Ate

Il μέμος ἄτης: l’errore involontario nella mentalità greca

Il μέμος ἄτης:

la concezione dell’errore involontario nella mentalità greca e le relative implicazioni letterarie

ὡς δ' ὅτ' ἂν ἄνδρ' ἄτη πυκινὴ λάβῃ,1

Come quando una grave colpa ha travolto un uomo.”

Ate
Giove assiso su trono con aquila respinge la figlia Ate. Calco di gemma neoclassica dalla Collezione Poniatowski. Il Principe Stanislas Poniatowski (1754-1833) commissionò la creazione di circa 2500 gemme, incoraggiando l'idea che fossero antiche. Molte delle gemme nella collezione si sono disperse e per non poche - come questa - non se ne conosce l'attuale collocazione. Foto: C. Wagner, Beazley Archive (CARC), Oxford University

Nel momento in cui ci si trova a voler analizzare un concetto, sono molte e complesse le tematiche vengono a proporsi, specie se si tratta di concetti relativi ad una cultura antica, come in questo caso quella greca. Esistono delle parole, soprattutto quelle che fanno riferimento a concetti astratti, che non è possibile tradurre e pretendere che restituiscano il loro significato così come sono state concepite. Nella società greca antica di epoca arcaica ci si era già posti il problema relativo alle implicazioni dovute a scelte e azioni sbagliate. L’individuo omerico distingue chiaramente l’atto volontario da quello involontario e ha la consapevolezza del fatto che se si agisce involontariamente non si ha colpa, sebbene oggettivamente la responsabilità delle proprie azioni ricada su di lui e sulle conseguenze delle sue scelte2, implicando di conseguenza delle ripercussioni a livello legale.

A tal proposito ritengo sia necessario prendere in considerazione i termini ατή e ηιμερος che indicano rispettivamente l’errore involontario e quello volontario, per i quali era poi inevitabile sfuggire alle implicazioni che da essi dipendevano. In altre parole, sebbene ci fossero due tipi di errori, uno dettato dalla volontarietà delle proprie scelte, l’altro presumibilmente imposto da una terza espressione, non vi era distinzione per quanto riguarda l’inevitabilità a cui si andava incontro. La distinzione verteva semplicemente sull’aition, ovvero sul motivo per cui tali azioni sono state compiute, a seconda che la cosa sia considerabile da un punto di vista soggettivo o oggettivo.3 Ma se Agamennone, dopo aver inflitto un torto ad Achille avesse agito secondo i criteri della propria volontà, di sicuro non avrebbe riconosciuto l’errore commesso così facilmente, conscio pertanto di dover pagare per le proprie azioni.

ἀλλὰ τί κεν ῥέξαιμι; θεὸς διὰ πάντα τελευτᾷ.4

ma che potevo fare? I numi tutto colpiscono.”

La giustizia greca arcaica non tiene conto dell’intenzione, quanto piuttosto ciò che conta è l’azione5. Non vi è evasione in senso giuridico, perché Agamennone stesso, alla fine del discorso dichiara:

ἀλλ' ἐπεὶ ἀασάμην καί μευ φρένας ἐξέλετο Ζεύς, ἂψ ἐθέλω ἀρέσαι, δόμεναί τ' ἀπερείσι' ἄποινα·6

Ma dal momento che ho errato, Zeus m’ha tolto la mente, voglio farne l’ammenda, dare doni infiniti.”

Da queste affermazioni, che ricalcherebbero una mentalità propria dell’uomo omerico, gli dei, in particolare Zeus7, ammaliano il senno degli umani, portandoli a compiere azioni che esulano il loro controllo mentale. Le azioni avventare sono pertanto sregolate, caricate di una buona dose di avventatezza, connotata dal verbo ἀάσθη8 (errare). Secondo un’analisi etimologica risulterebbe che a tale verbo possa essere ricondotto il concetto di τη (ate), inerente alla rovina, l’inganno, l’errore involontario, ed è su questo concetto che verte il presente contributo, che si prepone di fare un’analisi comparata tra il significato semantico del termine e le relative implicazioni letterario-mitologiche. Proprio dal passo in cui viene citata la tentazione che indusse Agamennone a fare un torto ad Achille si partirà per capire la natura dell’ate, per risalire alle cause della condotta umana da questa determinate.

Vi sono in Omero moltissimi passi in cui la condotta sconsiderata è attribuita all’ate, o indicata con il verbo affine, senza fare per forza riferimento all’intervento divino. L’avventatezza corrisponde dunque all’ate, o ne è un suo diretto effetto, che non implica alcuna percettibile colpa morale, ma solo un errore inspiegabile, e nel pensiero greco arcaico le cause inesplicabili dei comportamenti in generale sono attribuite a dei 9. Secondo l’interpretazione omerica degli elementi irrazionali nella condotta umana sono considerate ingerenze nella vita umana di operazioni non umane che, infondendo qualcosa all’uomo, influenzano il suo pensiero e il comportamento. Sempre, o molto spesso, secondo Dodds, ate è uno stato d’animo, uno smarrimento temporaneo dalla coscienza normale: si tratta di una pazzia temporanea e come tale attribuita a cause non fisiologiche o psicologiche ma a terzi10.

Nella variegata struttura di proiezione simbolica, che nel mondo greco è costituita dal mito, Ate diviene il nome di una divinità che rientra nella sfera di competenza Peitho, la persuasione, al cui valore lessicale sostanzialmente definito, si contrappongono valenze semantiche articolate e contraddittorie, che sconfinano in ambiti diversificati ma accomunati dal medesimo intento inerente alla “sottomissione”, dal momento che “persuadere” è “convincere qualcuno a credere, pensare, fare qualcosa con la piena adesione sentimentale ed intellettuale”11. Peitho a sua volta si pone sotto l’influenza di Afrodite, pertanto è possibile che l’errore in cui Ate induce possa essere in qualche modo collegato anche all’appagamento di determinate passioni scaturite dall’influenza di Afrodite12 e di Eros. A maggior ragione se consideriamo il fatto che si tratta di una divinità femminile, non a caso, dal momento che si aveva la concezione per cui le donne fossero potenzialmente pericolose in virtù delle loro armi di seduzione. Nella Grecia antica si associava la morte alle donne, rapporto che si chiarisce se ci si addentra in un’analisi della relazione in generale col genere femminile. Le donne sono altro, sono diverse e ignote nella loro natura, mutevoli e di conseguenza ambigue: come la morte, le donne sono incomprensibili essendo altro e come tali sono incontrollabili e pericolose, quindi nella trasposizione paradigmatica costituita dal mito è chiaro che le divinità o le creature potenzialmente pericolose attuano strategie di seduzione tramite mezzi subdoli.

Ate ha il potere di entrare nella mente di umani e divinità per indurli in errore: è la dea dell’inganno e la personificazione dello stato d’animo che induce in errore, delle azioni avventate e impulsive che conducono alla rovina. In ogni caso la natura subdola di Ate è ben radicata nella sua connotazione e ambito di riferimento, considerando per altro le personificazioni con cui sembra condividere una parentela: Apate (l’inganno), Ker (la morte violenta), Moros (il destino avverso). Si ritiene che Ate debba essere intesa come ad una forza che si insedia dall'esterno per volere di divinità13 che gerarchicamente stanno sopra di lei. L'uomo è impotente di fronte a tali forze e di conseguenza commette atti che poi si ritorceranno contro.

πρέσβα Διὸς θυγάτηρ Ἄτη, ἣ πάντας ἀᾶται, οὐλομένη· τῇ μέν θ' ἁπαλοὶ πόδες· οὐ γὰρ ἐπ' οὔδει πίλναται, ἀλλ' ἄρα ἥ γε κατ' ἀνδρῶν κράατα βαίνει βλάπτουσ' ἀνθρώπους· κατὰ δ' οὖν ἕτερόν γε πέδησε.14

Ate è la figlia maggiore di Zeus, che tutti fa errare, funesta; essa ha i piedi molli; perciò non sul suolo si muove, ma tra le teste degli uomini avanza, danneggiando gli umani: uno dopo l’altro li impania.”

Data l’impossibilità di resisterle, chi agisce sotto il suo influsso non era considerato colpevole. L’errore da lei provocato escludeva la responsabilità morale: si tratta di un errore diverso rispetto a quello definito dal concetto di hamartìa, il quale designa un errore con cause umane e intenzionali15. L’involontarietà dell’azione esclude la colpevolezza16. In ogni caso chi ha agito, sebbene involontariamente, per influsso di Ate, subisce gli effetti del male che scaturisce dall’errore commesso. La differenza tra hamartìa e la forza di Ate non sempre è netta come si potrebbe supporre: il significato più comune è quello di “rovina, distruzione, disastro, disgrazia”; la critica ha esaminato il concetto da un punto di vista stretto arrivando alla conclusione che si tratti di una forza maligna che si nutre dei desideri degli uomini traendoli in inganno17.

Nell’Odissea l’ate si attribuisce, per esempio, alle eccessive libagioni di vino:

ἆσέ με δαίμονος αἶσα κακὴ καὶ ἀθέσφατος οἶνος·18

mi colpì la mala sorte di un dio e il troppo vino”.

Definita irresistibile e pericolosissima, l’ate raggiunge i suoi subdoli scopi soprattutto in circostanze tali da rendere le menti più vulnerabili, agisce in tante e diverse occasioni, ma sempre e comunque producendo i medesimi effetti nefasti, come nel caso in cui causò la guerra tra Centauri e Lapiti alle nozze di Piritoo tramite l’azione inebriante del vino, il cui carattere sovrannaturale è implicito nella sua natura19:

ὁ δ' ἐπεὶ φρένας ἄασεν οἴνῳ, μαινόμενος κάκ' ἔρεξε δόμον κάτα Πειριθόοιο. […] ἐξ οὗ Κενταύροισι καὶ ἀνδράσι νεῖκος ἐτύχθη, οἷ δ' αὐτῷ πρώτῳ κακὸν εὕρετο οἰνοβαρείων.20

Appena offese la mente col vino, impazzito, compì male azioni presso Piritoo. […] Sorse da lui la contesa tra Centauri e gli eroi: ma, ubriacandosi, causò la sventura per primo a sé stesso”.

ate Centauri e Lapiti
Piero di Cosimo, La battaglia dei Centauri e dei Lapiti, olio su tavola (1505-1515), alla National Gallery di Londra. Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, in pubblico dominio

Chi era sua vittima agiva senza rendersi conto di essere soggiogato21, ma è bene separare lo stato mentale dall’impulso dell’azione che ne deriva, come si evince dalle parole di Odisseo:

οὐδέ κεν Ἀργείη Ἑλένη, Διὸς ἐκγεγαυῖα, ἀνδρὶ παρ' ἀλλοδαπῷ ἐμίγη φιλότητι καὶ εὐνῇ, […] τὴν δ' ἦ τοι ῥέξαι θεὸς ὤρορεν ἔργον ἀεικές· τὴν δ' ἄτην οὐ πρόσθεν ἑῷ ἐγκάτθετο θυμῷ λυγρήν.22

Neanche Elena Argiva, nata da Zeus, si sarebbe congiunta con uno straniero in amore nel letto […] ma certo la spinse un dio a compiere l’ignobile azione: non da prima ebbe chiaro nell’animo l’accecamento funesto.”

In Omero però non è mai palesata una certa esplicita connessione con la rovina23 come avviene nei tragici, in cui il suo intervento implicava infatti un risultato di follia e rovina24. Sebbene la sua influenza si ripercuota spesso in azioni poco gradevoli, non bisogna necessariamente considerarla una forza maligna25. Secondo una concezione insita nella mentalità greca arcaica, sono tre le operazioni a cui è attribuita l’ate: a Zeus, o altre divinità; alla moira, alla quale si attribuiscono solitamente le cause di eventi inspiegabili26; alle Erinni, operatori immediati che favoriscono il compiersi della moira- presumibilmente da questa antica concezione deriva il loro ministero quali demoni dispensatrici di vendetta27.

Successivamente in epoca post omerica, Ate indica ancora una condotta irrazionale contrapposta alla condotta che tende razionalmente ad un fine, risiede ancora nel thymos28 (l’anima emozionale) o nelle phrenes29 (la sede delle emozioni) e le operazioni che la producono restano per lo più quelle omeriche, anche se si ha uno sviluppo importante nella sua concezione: l’ate viene moralizzata, viene rappresentata come un castigo. Con Euripide la responsabilità degli uomini tende a venire in primo piano e la responsabilità degli dei a retrocedere, da qua Ate è sostituita con altri processi per quanto riguarda il deragliamento della mente30: Ate diventa in epoca classica quell’anello mancante tra la teoria che vede gli uomini e gli dei vittime responsabili della loro stessa rovina31.

Da questo concetto deriva un’estensione del significato, applicata non solo allo stato d’animo ma anche alle rovine oggettive che ne derivano32, come i Persiani a Salamina, per esempio, che subiscono atai marine33. Da questo momento ate acquisisce il senso generale di rovina, benché nella letteratura conservi sempre il significato implicito di rovina determinata da cause soprannaturali, sconfinando poi in sensi ulteriori come strumenti dell’ira divina, così il cavallo di troia34. Si tratta di usi radicati nella mentalità greca che esprimono la coscienza di un misterioso nesso dinamico, il μέμος ἄτης come lo chiama Eschilo35, che lega insieme delitto e castigo, tutti gli elementi di tale unità costituiscono l’ate in senso lato36.

Da questo si distingue la concezione per cui ate si riferisca all’inganno voluto che sospinge la propria vittima a nuovi errori, intellettuali o morali, affrettandone la rovina.

Strettamente affini dunque gli impulsi irrazionali che, contro la volontà dell’uomo sorgono in lui per soggiogarlo e tentarlo37. A tal proposito Sofocle parla di Eros come una forza che disturba la mente retta per una sua distruzione38: si tratta pertanto di forze esterne che non fanno realmente parte dell’io perché non implicate sotto il dominio cosciente dell’uomo, sono dotate infatti di energia propria e perciò possono imporre una condotta estranea ed esterna.

Bibliografia

Cantarella 2018= E. Cantarella, “Sopporta cuore…” La scelta di Ulisse, Bari 2018.

Dawe 1968= R. D. Dawe, “Some Reflections on Ate and Hamartia.” Harvard Studies in Classical Philology, vol. 72, 1968, pp. 89–123. 

Dietrich 1964= B. C. Dietrich “XANTHUS' PREDICTION: A Memory of Popular Cult in Homer.” Acta Classica, vol. 7, 1964, pp. 9–24.

Dodds 2018= E. Dodds, I greci e l’irrazionale, Milano 2018.

Doria, Giuma 2017= F. Doria, M. Giuman, «Θύραζε Κᾶρεσ, οὐκ ἔτ' ʼΑνθεςτήρια» Alexipharmaka e apotropaia nei rituali dei Choes ateniesi, in OTIUM n. 2. 12, 2017, pp. 1-24.

Helm 2004= J. J. Helm, “Aeschylus' Genealogy of Morals.” In Transactions of the American Philological Association (1974), vol. 134, no. 1, 2004, pp. 23–54. 

Leitzke 1930= E. Leitzke, Moira und Gottheit im alten griech. Epos, Diss. Gottingen 1930, 20 n. 22

Pirenne- Delforge 1991= V. Pirenne-Delforge, Le culte de la persuasion. Peithô en Grèce ancienne, in Revue de l'histoire des religions, tome 208, n°4, 1991. pp. 395-413.

Wyatt 1982= W. F. Wyatt, Homeric Ath, in The American Journal of Philology, vol. 103, no. 3, 1982, pp. 247–276. 

1 Hom. Il. 24. 480.

2 Dawe 1968, 80.

3 Dodds 2018, 50.

4 Hom. Il. 19. 90.

5 Dodds 2018, 45.

6 Hom Il. 19. 137, 138.

7 Hom. Il. 9. 377: ἐκ γάρ εὑ φρένας εἵλετο μητίετα Ζεύς.: “chè il saggio Zeus gli ha portato via il senno.”

8 Hom. Il. 16. 685.

9 Dodds 2018, 48.; cfr. Hom. Od. 10. 68. In cui il sonno ha sortito ad Odisseo un effetto ingannevole.

10 Dodds 2018, 47.

11 Pirenne-Delforge 1991, 396.

12 Hom. Il. 3. 162-165.

13 Wyatt 1982, 249.

14 Hom. Il. 19. 91-95.

15 Per approfondimenti in merito: Cantarella 2018, 73-75.

16 Dawe 1968, 76.

17 Dawe 1968, 95.

18 Hom. Od. 11. 61.

19 Per approfondimenti si veda: Doria, Giuman 2017.

20 Hom. Od. 21. 297, 298; 303.

21 Dawe 1968, 73.

22 Hom. Od. 23. 218, 219; 222-224.

23 Hom. Od. 10. 68; 12. 372; 21. 302.

24 Helm 2004, 30.

25 Dodds 2018, 47.

26 Dodds 2018, 48.

27 Per la relazione Erinni-moira: Leitzke, 1930; Dietrich 1964.

28 Aesch. Sept. 686; Soph. Ant. 1097.

29 Aesch. Supp. 850; Soph. Ant. 623.

30 Dawe 1968, 101.

31 Dawe 1968, 99.

32 Dodds 2018, 81.

33 Aesch. Pers. 1037: φίλων ἄταισι ποντίαισιν.

34 Eur. Tro. 530: δόλιον ἔσχον ἄταν.

35 Aesch. Cho. 1076.

36 Dodds 2018, 81.

37 Dodds 2018, 84.

38 Soph. Ant. 791.


Pittore di Himera

I risultati di un'innovativa ricerca sulla ceramica a figure rosse siceliota

I risultati di un'innovativa ricerca sulla ceramica a figure rosse siceliota

Pittore di HimeraL’ultimo lavoro di Marco Serino, assegnista presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino, rappresenta il risultato di un’ampia analisi condotta sulla produzione di ceramica a figure rosse protosiceliota; un prospetto che ben si è inserito nel progetto dell’Università di Palermo che, a partire dagli anni ’80, sta procedendo con la revisione critica e sistematica dei contesti scavati nel decennio 1963-1973.

Il volume si colloca all’interno della collana diretta da Helga Di Giuseppe, dedicata alla saggistica archeologica dedicata alla produzione artigianale (dalla preistoria al medioevo), e rappresenta il risultato di uno studio sistematico condotto su un lotto di materiale ben circoscritto e definito, quello del materiale proveniente dagli scavi sul pianoro di Himera. Il lavoro in questione ha consentito anzitutto una puntuale visione globale di questa particolare produzione artigianale fino alla ridefinizione di numerose questioni dibattute da decenni inerenti alla sopracitata produzione artigianale.

Produzione, contesto e mercato di questa peculiare produzione vengono analizzati dall’autore attraverso il caso ancora piuttosto “sfuggente” del Pittore di Himera, una produzione “eccezionale” se si considerano i pochi casi di rinvenimento pertinenti a contesti abitativi, non così frequenti in ambito siciliano e magnogreco.

Il libro è infine corredato da un preziosissimo catalogo di tutti i vasi trattati nel testo, con un ricco apparato grafico e fotografico, il quale consente al lettore di avere sempre a disposizione un riscontro visivo.

Il lavoro scaturisce da stimolanti riflessioni sia critiche che metodologiche nate nella cosiddetta era post-Trendall; la classificazione di quest’ultimo, nonostante costituisca tutt’oggi un punto di partenza fondamentale, viene qui integrata dall’autore da numerosi altri elementi che consentono di ridefinire alcune problematiche legate alle prime produzioni siceliote a figure rosse (oggetto di controversi e stimolanti dibattiti da decenni). I nuovi dati forniti dall’analisi stilistica ed iconografica, con una particolare attenzione ai contesti di rinvenimento, corredata da un’analisi attenta e puntale sulla circolazione di questi prodotti in Sicilia e Magna Grecia, forniscono una serie di nuove informazioni che sono state, dove lo si è ritenuto possibile, correlate e reinterpretate.

La struttura del volume è di particolare interesse: riflette infatti differenti tipi di approccio metodologico applicati allo studio sistematico della sopracitata classe di materiali; questo consente non solo di arrivare a conclusioni indipendenti ed autonome tra di loro, ma anche di ottenere una rete di informazioni più generale, contribuendo in questa maniera alla formulazione di nuove ipotesi inerenti alle dinamiche che hanno portato alla nascita delle prime officine in Occidente.

Dopo una interessante introduzione relativa alla storia degli studi (legata anche alle produzioni isolane), il libro procede con la rilettura dei dati quantitativi e distributivi della ceramica a figure rosse (sia attica che occidentale) circolante in Italia e in Sicilia nella seconda metà del V sec. a.C.,

dalla quale scaturiscono numerosi ragionamenti riguardo alle dinamiche sociali, commerciali e artigianali che influenzarono la nascita di queste produzioni nelle varie aree della Sicilia e della Magna Grecia. Non manca una preziosissima panoramica di tutte le tradizioni produttive protosiceliote.

Il fulcro è senza dubbio costituito dal capitolo dedicato alla bottega del Pittore di Himera, nel quale l’autore analizza in maniera puntuale caratteristiche formali e disegnative, fino ai particolari stilemi della bottega.

Il palinsesto delle scene prese in esame dal punto di vista iconografico consente infatti di cogliere uno spaccato ricco e affascinante del fervore culturale del mondo greco coloniale del V sec. a.C.

L’analisi morfologica dei vasi in studio (approccio spesso trascurato in questo settore degli studi) viene sviscerata dall’autore nel VI capitolo, consentendo al lettore di cogliere una panoramica generale delle tradizioni morfologiche protosiceliote.

E ancora, anche grazie all’ultimo capitolo, l’attento approccio al dato contestuale dei singoli casi di rinvenimento consente non solo di confermare la cronologia ante 409 a.C. della bottega imerese, ma anche di proporre nuove letture, soprattutto in riferimento al ruolo delle “case sacre” all’interno degli isolati abitativi delle poleis di Magna Grecia e Sicilia.

Questo libro è infine da ritenersi un prezioso contributo allo studio dell’antica comunità imerese, e ai suoi rapporti in relazione ai coevi insediamenti di Magna Grecia e Sicilia, all’interno di quello scorcio di secolo che segnò la fine della vita, breve ma florida, della colonia calcidese.

Abbiamo posto alcune domande all’Autore sul suo volume:

Com’è nato il tuo approccio alla ceramica figurata? Quali sono state le tue prime esperienze di studio su questo materiale?

Diciamo che il mio rapporto con la ceramica a figure rosse parte da molto lontano. Ho iniziato ad interessarmi a questo materiale fin dai primi anni dell’Università, attratto dall’enorme potenziale comunicativo che le immagini sui vasi potevano offrire. Ho lavorato sulla ceramica siceliota per la tesi di laurea specialistica e poi ho proseguito nel solco di questi studi anche durante il mio dottorato di Ricerca.

Sono state tutte occasioni cruciali e determinanti per la mia formazione sul campo perché ho avuto modo di lavorare direttamente sul materiale, toccando con mano i vasi figurati. Poterli riprodurre graficamente con i loro esatti profili e riuscire a visionarli direttamente a pochi centimetri dal proprio naso, con lenti d’ingrandimento e con la giusta luce (e fotografarli in alta definizione!) è stata un’esperienza unica che mi ha permesso di apprezzare dettagli che soltanto attraverso lo studio diretto dei materiali archeologici si possono veramente comprendere.

Dopo il dottorato ho avuto la fortuna di vincere un’importante borsa di studio per poter andare in Australia e consultare l’importantissimo Archivio Trendall, a LaTrobe University, Melbourne. Qui ho potuto mettere mano su fotografie di vasi inediti e conservati ancora in collezioni private sparse per il mondo, nonché confrontarmi con alcuni tra i massimi studiosi di figurata al mondo.

E com’è stato lavorare nello stesso ambiente in cui ha lavorato Arthur Dale Trendall?

Non solo ci ha lavorato, ma lo ha costruito dal nulla. Era la sua residenza privata all’interno del campus universitario, che lui decise di adibire ad archivio personale, dove poter conservare tutta la sua documentazione fotografica, che è davvero sterminata. Lavorare in quell’ambiente ti permette di immergerti in un mondo a parte e, soprattutto, di avere a disposizione tutti gli strumenti per l’analisi e lo studio del materiale figurato concentrati in pochi metri quadri, attorno a te: un aspetto logistico da non sottovalutare nel percorso di un ricercatore.

Tornando al tuo volume, quanto tempo hai impiegato per scriverlo?

Beh, considerando che ho iniziato a lavorarci nel 2010, al primo anno di dottorato (concluso a marzo del 2013), direi all’incirca 9 anni! Ovviamente nel mentre ho lavorato ad altri progetti, scritto articoli e partecipato a convegni internazionali qua e là, ma il lavoro di aggiornamento, di revisione e di controllo del manoscritto è stato costante e sistematico dal 2013 fino agli inizi del 2019. Credo che sia normale; è giusto che i lavori di ricerca abbiano un periodo di “decantazione”; la possibilità di riprenderli e rileggerli dopo qualche tempo ti permette di avere una visione critica e di mettere a punto alcuni passaggi, anche magari alla luce degli aggiornamenti bibliografici e delle novità emerse da studi collaterali che nel frattempo sono stati pubblicati. Inoltre, poter partecipare a convegni internazionali mi ha permesso di incontrare studiosi ed esperti del settore con cui nel frattempo ho potuto confrontarmi. Lo scambio di opinioni e di idee tra ricercatori è fondamentale per migliorare il proprio lavoro. Spero davvero di essermi ricordato di ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questa pubblicazione, a vario ordine e grado, nella sezione dei “ringraziamenti” del libro!

Pittore di HimeraQuali sono i tuoi auspici rispetto al proseguo e al futuro della ricerca in questo particolare ambito di studi?

Una cosa in cui credo molto è l’approccio ‘integrato’, che ho provato a proporre per questo studio e che spero possa essere utilizzato per qualsiasi altro studio sulla ceramica figurata in futuro. Ormai la comunità scientifica ha acquisito una sensibilità metodologica importante su questi aspetti. Sono stati fatti importanti passi avanti negli ultimi anni e sono diversi i lavori che integrano all’analisi stilistica, lo studio accurato delle iconografie e delle strategie iconografiche all’interno delle varie produzioni, l’analisi quantitativa e l’elaborazione distributiva dei prodotti, nonché la revisione dei contesti di rinvenimento e il controllo delle cronologie assolute. Un ulteriore aspetto su cui penso davvero che in futuro occorrerà focalizzarsi in maniera decisiva è la questione della mobilità artigianale. Bisognerà cercare di comprendere meglio le modalità e le dinamiche di spostamento di pittori e maestranze che, io credo, dovevano essere assai più ‘mobili’ e itineranti di quanto oggi possiamo pensare.

Progetti futuri?

Ne ho uno in corso molto bello, a parer mio, con l’Università di Oxford, sempre riguardante la figurata, ma questa volta quella prodotta in Attica. Fino a marzo sono di istanza in Inghilterra per lavorare coadiuvato dal materiale messo a disposizione da un altro grande archivio ceramografico, il Beazley Archive. Mi sto occupando principalmente di rintracciare eventuali ‘contatti’ tra i Pittori attici e le prime botteghe siceliote, per cercare di capire se è possibile ricostruire una qualche filiazione diretta (o indiretta ma comunque ben delineabile) tra produzione attica ed esperienze magnogreche e siceliote. Le suggestioni e le potenzialità in questo senso sono davvero molte!

 

Tutte le foto sono state cortesemente fornite dall'Autore