L’arte ospita l’arte. “Palazzo Maffei - Casa Museo” apre le porte il 14 febbraio 2020

Dal 14 febbraio 2020 sarà aperto al pubblico “Palazzo Maffei - Casa Museo”, nel cuore di Verona. Un’iniziativa culturale promossa da Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, su progetto architettonico dello studio Baldessari e Baldessari e museografico di Gabriella Belli, con la consulenza di Valerio Terraroli e Enrico Maria Guzzo.

L'edificio tardo-rinascimentale, suggestiva quinta sul margine nord-occidentale della storica Piazza delle Erbe, ha origini ben più antiche di quelle seicentesche. Il nucleo di fondazione medievale sorge, infatti, nell’area del Capitolium (tempio dedicato al culto della Triade Capitolina, ossia Giove, Giunone e Minerva), costruito nel 49 a.C., quando Verona divenne municipio romano. I sotterranei del palazzo testimoniano proprio la fase più antica della fabbrica.

Palazzo Maffei è una pietra miliare della città di Verona. La facciata barocca, culminante nella balaustra con le statue di divinità romane, l’imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e gli affreschi del piano nobile sono solo alcuni degli elementi artistici e architettonici che lo rendono un capolavoro dell’architettura del Seicento italiano.

Palazzo Maffei  

 

In un contesto tanto straordinario trova posto una raccolta ricchissima, che consta di oltre 350 opere. Quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e oggetti d’arte applicata di ogni tipo: mobili d'epoca, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, argenti, manufatti lignei, pezzi d'arte orientale e volumi rari. Una vera e propria sintesi delle arti, nelle loro più alte espressioni.

Oltre ad essere molto vario, il percorso espositivo si snoda tra antico e moderno, in un arco temporale che copre circa cinque secoli di storia. Ha una “doppia anima”.

Palazzo Maffei Palazzo Maffei

La prima parte del percorso espositivo non perde la connotazione di dimora privata. Questa sorta di Wunderkammer è dedicata alle opere antiche e moderne. Si va dal Trecento alla pittura veronese, che ha naturalmente un forte valore identitario. La raccolta vanta una sorta di compendio di storia dell’arte del territorio scaligero.
La seconda parte del percorso espositivo è strutturata come una vera e propria galleria museale ed è incentrata sulle opere dei grandi maestri del XX secolo: Picasso, De Chirico, Mirò, Kandinskij, Magritte, Fonta, Burri, Manzoni e tanti altri.

Da collezione privata a patrimonio condiviso con la città, a Palazzo Maffei l’arte ospita l’arte.

 

Foto cortesemente fornite da Villaggio Globale International


Duecento capolavori per celebrare Raffaello alle Scuderie del Quirinale

Maxi-mostra a Roma dal 5 marzo alle Scuderie del Quirinale a Roma, così culmineranno le celebrazioni per l'artista a livello mondiale: protagoniste ne saranno oltre cento opere di mano dell'Urbinate mai riunite tutte insieme prima d’ora.

Una grande mostra monografica, con oltre duecento capolavori tra dipinti, disegni ed opere di confronto, dedicata a Raffaello Sanzio, superstar del Rinascimento, nel cinquecentenario della sua morte, avvenuta a Roma il 6 aprile 1520 all'età di appena 37 anni.

Raffaello La Velata- Uffizi

L'esposizione, intitolata semplicemente RAFFAELLO, costituisce l'apice delle celebrazioni mondiali per i 500 anni dalla scomparsa dell'Urbinate e rappresenta l’evento di punta del programma approvato dal Comitato Nazionale appositamente istituito dal Ministro Dario Franceschini e presieduto da Antonio Paolucci.

Realizzata dalle Scuderie del Quirinale (appartenenti alla Presidenza della Repubblica e gestite dal Mibact attraverso la società in-house ALES), in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi, la mostra è curata da Marzia Faietti e Matteo Lafranconi con il contributo di Vincenzo Farinella e Francesco Paolo Di Teodoro.

Un autorevole comitato scientifico presieduto da Sylvia Ferino ha affiancato e approfondito il lavoro del team curatoriale, stimolando un dialogo fruttuoso tra gli specialisti del settore più accreditati al mondo, come Nicholas Penny (già direttore National Gallery di Londra), Barbara Jatta (direttore Musei Vaticani), Dominique Cordellier (Musée du Louvre), Achim Gnann (Albertina, Vienna), Alessandro Nova (Kunsthistorisches Institut, Firenze).

In occasione della mostra, è stato raccolto un vastissimo corpus di opere di mano di Raffaello: oltre 100, tra dipinti e disegni, per una raccolta di creazioni dell'urbinate mai viste al mondo in così gran numero tutte insieme.

Raffaello Madonna del Granduca- Uffizi

Anche in termini di capolavori in prestito (oltre che di lavoro scientifico svolto), è stato determinante il contributo delle Gallerie degli Uffizi, con circa 50 opere delle quali oltre 40 dello stesso Raffaello. Ma anche tanti altri musei di importanza internazionale hanno contribuito ad arricchire la rassegna con capolavori dalle loro collezioni: tra questi, in Italia, le Gallerie Nazionali d’Arte Antica, la Pinacoteca Nazionale di Bologna, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la Fondazione Brescia Musei, e all’estero, oltre ai Musei Vaticani, il Louvre, la National Gallery di Londra, il Museo del Prado, la National Gallery of Art di Washington, , l’Albertina di Vienna, il British Museum, la Royal Collection, l’Ashmolean Museum di Oxford, il Musée des Beaux-Arts di Lille. Complessivamente saranno più di 200 le opere in mostra.

L'esposizione, che trova ispirazione particolarmente nel fondamentale periodo romano di Raffaello e che lo consacrò quale artista di grandezza ineguagliabile e leggendaria, racconta con ricchezza di dettagli tutto il complesso e articolato percorso creativo. Ne faranno parte creazioni amatissime e celebri in tutto il mondo, quali, solo per fare alcuni esempi, la Madonna del Granduca delle Gallerie degli Uffizi, la Santa Cecilia dalla Pinacoteca di Bologna, la Madonna Alba dalla National Gallery di Washington, il Ritratto di Baldassarre Castiglione e l’Autoritratto con amico dal Louvre, la Madonna della Rosa dal Prado, la celebre Velata di nuovo dagli Uffizi.

La mostra verrà inaugurata il 3 marzo 2020 alla presenza delle più alte cariche dello Stato e dei rappresentanti ufficiali dei principali paesi prestatori.

Dal 5 marzo la mostra aprirà al pubblico e sarà visitabile fino al 2 giugno.

Dichiarazioni:

Ministro Mibact Dario Franceschini:

“La mostra su Raffaello è una grande mostra europea che raccoglie capolavori mai riuniti finora. Il giusto modo per celebrare la grandezza e la fama di un artista universale a 500 anni dalla sua morte. La prestigiosa esposizione alle Scuderie del Quirinale, che come quella dedicata a Leonardo al Louvre vede la collaborazione dei più grandi musei italiani e internazionali, permetterà al pubblico di ammirare un corpus considerevole di opere di Raffaello”.

Presidente e ad Ales- Scuderie del Quirinale Mario Di Simoni:

“La mostra di Raffaello, realizzata in collaborazione scientifica e di prestiti con gli Uffizi, è la dimostrazione di quanto sia corretta la collocazione delle Scuderie del Quirinale in stretto collegamento con il grande sistema dei musei statali. È il coronamento ideale dei vent’anni di apertura al pubblico delle Scuderie del Quirinale”.

Direttore Gallerie degli Uffizi Schmidt:

“Le Gallerie degli Uffizi, dove si concentra il più grande numero di dipinti e disegni di Raffaello al mondo, partecipano con entusiasmo all’organizzazione di questa ricorrenza epocale, per offrire una nuova, approfondita visione di Raffaello, specialmente per il periodo in cui l’artista visse a Roma. La mostra, frutto di una collaborazione senza precedenti tra le Gallerie degli Uffizi e le Scuderie del Quirinale, si svolge non a caso nella capitale: Roma non è solo una tappa biografica dell’artista, ma il simbolo della dimensione nazionale della sua arte e del suo pensiero”.


Patrimonio dimenticato: il caso di Palazzo San Massimo a Salerno

Troppo spesso le grandi emergenze architettoniche sono destinate - per varie ragioni - ad essere abbandonate. Beni del patrimonio identitario appartente alla collettività versano in uno stato di degrado così profondo da divenire inagibili. In questo modo non si perde unicamente la possibilità di trarre un vantaggio economico dall’uso di questi immobili, bensì anche - e soprattutto - la possibilità di conoscerne e di apprezzarne la storia di cui sono testimoni.

Uno di questi grandi complessi, abbandonato da più di trent’anni, è Palazzo San Massimo a Salerno, caratterizzato da un’evoluzione storico-morfologica complessa, certamente condizionata dall’orografia del territorio sul quale insiste. Le aggiunte e le trasformazioni che si sono susseguite nel corso di dodici secoli hanno portato ad un palinsesto stratigrafico straordinario.

L’aggregato di Palazzo San Massimo all’interno del quartiere “Plaium Montis” | Foto: Raffaele Bruno Pinto

 

Situato nel quartiere denominato “Plaium Montis”, alle pendici del colle sul quale sorge il Castello Arechi, a due passi dal Giardino della Minerva e dal Duomo, nel cuore dunque della città storica, il Palazzo ingloba l’omonima chiesa, sorta nell’868 d.C per volontà del principe longobardo Guaiferio. La chiesa di San Massimo presenta ancora il pavimento originale in opus sectile marmoreo di magnifica fattura.

Dettaglio del pavimento della chiesa di San Massimo | Foto: Raffaele Bruno Pinto

Gli innumerevoli passaggi di proprietà, soprattutto tra il XVII e il XVIII secolo, sono testimoniati dai principali elementi di pregio artistico-architettonico della fabbrica, quali il portale d’ingresso, le volte a gavetta incannucciate con i suggestivi trompe-l’oeil ed i solai lignei al piano nobile, coperti all’intradosso da incartate splendidamente decorate a guazzo con paesaggi costieri.

Palazzo San Massimo
Il portale barocco | Foto: Raffaele Bruno Pinto

 

Volta a gavetta incannucciata | Foto: Raffaele Bruno Pinto

 

Palazzo San Massimo
Solaio ligneo con incartata | Foto: Raffaele Bruno Pinto

ll carattere unitario dell'edificio comincia a scomparire con il suo frazionamento: i proprietari, trovandosi di fronte ad un manufatto di grande estensione e dunque di difficile gestione, decisero di venderne o di concederne in enfiteusi alcune parti.

L’immagine del Palazzo giunta fino a noi è soprattutto il frutto delle trasformazioni novecentesche, dovute al cambio di destinazione d’uso. Infatti il Palazzo ospita prima il Convitto Genovesi, poi il Liceo Artistico e infine il Liceo Classico.

Dal 1980 di proprietà del Comune, a seguito del sisma dell’Irpinia Palazzo San Massimo viene definitivamente abbandonato. A nulla è servito il concorso internazionale di idee per il restauro dei cosiddetti “Edifici Mondo” (che comprendono Palazzo San Massimo e altri tre complessi conventuali). Negli ultimi dieci anni Palazzo San Massimo è stato oggetto di due aste pubbliche che hanno avuto esito negativo.

È auspicabile che il monumento sia oggetto di un intervento di restauro che, attraverso la ricerca di nuove funzioni, rispettose della preesistenza e compatibili con la vita contemporanea della città di Salerno, possa conservare al meglio le vestigia di una memoria millenaria.

 

Tutte le foto di Palazzo San Massimo a Salerno sono di Raffaele Bruno Pinto, Anastilosi.


Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXI

Maria Lai: una fiaba tessuta "tenendo per mano il sole"

Galleria 3, MAXXI – Roma. Si celebra qui il centenario della nascita di Maria Lai con la mostra Tenendo per mano il sole, interamente dedicata alle opere dell’artista realizzate dagli anni ’60 dello scorso millennio ai primi anni duemila.

Lo spazio espositivo è a prova di eco; un’immensa distesa di bianco in cui l’arte ci tiene per mano, in cui l’arte è guida e voce narrante. Nella sala una serie di spazi si susseguono senza la necessità di percorrerli secondo un filo crono-logico. Proprio il filo, come elemento tangibile e concreto nella sua dimensione fisica, diviene principio e fine della mostra.

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXILa tecnica utilizzata da Maria Lai è la tessitura: cucita, tratteggiata, ricamata o lievemente accennata. Questa procedura millenaria tesse la trama di una storia che affonda le sue radici nella Sardegna montuosa, quella contadina e rurale da cui Maria Lai si allontana e verso la quale avverte una condizione di doppia estraneità: come sarda e come donna. L’arte come pedagogia è dunque la visione che più si adatta a semantizzare il percorso della mostra.

L’allestimento si articola in un primo ambiente informativo dove tramite una linea del tempo si ripercorrono le tappe fondamentali della vita di Maria Lai. Il corridoio conduce lo spettatore in uno spazio in cui da subito si evince la celebrazione del libro; il quale è fiaba, rinascita e forza motrice. Affascinante è lo strabordare dei fili che, quasi senza peso, amano stare qua e là attorno al libro, simili nella forma alle reti dei pescatori. La mano dell’artista affonda l’ago per poi risalire con un tratto di filo; questo gesto, ripetuto, è la creazione di uno spazio vitale su cui vibrano emozioni, pensieri ed esperienze.

Tenendo per mano il sole è il primo esempio di fiaba cucita, in cui l’artista tesse i passi del cammino per raggiungere il sole dalle tenebre come metafora di salvezza. Seguono la serie di tappeti, giochi d’artista e le carte geografiche su stoffa e foglio acetato.

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXIL’ultima sezione L’arte ci prende per mano. Incontrare e partecipare insiste sugli interventi pubblici e sulle azioni partecipative. Teli bianchi pendono dal soffitto a mo’ di stendarti, troppo in alto per passare inosservati, troppo grandi per non essere leggibili. Lo spazio sembra lievitato improvvisamente come a catapultare il visitatore in una realtà esterna.

Ulassai è lo scenario in cui i teli dovrebbero essere immaginati dall’osservatore; svolazzanti dalle finestre e dai balconi delle case quasi a scendere fino a terra ed essere intrattenimento per i bambini. Si tratta in fin dei conti di un espediente didattico, di un foglio bianco dai margini sconfinati in cui frasi e parole si adagiano con rispetto all’interno delle righe. Può che non essere Maria Lai la miglior tessitrice di fiabe per un pubblico ancora bisognoso di magia?

Maria Lai tenendo per mano il sole fiaba cucita MAXXITutte le foto sono di Valerio Bellavia


Alla faccia di Leonardo: a Torino l’esposizione che indaga i “volti del genio”

Leonardo i volti del genio

Mattoni e pietra. Angoli e feritoie. In mezzo a Torino la cittadella pare una piccola navicella spaziale, spiazzante come un’installazione contemporanea. Fuori luogo.

Un elegante quartiere tardo-ottocentesco, una manciata di edifici razionalisti hanno pian pian circondato quello che rimane della previdente belligeranza sabauda. Che pensa prima a difendere la città che a costruirsi una residenza quando, sul finire del Cinquecento, fa di Torino appena strappata ai francesi la nuova capitale del ducato.

Bravi con le armi, bravi con i matrimoni: per questo saranno ricordati i Savoia. E se lo sfarzo dei legami internazionali ha modellato la città di epoca barocca, la virtù militare è stata abilmente nascosta, come le macchine di scena in teatro. Poter di nuovo visitare il mastio tardo-cinquecentesco, dopo anni di chiusura, ci lascia ritrovare una bellezza che viene dal saper fare, dal pragmatismo e dalla passione per la conoscenza, una bellezza che ancora oggi fa parte della cultura torinese e che sarebbe piaciuta tanto a Leonardo.

Sono passati tondi tondi cinquecento anni dalla morte di questa strana figura di intellettuale, tanto insolita e sfuggente che ancora cerchiamo di indagarlo, capirlo, definirlo. Dargli una faccia.

Solo che dargli una faccia è terribilmente difficile. Così come interpretare la fascinazione che oggi le sue opere producono e qualificare il suo lavoro. Ci prova per l’ennesima volta l’esposizione aperta al Mastio della Cittadella a partire da sabato scorso e fino a maggio 2020.

Un percorso singolare, che ereditiamo da Madrid e che ha l’indubbia qualità di raccontare tanto del pubblico di Leonardo, più che dell’artista stesso.

L’intenzione dichiarata dal curatore è quella di indagare l’uomo, oltre il “genio”. Eppure la parola incriminata è quella che ricorre ossessivamente in tutta il percorso. E, se mi permettete, è quella che mi sforzerò di evitare.

L’esperienza che viene offerta sfugge a facili categorizzazioni: una mostra? Non direi. Oggetti o testimonianze originali sono davvero scarsi, eccezion fatta per un certo numero di buone edizioni storiche di testi su Leonardo.

Piuttosto si tratta di un enorme apparato didattico senza opere. Pannelli, gigantografie, riproduzioni di macchine raccontano la carriera di Leonardo.

Una specie di manuale di scuola superiore attraverso cui passeggiare. Nulla di sgradevole o di drasticamente sbagliato. Ma nulla di più.

Senza considerare che nulla di quanto affermato viene approfondito, contestualizzato o problematizzato. Perché capire l’approccio di Leonardo alla scienza, alle macchine, alla pittura, e la relazione che era in grado di stabilire tra tutte queste cose, richiederebbe ben più di un paio di pannelli didattici. Ma per il “grande pubblico”, soprattutto fuori dall’Italia, queste informazioni paiono essere meno scontate di quanto si possa pensare. E se il mistero di Leonardo stesse tutto qui? Nel fatto che di lui si sa poco, persino di quello che si sa già?

Per fortuna l’allestimento della cittadella offre tanto spazio, che verrà animato da un susseguirsi di iniziative; nella serata inaugurale un acrobata si esibisce in un numero dentro il cerchio, omaggio all’uomo vitruviano (e perfetta dimostrazione che l’invenzione leonardesca è pura astrazione, dal momento che l’acrobata per tutto il tempo tiene le ginocchia piegate). Se questo contorno didattico è solo un preambolo per contestualizzare eventi e performance, beh, potrebbe funzionare.

Come potrebbe funzionare la domanda intorno a cui ruota la seconda parte dell’esposizione: che faccia aveva Leonardo?

Sembra una domanda frivola? Insomma, forse, vediamo. Certo è curioso che davvero non sappiamo che faccia avesse. Lo ipotizziamo; abbiamo indizi per farlo. Il Platone che Raffaello raffigura nelle Stanze Vaticane ha la faccia di Leonardo? Vasari gli attribuisce “straordinaria bellezza fisica”, ma così è un po’ vago.

Il percorso ci guida alla scoperta dei tipi iconografici attraverso cui il passato ci restituisce “il volto del genio”: tutti piuttosto simili tra loro, a onor del vero. Capelli lunghi da filosofo antico, aspetto curato e piacevole. Proprio come Leonardo avrebbe voluto lo immaginassimo.

Il volto di Leonardo sfugge, e noi che viviamo di selfie e auto-rappresentazioni non possiamo rassegnarci. Così ci entusiasmiamo e interroghiamo sulla star di questa mostra: la tavola lucana.

Leonardo i volti del genio

L’unico vero oggetto in esposizione è una tavoletta in legno su cui è dipinto un ritratto, che somiglia molto alla fisionomia che la tradizione attribuisce a Leonardo. Si tratta di una scoperta relativamente recente: individuata una decina d’anni fa in una collezione privata ad Acerenza, ha subito destato curiosità.

Ne sappiamo pochissimo: il legno su cui è dipinta può essere datato a cavallo tra Quattro e Cinquecento. Certo, seppur ben chiusa in un cubo di plexiglass, una cosa mi sentirei di affermarla con certezza: non si tratta di un autoritratto autografo di Leonardo. A me non parrebbe neppure un’opera cinquecentesca.
Pennellate pesanti e uniformi sono quanto di più lontano si possa immaginare dallo “sfumato” caratteristico della tecnica leonardesca. Citando Montanari “se scambiare il Cristo Gallino per un Michelangelo era come confondere un leone con un gatto, scambiare la tavola di Acerenza per un autoritratto di Leonardo equivale a prendere una bicicletta per una portaerei”.

Però ci si diverte: a pensare che ancora oggi non sappiamo rassegnarci a conoscere Leonardo dalle sue opere e non dal suo aspetto. A immaginare quanto bene Leonardo abbia costruito il mito di sé e del suo volto, tanto da farci credere quello che voleva lui, cinquecento anni più tardi.

Che faccia aveva Leonardo? Mi piace pensare che la faccia che gli abbiamo attribuito sia una sua opera, forse la più riuscita.

Leonardo i volti del genio

 

Le immagini contenute nell'articolo sono di Chiara Zoia e sono distribuite con licenza
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L'arte e il fantastico: Dalì e Jacovitti alle prese con Alice e Pinocchio

Tra le novità del catalogo Morcelliana Scholè segnalo due importantissimi testi cardine del fantastico, il capolavoro di Collodi Pinocchio e il pilastro dello juvenile fantasy Alice nel Paese delle Meraviglie. Il vero pregio delle edizioni menzionate risiede soprattutto sulle tavole e le illustrazioni che arricchiscono il testo dei romanzi.
Infatti il capolavoro di Lewis Carroll (1832-1898) Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) è corredato da dodici eliografie, una per ogni capitolo, firmate dalla mano di Salvador Dalì (1904-1989), il celebre artista spagnolo del surrealismo. Seppur non si siano mai incontrati, i due “padri” di questa neonata edizione, sono uniti in un sottile ma evidente rapporto simbiotico basato sul no-sense, ovvero quella infantile e fantasiosa visione del mondo che traduce la realtà in nuove e giocose forme dell'immaginazione. Non per forza positive e ottimistiche, il no-sense artistico-letterario è capace di mascherarsi con una veste tanto sfarzosa quanto puerile per nascondere un profondo dissidio interiore o un'anima tormentata dalla schizofrenia o malattie.

L'introduzione, curata da Franco Leonati, si appoggia sull'apparato critico del testo curato da Martin Gardner per Rizzoli Libri (2015). Leonati si sofferma anche sulla vita privata di Carroll, pseudonimo di Charles Dodgson, e ne accenna i bizzarri comportamenti dovuti alla poco sobria condotta dello scrittore nei confronti di Alice Liddell (1852-1934), musa ispiratrice e plausibile fiamma erotico-sentimentale dell'autore. Seppur le accuse di pedofilia risultino plausibili non sono del tutto accertate, visto che alcuni “indizi” si basano su rumors e maldicenze, poiché Carroll era visibilmente e dichiaratamente asessuato. Tralasciando tali accuse dobbiamo comunque sottolineare il ruolo centrale di Alice Liddell all'interno della vita e dell'opera di Carroll, infatti nel 1862 i due si trovarono a fare una gita in barca e la giovane fanciulla di dieci anni chiese a Carroll di raccontare una storia, da lì fu posto il primo mattone del castello onirico e fiabesco di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Mi preme sottolineare che ci fu un altro profondo incontro nella vita di Carroll che condizionò le sue opere. Sempre rimanendo nel sottobosco della fantasy inglese di periodo vittoriano, in cui i preraffaeliti e William Morris evocavano un medioevo utopistico, ci fu un autore scozzese religiosissimo che scriveva storie fantasiose in other worlds fiabeschi. Parlo ovviamente di George MacDonald (1824-1905), autore di Lilith o La Principessa e i Goblin (Lindau), il quale conservò sempre un atteggiamento appartato e schivo seppur inserito, a forza, nei circoli intellettuali dei salotti letterari inglesi organizzati da Costance Lloyd (1859-1898) moglie di Oscar Wilde (1854-1900). I due autori di fantasticherie si conobbero e Carroll presentò allo scozzese un manoscritto abbozzato con le avventure di una fantomatica Alice, MacDonald incoraggiò il conoscente a continuare il suo romanzo e placò con saggi consigli i suoi numerosi dubbi e le crisi di autostima. Quindi se oggi riusciamo a goderci questa stupenda avventura nei meandri del fantastico Paese delle Meraviglie dobbiamo ringraziare un autore purtroppo men conosciuto.

Salvador Dalì invece fu arruolato dalla Press-Random House di New York nel 1969 per corredare con dodici eliografie il capolavoro del narratore inglese pubblicato con una tiratura limitata e in chiave deluxe. L'edizione Morcelliana è la prima versione italiana del sodalizio Carroll-Dalì e dopo cinquant'anni porta ai lettori del Bel Paese un prodotto di qualità ed estro fantastico. Il libro, di cui mi preme sottolineare il prezzo modesto a fronte di una carta pregiata con illustrazioni a colori, è un intrigante monumento ai due autori che si incontrano nel campo dei giochi (il)logici, delle bizzarrie, dei mondi onirici e della sovra-posizione dei piani astrali dell'immaginazione e del reale. I mondi fisici dei due autori possono collidere, implodere o unirsi in un magma cangiante e coloratissimo, un quasar di potenza narrativa inedito e unico nel panorama editoriale e che può contagiare e emozionare il lettore più giovane fino a quello più rodato.

Molto più classica, ma non per questo meno suggestiva, è la versione Morcelliana del capolavoro di Collodi illustrato dall'immortale Jacovitti, artista presente e vicino ai movimenti cattolici italiani tra gli anni 60 e 70. Questa edizione è molto più vicina al pubblico più giovane ma non per questo è scevra di contenuti critici, tra cui segnalo l'interessantissima introduzione di Giuseppe Lupo, volta ad esaminare i parallelismi tra la storia di Pinocchio e quella di Gesù.

Dalì Jacovitti Alice Pinocchio

La speculazione è nata in ambito cardinalizio ai tempi di Monsignor Giacomo Biffi (1928-2015). Citando Giuseppe Lupo:

Sono figli di falegnami e appartenenti a famiglie anomale, entrambi con un padre putativo, uno però ha la madre certa, l'altro no. L'idea funziona. Come Cristo, infatti, anche Pinocchio ha avuto la sorte del profeta Giona, rimasto tre giorni nel buio chiuso di una balena. In un certo modo, perfino la parentela esplicita con il legno è un elemento che li avvicina moltissimo, arrivando quasi a sovrapporne l'epilogo: tutti e due muoiono per rinascere a nuova vita. Se è vero che Cristo e Pinocchio condividono un destino parallelo, a questo punto nulla vieta di spingersi ancora un poco oltre il semplice accostamento e giungere a un'ipotesi altamente fantasiosa, per quanto paradossale. Pinocchio potrebbe essere stato un oggetto creativo di un Gesù in una fase non ancora epifanica del suo mandato – un Gesù non del tutto consapevole di diventare Cristo-, un adolescente che nel suo apprendistato artigiano, in un tempo precedente gli anni cruciali della predicazione, si sarebbe dedicato a elaborare un sogno fanciullesco: quello di regalare a un pezzo di legno l'imitazione del corpo umano fino ad avviarlo verso una natura di carne. Il vero artefice di Pinocchio non sarebbe Geppetto, ma Gesù.

[Collodi, Le avventure di Pinocchio, introduzione di G. Lupo, Morcelliana, 2019, p. 5]

Tale visione teologica e cristologica è intrinseca a quella evangelica del noto pedagogista Franco Nembrini ed è sicuramente fonte di interesse e ulteriori approfondimenti1. Visione in lotta con l'anticlericalismo di Collodi, anima incendiaria e ribelle ma non per questo lontana dalla redenzione e dalla riflessione cattolica. In accordo con Lupo c'è anche la mia opinione di inserire Pinocchio in un corpus di “vangeli dell'infanzia” ma non di relegarlo a testo pro-scuola (visto che ha poco a cui spartire) come il più bonario Cuore di Edmondo de Amicis. Inoltre la verve di Collodi proietta Pinocchio in mondi fantastici, in geografie asettiche e che nutrono il dubbio del lettore quanto quello del burattino; dubbio come motore della trasfigurazione e della crescita personale di Pinocchio, il quale senza una auto-indagine non rincorre a nessuna trasformazione dell'io morale.

Jacovitti funge da artista e allo stesso tempo da mediatore, in sintonia con la fiaba di Collodi e a cui dona un ulteriore ritmo narrativo, come recita la nota dell'editore Morcelliana -Nel Pinocchio di Jacovitti il tradizionale rapporto testo/immagine si inverte: sono le tavole a dare il ritmo alla narrazione in base al particolare punto di vista scelto dal disegnatore, che opera una precisa scelta di campo a favore della vitalità e dell'energia espressa da Pinocchio.-

Il Pinocchio presentato è quello più classico e seppur siano passati tanti anni dalla redazione del testo e dalle tavole di Jacovitti conserva un nucleo di “autenticità” di “genuinità” del tutto inossidabile.

Per le foto si ringrazia l'Ufficio Stampa Morcelliana Scholè


Positano

L'otium a Positano, oggi come 2000 anni fa

Non ​c'è possibilità di essere contraddetti o smentiti, se affermiamo che esistono luoghi creati dalla Natura e sapientemente modellati dalla mano dell'uomo che appaiono come eterni contenitori di rinnovata bellezza.
Parliamo di Positano, autentica perla della Divina Costa d'Amalfi, e della Villa di epoca romana che dopo due distinte campagne di scavo qui condotte (2003/2006-2015/2016) ha svelato uno degli ambienti più raffinati che la caratterizzavano, cioè nel "triclinio", ossia la sala per pranzi e banchetti, affrescata da magnifiche pitture di IV stile pompeiano.
L'ambiente, scoperto a ben 11 metri di profondità, al di sotto della Chiesa di s. Maria Assunta, è oggi aperto e visitabile dal pubblico, essendo stato inaugurato il 18 Luglio del 2018, e costituisce un vero e proprio gioiello oltre che per la conoscenza della storia antica dei borghi costieri amalfitani, anche per la eccezionale conservazione delle pitture murarie e per alcune chicche qui rinvenute.
Tra queste, una gigantesca lucerna di ceramica invetriata decorata a doppio foro di accensione, i resti dei due battenti lignei di una porta che separava il triclinio da un ambiente ancora interrato. Particolarmente significativa è poi l'impressionante immagine (ancor più evidenziata dalla vivacità degli affreschi) dello spostamento, in seguito al parziale crollo della stessa, della parte superiore della muratura orientale della sala, che ha restituito uno sfasamento di ben 40 cm rispetto alla parte inferiore.
Altra interessante particolarità della villa è data dal suo essere posizionata su un piano immediatamente inferiore rispetto ad un ambiente ipogeo all'interno del quale, oltre ad essere ancora presenti numerose tracce della primitiva chiesa, venivano posizionati i cadaveri degli ecclesiastici e dei personaggi di condizione economica più agiata in appositi scolatoi in muratura rivestita di stucco bianco, secondo una pratica che ha consentito di recuperare ben 59 scolatoi. In particolare, i colatoi della cripta sono del XVIII secolo, mentre quelli della cripta inferiore risalgono al XVI secolo.
L'intero ambiente ipogeo di conseguenza è stato musealizzato ed al suo interno è stata esposta una serie di reperti provenienti dall'ambiente della villa, comprendenti vasellame bronzeo impiegato nella preparazione dei banchetti e nella cottura dei cibi, oltre a reperti di origine medievale e a una interessante serie di scheletri umani di epoca moderna, che evidenziano le particolari patologie ossee degli abitanti del luogo.
La rilevanza dei ritrovamenti, con la suggestiva collocazione ad una quota significativamente inferiore rispetto all'attuale piano di calpestio, ha evidenziato - una volta concluse le operazioni di scavo - la necessità di adottare le migliori tecniche di conservazione soprattutto delle pareti affrescate.
Positano
Risultato che si è ottenuto da un lato attraverso la realizzazione di percorsi aerei mediante passerelle e scale in vetro e acciaio corten, così da rendere accessibile e fruibile al pubblico l'ambiente ipogeo, e dall'altro con l'adozione di un sofisticato sistema di monitoraggio del microclima, per cui, attraverso la continua registrazione da remoto dei parametri, gli impianti assicurano automaticamente valori costanti.
Attualmente la fruizione degli ambienti descritti è assicurata quotidianamente attraverso l'attivazione del progetto MAR, acronimo di Museo Archeologico Romano, risultante dalla collaborazione fra la Soprintendenza ai Beni Archeologici di Salerno, il Comune di Positano e la Curia Vescovile.
​La Villa      
L'esistenza della villa di Positano era nota gia alla metà del '700, quando l'addetto agli scavi borbonici Karl Weber, descrisse (nel 1758) strutture con affreschi e mosaici, al di sotto della Chiesa madre e del campanile. Lo studioso Matteo Della Corte pensò di aver ritrovato la villa di Posides Claudi Caesaris, potente liberto dell'imperatore Claudio, dal quale deriverebbe lo stesso nome di Positano.
La struttura è databile alla fine del I secolo a. C. e doveva certamente essere in corso di restauro dopo il violentissimo terremoto che nel 62 d. C. coinvolse tutta la regione. Nel 79 d. C. l'eruzione del Vesuvio pose invece fine anche alla vita della villa di Positano, oltre che nei più noti centri di Pompei, Ercolano e Oplontis.
Della composizione artistica della zona del triclinio, unico ambiente posto in luce e visitabile attualmente, colpisce sicuramente la vivacità dei colori impiegati e la complessità delle scene raffigurate, che riflettono certamente il gusto e l'elevatissima condizione economica del proprietario.
Positano
Sulle pareti, ricoperte con motivi attribuiti alla pittura di IV stile pompeiano, sono visibili architetture a più piani; nella parte superiore la scenografia architettonica viene parzialmente celata da una tenda con mostri marini, delfini guizzanti e amorini in stucco.
Positano
La zona mediana è decorata da pannelli con sfondo monocromo ornati da eleganti ghirlande, mentre una serie di medaglioni conteneva ritratti e scene mitologiche, come la raffigurazione del centauro Chirone che impartisce lezioni al giovane Achille; ad arricchire l'insieme quadretti con nature morte e un paesaggio marino, con una baia attorniata da edifici porticati e da scogli.
Positano
Tutte le foto sono di Camillo Sorrentino, Itinerando

Una mostra impossibile su Raffaello a Falconara Marittima

La Regione Marche, in collaborazione con ENIT - Agenzia Nazionale Turismo e Aerdorica Aeroporto delle Marche e con il sostegno del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, presenta Raffaello Una mostra impossibile, dando così il via alle celebrazioni per il 500° anniversario dalla morte del maestro urbinate previste per il 2020.

La Regione Marche - recentemente nominata da Best in Travel 2020, l’annuale classifica di Lonely Planet, la seconda regione al mondo da visitare tra le dieci migliori e unica destinazione italiana per il 2020 - partendo da Urbino, città natale di Raffaello Sanzio nonché Patrimonio Unesco, vuole, attraverso la vita e le opere del grande artista rinascimentale, portare i visitatori alla scoperta di un territorio ricco di fascino, storia e tradizioni culturali ed eno-gastronomiche.

E quale miglior modo di farlo se non organizzare una vera e propria mostra impossibile nell’aeroporto marchigiano a lui intitolato? L’esposizione Raffaello Una mostra impossibile, ideata e curata da Renato Parascandolo e con la direzione scientifica di Ferdinando Bologna recentemente scomparso, presenta 45 dipinti di Raffello - compreso l’affresco de La Scuola di Atene - riprodotti in scala 1:1 e riuniti insieme, permettendo così di ammirare in un unico allestimento opere disseminate in 17 paesi diversi, un’impresa che non riuscì nemmeno a Raffaello in persona.

Una carriera folgorante quella di Raffaello, morto a soli 37 anni, che la mostra racconta affiancando riproduzioni di opere provenienti dai maggiori musei del mondo - dagli Uffizi di Firenze, ai Musei Vaticani, dalla Pinacoteca di Brera a Milano alla Galleria Borghese a Roma, passando per il Louvre a Parigi, il Prado a Madrid e la Gemäldegalerie a Berlino, per arrivare a San Pietroburgo all’Ermitage e alla National Gallery di Washington, solo per citarne alcuni - che conservano capolavori assoluti come la Madonna Conestabile, la Madonna di Terranuova, lo Sposalizio della Vergine, la Madonna del Cardellino, la Deposizione, il Ritratto di Baldassare Castiglione e tanti altri fino ad arrivare alle Stanze Vaticane per cui Raffaello giunse a Roma ingaggiato da papa Giulio II che segnò la sua consacrazione a interprete della ”maniera moderna”.

Lo scopo e l’obiettivo della mostra e della regione Marche è quello di rivolgersi prevalentemente ai giovani e a quanti non frequentano abitualmente i musei e le esposizioni d’arte, permettendo a un pubblico vasto e allargato di avvicinarsi ai più grandi autori della storia dell’arte - in questo caso a Raffaello - attraverso riproduzioni delle loro opere di altissima qualità e pregio. Mutuando le istanze di democrazia culturale ispirate da André Malraux, Paul Valéry e Walter Benjamin, con questa operazione non si vuole ridimensionare la “sacralità” del capolavoro originale, al contrario, la diffusione delle riproduzioni vuole essere un volano filologicamente impeccabile e di grande efficacia per invitare i turisti italiani ed esteri che arriveranno nella Regione Marche a scoprire i capolavori conservati sul territorio e più in generale nel nostro paese, come afferma Salvatore Settis: “A me piacciono le copie. Mi piacciono perché diffondono la conoscenza delle opere d'arte”.

Ferdinando Bologna, che ha curato la selezione e il catalogo delle opere di Raffaello in mostra, sosteneva: “Le Mostre impossibili consentono una più approfondita conoscenza delle opere ed un accostamento, per confronto, di opere che sono normalmente lontanissime fra di loro. Soprattutto, questa nuova generazione di riproduzioni d'arte, ad altissima definizione e a grandezza naturale, consente un approccio agli originali che gli originali stessi, nelle condizioni in cui normalmente si trovano, sia nei musei sia nelle sedi proprie, non consentono“. Infatti le riproduzioni sono stampate su un tessuto trasparente e retroilluminate e questa soluzione, oltre a conferire una particolare suggestione ai dipinti, consente di cogliere dettagli e sfumature difficilmente apprezzabili nelle tele originali ad occhio nudo o nelle riproduzioni a stampa.

La Regione Marche è pronta a celebrare nel 2020 uno dei suoi figli più illustri - Raffaello Sanzio - che nella città di Urbino nacque e mosse i primi passi e per farlo ha deciso di portare l’esposizione Raffaello La mostra impossibile oltre i confini nazionali. Dopo l’aeroporto di Falconara infatti, la mostra arriverà a Le Carrousel du Louvre a Parigi dal febbraio 2020, ma non solo, nel corso del prossimo anno toccherà altre città europee fino a giungere in Russia.

Abbiamo inaugurato non solo una mostra, ma un nuovo genere di museo e un nuovo modo di fare cultura. Apriamo nelle Marche una frontiera digitale a servizio della Cultura, la tecnologia avanzata a favore dell’Arte, l’essenza del concetto di democrazia culturale come possibilità per tutti di fruire del bello, di poter provare quelle emozioni che solo i capolavori in dimensioni naturali riescono a trasmettere e altrimenti difficili da raggiungere.” - afferma Luca Ceriscioli, Presidente della Regione Marche - “E quale miglior inizio per un’operazione culturale del genere se non il genio di Raffaello, l’Urbinate di cui ci apprestiamo a celebrare il cinquecentenario della morte? Anche la scelta dell’Aeroporto delle Marche “Raffaello Sanzio” è naturalmente in sintonia con questi obiettivi: insomma è un viaggio dentro il mondo di Raffaello, un modo inusitato di approfondire la sua conoscenza in un luogo di passaggio che sarà valorizzato da questa mostra ma che a sua volta diventa… vettore di bellezza marchigiana e lancio della nostra immagine nel mondo. L’icona immortale e universale di Raffaello, sublimata in queste riproduzioni, diviene quindi ambasciatrice della bellezza delle Marche nel mondo. Una mostra “impossibile” ma che rende possibile avvicinarsi all’Arte più pura. E girerà l’Europa nel 2020 rappresentando uno strumento straordinariamente efficace per far conoscere i molteplici aspetti dell’offerta turistica regionale.

Sono sicuro che anche davanti a queste magnifiche riproduzioni di così elevata definizione, la sindrome di Stendhal potrebbe avere il sopravvento...“.

Continua Moreno Pieroni, assessore regionale al Turismo-Cultura: “Possiamo dire che questa innovativa forma di esposizione, un compendio dei capolavori di uno dei figli più illustri di questa terra, attraverso immagini di una qualità straordinaria, riassume bene due caratteristiche delle Marche: in primo luogo sintetizza in un colpo d’occhio il motivo per cui Lonely Planet ci ha riconosciuto come Top destination 2020 e cioè il fascino di scoprire meraviglie in un luogo in cui non ti aspetteresti di trovarle, come  è appunto un aeroporto;  in secondo luogo, l’aver voluto organizzare questa mostra in una sede così inusuale, ma simbolo del viaggio e della vacanza, esprime al meglio il binomio compiuto tra Turismo e Cultura su cui abbiamo puntato fortemente in questa legislatura. E i diversi riconoscimenti, i risultati ottenuti, gli impegni premiati anche dai numeri dei turisti che hanno visitato la nostra regione, l’aver superato momenti difficili con un lavoro di squadra, ci hanno dato ragione. Ancora una volta dunque segniamo una sorta di primato, un’innovazione nell’innovazione: aver connesso alla Cultura un luogo non deputato per catturare il maggior numero di fruitori. Sono sicuro, quindi, che questa mostra diventerà il miglior “biglietto da visita” della bellezza delle Marche per chi si appresterà a visitarle anche nel periodo natalizio”.

È fondamentale passare attraverso la storia, il vissuto e le opere di personaggi come Raffaello e divulgarne il più possibile l’opera per contribuire a diffondere l’identità dell’Italia ed amplificarne l’attrattività turistica. Il turismo culturale infatti passa dai geni dell’arte e continua ad essere un prodotto turistico dal potenziale crescente e inesauribile che favorisce la crescita a valore dell’Italia come destinazione turistica sostenibile" – dichiara il direttore esecutivo Enit Giovanni Bastianelli - “I flussi turistici organizzati sono in crescita e l’Italia culturale è un brand che si posiziona sempre di più in cima alle scelte dei visitatori stranieri che hanno sete di conoscenza dell’arte italica

Nella guida Best in Travel 2020 di Lonely Planet si legge a proposito della Regione Marche: “Una delle ragioni del suo grande fascino è proprio quella di poter esplorare con calma, e in relativa solitudine, maestose rovine romane, svettanti architetture gotiche, massicci castelli medievali e sublimi palazzi rinascimentali che custodiscono collezioni d’arte tra le più ricche d’Italia. Il tutto racchiuso tra alte montagne boscose e la placida costa dell’Adriatico e condito da golosi festival gastronomici”.

La Regione Marche con Raffaello La mostra impossibile, si appresta ad aprire il nuovo anno nel segno dell’arte, ma non solo. Il 2020 sarà anche l’anno del Giubileo Lauretano in occasione del centenario della proclamazione della Vergine Lauretana quale Patrona universale degli aeronauti, avvenuta il 24 marzo 1920. Il Giubileo avrà inizio l’8 dicembre 2019, con l’apertura della Porta Santa nel Santuario di Loreto presieduta da S. Em.za il Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato e si concluderà il 10 dicembre 2020.

Inoltre continua il progetto Marche Outdoor, inaugurato nel 2019 e che avrà come testimonial d’eccezione il campione del ciclismo mondiale Vincenzo Nibali. La filosofia del progetto è quella di promuovere un’economia del territorio sostenibile, proponendo la bicicletta come mezzo e non come “fine” e facendo vivere al cicloturista tutte le emozioni che la regione può offrire, attraverso 24 percorsi ciclabili che interessano tutte le Marche.


Le rose non più rosa di Van Gogh

Nell'ultima fase della sua vita, nonché il periodo più produttivo dal punto di vista artistico, Van Gogh esegue, poco prima di lasciare la clinica di Saint-Rémy nel 1890, un gruppo di quattro nature morte floreali, due delle quali riportate qui di seguito.

Vincent Van Gogh rosa decolorazione
Vincent Van Gogh, Natura morta: Rose rosa in un vaso, olio su tela (92,6 x 73,7 cm. Saint-Rémy, Maggio 1890), Metropolitan Museum of Art, New York

 

Vincent Van Gogh, Natura morta: vaso con rose, olio su tela (71.0 x 90.0 cm. Saint-Rémy, Maggio 1890), National Gallery of Art, Washington, foto NGA Images

Come è possibile notare anche in altri quadri, Van Gogh usa talvolta indicare il colore del soggetto nel titolo dell'opera: La casa gialla (1888), Il frutteto bianco (1888), Piccola bottiglia con peonie e Delphinium blu (1886), Vaso con rose gialle (1886), ecc. Anche in questo caso il titolo di uno dei due quadri recita: Natura morta: rose rosa in un vaso. Eppure, a ben vedere, di rosa nel quadro non ce n'è traccia. Allora come si spiega questa dissonanza tra il titolo e ciò che osserviamo sulla tela?

Sappiamo bene quanto l'artista fosse legato alla scelta della propria tavolozza, quanto ricercasse spasmodicamente colorazioni vibranti attraverso la giustapposizione di colori complementari, scolpiti ancor più da pennellate corpose e sinuose; sappiamo anche con certezza, grazie alla corrispondenza epistolare intrattenuta col fratello Theo, quali fossero le volontà artistiche di Van Gogh e i colori originali di molti quadri. Sì, originali. Perchè ciò che osserviamo oggi è il risultato di un drammatico processo di sbiadimento delle sostanze colorate utilizzate dal pittore.

I dipinti svaniscono come i fiori” scriveva in una delle sue lettere al fratello Theo, ed ironia del caso vuole che siano proprio i quadri aventi come soggetto bouquet ed alberi in fiore quelli ad aver riportato l'alterazione cromatica più evidente tra le varie opere dell'artista.

Per ottenere le delicate tinte rosa o malva tipiche dei fiori, Van Gogh ha spesso utilizzato nella sua tavolozza lacche rosse miscelate con pigmenti bianchi o blu. Le lacche, per definizione, sono tutte quelle sostanze ottenute a partire da un colorante a mordente (colorante organico e insolubile nel mezzo disperdente) adsorbito su di un supporto inerte (generalmente bianco e di natura minerale) oppure supportato su di un gel traslucido.

A differenza dei pigmenti, le lacche sono sostanze debolmente coprenti e che producono colorazioni e tonalità variabili a seconda del medium (olio, tempera a uovo, acqua, ecc.) in cui vengono disperse. Per di più, la loro natura organica le rende estremamente fotosensibili.

È ormai accertato, infatti, che l'esposizione alla luce di lacche e coloranti organici, in condizioni di conservazione non favorevoli, conduca ad alterazioni cromatiche, se non addirittura allo sbiadimento come in questo caso.

Le radiazioni ultraviolette, infatti, sono tra tutte le più dannose in quanto più energetiche. Esse sono in grado di alterare i legami molecolari dei gruppi cromofori dei coloranti modificando, di conseguenza, la lunghezza d'onda di assorbimento. In poche parole, la lacca alterata non rifletterà più il colore rosso, ma tutti i colori, facendoci percepire il bianco. Il dipinto risulterà decolorato.

Van Gogh era più che consapevole della precaria stabilità dei colori da lui scelti a tal punto che le pennellate spesse e dense erano state da lui pensate anche come espediente per compensare questi fenomeni di decolorazione. Il rosso, infatti, sebbene sia il colore oggetto di questo articolo, non è l'unico ad aver mostrato alterazione cromatica nei quadri di suddetto artista.

Purtuttavia, limitato dalle risorse economiche da una parte, affascinato dai colori vivaci e brillanti dall'altra, Van Gogh non rinunciò mai all'acquisto di tali sostanze, infondendo anche nella materia pittorica il sentimento di contrasto, per lui fatale, tra vitalità pulsante e fugacità della vita e delle cose ad essa correlate.


restauro Cappella Sindone

Torino in una pioggia d’oro: premiato il restauro della Cappella della Sindone

Il restauro della Cappella della Sindone ottiene lo European Heritage Award

 

Palazzo Reale - Cristalli nella Galleria del Daniel

 

22-11-19: la città in capslock. Maiuscola, superlativa, Torino accoglie un premio prestigioso e meritato.

Piove una pioggia spietata, che rende Piazza Castello ancora più luccicante nello sfolgorio delle luci quasi-natalizie. Le persone si mettono in fila, anche se è buio, anche se fa freddo, anche se l’ora sarebbe quella di cena.
Non spingono, non si indispettiscono per un po’ di attesa, chiacchierano allegramente.

Quando la cerimonia, tenutasi nella Sala degli Svizzeri di Palazzo Reale, con cui si festeggia il Premio Europa Nostra 2019 (ritirato a Parigi il 29 ottobre scorso, per il recupero della Cappella della Sindone) si conclude il pubblico sciama dentro al Palazzo. Vivace e composto, curioso anche quando poco preparato, tono di voce adeguato e mani miracolosamente lontane da quanto non deve essere toccato.
Quasi si sentisse parte di quell’atmosfera festante ma cerimoniosa.

restauro Cappella Sindone
La cupola della Cappella della Sindone - Guarino Guarini

D’altronde i torinesi alla Cappella della Sindone sono legati in modo profondo. Hanno vissuto con dolore l’incendio, e con partecipazione i pur lunghissimi lavori di restauro.
Affrontati tra mille difficoltà tecniche (l’inafferrabile prassi architettonica di Guarini, che architetto non era, la difficoltà a reperire i materiali storici) e le solite lungaggini burocratiche. Il risultato è proprio quello che mi aspettavo: rigore scientifico scaldato da una spinta ideale, come tipico di questa città.

La cupola di Guarino Guarini splende, e restituisce in modo davvero efficace il contrasto tra la parte bassa, ricoperta di marmi neri, e la vertigine matematica della sequenza di archi sovrapposti che risucchia l’occhio verso l’alto, dando una sensazione di verticalità molto più spinta della reale dimensione della cupola.

Guarini è sempre sorprendente, nel suo essere meravigliosamente eccentrico da qualsiasi norma classicista e accademica. Lo stesso credo di amare un po’ di più San Lorenzo: l’intima partecipazione nel realizzare un edificio per il proprio ordine, quello dei Teatini, forse rende quel disegno più armonico di questo, terribilmente severo e monumentale.

restauro Cappella Sindone
Dopo il restauro, la Cappella della Sindone

L’illuminazione artificiale a mio parere è un elemento critico. Lo è sempre, in realtà, quando ci aiuta a fruire opere realizzate prima del Novecento. Resta tuttavia l’impressione che il progetto guariniano giocasse in modo più importante con i chiari-scuri, rispetto all’asettica visibilità che la luce artificiale garantisce.

L’altare centrale, quello che ospitava il telo sindonico, è stato lasciato come il giorno dopo l’incendio: scelta geniale, che mette d’accordo rigore filologico ed emozione.

Oltre la Cappella della Sindone c’è tutto il complesso reale a disposizione dei visitatori. Ed è così piacevole attraversare le sale illuminate a festa e incontrare i tanti artisti che i Savoia, nei secoli, hanno voluto intorno a loro.

Il trono di Carlo Alberto, opera di Gabriele Capello su disegno di Pelagio Palagi

Riscoprire quanto poco tetri e banali fossero: loro che hanno fatto l’Italia con la committenza prima che con la politica. Guarini era emiliano, come Pelagio Palagi, il geniale architetto e “designer” amato da Carlo Alberto, che plasma il palazzo con uno storicismo colto e attento. Il messinese Filippo Juvarra sfotte per l’eternità l’insipienza degli ingegneri militari sabaudi lasciando in Palazzo Reale la prodigiosa Scala delle Forbici.

Gli interni in notturna e la palmetta, firma di Pelagio Palagi

Una serata di festa vera, allegra e partecipata, meritata per anni di lavoro davvero sofferto. Per come oggi appare Palazzo Reale, in cui si aggira con sabaudo understatement la direttrice dei Musei Reali Enrica Pagella, cicerone d’eccezione per le autorità che hanno partecipato alla premiazione. I musei cui ha prestato la sua opera testimoniano meglio di qualsiasi discorso l’impeccabile qualità del suo lavoro.

L'oro splende negli interni illuminati

Una serata che si spera lascerà non soltanto l’ammirazione per il ruolo che possono avere i beni culturali nella costruzione di una comunità, quando ben amministrati, ma anche il monito a fare di tutto per non dover più ricevere un premio così, e di avere al contrario un riconoscimento per aver fatto in modo che nessun disastro così doloroso si possa ripetere.

 

Tutte le foto della premiazione del restauro della Cappella della Sindone sono di Chiara Zoia