manifattura restauri Museo di Doccia

Forme di classica originalità: restaurate 44 opere del Museo di Doccia

Forme di classica originalità: restaurate 44 opere del Museo Richard-Ginori della Manifattura di Doccia

Un materiale avveniristico, ad alto contenuto tecnologico, che richiede nuove competenze e nuove attrezzature. Un materiale dalle altissime performance e qualità estetica, che promette di diventare in breve tempo uno dei più richiesti dal mercato.

Questa è la porcellana intorno al 1735, quando in Italia, dopo il breve quanto esaltante esperimento di Vezzi, a Doccia apre la manifattura voluta dal marchese Carlo Ginori, chimico, conoscitore di testi alchemici, arcanista.
Una produzione eccezionale perché tra le prime in Europa; la prima in Italia ad avviare un’impresa di lunga durata. Tanto che la porcellana Ginori ancora oggi si produce e ancora oggi è tra le più desiderate.

In Europa i primi decenni di scoperta e lavorazione della porcellana furono sfrenati, folli e avventurosi, tra rapimenti, segreti, alchimie, fortune improvvise e spaventosi fallimenti.
E così lo è stata la anche la storia della manifattura Ginori, che in tre secoli ha conosciuto alterne stagioni, ha attraversato secche e guidato rivoluzioni estetiche, come accadde durante la direzione artistica di Giò Ponti.

Una storia splendida e turbolenta che, quasi dal suo inizio, è stata documentata attraverso la costituzione di un archivio. Una storia illustrata dalla carta così come dalla cera, dalla creta e dalla ceramica dei bozzetti;‌ un patrimonio di modelli di cui, oltre l’utilità per la produzione, non può sfuggire il valore di testimonianza.

restauri Museo di Doccia
Piatto con decorazione a stencil, 1745-50, The Metropolitan Museum of Art, The Met Fifth Avenue Galleria 201, immagine in pubblico dominio

Un patrimonio che dal 1965 è stato esposto in un Museo costruito apposta a Sesto Fiorentino per ospitare e rendere accessibili le collezioni.

Nelle scorse settimane l’Associazione Amici di Doccia, con l’annuale consueta pubblicazione dei Quaderni, ha divulgato un’ottima notizia. Quella del restauro di 44 opere: soprattutto bozzetti in cera, ma anche opere in gesso e terracotta.

 

Oggetti che rappresentano solo una parte del tesoro di conoscenza custodito nei depositi del museo.
Restaurare questo tipo di manufatti è una sfida nella sfida, perché la loro fragilità fa parte della loro natura. Si tratta di opere, ad esempio, fortemente polimateriche: proprio la convivenza di materiali che hanno reazioni diverse ai fattori ambientali, all’umidità e in generale al tempo che scorre​ è causa di problemi conservativi.
Oppure che presentano danni derivati dall’uso ripetuto all’interno della manifattura.

I modelli utilizzati per ricavare i calchi, ad esempio, sono ricoperti da uno spesso e untuoso strato, che si mostrava fortemente annerito. L’intervento giustamente ha migliorato la leggibilità dei pezzi senza però rimuovere questo strato: si tratta infatti dell’accumulo di sostanze distaccanti con cui dovevano essere rivestiti i modelli per poter ricavare i calchi. Sono quindi custodi di preziose informazioni sulle tecniche di lavorazione oltre che tangibile testimonianza del tanto lavoro, dell’impegno e della creatività di cui questi oggetti sono stati strumenti.

Un restauro impeccabile, finanziato attraverso la raccolta fondi promossa da Artigianato e Palazzo. La cifra raccolta:‌ 50.000 euro. Una cifra sostanziosa e sufficiente a ridare salute e decoro ad oggetti dal valore artistico, storico e culturale non misurabile.

Una cifra che però appare subito nella sua identità di piccolo, volenteroso obolo se messa nella scala di una delle più vive e interessanti espressioni del patrimonio italiano.
Che quasi inacerbisce la mancanza, da ormai sette anni, della possibilità di godere del Museo della Manifattura di Doccia.

Fauno Marsia legato all’albero. Credits: Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica Torino, CC BY-NC

Se infatti nell’ultimo anno la chiu​sura al pubblico, la dimensione delle sale vuote, del patrimonio separato dai cittadini, delle aperture a singhiozzo e della virtualizzazione dell’opera di divulgazione dei musei ha coinvolto tutte le collezioni italiane, il Museo di Doccia manca da ben prima all’appuntamento con i suoi visitatori.

La vicenda sembra in fase di risoluzione:‌ dopo una penosissima Via Crucis di aste andate deserte (sulla quale credo varrebbe la pena spendere un’approfondita riflessione sulla miopia e impreparazione della classe imprenditoriale italiana, che di quel patrimonio avrebbe potuto fare fonte certa di valore) lo Stato Italiano, nel 2017, acquisisce il Museo. Da allora si traccia la strada verso la riapertura, che ancora si sta percorrendo, e lungo la quale questi restauri sono una ristorante tappa.

Ma credo che la storia degli anni immediatamente precedenti meriti di essere raccontata e divulgata.
Succede infatti che l’azienda Richard Ginori, con sede a Sesto Fiorentino, nel 2013 fallisce;‌ ed è probabile, peraltro, che le ragioni del fallimento vadano ricercate in tutt’altro che non la qualità e l’appetibilità sul mercato dei suoi prodotti.
Succede che la priorità è tutelare i lavoratori;‌ si accetta l’unica proposta allora in campo, quella di Gucci. Grande brand del lusso, parte del gruppo Kering, vicino di casa della Ginori.
Succede che vengono acquistati il brand e lo stabilimento. E il museo? No, il museo non rientra negli accordi.

Ancora prevale la visione miope e masochista per cui il museo è un inutile ed improduttivo fardello. Quanto lo sia davvero credo lo dimostri oltre ogni ragionevole sospetto questa pagina. L’e-commerce è quello del nuovo marchio, Ginori 1735. Che non a caso ha voluto dichiarare come valore del brand la tradizione pluricentenaria.

Online posso acquistare, per quasi 2000 euro, una statuetta che rappresenta “La virtù e il vizio”. È probabile si tratti di un’idea del Giambologna.
“La versione in biscuit, proposta dalla Manifattura, trae origine da un modello eseguito dallo scultore tardobarocco fiorentino Massimiliano Soldani Benzi, le cui forme e parte dei modelli sono stati venduti dal figlio Ferdinando al marchese Carlo Ginori attorno al 1740.”

Se poi avessi la possibilità di recarmi in negozio potrei richiedere di acquistare, per più del doppia della cifra precendente, un altro notevolissimo gruppo in biscuit che riproduce in scala ridotta il gruppo de “I lottatori”. L’originale in marmo, rinvenuto nel 1583, ancora oggi si può ammirare presso la Tribuna della Galleria degli Uffizi. La trasposizione in dimensioni da arredo fu eseguita “nelle botteghe dei bronzisti romani e fiorentini, come suggerisce il calco in cera dell’opera che è conservato nel Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia. Stando poi alle note di pagamento, è possibile asserire che il calco in cera sia stato eseguito in Manifattura, forse dallo stesso Anton Filippo Maria Weber che, nel 1744, risulta aver realizzato le forme in gesso”.

Tutto questo mentre, ci informa il sito degli Amici di Doccia, “in questi ultimi anni la Direzione regionale musei della Toscana (già Polo museale)” ha dovuto provvedere a portare avanti “le attività indispensabili e urgenti … come il ripristino completo delle coperture, il cui stato disastroso ereditato da anni di incuria e di chiusura era una delle principali cause di rischio e di degrado dell’edificio e potenzialmente delle collezioni stesse” e si è dovuto provvedere a mettere in sicurezza l’archivio con il “trasferimento … all’Archivio di Stato di Firenze in ambienti salubri e adeguati per la corretta conservazione del materiale cartaceo”.

restauri doccia ginori manufatti MET
Chicchera e piattino, 1750-55, The Metropolitan Museum of Art (altra immagine del set in anteprima), immagine in pubblico dominio

Di questa operazione, come del progetto di catalogazione e il completamento dell’inventario del fondo librario storico dell’Archivio del Museo di Doccia, si fa carico ancora una volta l’associazione Amici di Doccia.

Resta l’ammirazione per i restauri sin qui condotti, che ci lasciano presagire l’enorme interesse culturale del museo futuro.

Resta l’amarezza per un patrimonio abbandonato, disconosciuto, tradito, verso il quale manca quell'interesse per un valore vero e duraturo che potrebbe garantire.

Note

Il titolo riprende una notazione tratta da:
Ugo Nebbia, L'Italia all'Esposizione Internazionale di Parigi di Arti Decorative e industriali moderne, “Emporium”, LXII, n. 367, aprile 1925

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Diana e Atteone scuola veneta XVI secolo Carabinieri

I Carabinieri restituiscono il dipinto del XVI secolo “Diana e Atteone”

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono il dipinto di scuola veneta del XVI secolo “Diana e Atteone” trafugato nel 1981

Diana e Atteone scuola veneta XVI secolo Carabinieri
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale restituiscono il dipinto di scuola veneta del XVI secolo “Diana e Atteone” trafugato nel 1981

Un’importante opera pittorica di scuola veneta del XVI secolo, trafugata nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre 1981 e recuperata dai Carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), torna finalmente al Castello Lanciano di Castelraimondo (MC). La consegna è avvenuta nelle mani dell’Avv. Luigi Tapanelli, Presidente e legale rappresentante della Fondazione di Religione Ma.So.Gi.Ba.

Il dipinto è comparso sul mercato antiquariale quando stava per essere battuto in vendita da una casa d’aste lombarda. I militari della Sezione Elaborazione Dati del Comando TPC, che quotidianamente monitorano centinaia di opere pubblicate in vari cataloghi di vendita, hanno comparato le immagini del bene in asta con quelle contenute nella “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti” identificando l’opera. Per la sua importanza storico-culturale, il dipinto era inserito nel “bollettino” delle opere d’arte trafugate, pubblicazione annuale dal titolo “Arte in Ostaggio”, realizzata dal Comando TPC sin dal 1973, strumento fondamentale per contrastare il traffico illecito di opere d’arte.

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano e condotte dai militari della Sezione Antiquariato del Reparto Operativo TPC, hanno consentito di identificare il mandatario a vendere dell’opera. È stata così ricostruita la catena dei vari passaggi di mano del bene.

La restituzione odierna rappresenta il costante e proficuo impegno del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale nella ricerca, anche a distanza di anni, di beni d’arte dispersi, al fine di contribuire a ricostruire i percorsi storici, culturali e sociali di un territorio per renderli nuovamente fruibili alla collettività.

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Il ritorno dell’opera “Le Antichità di Ercolano Esposte” al Parco Archeologico

Il 16 Aprile 2021 l’opera settecentesca “Le Antichità di Ercolano Esposte” è stata restituita al Parco Archeologico in seguito al restauro dei primi 8 volumi. La collana potrà essere nuovamente fruibile ai visitatori grazie alla cura della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Le Antichità di Ercolano esposte
"Le Antichità di Ercolano Esposte" Tomo 1 dopo il restauro. Foto Ufficio stampa Paerco 

“La collaborazione con la biblioteca Nazionale – dichiara Francesco Sirano, direttore del Parco Archeologico di Ercolano – si è giovata dell’altissimo livello professionale che da sempre ne caratterizza l’opera. I rapporti, già stretti per la presenza dell’officina dei papiri Ercolanesi proprio nella Biblioteca, si sono ulteriormente rafforzati.”

Papiri Ercolanesi dall'Officina dei Papiri Ercolanesi, Biblioteca Nazionale di Napoli. Foto di Gaia Anna Longobardi.

“La sinergia – aggiunge Salvatore Buonomo, direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli – in questo caso ha costituito un’occasione per avvalersi al massimo delle risorse e delle potenzialità di cui disponiamo nell’ambito dei beni culturali, consentendoci l’allargamento del concetto stesso di patrimonio culturale componendo l’interesse di bene bibliografico con quello archeologico.”

I primi 6 volumi di “Le Antichità di Ercolano Esposte” hanno richiesto un restauro particolarmente difficoltoso. Difatti, Valerio Stanziano e Luigi Vallefuoco del Laboratorio “Alberto Guarino” della BNN e Elisabetta Canna funzionaria del Parco Archeologico hanno svolto un’azione di ripristino di tutti i dorsi in pelle con iscrizioni in oro a vista. Inoltre, il lavoro di restauro ha visto interventi sulle carte interne, le coperte con incartonatura e le preziose carte marmorizzate dipinte a mano. Infine, le ulteriori azioni di cura dell’opera, con uso di materiali comunicati dalla Biblioteca, sono state affidate alla Ditta Argentino Chiara.

Le Antichità di Ercolano Esposte
Tomo IV prima del restauro. Foto della Biblioteca Nazionale di Napoli.

Le Antichità di Ercolano Esposte
"Le Antichità di Ercolano Esposte " Tomo IV innesti sul dorso. Foto Biblioteca Nazionale di Napoli.

“Il lavoro di restauro – afferma Salvatore Buonomo – ci tengo a sottolinearlo è stato portato a termine grazie alla disponibilità dei nostri ultimi restauratori, che pur se collocati in pensione, hanno continuato il lavoro in forma volontaria per completare questo delicato restauro e le altre esecuzioni in corso. Allo stato il nostro importante e specializzato laboratorio non può continuare l’attività per mancanza di personale.”

La storia dell’opera “Le Antichità di Ercolano Esposte”

Per lungo tempo “Le Antichità di Ercolano Esposte” è stata un’opera di riferimento per gli artisti settecenteschi. Infatti, al suo interno troviamo meravigliosi esempi di decorazioni ellenistiche riportate con disegni ed incisioni, che diedero vita al neoclassicismo nell’arte europea.

La pubblicazione avvenne tra 1757 e 1792 a cura della Stamperia Reale Borbonica della Reale Accademia Ercolanense, centro di studi del materiale archeologico con sede presso la Reggia di Portici dove si trovava l’”Herculanense Museum” luogo di esposizione dei reperti.

Le Antichità di Ercolano Esposte
Herculanense Museum, Sala VII, quadri retroilluminati. Foto MUSA Reggia di Portici.

La prestigiosa opera editoriale non fu mai messa in commercio, ma voluta dal re Carlo di Borbone come dono agli aristocratici ed eruditi della corte napoletana. Infatti, fu proprio il re a strutturare una collezione bibliografica riguardante gli scavi borbonici delle antiche città di Pompei e Herculaneum.

Il direttore del Parco Archeologico Francesco Sirano ritiene fondamentale la riesposizione dell’opera, come fonte di ispirazione artistica inesauribile anche nell’epoca contemporanea. Difatti, sarà a breve disponibile il portale Open Data per l’Herculaneum Conservation Project per la condivisione delle conoscenze tra cui “Le Antichità di Ercolano Esposte”.


Dante e la questione della lingua: lezione del prof Francesco Sabatini per l'AICC di Bari

DANTE E LA QUESTIONE DELLA LINGUA - LEZIONE DEL PROFESSOR FRANCESCO SABATINI PER L’AICC DI BARI

Scrivere di Dante non è impresa facile. Parlare del Sommo Poeta e della sua Opera immortale richiede uno sforzo non indifferente. Affrontare la Divina Commedia o qualsiasi altro capolavoro del nostro Dante implica l’approfondimento della conoscenza di noi stessi e della nostra storia. Scoprire Dante e seguire la fonte inesauribile del suo intelletto ci porta a disvelare la dimensione più autentica dell’umano sentire.

Già dal primo ed emblematico verso dell’Inferno, siamo calati nel cuore della cultura europea, tra l’evo antico e l’evo moderno, indotti ad assaporare, lemma dopo lemma, il progetto più ambizioso e vasto della letteratura di ogni tempo, volto a stringere l’intero scibile in un abbraccio ecumenico ed atemporale, a discriver fondo a tutto l’universo. Il poema è ormai eterno, avvolto in un’aurea sacrale e misteriosa.

Dettaglio dal monumento equestre a Niccolò da Tolentino: Domenico di Michelino, Dante ed i tre regni, 1465, Firenze, Santa Maria del Fiore. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Sì, perché le terzine dantesche portano in sé un segreto, l’intima forza caratterizzante di una lingua incredibilmente innovativa e fresca. Dante descrive, nella sua totalità, il mondo che vede e vive in lui. Un mondo con una precisa connotazione storica, ma comprensibile ai nostri occhi per ciò che rappresenta. La Divina Commedia si fa portatrice della visione cristiana della storia, mutandone gli aspetti e i contenuti, ma con lineamenti razionali tipici del pensiero greco e latino, fino a quel momento utilizzati per interpretare la realtà del mondo.

Dante non è il teologo, il moralista che una critica poco attenta descrive. Dante è, prima di ogni altra cosa, un ricercatore appassionato, che si propone di conseguire la piena realizzazione della felicità dell’intero genere umano. L’alto disio dantesco, che è immerso nel suo tempo e del suo tempo raccoglie i dolori, le sofferenze, la miseria e la grandezza, guarda con suprema pietà alla colpa e alla depravazione dell’uomo, attraverso un’immedesimazione unica e commossa. Ogni gesto umano appartiene a Dante, viene da lui interpretato e rivelato, facendo affiorare quell’universalità che fa dell’opera il libro di tutti.

Dante, affresco (1499-1502) ad opera di Luca Signorelli, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto. Foto di Georges Jansoone (JoJan), CC BY-SA 3.0

Il 17 gennaio 2020 è stata istituita un’intera giornata dedicata al Sommo Poeta, il Dantedì, da celebrarsi il 25 marzo di ogni anno. La data corrisponde allo stesso giorno del 1300, in cui, secondo la tradizione, Dante si perse nella selva oscura, dando così inizio al suo viaggio. Quest’anno, peraltro, ricorre il settecentesimo anniversario della morte del poeta, avvenuta il 14 settembre del 1321. L’idea del Dantedì, proposta a più riprese dal giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, è stata divulgata attraverso un’intensa campagna di promozione, supportata anche dal ministro Dario Franceschini. Il Dantedì è divenuto ormai una ricorrenza a cui non è possibile rinunciare, visto anche il patrocinio di prestigiose istituzioni culturali, quali l’Accademia della Crusca, la Società Dantesca Italiana, la Società Dante Alighieri e l’Associazione degli Italianisti nella Società Italiana per lo studio del pensiero medievale.

Per celebrare la ricorrenza, l’Associazione Italiana di Cultura Classica di Bari, presieduta dalla Professoressa Pasqualina Vozza, ha organizzato, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bari, un incontro con il Professore Francesco Sabatini, celebre linguista, filologo e lessicografo, Emerito dell'Università degli Studi Roma Tre, nonché presidente onorario dell'Accademia della Crusca. Il Professor Sabatini già nel 2019 aveva tenuto per l’AICC di Bari due seminari sul tema Il Latino nella società contemporanea.

Francesco Sabatini Dante Alighieri
Francesco Sabatini (Avezzano, 2017). Foto di Marica Massaro, CC BY-SA 4.0

In questa occasione, invece, il professore si è occupato della questione riguardante la formazione della lingua italiana, la cui problematica è trattata ampiamente nel De vulgari eloquentia. L’opera affronta, come si può facilmente immaginare dal titolo, il tema dello sviluppo della lingua volgare dal latino e fu realizzata tra il 1303 e il 1305. Si tratta di un trattato in latino, rivolto ai dotti, che Dante voleva persuadere della bellezza della lingua del bel paese là dove ‘l sì sona. Non ci si sofferma mai abbastanza sulla portata dell’opera e sulla sua incisività.

Dante, prima ancora di occuparsi nello specifico della lingua italiana, tratta a fondo il tema dell’origine del linguaggio verbale umano, gettando le basi per le conclusioni a cui approdò, secoli dopo, Linneo. Leggendo Tommaso d'Aquino e Isidoro di Siviglia, arriva a tracciare una linea di estrema modernità, che vede nel linguaggio la marca distintiva ed esclusiva della specie umana. L’opera, quindi, si sviluppa da un autentico interesse antropologico e filosofico per il fenomeno, che il poeta affronta con lucidità e fermezza e che sarà alla base del suo più noto capolavoro, scritto in volgare proprio per coinvolgere il grande pubblico e dimostrare l’aderenza della lingua stessa a temi di alto valore speculativo.

Attraverso il suo “ingegno e gli scritti e la cultura di altri”, il poeta dà inizio ad un’indagine che lo porta a ricercare il volgare illustre, ovvero la lingua che possa distinguersi per eleganza e prestigio tra i vari volgari italiani. Passa in rassegna le condizioni linguistiche europee, dividendole in tipologie storico-geografiche, affrontando il problema della lingua letteraria unitaria e aprendo la questione della lingua, destinata a rimanere irrisolta per secoli.

I paragrafi iniziali forniscono importanti informazioni sui volgari diffusi in Italia, identificati e suddivisi in una quindicina di tipologie dallo stesso poeta. Nessuno dei volgari municipali, però, dimostra di possedere le caratteristiche adeguate ad una lingua letteraria che sia comune all’intera Penisola, una koinè che dia forma alle alte tematiche trasmesse in prosa e in versi. La lingua volgare, spontanea e naturale, deve scostarsi dall’artificiosità del latino, occuparsi di qualsiasi argomento, ma rispondere a quattro importanti requisiti. Il volgare letterario deve infatti essere illustre, cardinale, aulico e curiale. Doveva dar lustro a chi lo parlava, essere il cardine attorno al quale tutti gli altri dialetti ruotavano, essere aulico e curiale, poiché avrebbe dovuto essere degno delle corti e dei tribunali. Nessuno dei volgari che Dante aveva elencato  poteva, a suo giudizio, prestarsi a tale scopo.

De vulgari eloquentia Dante Alighieri Francesco Sabatini
Un'edizione (1577) del De vulgari eloquentia di Dante Alighieri. Foto Disponibile nella biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, Pubblico dominio

Occorreva concepirlo come una creazione retorica che rispondesse alla lingua adoperata per iscritto dai principali scrittori del tempo, incluso lo stesso Poeta. Le brillanti idee dantesche racchiuse nel De vulgari eloquentia, base teorica ed ineludibile per comprendere la Commedia, non godettero di subitanea fama, a causa della scarsa circolazione dell’opera. È evidente, però, che la messa in pratica delle teorie linguistiche dantesche, ovvero la lingua adoperata per il sommo poema, godette di un successo senza precedenti, viste le numerose ed immediate attestazioni della lettura dell’opera in varie parti della Penisola. La Commedia iniziò presto ad essere recitata e commentata, venne fatta circolare attraverso copie e se ne trova traccia nei documenti notarili del tempo.

Il Poeta riuscì ad unire una terra atavicamente divisa sotto la sua egida, che divenne indiscussa. La sua grandezza risiedette proprio nel dar voce al bisogno di una lingua comune, che unisse le varie realtà politiche italiane sotto un unico vessillo. Dante voleva dar vita a quel progetto di unione culturale, che inevitabilmente avrebbe portato ad un’unificazione politica. La lingua doveva farsi veicolo di pensiero, saldare i legami e permettere la creazione di una società nazionale compatta. Ecco che la Commedia, al di là delle tematiche politiche che animano le sue pagine, diviene un laboratorio necessario alla creazione della nostra identità.

Un continuo evolversi di sperimentalismi, un susseguirsi costante di invenzioni e raffinamenti. Dante dimostrò di aver assimilato il motto di Isidoro di Siviglia, che, nelle Etimologiae (IX I 11), scriveva “Ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt”, sono le lingue che fanno i popoli, non i popoli che fanno le lingue. Il poeta si sobbarca il ponderoso incarico di creare una lingua per dare voce ad un popolo. Nell’ultimo canto del Paradiso, culmine dell’esperienza trascendente, Dante prova a spiegare ai lettori la visione finale, la folgorazione al cospetto della luce divina. Nel tentare di rendere a parole l’esperienza di cui è stato testimone, scrive:

O somma luce che tanto ti levi
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

e fa la lingua mia tanto possente,
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

(Paradiso, Canto XXXIII 67-72)

 

Chi è la futura gente a cui il poeta fa riferimento? Dante parla a chiunque sia ancora in grado di comprenderlo. Parla a noi posteri, figli della sua loquela. A distanza di settecento anni, siamo ancora cullati dai versi di tutta la sua produzione, che continua a rischiarare il cammino della nostra esistenza, oggi più che mai bisognosa de lo dolce lume del suo genio.


Nicolas Poussin rubato

Recuperato dipinto di Nicolas Poussin rubato nel 1944 in Francia

I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano dipinto di Nicolas Poussin, rubato nel 1944 in Francia dalle truppe di occupazione tedesche

Il dipinto a olio su tela risalente al Seicento “Loth avec ses deux filles lui servant à boire” attribuito all’artista francese Nicolas Poussin (Les Andelys 1594 - Roma 1665), noto in Italia come Niccolò Pussino, è stato recuperato dai Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale di Monza e restituito ai legittimi proprietari.

Nicolas Poussin rubato
I Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale recuperano dipinto di Nicolas Poussin, dipinto a olio su tela risalente al Seicento “Loth avec ses deux filles lui servant à boire” rubato nel 1944 in Francia dalle truppe di occupazione tedesche

L’indagine era stata avviata il 25 maggio 2020 quando gli aventi diritto, una novantottenne svizzera e un sessantacinquenne americano, tramite il loro legale italiano, avevano denunciato il furto dell’opera, delle dimensioni di 120x150 cm, consumato a Poitiers (Francia) dalle truppe di occupazione tedesche nell’abitazione dei loro avi ebrei tra febbraio e agosto del 1944.

I primi accertamenti hanno permesso di appurare che sin dal 22 febbraio 1946 le vittime avevano iniziato le ricerche delle opere asportate dai nazisti in Francia e trasferite in Germania, interessando la Commission de Récupération Artistique e producendo un inventario in cui figurava anche il dipinto in esame. Nel 1947 il bene venne inserito nella pubblicazione “Répertoire des biens spoliés en France durant la guerre 1939-1945”, pubblicato tra il 1947 e il 1949 dal Bureau Central des Restitutions (Gruppo francese del Consiglio di controllo del Comando francese in Germania - Direzione generale dell'economia e delle finanze - Divisione riparazioni e restituzione).

Nel corso delle indagini è emerso che nel 2017 il bene era stato importato in Italia dalla Francia da un antiquario emiliano, che lo aveva poi esportato temporaneamente in Belgio per una mostra mercato a Bruxelles.

Nel 2019, il reale possessore, un antiquario milanese, lo aveva esportato in Olanda in occasione della fiera mercato internazionale di Maastricht. In quella circostanza, il bene veniva individuato da un esperto d’arte olandese residente in Italia che lo riconosceva come una delle opere presenti nella citata pubblicazione.

Le investigazioni hanno, infine, condotto a localizzare e sequestrare il prezioso dipinto, custodito nell’abitazione dell’antiquario milanese in provincia di Padova, che è stato restituito ai legittimi proprietari su disposizione dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano che ha diretto le indagini.

Monza, 1° aprile 2021.

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Madonna con Bambino Pinturicchio

Apre la caccia alle opere trafugate: in rete il bollettino Arte in ostaggio 42

Si apre la caccia ai capolavori trafugati: in rete da oggi il bollettino Arte in ostaggio

Madonna con Bambino Pinturicchio
Dipinto a tempera su tavola “Madonna con Bambino” attribuito a Pinturicchio, rubato nel 1990 a Perugia

Anche quest’anno è stato pubblicato il bollettino delle ricerche “Arte in ostaggio”, numero 42, edito dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), contenente una selezione delle opere più importanti trafugate in Italia, documento riconosciuto a livello internazionale, ai sensi dell’articolo 4 comma 4 della Convenzione UNIDROIT sui beni culturali rubati o illecitamente asportati”, quale valido ausilio per contrastare il traffico illecito di opere d’arte.

La divulgazione di questa pubblicazione consente al cittadino, agli addetti ai lavori e agli amanti del settore di accedere a informazioni e fotografie riguardanti oggetti artistici da ricercare. Il bollettino, pertanto, può considerarsi un ulteriore ed efficace strumento con cui il Comando TPC, Reparto specializzato dell’Arma dei Carabinieri, condivide notizie in suo possesso per accrescere la possibilità di individuare e recuperare rilevanti opere storico-artistiche anche nel difficile momento che stiamo vivendo, caratterizzato dall’emergenza epidemiologica per la diffusione del virus COVID-19.

terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia Scansano chiesa di San Giovanni Battista
Un bassorilievo in terracotta raffigurante “Madonna con Bambino” a opera di Luca Della Robbia, asportato nel 1971 da Scansano (GR)

A dimostrazione della validità dell’iniziativa, nell’ultimo quinquennio grazie al bollettino sono stati ritrovati 147 beni, tra i quali spiccano per pregio: un bassorilievo in terracotta raffigurante “Madonna con Bambino” a opera di Luca Della Robbia, asportato nel 1971 da Scansano (GR) e recuperato nel 2019 in Canada; un dipinto a tempera su tavola “Madonna con Bambino” attribuito a Pinturicchio, rubato nel 1990 a Perugia e recuperato nel 2019 a Londra; la scultura in marmo “Ritratto di Giulia Domna”, asportata tra il 2012 e il 2015 da Villa Adriana a Tivoli e recuperata nel 2016 in Olanda.

Arte in ostaggio 42
scultura in marmo “Ritratto di Giulia Domna”, asportata tra il 2012 e il 2015 da Villa Adriana a Tivoli

Questo numero, come i precedenti, è consultabile e scaricabile (in formato Pdf) sul sito istituzionale dell'Arma dei Carabinieri al seguente link:

http://tpcweb.carabinieri.it/SitoPubblico/bollettini;

o al link del Ministero della Cultura: https://www.beniculturali.it/carabinieritpc, nonché sull'applicazione multilingue per dispositivi mobili "iTPC'.

Anche quest’anno è stato pubblicato il bollettino delle ricerche “Arte in ostaggio”, numero 42, edito dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC)

Arte in ostaggio 42
Dipinto a tempera su tavola “Madonna con Bambino” attribuito a Pinturicchio

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione

IL CORPUS JUVARRIANUM PER LA PRIMA VOLTA OFFERTO AL GRANDE PUBBLICO ATTRAVERSO UNA MOSTRA E UNA NOTEVOLE PUBBLICAZIONE

Il 1720 ha rappresentato per la città di Torino un anno di storici e cruciali avvenimenti, dall’annessione ai possedimenti dei Savoia del Regno di Sardegna alla fondazione, in seguito all’editto regio del 25 ottobre, della Biblioteca universitaria dell’Ateneo Torinese, che la stessa Biblioteca Nazionale, a trecento anni di distanza, ha voluto ricordare attraverso uno speciale omaggio al “regista di corti e capitali” Filippo Juvarra.

Per la prima volta viene, infatti, esposto al grande pubblico, al piano interrato dell’edificio di piazza Carlo Alberto, nella sala mostre per l’occasione intitolata al grande architetto messinese, il cosiddetto Corpus Juvarrianum, il più importante e cospicuo fondo di manoscritti, stampe e disegni a lui appartenuto e acquisito dalla Biblioteca tra il 1762 e 1763.

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Nato e cresciuto a Messina, Filippo Juvarra cominciò il proprio percorso di formazione attraverso l’intenso studio del Vignola e l’attività presso la bottega del padre argentiere e, intrapresa la carriera religiosa, si trasferì a Roma dove ebbe modo di interiorizzare il linguaggio della classicità con la pratica dell’indiscusso e fondamentale strumento di lavoro che Carlo Fontana gli consigliò, il disegno.

Non mancarono negli anni le occasioni di dimostrare il proprio talento e il proprio originale estro artistico, elementi che divennero ben presto le chiavi del suo successo internazionale: dai primi incarichi nella città eterna al soggiorno lucchese, dai numerosi interventi nella città sabauda, per volere del re Vittorio Amedeo II, ai viaggi a Lisbona, Parigi, Londra, fino all’ultima chiamata a Madrid dove morì nel 1736.

https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Ed è partendo dalle sue vedute di paesaggi, dalle fantasie architettoniche, dai prospetti, dagli schizzi, o meglio dai "pensieri",  così come egli amava definirli, da lui utilizzati nel corso della sua intera carriera artistica come mezzo di comunicazione di idee e di competenze, che ha saputo mostrarsi non solo un geniale architetto ma un vero artista “a tutto tondo”.

Imponente e quasi impossibile sarebbe l’impresa, avviata da Vittorio Viale già nel 1971, di riuscire a ricostituire l’enorme completo Corpus Juvarrianum, ovvero tutta l’eredità lasciataci dal grande architetto, per mole di materiale e per la dispersione che questa ha avuto nel mondo, ma di certo un grande passo in avanti è stato fatto attraverso il lungo e laborioso lavoro svolto su quanto la Biblioteca Nazionale e Torino, in generale, conserva di questo importante patrimonio.

La mostra, visitabile gratuitamente previa prenotazione fino al 31 maggio (non appena il Piemonte tornerà in zona gialla) è stata curata da Maria Vittoria Cattaneo, Chiara Devoti, Elena Gianasso, Gustavo Mola di Nomaglio, Franca Porticelli, Costanza Roggero e Fabio Uliana, con il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, della CRT-Cassa di Risparmio Torinese, di Reale Mutua Assicurazioni, in sinergia con il Dipartimento Interateneo di Scienze, progetto e politiche del territorio, la Scuola di Specializzazione in beni architettonici e del paesaggio e il Politecnico di Torino, oltre che al patrocinio della Regione Piemonte e del Comune di Torino.

Tre sono i principali filoni nei quali si dipana il percorso espositivo, ciascuno dei quali suddiviso in differenti sottosezioni. Il primo, dedicato agli studi eseguiti negli anni di formazione a Messina e a Roma, fino agli interventi da Primo Architetto civile di Sua Maestà, mostra alcuni tra i più celebre ed importanti progetti per edifici religiosi e laici realizzati nella capitale torinese, come la basilica di carattere votivo e funerario di Superga, l’ormai distrutta Chiesa di Sant’Andrea di Chieri e la straordinaria Palazzina di Caccia di Stupinigi mentre, in uno dei due prestiti ricevuti per l’occasione, ovvero il progetto esecutivo per la rettifica della contrada e della piazza di Porta Palazzo, firmato in tutte le sue parti dallo stesso Juvarra, emerge la sua abilità di urbanista della corte reale.

A questi primi esempi vengono affiancati gli album contenti le testimonianze dell’attività di Juvarra come insegnante, già iniziata presso l’Accademia di San Luca di Roma: una serie di esercizi proposti dal maestro che gli allievi erano chiamati a completare per allenarsi ad acquerellare e “far di pianta”, così come ci mostrano gli esiti di uno dei suoi più talentuosi pupilli, Giovanni Pietro Baroni di Tavigliano.

E ancora una piccola ma singolare sezione dedicata alle targhe e agli stemmi araldici romani, soggetto a lungo sperimentato e studiato da Juvarra tanto da andare a costituire, nel 1711, una vera e propria pubblicazione e che restituisce al pubblico di ogni livello il suo interesse inusuale, e forse poco conosciuto, nei confronti degli elementi decorativi, che dovevano sapientemente dialogare con le strutture architettoniche da lui ideate.

Corpus Juvarrianum
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

Al secondo filone è, invece, affidato il compito di ripercorrere l’attività del Cavalier Juvarra come scenografo, in particolare negli anni romani tra il 1709 e il 1714, con la cruciale esperienza a servizio del Cardinal Ottoboni e dei successivi incarichi. L’approccio con il mondo del teatro gli permise di concepire e saggiare non solo il rapporto tra natura e finzione, visione ed evocazione, ma anche la definizione di sontuosi spazi ariosi continuamente percorribili dallo sguardo. Lo testimoniano molte delle prospettive angolari e dei pensieri rappresentanti vasti saloni e cortili di carceri, realizzati in previsione della costruzione di maestosi apparati scenografici ed inseriti nell’album della Riserva 59.4, un unicum nell’intero corpus dei 18 volumi, poiché creato dallo stesso Juvarra smontando e ricomponendo un personale taccuino di disegni redatto nel 1707 e corredato di numerose didascalie.

Sono stati scelti, a titolo esemplificativo di questo suo importante impegno, i documenti che attestano i lavori eseguiti in occasione dei festeggiamenti, nel 1722, del matrimonio tra Carlo Emanuele e Anna Cristina Ludovica, e della messa in scena dell’opera de il Ricimero, cui segue l’esposizione dello spartito autografo di Antonio Vivaldi dell’Orlando finto pazzo, altro importante tesoro della Biblioteca Nazionale, allo scopo di mettere in relazione due tra i più preziosi e importanti beni conservati dalla biblioteca e rendere conto della fortuna che l’arte del melodramma ebbe a Torino.

La terza e ultima sezione è incentrata sul decennale legame storico-politico tra Sicilia, Piemonte ed Europa, proseguito anche oltre la sostituzione della Sicilia con la Sardegna (1720) fino al 1861, che hanno permesso non solo a Juvarra ma ad un vasto numero di letterati e artisti di approdare in quello che, sempre più velocemente, si stava trasformando in un polo culturale d’eccellenza, e di cui i volumi presentati, in parte di proprietà della Nazionale, in parte di biblioteche private, ne sono la prova.

Il percorso espositivo è inoltre arricchito di un ottimo apparato multimediale, voluto e curato da Tomaso Cravarezza, che consente ai visitatori di sfogliare virtualmente gli album di disegni esposti nelle teche e di apprezzarli nella loro interezza, avendo così modo di costruire un personale “itinerario” tra il Corpus Juvarrianum, alla luce delle proprie conoscenze e curiosità.

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione

Corpus Juvarrianum mostra pubblicazione
Il Corpus Juvarrianum offerto al grande pubblico attraverso una mostra e una pubblicazione alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino

 

Un vasto e complesso progetto, questo, nato nel dicembre 2019 che ha dovuto affrontare il difficile ostacolo della pandemia, tanto da rendere le operazioni di organizzazione talvolta travagliate e da spingere i suoi stessi curatori, nel corso del tragico anno per il mondo dell’arte e della cultura, il 2020, a dubitare della buona riuscita dell’evento. Ma la speranza più grande è stata da loro riposta nella corposa pubblicazione che avrebbe corredato la mostra del 2021 e che il COVID-19 non avrebbe certamente potuto fermare.

Un grande e originale contributo alla vasta letteratura su Filippo Juvarra, a cura di Franca Porticelli, Costanza Roggero, Chiara Devoti e Gustavo Mola di Nomaglio ed edito dal Centro Studi Piemontesi, che ospita, per la prima volta, l’inventario aggiornato dell’intero corpus (soggetto, datazione, tecnica e bibliografia per ciascun disegno) ed una serie di saggi volti a restituire un inquadramento storico, artistico e culturale della produzione juvarriana.

Il ricavato della vendita verrà impiegato per il finanziamento del restauro del manoscritto Dante Alighieri, Inferno, sec XVI, in occasione dell’anniversario dantesco, ulteriore modo per celebrare l’importante ricorrenza della biblioteca, oltre alla possibilità di poter visitare lo spazio allestito, a fianco della sala mostre, con l’antico laboratorio di restauro del libro inaugurato a seguito del devastante incendio del 1904.

Un’occasione, dunque, di presentare, al grande pubblico e ai più esperti in materia, l’eccezionalità di questo patrimonio librario, offerto nella sua compiutezza e corredato da un ampio apparato critico, a testimonianza della genialità e della grandezza di quel Primo Architetto Civile di Sua Maestà che, a distanza di trecento anni, sa ancora stupire e appassionare.

La playlist coi video della mostra è al seguente link: https://youtube.com/playlist?list=PLPebULDXW6aMaWSHbXLBNd3rXsYH-1uyw

Tutte le foto sono state fornite dall'ufficio stampa della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.


Leonardo RAI1

Leonardo, in prima tv mondiale su Rai1 dal 23 marzo

Leonardo

In prima tv mondiale su Rai1 dal 23 marzo

Leonardo RAI1
LEONARDO - una nuova serie evento di Rai1

LEONARDO - una nuova serie evento di Rai1, in onda in prima visione dal 23 marzo, prodotta da Lux Vide con Rai Fiction, Big Light Productions in associazione con France Télévisions, RTVE e Alfresco Pictures, co-prodotta e distribuita nel mondo da Sony Pictures Television, con un cast d’eccezione guidato da Aidan Turner (Poldark, Lo Hobbit), Matilda De Angelis (The Undoing, I ragazzi dello Zecchino d’Oro, Tutto può succedere), Freddie Highmore (The Good Doctor, Bates Motel) nel ruolo di Stefano Giraldi e con la partecipazione straordinaria di Giancarlo Giannini nel ruolo di Andrea del Verrocchio.

LEONARDO racconta in otto episodi (quattro serate), girati interamente in inglese, la storia di un genio la cui personalità complessa ed enigmatica rimane ancora oggi un segreto avvincente. LEONARDO vuole svelare il mistero di uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici della Storia. Conosciamo tutti le sue opere d’arte, ma il suo carattere è ancora ignoto. Cosa muoveva la sua infinita immaginazione? Quale travaglio nascondevano le sue più grandi creazioni? Chi era la donna misteriosa che ha ispirato il suo capolavoro perduto, Leda col cigno, di cui restano solo copie dalla simbologia enigmatica?

Leonardo era il figlio illegittimo di un notaio, Piero Da Vinci. Non riconosciuto dal padre e abbandonato dalla madre, il bambino fu affidato ai nonni paterni che lo crebbero in condizioni durissime. Osservare la natura divenne per Leonardo l’unica via di fuga possibile. La solitudine impostagli da bambino,una volta adulto, diventa un’esigenza: la condizione indispensabile per inseguire e soddisfare la sua curiosità.
Usava l’arte per realizzare opere che glorificassero Dio e la scienza per creare armi, mappe e opere d’ingegneria che rafforzavano il potere di brutali tiranni. Nessun sacrificio era troppo grande, ma nessun risultato era mai abbastanza. Realizzò capolavori come l’Ultima cena, ma molte altre opere rimasero incomplete, perché non raggiungevano, secondo il suo severissimo giudizio, i traguardi impossibili che Leonardo aveva imposto a se stesso.

La serie ha inizio con Leonardo poco più che ventenne; lavora come apprendista nella bottega di Andrea Del Verrocchio a Firenze, dove incontra Caterina Da Cremona che posa come modella.
Ogni episodio si concentra su una delle opere di Leonardo, alcune radicate nella memoria collettiva, altre meno note al grande pubblico: non solo dipinti, ma anche invenzioni, macchine da guerra, grandi sculture in bronzo. In ogni episodio si svela la vicenda che si nasconde dietro ogni opera per raccontare il serrato dialogo che si stabilisce tra questa, la formazione intellettuale di un grande artista e la complessità di un uomo quale è stato Leonardo. Ogni episodio metterà in luce la relazione tra vita e opera d’arte, formazione intellettuale e complessità umana di un grande artista come Leonardo.

LEONARDO svela per la prima volta il mistero dell’uomo nascosto dietro al genio: è la storia di come l’artista più grande che il mondo abbia mai conosciuto scopre che esiste qualcosa di più importante dell’arte: il prezzo della genialità.

LEONARDO è il primo progetto a guida italiana dell’Alleanza tra i tre grandi broadcaster pubblici dell’Europa continentale (Rai, France Télévisions, ZDF) che ha visto la Rai collaborare con il servizio pubblico radiotelevisivo francese.
La serie evento LEONARDO sarà visibile anche in 4k sul canale via satellite Rai4K disponibile al numero LCN 210 della piattaforma tivùsat.

Per visionare il NewsRai dedicato aprire il link.

La storia nella serie TV RAI1 Leonardo

Figlio illegittimo di un notaio della cittadina rurale di Vinci, in Toscana, Leonardo vive un'infanzia solitaria, guidata da un profondo bisogno di ricerca e scoperta. Con instancabile curiosità, spazia tra arte, scienza e tecnologia, infondendo in ogni disciplina una profonda e coraggiosa umanità, liberandole dalle convenzioni del tempo, guidato da un intenso desi- derio di svelare i segreti del mondo che lo circonda. La serie racconta l’enigma dell'uomo oltre il genio, attraverso una storia inedita e originale, fatta di mistero e passione che scava a fondo in una personalità complessa, rivelandone la straordinaria modernità e la profondissi- ma umanità.

I personaggi della serie TV RAI1 Leonardo

Leonardo da Vinci
(Aidan Turner)

Descritto come “l’uomo più instancabilmente curioso della storia”, Leonardo da Vinci incarna l’emblema dell’uomo rinascimentale: pittore, scultore, scienziato, inventore e ingegnere. I suoi codici contengono invenzioni rivoluzionarie che avrebbero richiesto quattro secoli per essere realizzate. Cresciuto in solitudine, Leonardo si tiene lontano da tutti. Tuttavia, è un osservatore attento che guarda il mondo e vede cose che gli altri non vedono. Prova una meraviglia quasi infantile di fronte ai miracoli della creazione. Leonardo mira all’impossibile: la perfezione nell’arte. Le sue debolezze lo tormentano.
La sua energia creativa esplode in modi e toni diversi ogni giorno, a volte controllata, dando poi vita a opere meravigliose, altre, anarchica e vulcanica, rischiando di diventare autodistruttiva per l’artista. Nonostante il suo talento, la perfezione gli sfugge. È inquieto, impaziente e spesso insoddisfatto. Dedica la vita al suo lavoro, a spese di chi gli sta accanto

Stefano Giraldi
(Freddie Highmore)

Stefano Giraldi è un rappresentante della legge a Milano: giovane, ambizioso e di talento. È totalmente dedito al lavoro e vuole fare carriera, con ogni mezzo. Quando un caso insolito arriva davanti al Podestà – Leonardo da Vinci, il più famoso artista del suo tempo, è accusato di omicidio – Stefano pensa sia l’occasione giusta per farsi notare, ma ben presto si accorge di lacune e incongruenze nella ricostruzione dei fatti. Nel tempo che trascorre interrogandolo, inizia a nutrire per lui un profondo rispetto. Il giovane ufficiale inizialmente disinteressato all’arte comincia a esserne toccato.

Caterina da Cremona
(Matilda De Angelis)

Migliore amica di Leonardo, Caterina è diversa da qualsiasi altra donna l’artista abbia mai incontrato. Nata
povera ma con uno spirito inquieto e indomabile, Caterina ha una personalità che lo conquista. È sicura di
sé, diretta, ma il suo comportamento apparentemente deciso e sicuro cela una vulnerabilità e una sofferenza
che solo Leonardo riesce a cogliere. C’è qualcosa nella sua bellezza che Leonardo trova affascinante, ma indefinibile e ben presto ne diventa ossessionato. Caterina è lusingata e al tempo stesso irritata da quest’uomo così singolare.

Ludovico Sforza
(James D’Arcy)

Il Reggente di Milano, Ludovico Sforza, è un uomo potente, affascinante e perspicace. La sua ricchezza
e posizione gli procurano molti nemici, ma è un patrono delle arti e si presenta a Leonardo come un
possibile mecenate. È profondamente orgoglioso e non è abituato ai rifiuti, eppure può anche mostrarsi sorprendentemente gentile. Può esibire grande fascino e affabilità, ma al tempo stesso può risultare
molto pericoloso. Sa essere persuasivo ed è abile a manipolare gli altri in modo da ottenere ciò che
vuole: il potere, la regalità e il prestigio che vengono da un grande passato.

Salaì
(Carlos Cuevas)

Apprendista e amico intimo di Leonardo, Salaì, di straordinaria bellezza, ha un fascino disarmante e un diabolico senso dell’umorismo (da cui il soprannome, Salaì significa “diavoletto”). Pur essendo molto giovane sa comprendere le persone, ma può anche essere arrogante e invadente. C’è qualcosa in lui di istintivamente malizioso e giocoso che deriva forse dalla vita che ha condotto per strada a Milano. Eppure è molto leale e solidale e farebbe qualunque cosa per Leonardo.

Andrea del Verrocchio
(Giancarlo Giannini)

Il giovane Leonardo da Vinci lavora come apprendista nella bottega di un artista conosciuto, Andrea del Verrocchio. Verrocchio è un uomo che suscita timore e i suoi apprendisti lo adulano, ansiosi di colpirlo e fare carriera sotto la sua guida. Ma Verrocchio è un critico severo e non ha tempo per la mediocrità. Ha una solida reputazione da proteggere, per non parlare del suo desiderio di conquistare la gloria artistica. All’inizio non considera molto il singolare, introverso Leonardo, ma quando l’aspirante giovane artista salva una delle sue commissioni più difficili, Verrocchio è colpito dalla sua genialità e lo ingaggia subito per assisterlo a dipingere il famoso Battesimo di Cristo.

Tommaso Masini
(Alessandro Sperduti)

Tommaso è un uomo ambizioso, con una vena di gelosia che affiora quando si sente minacciato e che lo porta ad agire in modo vendicativo, come quando cerca di impedire che Leonardo diventi il primo apprendista del Maestro Verrocchio. Tuttavia è in grado di ammettere i propri errori e porvi rimedio. Dopo aver lavorato per anni accanto a Leonardo, litiga con lui quando si accorge che è disposto a sacrificare la sicurezza di chi gli sta accanto se questa compromette o mette in pericolo la sua arte, e lo abbandona. Spesso Tommaso ha opinioni forti e le esprime in modo diretto, perciò - quando gli viene richiesto da Stefano di descrivere la personalità di Leonardo - non si tira indietro.

Piero da Vinci
(Robin Renucci)

Piero da Vinci è il padre di Leonardo. Assente dalla vita di Leonardo, Piero è rimasto indifferente al figlio, forse vergognandosi della relazione avuta con la madre, una ragazza proveniente da una famiglia povera. Sembra anaffettivo e distante, ma in realtà cerca di aiutare il figlio, mandandolo nella bottega del Verrocchio e finanziando il suo apprendistato. Quando Leonardo verrà allontanato dalla bottega del maestro, gli procurerà una commissione e a dispetto delle accuse di sodomia rivolte a suo figlio, garantisce per lui offrendogli
l’opportunità di portare a termine l’opera. Per la prima volta sembra interessarsi a lui, ma esprime il suo profondo disappunto quando Leonardo non riesce a completare la commissione, distruggendo la
sua speranza di essere finalmente accettato. Quando si rivedranno, alcuni anni più tardi, Piero è consapevole del successo di Leonardo, ma non riesce a esprimere il suo affetto e il suo orgoglio nei confronti del figlio.

Bernardo Bembo
(Flavio Parenti)

Bernardo Bembo, ambasciatore veneziano presso il Duca di Milano, è attraente e possiede un fascino disarmante. Il suo carisma e la sua ricchezza sono notevoli. Caterina è attratta dalla sua sicurezza e dal suo approccio diretto e ne diventa l‘amante. La sua autostima, però, si sgretola quando Bernardo intuisce la profondità del legame che la unisce a Leonardo.
Spinto dalla gelosia, impedisce a Caterina di frequentare l’artista, ma si rende conto che per quanti sforzi possa fare, lei non lo amerà mai dello stesso amore. Perciò la lascia, interrompendo la relazione. Anni dopo, prova ancora affetto per Caterina e così, quando riceve una lettera dalla sua ex amante che è preoccupata per il comportamento di Leonardo, corre subito in suo aiuto.

Galeazzo Sanseverino
(Antonio De Matteo)

Sanseverino è il comandante militare, braccio destro di Ludovico Sforza a cui è profondamente fedele. Protegge il Duca Reggente da qualsiasi minaccia alla sua sicurezza e punisce in fretta chiunque osi tradirlo. È intelligente e spietato. Condivide la sete di potere di Ludovico che considera il duca legittimo di Milano e farà qualsiasi cosa per aiutarlo a conservare il potere.

Note di regia

La prima esperienza che ho vissuto durante la lavorazione di Leonardo è stata un privilegio indimenticabile: un tour privato della collezione di bozzetti leonardeschi della Regina, a Buckingham Palace. Io e gli sceneggiatori  siamo stati accompagnati stanza dopo stanza alla scoperta delle singole pagine estratte dai famosi quaderni di Leonardo, testimoni del suo complesso ed eclettico pensiero reso sotto forma di parole e disegni incredibilmente minuscoli. Nessun frammento di carta è stato sprecato, nessuna idea lasciata inesplorata.
Ciò che colpisce maggiormente l’osservatore è però l’attenzione maniacale di Leonardo per i dettagli. Il suo approccio al processo creativo era quello di uno scienziato, che si trattasse di dissezionare un fiore o cogliere il movimento di un cavallo rampante. Testava e ritestava ogni nozione fino a scoprire una verità o una realtà a cui aggrapparsi. L’immagine che emerge è quella di un uomo ossessivo, in perpetua tensione, totalmente votato alla ricerca, instancabile e sempre insoddisfatto.
Anche noi, in qualità di cineasti, abbiamo dovuto sforzarci di trovare un linguaggio per raccontare questa singolare figura di artista e inventore. Come vedeva il mondo Leonardo? Che esperienza ne aveva? Quali paure lo guidavano, quali gioie lo motivavano, quali relazioni muovevano il suo animo? E come possiamo comprendere la mente di questo straordinario essere umano? Non è una questione di poco conto perché, per quanto Leonardo fosse un genio fuori dal comune dotato di un talento unico, era anche un uomo tormentato da dubbi, debolezze e passioni.
Per guardare il mondo attraverso gli occhi di Leonardo, il mio principio ispiratore è stato quello di rendere ogni aspetto della produzione il più autentico possibile. Dai paesaggi ai suoni, dai materiali alle tecniche, fino ai capelli unti e allo sporco sotto le unghie. Non volevo che ci accontentassimo di provare il mondo di Leonardo, dovevamo abitarlo.
Il nostro direttore della fotografia, Steve Lawes, ha scelto di ricorrere solo alla luce che Leonardo stesso avrebbe utilizzato per dipingere. Luce solare e lunare per gli esterni, lume di candela e fuoco del camino per gli interni.
Il nostro costumista, Alessandro Lai, ha creato un guardaroba spettacolare partendo unicamente dai modelli, dalle trame e dai tessuti dell’epoca.
Anche lo scenografo, Domenico Sica, ha progettato set spettacolari per gli ambienti interni ed esterni, ricreando non solo le location più famose, come il refettorio di Santa Maria della Grazie, dove ancora ammiriamo l’Ultima Cena, ma tutte le strade, le piazze, i tuguri e i saloni dei palazzi del Rinascimento fiorentino e milanese.
Anche nella riproduzione dell’arte leonardesca ci siamo sforzati di perseguire l’autenticità sia nei metodi e nei materiali, sia nella minuziosa cura per i dettagli che Leonardo metteva in ogni cosa.
La sfida che più di tutte ci preoccupava era quella di ricreare l’arte perduta di Leonardo - dipinti come Leda col cigno, sculture come il Gran Cavallo o il gigantesco affresco de La Battaglia di Anghiari, quattro volte più grande dell’Ultima Cena. È quasi disarmante cercare di riprodurre questi capolavori quando tutto quello che hai in mano è qualche studio abbozzato.
Per riuscire nell’impresa, ci siamo affidati a un team di straordinari artisti che hanno cercato, disegnato, dipinto e scolpito 24 ore su 24.
Proprio come la pittura tuttavia il cinema punta non tanto a riprodurre la realtà quanto piuttosto a creare un’impressione del mondo. Un’impressione che ha una sua estetica, una sua palette cromatica, che vive di umori, toni ed espressioni visive proprie.
Uno dei compiti più ardui per noi cineasti è quello di capire come trasmettere la percezione unica di Leonardo, i suoi sogni, i suoi ricordi, le sue fonti di ispirazione. Per farlo, dobbiamo amplificare le sequenze girate con la CGI, sempre però nel pieno rispetto del principio dell’autenticità. Per creare questi voli pindarici, i professionisti degli effetti visivi di Stargate hanno utilizzato solo elementi fisici che Leonardo stesso conosceva e studiava: vento, acqua, fuoco, polvere, fumo e luce.
Al di là delle scelte tecniche la mia speranza è che Leonardo sia una serie davvero appassionante e di rara bellezza, capace di rendere onore a questo sbalorditivo artista.

Daniel Percival

 

 

Comunicato stampa e Foto dall'Ufficio Stampa RAI sulla serie TV RAI1 Leonardo


Terra d'ombra ombra romanzo storico Mariano Rizzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Terra d'ombra: quando il caravaggismo si fa romanzo

Che la citazione sia voluta o meno, immergersi nella lettura di Terra d’ombra è come rimettersi, a quarant’anni di distanza, sulle strade dissestate percorse da Castelnuovo e Ginzburg nel saggio Centro e periferia, per arrivare come allora a scoprire panorami inaspettati e stupefacenti su ciò che crediamo di conoscere.

Motore dell’opera di Mariano Rizzo sono infatti la vita di Paolo Finoglio e la sua eredità artistica. Fenomeni che costituiscono un esempio quasi paradigmatico di quella periferia che in Italia non è quasi mai per i fenomeni di stile approdo passivo e irrimediabilmente ritardatario. Piuttosto laboratorio di soluzioni divergenti, capaci di entrare in competizione con le proposte che arrivano dei centri.

Per affrontare questo tema, e altri non meno impegnativi, l’autore ha scelto la forma del romanzo storico. Una scelta che sulle prime appare quantomeno insidiosa, se non bizzarra e limitante.
​Si tratta però di un giudizio davvero superficiale: mano mano che si procede nella lettura, infatti, si capisce sempre meglio quanto il racconto e l’immaginazione siano funzionali alla ricostruzione di una figura come quella di Finoglio.

E non perché, come si potrebbe dire ricorrendo a un insopportabile cliché, si tratti di un artista la cui “vita sembra un romanzo”. La motivazione sta piuttosto nella necessità di colmare l’irrimediabile lacunosità delle fonti, sanarne l’ambiguità quando non persino scioglierne la contraddittorietà.

Terra d'ombra ombra romanzo storico Mariano Rizzo
Paolo Finoglio, Rinaldo e Armida nel giardino incantato. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Le fonti

Sono di certo le protagoniste in incognito di questo romanzo, come ben si addice al suo autore, paleografo e archivista. Fonti documentarie, certo, ma anche molte fonti materiali: i dipinti, anzitutto.
Si tratta di un corpus vasto, in cui si incrociano opere firmate e opere attribuite, o per via stilistica o grazie a testimonianze scritte. Disomogeneo: per qualità, suggestioni, tematiche​. Affascinante, proprio per quel tanto di sorprendente ed imperscrutabile che modella anche l’atmosfera del romanzo.

Paolo Finoglio, Sacra Famiglia del Cucito, Museo Diocesano (Lecce). Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Stando a quello che sappiamo, (quasi) per certo Finoglio è un pittore di formazione napoletana e scuola tardo-manierista, che divide la sua carriera tra Napoli, Lecce e Conversano, dove trascorre l’ultima parte della sua carriera alla corte di Giangirolamo Acquaviva d'Aragona.
Guardare alle sue tele è come fissare negli occhi la magmatica stagione storica e artistica di cui sono figlie, e di cui Finoglio è interprete attento, curioso, aperto, anche se (o forse proprio per questo) tecnicamente incostante.
Suggestioni che si trasformano in intrecci, visioni ed atmosfere di Terra d’ombra, che ha il merito di tradurre in ​vicenda umana, pensieri e sentimenti queste impressioni che il contatto con l’opera di Finoglio suscita.

Pittore colto ma lontano dagli esiti esasperati del concettismo seicentesco riesce a far convivere con disinvoltura le più articolate composizioni dell’arte accademica di tradizione tardo rinascimentale e le suggestioni carnali e realiste del caravaggismo.

Paolo Finoglio, Nozze mistiche di Santa Caterina d'Alessandria, Palazzo Pretorio di Prato. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Il caravaggismo come stile di vita

L’incontro con l’arte, necessariamente esplosiva, che Caravaggio porta anche a Napoli è uno dei punti di svolta delle vicende del romanzo.
E nella stessa misura la questione del caravaggismo è dirimente per la ricostruzione dei fenomeni pittorici italiani del diciassettesimo secolo. Decenni roventi e contraddittori che Rizzo descrive con le stesse pennellate piene e sapide di Finoglio.

Caravaggio, Martirio di Sant'Orsola, Palazzo Zevallos Stigliano, Napoli. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Caravaggio non ha allievi, ma nessuno, neppure i suoi detrattori, può fare a meno di misurarsi con la sua radicale via alla rappresentazione. Merisi, messo a confronto con la sua eredità, sembra sempre irrimediabilmente alieno. Troppo nordico, troppo estremo. Troppo estraneo al legame mai davvero interrotto con l’antichità romana e greca della pittura italiana. Eppure proprio nei luoghi di Finoglio, proprio in quelle zone dove la lezione di impietosa realtà ottica pare meno in sintonia con il gusto e la cultura della committenza, lì nasce la scuola caravaggista più vivace e fertile.
Ne sono una dimostrazione Finoglio stesso, così come i suoi compagni d’avventura, che punteggiano con ammirevole misura e veridicità le pagine del romanzo. Ribera, Stanzione, Sellitto, Caracciolo, Gentileschi:‌ una cerchia in cui si evolve un caravaggismo del tutto peculiare. Un ambiente che è allo stesso tempo artistico e sociale, che Rizzo tratteggia con grande bravura.

Battistello Caracciolo, Giuseppe e la moglie di Putifarre. Collezione privata, XXVIII Biennale dell'Antiquariato (2013), Courtesy of Maurizio Nobile. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

La finzione narrativa come metodologia d'indagine

Si diceva che la componente “fantastica” e i mezzi della narrazione si rivelano di grande utilità anche dal punto di vista della ricostruzione di fenomeni storico-artistici: il modo in cui l’autore tratteggia le dinamiche della cerchia del caravaggismo napoletano ne è un fenomenale esempio.
Non ci bastano i documenti, non ci bastano le opere. Per ricostruire le dinamiche che legano un gruppo così coeso, che lavora con obiettivi comuni per la stessa committenza, per renderle umane e tangibili non ci si può affidare che alla sensibilità e all’intuito. Alla capacità di creare collegamenti tra quello che si impara sui libri e quello che si apprende attraverso l’esperienza intellettuale, umana ed estetica.

Così rivive nelle pagine di Rizzo una delle stagioni più complesse dell’arte italiana. Attraverso la vicenda umana di Finoglio, così come ce la restituisce l’autore, abbiamo la possibilità di sbirciare nelle prassi di bottega, in quello strano miscuglio di sapienza artigiana, organizzazione aziendale, cialtroneria e talento tanto lontano dalla piatta, riduttiva e insidiosa rappresentazione post-ottocentesca del genio pittorico.

Dipingere nel Seicento

Dipingere nel Seicento, così come praticamente in tutta la storia prima del ventesimo secolo, significa essere artigiani, imprenditori, mercanti di se stessi (e di altri). Senza che tutto questo possa offuscare la reale passione, si potrebbe dire il demone della creazione, di quel fare artistico che inevitabilmente ha qualcosa a che fare con la magia. Rievocare figure, imitarne la carne, il sangue, il calore, fino a renderle più inesorabilmente vere e presenti dei modelli cui si ispirano: il romanzo ci suggerisce che dipingere sia un atto stregonesco, o sciamanico.
E non si può dare torto al suo autore per aver concepito questa lettura dell’opera di Finoglio. Occorre al contrario riconoscere che ci sia qualcosa di dolce e al contempo perturbante nel costante ritorno dei visi femminili, tutti allo stesso modo infantili e imbronciati. Nel dialogo impervio e gustoso degli azzurro polvere con i verdi vescica, che a loro volta duettano con i rossi aranciati, come nei bagliori dei riflessi sui metalli, luci improvvise che mantengono un insondabile fondo di oscurità.

Paolo Finoglio, Martirio di Sant'Orsola e le compagne. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Terra d’ombra è un romanzo che ha più di un merito: provare a indagare un momento vivacissimo dell’arte italiana. Farlo a partire da un nome non così noto, da un autore non impeccabile dal punto di vista tecnico;‌ farlo a partire da un’indagine scrupolosa delle fonti, si tratti di documenti o dipinti. E soprattutto utilizzare l’invenzione, la finzione, come strumento d’indagine. Come metodologia che consente di stabilire una verità più solida, completa e coerente di quella cui possiamo arrivare se ci fermiamo all’indagine delle fonti certe.
​Per raccontare l’avventura di dipingere serve un romanzo.


Anne Frank fumetti

Anne Frank a fumetti: le annotazioni del retrocasa reinterpretate da Ozanam e Nadji

Anne Frank a fumetti: le annotazioni del retrocasa reinterpretate da Ozanam e Nadji

Il legame tra narrazione a fumetti e memoria è particolarmente affascinante. Raccontare con le immagini aggiunge forza ed immediatezza al messaggio che si vuol dare, non è un caso che spesso opere letterarie che vengono adattate in fumetti acquistino una “vita” propria, “Il diario di Anne Frank” è uno di questi casi.

Anne Frank fumetti

La Star Comics ha recentemente pubblicato il “Diario di Anne Frank” in un volume autoconclusivo tratto dalla prima edizione del diario, curata da Otto Frank, padre di Anne, pubblicata come “Il retrocasa: annotazioni al diario dal 12 Giugno 1942 al 1 Agosto 1944”.

La sceneggiatura è di Antoine Ozanam (già sceneggiatore di Klaw) e i disegni di Nadji (il suo blog: http://vertfluo.blogspot.com/).

Anne Frank è una ragazza ebrea che per i suoi tredici anni riceve un diario eleggendolo subito a suo più intimo confidente, battezzandolo Kitty.
Una premessa di poco conto, se quel diario non fosse una delle rarissime testimonianze dei tanti giovani ebrei che hanno vissuto la seconda guerra mondiale e l'orrore delle persecuzioni naziste. In quelle pagine Anne riversa la sua vita da rifugiata in una “retrocasa” di Amsterdam.

Non è la prima volta che il diario della giovane Anne si presta ad essere reinterpretato come fumetto, il lavoro di analisi e comprensione dell'opera letteraria da parte dello sceneggiatore si fonde allo stile di disegno essenziale di Nadji, rendendo le azioni e riflessioni della protagonista vivide e mai distanti.

Anne Frank fumetti
La retrocasa dove Anne vivrà per due anni con la famiglia e altre persone diventa il macrocosmo nel quale la ragazza passerà gli anni della sua adolescenza.
Anne è la più giovane in quella dimora nascosta, gli adulti riversano su di lei aspettative e frustrazioni, senza che lei abbia la possibilità di ribattere senza essere bruscamente messa a tacere.
Come tutte le adolescenti, Anne si ribella, si fa delle domande, si innamora ed osserva il mondo attorno a lei: la guerra è una eco terribile, fa tremare le pareti di quel rifugio che diventa di anno in anno sempre più fragile.

La retrocasa viene delineata con pochi tratti, lasciando spesso lo sfondo vuoto per non distrarre il lettore dai personaggi e dai loro discorsi, vera anima dell'opera. Il fumetto fa un grande uso di tinte desaturate, come a voler rappresentare la perenne penombra di chi vive senza dover essere visto, relegando i toni caldi ai momenti più astratti quando Anne non parla a Kitty, il suo diario, ma rende noi “Kitty”.
L'autore si prende la libertà di colmare le lacune della narrazione frammentaria del diario, dimostrando di aver capito la personalità della giovane protagonista.

La gabbia delle vignette è spesso rigida, le vignette si susseguono inframezzate da ampi spazi bianchi. Ad interrompere il ritmo e la narrazione si aprono splashpage che ci trasportano nell'immaginazione della giovane autrice, animando le sue fantasie e preoccupazioni.

Il diario di Anne Frank” non è pensato per un pubblico che vede nel fumetto una via “facile” per leggere un libro, è un'interpretazione sensibile e rispettosa del contesto, dei sentimenti di Anne e di chi ha vissuto attorno a lei.

Non occorre vivere momenti così tragici per entrare in sintonia con il pensiero della giovane Anne che ha il pregio di rendere tangibili, comprensibili i suoi problemi e i suoi dilemmi in maniera così incredibilmente universale.

Anne Frank fumetti
La copertina del volume Il diario di Anne Frank, a cura di Antoine Ozanam e Nadji, pubblicato da Edizioni Star Comics (2020)
Il diario di Anne Frank
“Il retrocasa annotazioni al diario dal 12 giugno 1942 al 1 agosto 1944”

AUTORI: Antoine Ozanam (sceneggiatura), Nadji (disegni)
EDITORE: Star Comics
DIMENSONI:17x24, brossurato a colori
PAGINE:144
PREZZO:€.13,90
ISBN: 978-8822621375
Il fumetto è disponibile anche su Amazon

 

Per le immagini si ringrazia Edizioni Star Comics.