Da Caravaggio a Pasolini…senza passare dal via

Mart: da Caravaggio a Pasolini… senza passare dal via

Da Caravaggio a Pasolini…senza passare dal via - Classicult  Caravaggio Pasolini

È stata inaugurata al Mart di Rovereto la mostra che raffronta il “Seppellimento di Santa Lucia” del Merisi ad opere di Alberto Burri, Cagnaccio di San Pietro e Pier Paolo Pasolini.

Sicuramente l’abbattimento delle barriere tra le differenti modalità espressive è stato uno degli argomenti a sostegno dell’esposizioneCaravaggio. Il contemporaneo” ideata da Vittorio Sgarbi, presidente del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

È così che in questo percorso di visita, non scevro da polemiche per il prestito dell’opera caravaggesca custodita all’Ortigia, si trovano raffrontati un maestro della storia dell’arte figurativa ed uno dei più importanti intellettuali del XX secolo. In realtà l’interesse di Pasolini per la pittura ha radici profonde, ma il collegamento tra le due grandi figure, nella mostra del Mart, passa prima per altri due soggetti: Alberto Burri e Cagnaccio di San Pietro.

Tutto ha inizio dall’assunto che l’arte possa essere contemporanea, indipendentemente dalla sua datazione, se un’opera, in un certo qual senso, continua a vivere.

Così il percorso espositivo trentino, visitabile fino al 14 febbraio 2021, si apre con il “Seppellimento di Santa Lucia”, di norma conservato nella chiesa siracusana di Santa Lucia alla Badia. La tela è occupata per due terzi dallo sfondo delle catacombe dove la patrona della città sicula sta per essere inumata. Un’assenza di forma che si rapporta alle concezioni del grande maestro dell’informale: Alberto Burri. Il “Ferro” della Galleria Nazionale, una “Plastica” da collezione privata e tre opere del Mart (“Rosso e nero”, “Sacco”, “Sacco combustione”) testimoniano quanto sopra riportato.

Caravaggio Pasolini

Da Caravaggio a Pasolini…senza passare dal via - Classicult
Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. "Seppellimento di Santa Lucia, 1608, chiesa di Santa Lucia alla Badia.

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Il capolavoro caravaggesco tornerà in Sicilia in tempo per la ricorrenza del 13 Dicembre, venendo sostituito da una copia espressamente commissionata ad un laboratorio spagnolo specializzato proprio dal Mart.

Ma le somiglianze tra due autori così distanti cronologicamente tra loro non finiscono qui. Il dipinto del 1608 ha subito dei danni nella porzione inferiore, dove il colore si dirada lasciando campo alla superficie originaria. Richiamo, secondo gli organizzatori dell'esposizione, ai “sacchi” del celebre pittore umbro.

Caravaggio il contemporaneo

Da Caravaggio a Pasolini…senza passare dal via - Classicult
Alberto Burri, "Sacco combustione, 1952-1958, collezione privata.

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Inoltre Burri e Caravaggio erano entrambi intimamente legati alla terra sicula: il primo la omaggia con una famosissima opera di land art, il “Cretto di Gibellina”, il secondo vi si rifugia dopo essere fuggito da Malta.

Prima di arrivare a Pier Paolo Pasolini il percorso espositivo si sofferma su Cagnaccio di San Pietro, maestro del realismo ancora poco valorizzato.

I naufraghi” riportano prepotentemente in primo piano il tema del corpo morto che giace ai piedi degli astanti, facendo viaggiare le menti dei visitatori verso le contemporanee tragedie del mare.

Caravaggio Pasolini

Caravaggio Pasolini
Cagnaccio di San Pietro, "I naufraghi, 1934, Mart, Collezione VAF-Stiftung.

Caravaggio Pasolini

Dal realismo pittorico al neo realismo il passo è breve: è così che entra in scena Pier Paolo Pasolini.

Nato a Bologna e trasferitosi anch’egli a Roma, non prima di essere stato allievo di Roberto Longhi, a cui si deve proprio la “riscoperta” di Caravaggio, Pasolini rappresenta letterariamente i “ragazzi di vita” che Caravaggio ritraeva. Il “Bacco” degli Uffizi, il “Ragazzo morso da un ramarro” (uno dei quali di proprietà di Longhi stesso), l’”Amor vincit omnia”.

La tragica fine dell’intellettuale, testimoniata in mostra da alcuni scatti tratti dai fascicoli del processo, il fango del luogo del suo ritrovamento si uniscono concettualmente alla raffigurazione della Santa Lucia caravaggesca.

Vita, scandali, censure, morti violente: in realtà la consonanza delle due esistenze era già stata affermata in passato da critici quali Cesare Garboli, Federico Zeri e la scrittrice Gabriella Sica.

A completare il percorso campeggiano cinque indimenticabili ritratti fotografici di Pasolini, realizzati da Dino Pedriali. Vennero resi pubblici solo 35 anni dopo la sua scomparsa.

Al Mart il legame tra antico e contemporaneo verrà esplicitato anche da altri raffronti, in un ciclo espositivo che si concluderà nel 2022: Raffaello e Picasso, Canova e Mapplethorpe.

Attualmente i cinquemila metri quadri dell’istituzione non sono dedicati solo alla mostra sopra descritta: a completare il calendario espositivo del Museo ci sono altre esposizioni interessanti, oltre alla collezione permanente. Tra queste merita un accenno “Carlo Benvenuto. L’originale”, dedicata ad uno dei più interessanti artisti contemporanei, in dialogo con de Chirico, Morandi e Guttuso.

photo credits: Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

 


Dare voce alla natura: il dialogo tra Ligabue e Vitaloni in mostra a Parma

“Ligabue & Vitaloni - Dare voce alla Natura” - La mostra a Parma

Qualche tempo fa, con l’uscita del film “Volevo Nascondermi” di Giorgio Diritti, abbiamo riscoperto la figura dell’artista Antonio Ligabue (1899-1965), superbamente interpretata da Elio Germano (per saperne di più, qui la recensione del film).

In questo periodo, proprio a Parma - città molto vicina a Gualtieri, dove l’artista ha vissuto e ha dipinto per la maggior parte della sua vita - si sta svolgendo un’importante mostra che raccoglie più di 80 opere tra dipinti e sculture di Ligabue, oltre che 15 opere plastiche del nostro contemporaneo Michele Vitaloni, in un dialogo e sincretismo perfetti, dove la natura diventa il fil rouge dell’intera esposizione.

La mostra “Ligabue & Vitaloni. Dare voce alla Natura” è realizzata da Augusto Agosta Tota, Marzio Dall’Acqua e Vittorio Sgarbi, organizzata dal “Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue di Parma” e promossa dalla “Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma”; il luogo scelto per ospitarla è Palazzo Tarasconi, nella sua prima riapertura al pubblico dopo diverso tempo.

La rassegna è inoltre dedicata alla memoria di Flavio Bucci, l’attore scomparso lo scorso 18 febbraio che, con la sua indimenticabile interpretazione, aveva dato volto ad Antonio Ligabue, nel film diretto nel 1982 da Salvatore Nocita.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

L’allestimento, molto minimalistico, gioca tutto sul contrasto tra gli ambienti del palazzo e i colori vibranti dei dipinti; il visitatore si immerge tra sculture e quadri anche grazie alle luci che svelano il più piccolo dettaglio e particolare, oltre che alla musica d’atmosfera caratterizzata da suoni di fiere e fruscii del vento.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

 

La suddivisione degli spazi favorisce un incontro tra Ligabue e Vitaloni ben riuscito, evocativo sia per la resa del dinamismo e per la vividezza della pittura del primo, sia per lo straordinario realismo e la maestosità scultorea del secondo.

E così si susseguono leopardi, tigri, leoni ma pure ben più miti (e meno esotici) cavalli, volpi, mucche in scene di vita agreste.

Antonio Ligabue, Volpe con rapace, 1959, olio su tela, cm 120x150
Michele Vitaloni, Leopardo, 2015, Busto di Leopardo, Fusione in bronzo, Dipinto ad olio, Limited Edition 9, h. 62 cm

Questo trionfo della Natura rende anche inesorabile la presa di consapevolezza, da parte dell’osservatore, del posto dell’Uomo nel disegno complessivo: ci si rimpicciolisce davanti alle imponenti sculture di Vitaloni, si partecipa passivamente al combattimento tra animali feroci nelle raffigurazioni di Ligabue.

Antonio Ligabue, Re della foresta, 1959, olio su tela, cm 190x251

Nella mostra viene dato ampio spazio anche all'attività ritrattistica del Ligabue, con un’ampia sezione in cui compaiono diversi personaggi, protagonisti nella sua vita a Gualtieri, tra cui il ben noto “Ritratto di Elba”.

Ultima sala in ordine di visita della mostra, è lo spazio dedicato alla serie di autoritratti di Antonio Ligabue; non appena si entra ci si trova in uno spazio davvero suggestivo, ovoidale, con i quadri disposti lungo le pareti in modo armonico e coerente.

Gli autoritratti sono liberamente accostati e non in ordine cronologico, il che fornisce una diversa chiave interpretativa, soggettiva rispetto agli occhi di chi guarda.

Ligabue Vitaloni dare voce alla natura mostra

Una mostra, dunque, che corona l’apogeo di Parma come capitale italiana della cultura 2020-2021: aperta dal 17 settembre 2020, è visitabile fino al 30 maggio 2021.

 

Antonio Ligabue, Re della foresta, 1959, olio su tela, cm 190x251

photo credits: Fondazione Archivio Antonio Ligabue di Parma

 


Primo Chiostro Complesso Monumentale di San Pietro Università degli studi di Perugia

Torna a splendere il “primo Chiostro” del Complesso Monumentale di San Pietro 

Torna a splendere il “primo Chiostro” del Complesso Monumentale di San Pietro 

Rettore Oliviero: “L’armonia estetica di un luogo influenza positivamente chi lo frequenta” 

 

Primo chiostro San Pietro
Il Rettore Maurizio Oliviero e la progettista Giulia De Leo

Primo chiostro San Pietro
Il taglio del nastro

Taglio del nastro, nella giornata del 9 Ottobre, per il restaurato “primo Chiostro” del Complesso Monumentale di San Pietro, in Borgo XX Giugno, a Perugia, in occasione dell’apertura di Umbrialibri 2020, alla presenza del Magnifico Rettore dello Studium Prof. Maurizio Oliviero. 

Primo chiostro San Pietro
Il “primo Chiostro” del Complesso Monumentale di San Pietro

Un diffuso sentimento di ammirazione per la bellezza del luogo ha caratterizzato la cerimonia: uno splendido sole autunnale, infatti, ha fatto risaltare l’armonia delle forme dello storico edificio abbaziale il quale, grazie a questo intervento filologico, è stato riportato al colore originario, che come scrisse nel 1778 Padre Galassi era – ed oggi è tornato ad essere - “un grazioso colore tendente al verdognolo con tutti li risalti, conci, e ornati del colore di travertino, che tutto insieme faceva un’ottima lega”. 

Il Rettore dell'Università di Perugia, Maurizio Oliviero

“L’armonia estetica di un luogo ha la capacità di influenzare positivamente chi lo frequenta – ha evidenziato il Rettore, con una punta di emozione, in apertura della cerimonia -. Lo splendido lavoro di restauro del primo chiostro del complesso monumentale di San Pietro non restituisce semplicemente la dovuta dignità a un luogo di indiscusso valore storico-artistico. Grazie al certosino lavoro di indagine archivistica e diagnostica compiuto dagli addetti ai lavori e alla preziosa collaborazione con la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, che voglio ringraziare pubblicamente, rappresenta soprattutto un gesto di amorevole attenzione al prossimo e agli spazi del vivere comune, affinché la bellezza ci circondi sempre più. Il tema della manifestazione di quest’anno di Umbria Libri è ‘“Prossimo contatto’: un augurio che è di buon auspicio per il futuro”. 

I lavori nel chiostro, la cui edificazione, avviata nel 1614 da Valentino Martelli (1550-1630), venne ultimata dal Lorenzo Petrozzi nel 1705, sono iniziati nel maggio 2019 e si sono conclusi nello scorso mese di settembre 2020. L’esecuzione è stata affidata alla spoletina COO.BE.C SOCIETA COOPERATIVA.  

L’intervento ha riguardato il restauro degli intonaci, delle antiche pietre – principalmente granito e travertino, ma anche varia diverse tipologie - e degli stucchi, oltre che la realizzazione di nuovo impianto elettrico, per un investimento complessivo di quasi 500 mila euro (472.350 Euro più iva). 

il Prof. Paolo Belardi, Delegato rettorale per il settore Patrimonio

Ad accompagnare il Rettore in occasione del significativo evento il Prof. Paolo Belardi, Delegato rettorale per il settore Patrimonio. “Nel Piano della Comunicazione che è stato recentemente adottato – ha sottolineato il Prof. Belardi -, la ‘visione’ dell’Università degli Studi di Perugia è sintetizzata mediante un elenco di parole-chiave nel cui ambito risaltano ‘patrimonio’ e ‘ricerca’. Credo che l’inaugurazione odierna coniughi mirabilmente queste due parole, in quanto restituisce alla città una parte importante del patrimonio universitario, quale il primo chiostro del complesso monumentale di San Pietro, dopo averlo restaurato con il rigore scientifico di un’attività di progettazione in cui i confini tra professione e ricerca sono stati labili”. 

Primo chiostro San Pietro
da sinistra, Dom Elías Candelaria García, Valeriana Mazzasette, Maurizio Oliviero, Martino Belardi

Sono inoltre intervenuti l’Arch. Valeriana Mazzasette, in rappresentanza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, la restauratrice Dott.ssa Paola Passalacqua, il Prof. Gaetano Martino, che ha dato il benvenuto ai presenti quale Direttore del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Ambientali, Dom Elías Candelaria García (Osb), presbitero della basilica abbaziale di San Pietro di Perugia, il quale ha ringraziato a nome della Comunità benedettina il Magnifico Rettore per lo splendido lavoro realizzato e l’Arch. Giulia De Leo, progettista dei lavori di restauro, la quale ha dettagliatamente descritto le fasi della ricerca archivistica che ha permesso la ricostruzione dell’aspetto originario del chiostro e le attività di analisi di tutti i materiali costruttivi realizzata al fine di progettare  l’intervento. 

l’Arch. Giulia De Leo, progettista dei lavori di restauro

L’Arch. Valeriana Mazzasette ha quindi sottolineato l’accuratezza del lavoro realizzato dalle maestranze altamente specializzate incaricate nel restauro, esprimendo il suo plauso per l’ottimo lavoro di gruppo fra i professionisti e le istituzioni coinvolte.  

  I tecnici hanno illustrato in dettaglio le opere effettuate, ovvero il ripristino delle parti d’intonaco e tinteggiatura ammalorati, la verifica della stabilità delle decorazioni e delle parti architettoniche aggettanti rispetto alle facciate e la conservazione delle superfici architettoniche storico – artistiche. Ciò ha consentito il ripristino delle ottimali condizioni conservative delle superfici del portico e del prospetto al piano primo nei suoi intonaci, stucchi e paramenti lapidei, al fine di ottenere la piena godibilità delle strutture architettoniche e degli spazi, grazie anche alla nuova illuminazione.  

Primo chiostro San Pietro
Aula Magna

 

Testo e foto dall'Ufficio Stampa dell'Università degli Studi di Perugia


La Fornarina raggi X Raffaello Sanzio

Arte e tecnologia: i raggi X sulla Fornarina ci restituiscono “Raffaello da vicino”

Com’è ben noto, gli studiosi dell’arte talvolta si servono degli ausili tecnologici per approfondire la conoscenza di specifiche opere di particolare interesse. L’uso della fluorescenza ha, infatti, più volte consentito la visione di disegni preparatori o addirittura di opere celate al di sotto di quelle in superficie, riportando alla luce elementi altrimenti non visibili.

Talvolta queste tecnologie innovative vengono adoperate per studiare meglio la tecnica pittorica dell’artista, il suo modo sapiente di utilizzare pigmenti, giungendo a notevoli risultati, si è evidenziato anche grazie all'imaging e attraverso lo studio degli elementi chimici sulla tela. È questo il caso della Fornarina” di Raffaello Sanzio, dipinto a olio su tavola, delle dimensioni di 87 x 63 cm., risalente approssimativamente al 1520 e custodito a Roma a Palazzo Barberini. La celeberrima opera ritrae una donna seminuda seduta a mezza figura, dai capelli mori raccolti, con la firma dell’autore posta sul bracciale con su scritto “Raphael Vrbinas”. È stata oggetto di indagini il 28, 29 e 30 gennaio scorsi, dopo mesi di approfondimento e valutazione storico scientifica i risultati sono stati resi pubblici il 21 settembre.

La Fornarina raggi X Raffaello Sanzio
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1520 circa, olio su tavola, cm 87 x 63: il dipinto è stato oggetto di una scansione macro della fluorescenza dei Raggi X. Foto con la sequenza degli elementi, dall'alto a sinistra è: Calcio, Ferro, Rame, Manganese, immagine al visibile, Oro, Piombo, Mercurio, Stagno.

L’analisi si inserisce nel Progetto MU.S.A. (Multichannel Scanner for Artworks) che ha proceduto alla creazione di uno scanner multicanale che, mediante attività di imaging, ha mappato la distribuzione degli elementi chimici risalendo ai pigmenti adoperati da Raffaello. “Emmebi Diagnostica Artistica” e “Ars Mensurae” hanno collaborato a tal fine con l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), coadiuvati dal CNR ISMN, dal CHNET (Cultural Heritage Network) e da atenei quali La Sapienza e l’Università di Roma 3. Si è, dunque, proceduto ad una scansione macro della fluorescenza dei Raggi X (MA-XRF) che ha permesso di ricostruire il processo esecutivo del dipinto di Raffaello noto come la Fornarina.

Come evidenziato da Paolo Branchini dell’INFN, siamo di fronte ad uno dei migliori esempi di come una tecnologia innovativa ideata originariamente per scopi settoriali (gli studi di fisica fondamentale nel realizzare rilevatori di particelle) venga poi applicata ad altri ambiti di ricerca, contribuendo all’analisi approfondita dei beni culturali e alla loro migliore conservazione.

Chiara Merucci, delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini (sede dell’opera nella Galleria Nazionale d’Arte Antica), ha enfatizzato il contributo conoscitivo apportato dalla scansione macro XRF. La strumentazione si rivela altresì utile per dipinti di grandi dimensioni. È stato così possibile individuare l’intreccio di pigmenti e forme sapientemente distribuiti per dare tridimensionalità all’immagine.

La rilevata distribuzione di ferro e piombo corroborano la tesi della stesura di una base chiaroscurata com’era solito fare all’epoca, mentre la presenza del mercurio (indice dell’uso del cinabro) mostra una revisione del fondo, già scovata nel 1983 tramite radiografie, che ha mutato l’assetto chiaroscurale del soggetto ritratto. In tal modo, la visione della ripartizione di rame, ferro, calcio e manganese ha rivelato la complessità del fondo di vegetazione, fornendone un’insolita visione: mentre le foglie più grandi sono esito di stesure di ferro, o ferro e manganese, i rami invece sono stati realizzati con del verde di rame e nero d’ossa.

È stata poi effettuata una comparazione tra le indagini del 1983, quelle del 2001 e quelle odierne nell’intervento di Claudio Seccaroni di Enea. In virtù delle diverse tecnologie adoperate, con i vantaggi e i limiti che ciascuna comporta, si integrano agli ultimi risultati i contributi apportati dall’originaria ricerca svolta da La Sapienza e quelli successivi forniti da Enea. Hanno fatto seguito riflessioni più mirate sui materiali dell’opera e sulle potenzialità diagnostiche di ciascuna tecnica analitica.

Per quanto concerne l’integrità del dipinto, con Giovanna Martellotti (CBC Conservazione Beni Culturali Soc. Coop.) è stata descritta l’attività di restauro effettuata nel 2000, diretta da Lorenza Mochi Onori e curata da Cinzia Silvestri e Rosanna Coppola. A tal riguardo Giovanna Martellotti ha comparato i dati dell’osservazione delle varie fasi di restauro con i risultati delle ricerche svolte da Enea, PanArt, Istituto Nazionale di Ottica e R&C scientifica.

Infine, è stato effettuato un excursus sulla storia del dipinto e sulle informazioni certe che abbiamo di esso, quali la menzione della sua presenza nella collezione di Caterina Sforza nel 1595, ed il successivo inserimento tra le opere delle Gallerie Nazionali. A parlarne è Alessandro Cosma delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini, illustrando le incertezze che permangono sull’opera: il suo significato, la destinazione d’origine e i tempi di realizzazione, probabilmente ben più lunghi di quanto sinora supposto.

A ciò si aggiunge il mistero dell’identità della Fornarina, associata alla donna amata dal pittore e solo nell’Ottocento identificata con Margherita Luti, figlia di un fornaio di Trastevere da cui trae il nome. Permangono, quindi, dei dubbi sull’opera che hanno a lungo diviso la critica e che sembrano destinati a rimanere tali.

Raffaello Sanzio La Fornarina
Raffaello Sanzio, La Fornarina, 1520 circa, olio su tavola, cm 87 x 63. The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1]. Immagine in pubblico dominio

È prevista la pubblicazione degli atti della giornata (21 settembre) e alla scansione macro della fluorescenza dei Raggi X della Fornarina di Raffaello Sanzio, grazie al finanziamento della Regione Lazio.


libri Neamt Carabinieri

Indagine internazionale porta al recupero di preziosi libri antichi

Si sono concluse nella giornata di mercoledì 16 settembre le operazioni della Polizia Nazionale romena che hanno portato al recupero nella contea di Neamt di preziosi libri antichi, rubati a Feltham (Inghilterra) nel gennaio 2017 da un'organizzazione criminale rumena. Questo risultato è stato possibile grazie ad una collaborazione con la Metropolitan Police di Londra e il Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC).

recupero Libri antichi

I libri, proprietà di tre collezionisti tra cui due italiani, si trovavano momentaneamente in un capannone a Feltham, in attesa di essere portati a San Francisco, in vista della 50° mostra internazionale dei libri antichi. I ladri si erano intrufolati all'interno dell'edificio sfondando i lucernari, calandosi all'interno con l'aiuto di corde.

Immediatamente dopo il furto, i preziosi volumi sono stati inseriti nella Banca Dati dei Beni Culturali sottratti illecitamente, ovvero la più grande banca dati di opere d’arte trafugate al mondo e gestita dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale.

Una svolta nelle indagini è avvenuta il 26 giugno scorso, che ha portato all'arresto di quindici persone tra Romania e Inghilterra. Sono state condotte, inoltre, 45 perquisizioni ed effettuati sequestri di libri rubati in Italia, Regno Unito e Romania.

All'inizio del 2020 è stato arrestato a Torino l'uomo al vertice dell'organizzazione, un quarantenne rumeno, dai Carabinieri del Nucleo TPC di Monza, in esecuzione di un mandato di Arresto Europeo emanato dall'autorità giudiziaria inglese.
In seguito all'arresto, l'uomo ha collaborato con i Carabinieri, fornendo informazioni essenziali per le successive fasi delle indagini di questa complessa operazione congiunta.

L’attività investigativa è stata supervisionata a livello internazionale da Eurojust e Europol, agenzie specializzate nella lotta al crimine in territorio europeo, e condotta per la parte italiana dalla Procura della Repubblica di Milano.

A operazione ultimata, sono stati effettuati tutti gli accertamenti sui volumi, che si sono conclusi con la restituzione ai proprietari.

 

Foto dall'Ufficio Stampa Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale sul recupero dei libri antichi rubati a Feltham nel 2017.


“Volevo nascondermi”: un Ligabue inedito al cinema

volevo nascondermi Antonio Ligabue

In un primo momento potremmo definire “travagliata” l’uscita di Volevo nascondermi nelle sale italiane: programmata per il 27 febbraio 2020, viene inevitabilmente rimandata dopo la chiusura dei cinema e degli altri luoghi di cultura, i primi ad essere interessati dalle disposizioni per il contenimento della pandemia.

Al contrario, la lunga attesa creatasi e le aspettative sempre più alte, dopo la vittoria di Elio Germano dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, vengono ripagate appieno ora, con la pellicola finalmente nei cinema.

Il regista Giorgio Diritti propone una nuova interpretazione dell’esperienza artistica di Antonio Ligabue, pittore e scultore attivo a Gualtieri, paesino in provincia di Reggio Emilia, dagli anni venti del secolo scorso.

La parte biografica, esaurientemente esposta anche tramite diversi rimandi all'infanzia di Ligabue, agli internamenti in istituti psichiatrici e alle incomprensioni verso il suo particolare carattere, definisce i contorni del mondo interiore dell’artista senza mai eccedere nella pretesa di un lavoro documentarista.

Si crea così un armonico contrasto tra i grigi delle esperienze da lui vissute e i colori vividi dei suoi quadri, i cui protagonisti indiscussi sono gli animali. Spesso li ritrae tesi, in movimento, a volte immersi nell'ambiente che li circonda, altre volte consapevoli dell’osservatore umano, quasi in segno di autodifesa.

Allo stesso modo lui viene catapultato fuori dal suo habitat, espulso dalla nativa Svizzera, trovando proprio negli elementi naturali e faunistici non solo sé stesso ma anche un sentimento primordiale, non intaccato dalla falsità e dalla manipolazione dell’uomo.

In questo senso possiamo ammirare al massimo del suo potenziale il magistrale Elio Germano che, con un’esperta mano sartoriale, si cuce addosso un abito da Antonio Ligabue perfettamente calzante.

Prima di lui solo l’attore Flavio Bucci, scomparso proprio a febbraio di quest’anno, ha rappresentato al meglio l’artista in uno sceneggiato televisivo del 1977.

L’attore romano, dunque, è riuscito perfettamente nel riprodurre le sfaccettature del suo carattere, dando più risalto alle “luci” rispetto alle “ombre” nella sua vita: fra tutte l’amicizia con l’artista Renato Marino Mazzacurati, che sancisce l’inizio di una florida attività creativa, così come quella con lo scultore Andrea Mozzali, che resterà con lui fino alla fine.

Figure importanti, sia pur evanescenti nella vita del Ligabue, sono le donne.

Nel film è evidente l’influenza che ha avuto su di lui la madre: una figura granitica, severa, quasi complementare alla madre adottiva, poiché più comprensiva nei confronti di un ragazzo irrequieto e irascibile.

Agli inizi della sua vita a Gualtieri (un paesino in cui veniva spesso guardato con diffidenza), fa la sua apparizione una bambina, che gli offre un primo approccio di gentilezza nei suoi confronti dopo diverso tempo. La morte prematura di quest’ultima, quasi da episodio leopardiano, segna profondamente Ligabue, ed è proprio da questo evento traumatico che scaturisce la realizzazione del “Ritratto di Elba”.

Ben più tardi, dopo la realizzazione come artista e la crescente visibilità, sorge in Ligabue il desiderio di dedicare del tempo al suo essere uomo, al suo bisogno di una compagnia femminile: Cesarina è la ragazza della locanda che frequenta quotidianamente, oggetto del desiderio che resta per lui irraggiungibile.

In un momento del film viene re immaginata una scena accaduta realmente e ripresa nel documentario del 1962, in cui Ligabue, dopo aver realizzato per lei un disegno, chiede insistentemente alla giovane un premio al grido di “Dam un bes! Dam un bes!”

Dopo aver dato spazio alla figura umana, nel film si torna spesso ad osservare da vicino il processo di gestazione e realizzazione dell’opera da parte del pittore-scultore:  l’eccentrico Ligabue è solito passeggiare nei luoghi lontani dall'uomo, quei paesaggi agresti rievocati nei suoi dipinti, portando sempre legato al collo uno specchio in cui spesso si osserva, e rievocando lui stesso i versi delle belve feroci quasi a volerle personificare, per poi renderle al meglio nelle sue opere.

In particolare, nel film, vi è una scena ben costruita che si incentra sull'approcciarsi di Ligabue alla tela bianca: Diritti lo raffigura concentrato in un rito sacro fatto di ruggiti e spasmi che precedono il concepimento dell’idea e la sua successiva creazione artistica. Questo momento è percepito come quasi sofferto, poiché egli è lontano dalla natura e costretto tra le quattro mura del suo studio, in cui l’horror vacui a volte riesce a prevalere sulla mano che vuole, ma non può, materializzare o esprimere ciò che sente.

Insomma, è un film degno non solo di una prima ma anche di una seconda, terza visione: il lato biografico ben si accompagna alla maestria tecnica di scenografia, fotografia e regia, con un Elio Germano oltre le righe tra i paesaggi sognanti della bassa reggiana.

Con “Volevo Nascondermi” abbiamo finalmente visto un Antonio Ligabue inedito, completo, che ci si è finalmente rivelato.

volevo nascondermi Antonio Ligabue
La locandina del film Volevo nascondermi, per la regia di Giorgio Diritti. Copyright © 01Distribution

 

Foto e locandina di Volevo nascondermi Copyright © 01Distribution


Scansano: Carabinieri TPC restituiscono terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia

Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, dopo 49 anni dal furto, restituisce alla Comunità di Scansano (GR) ed alla chiesa di San Giovanni Battista, una terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia.

Il 5 settembre 2020, alle ore 11, alla presenza del Vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello (GR), Mons. Giovanni Roncari e del Sindaco di Scansano, Francesco Marchi, il Generale di Brigata Roberto Riccardi, Comandante del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Roma, ha restituito alla comunità scansanese un’importantissima terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia, trafugata la notte del 9 agosto del 1971 dalla chiesa di San Giovanni Battista.

terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia Scansano chiesa di San Giovanni Battista

Erano gli anni del cosiddetto “grande saccheggio” in cui beni d’arte, in particolar modo della Chiesa, e i reperti archeologici venivano trafugati in numero elevatissimo dall’Italia e, quelli di maggiore rilevanza come la terracotta della chiesa di San Giovanni Battista, esportati illecitamente. Tale situazione, diffusa o con ripercussioni anche all’estero, portò la Comunità internazionale, al termine di un lungo e complesso processo di elaborazione, a sottoscrivere la Convenzione UNESCO del 1970 concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà di beni culturali, primo strumento internazionale dedicato alla lotta al traffico illecito di beni culturali in tempo di pace.

Ed è in questo contesto storico che, il giorno seguente al furto, l’allora Parroco, Don Francesco Mascalzi, denunciò il grave fatto alla locale Stazione Carabinieri, producendo la fotografia del bassorilievo asportato, tratta dalla pagina n. 73 del libro, a cura di C.A. Nicolosi, “La montagna Maremmana” stampato dalle Arti Grafiche di Bergamo. Tale immagine si rivelò fondamentale per la prosecuzione delle indagini: infatti, venne acquisita dai Carabinieri dell’allora Nucleo Tutela Patrimonio Artistico di Roma che la pubblicarono sul primo numero del Bollettino delle opere da ricercare, edito dal Comando Generale dell’Arma, all’epoca strumento pressoché unico per informare, anche a livello internazionale, della sottrazione dei beni più importanti. Negli anni ‘80, con lo sviluppo delle prime tecnologie in campo informatico, l’immagine del bene fu inserita nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal TPC.

Nel 2013 i militari del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Firenze accertarono che la terracotta, dopo essere stata venduta nel 2011 presso una nota casa d’aste di Londra, era confluita nelle collezioni di un canadese che l’aveva acquistata in buona fede, per la somma di 340.000 dollari, da una galleria d’arte statunitense. L’opera venduta era, senza ombra di dubbio, quella asportata da Scansano: la comparazione fotografica tra l’immagine presente nel catalogo di vendita e quella trafugata inserita in Banca dati, permetteva di accertare oltre all’identica corrispondenza iconografica, la presenza di contrassegni identificativi univoci (al pari delle impronte digitali) quali la sbeccatura del naso del Bambino, la mancanza di forma triangolare nel mantello sopra al gomito del braccio destro della Vergine e diverse cadute dello smalto su tutta la superficie.

Nel marzo del 2016, personale del TPC avviava con il collezionista canadese le prime trattative extragiudiziali finalizzate alla restituzione dell’opera mediante l’intermediazione dell’Ambasciata italiana in Canada e dell’Ufficiale dei Carabinieri impiegato, quale Esperto per la Sicurezza presso quella Rappresentanza, che organizzava un primo incontro a Londra.

Nel gennaio 2018, il Nucleo fiorentino presentava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lucca un’informativa di reato per esportazione illecita della scultura a carico di ignoti che permetteva di ottenere, il 27 febbraio successivo, dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lucca, la confisca della stessa con successiva emissione di Commissione Rogatoria Internazionale. Contemporaneamente, essendo emerse difficoltà di natura giuridica in ordine all’accettazione della rogatoria da parte della controparte canadese, venivano intraprese molteplici attività di mediazione extragiudiziale tra gli eredi del collezionista, personale del Comando TPC e funzionari della Rappresentanza diplomatica italiana in Canada, culminate con la decisione dei possessori dell’opera di restituirla all’Italia.

Rimpatriata dai Carabinieri del Nucleo di Firenze l’8 aprile 2019, in attesa del perfezionamento delle misure di sicurezza necessarie per la ricollocazione del bene nella sua sede originaria, la scultura veniva esposta dal 3 maggio al 14 luglio 2019 al Palazzo del Quirinale in occasione della mostra, inaugurata dal Presidente Repubblica, intitolata “L’arte di salvare l’arte. Frammenti di storia d’Italia” realizzata in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Firenze, 5 settembre 2020

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale


Addio a Philippe Daverio: a lezione da un outsider

Philippe Daverio era anzitutto un bocconiano; un “quasi” bocconiano, perché non aveva mai scritto la tesi in Economia e Commercio.
Era un gallerista; e no, non era uno storico dell’arte. Forse anche per questo ha insegnato agli “addetti al settore” che la storia dell’arte è fatta anche di dinamiche di mercato, moda, cultura popolare, cibo, musica. Ha portato tutti quanti a spasso per itinerari inconsueti, ignorati tanto dal “turismo di massa” quanto dalla vulgata degli studi storico-artistici.

Philippe Daverio
Philippe Daverio (Mulhouse, 17 ottobre 1949 – Milano, 2 settembre 2020) all'assegnazione del Premio Nazionale Toson d'Oro di Vespasiano Gonzaga. Foto di Mariofazzi, CC BY-SA 4.0

Nato a Mulhouse da padre italiano e madre alsaziana era un vero europeo: uno dei pochi a parlare di arte e di cultura in una dimensione trans-nazionale. Uno sguardo di cui continuiamo ad avere bisogno. Ha insegnato un po’ a tutti le pronunce corrette di tanti nomi di artisti: “van Eyck” … come lo diceva lui! Perché la conoscenza passa anche dalla lingua, dal rispetto per un nome pronunciato in modo corretto e per il valore culturale che una lingua e il suo suono portano con sè.

In un’epoca di tramonto della televisione come medium totalizzante della vita pubblica ha saputo utilizzare questo strumento, invecchiato ma ancora potente, per fare divulgazione con una competenza davvero eccezionale, trovando quella giusta strada tra accessibilità, qualità e correttezza dell’informazione che troppo spesso viene descritta come una chimera.

Ci ha messo del suo: amori, esperienze, amicizie, idiosincrasie, improbabili completi colorati. Non credo sia possibile far innamorare dell’arte le persone in un altro modo, se non raccontando la propria, individuale storia d’amore.

Ha parlato di Dada e di arte alpina, di mercato contemporaneo e di architettura modernista, dell’importanza di Petrarca nella cultura anche visiva italiana ed europea; temi ostici, che chiunque avrebbe bollato come “indigesti” al grande pubblico, ma che lui ha attraversato con antidogmatica leggerezza.
Ha saputo persino giocare tra registri diversi per target diversi: se la versione “diurna” di Passepartout era più divulgativa, i notturni (deliziosi quelli "con il panettone", indimenticabili i duetti con Bonito Oliva) erano delle coltissime e divertenti conversazioni tra pesi massimi del mondo artistico e culturale.

Gioco, passione, divertimento, contaminazione; ma anche quel ruvido realismo nella consapevolezza che sono i soldi a far girare il mondo, e che non possiamo non tenerne conto.
Philippe Daverio ha insegnato a noi storici dell’arte come fare il nostro mestiere, o quantomeno una parte determinante del nostro mestiere, che è la divulgazione. A non accontentarci dell’ovvio, a contaminarci sempre, a raccontare in prima persona questa cosa viva e divertente che è l’arte.

Philippe Daverio
Philippe Daverio. Foto di Mauro Raponi - http://philippedaverio.it/, CC BY-SA 4.0

L'addio a Philippe Daverio del Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini: “Intellettuale di straordinaria umanità, un capace divulgatore della cultura, uno storico dell’arte sensibile e raffinato. Con sagacia e passione, ha accompagnato le italiane e gli italiani nell’affascinante scoperta delle architetture, dei paesaggi, dell’espressione creativa, degli artisti, delle fonti del nostro patrimonio culturale. Tutto questo era Philippe Daverio, un uomo di cui ho sempre apprezzato la grande intelligenza e lo spirito critico e che già manca a tutti noi”.


Iconoclastia Salento

Volti sfregiati ed effigi nascoste: l'iconoclastia nel Salento grecanico

Volti sfregiati ed effigi nascoste:

l'iconoclastia nel Salento grecanico

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Soleto. Foto di Mariano Rizzo

A Soleto, piccolo comune nel cuore del Salento, è conservata un'antica icona della Madonna delle Grazie che presenta una particolarità: il volto di Maria appare deturpato dal colpo di un'accetta. A Galatone, distante una manciata di km, si trova una seconda icona della Vergine delle Grazie, il cui occhio destro è nero e gonfio, come dopo aver incassato un pugno. Le immagini riprendono iconograficamente modelli greci, ed entrambe, secondo la leggenda, sono state vittime di uomini che, mettendo in dubbio la loro santità, vi si sono accaniti con violenza in segno di massimo disprezzo; ad accomunarle ulteriormente è il periodo storico in cui sarebbero avvenuti gli sfregi, tra la fine del XVI e l'inizio del XVII secolo.

iconoclastia Salento
Icona della Madonna delle Grazie di Galatone. Foto di Mariano Rizzo

Come spesso accade, dietro queste affascinanti storie si cela un fondo di verità: esse riassumono in effetti un gran numero di processi storici e socioculturali che, in poco meno di un millennio, hanno plasmato l'identità del Salento intero fino a farlo diventare la terra fascinosa e ambigua che oggi conosciamo e amiamo; sorprendentemente questo lungo periodo di trasformazione ha inizio e fine con episodi di violenza sulle immagini sacre.

All'alba del secolo VIII d.C. il Salento era l'ultima roccaforte peninsulare dell'Impero Bizantino, insidiato a nord dall'avanzata Longobarda e, in seguito, dall'espansione saracena; il territorio si presentava dunque suddiviso in un mosaico di centri di potere assoggettati all'uno o all'altro dominio. Ci sarebbe voluto ancora un secolo e mezzo prima che Bisanzio riuscisse a riprendere possesso dell'intero Meridione, riorganizzandolo in un governatorato (Thema di Longobardia).

Tuttavia l'assoggettamento del Salento agli antichi dominatori trascendeva le questioni politiche: nell'area centrale vivevano infatti alcune comunità di lingua e cultura greca. Le cause della sopravvivenza dei costumi ellenici in questa zona sono molteplici e ancora oggi non del tutto chiarite: si trattava probabilmente delle ultime permanenze delle popolazioni magnogreche, rimpolpate dalle ondate migratorie che, in maniera discontinua ma costante, si sarebbero verificate fino al secolo X; la posizione isolata dei centri abitati, relativamente lontani dalle coste e tra loro, li avrebbe resi impermeabili alle culture dei popoli da cui erano circondati.

Tra il primo e il secondo decennio del secolo l'imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò una serie di editti volti a reprimere la venerazione delle immagini sacre: questa prassi, denominata iconoclastia (dal greco εἰκών κλάω, “distruggere le icone”) era basata su fondamenti filosofici e religiosi, ma soprattutto rispondeva a un preciso disegno politico che sarebbe stato portato avanti a fasi alterne dai successori di Leone, fino alla seconda metà del secolo successivo.

La lotta iconoclasta ebbe come conseguenza la distruzione di statue e dipinti sacri, talvolta con estrema violenza: le implicazioni di queste pratiche appaiono assai drammatiche se viste alla luce della spiritualità bizantina, secondo la quale l'icona non è solo immagine, ma presenza stessa del divino; molte furono pertanto le reazioni volte a preservarle, nascondendole oppure portandole in zone dove la furia iconoclasta non era arrivata.

Ambienti esterni alla cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). L'edificio, rimaneggiato nel corso dei secoli, sorge su un'antica laura basiliana nella quale era conservata l'icona della Vergine di Costantinopoli. Foto di Mariano Rizzo

Quest'ultimo espediente fu adottato dai monaci di regola basiliana, che fuggirono clandestinamente dalla penisola balcanica per stabilirsi nei territori periferici dell'Impero: qui, ritiratisi in solitudine o in piccoli gruppi all'interno di celle scavate nella roccia (laure) continuarono la loro vita monastica, venerando com'era loro uso le icone sacre, nella speranza di salvarle dalla distruzione.

iconoclastia salentina
Icona conservata presso la cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase (LE). Foto di Mariano Rizzo

La presenza dei Basiliani fu accettata con entusiasmo dalle popolazioni autoctone, che anzi entrarono volentieri in contatto con loro e ne assorbirono usi e liturgie; fu però nel Salento centrale che la penetrazione basiliana ebbe i suoi esiti più felici: complici la comunanza linguistica e culturale, venne a crearsi una vera e propria simbiosi che ebbe come conseguenza un sincretismo religioso senza precedenti. Dai monaci i salentini mutuarono il culto per santi di origine orientale quali Sofia, Biagio di Sebaste e Marina d'Antiochia, riprendendone l'iconografia e le modalità di venerazione; fu però la peculiare devozione alla Madonna ad avere maggior successo: non è un caso che in questi territori tra i suoi appellativi più ricorrenti ci sia “Vergine di Costantinopoli”, e che le rappresentazioni più usuali siano l'Odegitria, la Theotókos e la Blachernitissa, tutte di derivazione bizantina.

Affresco del sec. XIII conservato presso il santuario di Santa Marina a Ruggiano, frazione di Salve (LE). L'iconografia rielabora lo stilema della Blachernitissa costantinopolitana. Foto di Mariano Rizzo

I salentini adottarono inoltre la liturgia bizantina e costruirono chiese che riprendevano, nell'architettura e nella disposizione degli spazi, i corrispettivi orientali: ancora oggi esistono edifici a pianta greca nei quali il presbiterio è separato dalla navata mediante una piccola balaustra a uso iconostasi, che spesso mantengono la specifica “dei greci” accanto al nome del santo titolare.

L'iconoclastia terminò nella seconda metà del secolo IX, nello stesso periodo in cui l'Impero riprendeva possesso del Meridione: il dominio bizantino sarebbe perdurato fino al 1071, anno in cui Roberto il Guiscardo conquistò Bari, ponendo di fatto fine alla presenza bizantina in Italia. Di conseguenza la presenza greca nel Meridione si attenuò notevolmente, e le usanze cultuali di stampo orientale furono assorbite da quelle dei nuovi dominatori.

Questo non accadde nel Salento centrale, dove la cultura greca sopravvisse strenuamente: rimase il culto dei santi orientali, rimase il rito bizantino; rimase anche la lingua, che subì un'evoluzione parallela al ceppo originale trasformandosi in griko, dialetto grecanico con vaghi elementi latineggianti. Nasceva, in altre parole, la Grecìa Salentina, isola linguistica ellenofona tuttora esistente, la quale comprende quasi tutti i comuni del Salento centrale, tra i quali Soleto e, almeno fino al secolo XVIII, Galatone.

La situazione di questi territori rimase a lungo immutata, indifferente a tutti i cambiamenti sociopolitici che si avvicendarono nei secoli successivi; un vero e proprio stravolgimento ci sarebbe stato solo in piena Età Moderna.

Nel 1563, dopo quasi vent'anni dal suo inizio, si concluse il Concilio di Trento, indetto dai rappresentanti del mondo cattolico per arginare la diffusione della Riforma protestante; a questo scopo, tra gli altri provvedimenti, era stata elaborata una liturgia unica (rito tridentino) che tutte le chiese cattoliche avrebbero dovuto adottare: ciò comportava l'abbandono, da parte dei salentini grecanici, del rito bizantino.

iconoclastia Salento
Chiesa di Santo Stefano a Soleto. Gli affreschi, realizzati intorno al sec. XIV, recano numerose iscrizioni in lingua greca. In questa chiesa si officiava il rito bizantino. Foto di Mariano Rizzo

Questo cambiamento fu tutt'altro che indolore: dopo quasi nove secoli in cui era stata adoperata la liturgia orientale, i salentini se la videro proibire; le fonti riferiscono di guerriglie, lotte intestine e proteste da parte dei fedeli, i quali spesso e volentieri continuarono a praticare il rito bizantino in segreto. Ci sarebbero voluti molti decenni prima che esso venisse abbandonato del tutto.

In questo contesto di transizione, furono le icone ad avere la peggio: le antiche immagini orientaleggianti, per secoli adorate e venerate, diventarono improvvisamente simbolo delle “vecchie” usanze, invise al mondo del cattolicesimo post-tridentino. Le chiese furono in gran parte rase al suolo e ricostruite secondo i nuovi dettami; gli antichi affreschi furono coperti con intonaco e calce, distrutti oppure occultati con le sovrabbondanti decorazioni barocche che, nella seconda metà del '600, avrebbero dato al Salento un volto del tutto nuovo.

Le Madonne di Galatone e Soleto, coi loro volti deturpati, sono silenziosi testimoni della seconda furia iconoclasta, forse meno conosciuta della prima ma ugualmente distruttiva: è interessante rimarcare come in entrambi i casi lo sfregio sia avvenuto in seguito al rifiuto di vedere nelle icone un oggetto da venerare, esattamente come avveniva nove secoli prima. Queste icone sono dunque il simbolo della continua lotta del nuovo contro il vecchio: è bene però notare che nel Salento più che altrove il passato possiede una straordinaria resilienza, che lo rende in grado di non trascorrere mai del tutto.

BIBLIOGRAFIA

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FONSECA C.D. (a c.), Gli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, Congedo Editore 1979

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RONCHEY S., Lo stato Bizantino, Einaudi, 2002.

VAN COMPERNOLLE T., Topografia e insediamenti nella Messapia interna, Edizioni ETS 2012


El Cid Campeador

Cantar de mio Cid, dal poema epico alle tensioni storico culturali

Il Cantar de mio Cid è il primo, cronologicamente, e il migliore dei poemi della produzione epica iberica. Molti degli altri elaborati componimenti sono andati perduti, ma sappiamo di certo grazie alle cronicas storiche che esistettero altri cantari, usati come fonti per la registrazione di eventi storici. Il Cid è una forma di epos biografico, nato a livello embrionale dalle recitazioni orali di giullari e poeti erranti, che narra l'epopea di Don Rodrigo Díaz de Vivar il quale venne ingiustamente accusato di sottrarre i tributi al suo re Alfonso VI e punito con l'esilio.

Cantare del Cid
La copertina del Cantare del Cid, pubblicato da Garzanti i grandi libri, con testo a fronte e introduzione, traduzione e note di Andrea Baldissera

Il Cid (probabilmente il suo nome deriva da un dialetto arabo andaluso che significa “signore”), è un cavaliere atipico animato da due immense forze vitali: l'orgoglio cavalleresco (fedeltà al sovrano) e la pietas cristiana. Non stupiscono queste considerazioni, pochi sono i nobili cavalieri che restano fedeli al proprio sovrano anche dopo accuse ingiuste. Il Cid è un prototipo di eroe completamente diverso da quelli dei cicli francesi, la primitiva forza impulsiva è domata dalla razionalità e dalla fede, il condottiero spagnolo non si lascia prendere dagli impulsi bensì ragiona e medita tutte le sue azioni e scelte.

Cantar de mio Cid
Cantar de mio Cid, f. 1r. Foto in pubblico dominio

 Preferisco soffermarmi sul retroterra storico-culturale del Cantar de mio Cid. Nel 711 gli Arabi guidati dal capo berbero Ṭāriq ibn Ziyād al-Laythī, conosciuto in Spagna come Taric el Tuerto (il Guercio), approdò sulle coste spagnole, dopo aver oltrepassato il breve braccio di mare che in suo onore prese il nome di Gibilterra (Gabal Tariq) e fagocitò in breve tempo il regno dei Visigoti, già indeboliti da conflitti dinastici, con i successi ottenuti sulle sponde del Rio Barbate, dove annientò l'esercito nemico.

 

Cartina degli sbarchi degli Arabi. Immagine opera di Bonas, CC BY-SA 3.0

Una volta assoggettata gran parte della Spagna, gli Arabi iniziarono a chiamare questa terra “Al-Andalus”. Secondo Marco di Branco è erroneo ricercare l'etimologia del nome dell'Andalusia con il nome di Vandalicia (denominazione dei Vandali data alla Spagna Betica) ma in un termine visigotico che definiva la Spagna. Dal gotico ricaviamo l'espressione “landahlauts” traslitterata poi in arabo in Andalus, poi preceduta dall'articolo determinativo al-.

Soltanto una striscia di terra a settentrione della penisola iberica rimase in mano ai cristiani, per tre secoli la Spagna sarà governata dal florido califfato ommayade di Cordova, fino a quando nella prima metà dell'XI secolo venne meno l'unità amministrativa favorendo la nascita di piccole unità territoriali, regni minori chiamati taifas, dal termine arabo che corrisponde a fazioni. Lo smembramento del califfato ommayade getterà le fondamenta per la Reconquista cristiana della Penisola Iberica, processo che si concluse dopo quasi 5 secoli nel 1492.

Cantar de mio Cid
Francisco Pradilla Ortiz, Resa di Granada. Immagine in pubblico dominio

Questo sfaccettato panorama storico, arricchito dalla presenza di forti nuclei di tutte le popolazioni “abramitiche”, ebrei, cristiani, musulmani, porterà alla nascita della fervida cultura iberica.

I gruppi si mescolano o convivono, secondo diversi gradi di tolleranza: dai mozàrabes (cristiani che vivono sotto il dominio musulmano, mantenendo la propria fede) ai mudéjares (al contrario, musulmani che possono sotto un dominio cristiano) sino ai diversi tipi di convertiti (conversos dall'ebraismo o dall'Islam; muladìes, dal cristianesimo all'Islam), che spesso mantenevano occultamente la propria religione (come i marranos ebrei).

Corano andaluso. Foto in pubblico dominio

Quel che mi preme sottolineare, parlando del Cid, è che il poema non cerca di mitizzare o di abbondare con gli stereotipi. I nemici degli spagnoli non sono selvaggi invasori che vengono da terre barbare ma sono visti come dei loro pari, anzi c'è una profonda invidia o solenne rispetto per il nemico musulmano. Il Cid tratta i mori senza enfasi religiosa o non animato da qualche spirito crociato sanguinario, anzi a volte sono gli avversari della stessa religione che incorrono nella sua ira.

Gli arabi, al contrario delle chansons, non sono strumentalizzati per arricchire di elementi pittoreschi la narrazione, essi sono il nemico reale e storico della cultura spagnola del tempo. Molto più interessante è l'antisemitismo del protagonista, gli ebrei sono sempre descritti con i soliti stilemi degli avari, dei viscidi cospiratori e dei bugiardi; e tutto ciò si riscontrerà nelle tensioni storico-politiche che sfoceranno nel 1492 con l'esilio coatto delle popolazioni sefardite e ashkenazite (tribù ebraiche).