Cesare Pavese e quel suo sogno di America

Cesare Pavese e quel suo sogno di America

Parlare di Cesare Pavese significa raccontare l’America. Non l’America reale, della metà del ‘900, ma un’America presunta, trasognata, elaborata attraverso la letteratura. Perché questo grande scrittore, letterato, traduttore, quella sua cara America non l’aveva mai vista se non tra le pagine dei libri che leggeva, se non attraverso i personaggi della grande letteratura americana di quel periodo. Le ragioni di quest’amore possono essere innumerevoli, ma tra tutte una può essere considerata determinante. Pavese sente il bisogno di un processo inverso a quello che si era verificato nel 1492, una sorta di scoperta al contrario, un’invasione culturale che risvegli e risani l’Italia.

Certamente è un amore anticonvenzionale, ma che anticipa una moda che si svilupperà dopo in Italia, che si ritroverà conquistata da ogni aspetto della vita americana. Sul fronte letterario, questo amore per la prosa e la poesia d’oltre oceano si deve alla scrittrice e traduttrice Fernanda Pivano. In particolar modo alla sua traduzione fortunatissimi dell’Antologia di Spoon River. Non una moda solo letteraria, ma un’influenza a tutto tondo che porterà molti scrittori a seguire a ruota Pavese e la moda americana. Nella letteratura, gli intellettuali italiani cercheranno un modo per sfuggire ai tempi correnti, al fascismo, a quegli anni particolarmente opprimenti, e Pavese è stato il primo, colui che ha previsto il grande fascino che avrebbe suscitato l’America in Italia. E questa “fame d’America” viene canzonata in un grande film italiano degli anni 50, dove vediamo una delle più iconiche apparizioni di Alberto Sordi, nei panni di un italiano innamoratissimo dell’America. Si parla, naturalmente, di Un americano a Roma diretto da Stefano Vanzina nel 1954.

Quello che Pavese ricerca non è un modello reale, esistente, ma un modello letterario, ricavato dai testi e dagli autori che lui tanto ama, sin da quando era solo un liceale. L’America che idolatra e insegue è «pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente». Un miraggio, un sogno intonso che vorrebbe poter vivere. E ai giovani americani invidia quell’eterno vagabondare e perdersi nelle strade, la fame di libertà di «un’allegra razza di giovani paria cenciosi che girano senza motivo da stato a stato, da regione a regione, in preda alla febbre della strada», come scriverà ne La letteratura Americana e altri saggi.

Cesare Pavese America
Cesare Pavese. Foto di ignoto, in pubblico dominio

Pavese è affascinato da questa tipologia di giovane vagabondo (tramp), che infiamma la letteratura americana, suo indiscusso protagonista. Beve, fuma, lavora dove gli capita, con l’unico scopo di guadagnare il minimo che gli occorre per vivere e stare al mondo, per continuate quella vita che si dipana nel racconto. Non sa bene dove stia andando e non ricorda dove sia stato; di quello che ha visto gli resta solo una manciata di emozioni contrapposte e uno spietato bisogno di vita, di evasione dalla routine quotidiana. Gira sui treni merci o con l’autostop, altrimenti a piedi inforca i sentieri nebulosi delle strade, facendo del cammino il suo stesso esistere. È proprio questo ad affascinare Pavese, questo vagabondare dell’uomo, questa fame di vita che è un po’ anche la sua, finché le tante delusioni non lo porteranno a rinunciare a quella vita che lui così spesso ha affermato di amare ne Il mestiere di vivere.

Traduce Sinclair Levis, Sherwood Anderson e quell’indiscusso capolavoro di Herman Melville, che è Moby Dick, realizza una traduzione così bella da essere considerata da molti critici addirittura meglio dell’originale. Ne coglie tutta la novità stilistica, concettuale, narrativa e auspica un presente ove gli intellettuali italiani e le loro invecchiate scritture prendano spunto dagli scrittori americani, nelle trame ma soprattutto nello stile. Perfino di Arrowsmith Lewis, Pavese non potrà che parlare bene: «mal fatto, tirato giù, privo di costruzione» ma «di quelli che si leggono d’un fiato, cui si torna a pensare avidamente per l’abbondanza pletorica di vita che li informa». Ed è proprio la vitalità della letteratura quella a cui aspira Pavese e quella di cui necessiterebbe l’Italia. In queste storie, questo grande scrittore vede il «bisogno storico» della sua penisola.

Così scrive ne La letteratura americana e altri saggi: «questi americani hanno inventato un nuovo modo di bere. Parlo, s’intende, di un modo letterario. Un personaggio, a un certo punto di un romanzo, pianta tutto: belle maniere, lavoro – famiglia, quando l’abbia – e solo, o in compagnia di un amico del cuore, scompare qualche tempo per la solita spedizione: he has gone on the grand sneak, si è buttato alla gran fuga. Talvolta l’assenza dura giornate. La condotta del ribelle, nel frattempo, è molto semplice: da un baccano di canzoni e di bei motti, a un muso angosciato e meditante. Alla fine, il personaggio torna a posto nella vita. È un po’ abbacchiato e smorto, ma ha una nuova coscienza di se stesso: la macchina della civiltà non lo possiede interamente, la vita è ancora degna».

America Cesare Pavese La letteratura americana e altri saggi Einaudi
La copertina (1990) del volume di Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Gli struzzi. Fu pubblicato per la prima volta nel 1951, postumo, con prefazione di Italo Calvino

Cesare Pavese si chiude in questo mondo fittizio, in questo sogno che è l’America, per fuggire al reale, alla realtà di ogni giorno, al pallido colore della sua terra, che ha ormai perso quel primitivismo, quella spontaneità così forte nella letteratura americana, che la civiltà ha contribuito a far perdere per sempre. Quello di cui Pavese si rende conto è che queste avventure di cui legge gli scrittori le hanno vissute. Forse, si dovrebbe abbandonare il confortevole nido e gettarsi nel mare delle avventure? Forse è questo il solo modo per sfuggire al «male della civiltà»? Herman Melville, riflette Pavese, ha vissuto avventure reali e, così, non solo ha scritto della grande letteratura, ma ha trovato l’equilibrio nella vita reale.

Pavese è affascinato da questi cercatori di libertà, che hanno ancora modo di forgiare il loro paese, la loro America. Fanno un’antiletteratura e raccontano viaggi, sport, cinema, tutto col sottofondo del jazz. Un mondo barbaro, primitivo, cui si dovrebbe tornare per poter essere liberi, felici, curando l’anima decadente che ogni italiano (ed europeo) serba in sé. Una fuga per riappropriarsi della vita persa, senza essere schiacciati sotto il peso della civiltà. Questo vede Cesare Pavese attraverso quelle lenti distorte della letteratura.
Un sogno che chiama ‘America’.

Questo vede Cesare Pavese attraverso quelle lenti distorte della letteratura: un sogno che chiama America. Foto di 12019

 

Riferimenti bibliografici:

Lajolo Davide, Il «vizio assurdo». Storia di Cesare Pavese, postfazione di A. Bajani, Classics minimum fax, Roma 2020;

Pavese C., La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1951;

Pavese C., Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, a cura di M. Guglielminetti e L. Nay, introduzione di C. Segre, Einaudi, Torino 2014;

Pavese C., La scoperta dell’America, prefazione di E. Ferrero, a cura di D. Pontuale, Nutrimenti, Roma 2020.


Carlo Vanoni: un narratore di arte contemporanea che fa letteratura

Da poco è uscito il nuovo libro di Carlo Vanoni, precisamente un romanzo, pubblicato sempre con la casa editrice Solferino. Naturalmente, si sta facendo riferimento a I cani di Raffaello.

Carlo Vanoni
La copertina del romanzo di Carlo Vanoni, I cani di Raffaello, pubblicato da Solferino (2021) nella collana Narratori 

Per chi non lo conoscesse, Vanoni è un bravissimo critico d’arte contemporanea, un curatore di mostre, uno storico dell’arte, che vive a Milano e qui ha ideato il BienNoLo, la Biennale d’arte milanese. Ha portato a teatro spettacoli di grande successo, come per esempio L’arte è una caramella e I migliori quadri della nostra vita. Eppure, in questa sede privilegiata, si farà riferimento ad un po’ tutta la produzione scritta di Vanoni e a quell’abilità di particolare rilievo che ha questo critico esperto d’arte contemporanea. Sarà certamente un compito arduo, ma necessario perché è incompleto parlare di Vanoni scrittore, senza citare il Vanoni narratore. Che scriva bene è ineccepibile, ma che sia un bravo narratore e divulgatore è la ragione per cui sia anche un bravo scrittore. Perciò si deve partire di qui.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Carlo Vanoni (@carlo__vanoni)

Con la Solferino, ha pubblicato in tutto tre libri, di cui l’ultimo, che ha sempre l’arte come elemento fondamentale, come storia principale, come magistra vitae, un po’ come nella sua intera produzione. Il romanzo in questione, il primo dello scrittore, parla per l’appunto di un professore d’arte contemporanea all’Università Ca' Foscari di Venezia, dove il giovane Vanoni ha affrontato i suoi studi in Sociologia e, poi, in Conservazione dei Beni Culturali. La storia non è affatto male, specie perché tocca tematiche delicatissime, ma quello che davvero colpisce e fa breccia nel lettore non è tanto il contenuto, quanto il modo con cui è trasmesso. E quell’inserire abilmente l’arte negli aspetti del quotidiano, fino a confondere i due aspetti. Ecco che meglio si comprende la sua bravura, questa sua capacità (affatto comune) di scrivere d’arte, mentre parla di tutt’altro. Anche solo la passeggiata sovrappensiero per le strade di una città può diventare un escamotage per parlare di arte, perché essa è così tanto radicata nel comune, nel quotidiano, che non può sfuggire agli occhi di un cercatore di tesori come Vanoni. Quindi, partire dal solito, per giungere all’insolito, all’inaspettato, come se ogni scusa fosse buona per parlare d’arte, innanzitutto contemporanea.

La copertina del libro di Carlo Vanoni, A piedi nudi nell’arte. Una passeggiata alla scoperta dei capolavori antichi e moderni, pubblicato da Solferino (2019) nella collana Tracce

E mai come adesso si avverte la necessità di qualcuno che ci spieghi che l’arte non ci deve necessariamente commuovere, che è un allenamento intellettuale, un modo in linea con i tempi per spiegare la contemporaneità:

«Oggi tutto è diventato arte – scrive Vanoni nel suo libro A piedi nudi nell’arte, pubblicato sempre con Solferino nel 2019 – tranne l’arte contemporanea: quella per molta gente non lo è ancora».

E allora questo critico in jeans tenta di spiegarcela, e ce la spiega con semplicità, in modi che difficilmente si possono scordare o possono risultare incomprensibili. Per esempio, non scorderemo che abbia conquistato una giovane, intelligente quando avvenente commessa, parlando di Duchamp!

Carlo Vanoni
La copertina del libro di Carlo Vanoni, Andy Warhol era calvo, pubblicato da LINEA edizioni (2016)

È una tecnica puramente narrativa che usa anche per i suoi articoli brevi, scritti per conto della rivista ArteiN World, per la quale ha una rubrica che si intitola Andy Warhol era calvo. 2500 battute in totale libertà sull’arte, talvolta 5000, che si rivelano un viaggio appassionante e inedito nel mondo dell’arte, adatto ad esperti e a profani. Alcuni di questi articoli, Vanoni li ha raccolti nel suo primissimo libro (pubblicato con LINEA edizioni), che ha lo stesso titolo della sua rubrica, creando un piccolo e innovativo saggio sull’arte contemporanea. Anche qui parte dalla sua quotidianità e, mentre è sotto l’ombrellone, nel bel mezzo della calura estiva, ci viene a parlare di Anish Kapoor, mentre è ad un party esclusivo rinuncia ad una donna preda del suo fascino per spiegare che l’arte non deve far commuovere ad un gruppo di testardi festaioli. Che poi la donna gli sia sgusciata via è stato motivo di rammarico, ma così va nel mondo quando si vuol fare giustizia!

Carlo Vanoni
La copertina del libro di Carlo Vanoni, Ho scritto t’amo sulla telapubblicato da Solferino (2020) nella collana Tracce

Rende l’arte il motore del racconto, quasi accidentale materia di narrazione, una digressione quasi inaspettata. Unisce la cultura alta alla popolare, e lo fa con il cipiglio del giornalista culturale. Usa un linguaggio immediatamente comprensibile, per parlare di qualcosa di altamente complicato. E con Vanoni quella materia magmatica che è l’arte ci pare quasi più comprensibile. Possiamo avvicinarci ad essa con maggiore consapevolezza, con il proposito di lasciarci stupire. Questo suo primo romanzo non sarà il libro migliore, però continua su questa scia. Probabilmente, quello in cui meglio ha manifestato questa sua dote e, quindi, il miglior libro a parere di chi vi scrive, è Ho scritto t’amo sulla tela. Una storia dell’arte tascabile, adatta a tutti i tipi di lettore, perfino a chi di arte non si è mai interessato, e scritta dal punto di vista di chi ha amato e conosciuto le tante donne di alcuni dei quadri più famosi, fino all’oggi, al contemporaneo. Ed è un amore contagioso il suo, ci fa quasi desiderare di poter viaggiare nei secoli e amare ogni donna dipinta. Un viaggio nell’arte che non può non conquistare innanzitutto noi. Un po’ come accade sempre, leggendo questo bravissimo narratore.

Caravaggio, Suonatore di liuto (1596-7 circa), olio su tela (100×126,5 cm) Wildestein Collection in prestito al Metropolitan Museum of Art, New York. Foto Flickr di Rodney, CC BY 2.0

Tucidide e il carattere conservativo della scrittura

Tucidide e il carattere conservativo della scrittura

Raymond Weil, uno studioso francese esperto di Tucidide, in un saggio che è molto importante ancora adesso (nonostante gli anni trascorsi), notava che questo fondamentale storico ateniese, nel corso delle Storie altrimenti dette La Guerra del Peloponneso, dopo una serie di dialoghi iniziali presenti nei primi libri, preferisse passare alle lettere e ai trattati, ai documenti in forma scritta, cui aveva accesso. E, con questo gesto, con questo cambio di rotta, offriva prove tangibili delle vicende di cui stava trattando, conferendo alla narrazione una validità storica che Erodoto, suo predecessore, non era riuscito a garantire.

Tucidide scrittura oralità La Guerra del Peloponneso
Scrittura e oralità in Tucidide. Calco del suo busto, conservato presso la galleria Zurab Tsereteli di Mosca (parte dell’Accademia russa di belle arti), originariamente conservata nel Museo Pushkin. A partire da una copia romana del I secolo d. C., conservata presso Holkham Hall a Norfolk, da originale greco del IV secolo a. C. Foto di ShakkoCC BY-SA 3.0

La ragione di questa decisione di Tucidide risiede proprio nell’importanza che si inizia a dare alla scrittura, in un secolo ancora in gran parte orale, in cui si iniziava a comprendere le grandi opportunità e vantaggi del carattere permanente e conservativo della forma scritta. Tucidide ha il merito di averne compreso pienamente il senso, nonché la natura vantaggiosa, molto prima dei suoi predecessori. Coesistendo oralità e scrittura in questa fase detta ‘aurale’, ad avere assai più peso è ciò che rimane cristallizzato nel tempo e occorreva, nella narrazione delle Guerre Persiane, anche offrire testimonianze scritte, perché nessuno poi rimproverasse lo storico di falsità.

A Tucidide interessa la verità. Non desidera abbellirla o ritoccarla. Non vuole amplificarne il lato favolistico. Le velleità letterarie le lasciava ai poeti o ai drammaturgi. E il genere storico, così, è nato. Non che Erodoto non conducesse un’indagine o una ricerca, che sono i due termini con cui potremmo tradurre dal greco historía, ma la sua era ancora un’opera embrionale, destinata a letture pubbliche e quindi ad un pubblico di ascoltatori, un pubblico da intrattenere con digressioni favolistiche. Tucidide, invece, scrive per dei lettori. Il suo è un libro, e quindi è pensato per la lettura soggettiva e solipsistica, non per la declamazione. Lo storico ateniese si fa, quindi, simbolo di un cambiamento, di una fase preziosissima di transazione.

Tucidide e il carattere conservativo della scrittura: Siracusa. Immagine Flickr da pag. 448 del libro Eight bookes of the Peloponnesian Warre (1634) di Tucidide, Thomas Hobbes, London : Imprinted for Richard Mynne, Contributing Library: Pratt - University of Toronto, Digitizing Sponsor: Andrew W. Mellon Foundation, in pubblico dominio

E precisamente vi è un episodio, narrato dallo stesso Tucidide nel libro VII, che potrebbe essere letto in termini anche simbolici. In cui Nicia, il comandante ateniese, per domandare aiuto alla madrepatria mentre a Siracusa si sta andando incontro alla disfatta, non manda un messaggero, ma una lettera. O, meglio, non manda un uomo a parlare, ma lascia che sia una lettera scritta a farlo per lui. Il messaggero era un caposaldo, un’icona della tradizione orale, il portatore di verità per eccellenza. Eppure, Nicia preferisce affidarsi alla forma scritta, perché la ritiene certamente più sicura (il messaggero poteva pur dimenticarsi qualche passaggio, dopo tutti quei chilometri di corsa a piedi e a cavallo), ma anche più efficace.

Scrittura e oralità nella Guerra del Peloponneso di Tucidide. Busto di Nicia, da p. 105 del libro di William Jennings Bryan e Francis Whiting Halsey, The World's Famous Orations, Vol. 1 (1906), immagine in pubblico dominio

Faceva certamente più scena che il messaggero leggesse la lettera scritta da Nicia in persona e avrebbe persuaso l’intellighenzia ateniese a soccorrere i compaesani nel miglior tempo possibile. Nicia, però, così facendo, aveva dubitato del messaggero e, quindi, criticato l’intera tradizione orale su cui ben si poggiava una tradizione millenaria. Nicia non poteva essere permesso che, in un momento così delicato, qualche messaggero peccasse di superficialità o di disattenzione e mancasse di dipingere la situazione disastrosa in cui versava l’esercito greco. Solo una lettera, quindi, avrebbe potuto salvare lui e l’esercito.

Ecco il passaggio fondamentale viene così raccontato dallo storico ateniese, qui riportato nella traduzione di Claudio Moreschini (VII, 8):

«Nicia, accortosi di ciò e visto che di giorno in giorno crescevano le forze dei nemici e le sue difficoltà, sebbene anche altre volte avesse riferito agli Ateniesi punto per punto ciascun avvenimento, più che mai allora si affrettò a mandare un messaggio, pensando di trovarsi in una brutta situazione e dicendo che avrebbero perso ogni possibilità di scampo se non li avessero richiamati al più presto o se non avessero inviato loro un altro contingente numeroso. Ma, temendo che gli inviati o per incapacità di parlare o per dimenticanza o per dire cose che avrebbero fatto piacere alla folla, non avrebbero riferito il vero, scrisse una lettera, convinto che soprattutto in questo modo gli Ateniesi avrebbero conosciuto il suo pensiero non oscurato dalle parole del messo e avrebbero preso una decisione su una realtà effettiva. E gli inviati partirono portando una lettera che Nicia aveva inviato e informati di quanto dovevano dire, mentre questi prendeva cura dell’accampamento più mediante un’assidua sorveglianza che mediante l’affrontare volontariamente pericoli».

 

Il primo libro delle Storie tucididee conteneva certo molti dialoghi, ma iniziavano ad esserci anche delle lettere. Un dato parecchio importante, perché Temistocle e Serse parlavano attraverso queste lettere, mantenendo segreto l’argomento di conversazione. La lettera è infatti, per sua natura, riservata e sfugge facilmente ad occhi fin troppo curiosi o al chiacchiericcio di qualche messaggero.

Eppure, sono anche un efficacie metodo persuasivo, un modo per «esercitare anche sui regali interlocutori persiani una efficace opera di convinzione» scrive Oddone Longo in un libro particolarmente brillante: Tecniche della comunicazione nella Grecia Antica. Sono rapporti epistolari anche quelli che si sviluppano nel resto delle Storie, ad indicare come le relazioni tra i potenti stessero mutando e, insieme a loro, la concezione della scrittura. Ad essere decretato era il fondamentale passaggio dalla parola aleatoria a quella permanente.

 

Riferimenti bibliografici:

Daverio Rocchi G., Il mondo dei Greci. Profilo di storia, civiltà e costume, Pearson, Milano 2008;

Gentili B., Cerri G., Le Teorie del Discorso Storico nel pensiero greco e la Storiografia Romana arcaica, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1975;

Longo O., Scrivere in Tucidide: comunicazione e ideologia, in Studi in onore di Anthos Ardizzoni, a cura di E. Livrea e G.A. Privitera, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1978, pp.517-554;

Longo O., Tecniche della comunicazione nella Grecia Antica, Liguori Editore, Napoli 1981;

Moreschini C., Ferrari F., Daverio Rocchi G., Erodoto, Storie. Tucidide, La Guerra del Peloponneso, Bur, Milano 2008.

Weil R., Lire dans Thucydide, in Le monde Grec, pensée, littérature, histoire, documents, Hommages à Claire Préaux, édités par J. Bingen, G. Cambier, G. Nachtergael, Bruxelles, pp.162-168.

 


Tornare a Itaca Maria Grazia Ciani

L’eterno viaggio verso Itaca

Maria Grazia Ciani, Tornare a Itaca. Una lettura dell’Odissea - recensione  

Tornare a Itaca Maria Grazia Ciani
La copertina del saggio di Maria Grazia Ciani, Tornare a Itaca. Una lettura dell'Odissea, pubblicato da Carocci editore (2021) nella collana Sfere extra. Foto di Bianca Sorrentino

Il mito ha sempre avuto la forza di fecondare il terreno su cui l’umanità, nei secoli, ha poggiato i propri passi: con la sua potenza immaginifica esso ha dato vita, nella fantasia dei poeti, a innumerevoli riscritture, talvolta fedeli all’archetipo, talvolta in netto contrasto con il modello. Così, sono proliferati nel tempo i rimaneggiamenti, con cui di volta in volta gli autori hanno portato all’attenzione dei loro lettori istanze e urgenze della loro epoca, illuminando zone laterali, dando voce a personaggi minori, riconsiderando ciò che la tradizione aveva fin lì cristallizzato. Il fascino della ricezione moderna del classico, in fondo, sta proprio in questa possibilità liberatoria e rivoluzionaria di ripensare l’antico. Eppure, dal nodo insolubile che sta all’origine non si può prescindere.

La copertina del saggio di Maria Grazia Ciani, Tornare a Itaca. Una lettura dell'Odissea, pubblicato da Carocci editore (2021) nella collana Sfere extra. Foto di Bianca Sorrentino

Ne è convinta l’autorevole accademica Maria Grazia Ciani, che, dopo aver dato vita, nel recente passato, a una preziosa collana editorialeVariazioni sul Mito, per Marsilio – incentrata proprio sulla persistenza del classico, nel suo ultimo lavoro per l’editore Carocci ribadisce l’importanza di Tornare a Itaca, di rivalutare cioè il vero cuore del poema, tutto sorretto da un’inesausta tensione verso il ritorno. Se il Novecento, con le sue inquietudini, ha proiettato l’eroe verso un orizzonte indeterminato, abituandoci a considerare il suo viaggio come un percorso che sottende possibilità illimitate, non dobbiamo dimenticare che per l’Ulisse omerico il significato dell’andare coincide con il sogno di Itaca, che innerva ogni slancio del protagonista e alimenta ogni suo profondo desiderio. Nonostante la cifra di molteplice e di multiforme che caratterizza i suoi travestimenti e i suoi racconti, Odisseo, l’uomo nuovo per tempi nuovi, non cerca la misura eroica: la sua vera avventura, sostiene l’autrice, è «la sua avventura terrena, l’assedio alla sua casa, alla sua proprietà». È nel ventre minacciato di Itaca, nel cuore della reggia in pericolo, che risiede la verità di Ulisse. Il folle volo, che da Dante ad Atwood ha reso la figura del mito riflesso e sogno di ogni uomo, non può dunque oscurare l’essenza più profonda del personaggio omerico: «la radice dell’Odissea è un albero d’olivo», per dirla con Paul Claudel.

Quanto al sottotitolo dell’agile volumetto, Una lettura dell’Odissea, esso condensa a dire il vero quella che, a ben vedere, si rivela come una pluralità di stimoli: nel testo ritroviamo, infatti, in un unico abbraccio, il commento puntuale di Maria Grazia Ciani agli episodi paradigmatici del poema, l’itinerario colto dedicato alla fortuna del personaggio di Ulisse, ma soprattutto una riflessione a tutto tondo sul senso di una vita intera consacrata allo studio di Omero e della tradizione che egli ha originato. Una tradizione vibrante e irrinunciabile, che l’autrice ripercorre qui in uno slancio alato e quanto mai coinvolgente.

Tornare a Itaca Maria Grazia Ciani
La copertina del saggio di Maria Grazia Ciani, Tornare a Itaca. Una lettura dell'Odissea, pubblicato da Carocci editore (2021) nella collana Sfere extra. Foto di Bianca Sorrentino

Le pagine dense e sapienti del volumetto mettono in rilievo i punti salienti del discorso omerico e della sua persistenza nei secoli successivi e, allo stesso tempo, si configurano come un’esortazione a tornare ai versi dell’Odissea per riscoprire personalmente l’importanza insostituibile dell’incontro con il testo. Vale senz’altro la pena sottolineare, poi, che la riposante serenità del dettato è il frutto della matura pacificazione di chi sa che «il viaggio di Ulisse nel tempo non è ancora finito», ma non può smarrirsi di fronte all’orizzonte sterminato della letteratura, perché, se per orientarsi non ci si può affidare sempre alla verità, una bussola infallibile è sicuramente la consapevolezza della scelta.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

Tornare a Itaca Maria Grazia Ciani
La copertina del saggio di Maria Grazia Ciani, Tornare a Itaca. Una lettura dell'Odissea, pubblicato da Carocci editore (2021) nella collana Sfere extra. Foto di Bianca Sorrentino

 


Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel (1970) - recensione

Come si è posta la cosiddetta cultura occidentale di fronte alla questione femminile? In che termini è stata descritta la condizione delle donne? I “classici” del pensiero hanno fornito strumenti all’emancipazione o alla conservazione del potere patriarcale?

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel
Carla Lonzi. Foto (anni sessanta, Università delle donne) in pubblico dominio

A queste domande, ma non solo, tenta di rispondere Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel, saggio del 1970, frutto del lavoro del collettivo Rivolta Femminile. Come è facile intuire, uno degli obiettivi polemici è il filosofo di Jena.

“Il rapporto hegeliano servo-padrone è un rapporto interno al mondo maschile, e ad esso si attaglia la dialettica nei termini esattamente dedotti dai presupposti della presa del potere” (C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, p. 28).

In questo breve estratto cogliamo già i principali problemi della concettualizzazione classica: parzialità maschiocentrica e subordinazione alla lotta di classe. La filosofia parla agli uomini degli uomini. Quella tra servi e padroni è una lotta tra uomini, che esclude le donne e ha come obiettivo la conquista del potere. Pertanto,

“far rientrare il problema femminile in una concezione di lotta servo-padrone quale è quella classista è un errore storico” (Ivi, p. 29).

La schiavitù femminile è trasversale, riguarda tutti i livelli sociali. Tant’è che questa discriminazione è presente anche nel marxismo, che designa, come soggetto rivoluzionario, la classe operaia maschile e, allo stesso tempo, non considera le donne né come oppresse né come portatrici di futuro. Tornando ad Hegel, Carla Lonzi analizza la sua idea del rapporto uomo-donna che

“non è un dilemma: ad esso non si prevede soluzione in quanto non viene posto nella cultura patriarcale come un problema umano ma come un dato naturale” (Ivi, 28).

Qui ravvisiamo un altro errore metodologico, che smaschera la connivenza della filosofia hegeliana con il dominio maschile: l’essenzializzazione di una situazione storica. Il fatto che la donna sia stata oppressa per secoli non significa che lo sia per natura. Hegel, però, sostiene che la donna sia fondamentalmente incapace di superare la soggettività immediatamente universale, poiché si identifica definitivamente con la famiglia e non compie il salto che le permetterebbe, attraverso l’autocoscienza e il distacco dal nucleo d’origine, di ottenere l’universalità potenziata, tipica del cittadino.

Viene operata qui un’inversione: l’effetto della discriminazione diventa la sua stessa causa. La donna è schiacciata dall’uomo: ciò non soltanto avviene concretamente, ma è anche necessario che avvenga.

“Nel principio femminile Hegel ripropone l’a-priori di una passività nella quale si annullano le prove del dominio maschile” (Ivi, p. 30),

cioè, se si considera l’essere dominata come un attributo essenziale della donna, e non come il risultato dell’oppressione operata dall’uomo, costui, dominando, ossequia l’essenzialità del dover essere, non commette un abuso.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, foto di Muesse, dallo Hegelmuseum Stuttgart, di una incisione di F. W. Bollinger da Chr. Xeller, CC BY 3.0

Carla Lonzi fa un’ipotesi controfattuale: se Hegel avesse riconosciuto l’origine storica, e non essenzial-divina, dell’oppressione femminile, probabilmente avrebbe trattato la questione attraverso la dialettica servo-padrone. Come già accennato in precedenza, la liberazione della donna non può essere descritta in questi termini, perché:

“sul piano donna-uomo non esiste una soluzione che elimini l’altro, quindi si vanifica il traguardo della presa del potere” (Ivi, p. 31).

Ecco il punto fondamentale: mentre il servo e il padrone mirano alla distruzione reciproca, la donna e l’uomo non possono. La soluzione di questo rapporto non sta, come nel caso della figura hegeliana, nella sostituzione dell’oppressore con l’oppresso, ma nella fine dell’oppressione stessa. Il femminino, considerato come eterna ironia della comunità, cerca di allearsi con il giovane e dileggia il vecchio. Lo farebbe per ragioni legate alla logica patriarcale: il giovane sarebbe più abile in guerra.

“In realtà noi”, commenta la Lonzi, “attraverso questo gesto della donna, vediamo in trasparenza il potere del patriarca su di lei e sul giovane” (Ivi, pp. 30-31).

Si prefigura, dunque, un’intesa tra il giovane anarchico, che rifiuta il paternalismo e il ricatto, sentendo su di sé l’angoscia del dominio, e la donna. Senza questo accordo, egli potrebbe cedere alla lotta organizzata di massa, dimenticando l’emancipazione dell’intera umanità, di cui anche le donne fanno parte, diventando così “rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale” (Ivi, p. 33).

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel Francesca Giannuzzi
La copertina del saggio di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, edizioni et al., foto di Francesca Giannuzzi

Riferimenti bibliografici

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Gammalibri, Milano 1982.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello spirito, Bompiani, Milano 2000.


Inter Lapides

Inter Lapides

“Inter Lapides”, prodotto e diretto da Antonio Sarzo e Renato Stedile, aprirà le proiezioni di giovedì 14 ottobre delle ore 21:00, come prima internazionale alla “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea”, per la sezione Cinema e Antropologia.

Inter Lapides

Nazione: Italia

Regia: Antonio Sarzo, Renato Stedile

Consulenza scientifica: Antonio Sarzo, Patrizia Perini

Durata: 34’

Anno: 2020

Produzione: Antonio Sarzo, Renato Stedile

Prima Internazionale

Sinossi:

Inserita nel 2018 tra i beni immateriali del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, l’arte della costruzione in pietra a secco si manifesta con estese e molteplici testimonianze dell’edilizia rurale minore, compresi migliaia di chilometri di muri campestri. Manufatti dai valori così preziosi da essere valorizzati. Il documentario approfondisce le funzioni naturalistiche, ecologiche e ambientali dei muri campestri in pietra a secco, in un contesto di agricoltura ecosostenibile e di neo-ruralità di montagna.

Inter LapidesTrailer:

https://youtu.be/QEoD4y0C2ho

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

TSM Trentino School of Management, 26 maggio 2021 (online)

Informazioni regista:

Naturalista e docente di geografia, si occupa di didattica della geografia, ecologia del paesaggio, botanica, fitogeografia e di fitosociologia. È coordinatore, referente scientifico e voce narrante, della filmografia tematica prodotta dalla Scuola Trentina della Pietra a Secco.

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://www.paesaggiotrentino.it/it/eventi/presentazione-del-documentario-inter-lapides.-il-valore-dei-muri-a-secco_3570_ide/

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Inter Lapides


Ridley Scott: l'esordio letterario di Riccardo Antoniazzi

Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood - recensione

Ridley Scott è uno dei registi contemporanei più noti a livello internazionale. Il regista americano, conosciuto al grande pubblico per successi come Alien Blade Runner, è un maestro cinematografico degno di nota e il libro del giovane Riccardo Antoniazzi ne ripercorre fedelmente lo stile e la carriera.

Da critico a saggista

Riccardo Antoniazzi si è formato curando rubriche cinematografiche e sul sito MyWhere, in modo particolare ricordiamo le sue note top 10. Con Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood lo scrittore comincia un'avventura verso differenti lidi. Non solo muta lo stile, da scrittura giornalistica a saggistica, ma anche la visione del suo stesso autore. Il libro, edito da Edizioni NPE, è un saggio completo che viaggia all'interno della vita artistica di Scott non tralasciando nessuna tappa. Antoniazzi si concentra sui primi spot pubblicitari di Ridley Scott sino ad arrivare ai grandi successi di pubblico e critica.

Il fascino di Ridley Scott, secondo Riccardo Antoniazzi

Riccardo Antoniazzi gestisce questo saggio cinematografico come un appassionato cinefilo e devoto spettatore. Ridley Scott è, a tutti gli effetti, uno dei registi più versatili della New Hollywood e il saggio in questione ci restituisce proprio questo senso di continuo adattamento appartenente al regista americano.

Il cinema di Ridley Scott può essere diviso nella creazione di due mondi opposti tra di loro: il cyberpunk e il kolossal storico. In un certo senso, Scott è riuscito a coniugare passato e futuro creando pellicole memorabili e ben analizzate durante l'intero saggio. Una nota importante che il saggista tende a sottolineare, risiede nella grande influenza di Scott verso le future generazioni di cineasti. Un esempio tra tutti è Denis Villeneuve, fresco di applausi dalla 78esima Mostra del Cinema di Venezia con il suo Dune.

Non solo visioni futuristiche ma anche visioni del passato e rielaborazioni. Dal più noto e acclamato Il gladiatore sino al "meno amato" Le crociate - Kingdom of Heaven, lo stile della New Hollywood si impone come sguardo alternativo su un passato le cui leggende possono ancora influenzare il presente. Un passato, per l'appunto, che necessita di essere reinterpretato e reso fruibile per lo spettatore senza, ovviamente, stravolgere la Storia.

Riccardo Antoniazzi Ridley Scott Cinema e visioni della New Hollywood
La copertina del saggio di Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood, pubblicato da Edizioni NPE (2021)

Un regista in declino?

Negli ultimi cinque anni molti critici cinematografici e cinefili hanno definito la carriera di Ridley Scott conclusa. Il saggio di Riccardo Antoniazzi ci dimostra come questa affermazione sia fortemente errata. Non solo il saggio, ma anche i due film di Scott in uscita questo autunno House of Gucci e Assassinio sul Nilo ci confermano che il genio di Ridley Scott ha ancora tanto da dire e comunicare al pubblico.

Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood è un'opera adatta a chiunque. Non si tratta di un saggio scritto appositamente per gli appassionati di Scott e per gli esperti di un certo linguaggio cinematografico. La bellezza di questo libro risiede nella sua chiarezza linguistica e nella capacità di Antoniazzi di trasmettere l'ammirazione ed il rispetto che nutre nei confronti del regista. Che siate appassionati, curiosi o semplicemente lettori di passaggio, soffermatevi su questo saggio, godetene e poi, soprattutto, cominciate a vedere film di Ridley Scott!

Riccardo Antoniazzi Ridley Scott
La copertina del saggio di Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood, pubblicato da Edizioni NPE (2021)

 

https://issuu.com/edizioninpe/docs/preview_ridley_scott


Carnevale Abramo Isacco

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco

Recensione a cura di Laura Martorana a

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020, pp. 192.

Questo volume offre un approccio scientifico-analitico utile a chiunque abbia interesse a studiare l’episodio di Genesi 22 dal punto di vista documentario, filologico e storico. L’Autrice si propone di dipanare i fili che legano i personaggi del padre Abramo e del figlio Isacco, e le loro storie, partendo da due principi: l’obbedienza di un uomo – il patriarca delle religioni cosiddette abramitiche (giudaismo, cristianesimo e islam) – al Dio che gli ha promesso una progenie benedetta e numerosa; la violenza che accompagna l’ottemperanza alla prova, il sacrificio del primogenito Isacco – voluto dallo stesso Dio benefattore – che si configura quale capovolgimento parossistico della promessa fatta in precedenza al padre.

Laura Carnevale Obbedienza di Abramo sacrificio di Isacco
La copertina del saggio di Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020

Lo stile chiaro e lineare accompagna il lettore verso la ricerca di un senso e di una interpretazione della storia del sacrificio di Isacco, in termini non solo teologici, ma anche storici, attraverso l’analisi della sua ricezione nel giudaismo e nella esegesi cristiana, ma anche attraverso la ricerca topografica dei luoghi del racconto e il valore che essi assumono per ebrei, cristiani e musulmani. L’autrice, inoltre, non manca di considerare quanto il forte impianto mitopoietico dell’episodio abbia avuto “fortuna” nella cultura occidentale moderna e contemporanea: le arti figurative, drammatiche e cinematografiche, infatti, hanno attinto al racconto genesiaco che, nel tempo, è stato interpretato in termini valoriali, religiosi e politici nuovi e squisitamente moderni. In ogni luogo e in ogni tempo è stata percepita con forza la dicotomia tra la cieca e fedele abnegazione di un padre e l’orrore e la tragedia dell’immolazione ingiustificata di un figlio innocente1, non di rado richiamati quale metafora orrorifica delle grandi tragedie belliche della Postmodernità.

Matthias Stomer, Sacrificio di Isacco, Musée Fesch. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

La storia del patriarca ha inizio con la chiamata di Dio, che gli promette una nuova terra e una florida discendenza. L’anziano Abràm (questo il suo nome all’inizio) parte da Ur dei Caldei, con la moglie Sarai e i servi al seguito, e raggiunge la Terra di Canaan, ove si insedia e dove erige un altare al Signore (Gen 12,1-9). Segue una serie di vicissitudini, che raccontano anche la non facile relazione con i popoli limitrofi ma, anche, l’autorizzazione divina ad abitare il territorio di Canaan, avallata dalle benedizioni, dalle alleanze, dai riconoscimenti rivolti al patriarca dai capi delle popolazioni vicine (Gen 14,1-28; 18,16-33; 21,22-34). Dopo la nascita di Ismaele (effettivamente il primogenito figlio di Abramo), avuto da Agar, la serva di Sarai (Gen 16,1-16), Dio si ripresenta al patriarca e con lui stringe un patto. Abràm è rinominato Abramo, cioè “padre di una moltitudine di popoli”; viene stabilita la pratica della circoncisione; Sarai, il cui nome è sostituito in Sara, viene allietata dalla notizia di una gravidanza (Gen 17,1-27). La donna, però, vecchia e sterile, non crede alle parole dei tre uomini alle querce di Mamre, e la loro promessa le suscita il ben noto scoppio di risa (Gen 18,1-15). Quando Sara diventa madre di Isacco (Gen 21,1-7), avendo dato al patriarca il figlio promesso dal quale sarebbe stata generata la discendenza di Abramo, viene deciso l’allontanamento di Ismaele, il figlio illegittimo, e di sua madre Agar nel deserto (Gen 21,8-21). Passati pochi anni, il Signore vuole mettere alla prova Abramo e gli ordina il terribile sacrificio. Il patriarca obbedisce e organizza il viaggio verso la terra che Dio gli ha indicato come sede dell’offerta. Proprio nel momento in cui il coltello sta per ferire la carne di Isacco, un Angelo del Signore si manifesta e impedisce lo svolgimento dell’azione sacrificale. Abramo, allora, sostituisce la vittima umana con un ariete che, miracolosamente, si trova impigliato con le corna in un cespuglio lì vicino. Il Signore benedice Abramo e la sua progenie, per essersi dimostrato degno di una prova così ardua. Il patriarca, allora, compiuto il sacrificio sostitutivo, ritorna a Bersabea, dopo aver rinominato il luogo dove si è svolto il rituale “Dio vede” (Gen 22,1-19).

Genesi 22 si configura quale testo estremamente stratificato e complesso. Come osservato dalla Autrice, è necessario affidarsi ad una analisi filologica del racconto per cercare di risalire (almeno in parte) al carattere originario dell’episodio biblico e alla sua storia compositiva.

Giuseppe Vermiglio, Sacrificio di Isacco, Palazzo Bianco o Palazzo Doria Brignole - Musei di Strada Nuova. Foto di Matteo Bimonte, CC BY-SA 3.0

Il corpus genesiaco potrebbe essere stato messo per iscritto intorno al VII secolo a.C., tuttavia bisogna considerare che, sino a tale data, la maggioranza delle narrazioni in esso comprese è stata non solo soggetta a modifiche, ma anche a influenze culturali molteplici. Alle origini, la narrazione poteva essere una eziologia del passaggio dal sacrificio umano a quello animale, coincidente con il motivo antropologico della pratica dei sacrifici vicari (chiaramente in questo racconto delle origini non figuravano il nome di Abramo né quello di Isacco, mentre era presente, come è ovvio, il riferimento ad una divinità): si trattava di un racconto di probabili origini pre-israelitiche considerato che Israele conosceva la pratica del sacrificio umano, ma anche quella del sacrificio animale, dal contatto con le popolazioni limitrofe. In aggiunta a questo motivo, si ravvisa altresì un altro carattere, di tipo eziologico-cultuale, legato al racconto di un pellegrinaggio verso un luogo sacro: il luogo che fa da sfondo alla vicenda del sacrificio di Isacco sarebbe stato, infatti, un’area cultuale sin dalle origini, ancor prima di assumere un significato e un valore, anche topografico, per i culti abramitici2.

Alla fine del primo capitolo, l’Autrice si sofferma a distinguere due tipologie differenti di “sacrificio del figlio”: l’una riscontrabile nel mondo classico greco-romano, l’altra rappresentata dalla vicenda di Genesi 22. La grande diversità tra Agamennone e Abramo, ad esempio, sta nello scopo del rituale sacrificale: il capo degli Achei, infatti, decide di sacrificare Ifigenia per riconquistare il favore degli dèi nella guerra contro Troia. Il suo è un sacrificio in funzione del risanamento di una crisi che si abbatte sulla collettività, sulla fazione dei Greci, e ne determina la sfortuna militare e l’essere invisi agli dèi. Ifigenia è il pharmakos, il capro espiatorio attraverso cui sbarazzarsi della sfortuna che agisce nella storia. Sebbene i toni tragici e violenti dei due racconti si equivalgano, nell’episodio genesiaco Abramo è chiamato a rispondere a tutt’altra esigenza: egli non deve scongiurare, attraverso il sacrificio del suo unico figlio, l’abbattersi di una calamità in grado di mettere a rischio la vita della propria comunità, né può sfuggire all’ordine che gli è imposto. Ed è proprio la mancata realizzazione del sacrificio del figlio e il suo rovesciamento in sacrificio vicario, che dimostra il valore della prova del patriarca: una fede incrollabile e reverenziale in Dio.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio

La peculiarità del profilo del personaggio Abramo sta nell’espressione “Dio mise alla prova” (Gen 22,1), collocata nella cornice del racconto genesiaco che funge da motore dell’azione. È su questa espressione e sui presupposti della prova che viene a costruirsi la ricerca teologico-documentaria di provenienza pre-rabbinica, rabbinica e cristiana.

I capitoli secondo e terzo del volume, infatti, delineano la storia della ricezione di Genesi 22 nella esegesi giudaica e cristiana. Nel giudaismo del Secondo Tempio il sacrificio di Isacco assume già un valore salvifico ed espiatorio, che si intensifica progressivamente a seguito della distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C. Estrema attenzione è data, infatti, al motivo della prova di Abramo ma anche al personaggio di Isacco, fortemente legati al motivo della salvezza e della redenzione del popolo ebraico. Nel IV Libro dei Maccabei, ad esempio, è fornita una interpretazione martiriologica della vicenda di Abramo e Isacco, che giustifica il gesto sacrificale in senso soteriologico. Nel Libro dei Giubilei il racconto biblico è contestualizzato al momento della Pasqua ebraica; tale ambientazione verrà ripresa nella interpretazione di Genesi 22 del giudaismo rabbinico, in funzione fortemente anticristiana: in seguito, a partire dal principio dell’Era Volgare, mentre si ponevano le basi per fare di Isacco figura Christi della confessione cristiana, l’esegesi giudaica avvalora il racconto genesiaco collegandolo al tema della redenzione del popolo di Israele (si pensi all’interpretazione che del sacrificio di Isacco compie Flavio Giuseppe, per il quale il figlio di Abramo è un giovane uomo e, di conseguenza, responsabile e consapevole dell’azione sacrificale subita – esattamente come il padre lo è di quella inflitta).

Il carattere soteriologico di Genesi 22 assume, nella esegesi protocristiana e cristiana, un significato cristologico: serve a spiegare la morte di Gesù come sacrificio di redenzione dell’umanità. Già Paolo, ad esempio, che utilizza palesemente questo episodio per fondare la sua teologia, pur senza citarlo, spiega l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre, nonché l’obbedienza e la fede del credente, attraverso il racconto della ‘aqedah.

Filippo Brunelleschi, sacrificio di Isacco, formella per il concorso delle porte del Battistero di Firenze (1401), Museo del Bargello. Foto di Francesco Bini, CC BY 2.5

Abramo è, dunque, ancora una volta exemplum fidei, ma quale è l’interpretazione del personaggio di Isacco? Melitone ravvede in Isacco l’archetipo di Cristo: entrambi accettano volontariamente il sacrificio. Tertulliano – che considera l’impresa di Abramo non come una tentazione, né come una messa alla prova, ma piuttosto una dimostrazione di fede – associa Isacco (anche per l’autore consapevole del proprio destino di vittima sacrificale) a Cristo e si sofferma sull’analogia tra le corna dell’ariete e i bracci della croce. Origene, poi, considera Abramo alla stregua di un profeta, in grado di prefigurare la salvezza di suo figlio, e capostipite della stirpe da cui sarebbe nato Cristo. Isacco, per Origene, è vittima e sacerdote (assieme al padre) del sacrificio, consapevole e responsabilmente attivo della propria immolazione.

Il quarto capitolo si concentra sul fenomeno della sacralizzazione dei luoghi di Genesi 22, legata alla necessità di contestualizzare e avvicinare al lettore-fedele gli exempla e i loci della letteratura scritturistica. Il giudaismo riconduce il luogo in cui è ambientata la vicenda del sacrificio di Isacco al monte Moria in Gerusalemme, su cui è stato edificato il Tempio. La tradizione cristiana associa tale promontorio al Calvario, avvalendosi ancora una volta di una interpretazione cristologica della vicenda di Genesi 22. L’islam, che pure guarda ad Abramo nel ruolo di patriarca e prefigurazione del musulmano ideale, assimila l’episodio genesiaco modificandone uno dei protagonisti rispetto a giudaismo e cristianesimo antico: il figlio del sacrificio è Ismaele, avuto dalla schiava Agar, considerato il capostipite del popolo arabo, mentre il teatro del sacrificio del primogenito coincide con il luogo santo della Mecca.

Una serie di osservazioni, nel volume, si concentra in modo esclusivo intorno al correlativo ariete-figlio-cespuglio, particolarmente fortunato non solo per l’interpretazione che ne dà il primo cristianesimo, ma anche per l’interpretazione rabbinica. Se per le tradizioni giudaiche l’ariete, con cui si sostituisce Isacco, assume un valore e un carattere espiatorio e, a seconda delle tradizioni, è associato alla festa di Pesach o di Yom Kippur (mentre il cespuglio è raffigurato e descritto come un albero, tra i cui rami ab origine si sarebbe trovato l’ariete, generato dalla Creazione), per il cristianesimo la sostituzione del figlio con l’ariete spiega il segreto della incarnazione e il cespuglio è prefigurazione della croce. Un problema fondamentale affiora inoltre, come abbiamo visto, in relazione alla cultura coranica: la legittimità e l’identità del figlio. Questa è una questione che lega visceralmente le religioni abramitiche: del sacrificio di quale figlio Dio mette alla prova Abramo? Per la cultura giudaico-cristiana è Isacco, per quella coranica il figlio del sacrificio è Ismaele3.

Per concludere, come evidenziato nel titolo, un aspetto fondamentale da considerare dell’episodio biblico – che non scarso interesse ha raccolto soprattutto in età contemporanea – è la sua tensione violenta e tragica. Come si coniuga la violenza dell’episodio con la sua funzione sacrale? Se, ab origine, le tendenze aggressive e violente sono alla base del comportamento umano, per istinto di sopravvivenza o predisposizione biologica del sapiens nel momento in cui assume la posizione eretta (si pensi alle riflessioni sull’homo necans di Walter Burkert), ugualmente primigeni sono i tentativi, da parte dell’uomo, di ricondurre e convertire in ordine di senso il caos della violenza originale, attraverso la creazione di eventi violenti “controllati” mediante i quali eliminare catarticamente le pulsioni primordiali. È questo, secondo alcuni studiosi, la principale funzione del sacro ed è a questa funzione che assolve in ogni luogo e in ogni tempo, mutatis mutandis, il rituale sacrificale4.

Carnevale Abramo Isacco
Rembrandt, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1] in pubblico dominio

1 L’uomo moderno e contemporaneo, tenendo bene a mente i caratteri teologici e allegorici della ’aqedah, si sofferma spesso sul tema della messa a morte di un innocente, rivalutandone il precipuo carattere violento e terrorizzante. Pensando alla drammaturgia, ad esempio, Laura Carnevale richiama l’opera teatrale in tre atti di Ermanno Bencivenga, intitolata Abramo, un dramma in cui le aspirazioni al successo di padre Abramo si scontano contro un destino di solitudine e morte, legato all’atto violento e ingiustificato di un sacrificio compiuto e compreso solo in termini redditizi. A mio parere, nell’opera di Bencivenga il sacrificio di Isacco sottende in Abramo un ragionamento economico e capitalista ante litteram: il padre immola il proprio figlio credendo di ottemperare alla volontà del proprio Signore (si scopre solo in seguito che il patriarca è stato ingannato da tre impostori) aspirando, però, ad ottenere benefici e fortune smisurate al termine di tale prova. Alla logica del guadagno si accompagna una sorta di sindrome di Münchhausen che Abramo ammette solo alla fine del dramma: la paura che Isacco, risuscitato nell’ultimo atto, possa prendere il posto del padre non solo come capo della comunità, ma anche agli occhi di Dio. Cfr. E. BENCIVENGA, Abramo. Tragedia in tre atti, Nino Aragno Editore, Torino 2013. Un altro esempio menzionato nel volume è la mostra interattiva, inaugurata al Museo Ebraico di Berlino, di Peter Greenaway e Saskia Boddeke, intitolata Gehorsam: die Geschichte von Abraham, Isaak und Ismael, intesa a ripercorrere in chiave storica e attualizzante, passando in rassegna la ricezione del sacrificio di Isacco nelle religioni abramitiche, lo sviluppo del dramma umano di Abramo e Isacco (ma anche di Ismaele), ipostasi delle sofferenze di troppi padri e figli del mondo moderno segnato da guerre, tragedie e sacrifici inferti, richiesti e subìti. Per quanto concerne invece l’arte figurativa, tra i tanti esempi di riproduzione dell’episodio genesiaco (Brunelleschi, Rembrandt) desidero qui segnalare due dipinti del Caravaggio. Si tratta di due opere (una realizzata nel 1598, l’altra nel 1603) che rappresentano due facies diverse del racconto biblico: nella prima, i colori luminosi, la luce frontale, un’atmosfera di permissiva religiosità, restituiscono l’immagine pacificata di una offerta consenziente e rassicurante; nella seconda, il taglio obliquo della luce, la smorfia di paura e di dolore sul volto del giovane uomo Isacco, il braccio muscoloso dell’Angelo che blocca il polso del vecchio Abramo, il movimento laterale, quasi repentino (di certo meno statico e plastico di quanto appare nel dipinto precedente) su cui è costruita l’intera immagine, contribuiscono a rappresentare un’idea sofferta e sofferente dell’episodio genesiaco, intrisa di umanità e violenza.

2 Secondo l’analisi di Rudolf Kilian, Genesi 22 celerebbe almeno tre distinti motivi narrativi: il motivo eziologico del riscatto, espresso mediante la linearità della trama dell’episodio: un padre, per onorare la divinità, deve immolare suo figlio che, per magnanimità del dio, viene sostituito da un animale; il motivo del pellegrinaggio, che si compenetra con quello del riscatto ma, se analizzato distintamente, assolve quasi una funzione odeporica, descrivendo l’itinerario che un fedele compie per rendere un omaggio cultuale alla divinità; un motivo etimologico, che risponde alla eziologia legata al luogo di culto riportato nel testo: «Il Signore vede». Quest’ultimo motivo si spiega anche con una serie di trasformazioni legate al personaggio del padre che, essendo una figura dal profilo indistinto nelle prime fasi del racconto, quando esso viene inglobato nelle tradizioni israelitiche verrà identificato con Abramo. Questo avviene però solo in un secondo momento quando un redattore successivo identifica definitivamente le figure di Abramo e di Isacco nella cornice narrativa, anche legando la sede del sacrificio delle origini a quello del monte del Tempio di Gerusalemme. Cfr. R. KILIAN, Il sacrificio di Isacco, Paideia (Studi Biblici), Brescia 1976.

3 «Il caso del sacrificio di Isacco/Ismaele è una dimostrazione di come giudaismo, cristianesimo e islam, pur mantenendo la propria autonomia sul piano teologico, appaiano profondamente interdipendenti per quanto attiene le capacità di attingere a un comune giacimento culturale costituito da figure, luoghi ed eventi considerati fondanti nei testi sacri di riferimento e nelle tradizioni da essi generate»: in L. CARNEVALE, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco, cit., p. 158.

4 Per approfondire cfr. W. BURKERT, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Boringhieri, Torino 1981; R. GIRARD, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1992; C. GROTTANELLI, Il sacrificio, Laterza, Roma-Bari, 1999.


Nadia Fusini Possiedo anima Virginia Woolf

Una biografia tutta per sé: Virginia Woolf e le stanze dell’anima

Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, Feltrinelli  - recensione

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

Le vite degli altri: esemplari, paradigmatiche, ma in fondo sempre inconoscibili. È possibile, tuttavia, avvicinarsi talvolta al loro mistero; lo dimostra un libro importante dell’anglista Nadia Fusini, edito per la prima volta nel 2006 da Mondadori e ora ripubblicato da Feltrinelli: Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf. Tenendo ferma nel vento una mappa fatta di frammenti (i diari, le lettere, i romanzi, i saggi della scrittrice novecentesca), la studiosa orienta la sua bussola e lascia che ai piedi del lettore si dispieghi un cammino avventuroso; con una scrittura vivida e sempre significante, Fusini traccia una nuova strada maestra che deve fungere da modello per chi si occupa di divulgazione, per chi intende la biografia non come sterile encomio, ma come percorso di avvicinamento alla verità, ammesso che ve ne sia una sola.

In ascolto dei dettagli, della poesia delle cose penultime, l’autrice lascia emergere i nodi insoluti dell’infanzia, ricostruisce antiche ferite che ancora sanguinano, rivela bisogni, libertà e pudicizie; Fusini non si limita cioè a sviscerare il noto, a obbedire alla dittatura della curiosità morbosa, ma con senso di responsabilità affronta le ombre di Virginia Woolf e, tenendosi alla giusta distanza da quegli abissi, ne tratteggia la vertigine, avvertendone insieme il pericolo e la fascinazione.

L’esistenza della scrittrice inglese, così raccontata, non è mai ridotta a oggetto da analizzare al microscopio con freddezza, anzi pretende partecipazione convinta: il lettore sente di essere chiamato in causa in prima persona, perché è l’autrice stessa a rivolgerglisi facendo appello a quelle intime fragilità che costituiscono il sostrato comune che rende simili gli esseri umani. È proprio Fusini a riconoscere l’ascendenza di un tale paradigma: rispetto alle vite dei santi, questa biografia di Virginia Woolf potrebbe in effetti essere il corrispettivo «laico di un bisogno antico di guida». Attraverso l’esperienza di un’altra, è come se anche noi avessimo la possibilità di vivere intensamente, di respirare per un po’ l’ebbrezza della moltitudine, di rivendicare l’unità dell’esistenza che nello smarrimento del quotidiano non riusciamo ad afferrare.

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

L’insegnamento più significativo che si ricava dalle pagine di questo volume ha a che fare con la conquista di sé, con la padronanza del proprio destino: monito, questo, che risuona in tutta la sua gravità in questo tempo che ci condanna ad essere spesso spettatori della nostra stessa vita, nonostante la bolla generata dai social ci illuda di essere invidiati protagonisti. Nel vortice inarrestabile della malattia, fiaccata da ripetuti inciampi ma mai davvero rassegnata alla resa, Virginia Woolf compie un piccolo, grande passo verso la ricerca di sé, che è anche un passo verso la libertà: il proprio personale, metaforico cammino verso il faro.

«Per quel che riguarda Virginia è sempre più chiaro che quel simbolo lo possiede scrivendo. Possiede se stessa scrivendo. E diventa sempre più quel che è, cioè una vera donna. […] E se scrivere è la cura, è perché le offre il tempo logico in cui le viene restituito quel tempo che, in senso cronologico, la vita le ruba, ci ruba».

Nulla è reale per Virginia Woolf, se non quando scrive; ed è sulla pagina letteraria che con pienezza si ricompone la molteplicità sfaccettata della sua esistenza: una storia di abbandoni e strappi, dall’infanzia violata a Kensington alla giovinezza nel quartiere bohémien di Bloomsbury, dal matrimonio solido con Leonard al legame viscerale con Vita; e poi il femminismo, l’androginia, lo sguardo sempre rivoluzionario sul mondo e sulla letteratura; la vulnerabilità, le insicurezze, ma anche il coraggio e l’indipendenza intellettuale, fino al trionfo della morte, un inesorabile dir di sì alle acque fatali. In ogni cosa risuona Virginia con le sue contraddizioni senza rimedio, risuona quel segreto inafferrabile che Nadia Fusini magistralmente ci esorta ad ascoltare.

Nadia Fusini Possiedo la mia anima Virginia Woolf
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Aboubakar Soumahoro umanità in rivolta Feltrinelli

Aboubakar Soumahoro: Umanità in rivolta. La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

Aboubakar Soumahoro - Umanità in rivolta. La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.

Albert Camus

Aboubakar Soumahoro umanità in rivolta Feltrinelli
La copertina del saggio di Aboubakar Soumahoro, Umanità in rivolta, pubblicato da Feltrinelli (2019) nella collana Serie Bianca

I dati INAIL parlano chiaro: nel 2021, le morti sul lavoro sono aumentate esponenzialmente, facendo registrare un incremento dell’11,4% rispetto al 2020. Al 31 marzo, si parlava di 185 morti bianche in 3 mesi, per una media di 2 decessi al giorno. I settori maggiormente colpiti da questa tragedia sarebbero quelli dell’edilizia e dell’agricoltura. I recentissimi fatti di cronaca, poi, richiamano l’attenzione su tematiche che è bene approfondire costantemente, ricercando le cause di ingiustizie connaturate nel sistema in cui siamo immersi.

È evidente come l’attuale modello economico garantisca sempre meno la persona del lavoratore e si presti bene a dinamiche di sfruttamento. Le lotte e le richieste di un esercito sempre più compatto, però, non si fermano, portando i sindacati a guidare un’umanità in rivolta, che chiede maggiori tutele e il diritto alla felicità. Questa moltitudine in marcia e gradualmente in crescita è la principale protagonista del saggio d’esordio di Aboubakar Soumahoro, Umanità in rivolta, pubblicato per Feltrinelli nel 2019.

Nato in Costa d’Avorio nel 1980, difende da anni i diritti dei lavoratori, occupandosi soprattutto della tutela dei braccianti, della lotta al caporalato e dello sfruttamento lungo la filiera agricola. È arrivato in Italia nel 1999, a soli 19 anni. Animato dal sogno di un’Europa inclusiva e dalle prospettive allettanti, nell’era dei dannati della globalizzazione, ha preso la via del mare, per uscire dall’angolo in cui era stato relegato con la sua gente e per ricercare la Felicità sulle sponde opposte del Mediterraneo. Nel primo capitolo, scrive:

Il primo ricordo che ho dell’Europa è il freddo che mi trasformava l’alito in fumo. Non mi era mai capitato. Una certa incosciente ingenuità mi guidava in questo viaggio: non conoscevo la situazione politica italiana, ignoravo le condizioni di lavoro dei migranti (le avrei imparate di lì a poco) e non sapevo nulla di questioni sindacali. Custodivo solo il senso di giustizia e libertà trasmessomi dai miei genitori.

La sensazione iniziale fu di spaesamento, mi sentivo in una condizione di temporaneità, senza luogo e fuori posto, “al confine tra l’essere e il non-essere sociale”, come ha scritto Pierre Bourdieu. Senza luogo perché avevo lasciato la terra che conoscevo per una che mi era ancora estranea, fuori posto perché ogni giorno qualcuno mi ricordava che non avevo il diritto di stare dove ero.

Soumahoro affida alla carta i suoi ricordi, donando al lettore il racconto commosso della disillusione che l’approdo portò con sé. Racconta del suo primo alloggio, della miseria che ha dovuto patire e delle prime esperienze al mercato delle braccia, uno dei tanti luoghi di reclutamento per manodopera giovane e sottopagata. Alla rotonda di Melito, Soumahoro ha svenduto la sua forza lavoro al migliore offerente, assieme ad altri immigrati, merci esposte al mercato delle braccia, denudati della propria umanità:

La mattina in cui, per la prima volta, sono arrivato alla rotonda c’erano asiatici e migranti da tutta l’Africa fermi ad aspettare. Una scena surreale, centinaia di persone in attesa, disponibili ad accettare qualunque lavoro e a qualunque condizione. Il giorno in cui non si trovava lavoro, l’alternativa era rimanere in piedi per ore nell’attesa, dopo essersi svegliati all’alba, e poi tornare a casa a stomaco vuoto e senza un soldo in tasca.

Tra soprusi di ogni genere, cresce in Soumahoro, giorno dopo giorno, la voglia di lottare e di riscattare il popolo degli ultimi, nella consapevolezza di dover prima risvegliare le coscienze e sensibilizzarle alle condizioni di vita dei cosiddetti invisibili, scardinando una normalità assurda e di una violenza indiscriminata. Lavora e studia, laureandosi nel 2010 in Sociologia all’Università Federico II di Napoli con il massimo dei voti e con una tesi su Analisi sociale del mercato del lavoro. La condizione dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro italiano: persistenze e cambiamenti.

La profonda cultura di Aboubakar Soumahoro si riflette in questo saggio, trapelante di citazioni e riferimenti ad opere filosofiche, storiche, sociologiche ed economiche. Umanità in rivolta ha il grande pregio di offrire una prospettiva differente su temi continuamente strumentalizzati per fini elettorali e, per questo, volutamente distorti. Soumahoro grida a gran voce il suo dolore e la sua voglia di combattere, obbligandoci a guardare il mondo dal suo punto di vista e a comprendere le responsabilità da cui non siamo esenti. Lui, migrante, affronta le tematiche legate alla sua condizione e a quella dei suoi compagni senza intermediari:

Abbiamo dovuto lavorare molto per riuscire a prendere la parola in prima persona nei luoghi e negli spazi politici. Per molto tempo, tanti in buona fede hanno ritenuto doveroso prendere la parola al nostro posto. Mi viene da dire che il pensiero di deriva paternalista a volte contamina involontariamente chi è impegnato in difesa dei migranti, che vengono ritenuti incapaci di generare, esprimere e declinare un pensiero politico e una forma di lotta.

Con sguardo lucido e al contempo commosso, traccia i legami tra sfruttamento del lavoro ed immigrazione, evidenziando, a parità di mansione, salari inferiori per i lavoranti stranieri rispetto ai colleghi italiani. Il lavoratore straniero, inoltre, risulta essere maggiormente esposto a licenziamenti e a forme stratificate di ricattabilità, causata specialmente dalla razzializzazione del lavoro. Essa, strettamente legata al razzismo, mira alla categorizzazione di una parte della popolazione e ad infondere l’idea che la coabitazione sia impossibile. Tutto ciò è stato legittimato sul piano normativo da una serie di leggi sull’immigrazione, a partire dalla legge Martelli del 1990.

Politiche sempre più restrittive e securitarie hanno reso il migrante sempre più fragile nel mercato del lavoro. Ad esempio, la legge Bossi-Fini, varata nel 2002, ha introdotto l’elemento del contratto sociale e del contratto lavorativo. Il contratto sociale ha imposto al migrante criteri diversi per accedere ai servizi del welfare rispetto a un cittadino italiano, mentre il contratto lavorativo ha subordinato la permanenza in Italia del migrante a un contratto di lavoro regolare, ragion per cui il migrante diviene vulnerabile e ricattabile nei rapporti di lavoro. Politiche simili sono risultate essere ottimali per le esigenze di profitto del capitale: rendere più vulnerabile un’intera categoria di individui ha permesso ai padroni guadagni più sostanziosi dall’impiego di manodopera migrante. Scrive:

Riponevo tutta la mia speranza nel datore di lavoro di turno, o forse sarebbe meglio chiamarlo “padrone”, se la parola oggi non apparisse fuori moda. Parlare di sfruttamento per molti significa essere ideologici. Al contrario, temo che sia “ideologico” rifiutare di vedere forme di organizzazioni sociali e del mercato che consentono a pochi di disporre delle vite degli altri.

Soumahoro non si limita a descrivere una situazione vituperevole, ma offre una sua attenta analisi sociopolitica, proponendo dei modelli per mettere fine allo sfruttamento:

Il primo punto è semplice, è un principio che non dovrebbe mai essere messo in discussione: “uguale lavoro, uguale salario”. Un lavoro dignitoso e una giusta paga, indipendentemente dalla provenienza geografica dei lavoratori e delle lavoratrici. Il secondo punto è la garanzia del rispetto degli oneri a carico dei datori di lavoro: diritti salariali previdenziali (quindi disoccupazione agricola), sicurezza sul lavoro e il trasporto. Devono essere riconosciute le ore e le giornate effettivamente lavorate, rendendole evidenti in busta paga. Il terzo punto imprescindibile per una riforma che rispetti i diritti di tutti è la “regolarizzazione” di migranti e profughi, nonché l’abrogazione della legge Bossi-Fini, l’accesso al permesso di soggiorno per la protezione sociale e la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro.

L’obiettivo di Aboubakar Soumahoro con Umanità in rivolta è anche quello di ricordare i tanti sommersi, i lavoratori morti nella lotta per la sopravvivenza. Il saggio diviene allora una pietra di inciampo, un modo per evitare che tanti nomi cadano in oblio. Con il medesimo spirito investigativo adottato dal compianto Alessandro Leogrande in Uomini e caporali, viene narrata la storia di Soumaila Sacko, bracciante fucilato mentre era alla ricerca di lamiere con cui fabbricarsi un riparo nella baraccopoli di San Ferdinando; la storia di Jerry Essan Masslo, rifugiato politico sudafricano, militante contro l’apartheid, barbaramente ucciso a Villa Literno per essersi opposto ad alcuni balordi che volevano privare lui e i suoi compagni delle misere paghe ricevute per la giornata nei campi; la storia di Becky Moses, morta in uno dei tanti roghi divampati a San Ferdinando; la storia di Paola Clemente, deceduta dopo un malore sul posto di lavoro per la mancanza di un intervento di primo soccorso, senza contare le sedici vittime nelle campagne pugliesi nell’estate del 2018; la storia di Abd Elsalam, travolto da un camion durante un picchetto dei lavoratori della logistica; la storia di Alberto Piscopo Pollini, studente barese e rider investito e ucciso a diciannove anni mentre effettuava una consegna.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Aboubakar Soumahoro (@aboubakar_soum)

Tutte queste morti, spesso inficiate e non degnamente raccontate dalla stampa, hanno messo in luce l’effettivo bisogno di sostegno da parte delle categorie più deboli, che necessitano di un supporto sindacale sistematico e continuo, per accorciare il divario, rafforzatosi nel tempo, tra la classe lavoratrice e i suoi organi di rappresentanza. Per frenare l’atomizzazione e l’impotenza dei lavoratori, l’azione sindacale di Aboubakar Soumahoro ha dato vita alla “Lega Braccianti”. In questa occasione, nell’agosto del 2020, è stata inaugurata la prima “Casa dei diritti e della dignità Giuseppe Di Vittorio” a Borgo Mezzanone, nel foggiano. Soumahoro è convinto che tra l’uomo e il raggiungimento della felicità si frapponga la solitudine a cui questo sistema ci condanna. Rinchiudendoli in un vuoto esistenziale con la privazione dei diritti fondamentali, gli uomini divengono succubi del capitale, senza prospettive di crescita e miglioramento. Umanità in rivolta di Soumahoro chiama a raccolta tutte le donne e tutti gli uomini, per generare l’unione di una classe lavoratrice che si riappropri dell’esistenza collettiva, stabilendo l’equilibrio fra i bisogni essenziali e la salvaguardia dell’ambiente.

L’attuale modello economico domina la politica a discapito delle esigenze e delle sofferenze degli esseri umani. Il prodotto interno lordo sembra essere l’unica misura del benessere e della felicità. Eppure autorevoli economisti come Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi ci hanno messo in guardia sui limiti di una visione economica che misura tutto in termini di PIL. Perciò raccomandavano di considerare nella valutazione dello stato dell’economia gli indici di diseguaglianza, di sostenibilità del benessere e delle risorse ambientali. Occorre poi tener conto di molte altre variabili (vulnerabilità, sicurezza sociale, qualità e aspettativa di vita ecc.) se davvero si vuole valutare il benessere sociale di una popolazione. Il problema non è inventare nuovi indici, ma avere una visione capace di immaginare un orizzonte diverso.

L’attuale paradigma è una minaccia per la nostra umanità. Il nostro compito collettivo è quello di elaborare un modello alternativo basato sulla giustizia sociale e ambientale.

Umanità in rivolta mira a scalfire l’individualismo attuale, la solitudine annichilita in cui è piombata l’umanità, per far riemergere la solidarietà necessaria alla salvaguardia della comunità cosmopolita, che non annoveri più esclusi ed emarginati.

Perché abbia un valore politico, questa solidarietà deve nascere, come ha scritto Albert Camus, dalla rivolta di chi dice no a una condizione inumana di schiavitù, tracciando con questo rifiuto una linea di rottura con il passato. Al di là di quella linea, dire di no si trasforma nell’affermazione positiva del diritto alla propria umanità e alla propria felicità. La solidarietà è quindi la lotta per la propria integrità, per essere parte di un tutto e non solo braccia per lavorare.

Questa felicità è la realizzazione dei bisogni, dei sogni e delle aspirazioni. Ma la ricerca della felicità non può consistere nel calpestare la vita e la felicità altrui. Per realizzarla serve un cammino collettivo, un cammino che, in una prospettiva globale, non può prescindere dal protagonismo dei giovani, che devono essere coinvolti nelle scelte presenti e future di ogni comunità. Il destino delle prossime generazioni va progettato e condiviso con loro, dando centralità alla cultura intesa come veicolo imprescindibile di trasmissione di un insieme di valori centrati sulla persona e di un paradigma economico radicato nell’umanità. Per loro abbiamo l’obbligo della speranza. Una speranza che non sia la promessa di un futuro illusorio ma la costruzione concreta di una prospettiva nuova, che sappia garantire la felicità a questa umanità in rivolta.