La poesia come sogno, racconto e ritorno alle cose con Claudio Damiani, Sognando Li Po

Ci sono libri che prendono un poeta del passato come modello, altri che lo assumono come oggetto di studio, altri ancora che lo trasformano in un personaggio. Sognando Li Po di Claudio Damiani appartiene a quest’ultima categoria soltanto in apparenza. Li Po, infatti, non è semplicemente un personaggio del libro ma è una figura attraverso la quale Damiani costruisce una particolare idea della poesia, fondata sull’attraversamento del tempo, sulla fedeltà alle cose e sulla possibilità che la poesia restituisca alla realtà una dimensione originaria.

Il libro nasce da un incontro di lettura che l’autore colloca all’inizio degli anni Ottanta, quando, poco più che ventenne, si imbatté nella traduzione di Martin Benedikter delle Trecento poesie T’ang. La premessa non è un semplice ricordo autobiografico, contiene già, in forma quasi programmatica, la poetica dell’intero volume. Infatti, il passaggio decisivo della premessa è quello in cui Damiani definisce la poesia cinese come qualcosa che lo spingeva «oltre il mio tempo», verso un «futuro antico». Questa è un’espressione apparentemente paradossale, ma criticamente molto produttiva. Il futuro, infatti, dovrebbe essere ciò che ancora non esiste; l’antico ciò che è già trascorso. L’ossimoro futuro antico elimina invece la linearità del tempo storico. L’antico può diventare futuro quando contiene una possibilità di rinnovamento che il presente ha smarrito.

la cover del volume Sognando Li Po, di Claudio Damiani, edito da Marietti 1820 (gennaio 2008)
la cover del volume Sognando Li Po, di Claudio Damiani, edito da Marietti 1820 (gennaio 2008) nella collana La Sabiana – 1072. Crediti per la foto: Yuleisy Cruz Lezcano

È precisamente ciò che accade in Sognando Li Po: Damiani non torna alla Cina Tang per ricostruire archeologicamente il passato, ma per trovare, nel passato, una forma ancora utilizzabile di esperienza poetica. La premessa stabilisce inoltre una genealogia molto precisa. Da una parte stanno Li Po, Po Chu-i e Tu Fu; dall’altra Properzio, Catullo e Tibullo. L’operazione eseguita dall’autore qui è complessa, perché mette in comunicazione due tradizioni e il verbo utilizzato da Damiani è particolarmente significativo: Benedikter avrebbe immesso nella lingua e nella poesia italiana «il grande fiume cinese», mescolandolo con la tradizione greco-latina. L’immagine del fiume contiene già una teoria della traduzione, una tradizione letteraria non viene semplicemente trasportata da una lingua all’altra, ma confluisce in un’altra corrente e la modifica. La metafora fluviale è inoltre perfettamente coerente con la poetica di Damiani. Il fiume è movimento, continuità, trasformazione, ma anche permanenza: l’acqua cambia continuamente e tuttavia il fiume rimane riconoscibile. La poesia cinese diventa dunque una corrente dentro la poesia italiana.

Il riferimento a Ezra Pound va letto nello stesso contesto, Damiani ricorda la vicinanza fra poesia cinese e poesia latina sul terreno dell’«aderenza alla terra» e della «fedeltà alle cose». Queste due espressioni costituiscono quasi una dichiarazione di poetica. La poesia, per Damiani, non deve allontanarsi dalla realtà per diventare spirituale; deve invece raggiungere una forma di conoscenza proprio attraverso la precisione con cui guarda ciò che esiste.

La prima poesia che ha trascritto, L’addio, è estremamente importante perché stabilisce immediatamente il funzionamento formale del libro. Il testo non comincia con una dichiarazione lirica, che comincia con una scena: giunti su un’altura/ dove c’erano quattro baracche Il procedimento è quasi cinematografico, prima viene indicato il luogo; poi il movimento; poi gli oggetti; poi i personaggi. Il poeta rinuncia a una introduzione psicologica e costruisce il significato per accumulo di dati visibili: Altura, baracche, neve, rami del pino, carro, cavalli, locanda e la poesia si costituisce attraverso una serie di elementi concreti. Questa è una delle caratteristiche più rilevanti della scrittura di Damiani, in cui la realtà precede l’interpretazione. La sintassi segue il movimento della scena. Il testo procede attraverso verbi d’azione: giunti, scesero, cadeva, slegò, presero stanza, alzarono, parlò, si alzò, prese, s’incamminò. La poesia è quindi costruita come una piccola sequenza narrativa, ma il racconto non è prosa travestita da poesia e la sua poeticità nasce dalla selezione e dalla disposizione delle immagini.

La struttura temporale di L’addio è estremamente netta: arrivo – notte – conversazione – alba – ricordo dei morti – silenzio; è quasi una struttura drammatica in cinque movimenti. La notte costituisce il centro del testo. I due poeti bevono e parlano mentre gli altri dormono. Il dialogo produce una sospensione temporale: il mondo esterno tace, mentre due uomini, sapendo che dovranno separarsi, cercano attraverso il racconto di riaprire il proprio passato. Tu Fu parla dell’infanzia e della casa natale, Li Po parla della capitale, delle feste, delle danze e della giovinezza. La costruzione è binaria: casa / capitale; infanzia / giovinezza; natura / civiltà; memoria privata / esperienza pubblica. Ma questa opposizione non diventa conflitto, perché due memorie convivono nella stessa notte. Poi arriva l’alba.

L’espressione «si fece bianca la finestra dell’alba» è particolarmente significativa, qui l’alba non viene descritta attraverso il colore tradizionale del cielo, ma attraverso la trasformazione della finestra. Il mondo esterno entra nella stanza attraverso una superficie architettonica. Subito dopo compare un’altra formulazione: «un biancore irreale penetrò nella stanza». La luce è qui una presenza fisica, quasi un personaggio. Il verbo penetrò attribuisce alla luce una capacità d’azione. La scena passa quindi dalla conversazione alla memoria dei morti e si percepisce un passaggio fondamentale, nel quale l’alba, che dovrebbe rappresentare l’inizio del giorno, conduce invece alla morte. Questa poesia, poi, non si conclude con la parola «addio», l’addio viene messo in scena. La forza della conclusione nasce dalla sottrazione. Dopo la conversazione, la poesia elimina progressivamente il linguaggio fino a lasciare soltanto gesto e paesaggio, il silenzio diventa così l’ultima forma del dialogo.

La poesia che dà il titolo al volume presenta un procedimento diverso, se L’addio era costruita come un racconto realistico, Sognando Li Po introduce immediatamente una dimensione onirica: Nel mio sogno eri giunto nel monastero. Il testo presenta una struttura narrativa assai ampia, ma il sogno permette di abolire la distanza temporale. L’autore contemporaneo può incontrare Li Po; Li Po può incontrare una donna legata alla propria storia; la storia può diventare presente. Il monastero, tuttavia, non è quello idealizzato che ci aspetteremmo da un’immagine spirituale, è abbandonato e cresce l’erba sul pavimento oltre ad esserci sterco nei corridoi. Questa apertura è straordinariamente importante, perché Damiani demitizza lo spazio sacro attraverso dettagli corporei e materiali. L’erba e lo sterco interrompono immediatamente qualsiasi idealizzazione. Il monastero non è un luogo astratto di contemplazione ma è un edificio abbandonato, riconquistato dalla natura e dagli animali. Si può dire che attraverso questi versi il sublime passa attraverso il quotidiano e così il testo produce continuamente questo cortocircuito. Questa è forse una delle chiavi più importanti della poetica di Damiani. Infatti, il sacro non sta sopra le cose; emerge dalle cose. Parlando delle immagini nella poesia una fanciulla dal viso di luna e la luna passa dunque da elemento del paesaggio a figura umana. Qui si verifica una personificazione, ma non una personificazione isolata, perchè l’intero paesaggio partecipa alla stessa trasformazione. La natura acquista così comportamenti umani, mentre gli esseri umani vengono continuamente ricondotti alla natura. Il lettore può cogliere lungo questa raccolta più e più volte questo sistema di corrispondenze, in cui l’uomo guarda la natura e vi riconosce una forma umana; la natura, contemporaneamente, sembra osservare l’uomo.

La parte centrale della composizione introduce una seconda voce. La ragazza racconta la propria storia e quella di Yang Kuei-fei. Ma la poesia fa qualcosa di ancora più interessante: la ragazza canta. La struttura è profondamente stratificata. La ragazza racconta di essere stata concubina dell’imperatore, di avere conosciuto la capitale e la felicità, poi la calunnia, l’espulsione, la morte dei genitori e l’incendio della casa. La sua biografia riproduce così, in forma femminile, la condizione di Li Po. La frase decisiva è: Anch’io fui cacciato/ e come te vago errando. Qui avviene la fusione dei destini, Li Po e la donna diventano figure dello stesso archetipo: l’esiliato.

La frase: ma adesso questo palazzo è nostro/ è quindi decisiva, perché la poesia trasforma la perdita in una nuova forma di possesso, come un’appartenenza poetica al mondo. Altra immagine è quella della coppa che attraversa la poesia. Li Po beve con la ragazza; la invita a sedere; alla fine rialza la coppa augurando giorni felici alla luna. La coppa è quindi un oggetto concreto, ma assume progressivamente una funzione strutturale, è il segno della convivialità. Nella poesia di Damiani gli oggetti diventano nodi semantici.

L’autore presenta la poesia sostanzialmente «di due in due versi» e la disposizione a coppie produce una sorta di ritmo binario, ma non dobbiamo confonderlo con un distico metrico regolare ma si può cogliere che il principio costruttivo è piuttosto sintattico-semantico. Infatti, molti versi contengono una singola unità informativa: La luna bianca sorgeva/ sopra la cima del monte. Oppure: Le cime azzurre dei pini/ scrollavano appena le teste. La spezzatura del verso rallenta la lettura e obbliga l’occhio a registrare l’immagine per gradi, il verso funziona dunque come unità percettiva. Il poeta ci invita: non serve soltanto a creare musicalità: serve a inquadrare l’immagine. E questo è uno dei motivi per cui la poesia di Damiani può apparire estremamente semplice, pur essendo costruita con grande consapevolezza.

La poesia senza titolo che apre la sezione Ma Wei sembra, formalmente, ancora più semplice: è una giornata nuvolosa. / Cammino sui sentieri di Ma Wei. Qui il soggetto è finalmente l’io, ma l’io non entra nella poesia per raccontare sé stesso psicologicamente. Entra attraverso il corpo che cammina e il paesaggio modifica lo stato interiore senza che l’autore lo dichiari psicologicamente. Questo è un procedimento ricorrente nella poesia di Damiani: l’emozione viene trasferita nell’azione e nella percezione fisica.

Il libro si divide nelle seguenti sezioni: Sognando Li Po, Ma Wei, Il canto dell’eterno dolore di Po Chu-i, La tempesta, Cara sera, Difficile strada, Le scale degli immortali, A tarda ora, che possono essere lette come un movimento complessivo. Non sembrano semplicemente capitoli tematici, costruiscono una progressione. Il lessico della raccolta sembra quindi muoversi progressivamente verso una dimensione temporale e ontologica più profonda. La strada è fondamentale perché rappresenta il movimento; la sera e la tarda ora rappresentano invece il limite.

L’ultima poesia è decisiva, perché qui Li Po è stanco e vuole piangere. La frase: Ancora ci sono giorni per me/ introduce il tempo in maniera esplicita, ma subito dopo il poeta guarda a un mondo e a cose reali, senza pensare astrattamente alla morte. La poesia, poi, si sposta dal personaggio storico all’umanità anonima, questo è un passaggio fondamentale. All’inizio del libro avevamo Li Po e Tu Fu, cioè due grandi nomi della poesia cinese, alla fine abbiamo bambini, mendicanti e una famiglia, la poesia in questo modo compie un movimento di democratizzazione dello sguardo, il grande poeta guarda gli ultimi. E la reazione non è un discorso ideologico: si inginocchia e prega. Quindi la conclusione introduce una figura di elevazione dopo una sequenza dominata dalla sofferenza. La poesia sembra così suggerire che il trascendimento non avviene fuggendo dal mondo, ma guardandolo fino in fondo. Uno degli aspetti più interessanti dei testi di Damiani è che il poeta tende a costruire le poesie attraverso unità di senso relativamente autonome e la poesia racconta, ma il racconto è il veicolo della meditazione. Il repertorio retorico di Damiani è sorprendentemente sobrio e si trovano moltissime personificazioni. Il ritmo dei testi è lento, da questo si deduce che la lentezza, per l’autore, diventa quindi quasi un principio etico: guardare significa concedere tempo a ciò che si guarda. La luna rimane, le gru rimangono, il cielo rimane; ma dentro il paesaggio entra la spazzatura, entrano i mendicanti, entra la famiglia. La poesia di Damiani sembra così voler affermare che la contemplazione non può essere separata dalla compassione.

la cover del volume Sognando Li Po, di Claudio Damiani, edito da Marietti 1820 (gennaio 2008)
la cover del volume Sognando Li Po, di Claudio Damiani, edito da Marietti 1820 (gennaio 2008) nella collana La Sabiana – 1072

La fortuna critica di Sognando Li Po è documentata anche dai riconoscimenti ricevuti. Ad esempio, Ossigeno nascente, l’Atlante dei poeti contemporanei dell’Università di Bologna, registra per il volume, pubblicato da Marietti nel 2008, Premio Lerici Pea, Premio Volterra Ultima Frontiera, Premio Borgo di Alberona e Premio Alpi Apuane. 

la cover del volume Sognando Li Po, di Claudio Damiani, edito da Marietti 1820 (gennaio 2008) nella collana La Sabiana - 1072
la cover del volume Sognando Li Po, di Claudio Damiani, edito da Marietti 1820 (gennaio 2008) nella collana La Sabiana – 1072, nella composizione da Canva, licenza d’uso

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