Scricchiolii di legno e sentimenti nascosti: "Pinocchio" di Matteo Garrone

SCRICCHIOLII DI LEGNO E SENTIMENTI NASCOSTI

Pinocchio di Matteo Garrone

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pinocchio è sicuramente l'opera letteraria italiana che vanta il maggior numero di trasposizioni: tra film, cartoni animati, serie televisive e cortometraggi muti, il burattino collodiano è stata portato sullo schermo innumerevoli volte, tanto che nell'immaginario collettivo sono andati persi o modificati elementi chiave della trama e/o delle originarie intenzioni dell'autore. Chi ricorda, ad esempio, che l'enorme pesce che inghiotte il protagonista è un pescecane e non una balena, come accade nella versione Disney del 1940? O ancora, chi immagina che i capelli della celeberrima fata non siano celeste-violaceo ma blu notte, dato che questo è il reale significato della parola 'turchino'?

Molti sono stati, negli ultimi anni, registi ed editori che hanno dichiarato l'intenzione di voler operare una vera e propria ricostruzione filologica del Pinocchio, fallendo in parte o in toto nell'impresa: la verità è che le implicazioni allegorico-didascaliche di questa storia sono così tante e talvolta sottili che è quasi impossibile orientarvisi.

Matteo Garrone, nel suo Pinocchio uscito nelle sale il 19 dicembre, non tenta neppure questa strada, preferendo offrirci una sua personale visione della storia.

Per chi teme o si aspetta stravolgimenti di trama e/o intreccio, chiariamo immediatamente che la storia è quella che tutti conosciamo, al netto dei canonici tagli necessari ad adattare trentasei capitoli in due ore di film; nessuna aggiunta di luoghi o situazioni è stata operata, né interventi sui personaggi come fece nel 1972 Comencini nell'amatissimo sceneggiato televisivo. Il testo collodiano è rispettato fedelmente nella scansione e perfino nei dialoghi, con minime concessioni all'inventiva del regista che si esplicano in un paio di scene oniriche che nulla tolgono alla storia né al ritmo del film.

Quello che a un primo impatto disorienta, nel Pinocchio di Garrone, è semmai un'apparente mancanza di sentimento: il film scorre via senza annoiare, ma anche senza indurre lo spettatore a commuoversi, emozionarsi o anche solo sentirsi coinvolto nel percorso di crescita del burattino; le scene tradizionalmente più toccanti, come quella dell'incontro nella pancia del pescecane con Geppetto (interpretato da Roberto Benigni, che era già stato un controverso Pinocchio nel 2002) sono trattate in maniera distaccata e sbrigativa; addirittura alcune tra esse non sono nemmeno presenti in sceneggiatura, come ad esempio il pianto sulla tomba della fatina e il successivo ricongiungimento. La fatina stessa, soprattutto nell'incarnazione adulta, appare più come una tutrice legale che come una mamma, eccezion fatta per un paio di momenti di complice tenerezza.

Guardando Pinocchio sorge quindi il dubbio che questa depersonalizzazione sia un po' troppo netta per un film tratto da una fiaba, rilasciato peraltro in un periodo strategico per lungometraggi di questo genere.

A un certo punto del film il Grillo Parlante (Davide Marotta) rimprovera la Lumaca serva della fatina (Maria Pia Timo) dopo essere malamente scivolato sulla bava da lei lasciata camminando; questa allarga le braccia rassegnata e risponde “d'altronde, sono una lumaca...”. Questo scambio di battute tra due personaggi minori, apparentemente asservito al puro comic relief, contiene forse l'essenza stessa del film di Garrone. Non si può impedire a una lumaca di lasciare una scia di bava camminando, nemmeno se si tratta di una lumaca antropomorfa: allo stesso modo ciascun personaggio principale o secondario è incardinato nel suo ruolo, sia esso metaforico o esplicito, e non può essere diverso da ciò che questo ruolo prevede per lui; del resto Garrone è il regista dei ruoli immutabili, della redenzione irraggiungibile e dell'umana miseria senza scampo, pertanto ha gioco facile nel ridurre i personaggi di Collodi alla loro essenza più elementare e riconoscibile.

Pinocchio Matteo Garrone

Il giudice-scimmia apparirà quindi incoerente e iniquo, il Gatto e la Volpe finiranno rispettivamente accecato e storpio in maniera visivamente evidente; non è un caso, poi, che i personaggi più ambigui siano quelli a cui è stato riservato il make-up più semplice e immediato, come accade per il direttore del circo e soprattutto l'omino di burro, quest'ultimo realmente inquietante nel suo costume candido.

Anche i protagonisti della vicenda subiscono lo stesso trattamento: Geppetto non è che un falegname realmente povero in canna, diviso tra l'amore per il suo lavoro (che poi si riflette su Pinocchio) e la necessità di mettere qualcosa sotto ai denti; Pinocchio, dal canto suo, è soltanto un burattino di legno, cosa che viene continuamente richiamata dallo scricchiolio delle sue giunture, dalla graduale consunzione e dalle venature che pian piano si aprono sul suo volto; come tale non ci si può aspettare da lui subitanee emozioni o immediato amore per il babbo e la fatina, semplicemente perché il nucleo della trama è ed è sempre stata la sua lenta e discontinua formazione che lo porterà a diventare prima di tutto buono e giudizioso, e solo poi un bambino in carne e ossa.

Tutto il film non è che una proiezione di queste premesse: Pinocchio non agisce con ingenuità o cattiveria, ma semplicemente imparando di volta in volta a sbagliare; amore e affetto, nella mente di un burattino, sono equiparabili a qualsiasi altro sentimento, e vengono perciò vissuti in maniera distaccata e fredda. In questo contesto, perfino la trasformazione finale viene trattata in maniera piuttosto singolare: se altri registi (e a dirla tutta lo stesso Collodi) prevedevano un ribaltamento della situazione socio-economica dei due, che di colpo si trovano ricchi e agiati, Garrone ci mostra semplicemente l'abbraccio di un padre e un figlio che poveri erano e poveri restano, quasi a suggerirci che un vero e proprio lieto fine in effetti non c'è, o al massimo si tratterà soltanto dell'inizio di altre difficoltà.

Un Pinocchio “oggettivo”, dunque, spogliato da qualsiasi intento favolistico e morale, come del resto accadeva in altre pellicole di Garrone come Dogman (2017) e soprattutto ne Il Racconto dei Racconti (2015), di cui Pinocchio è un ideale e meglio riuscito erede.

Ma se la vicenda ci viene presentata nuda e apparentemente priva di introspezione, il comparto visivo è come sempre appagante e suggestivo. Il regista ha modo di scatenare la sua fantasia visiva che si esplicita non solo nei bellissimi costumi, ma anche nel talent e location scouting: spazi angusti e vestiti bisunti fanno da contraltare a denti sporgenti, occhi storti e gestualità di volta in volta misurate o esagerate, che ben si sposano alla caratterizzazione dei vari personaggi. Rispetto ai già citati ultimi lavori di Garrone, tuttavia, in Pinocchio si scopre una vena estetica più raffinata, meno orientata al grottesco e più tendente a sprazzi di poesia: meravigliose, da questo punto di vista, le inquadrature degli sconfinati campi di grano pugliesi, o i chiaroscuri che fanno emergere l'eleganza e la decadenza mentre si sovrappongono a vicenda. Geniale, infine, la caratterizzazione del Paese dei Balocchi, non una città del vizio ma una masseria fortificata con tanto di dormitorio-stalla.

Pinocchio Matteo Garrone

Pinocchio è un film che dividerà critica e pubblico: tra i detrattori ci sarà di certo chi si aspettava una fiaba emozionante e coinvolgente; tra gli estimatori, chi accetterà di dover andare oltre il dato visivo e oltre l'immediata sensazione per riflettere fuori dal cinema sullo spettacolo appena visto. Di sicuro, però, questo film è una delle riduzioni più interessanti della favola di Collodi, una delle poche con le qualità necessarie a sopravvivere allo scorrere del tempo.

Foto Copyright © 01Distribution.

Pinocchio Matteo Garrone


La dea fortuna Ferzan Özpetek

Una Fortuna che promette e non mantiene

UNA FORTUNA CHE PROMETTE E NON MANTIENE

La Dea Fortuna, l'ultimo film di Ferzan Özpetek

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nei suoi ultimi due lungometraggi, l'ambiguo Rosso Istanbul e il meglio riuscito Napoli Velata (entrambi del 2017), Ferzan Özpetek aveva compiuto l'ardua scelta di allontanarsi dagli stilemi che per più di vent'anni hanno caratterizzato la sua cinematografia: via i momenti conviviali e le tavolate imbandite, via i drammi introspettivi; non del tutto abbandonate le amicizie in grado di porre rimedio a qualsiasi tragedia e soprattutto le tematiche LGBT. Quegli stilemi appaiono però qui relegati sullo sfondo di intrecci articolati e fortemente simbolici, dove a far progredire la trama non sono tanto le interazioni tra i personaggi quanto atmosfere, colori e inquadrature ardite che svelano senza svelare.

Nel suo ultimo lavoro La Dea Fortuna, nelle sale dal 19 dicembre, il regista turco si riappropria con irruenza dei suoi temi più cari, realizzando un film che sin dal trailer si preannuncia come un entusiastico ritorno alle origini. Ma si sa, ciò che i trailer promettono spesso non trova riscontro nell'interezza del film.

La Dea Fortuna vede protagonisti Arturo (un imbolsito e stanco Stefano Accorsi) e Alessandro (Edoardo Leo, ben più in parte), insieme da oltre quindici anni e innegabilmente in crisi, sin dalle primissime scene del film. La loro vita quotidiana, fatta di incomprensioni e infedeltà reciproche, si trascina stancamente attorniati da personaggi tipicamente Özpetekiani riadattati per l'occasione ai nostri tempi: l'anziana libertina Esra (Serra Ylmaz, attrice feticcio del regista), l'infermiera transgender Mina (Cristina Bugatty), l'amico affetto da Alzheimer precoce Filippo (Filippo Nigro). A sconvolgere il loro precario equilibrio si aggiungerà Annamaria (Jasmine Trinca), migliore amica di Alessandro, che affiderà loro i due figli Martina e Sandro prima di ricoverarsi a causa del sospetto di una grave malattia. Questo dà inizio a un effetto domino del quale è possibile intuire via via quasi tutti i passaggi per almeno due terzi del film.

La dea fortuna Ferzan ÖzpetekSono proprio questi primi due terzi, quelli più prevedibili e scontati, a essere paradossalmente eccellenti: le schermaglie tra i due uomini, in bilico tra dramma e commedia, si riflettono sui bambini, per i quali il casting è stato davvero eccellente; la scoperta di nuovi punti deboli porta alla distruzione dei pilastri della coppia, la consapevolezza del proprio amore ricostruisce in maniera del tutto insufficiente a salvarla. In questo, Özpetek ha l'innegabile merito di non stereotipare una crisi che, sebbene basata su cliché ben noti del mondo omosessuale, viene trattata in maniera talmente oggettiva che chiunque vi si può riconoscere a prescindere dal proprio orientamento: il gioco di espressioni, detto e non detto, litigi furibondi e minuscole attenzioni reciproche è stato ben studiato e messo in scena dal cast. Non siamo ai livelli di Dolor y Glòria, l'ultimo film di Almodòvar basato su premesse identiche, ma il film funziona e appassiona, fa ridere e riflettere in egual misura al netto di alcune scene del tutto inutili per l'economia della trama, inserite esclusivamente a beneficio della risata o delle riflessioni di cui sopra. Questo fino al giro di boa del lungometraggio, che avviene a circa quarantacinque minuti dalla fine e che compromette in parte la sua riuscita.

Cambio repentino di location, riduzione del cast agli interpreti principali con l'introduzione di un altro personaggio, appena tratteggiato all'inizio del film, il quale dovrebbe essere l'elemento di disturbo che riassume in sé tutta la negatività cui ciascun protagonista è stato sottoposto sin dall'inizio del film e addirittura prima, nelle backstories accennate ma mai del tutto esplicate. L'antagonista irrompe in maniera quasi pretenziosa, cambia le carte in tavola e trascina tutti in un rovesciamento talmente affrettato da risultare poco credibile, specialmente perché lo stravolgimento comporta un cambio diametrale nel tono del film, che da commedia disincantata assume i toni dark esplorati in Napoli Velata: addirittura certi momenti sembrano fare loro malgrado un pasticciato e non voluto verso a film di tutt'altro genere, tra cui citiamo The Innocents (1961) o il più recente The Others (1999). Di conseguenza, scene studiate per entusiasmare e coinvolgere il pubblico diventano un'interminabile sequela di già visto, entro la quale perfino la mimica e l'espressività degli interpreti, fino a poco prima impeccabile, risulta stereotipata e istrionica. Lo stesso finale, che dovrebbe essere aperto, è invece noiosamente didascalico e fin troppo indirizzato verso la risoluzione più ovvia della vicenda.

La lunghezza di quest'ultima sezione non è sufficiente a condensare in essa tutta l'azione e il dramma necessari senza disorientare lo spettatore; eppure è addirittura esagerata, se si pensa che a causa di essa si sacrifica gran parte del buono che questo film ha da offrire: per ragioni di ritmo e tempistiche, infatti, si rinuncia all'approfondimento dei personaggi secondari, cosa che era stata il punto di forza di altri film del regista come Saturno Contro (2007) o Mine Vaganti (2009); si finisce per non cogliere l'importanza di alcuni di essi, richiamata dalle loro battute e perfino da qualche inquadratura esteticamente ben studiata ma di fatto inutile o, perlomeno, incomprensibile. L'universo di Özpetek, quello che i suoi sostenitori cercano e acclamano, risulta dunque affascinante ma lontano, sfondo eccellente di una storia che pone premesse ma non le soddisfa, o semmai le sviluppa in modi talmente banali da deludere chi si aspettava, in prima battuta, un film indimenticabile.

La Dea Fortuna dunque non brilla ma si limita a intrattenere piacevolmente e a regalare agli spettatori qualche risata e alcuni stanchi momenti di riflessione, che tuttavia difficilmente varcheranno assieme a loro la soglia della sala cinematografica una volta terminato il film.

La dea fortuna Ferzan ÖzpetekFoto 1 - 2 Copyright Warner Bros.


Eduardo e Totò: storia di un’amicizia

Napoli, primo Novecento.

No, non è l’inizio di un romanzo, né l’incipit di un fatto di cronaca, ma semplicemente il racconto di un’amicizia.
In una delle strade della vecchia Napoli, profondamente trasformata dal «Risanamento», avviene l’incontro di due ragazzini che quasi ricordano quel «dal vero» girato dai fratelli Lumière a Napoli, dallo sprezzante titolo Mangia maccheroni: Eduardo e Totò.

Due geni, due Artisti destinati a rivoluzionare il mondo del teatro e del cinema, ma soprattutto due ragazzi che condividono la difficile “diversità” d’esser figli illegittimi, nella Napoli d’inizio Novecento:

il primo, insieme a Titina e Peppino, figlio del grande Eduardo Scarpetta e di Luisa De Filippo (nipote della moglie); il secondo, riconosciuto a trentacinque anni, figlio di una giovane ragazza palermitana e del Marchese Giuseppe De Curtis.

Eduardo Totò amicizia Napoli milionaria
Totò ed Eduardo in una scena del film Napoli milionaria (1950), per la regia dello stesso Eduardo. Fotogramma catturato da IlSistemone, in pubblico dominio

È proprio questa triste condizione comune, accompagnata dalla fame, a sancire un’ amicizia profonda, ulteriormente suggellata nel ’49, anno di lavorazione dell’adattamento cinematografico di Napoli milionaria.

Totò, pur essendo nello stesso anno sul set di Totò le Mokò e Totò cerca casa, entusiasticamente decide di partecipare gratuitamente al film, nei panni dell’indimenticabile Pasqualino Miele, in segno d’omaggio al legame che lo lega ad Eduardo.

De Filippo, ultimato il film, invia alla moglie del Principe, Diana, una collana d’oro,  riccamente ornata di brillanti, accompagnata da una lettera che è tra le più commoventi della storia dello spettacolo:

Caro Antonio,

A parte qualunque interesse, questa collaborazione che io ti ho chiesto, ci riporterà, sia pur pochi giorni, ai tempi felici e squallidi della nostra giovinezza.
Ogni qualvolta penso a te, Amico, te l’ho detto a voce, e voglio ripeterlo per iscritto, ho l’impressione di non essere più solo nella vita. Questa benefica certezza mi viene senza dubbio dalle infinite dimostrazioni pratiche di affetto che tu, in qualsiasi momento, mi dai.

Il senso di fratellanza è qui espressione diretta di due animi nobili, effettivamente “diversi” perché motore di due grandi Artisti, talvolta ingiustamente etichettati come uomini «intrattabili», «burberi», «inavvicinabili».

Totò mentre distribuisce pacchi-dono. Foto in pubblico dominio

Verrebbe da chiedersi se proprio in nome dell’intrattabilità Totò si recava, di notte, nel Rione Sanità, lasciando buste piene di banconote alle famiglie indigenti; oppure se era la cosiddetta inavvicinabilità dell’ultraottantenne Eduardo a indurlo a combattere, da senatore a vita e fino alla fine dei suoi giorni, la miserevole condizione del carcere minorile Filangieri, fino all’emanazione della cosiddetta «Legge Eduardo» che tentava di lenire il problema.

De Andrè aveva ragione: «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

Eduardo Totò amicizia
Eduardo e Totò. Foto in pubblico dominio

 

 

 

 

 

 

 

 

 


The Irishman Martin Scorsese

The Irishman, Netflix e l’ultimo grande giro di giostra di Martin Scorsese

Gli Artisti (almeno è così per i grandi) solitamente fanno ciò che nessuno si aspetta, ma con il proprio inconfondibile stile e in questo Martin Scorsese non è di certo da meno. Il 27 novembre arriverà su Netflix (cui è stata affidata produzione e distribuzione) il nuovo e (forse) ultimo film del regista italoamericano classe ’42. Per l’occasione, Scorsese ha raccolto attorno a sé due degli attori più iconici della sua generazione: i settanteseienni Robert De Niro e Joe Pesci e, per la prima volta anche Al Pacino (79). The Irishman (sempre che ce ne fosse ancora bisogno) sancisce in via definitiva il primato di Scorsese nella cinematografia gangster americana. Perché The Irishman è il più classico dei gangster movie, ma è anche molto di più.

Attraverso gli occhi e la voce dell’ormai anziano sicario della mala italiana (ma di origini irlandesi, appunto) Frank Sheeran (De Niro), ripercorriamo 30 anni di storia americana (dalla metà degli anni ’50 al post-Nixon) narrati dal punto di vista della mafia, incarnata qui dai boss di Philadelphia Russell Bufalino (Pesci) e Angelo Bruno (Harvey Keitel). Tra omicidi e violenze, la storia personale di Frank e Russell si intreccerà con quella del sindacalista americano Jimmy Hoffa (Pacino), grande oppositore di John F. Kennedy e definito da suo fratello Robert «l’uomo più potente d’America dopo il Presidente». Il film si ispira a fatti realmente accaduti e raccontati (o meglio ‘confessati’) proprio da Frank Sheeran a Charles Brandt, autore poi di The Irishman, uno dei grandi classici della letteratura americana sulla mafia (in Italia edito da Fazi).

Per realizzare il film, Scorsese ha fatto ricorso a innovative tecniche digitali messe a punto dalla Industrial Lights & Magic, che gli hanno consentito di “ringiovanire” i tre protagonisti del film, senza dover ricorrere ad attori più giovani. A onor del vero, quello che ne è venuto fuori è un po’ l’effetto straniante che si prova a guardare certi vecchi film western anni ’40 in cui degli attori ormai attempati interpretavano il ruolo di personaggi con un’età nettamente inferiore alla propria. E questo se vogliamo è l’unico difetto (forse, ma necessario) di un film pressocché perfetto. Martin Scorsese sale in cattedra con quello che può essere considerato, anche alla luce della durata monstre di 209 minuti, il “suo” C’era una volta in America.

Chi, prima dell’uscita nelle (poche) sale, poteva pensare, leggendo tutti quei nomi di attori ottantenni, ad un’operazione nostalgia (come se ne vedono fin troppe ad Hollywood da oltre 10 anni a questa parte) si sbagliava di grosso. The Irishman non è un film ‘testamento’ come qualcuno ha detto, ma è summa ed epitome insieme della cinematografia di una delle più grandi firme della settima arte. The Irishman è un’epopea gangster, ma è anche l’epopea di una Nazione: è sì un film sulla mafia, ma a ben guardare è soprattutto un film sulla società e sulla cultura americana e non solo delle sue minoranze. È un film sulla politica e sui politici americani, sui loro legami con la mafia e su come questa ha influenzato la politica interna ed estera del Paese (ombre inquietanti vengono gettate ad esempio sulla Presidenza Kennedy e sulla crisi cubana). Ma The Irishman è anche un film sull’amicizia, sui rapporti tra un padre e le sue figlie. È un film sul tradimento, sulla fede in Dio e la devozione verso un ‘credo’ a cui affidarsi ciecamente, quale può essere l’ideologia mafiosa. È un film sul rimorso e sul rimpianto, quindi sulla vecchiaia, sul tempo che passa inesorabilmente e che ci porta a fare i conti con tutti i nostri non-detti, con tutti i nostri fantasmi. The Irishman, pertanto, è un film sulla vita, nel suo senso più totale.

Per realizzare un film così monumentale dal punto di vista tecnico (il budget iniziale di 100 milioni è lievitato fino a 140 a causa degli effetti speciali) e con così tanti piani di lettura, è chiaro il perché della scelta di Scorsese di fare affidamento su dei veri cavalli di razza della recitazione, o meglio sui “suoi” cavalli di razza. D’altronde è con il duo Robert De Niro-Joe Pesci che Scorsese ha firmato molte delle sue pietre miliari (Quei bravi ragazzi, Toro Scatenato, Casinò). La chimica e il loro affiatamento sono rimasti immutati col tempo (si pensi alle scene in cui recitano in italiano). Quella di Joe Pesci è forse una delle migliori performance di tutta la carriera; Robert De Niro glaciale e poliedricamente mono-espressivo interpreta un ruolo che semplicemente gli è cucito addosso. Alcune delle scene migliori di tutto il film sono quelle in cui De Niro recita con Al Pacino. I due mostrano quella grandissima sintonia che solo i grandi possono avere (pur avendo lavorato insieme solo in Heat – La Sfida di Michal Mann, per pochi minuti, e nel non indimenticabile Sfida senza regole del 2008 per la regia di Jon Avnet).

A livello narratologico, la pellicola è pura accademia del cinema. In 3 ore e 40 di film, nessuna pausa, nessun punto morto, il tutto con dialoghi da antologia. La macchina da presa di Scorsese si muove decisa ed elegante. Un’accurata selezione di celebri pezzi R&B e rock anni ’50 e ’60 (tra cui spicca come tema ricorrente la fantastica In the Still of the Night dei Five Satins) sembra fare da colonna sonora non solo al film, ma in definitiva alla storia americana. Tuttavia il tono della pellicola non è mai nostalgico, bensì malinconico, come nei grandi classici dell’ultimo John Ford. Non c’è nessuna eroizzazione della malavita, nessuna glorificazione, nessuna descrizione di ascese vertiginose e rovinose cadute, niente fiumi di cocaina, sesso, ma solo il fluire del tempo.

The Irishman Martin Scorsese
THE IRISHMAN (2019)
Ray Ramano (Bill Bufalino) Al Pacino (Jimmy Hoffa) e Robert De Niro (Frank Sheeran)

The Irishman è destinato a diventare un classico della cinematografia americana, ma nel frattempo è già passato alla storia per le vicissitudini legate alla sua produzione. Nessuna major americana, infatti, ha voluto sposare il progetto di un film di quasi 4 ore con tre ultrasettantenni protagonisti (la Paramount se n’è chiamata fuori molto presto). Ci ha dovuto pensare una piattaforma streaming, ossia Netflix (rinomata più per la qualità delle sue serie TV, che dei suoi film, spesso abbastanza scadenti). Il film ha avuto anche diversi problemi legati alla distribuzione. In America come in Europa, poche sale hanno voluto proiettare una pellicola ritenuta troppo lunga (!?). Il paradosso di vedere un film di questa qualità ‘respinto’ dalle sale (spesso deserte, vien da chiedersi se per colpa di Internet o per l’assenza di ‘veri’ film-da-andare-a-vedere-a-cinema) è reso ancora più acuto da una singolare modalità di distribuzione ̶ e se vogliamo di promozione ̶ ideata proprio da Netflix che ha portato il film al Belasco Theatre di Broadway a New York: un mese di proiezioni (1 Novembre-1 Dicembre), biglietto a 15$ (prezzo da teatro di Broadway, appunto), memorabilia e gadget a tema acquistabili all’ingresso. Pare che stiano andando a ruba soprattutto le matinée del sabato. Il cinema come evento o meglio come “experience”. Certo, gli americani sono campioni del mondo nell’entertainment e Broadway fa storia a sé, ma che, con l’avvento di Internet e delle piattaforme streaming, possa essere questo il futuro del cinema? Ossia un ritorno nei teatri, laddove tutto è iniziato, con il muto e le orchestre, oltre cento anni fa? Chi vivrà, vedrà. Per ora godiamoci l’ultimo capolavoro del Maestro (possibilmente su uno schermo bello grande e rigorosamente in lingua originale).

The Irishman Martin Scorsese
THE IRISHMAN (2019)
Joe Pesci (Russell Bufalino), Robert De Niro (Frank Sheeran)

Ben Hur

Ulisse, il piacere della scoperta: "Il mondo di Ben Hur"

Ulisse, il piacere della scoperta: "Il mondo di Ben Hur"

Ben Hur

Sabato 26 ottobre, alle 21:25 su Rai1, va in onda la quinta puntata di “Ulisse, il piacere della scoperta”, dedicata al mondo di Ben Hur, il film colossal campione di incassi nel 1959, vincitore di ben 11 premi Oscar. Alberto Angela farà rivivere la storia del celebre auriga e la città di Roma del primo secolo dopo Cristo, accompagnando gli spettatori nei luoghi che hanno visto le vicende raccontate dal film, partendo dal luogo centrale delle competizioni delle quadrighe: il Circo Massimo, una struttura immensa, di cui oggi è visibile solo la grande spianata.

Ben Hur è un personaggio di fantasia, frutto della creatività di un romanziere americano. Alberto Angela racconterà, invece, un personaggio altrettanto famoso, realmente esistito: l’auriga Scorpo, un divo dell’arena molto amato, il più grande campione dell’epoca Flavia, ricordato più volte dal poeta Marziale.
Grazie a ricostruzioni grafiche e virtuali, si entrerà nella Roma di quegli anni. Chi era Scorpo e chi erano gli altri campioni dell’epoca famosi e strapagati? Come si preparavano? Come si svolgevano le gare? Oltre al Circo Massimo di Roma, molto raccontano i mosaici della villa del Casale di Piazza Armerina, in provincia di Enna.
Del film “Ben Hur” molti ricordano le scene sulle navi con gli schiavi incatenati ai remi. Dall’isola di Favignana, in Sicilia, Alberto Angela illustrerà i rostri delle navi della Prima Guerra Punica, combattuta dai cartaginesi contro i romani.

Altri luoghi delle riprese sono i Musei Capitolini, Palazzo Massimo e il Campidoglio, dove, sotto l’imponente statua di Marco Aurelio, si rivivranno i fasti dell’epoca d’oro dell’Impero romano.

Testo e immagine dall'Ufficio Stampa RAI.


IX Edizione Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

I vincitori della IX Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

Si è conclusa la IX Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica

À la rencontre de Néandertal” miglior film per la giuria di qualità

I Leoni di Lissa” si aggiudica il premio del pubblico

All’archeologo di frontiera Massimo Vidale il premio “Antonino Di Vita”

IX Edizione Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Massimo Vidale

L’ultima serata della nona edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, realizzata con il sostegno di Sicilia Film Commission e la collaborazione dell’Archeoclub d’Italia di Licodia Eubea diretta da Giacomo Caruso, si è conclusa con la cerimonia di premiazione, nel corso della quale sono stati assegnati tre premi. “I leoni di Lissa” documentario prodotto da “Allegria Film” e diretto dal regista Nicolò Bongiorno, si è aggiudicato il premio “Archeoclub d’Italia”, assegnato dal pubblico votante. Il regista, secondogenito del noto conduttore televisivo Mike Bongiorno, ha ricevuto il premio dalla mani di Enzo Piazzese (Archeoclub d’Italia di Ragusa).

IX Edizione Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
da sx il regista Nicolò Bongiorno e Enzo Piazzese

Il premio “Archeovisiva”, assegnato da una giuria internazionale di qualità composta da Diego D’Innocenzo, Anthony Grieco, Lada Laura, Laura Maniscalco e Brian McConnell è stato assegnato alla produzione francese “À la rencontre de Néandertal”, di Rob Hope e Pascal Cuissot, prodotto dalla Fred Hilgemann Films, presentato in anteprima nazionale a Licodia Eubea. La giuria di qualità ha inoltre assegnato una menzione speciale al film “C’era una volta Iato”, prodotto dall’Istituto Comprensivo di San Giuseppe Jato.

Due dei cinque giurati del premio 'ArcheoVisiva', la dott. Laura Maniscalco e il prof. Brian McConnell

Infine, il premio “Antonio Di Vita”, attribuito dal comitato scientifico del festival, a chi spende la propria professione nella promozione della conoscenza del patrimonio storico-artistico e archeologico, è stato attribuito all’archeologo Massimo Vidale, che ha svolto negli ultimi quaranta anni ricerche archeologiche ed etnoarcheologiche in Italia, Iran, Kuwait, Iraq, Pakistan, Turkmenistan, India, Nepal, Indonesia, Tunisia ed Eritrea.

IX Edizione Licodia Eubea Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Maria Antonietta Rizzo Di Vita consegna il premio a Massimo Vidale

La premiazione è stata preceduta dalla consueta Finestra sul documentario siciliano, che quest’anno è stata dedicata alla Sicilia di Vittorio De Seta, padre del documentarismo moderno, raccontata da Alessandro De Filippo, critico cinematografico e docente di Tecnica della rappresentazione audiovisiva presso il DISUM di Catania.

Alessandro De Filippo nel corso della 'Finestra sul documentario siciliano'

Nel corso dei quattro giorni di festival, addetti ai lavori, registi, produttori, archeologi e centinaia di visitatori, si sono ritrovati a Licodia Eubea, da nove anni punto di riferimento, a livello internazionale, per il cinema archeologico.  I direttori artistici del festival, Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, soddisfatti dell’eccezionale riuscita di questa nona edizione e della grande affluenza di pubblico, complice il clima quasi estivo che ha caratterizzato i quattro giorni, hanno già fissato le date della decima edizione dell’evento, che sarà dal 16 al 19 ottobre 2020.

Licodia Eubea, 21/10/2019

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica
di Licodia Eubea


leoni Lissa

I leoni di Lissa

"I leoni di Lissa", prodotto da Allegria Films per la regia di Nicolò Bongiorno, chiuderà le proiezioni in concorso domenica 20 ottobre, alle ore 18.45, alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea".
Croazia e Italia, nemiche nello storico scontro di Lissa del 1866, si trovano unite, all'interno di questo documentario dai tratti onirici, in un unico, delicato racconto, all'interno del quale spiccano personaggi come il grande apneista Veljano Zanki e il filosofo dalmata Jozko Bozanic.

THE LIONS OF LISSA - TRAILER from Allegria Films on Vimeo.

 

 

 

I leoni di Lissa

leoni LissaNazione: Italia, Croazia

Regia: Nicolò Bongiorno

Consulenza scientifica: Francesco Tiboni

Durata: 76’

Anno: 2019

Produzione: Allegria Films

Sinossi:

Il film evoca la storia della leggendaria battaglia navale di Lissa dl 1866, scontro simbolo e icona della marineria moderna. Attraverso un mosaico di suggestioni visive, storiche e mitologiche, lo spettatore viaggia con grandi maestri dell’esplorazione subacquea fino al grembo profondo di un capitolo dimenticato dell’Unità d’Italia. Un’immersione di grande importanza scientifica e archeologica, raccontata come una fiaba moderna.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Trieste Film Festival

  • Firenze Archeofilm 2019

  • Mediterraneo Film Festival Spalato

  • 30° Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto

  • Vieste Archeofilm 2019

Premi e riconoscimenti:

  • Premio Firenze Archeofilm 2019

  • Premio Venere Sosandra-Vieste 2019

Informazioni regista:

Nicolò Bongiorno è un regista, sceneggiatore, conduttore televisivo e autore televisivo italiano. Figlio di Mike Bongiorno, lavora principalmente come regista, a numerosi lavori per il grande schermo. Il suo debutto avviene nel 1994, a soli diciotto anni, con l'allestimento dello spettacolo teatrale Godot's bop, opera liberamente ispirata a quella di Samuel Beckett, Aspettando Godot. La sua vera passione, però, è il cinema, che coltiva studiando alla New School University di New York. Nel 1995 parte la sua carriera cinematografica, che lo vede impegnato alla produzione del film La dea dell'amore di Woody Allen. In seguito cura la fotografia di alcuni documentari, di cui è anche autore, tra gli altri: Risvegli e Viaggio verso casa del 1998 e Rol - un Mondo dietro al Mondo del 2008, inoltre ha un ruolo come assistente di regia per il film La sindrome di Stendhal del 1996 con la regia di Dario Argento. Un anno dopo esordisce come regista con il cortometraggio Windows. Parallelamente porta avanti diversi lavori con la casa di produzione di famiglia, la Bongiorno Productions, fondata insieme ai genitori e al fratello maggiore nel 1996. Tra le sue opere di maggior rilievo compaiono nel 2001 il film tv Gli occhi dell'amore, da lui scritto oltre che diretto e nel 2004 il film tv Rocco, di cui cura personalmente la regia. Nello stesso anno, forte dell'esperienza maturata dentro la Bongiorno Productions, fonda la casa di produzione Buendia Film. Il suo più grande lavoro documentaristico però, è sicuramente Esodo del 2004, realizzato in collaborazione con la produzione della VeniceFilm e con l'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Esso si suddivide in due parti: La memoria tradita e L'Italia dimenticata e racconta la tragedia delle foibe e il dramma dei tanti istriani, fiumani e dalmati costretti a lasciare le proprie terre d'origine a seguito della loro cessione alla Jugoslavia di Tito. Oltre all'attività di regista Nicolò è noto in quanto è stato il curatore personale dell'autobiografia del padre, La versione di Mike, scritta insieme a lui ed edita da Mondadori nel 2007. Quattro anni dopo, nel 2011, arriva infine, l'opportunità di esordire in televisione come conduttore con il programma Buon Lavoro! ideato dalla Fondazione Mike Bongiorno e realizzato dalla casa di produzione di famiglia per Sky Uno.

Informazioni casa di produzione: https://vimeo.com/allegriafilms

Trailer: https://vimeo.com/275617895

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://www.foggiatoday.it/eventi/vieste-archeofilm-vittoria-nicolo-bongiorno.html

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Adolf Vallazza

Adolf Vallazza, sciamano del legno antico

"Adolf Vallazza, sciamano del legno antico" di Lucio Rosa ci porta nel mondo dello scultore gardanese e delle sue straordinarie opere in legno.
Il documentario verrà proiettato alle 18:00 di domenica 19 ottobre alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea".

 

Adolf Vallazza, sciamano del legno antico

Adolf VallazzaNazione: Italia

Regia: Lucio Rosa

Consulenza scientifica: Stefano Biagetti

Durata: 40’

Anno: 2019

Produzione: Studio Film TV

Sinossi:

Il bosco, silente e ordinato, i tronchi ravvicinati e umidi si sono affidati ad Adolf Vallazza. Un viaggio assorto e pieno di attese, finisce nei linguaggi e nelle forme dell’uomo contemporaneo. L’artista non interroga la materia – che è già sua – ma il genio dei luoghi che l’ha generata. Con lui tesse il dialogo serrato che porta alle trasformazioni dei legni, programma i loro destini futuri e in loro soffia il suo spirito.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Dolomitale Filmfestival Val Gardena 2019

  • Firenze Archeofilm 2019

Informazioni regista:

Lucio Rosa, regista, documentarista, giornalista, fotografo, inizia l'attività nel 1965 come libero professionista. Vive e lavora tra Bolzano e Venezia, la sua città natale, ma il lavoro lo svolge anche lungo le "vie del mondo". Nel 1975 fonda la STUDIO FILM TV un’azienda di produzione cinematografica e televisiva, che in completa autonomia produttiva e, avvalendosi anche di professionisti esterni con grande esperienza, realizza prodotti video sia in elettronica che con la tecnica cinematografica. L’esperienza e la competenza di un team di professionisti dell'immagine, supportati da una dotazione tecnica di proprietà dagli elevati standard qualitativi (Broadcast - Digital Betacam), permettono di seguire tutte le fasi di creazione del prodotto: ideazione, stesura della sceneggiatura e dei testi, riprese, editing e post produzione.

Informazioni casa di produzione: http://www.studiofilmtv.it/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Conte magico

Il Conte magico

Un capitolo della Storia d'Italia, quello del Risorgimento, raccontato in modo originale attraverso la storia di un individuo decisamente bizzarro.
Se non avete mai sentito parlare di Cesare Mattei e non avete mai visitato la sua splendida Rocchetta, allora dovete vedere "Il conte magico", sabato 19 ottobre, alle 21, alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea".
Il film è diretto da Marco Melluso e Diego Schiavo, e vede la partecipazione di Antonio Pisu, Luciano Manzalini, Eraldo Tutta e Roberta Giallo.
Non mancate!

Il Conte magico

Conte magicoNazione: Italia

Regia: Marco Melluso, Diego Schiavo

Durata: 80’

Anno: 2019

Produzione: Paolo Rossi per Genoma Films

Sinossi:

La vita di Cesare Mattei e della sua Rocchetta, sospesa tra storia e leggenda, narrata con umorismo e garbo, alla scoperta delle meraviglie di un territorio ricco di sorprendenti attrattive.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Bellaria Film Festival

  • L’aquila e il corvo – Nuovo Cinema Aquila di Roma

Premi e riconoscimenti:

  • Premio Mangiacinema Pop

Informazioni regista:

Marco Melluso è un docente a contratto sul corso di Istituzioni di diritto romano e Storia del diritto romano. Svolge da anni ricerche sul tema della schiavitù in epoca romana, in particolar modo sul passaggio tra l’antichità romana e il Medioevo. Si occupa anche di divulgazione attraverso l’audiovisivo.

Diego Schiavo, classe 1976, sound designer, autore e regista. Nel 2000 ha lavorato come sound designer ponendo particolare attenzione all’interazione tra segno sonoro e significato. Insegna Sound Design e Suono applicato in numerosi corsi e seminari. Ha collaborato, tra gli altri, con Peter Greenaway, Giuseppe Bertolucci, Giorgio Diritti, Davide Ferrario, Vasco Rossi, Lucio Dalla, Lella Costa, Luciano Manzalini, Syusy Blady e Patrizio Roversi, Ducati Moto e Piquadro. I suoi lavori hanno ricevuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali.

Informazioni casa di produzione: https://genomafilms.it/

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=nfgUVLj4qmI

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://buonenotiziebologna.it/primo-piano/77-interviste/3616-il-conte-magico

Scheda a cura di: Fabio Fancello


ragazzo Nikon Lucio Rosa

Il “ragazzo” con la Nikon

Un occhio curioso e vivace, quello di Lucio Rosa, autore del documentario "Il ragazzo con la Nikon". Una dichiarazione d'amore, resa attraverso migliaia di foto, per una terra dalla storia millenaria, ormai sempre meno raggiungibile: la Libia.
Il film, prodotto da StudioFilmTv, verrà proiettato sabato 19 ottobre alle 19:00 alla "Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea".

Il “ragazzo” con la Nikon

ragazzo Nikon Lucio RosaNazione: Italia

Regia: Lucio Rosa

Durata: 31’

Anno: 2019

Produzione: Studio Film TV

Sinossi:

Le antiche oasi che gli Imazighen, “uomini liberi”, i berberi di Libia, vestirono di una splendida architettura, oggi sono quasi tutte abbandonate e cadute nel degrado. È un mondo che sta scomparendo, non essendoci più grande interesse per il recupero e per la conservazione della memoria e della storia: le architetture sublimi di antiche sontuose dimore, le elaborate architetture con cui si innalzavano magazzini fortificati, i villaggi che accoglievano i mercanti che con le loro carovane portavano i prodotti dell’Africa nera verso i porti del Mediterraneo.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

  • Firenze Archeofilm

Informazioni regista:

Lucio Rosa, regista, documentarista, giornalista, fotografo, inizia l'attività nel 1965 come libero professionista. Vive e lavora tra Bolzano e Venezia, la sua città natale, ma il lavoro lo svolge anche lungo le "vie del mondo". Nel 1975 fonda la STUDIO FILM TV un’azienda di produzione cinematografica e televisiva, che in completa autonomia produttiva e, avvalendosi anche di professionisti esterni con grande esperienza, realizza prodotti video sia in elettronica che con la tecnica cinematografica. L’esperienza e la competenza di un team di professionisti dell'immagine, supportati da una dotazione tecnica di proprietà dagli elevati standard qualitativi (Broadcast - Digital Betacam), permettono di seguire tutte le fasi di creazione del prodotto: ideazione, stesura della sceneggiatura e dei testi, riprese, editing e post produzione.

Informazioni casa di produzione: http://www.studiofilmtv.it/

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=cdXnRYfwkGE

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti): http://www.associazioneargogaudio.org/news/143-libia-2

https://archeologiavocidalpassato.com/tag/film-il-ragazzo-con-la-nikon/

Scheda a cura di: Fabio Fancello