luigi Galvani, professore di anatomia e studioso dell’elettricità medica che:
al termine di dieci anni di ricerche, variazioni e ripetizioni, […] trasse la conclusione che esisteva una sorta di “elettricità animale” insita nel corpo della rana e in tutti gli animali […]. L’elettricità animale era forse il “fluido vitale” a cui Victor Frankenstein avrà attinto per animare la sua creatura.1

In un’epoca in cui i cadaveri erano merce ricercatissima – e pagatissima – da parte gli anatomisti, e su di essi non solo si studiava la composizione del corpo umano, ma se ne tentava talvolta anche la rianimazione per mezzo dell’elettricità, la grande invenzione di Mary Shelley potrebbe in effetti apparire naturalmente suggerita dalle teorie scientifiche dei suoi contemporanei.

La letteraura come caso studio della scienza
Il lettore delle Lezioni di letteratura di Nabokov non potrà fare a meno di chiedersi se e in che misura queste nozioni contribuiscano alla comprensione dell’opera letteraria su cui si innesta l’indagine. Nello studiare le opere di cui è appassionato, Nabokov appronta un metodo che si spinge fino all’illustrazione, per esemprio dello scompartimento del treno di una scena di Anna Karenina, o dell’appartamento del Gregor Samsa della Metamorfosi. Se il punto, in quel caso, è l’approfondimento dei dettagli materiali descritti nei racconti per arrivare alla comprensione massima del loro cosmo, l’effetto del saggio di Harkup è piuttosto quello di un’amplificazione delle circostanze materiali al tempo della redazione dell’opera di Frankenstein. Più che esumare il vero dell’opera, si scandaglia il vero nell’opera.
Per Harkup, chimica e divulgatrice scientifica, è naturale che il punto chiave della trattazione sia la scienza che si intravede attraverso il romanzo di Mary Shelley, più che l’opera in sé. E a rendere possibile questo tipo di analisi è certamente la natura camaleontica di Frankenstein, che a seconda della lente di chi lo guarda, si presenta con una moltitudine di volti. Oltre che l’ipotesi sulle conseguenze della sperimentazione scientifica, in esso si osserva un affresco orrorifico sui privilegi della bellezza, sulla mostruosità del corpo, sulla crudeltà del dare la vita senza alcuna garanzia di felicità, sull’hybris della scienza tecnica e sulla potere distruttivo dell’ambizione.

Ma se tutto ciò resta al di fuori dal saggio di Harkup, non significa che esso non abbia dei meriti per la letteratura in sé. Uno di essi, per esempio, è di aver ricordato che gli apporti di P. B. Shelley all’opera di Mary – diversamente da quanto si è talvolta vociferato – siano stati limitati alla prima edizione ed epurati in quella definitiva del 1831. Parimenti, nei capitoli finali, ricorda ai lettori lo scarto esistente tra il mostro di Frankenstein così come fu concepito da Mary Shelley e quello della vulgata, riplasmato dalle rappresentazioni teatrali e dal cinema. Nello specifico, precisa come la riduzione teatrale del 1823 a cura di Richard Brinsley Peake, Presumption; or the Fate of Frankenstein, abbia segnato molti degli stereotipi che poi sarebbero stati legati alla storia, seppure assenti dal romanzo originale:
il mostro era muto e sgraziato, contrariamente alla creatura agile ed eloquente del libro; il nome dello scienziato e della creatura iniziarono ad essere confusi; Victor acquisì uno sventurato assisstente; infine, sia il mostro che il suo artefice muoiono alla fine dello spettacolo, mentre il romanzo ha un finale aperto, con la creatura che scompare insieme al corpo di Victor.2
La (storia della) scienza non è un paese per femmine
Nel ripercorrere i progressi fortunosi della chimica e della chirurgia che possono aver ispirato l’opera di Mary Shelley, alcune delle pagine di Harkup assumono l’aspetto di lunghe rassegne di nomi di uomini che, con la loro saggia follia e geniale ardimento, hanno sfidato il buon senso per apprendere le leggi di natura e donare – metaforicamente e letteralmente – il fuoco ai loro simili. Tra di loro, anche il marito dell’autrice: proprio Percy Bysshe Shelley, in gioventù entusiasta dilettante scienziato attratto dall’alchimia che spaventava le sorelle con i suoi esperimenti, sembra essere il più accreditato tra i modelli cui il personaggio di Victor sarebbe ispirato.
A voler tenere traccia, invece, dei posti occupati dalle donne in questa ricostruzione bisognerebbe annoverare: cadaveri di prostitute che, poco o per nulla tutelate dalla società e reiette, sarebbero state le vittime perfette a fruttare un guadagno al mercato nero dell’anatomia, senza che qualcuno insistesse a indagare sulla loro scomparsa; fan di Byron, prima tra tutte Claire, la sorella di Mary, che lo inseguì tanto pressantemente da strappargli una relazione e una gravidanza – a un certo punto il poeta accetterà di crescere la figlia Allegra, ma solo a patto che la madre stia ben lontana da lui. La stessa geniale Mary Godwin, se non ci fosse stato il successo a riscattarla, sarebbe forse rimasta la timida fanciulla che assisteva senza il coraggio di intervenire alle discussioni scientifiche di Shelley, Byron e del giovane medico Polidori a Villa Diodati nell’estate del 1816.
Il 16 giugno, Byron lanciò la proposta. «Dovremmo scrivere un racconto di fantasmi a testa». […] Ma delle cinque storie avviate, soltanto due furono poi completate, e a sorpresa di tutti non furono gli scrittori affermati, Byron e Shelley, a comporre le più memorabili.3

Una dettagliata e sorprendente disamina, quella di Harkup, che dà conto della natura rocambolesca del progresso e che, ancora una volta, conferma quello che la Storia è stata: un mosaico di tasselli con nomi di uomini bianchi, talvolta illuminati dal guizzo azzurro di una luce elettrica.

Note:
1 Kathrin Harkup, La nascita di Frankenstein, Milano, UTET, 2025, p. 241.
2 Ivi, p. 301.
3 Ivi, pp. 74-5.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.
