Obladì. Tredici racconti, a cura di Sebastiano Montesi, per i tipi di Revolver Edizioni: una radiografia del nostro presente letterario

Recensire una raccolta di racconti oggi equivale ad addentrarsi in una stanza affollata in cui tutti parlano contemporaneamente: all’inizio è rumore indistinto, poi, per un motivo più o meno particolare, cominciano a distinguersi voci che prevalgono su altre.

Senza scomodare la tradizione tutta italiana del racconto o lo stato dell’arte attuale che lamenta un certo abbandono del genere, non si può però negarne la riscoperta grazie all’attività di alcune case editrici indipendenti. Tra queste, Revolver Edizioni ha deciso che per festeggiare il suo primo anno di attività l’unica mossa sensata fosse scardinare il tabù editoriale più rigido del nostro Paese: quello secondo cui il pubblico italiano non ami la forma breve. Il risultato di questa scommessa è Obladì. Tredici racconti (curato da Sebastiano Montesi), un’antologia che è una vera e propria dichiarazione d’intenti e una radiografia spietata, ironica e commovente del nostro presente letterario.

la copertina della raccolta Obladì. Tredici racconti, a cura di Sebastiano Montesi, pubblicata da Revolver Edizioni (2025) nella collana Lucy
la copertina della raccolta Obladì. Tredici racconti, a cura di Sebastiano Montesi, pubblicata da Revolver Edizioni (2025) nella collana Lucy

Obladì, infatti, prova a mettere in ordine le voci più contemporanee, tra la pulizia di una prosa affilata e la sporcizia tematica di una realtà che non fa sconti. In questi racconti, lo stile è davvero l’unico strumento a disposizione per mappare le nevrosi, le solitudini, le epifanie di una generazione che ha imparato a narrare il proprio quotidiano in maniera affatto scontata.

Il titolo stesso della raccolta evoca inevitabilmente la spensieratezza pop dei Beatles, quel “Life goes on” che scorre nonostante tutto. Ed è esattamente questo il filo rosso che unisce le tredici schegge narrative del volume: la vita che insiste, che si deforma e si ricompone nelle pieghe di esistenze ordinarie o , al contrario, piuttosto eccentriche.

Obladì si distingue proprio per l’assenza di omologazione. Tredici autori (tra cui Mattia Grigolo, Alessandro Grippa, Francesca Chiti, Mauro Colarieti, Giulio Iovine e molti altri) compongono un mosaico in cui ogni tessera ha taglio, colore e affilatura diversa. Non c’è alcuna linea stilistica imposta dall’alto; c’è invece la libertà assoluta di esplorare i generi e le geografie dell’anima. Si passa con disinvoltura dal realismo quasi minimalista a suggestioni surreali che sfiorano il perturbante, in cui il confine tra realtà e finzione è talmente labile da diventare inesistente; dalle dinamiche claustrofobiche dei legami familiari a esplorazioni urbane in cui la solitudine diventa un personaggio a sé stante.

Lichene, di Alessandro Grippa

In questo coro di voci distinte, in questa stanza affollata in cui i timbri si sovrappongono, Lichene di Alessandro Grippa adotta una lente originalissima, quella della biologia e delle scienze naturali, per osservare e sezionare i comportamenti umani. La vita della protagonista viene esaminata proprio come se fosse un organismo in un vetrino da laboratorio, colto nel momento esatto di una mutazione cruciale. La prima parte del racconto esamina i legami familiari con una precisione chirurgica e rassegnata. Durante una cena con i genitori, i silenzi, i tic e i commenti ripetitivi vengono descritti come sedimentazioni geologiche,

“il graffito degli anni sul tufo malleabile”1.

In questo contesto, la comunicazione diventa impossibile: la protagonista custodisce un segreto, si chiede se sia il momento di dirlo, ma l’impossibilità di intrufolarsi in una

“complicità che è pure uno spazio fisico”2

la blocca.

Il vero snodo del racconto si compie nella fusione finale tra l’essere umano e il regno vegetale. Grippa scrive una verità biologica applicata all’esistenza: il regno vegetale non attribuisce un peso morale agli eventi, non si interroga sull’utilità o sul discapito di ciò che accade, ma vive come un

“riflesso degli eventi esso stesso, emanazione di quell’energia che attinge da forze derivative3“.

La protagonista accetta la gravidanza proprio come un evento naturale, misterioso e potente. La curiosità e lo stupore, sentimenti che l’hanno sempre mossa verso la biologia, tornano ora a galla per accogliere una nuova vita. Lichene è per questo un racconto di straordinaria densità lirica e intellettuale: Alessandro Grippa riesce nell’arduo compito di rendere poetico il linguaggio scientifico, plasmandolo come scudo e mappa per decifrare il dolore, l’ansia sociale e l’amore.

Fame, di Francesca Chiti

Fame, di Francesca Chiti, è invece una spietata metafora sulla voracità emotiva, sul vuoto affettivo e sulla dipendenza relazionale. Il ritmo incalzante, sincopato, a tratti claustrofobico è lo specchio perfetto del cortocircuito mentale in cui si trova la protagonista: una giovane donna intrappolata nell’attesa messianica di una risposta da parte dell’uomo di cui è ossessionata. Sviscerando i meccanismi moderni della tossicità relazionale legata al digitale, lo schermo dello smartphone diventa l’unico perno intorno a cui ruota l’esistenza stessa della protagonista: attivare e disattivare la “modalità aereo” per fingere un distacco che non esiste; controllare ossessivamente le notifiche a intervalli di pochi secondi; passare in rassegna le vecchie foto sui social delle ex fidanzate di lui, per tracciare una “mappa” delle sue preferenze e dei suoi canoni estetici. La mente della protagonista finisce così per fondersi interamente con il desiderio dell’altro,

“La mia mente si fonde con il desiderio dell’uomo che mi piace. Voglio queste donne come le ha volute lui”4,

svelando una totale perdita di identità e confini personali fino alla confessione più degradante: la gelosia patologica la spinge a desiderare che il fidanzato della sua migliore amica la tradisca, pur di non sentirsi l’unica esclusa dalla felicità generale. È qui che avviene l’auto-riconoscimento della propria degradazione:

“Ci ho sperato e fantasticato un po’ su. Sei un mostro, mi sono detta. […] Lasciate passare il mostro5.”

Francesca Chiti scrive, perciò, un racconto straordinariamente coraggioso e privo di ipocrisie, senza edulcorare in alcun modo i tratti più meschini e oscuri della dipendenza affettiva (l’invidia verso le amiche, la deumanizzazione di sé stessi). Al contrario, sbatte in pagina la carne viva della frustrazione contemporanea, in cui uno strumento quotidiano come lo smartphone agisce da amplificatore di nevrosi ancestrali.

la copertina della raccolta Obladì. Tredici racconti, a cura di Sebastiano Montesi, pubblicata da Revolver Edizioni (2025) nella collana Lucy
la copertina della raccolta Obladì. Tredici racconti, a cura di Sebastiano Montesi, pubblicata da Revolver Edizioni (2025) nella collana Lucy. Foto di Francesca Barracca

Side quest, di Mauro Colarieti: intervista all’autore

Obladì si distingue anche per il dialogo serrato con altri linguaggi, sì da costruire un vero e proprio ponte tra mondi diversi. Side quest di Mauro Colarieti, ad esempio, si presenta fin da subito con una fortissima impronta stilistica legata alla gamification della realtà.

L’autore, infatti non sceglie di strutturare la narrazione con i classici espedienti offerti da un flusso di coscienza, piuttosto prende in prestito l’interfaccia utente tipica dei videogiochi di ruolo e dei simulatori di vita alla The Sims. Il risultato è un’alternanza di prosa e continui intermezzi grafici e testuali di

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affiancati da main e side quest che, più che funzionare da ornamenti pop, rappresentano quasi uno scopo di vita per il protagonista del racconto, un game designer trapiantato a Santa Clara che riesce a processare il trauma e l’alienazione sociale solo traducendo il mondo in righe di codice e obiettivi sbloccabili. Il matrimonio della sorella Teresa diventa, così, il palcoscenico di un microcosmo grottesco. I parenti sono descritti con tratti caricaturali e disturbanti:

“denti da cavallo”, “bocca che occupa metà della faccia”, “alito che fa puzzare la tavolata“6.

La comunicazione tra umani è percepita come un loop di dialoghi pre-programmati di NPC (personaggi non giocabili) a cui rispondere per inerzia. Persino il banchetto nuziale, descritto come una pretenziosa “performance collettiva7” di micro-porzioni assurde (cubetti di tofu leopardati, lasagne di marimo), innesca un profondo senso di finzione. Il cibo vero,

“il fottuto cibo commestibile“8,

viene trovato solo fuggendo nel parcheggio e grazie all’intervento di un rider, sotto forma di due hamburger unti consumati sul cofano di una Mustang bianca. Mangiare diventa, allora, l’atto di ribellione finale, l’unica vera side quest che restituisce concretezza a un corpo altrimenti digitalizzato. Perché la main, invece, è un’altra e ha a che fare proprio con quella società dalla quale fuggire attraverso il tasto [ ESC ] che appare ripetutamente sullo schermo visivo risulta una tentazione troppo grande. Man mano che la tensione emotiva sale, il testo subisce una vera e propria corruzione informatica. Le lettere vengono sostituite da numeri, come se al collasso del sistema operativo corrispondesse quello mentale del protagonista sotto il peso del panico e del giudizio altrui.

Side quest è, quindi, un racconto lucido, spietato e incredibilmente contemporaneo sulla difficoltà di esistere proprio al di fuori di rassicuranti schermi.

la copertina della raccolta
la copertina della raccolta Obladì. Tredici racconti, a cura di Sebastiano Montesi, pubblicata da Revolver Edizioni (2025) nella collana Lucy. Foto di Francesca Barracca

Per questo, è parso opportuno a chi scrive porre all’autore una serie di domande che possano contribuire a mantenere viva la riflessione sul racconto contemporaneo, sia per quel che riguarda la sua strutturazione intrinseca quanto le sue attuali tendenze tematiche.


L’uso dei log di aggiornamento delle missioni (main/side quest) e del tasto [ ESC ] modella il ritmo del racconto. Come è nata l’idea di fondere così radicalmente la struttura di un RPG (role-playing game) con la prosa tradizionale? C’è il rischio, secondo te, che la letteratura stia diventando il “simulatore” di una realtà sempre più digitalizzata?

Per me, e penso per moltissime persone queer della mia età, i videogiochi sono sempre stati un safe-space. L’idea nasce proprio da come, in certe situazioni sociali eteronormative (dalla cena di Natale e i vari “dov’è la fidanzatina?”, ai matrimoni dove ti senti dire che tu devi essere il prossimo, anche se sei in un paese in cui a malapena abbiamo le unioni civili), sarei voluto tornare indietro, vedere le intenzioni dei miei interlocutori invece di abbandonarmi a sentirmi giudicato o escluso senza dei veri fondamenti. Poi, avendo giocato a The Sims dalle elementari, provo sempre intrattenimento nell’immaginare dinamiche che vivo come se fossi all’interno del gioco. Tutto escapismo puro, baby.

La letteratura per me non rischia di diventare simulatore di una realtà digitalizzata. Già lo è. Se pensiamo anche ai romanzi degli ultimi decenni, elementi come la messaggistica istantanea, i forum online o i social media sono rientrati in tantissimi generi, sia per decorazione a supporto dell’ambientazione che per nodi narrativi. Non mi preoccuperei: finché si scrive dalle viscere, l’umanità avrà sempre delle ottime testimonianze dello sviluppo sociale. Con emoji o senza, poco importa.

Verso la fine del racconto, il testo si riempie di glitch grafici e numeri che sostituiscono le lettere. Questa trovata rappresenta il breakdown psicologico del protagonista o una progressiva disumanizzazione del suo linguaggio? Come hai lavorato sulla leggibilità di queste pagine?

Entrambe, assolutamente. Ci sono persone che in esaurimento nervoso diventano davvero dei robot, hanno difficoltà a farsi vedere vulnerabili e i loro sfoghi e pianti soffocati paiono delle auto in panne. E anche nel linguaggio, se siamo in un contesto molto alto-borghese, il protagonista non riesce mai davvero ad ambientarsi, e il suo linguaggio (assieme ai suoi pensieri e alle sue azioni) è stato un modo per farlo capire senza effettivamente dirlo.

Volevo poi lasciare aperta una porta d’interpretazione (Ma è una simulazione? O sta succedendo davvero?). Alla fine se è vero che gli italiani perdonano tutto tranne il successo, avrebbe anche senso che lui non sia in carne e ossa. Forse un ologramma dentro a una simulazione? Forse è solo pazzo, chi lo sa.

La leggibilità, invece, è merito del team Revolver. Io come font avevo usato inizialmente PRESS START 2P. Come potrai ben capire, per formattarlo ci vuole pazienza e anche un po’ di sano masochismo, hanno optato per qualcosa di più leggibile, buon per noi.

Il protagonista guarda i suoi parenti (lo zio, la zia, l’ex compagno Cesare) come se fossero personaggi bidimensionali con linee di dialogo preimpostate. C’è una sorta di critica generazionale di fondo in questo?

Non ti nascondo di essermi molto ispirato alle sensazioni che mi ha dato la visione di Shiva Baby, un film indie ambientato proprio durante uno shiva ebraico. Mi ha ricordato, per molte dinamiche, diverse cose successomi a cenoni di Natale o compleanni in famiglia. Amo la mia, metto le mani avanti, ma certe affermazioni, giudizi, commenti, penso siano presenti in un po’ tutti i nuclei del Bel Paese, ed è qualcosa che crea distanza tra noi e loro, ma che ci può unire come generazione. Se per Tolstoj, tutte le famiglie felici si somigliano, io aggiungo che tutte le famiglie italiane di oggi hanno diverse persone sessiste, razziste, omofobe e grassofobiche. O tutte e quattro insieme, solitamente sono quelle con cui finisco per litigare mezzo brillo sotto l’albero di Natale. Come accennavo prima, il sedersi a tavola con parenti, sorridere e fare la bella faccia, quando sai che ai seggi votano contro i tuoi diritti o hanno visioni completamente diverse dalle tue, è molto surreale. 

Come definiresti il panorama dei racconti contemporanei oggi? Quali sono, secondo te, i temi e le tendenze più pressanti?

Il panorama dei racconti è pieno di linfa. Rispetto all’editoria di romanzi e saggi, quella della forma breve rimane quasi esclusivamente dal cuore indie. E quando sei indie, puoi prenderti più libertà, puoi stiracchiarti senza paura di essere troppo pop o sperimentale. Che tanto, tempo qualche pagina e hai finito! Non rischi l’effetto overdrive.

Collaboro con Narrandom e gestisco la mia rivista, T.Tivillus, da un paio d’anni. Per esperienza, mi vien da dire che ormai ci siano tematiche eterne e alcune che devono ancora prendere forma definitiva. La visione che “si sia scritto tutto ciò che c’era da scrivere” mi ha sempre fatto venire l’orticaria. Anche leggendo Obladì, penso che ci siano temi evergreen (identità, relazioni, corpi, “noi vs. loro”) che fanno da vaso e tematiche più “tecnologiche” che ne fanno il contenuto: dal VR alle app d’incontri, insomma. Ciò che penso sia più pressante, al momento, è l’espressione artistica. Molti di noi sono frustrati, il racconto d’inizio Terzo Millennio è spesso uno sfogo. Esplorazione, sperimentazione, certo. Ma i racconti che, secondo me, oggi funzionano davvero sono quelli in cui descrivi qualcosa di oggettivamente straordinario, ma lo fai vivere col tuo sguardo.

Come gestire il delicato equilibrio tra brevità ed esaustività tipico del racconto, per garantire un impatto emotivo nel lettore?

Taglia, taglia, taglia. La gente lo odia, ma lo show, don’t tell è il tuo migliore amico nei racconti. Scrivere racconti poi è questione di pratica, un po’ come per tutto il resto: pian piano che ne produci, capisci anche il tuo angolo migliore, la tua strategia di stesura, riesci a capire quali elementi contano per una storia e quali sono decorazioni evitabili.

E mi permetto di dirlo, Francesca: per Dio, divertiamoci, scrivere storie è la nostra vita, ma non è così serio!

Quali sono i tuoi consigli per aspiranti scrittori di racconti?

Affacciatevi al mondo delle riviste, che in Italia è ottimo, e leggete cosa pubblicano. Cercate anche un sistema di supporto, aspiranti scrittori che condividono la vostra curiosità e passione. Non tanto per leggervi a vicenda, ma per darvi supporto anche nei momenti in cui sentite di far cagare.

Prendo per scontato lo facciano tutti, ma appuntatevi le idee. So che sei stanca a letto, che ti ricorderai sicuramente domani mattina appena sveglia, ma no. Prendi il cellulare ADESSO e scrivitela nelle note. Mi ringrazierai.

Per il resto, credo basti scriverli senza essere perfezionisti. Nei racconti brevi puoi essere una brutta bestia, puoi davvero fare quello che ti pare. Onestamente, per uno mio che funziona, ce ne stanno altri cinque che manco con un editore a pagamento riuscirei a pubblicare.

Quali sono le prossime sfide narrative o i temi che vorresti esplorare in prossime opere? Hai in mente di sperimentare con nuovi generi o formati di scrittura o rimanere nell’ambito del racconto?

Presto esordisco con un romanzo, è un sogno che si avvera da quando ero bimbo. Il mio esorcismo, praticamente: come in SIDE QUEST, anche nel mio libro mi prendo spazio nel parlare di corpi non conformi, identità e l’ossessione per lo sguardo altrui.

Di base, mi piace raccontare storie, brevi o meno, non mi faccio problemi. Il mio prossimo progetto, un altro romanzo che sto pianificando in queste settimane, è West End Girl (l’album di Lily Allen dove parla dei cornoni ricevuti dall’ex marito) written by Tim Burton. Parlerò di tradimento in coppia aperta, ambizioni e sacrifici sentimentali, sicuro, ma anche di mortalità e spiritualità. Mi sono reso conto che ho sempre cercato Dio negli uomini che ho amato, dimenticando che di base fossero comunque uomini destinati a deludermi. Ci voglio giocare un attimo a livello artistico, penso di aver qualcosa di scomodo ma vero da dire al riguardo.

la copertina della raccolta Obladì. Tredici racconti, a cura di Sebastiano Montesi, pubblicata da Revolver Edizioni (2025) nella collana Lucy
la copertina della raccolta Obladì. Tredici racconti, a cura di Sebastiano Montesi, pubblicata da Revolver Edizioni (2025) nella collana Lucy, nella composizione da Canva, licenza d’uso

La cura per la parola

Oltre al valore delle singole storie, Obladì ha quindi il grande merito di aver scattato una fotografia nitidissima dello stato di salute della narrativa breve in Italia. Gli autori coinvolti dimostrano piena padronanza tecnica: sanno come si gestisce il tempo in poche pagine, sanno dove tagliare, dove lasciare il vuoto e come costruire un finale che non sia semplice chiusura, ma apertura verso il pensiero del lettore. In questo modo, Revolver Edizioni ha compiuto un vero e proprio atto politico e culturale, rimettendo al centro la cura per la parola e per la struttura-racconto, dimostrando che la brevità è una virtù che richiede la precisione di un orefice.

Note: 

1 A. Grippa, Lichene, in Obladì. Tredici racconti, S. Montesi (a cura di), Revolver Edizioni 2025, p. 137.

2 Ivi, p. 138.

3 Ivi, p. 143.

4 F. Chiti, Fame, in in Obladì. Tredici racconti, S. Montesi (a cura di), Revolver Edizioni 2025, p. 151.

5 Ivi, p. 154.

6 M. Colarieti, Side quest, in Obladì. Tredici racconti, S. Montesi (a cura di), Revolver Edizioni 2025, pp 121, 123.

7 Ivi, p. 130.

8 Ivi, 131.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

Francesca Barracca nasce in provincia di Caserta il 5 agosto 1997. Laureata in Filologia Classica, nel 2025 si diploma con un Master in Scrittura Creativa dell’Accademia Molly Bloom. Attualmente collabora con la testata online Classicult per la quale redige articoli di letteratura e recensioni di libri. Parallelamente, gestisce un profilo bookstagram (@frabiblia) con cui coltiva la sua passione per la lettura. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Scomoda, Narrandom e T.Tivillus.

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