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Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

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Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


“Volevo nascondermi”: un Ligabue inedito al cinema

volevo nascondermi Antonio Ligabue

In un primo momento potremmo definire “travagliata” l’uscita di Volevo nascondermi nelle sale italiane: programmata per il 27 febbraio 2020, viene inevitabilmente rimandata dopo la chiusura dei cinema e degli altri luoghi di cultura, i primi ad essere interessati dalle disposizioni per il contenimento della pandemia.

Al contrario, la lunga attesa creatasi e le aspettative sempre più alte, dopo la vittoria di Elio Germano dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, vengono ripagate appieno ora, con la pellicola finalmente nei cinema.

Il regista Giorgio Diritti propone una nuova interpretazione dell’esperienza artistica di Antonio Ligabue, pittore e scultore attivo a Gualtieri, paesino in provincia di Reggio Emilia, dagli anni venti del secolo scorso.

La parte biografica, esaurientemente esposta anche tramite diversi rimandi all'infanzia di Ligabue, agli internamenti in istituti psichiatrici e alle incomprensioni verso il suo particolare carattere, definisce i contorni del mondo interiore dell’artista senza mai eccedere nella pretesa di un lavoro documentarista.

Si crea così un armonico contrasto tra i grigi delle esperienze da lui vissute e i colori vividi dei suoi quadri, i cui protagonisti indiscussi sono gli animali. Spesso li ritrae tesi, in movimento, a volte immersi nell'ambiente che li circonda, altre volte consapevoli dell’osservatore umano, quasi in segno di autodifesa.

Allo stesso modo lui viene catapultato fuori dal suo habitat, espulso dalla nativa Svizzera, trovando proprio negli elementi naturali e faunistici non solo sé stesso ma anche un sentimento primordiale, non intaccato dalla falsità e dalla manipolazione dell’uomo.

In questo senso possiamo ammirare al massimo del suo potenziale il magistrale Elio Germano che, con un’esperta mano sartoriale, si cuce addosso un abito da Antonio Ligabue perfettamente calzante.

Prima di lui solo l’attore Flavio Bucci, scomparso proprio a febbraio di quest’anno, ha rappresentato al meglio l’artista in uno sceneggiato televisivo del 1977.

L’attore romano, dunque, è riuscito perfettamente nel riprodurre le sfaccettature del suo carattere, dando più risalto alle “luci” rispetto alle “ombre” nella sua vita: fra tutte l’amicizia con l’artista Renato Marino Mazzacurati, che sancisce l’inizio di una florida attività creativa, così come quella con lo scultore Andrea Mozzali, che resterà con lui fino alla fine.

Figure importanti, sia pur evanescenti nella vita del Ligabue, sono le donne.

Nel film è evidente l’influenza che ha avuto su di lui la madre: una figura granitica, severa, quasi complementare alla madre adottiva, poiché più comprensiva nei confronti di un ragazzo irrequieto e irascibile.

Agli inizi della sua vita a Gualtieri (un paesino in cui veniva spesso guardato con diffidenza), fa la sua apparizione una bambina, che gli offre un primo approccio di gentilezza nei suoi confronti dopo diverso tempo. La morte prematura di quest’ultima, quasi da episodio leopardiano, segna profondamente Ligabue, ed è proprio da questo evento traumatico che scaturisce la realizzazione del “Ritratto di Elba”.

Ben più tardi, dopo la realizzazione come artista e la crescente visibilità, sorge in Ligabue il desiderio di dedicare del tempo al suo essere uomo, al suo bisogno di una compagnia femminile: Cesarina è la ragazza della locanda che frequenta quotidianamente, oggetto del desiderio che resta per lui irraggiungibile.

In un momento del film viene re immaginata una scena accaduta realmente e ripresa nel documentario del 1962, in cui Ligabue, dopo aver realizzato per lei un disegno, chiede insistentemente alla giovane un premio al grido di “Dam un bes! Dam un bes!”

Dopo aver dato spazio alla figura umana, nel film si torna spesso ad osservare da vicino il processo di gestazione e realizzazione dell’opera da parte del pittore-scultore:  l’eccentrico Ligabue è solito passeggiare nei luoghi lontani dall'uomo, quei paesaggi agresti rievocati nei suoi dipinti, portando sempre legato al collo uno specchio in cui spesso si osserva, e rievocando lui stesso i versi delle belve feroci quasi a volerle personificare, per poi renderle al meglio nelle sue opere.

In particolare, nel film, vi è una scena ben costruita che si incentra sull'approcciarsi di Ligabue alla tela bianca: Diritti lo raffigura concentrato in un rito sacro fatto di ruggiti e spasmi che precedono il concepimento dell’idea e la sua successiva creazione artistica. Questo momento è percepito come quasi sofferto, poiché egli è lontano dalla natura e costretto tra le quattro mura del suo studio, in cui l’horror vacui a volte riesce a prevalere sulla mano che vuole, ma non può, materializzare o esprimere ciò che sente.

Insomma, è un film degno non solo di una prima ma anche di una seconda, terza visione: il lato biografico ben si accompagna alla maestria tecnica di scenografia, fotografia e regia, con un Elio Germano oltre le righe tra i paesaggi sognanti della bassa reggiana.

Con “Volevo Nascondermi” abbiamo finalmente visto un Antonio Ligabue inedito, completo, che ci si è finalmente rivelato.

volevo nascondermi Antonio Ligabue
La locandina del film Volevo nascondermi, per la regia di Giorgio Diritti. Copyright © 01Distribution

 

Foto e locandina di Volevo nascondermi Copyright © 01Distribution


Tralummescuro, per tutte le Pavane del mondo

in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell' uomo e delle stagioni

Cantava Guccini ne Un vecchio e un bambino. Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto è la prosecuzione ideale di quella canzone. Non più pianure dell'Emilia pre-industriale, ma la montagna appenninica lungo l'asse della porrettana, un luogo isolato e incantato dal tempo e dal sapore dolce-amaro dei ricordi. Il titolo è una dichiarazione di poetica; spiega infatti l'autore:

Noi da queste parti abbiamo un nome per quest’ora, un’ora che è di tutti, un’ora che è pace e presagio. La chiamiamo tralummescuro: tra la luce e la notte. Lungo la montagna vedi la linea d’ombra che sale lenta lenta, e poi vien buio.

Se la luce che declina sia quella che rende magici i borghi dell'Appennino oppure sia la luce del declino di un'Italia, raffigurata talvolta strizzando gli occhi agli Scritti Corsari e alla mutazione antropologica sta al lettore deciderlo. Entrambe le vie sono percorribili leggendo questa opera e lasciandosi guidare dalla fragranza dei brigidini, che "sono un po' una delle tue madeleine".

Più che un romanzo o una ballata, come romanticamente sostiene il sottotitolo, questo libro è un insieme di memorie, immagini che si succedono come in quelle scatole piene di fotografie in bianco e nero alle quali l'evanescenza del nitrato d'argento dona la leggerezza della poesia. Non c'è storia: la materia è ordinata secondo un flusso di ricordi tematici. Prendono vita il bosco, la campagna, i costumi di una volta confrontati con quello, che invece, c'era nel periodo dell'infanzia e della giovinezza che rende anche ciò da cui in quel tempo saremmo scappati alla prima occasione mitico e paradisiaco nella sua lontananza.

Foto ©Remo Di Gennaro

Ma i ricordi di Guccini non sono solo i suoi: sono un piccolo cammeo dedicato a tutte le Pavane d'Italia, quelle che ora vivono solo nell'immaginario e quelle che hanno saputo rinnovarsi e fare del proprio spirito di montagna un segno distintivo e quasi nobile.

Che se il Signore Iddio ha messo per ciascuno di noi una quota di castagne da consumarsi nella vita intera, la tua l'hai già di bèlle che consumata e da quel po', per cui adesso quando ti offrono qualsivoglia cosa fatta di castagne (fanno anche le tagliatelle, di farina dolce) tu pieghi cortesemente il capino biondo, sorridi mesto e dici, serafico: "No, grazie, sulle castagne ho già dato."

Foto ©Remo Di Gennaro

Commuove il ricordo dell'economia della castagna, tipico di tanti borghi arroccati. Mentre leggevo questo brano mi riecheggiavano nelle orecchie i racconti di mio nonno e di mio padre, di altre catene e altre giogaie, ma con in comune la stessa miseria e un dopoguerra che sembrava infinito. Guccini si lascia andare talvolta a un confronto tra il mondo che fu e il mondo di oggi, che diventa critica blanda, talvolta quasi di maniera nei suoi toni:

La vecchia cultura contadina di una volta non c'è più, appare rarefatta in sottilissimi e lontanissimi strati, ma è scomparsa, affogata, nessuno parla più il dialetto molti non l'hanno mai parlato, e non c'è una cultura altra a sostituire quella vecchia. Ha fatto il suo ingresso trionfante quella della televisione, delle trasmissioni più trucide che formano le opinioni e le coscienze,m col senso di paura per aggressioni, furti, violenze che le stesse televisioni instillano.

Ma non è certo l'analisi sociologica il motivo che spinge a leggere Tralummescuro: la bellezza risiede nel lasciarsi andare, come se fossimo in una serata a veglia, ad ascoltare il fluire dei ricordi in una lingua che cerca, anche nella prosodia, di imitare il parlato dei luoghi che si vuole evocare. Ed è proprio questo impasto linguistico a sostenere l'architettura di tutto il libro (anche se le note, poste per agevolare la comprensione spezzano un po' quest'incanto).

Vi consiglio di portare questo libro con voi in vacanza e di accoglierlo come un amico che vi cullerà con i suoi aneddoti. Offritegli tempo, dolcezza e gustate questo viaggio, magari con un buon bicchiere di vino fatto in casa.

Tralummescuro Francesco Guccini
La copertina di Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto di Francesco Guccini, pubblicato da Giunti Editore nella collana Scrittori Giunti
Tralummescuro Francesco Guccini
Foto ©Remo Di Gennaro

Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto di Francesco Guccini è tra i 5 finalisti selezionati dalla Giuria dei Letterati per la 58^ edizione del Premio Campiello Letteratura

Per le foto si ringrazia Giunti Editore. Tutte le foto di Francesco Guccini sono ©Remo Di Gennaro.


Lucrezia Borgia lettere

L'intelligenza delle mani: un video ci mostra il restauro delle lettere di Lucrezia Borgia

Entrare in un laboratorio di restauro, per chi non l’ha mai fatto e per mestiere si occupa d’altro, è un’esperienza davvero curiosa.

Può cambiare in modo drastico il nostro modo di guardare all’arte, alle opere, agli oggetti che chiamiamo “patrimonio”.

Il merito di operazioni come quella messa in atto dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il Turismo attraverso il proprio canale YouTube sta proprio nell’aprire a tutti esperienze altrimenti precluse.

In questo caso un video ci consente di fare qualcosa che al pubblico di “non addetti ai lavori” è di regola precluso: entrare nel laboratorio di restauro dell’Archivio di Stato di Modena.

Assistiamo a tutte le operazioni necessarie alla conservazione di documenti davvero eccezionali: le lettere autografe di Lucrezia Borgia.

Se la forza di un nome e della leggenda che lo accompagna fanno presa sul nostro immaginario, sapere che Lucrezia può ancora parlare per se stessa, farci conoscere i suoi pensieri attraverso la parola scritta ci fa toccare con mano l’immenso valore culturale dei nostri archivi.

Lucrezia Borgia lettere
Bartolomeo Veneto, dipinto tradizionalmente ritenuto di Lucrezia Borgia. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

Ma credo che la cosa più scioccante per chi assiste per la prima volta a questo tipo di procedure sia percepire quanto questi beni, a cui giustamente assegniamo un altissimo valore culturale e quindi simbolico, siano, nella loro nuda essenza, oggetti.

Prima di tutto, materia. Materia che si bagna e si asciuga,  inchiostro che si scioglie, più o meno facilmente, bordi che si sfrangiano e possono essere ricomposti. Credo che la naturalezza con cui i restauratori maneggiano queste carte (ma lo stesso vale per dipinti, ceramiche, oreficerie …) sia davvero istruttiva, soprattutto per studiosi e storici dell’arte, troppo abituati a trasformare gli oggetti in veri e propri feticci.

Foto di Michal Jarmoluk

 

Così vediamo la carta (una carta cinquecentesca, bellissima e solida nella purezza delle fibre di cotone e tanto lontana dalla fragile acidità della cellulosa moderna) venir completamente immersa in una vasca d’acqua distillata. Poi tirata su, distesa su quello che pare un comunissimo leggio di plastica e generosamente spennellata di colla.
Attenzione, la restauratrice, Maria Antonietta Labellarte, parla di colla: si tratta in realtà di un materiale per il consolidamento della carta (Tylose) che ha la capacità di ridare densità alle fibre ma non ha nulla a che vedere con la nostra idea casalinga di cosa sia la colla! Il restauro è così: prodigi della chimica si accompagnano a gesti di sapienza artigiana.

Vediamo maneggiare con perfetta naturalezza la copertura che protegge il sigillo originale apposto da Lucrezia alla sua missiva, per arrivare al momento in cui, armata di bisturi, la restauratrice procede a “scarnificare” la carta giapponese in eccesso per restituire il documento agli occhi e alle mani di chi vorrà consultarlo.


Foto di Alessio Fiorentino

Perché a questo servono i documenti, e altrimenti troppo del loro valore andrebbe perso. Alcune operazioni che si vedono nel filmato, come il consolidamento con la stesura di Tylose o la ricostruzione dei margini persi attraverso un’integrazione in carta di riso, potrebbero anche non servire. Se il documento fosse conservato in un cassetto, magari al buio, e nessuno dovesse toccarlo, prenderlo in mano, movimentarlo, leggerlo.

Ma una lettera è scritta per essere letta, un documento ha valore perché ci racconta la storia e ce la racconta senza mediazioni. Le lettere di Lucrezia Borgia stanno in mano nostra come stavano cinquecento anni fa tra le mani di chi le aveva ricevute.

A questo serve il meraviglioso lavoro dei restauratori: ad evitare che le opere diventino aridi feticci, e siano sempre parte viva della nostra cultura, quindi della nostra vita.

Foto di Sear Greyson

Per questo sono determinanti iniziative come il progetto “Cantiere Estense” per la valorizzazione, il restauro e la riqualificazione delle eccellenze architettoniche e paesaggistiche  del territorio compreso tra Emilia-Romagna e Garfagnana (tra cui anche beni coinvolti nel sisma del 2012) grazie al quale sono stati possibile questo e molti altri restauri.

Per questo è importante raccontarli e farli vedere attraverso iniziative come la pagina, voluta dal Ministero, “La cultura non si ferma”, che raccoglie molti materiali di grande interesse in un database che di per sé diventa patrimonio.


camino dei fenicotteri

“Il Camino dei Fenicotteri”: il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

Il Camino dei Fenicotteri”, a Bologna il ricordo dell’Æmilia Ars nell'esposizione dei fratelli Casanova

 

Camino dei fenicotteri

Finalmente l’arte torna a splendere e a godere della sua visibilità: dopo mesi di chiusura preventiva la cultura si riappropria dei suoi spazi e, seppur limitatamente, del suo pubblico. Così riprende anche il progetto espositivo dedicato all’Æmilia Ars, società che ha introdotto in Italia l’innovativa visione unitaria di arte, industria e artigianato, principio di modernizzazione del gusto diffusosi in Europa dal movimento “Arts & Crafts” di William Morris.

Giulio Casanova, Decorazione con fresie per vaso, Disegno a china e acquerello rosa, verde, blu, rosso su cartone, mm 340 x 270
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1195

Questa “Società protettrice di Arti e Industrie Decorative nella regione emiliana” fu fondata nel 1898 da un gruppo di artisti locali guidati da Alfonso Rubbiani e Francesco Cavazza, seguendo l’esempio delle gilde medievali ed innalzando l’immagine di Bologna tra le officine manifatturiere più all’avanguardia del periodo. Un gusto congiunto al progresso tecnico e scientifico che, seppur di breve durata, produsse svariate opere nel campo delle arti applicate, dell’ornamento e del restauro. Essa annovera tra i suoi progetti l’elegante “Camino dei Fenicotteri”, cui è attualmente intitolata una mostra nel capoluogo emiliano.

Achille Casanova, Cavaliere, Disegno a matita e pastelli su carta, mm 345 x 276, Collezione privata

Il Camino dei Fenicotteri. I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei” è infatti un’esposizione recentemente avviata, che avrebbe dovuto inaugurarsi il 14 marzo per poi rinviare l’apertura al 22 maggio. Curata da Paolo Cova, Mark Gregory D’Apuzzo e Ilaria Negretti, supportati da Renzo Zagnoni, la mostra si svolge a Bologna presso il Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini, in occasione del primo centenario della sua fondazione nel lontano 30 maggio del 1920. Francesco Malaguzzi Valeri, l’allora Soprintendente delle Belle Arti, voleva collezionarvi esempi dell’artigianato bolognese, così come effettuato dai musei europei di arte applicata e industria sin dall’Ottocento.

L’esposizione, di dimensioni contenute ma dagli esemplari di grande pregio esecutivo, conserva la memoria della storia culturale ed industriale della città. Si configura come una riflessione critica volta ad enfatizzare il disegno di progetto come processo centrale che coniuga la funzionalità moderna al decoro elegante, concretizzati dalla collaborazione con le locali botteghe artigiane.

Giuseppe De Col, Piattino portacenere, per il bando a premi Æmilia Ars concorso n. 23, Disegno su carta, 1899
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1198

L’itinerario espositivo propone un susseguirsi di diciassette pregiati disegni di Giuseppe De Col e dei fratelli Achille e Giulio Casanova, unitamente ad undici ferri battuti realizzati da Pietro Maccaferri e Sante Mingazzi: mentre questi ultimi appartengono alla raccolta permanente del museo Bargellini, i disegni sono stati raramente esposti (ed uno di essi viene mostrato al pubblico per la prima volta, poiché parte di una collezione privata). Appartenenti al fondo dell’Æmilia Ars insieme ad altri cinquecento esemplari realizzati in china, acquerello e matita, dopo una lunga trattativa biennale con la contessa Lina Bianconcini Cavazza nel 1936 sono stati inseriti nelle collezioni civiche del Comune di Bologna. I Musei Civici d’Arte Antica includono anche merletti e ricami, pizzi e ceramiche, opere lignee e in ferro battuto, manufatti vitrei o in cuoio, gioielli e vestiari, tutti ovviamente creati dalla Società Æmilia Ars particolarmente attenta ai prodotti di arredo e decoro.

Achille Casanova, Mobiletto porta-giornali, Disegno a china e acquerello verde e rosa su carta, mm 491 x 350, Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1149
Pietro Maccaferri, Cancello dei Melograni, Ferro battuto con decori traforati in lamiera, cm 139 x 135,5
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/4292

Altri protagonisti della mostra sono i ferri battuti di Maccaferri e Mingazzi, con i quali collaboravano i membri della gilda, come dimostra la pregevole esecuzione del cancello ideato da De Col per l’Esposizione di Torino. Un cancello gradito alla critica, per l’abilità esecutiva di Maccaferri nella meticolosa decorazione dei melograni stilizzati, concretizzazione di una ricerca geometrizzante dei temi.

Sante Mingazzi, Portavaso decorato con rose, Ferro battuto, cm 121 x 57
Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1868

Associati a quest’opera vi sono dei disegni progettuali a tema floreale, come quelli relativi a portacenere con orchidee decorative. Parimenti a Maccaferri, il mastro ferraio Mingazzi ha prodotto arredi in ferro battuto di ispirazione vegetale – come un portavaso dai lunghi rami cingenti ed ampie rose – dieci dei quali sono stati donati dalla figlia al Museo Bargellini. Capace di creare senza ricorrere ai disegni preparatori altrui, alcune sue produzioni appaiono arredi abbinabili, come una lampada ad alto stelo e un portavaso perfettamente coordinati.

Sante Mingazzi, Insegna dell’Officina Mingazzi, Ferro battuto, cm 108 x 245, Bologna, Museo Davia Bargellini Inv. 1986/1844

Elemento focale della mostra è il manufatto di terracotta maiolicata da cui prende il nome, ossia il “Camino dei Fenicotteri” posto nella minuta sala della Rocchetta Mattei a Riola. Di forte impatto visivo, si fonda sulle figure slanciate e sinuose di due fenicotteri su sfondo floreale, che cingono i lati del camino e la raffigurazione di una vasca con dei pesci. L’immagine del fenicottero, comune soggetto d’arte paleocristiana, bizantina ed altomedievale come emblema di resurrezione, viene adoperata anche nell’ambito dell’Art Nouveau ove perde i suoi connotati religiosi per acquisire una funzione puramente estetica. Il manufatto di grande pregio presenta l’iscrizione latina su sfondo blu: “haec otia nobis sed libertatem mavimus aeris”, che può essere tradotta approssimativamente con “ci hanno dato tranquillità ma noi preferiamo la libertà dell’aria”.

Ritratto in foto, viene supportato documentalmente dal progetto ideativo dell’architetto, pittore e decoratore Giulio Casanova: un disegno preparatorio in penna ed inchiostro con rifinizioni in acquerello risalente agli anni 1898-1900. Lo schema progettuale mostra chiaramente la stretta cooperazione tra artisti ed artigiani, congiunzione innovativa di lavoro manuale e ideativo. Interessante esemplare del liberty emiliano, fu scelto tra le opere rappresentative della Società Bolognese nell’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna svoltasi nel 1902 a Torino. Probabilmente la sua acquisizione risale al 1904, anno dell’organizzazione di un’asta a Firenze in cui la Società fu costretta a liquidare i propri prodotti, mantenendo attiva solo la manifattura tessile.

Poco conosciuto dal grande pubblico, il camino si trova in un’area dell’edificio non ancora restaurata e quindi inaccessibile. La struttura, voluta dal conte Cesare Mattei, appartiene adesso alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e viene gestita dal Comune di Grizzana Moranti con la collaborazione dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese.

Camino dei fenicotteri
Giulio Casanova, Camino dei Fenicotteri, Disegno a china e acquerello su carta bianca, mm 493 x 690
Bologna, Musei Civici d’Arte Antica - Museo Davia Bargellini Inv. 1984/1277

Uno dei maggiori capolavori dell’Æmilia Ars viene così enfatizzato per un effettivo riconoscimento critico, con conseguente restauro che ne consenta la fruibilità. Nella progressiva riconsiderazione delle arti applicate in ambito europeo a cavallo tra XIX e XX secolo, sarebbe opportuno recuperare gli spazi della cosiddetta “industriartistica” bolognese.

La mostra vanta la collaborazione del Gruppo Studi Alta Valle del Reno, che a tal fine ha editato la pubblicazione n. 65 della collana Nuèter-Ricerche. Con il patrocinio della città metropolitana di Bologna, del Comune di Grizzana Morandi, della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e dell’Unione dei Comuni dell’Appennino bolognese, l’evento viene promosso dall’Istituzione Bologna Musei – Musei Civici d’Arte Antica.

In questi mesi di attesa per la riapertura ufficiale, Bologna Musei ha ugualmente tentato di mantenere vivo il rapporto col pubblico offrendo un’anticipazione della mostra con pillole video e la visita virtuale delle sale presso la pagina Facebook dei Musei Civici d’Arte Antica. Adesso che è possibile ammirarle dal vivo, si afferma un’organizzazione delle visite in totale sicurezza, per la tutela sia del personale che del pubblico. Per partecipare c’è tempo fino al 6 settembre, per un’estate all’insegna della riappropriazione dell’arte e dei musei.

Immagini dall'Ufficio Stampa Istituzione Bologna Musei

Il Camino dei Fenicotteri

I disegni dei Casanova dall’Æmilia Ars alla Rocchetta Mattei

A cura di Paolo Cova, Mark Gregory D'Apuzzo, Ilaria Negretti

In collaborazione con Renzo Zagnoni e Gruppo di Studi Alta Valle del Reno


22 maggio – 6 settembre 2020



Modena: le "Storie d'Egitto" per riscoprire la collezione dei Musei Civici

"Storie d'Egitto" è un progetto scientifico che permetterà al pubblico di assistere al restauro della mummia di un bambino vissuto nell'Egitto di epoca romana, per poi accompagnarlo a riscoprire la collezione egizia dei Musei Civici di Modena.

La prima parte di "Storie d'Egitto" ruota intorno alla diagnostica e al restauro. Le analisi hanno permesso di riconoscere che la mummia modenese, all'interno del sarcofago proveniente dalla Regia Università di Modena, è quella di un bambino di tre anni, vissuto in Egitto tra il I e il II secolo d. C. Tra i reperti studiati, è stato quello che ha richiesto le analisi più articolate che hanno coinvolto numerosi specialisti ed enti, con indagine tomografica computerizzata (Tac e RX), datazione al radiocarbonio (C14) di un frammento osseo e di alcuni campioni di bende, analisi merceologiche dei filati del bendaggio, studio paleopatologico e antropologico, analisi dei pigmenti presenti nei reperti e della policromia nel cartonnage, identificazione della specie legnosa utilizzata per il sarcofago, e pure analisi entomologiche.

La Tac alla mummia

A curare l'aspetto della diagnostica e della manutenzione conservativa è stata Daniela Picchi, responsabile sezione egiziana del Museo Civico Archeologico di Bologna, coinvolgendo espert del settore.

Cinzia Oliva esamina per la prima volta la mummia

Si permetterà poi al pubblico di assistere al restauro - affidato a Cinzia Oliva - della summenzionata mummia, dal 5 all'8 febbraio, mentre il 9 e il 10 febbraio si presenteranno i risultati al Teatro anatomico di Modena.

Scopertura del teschio della mummia

Ad essere oggetto di indagini è stata però l'intera collezione egizia dei Musei Civici di Modena, costituita alla fine del diciannovesimo secolo (dopo la fondazione del Museo) e che consta di un'ottantina di reperti. La loro storia e il loro legame con Modena è di per sé interessante: si accennava alla provenienza della mummia (e delle altre parti umane) dalla Regia Università di Modena, ma questi reperti erano in Modena già nel 1669, risultando negli elenchi della "Ducal Galleria Estense"; l'interesse collezionistico dei duchi d'Este si spingeva fino alle antichità egiziane. Oltre alla mummia del bambino, negli elenchi del 1751 si parla anche di una regina d'Egitto, della quale però non si ha al momento alcuna traccia.

Le donazioni alla collezione partono poi dal 1875: a donare fu già lo stesso fondatore e primo direttore del Museo Civico, Carlo Boni, insieme a modenesi illustri. Nonostante questo, non sembra tuttavia che l'idea di creare una sezione di egittologia sia stata perseguita con convinzione. Le ultime donazioni risalgono al 1906.

Le indagini sono state preliminari alle operazioni di pulitura e restauro, a cura di Cinzia Oliva (per i reperti organici), Renaud Bernadet (per i reperti archeologici), e Post Scriptum (per il cartonnage). Marco Zecchi, docente di Egittologia all'Università di Bologna, ha curato la supervisione scientifica dello studio dei reperti, che ha visto coinvolti due giovani ricercatori, Beatrice De Faveri e Alessandro Galli.

 

La seconda parte di "Storie d'Egitto" è quindi quella della mostra, che verrà inaugurata sabato 16 febbraio al Palazzo dei Musei di Modena, e che permetterà quindi al pubblico di riscoprire questa collezione con un ricco apparato multimediale e un forte richiamo all'esposizione ottocentesca.

Tra i reperti che la compongono, statuette ushabti del Nuovo Regno (XVIII-XX dinastia, 1539-1070 a.C) e di Epoca Tarda (XXVI-XXX dinastia, 664-332 a.C.), sei vasi canopi, amuleti, bronzetti, terracotte. Degno di nota uno scarabeo commemorativo di Amenhotep III (Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1388-1351 a.C.), che celebra la sposa Ty.

Storie d'Egitto Musei Civici di Modena Palazzo dei Musei

"Storie d'Egitto" è stato curato per i Musei Civici di Modena da Cristiana Zanasi; la mostra sarà visitabile fino al 7 giugno 2020. Per informazioni si può visitare il sito dei Musei Civici di Modena.

Fonte: Comune di Modena 1, 2.


Rinvenuto un tratto della via Aemilia

L’avevamo festeggiata l’anno scorso in occasione dei suoi 2200 anni, ora un segmento della via Emilia è emerso dagli scavi in Piazza Gioberti a Reggio Emilia, un tratto di circa 3 metri costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati, disposti in modo da consentire il deflusso laterale dell’acqua piovana.

Il rinvenimento, peraltro già ipotizzato dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara, è stato documentato dagli archeologi e sarà oggetto di studio e pubblicazione da parte della soprintendenza cui spetta la direzione scientifica dei lavori.

La foto del tratto di Via Aemilia rinvenuto è di Roberto Macrì, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara

Una porzione del limite meridionale della via Emilia di epoca romana è venuta in luce nei giorni scorsi durante i lavori di riqualificazione in Piazza Gioberti legati al progetto “Ducato Estense” finanziato dal Ministero per i Beni e le Attività culturali. A poco più di un anno dalla mostra On the road. Via Emilia 187 a.C.-2017 (allestita a Reggio Emilia fino a giugno 2018)è ricomparso un altro segmento della via consolare voluta da Marco Emilio Lepido nel 187 a.C. che toccava, oggi come allora, i centri nevralgici della Regio VIII coincidente con l’attuale Emilia-Romagna.

Il tracciato, documentato per una lunghezza di più di 3 metri, è costituito da un piano in ciottoli fluviali squadrati disposti a una quota maggiore verso il centro della strada in modo da consentire l’istantaneo deflusso laterale delle acque piovane e degli scarichi. La via è delimitata da una crepidine (marciapiede) realizzata con ciottoli posti di taglio che creano una sorta di gradino continuo rialzato rispetto alla parte restante del battuto stradale; parte di questa crepidine era stata asportata già in età antica.

Rimasta probabilmente in superficie fino al termine dell'Impero romano, la strada sembra però ridursi nel tempo come via carrabile per essere in parte occupata da strutture, in parte affiancata da attività artigianali come quelle metallurgiche.

Dopo tale periodo la strada venne sepolta da successivi sedimenti fluviali.

“Questo rinvenimento -spiega la Soprintendente Cristina Ambrosini- aggiunge un nuovo tassello alla conoscenza del tracciato della via Aemilia, già rinvenuto in più punti nel corso del ventesimo secolo, e porta dati nuovi e fondamentali riguardo all'annosa questione della posizione del torrente Crostolo all'interno della città antica tra epoca romana e XIII secolo. Studiando i dati pregressi e quelli emersi dal controllo archeologico in corso in piazza Roversi, sempre nell'ambito del progetto Ducato Estense, potremo definire con maggior precisione la posizione dell'alveo del torrente e la conformazione di questo nevralgico settore urbano.”

I lavori archeologici si svolgono sotto la direzione scientifica dell’archeologa della Soprintendenza Annalisa Capurso e sono eseguiti in piazza Gioberti dalla ditta GEA (dottori Cecilia Pedrelli, Nicola Cassone, Gloria Saccò) e in piazza Roversi dalla ditta Archeosistemi (dott.sa Anna Losi), con la consulenza del geoarcheologo, prof. Mauro Cremaschi.


Il realismo ammaliante di Gaetano Bellei

Vi sono artisti poco noti al grande pubblico, ma la cui maestria è indubbia e andrebbe promossa maggiormente. A questa categoria appartiene Gaetano Bellei (1857-1922), talentuoso ritrattista e paesaggista tendente a raffigurare scene domestiche di vita quotidiana con uno stile impeccabile.

Gaetano Bellei, olio su tela

Formatosi con Adeodato Malatesta all’Accademia di Belle Arti di Modena (sua città natia ove in seguito otterrà la cattedra di figura), mediante il quadro scenografico “Il Francia ammira la Santa Cecilia di Raffaello” ricevette il Pensionato Poletti che gli consentì di completare gli studi a Roma e Firenze. Il suo eclettismo ed estremo verismo lo resero un assoluto innovatore, ricercato anche da mecenati britannici che lo incaricarono di realizzare dipinti di genere: scene d’interni dal carattere frivolo e pittoresco, realizzate però con una tecnica notevole che mostra gli influssi delle tendenze pittoriche europee di allora, tra le quali il simbolismo tedesco. Simili rappresentazioni ebbero notevole successo al punto da ricevere commissioni di repliche apportando delle varianti.

Gaetano Bellei, Frate col mandolino, olio su tela

La sua bravura risiede anche nella resa degli affetti, con le svariate espressioni del volto di fanciulli ed anziani, soggetti da lui prediletti e mostrati in scene di gioco, di abbraccio e di consumo di umili pasti. Soleva ritrarre altresì figure femminili eleganti e sorridenti in ambienti raffinati, adornate di sciarpe e dalle lunghe vesti tipiche del periodo. Rapido esecutore dai colori luminosi, si accostò al genere sacro realizzando pale d’altare ed affreschi in svariate chiese del modenese. I ritratti, tra cui un autoritratto, variano in relazione al particolare soggetto: taluni rifacenti alle convenzioni ufficiali, altri più emotivi, talvolta richiamano la tecnica divisionista.

Gaetano Bellei, La benvenuta, olio su tela

Realizzò mostre incentrate sulla pittura di genere, sacra e ovviamente ritrattistica, in importanti sedi quali Torino, Milano e Roma. Tra le sue tele più accattivanti menzioniamo “Scialletto azzurro”, “La benvenuta”, “Resfa” (che destò scandalo e critiche in accademia per la rappresentazione oscura e cruda dei corpi dei martiri), “Briscola in convento” e “Durante la pioggia”, da cui traspare originalmente lo stile Liberty quale esempio perfetto della sua tendenza alla sperimentazione.

Gaetano Bellei, Giornata di vento, olio su tela
Gaetano Bellei, Durante la pioggia, olio su tela

 


Pasqua e Pasquetta nei siti archeologici statali dell'Emilia-Romagna

Pasqua e Pasquetta nei siti archeologici statali dell'Emilia-Romagna

Domenica 27 e Lunedì 28 marzo tra arte e cultura nei siti archeologici di Marzabotto, Russi e Veleia

Pasqua e Pasquetta a Marzabotto, Russi e Veleia (nella foto)
Pasqua e Pasquetta a Marzabotto, Russi e Veleia (nella foto)

Le vestigia monumentali di Veleia romana, l’unicità della città etrusca di Marzabotto o la vita laboriosa nella villa rustica di Russi.
Ce n’è davvero per tutti i gusti per chi volesse trascorrere il week-end di Pasqua visitando le zone archeologiche statali dell’Emilia-Romagna che, tra l'altro, beneficiano di 60 minuti di luce in più per il passaggio all'ora legale.
Come già da qualche anno, anche il giorno di Pasqua e Pasquetta le aree archeologiche osserveranno il normale orario di apertura per consentire a cittadini e turisti di apprezzare i propri scavi e reperti.
L'antica città di Kainua e il Museo Nazionale Etrusco “Pompeo Aria” di Marzabotto rinunciano alla chiusura del lunedì restando aperti in entrambi i giorni dalle 9 alle 17.30 (il museo) e dalle 8 alle 17.30 (gli scavi).
La Villa Romana di Russi è aperta il giorno di Pasqua dalle 14 a un'ora prima del tramonto e a Pasquetta dalle 9 a un'ora prima del tramonto.
Le porte della città romana di Veleia sono aperte in entrambe le giornate dalle 9 a un'ora prima del tramonto (indicativamente alle 18.30)
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6 e 8 Marzo nelle Aree Archeologiche dell'Emilia-Romagna

Dillo con un biglietto (omaggio): l'8 marzo ingresso gratuito per tutte le donne nei luoghi della cultura statali

La Grande Kore esposta nel Museo Etrusco di Marzabotto (foto di Iago C)
La Grande Kore esposta nel Museo Etrusco di Marzabotto (foto di Iago C)
Festa della donna all’antica città etrusca di Kainua e Museo Nazionale Etrusco di Marzabotto, alla Villa Romana di Russi e all’area archeologica di Veleia Romana
Martedì 8 marzo 2016 ingresso gratuito per le donne nelle aree archeologiche della Soprintendenza Archeologia dell'Emilia-Romagna.  E domenica 6 marzo, prima del mese, ingresso gratuito per tutti
L'innata forza e bellezza delle donne le pone in una posizione privilegiata rispetto alla lettura del linguaggio dell'arte. Anche per questo il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha deciso che, a partire da quest'anno, l'8 marzo tutte le donne possano sempre entrare gratuitamente in tutti i luoghi della cultura gestiti dallo Stato.
Vi aspettiamo nelle nostre aree archeologiche di Marzabotto (BO), Russi (RA) e  Veleia, sull'Appennino piacentino, con le tante testimonianze e rappresentazioni della figura femminile che attestano il ruolo mai secondario della donna nel corso della Storia. Per celebrare il binomio Donna e Arte e le tante espressioni artistiche che da tempo immemorabile hanno reso omaggio alle infinite forme e manifestazioni del femminile.