Ercolano

“Lettere dal passato”: tornano le Tavolette cerate di Ercolano

In questi giorni, sotto l’hashtag #iorestoacasa, il Parco Archeologico di Ercolano ricorda, tramite la sua pagina Facebook, una vicenda relativa alla Casa del Bicentenario, già raccontata in un documentario realizzato nel 1953 da Antonio Federici, dal titolo “Lettere dal Passato”.

Da alcune tavolette di cera, sepolte in seguito all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e ritrovate grazie agli scavi del sito archeologico, emerge una storia che vede contrapposte due donne: una appartenente alla famiglia dei Petronii-Calatorii, molto in vista nella comunità e probabile proprietaria della Casa del Bicentenario all’epoca dell’eruzione, Calatoria Themis; l’altra, è Petronia Justa, figlia di Petronia Vitalis, che fu schiava della famiglia.

Il documentario radiofonico “Lettere dal passato” realizzato da Antonio Federici fa riferimento alle Tavolette cerate di Ercolano, il materiale più economico su cui scrivevano i Romani: piccole tavolette che messe insieme costituivano dei libretti detti dittici, trittici o polittici a seconda del numero di tavolette.

Spalmate di cera, ci si incidevano le parole con uno stilo acuminato; un sistema riciclabile perché grattando via il testo, lo strato di cera poteva essere cancellato per poterci riscrivere. Le “Lettere dal passato” sono dunque quelle tavolette che dopo duemila anni sono giunte fino a noi attraverso le mani esperte degli archeologi che le hanno analizzate e interpretate. Il documentario esplora la genesi di questi straordinari reperti con le testimonianze dirette dei professori: Vincenzo Arangio Ruiz (Giurista, esperto di Diritto Romano); Giovanni Pugliese Caratelli (Storico dell’antichità) e Amedeo Maiuri (Archeologo) che insieme hanno impiegato le loro conoscenze in un’appassionata ricerca, spesso difficile per le lacune dei ritrovamenti e per la frammentarietà dei resti.

Gli studiosi, ai microfoni della radio, raccontano le tappe fondamentali di questi importanti rinvenimenti, parlano di alcuni abitanti dell’antica Ercolano divenuti familiari attraverso le storie che man mano si delineavano dopo la decifrazione delle tabelle. Si soffermano in particolare su una serie di tavolette di argomento giudiziario ritrovate in occasione della scoperta della Casa del Bicentenario (nota anche con il nome dell’ultimo proprietario dell’abitazione Lucio Cominio Primo). Si tratta di una serie di documenti riguardanti il cosiddetto “Processo di Giusta”, una causa promossa nel 76 d.C dalla giovane Giusta Spurii contro una ricca ercolanese: Calatoria Temide. La donna per entrare in possesso dell’eredità lasciata alla ragazza da sua madre Petronia Vitale, sosteneva che Giusta fosse nata quando Petronia era ancora una schiava in casa sua. Il processo doveva accertare se Giusta fosse nata da una ex schiava prima o dopo la sua affrancatura, la sentenza emessa non è stata rinvenuta e, dunque, la conclusione del processo è sconosciuta.

La conservazione di questi piccoli reperti carbonizzati fa di Ercolano un caso unico in tutto il mondo romano, un osservatorio privilegiato sul mondo antico, che aiuta a comprendere aspetti più disparati dalla diffusione della scrittura a tutte le classi sociali, agli aspetti legati al diritto privato romano, ma anche a conoscere da vicino tantissimi nomi e mestieri degli abitanti della città antica.

Ercolano Lettere dal Passato Tavolette Cerate di Ercolano
Scavi di Ercolano. Foto di Lalupa, CC BY-SA 3.0

Fontane pubbliche e approvvigionamento idrico a Pompei

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua, il Parco Archeologico di Pompei  svela altri ritrovamenti nel cuore della Regio V. Ad un incrocio tra il vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento, gli archeologi, durante i recenti scavi per la messa in sicurezza dei fronti di scavo, hanno rinvenuto una fontana pubblica.

Questa, che era riempita da una spessa coltre di lapilli, non dissimile da altre sparse in tutta la città, appare con una grande vasca composta da blocchi in pietra lavica e con l’erogatore decorato da un elemento circolare. Si è conservata perfettamente anche la fistula, il tubo di piombo che portava l’acqua e che ne permetteva l’erogazione. Non distante dalla fontana è stato ritrovato anche il pozzo cisterna per attingere acqua e la torre pizometrica collegata al castellum aquae della città.

Fontana nella Regio V. Foto: Pompei Parco Archeologico

L’approvvigionamento idrico in città fu risolto inizialmente tramite l’utilizzo di cisterne e pozzi collocati nelle strade, negli edifici pubblici ma anche nei giardini e nelle case private. Le cisterne erano alimentate dall’acqua piovana che veniva raccolta grazie all’apertura del tetto della domus (compluvium) nel sottostante bacino (impluvium).

Successivamente, l’approvvigionamento migliorò grazie alla costruzione in età augustea di un acquedotto alimentato dalle sorgenti dell’Acquaro, presso Serino. Di qui il monumentale complesso che attraversava varie città tra cui Pompei e arrivava, nella diramazione cittadina, nel punto più alto, presso Porta Vesuvio, in un grande serbatoio che era appunto il castellum aquae.

Qui partivano tre diramazioni che servivano a distribuire l’acqua in tutta la città. Secondo quanto ipotizzato dall’architetto Vitruvio, la tripartizione del castellum aquae serviva per la distribuzione idrica delle utenze più importanti di una città, cioè abitazioni private, fontane, terme e giochi d’acqua. L’impianto idrico di Pompei fu danneggiato durante il terremoto del 62 d.C. ma al momento dell’eruzione del 79 sembra fossero in atto altre riparazioni causate dai danni provocati dai terremoti che avevano preceduto l’eruzione.

Fontana nella Regio V. Foto: Pompei Parco Archeologico

Le fontane pubbliche della città ricevevano la maggior quantità di acqua che fluiva ininterrottamente giorno e notte a differenza delle altre utenze che avevano rubinetti che ne regolavano la distribuzione. Per garantire una migliore copertura, anche la distanza tra una fontana e l’altra era ben stabilita.

Le fontane sono poste ad una distanza che variava fra i settanta e gli ottanta metri l’una dall’altra in maniera tale che ogni cittadino ne potesse fruire senza allontanarsi troppo dalla sua abitazione. In città se ne contano una quarantina e presentano una struttura pressoché uguale con bacino rettangolare costituito da quattro lastre in pietra lavica o di calcare e un tubo di piombo per l’erogazione dell’acqua posizionato su un pilastrino forato che spesso era decorato.


Il caso studio del restauro della Casa del Bicentenario dal Parco Archeologico di Ercolano

Dopo oltre trent’anni dalla chiusura e a seguito dell'avvenuto restauro, il Parco Archeologico di Ercolano ha restituito alla collettività la Casa del Bicentenario, così denominata in quanto portata alla luce da Amedeo Maiuri nel 1938, ovvero duecento anni dopo l’inizio degli scavi voluti da Carlo III di Borbone.

L'edificio, posto lungo il decumano massimo, è articolato su due livelli. L'elevato pregio artistico è evidente negli affreschi e nei pavimenti mosaicati.

Il giardino presentava in antico un roseto, come provato dalle indagini archeobotaniche condotte negli anni Trenta del Novecento. Si è dunque deciso di riproporre la medesima specie.

Casa del Bicentenario

L’impianto planimetrico rispecchia la canonica articolazione degli spazi della domus romana. Tuttavia è possibile leggere varie trasformazioni architettoniche dettate dal cambio di destinazione d’uso degli ambienti: sul fronte strada si trovano le botteghe, mentre ai piani superiori si trovano degli appartamenti. In una di queste unità abitative è stato scoperto uno straordinario archivio, costituito da tavolette cerate. Lo studio di questi reperti ha permesso di ricostruire le dinamiche sociali nella vita quotidiana dell’antica Herculaneum.

Uno dei particolari più interessanti si trova in uno degli appartamenti del primo piano: un taglio nell’intonaco della parete a forma di croce. Questo è stato giustificato inizialmente come segno di una precoce presenza cristiana. Studi successivi hanno dimostrato che si tratta della semplice traccia lasciata da un sistema di scaffalature.

Il progetto di restauro ha previsto il raddrizzamento di alcune partizioni murarie del livello superiore in opus craticium (costituite da un telaio portante ligneo con mattoni di riempimento in tufo) affrescate, soggette ad un abbassamento dovuto all'imbibizione delle travi in sommità, messe in opera all’epoca di Maiuri.

restauro Casa del Bicentenario

Come ha ricordato Paola Pasaresi, architetto del team “Herculaneum Conservation Project”, i lunghi tempi del progetto di restauro (durato circa otto anni) hanno contribuito considerevolmente ad aumentare il livello di conoscenza del manufatto oggetto di intervento, consentendo di poter implementare le stesse soluzioni anche per altre domus del sito archeologico.
Momento irrinunciabile del progetto - soprattutto del restauro degli apparati decorativi - è stato lo studio delle tecniche originali, dei precedenti interventi di restauro e delle cause di degrado, anche attraverso il monitoraggio ambientale, nonché le analisi condotte in laboratorio e in situ.

Il restauro della Casa del Bicentenario ha coinvolto un team internazionale. Hanno partecipato infatti l’Herculaneum Conservation Project (una partnership pubblica-privata che unisce insieme il Packard Humanities Institute, fondazione filantropica operante in Italia attraverso l’Istituto Packard per i Beni Culturali, e il Parco Archeologico di Ercolano) e il Getty Conservation Institute.

 

Photo Credits per le immagini relative al restauro della Casa del Bicentenario: Parco Archeologico di Ercolano


Elea: un progetto per restaurare le monete della città

La città di Elea, dal greco ‛Yέλη, ‛Ελέα, in Lucania, tra le due sub-colonie di Sibari, Laos e Poseidonia, è stata fondata secondo Erodoto intorno al 540 a.C. dai Focei profughi, superstiti della Battaglia di Alalia. Prende il nome da un centro indigeno di piccole dimensioni, Fέλη o Hyele, in cui era presente una sorgente o un corso d’acqua avente lo stesso nome, mentre la forma Elea è attestata per la prima volta in Platone o forse Antioco di Siracusa.

La fondazione di Elea è l’atto finale delle frequentazioni focee in Occidente. I Focei esercitavano l’emporìa, avendo costruito abilmente una rete di empori, tra cui Massalia. Scappati dalla schiavitù persiana per amore della libertà, giungono in Corsica, dove praticano anche la pirateria, e vedono mutare i loro rapporti con l’Etruria meridionale e i Cartaginesi in Sardegna. Dopo la battaglia di Alalia, difatti, cadono per mano di Etruschi e Cartaginesi. Giungono in seguito nello Stretto, grazie ai buoni rapporti con i Reggini, e si apre un altro capitolo della loro storia: la nascita di un nuovo insediamento, Hyele, con la mediazione di Reggio e Poseidonia, le due poleis più potenti in quel contesto. In Erodoto, un “uomo di Poseidonia” che interviene nella fondazione di Elea interpretando correttamente il responso delfico che aveva portato i Focei a recarsi in Corsica per fondare una colonia, simboleggia la volontà di Poseidonia, e pertanto anche di Sibari, che i Focei si stanziassero in quelle zone, tanto che Elea viene considerata una “subcolonia di Poseidonia” o “promossa da Poseidonia e appoggiata da Reggio”.

Nello stesso periodo, un altro gruppo di esuli giunge nel territorio in cui fonderà Massalia. Quindi vi furono due gruppi di esuli da Focea, uno diretto in Corsica e l’altro nella futura Massalia.

Dalle fonti si evince inoltre che i Focei, nelle loro navigazioni, hanno avuto rapporti e contatti con le popolazioni stanziate nel basso Tirreno. Reggio con l’assenso di Poseidonia, che viveva un periodo di affermazione e volgeva la sua attenzione nei confronti dell’Enotria, “dirotta” gli esuli Focei nel luogo in cui sorgerà la futura Elea. Le due poleis sono interessate al controllo di quell’area, pertanto scelgono di aiutare i profughi Focei ad insediarvisi, al fine di interagire con un popolo già avvezzo ai traffici commerciali nel Tirreno.

Dalla documentazione numismatica e da quella archeologica emerge che Poseidonia ed Elea, poco dopo la sua fondazione, fino alla metà del V secolo a.C. fossero in stretti rapporti commerciali. Verso la fine dello stesso secolo iniziarono le ostilità con Poseidoniati e Lucani, dalle quali Elea esce vittoriosa, ed inizia una nuova fase, quella che la vedrà mantenere la sua autonomia nei confronti del mondo osco-lucano, aprendosi e comunicando con questa nuova realtà politico-culturale. In egual modo farà nei secoli IV-II a.C., quando entrerà nell’orbita di Roma e ne diverrà fedele alleata.

In età romana, secondo Plinio “oppidum Elea, quae nunc Velia”, dunque la polis viene denominata Velia, nome che corrisponde al greco Elea.

Il commercio, insieme alla pesca, era l’attività che dava sostentamento ai cittadini di Elea.

Il carattere commerciale della polis è documentato dalle sue monete, che vedono al Diritto la testa di Athena o della ninfa Hyele, e al Rovescio un leone in lotta con un cervo. La città conia monete in argento dalla fondazione, alla fine del VI secolo a.C., fino ai primi decenni del III a.C.

È inoltre una tra le prime poleis magnogreche a battere moneta in bronzo, dalla seconda metà del V fino al I secolo a.C.

I suoi documenti monetali, sia in metallo prezioso che in bronzo, presentano dei tipi che sono riferibili ai culti cittadini: Athena, Eracle, Zeus, Apollo, e il culto “silente” della ninfa Hyele.

 

Il progetto Art Bonus “Le monete di Elea/Velia. Restauro e studio” nasce da una convenzione tra la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno e la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni. La somma stanziata corrisponde a  € 50.000, a cui si sono aggiunti altri € 50.000 ricevuti dal MiBACT, giacché questo progetto Art Bonus aveva già  ricevuto erogazioni da parte della Fondazione, conditio sine qua non per ricevere un secondo finanziamento.

Gli obiettivi del progetto sono il censimento del patrimonio numismatico della polis, il restauro e la schedatura di circa 3000 monete, del periodo sia greco che romano. Verranno studiati documenti monetali provenienti da nuovi contesti di scavo archeologico, diversi per tipologia e funzione, ovvero quelle provenienti da ambiti pubblici e privati, nonché dalla necropoli della prima età imperiale, presso la c.d. Porta Marina Sud. Si tratta di monete provenienti da contesti differenti, che abbracciano anche un ampio arco cronologico. Per l’ambito pubblico citiamo le Terme ellenistiche, l’Agorà, l’edi­ficio-stoà del Terrazzo superiore dell’Acropoli, l’edifi­cio imperiale rinvenuto al di sotto della Masseria Cobellis, mentre per quelli privati la Casa degli Affreschi e abitazioni del Quartiere meridionale.

All’Art Bonus si affianca, inoltre, un progetto di ricerca che ha come obiettivo lo studio in toto delle ultime serie prodotte da Velia, con i tipi testa di Athena/tripode, basato sulla seriazione dei conii, e chiaramente sull’iconografia e lo stile dei documenti monetali. Quest’ultima serie necessitava difatti di studi approfonditi al fine di ricostruire la datazione, la durata di emissione e la quantità di monete battute.

Grazie al supporto del Laboratorio Spettrometria di Massa Isotopica del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare - INFN), sono state effettuate analisi archeometriche, per stabilire sia la provenienza delle materie prime utilizzate, sia per lo studio delle leghe metalliche. Le analisi in questione sono essenziali per comprendere quali siano le procedure più adatte per procedere con il restauro conoscitivo e conservativo.

Il progetto si occupa quindi del restauro, della schedatura, dell’inventariazione e della documentazione fotografica delle monete di Elea/Velia, nonché della compilazione del corpus delle emissioni con i tipi Athena/tripode, ed infine dell’edizione dei risultati raggiunti.

L’approccio interdisciplinare dunque permetterà di aggiungere uno o più tasselli e di riscrivere una delle pagine della storia dell’antica Elea/Velia. Per aver maggiori chiarimenti abbiamo, con piacere e soddisfazione, intervistato i curatori del progetto, docenti di Numismatica greca e romana dell’Università degli Studi di Salerno, la professoressa Renata Cantilena (RC) e il professor Giacomo Pardini (GP).

 

 

La moneta è un documento parlante, in quanto l’autorità emittente sceglie con cura immagini, simboli e leggende, per veicolare dei messaggi che sono, sempre, chiari ed inequivocabili ai destinatari della moneta stessa. Come riescono i typoi di Elea/Velia a parlare dello sviluppo del commercio della città?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Eracle e civetta ad ali chiuse (metà IV
secolo a.C. ca.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Nei tipi delle monete di Elea/Velia, in maniera non dissimile da molte altre poleis greche, le raffigurazioni scelte nel corso del tempo come icona monetale si riferiscono ai principali culti cittadini e, quindi, a divinità quali Atena (della quale su moneta è riprodotta la testa elmata oppure la civetta, uccello a lei sacro), Eracle (testa imberbe o barbata), Zeus (testa con chiome fluenti), Apollo (evocato attraverso il tipo monetale del tripode). La vocazione della città ad attività commerciali si colgono non dalle raffigurazioni, bensì dai valori coniati, anche di scala ridotta, funzionali ad assicurare scambi di vario livello, facilitando operazioni di mercato interno e le transazioni con l’esterno. (RC)

In quale typos emerge la capacità di difendere la grecità di Velia, ovvero il rispetto delle proprie origini, dichiarando a gran voce l’appartenenza dei suoi coloni ad una comune origine focea?

La testa di Atena e il leone sui didrammi in argento di Velia. In alto, la dea Atena con varie fogge di elmo sul dritto (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002)

Il typos che caratterizza con maggiore continuità il nominale maggiore è la testa di Atena, solitamente abbinata con il leone. La dea è la divinità poliade di Focea e delle sue colonie in Occidente, Elea e Massalia (Marsiglia). Strabone parla di sue statue di culto a Focea e a Massalia che la raffiguravano seduta (XIII, 1, 41). Ad Atena era dedicato forse il santuario ubicato sull’acropoli di Elea. La protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda si ritrova sulle prime coniazioni di Elea, di Focea e di Massalia (ultimi decenni del VI a.C.) e, nel corso dei primi decenni del V a.C., sulle monete di queste tre città compare la testa di Atena. (RC)

In altro la dracma in argento con protome leonina che azzanna il cosciotto di una preda al dritto e il quadrato incuso al rovescio (ca. 530-500 a.C.) - (foto G. Pardini, © DiSPaC/Università degli Studi di Salerno); in basso lo stesso tipo del leone che azzanna il cosciotto su un’emissione in bronzo coniata nella seconda metà del IV secolo a.C. - (da R. Cantilena, La moneta, Quaderni del Parco Archeologico di Velia 1, Napoli 2002 - Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Santangelo 5490)

La prima fase della monetazione di Velia, con la coniazione anepigrafe, si daterebbe da 535 agli inizi del V secolo a.C., quando è attestato l’abbandono del quadrato incuso al Rovescio e la comparsa di lettere entro un quadrato in incavo. È d’accordo con questa cronologia?

Le prime emissioni con la comparsa delle lettere iniziali del nome della città hanno al D/ una testa di Atena con elmo corinzio oppure un elmo corinzio. Sono piccoli nominali in argento databili nel primo quarto del V a.C. (RC)

La testa di Atena, il cui culto è attestato anche in altre poleis quali Focea e Massalia, viene raffigurata nelle monete di Elea nello stesso arco cronologico e con le stesse caratteristiche iconografiche? Se sì, si tratta di un ulteriore rimando alle origini e ai contatti commerciali della città? E dell’ipotesi dei contatti con Atene cosa ne pensa?

Che le tre poleis attingano per le loro raffigurazioni monetali ad un comune sostrato cultuale non vi è dubbio. Meno documentata è, invece, una continuità di rapporti commerciali tra colonie e madrepatria. Senz’altro gli ambienti culturali eleati hanno avuto rapporti con Atene negli anni di Parmenide e Zenone (460-450 a.C.), che si recarono in viaggio ad Atene in anni coincidenti con il momento in cui Atene ha interessi di natura politica e commerciale con l’Occidente tirrenico. (RC)

I simboli secondari, come ad esempio la Triskeles, come sono correlati al tipo principale? Ovvero, qual è il messaggio “unico” che veicolavano, nel tempo, le diverse emissioni di Elea?

Il simbolo della triskeles sul rovescio di un didrammo in argento di Velia (primi decenni del III a.C.) - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, collezione Stevens, 126920)

Non è del tutto chiaro il significato dei simboli secondari che compaiono nel campo monetale, accanto al tipo principale del rovescio, soprattutto in emissioni di fine IV- inizi III a.C., quando la produzione è assai abbondante Sono stati variamente interpretati: allusioni a contingenti eventi storici (e in tal caso nella triskeles -, che è un simbolo tipico delle monete di Agatocle, si è voluto vedere un collegamento con Siracusa non documentato però da altre fonti); oppure riferimenti a culti locali; oppure contrassegni utilizzati per un controllo delle emissioni. Il significato dei simboli accessori non è univoco, ma va letto esaminando la lor ricorrenza nell’ambito degli specifici segmenti produttivi in cui appaiono. (RC)

In quali emissioni e grazie a quali tipi monetali sono narrati gli episodi della Velia di epoca romana?

Elea Velia monete
Moneta in bronzo dagli scavi di Velia: il tipo con testa di Zeus e civetta ad ali spiegate (ca. III secolo a.C.) - (foto G. Pardini, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Velia, in età romana fino al I a.C., conia solo monete in bronzo per usi locali. Anche in epoca romana i tipi si riferiscono ai culti locali. Le serie emesse dal III a.C. hanno la testa di Zeus , poi di Atena, entrambe associate alla civetta e, infine la testa di Atena e il tripode. L’iscrizione che indica il nome della città (Hyele) è sempre in lettere greche. (RC)

Sarebbe possibile ritrovare la storia urbanistica di Elea in alcuni elementi iconografici?

Mancano su moneta elementi iconografici riferibili alla storia urbanistica di Velia. (RC)

Il progetto di Art Bonus, che interesserà circa 3000 monete di Velia, ha come primo obiettivo il restauro. Quali indagini archeometriche verranno utilizzate?

Alcune fasi del restauro delle monete recuperate dagli scavi di Velia - progetto Art Bonus 2019 ‘Le monete di Elea/Velia’ - (© RE.CO. Restauratori Consorziati, Roma)

Il progetto Art Bonus ‘Le monete di Elea/Velia - Un restauro per la conoscenza e la valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Parmenide’ è nato da una stretta e proficua collaborazione tra la Soprintendenza ABAP per le provincie di Salerno  e Avellino (grazie al Soprintendente, Arch. Francesca Casule, e ai Funzionari Dott.ssa Maria Tommasa Granese e Dott.ssa Rosa Maria Vitola, che hanno creduto in questa avventura) e il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale/DiSPaC dell’Università degli Studi di Salerno, a cui è stato affidato lo studio scientifico di tutte le monete provenienti dagli scavi condotti nel sito di Velia, sotto la direzione di Renata Cantilena, il coordinamento di chi vi parla  e un équipe formata dal Dott. Federico Carbone (Ricercatore), dalla Dott.ssa Flavia Marani (Assegnista di ricerca), insieme a studenti e laureandi. Proprio l’elevato numero dei reperti monetali (circa 10.000 esemplari riferibili alle diverse fasi di vita della città di Velia) e il loro precario stato di conservazione ci hanno spinto a presentare il progetto Art Bonus, che costituisce un’assoluta novità in quanto, per la prima volta in Italia, il mecenatismo privato – la Fondazione Nazionale delle Comunicazioni-FNC, Roma – è intervenuto (con un’importante contributo e grazie ad un cofinanziamento del MiBACT) per restaurare e in tal modo valorizzare le prime 3040 monete provenienti da una delle più importanti città della Magna Grecia. Il censimento di tutti i reperti monetali, unitamente all’intervento conservativo, ci ha permesso di mettere in luce l’importante eterogeneità del patrimonio monetale restituito da Velia, consentendoci di implementare e/o confermare le nostre conoscenze sulle diverse fasi di vita del sito, e di intraprendere e/o affinare gli studi tipologici sulle diverse serie della moneta in bronzo emesse dalla città, come ad esempio le monete con i tipi Zeus/Civetta o Atena/Tripode. Proprio per comprendere meglio questa emissione, lo studio si è avvalso dell’ausilio di alcune tecniche di indagine proprie della ricerca archeometrica, già sperimentate dal sottoscritto su alcune particolari emissioni presenti a Pompei e nell’ager vesuvianus (grazie ad un protocollo di intesa che l’Università di Salerno ha stipulato con la rete CHNet dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e alla partecipazione dei dottori Stefano Nisi, Marco Ferrante e Pier Renato Trincherini dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso/Laboratory for Isotope Mass Spectrometry). Come per Pompei, abbiamo deciso di integrare e completare i dati ottenuti attraverso gli strumenti tradizionali della ricerca numismatica e archeologica sull’emissione Atena/Tripode con due tecniche archeometriche: l’analisi mediante tecnica ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione quantitativa e qualitativa degli elementi chimici in tracce ed ultratracce, e l’analisi mediante tecnica MC-ICP-MS (Spettrometria di massa), per la valutazione dei precisi rapporti isotopici del piombo, in modo da rispondere ad alcuni quesiti di carattere storico, ma anche di natura tecnica, per ottenere indicazioni di dettaglio sui metalli impiegati nelle leghe, sui relativi luoghi di approvvigionamento, nonché sulle tecniche di esecuzione delle monete presenti nel nostro campione.

Elea Velia monete
Il seminario di numismatica condotto sui reperti monetali da Velia e organizzato presso il Laboratorio di Archeologia ‘M. Napoli’ del Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno - (foto F. Marani, ©DiSPaC/Università degli Studi di Salerno)

Un’iniziativa a trecentosessanta gradi che, oltre alla tutela e alla valorizzazione, ha una ricaduta assai importante che investe la formazione dei giovani che scelgono di avvicinarsi alla numismatica antica durante il loro percorso di studi archeologici presso l’Università di Salerno. L’occasione del progetto, infatti, ci consente di formare studenti e giovani ricercatori che vengono coinvolti nelle attività laboratoriali e seminariali su questo materiale eccezionale o attraverso la partecipazione a tirocini formativi presso la Soprintendenza. Un progetto, dunque, che rappresenta anche un investimento sul capitale umano del nostro Paese, in termini di opportunità per favorire un’alta formazione tecnico-scientifica e professionale nell’ambito dei beni culturali del nostro Paese. (GP)

Cosa vi ha spinti alla scelta di compilare il corpus delle emissioni con i tipi Atena/tripode in base alla seriazione dei conii? E quali aspettative avete circa i risultati che emergeranno dallo studio in questione?

Monete delle serie Atena/Tripode emesse tra II e I secolo a.C.: a destra le monete rinvenute negli scavi di Velia - (foto L. Vitola, © Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di Salerno e Avellino); a sinistra un esemplare della stessa serie conservato presso il Medagliere del Museo Archeologico di Napoli - (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, Fiorelli 3012)

Queste serie  sono state emesse in gran numero e gli scavi ne hanno restituite oltre un migliaio. L’esame di taluni contesti di scavo induce a ritenere che esse fossero ancora in uso fino alla prima età augustea, in un’epoca in cui avevano già smesso di coniare quasi tutte le città greche della Magna Grecia. Mancano però dati certi per valutare la data di avvio e la durata della coniazione. Lo studio della sequenza dei conii può fornire, in proposito, importanti indicazioni e, inoltre, può suggerire l’entità della produzione. (RC)

A quali conclusioni può portare, a Suo avviso, l’approccio interdisciplinare? Ovvero quanto la numismatica e le altre discipline possono aiutarsi vicendevolmente per ricostruire la storia del sito di Elea/Velia?

L’approccio interdisciplinare è indispensabile. L’archeologia, le fonti letterarie, la documentazione epigrafica, le monete (attraverso i loro tipi, il peso dei valori coniati, i luoghi di ritrovamento e le aree di circolazione) concorrono a ricostruire la storia socio-economica, gli aspetti cultuali e culturali, l’organizzazione degli spazi urbani. In definitiva solo attraverso l’esame dei dati offerti dalle varie fonti documentarie si è in grado di conoscere il passato di questa importante città della Magna Grecia. Importante, tuttavia, è non giustapporre le evidenze, ma utilizzare ciascuna di esse per quanto realmente sia in grado di offrire. (RC)

 

 

 


Mater Matuta Foro Boario

Il culto di Mater Matuta nelle fonti antiche

IL CULTO DI MATER MATUTA NELLE FONTI ANTICHE

Il culto di Mater Matuta figura tra i più importanti nella religione romana arcaica, tanto che alla dea era dedicato un tempio situato nell’area sacra di Sant’Omobono, una zona a forte vocazione commerciale ricadente all’interno del Foro Boario, l’antico mercato dei buoi, nei pressi del Portus Tiberinus.

La storia del tempio si intreccia con quella della Roma monarchica, e specificamente la Roma dei Tarquini: lo storico Livio colloca la fondazione dell’edificio sacro nel 580 a.C. ad opera di Servio Tullio, e riferisce della sua ricostruzione avvenuta nel 396 a.C. per mano del dictator Furio Camillo, dopo la conquista di Veio1. Si sa che l’edificio consacrato a Mater Matuta era affiancato da un tempio della Fortuna, anch’esso fondato da Servio Tullio: le ricerche archeologiche hanno portato alla luce i resti dei due edifici templari esclusivamente per la fase alto repubblicana (V secolo a.C.), mentre per la fase arcaica è stata attestata per il momento la presenza di un solo tempio, probabilmente quello di Matuta.

tempio di Mater Matuta Roma
Ricostruzione del tempio di Mater Matuta. Ai Musei Capitolini - Palazzo dei Conservatori a Roma. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Ma chi era Mater Matuta? Il culto di questa dea affonda le proprie radici nella ricerca da parte dell’uomo degli elementi ancestrali dell’esistenza, e nell’eterno rapporto con la terra quale strumento di vita e di benevolenza, nonché con i misteri che caratterizzano la natura in un equilibrio da venerare e conservare.

Per comprendere le funzioni della divinità, occorre innanzitutto partire dal nome. Il termine Matuta, secondo una delle interpretazioni più diffuse, sarebbe una forma sincopata di matutinus: si tratta, dunque, di un nume astrale, nella fattispecie l’Aurora, legata anche alla navigazione e all’orientamento2. In Festo, invece, si legge che Matuta è così chiamata dagli antichi «ob bonitatem», a causa della sua bontà e della sua capacità di rendere maturi i frutti della terra (associando, così il termine matutus con maturus)3. La Mater Matuta è, quindi, garante della fecondità delle messi e, per estensione, della fertilità delle donne, ed è per questo preposta al parto e alle nascite. Le due interpretazioni summenzionate, sebbene apparentemente diverse, sono in realtà complementari: in quanto Aurora, essa determina l’inizio del giorno; in quanto dea della terra, presiede al ciclo della vita e della natura. Matuta è perciò mater (madre) di ogni cosa.

Ricostruzione presso il Museo della Civiltà Romana dell'area che va (dal basso verso l'alto) dal Foro Boario al Foro Olitorio al Campo Flaminio (in alto). Foto di Alessandro57, pubblico dominio

Le festività in onore della dea, i Matralia, si svolgevano l’11 giugno e prevedevano dei riti particolari, che ci sono stati tramandati da Ovidio e Plutarco. Il primo, rifacendosi all’interpretazione tradizionale che identifica Mater Matuta con la greca Ino/Leucotea, spiega l’origine del culto attraverso un lungo mito eziologico:

Andate, buone madri (vostra è la festa dei Matralia), e offrite alla dea tebana4 le bionde focacce […] Chi sia la dea, perché tenga le schiave lontane dalla soglia del tempio […] e richieda focacce cotte, se quella è anche casa tua, o Bacco dai capelli ornati di grappoli e d’edera, guida l’opera del poeta. Semele era morta bruciata per la condiscendenza di Giove5: Ino6 ti accolse, o fanciullo, e ti nutrì con grandissima premura. Giunone si adirò, per il fatto che allevava il bambino strappato alla rivale: ma egli era il figlio della sorella. Di qui, Atamante7 cadde in preda alla follia e ad ingannevoli visioni, e tu, piccolo Learco, moristi per mano di tuo padre. La madre di Learco, addolorata, lo aveva seppellito e aveva reso ogni onore al triste rogo. Questa poi […] si precipitò su di te, Melicerte, e ti portò via dalla culla. Stretta da un breve spazio, c’è una terra che fronteggia due mari e, cosa unica, è battuta da una duplice acqua8: qui si recò, stringendo folle il figlio tra le braccia, e con lui si gettò giù dall’alto giogo, nelle profondità del mare. (Ov. fast. 6, 475-498)

Il racconto continua illustrando il salvataggio dei due ad opera delle Nereidi e il loro arrivo presso la foce del Tevere: qui, perseguitate dalle Baccanti, vengono messi in salvo da Ercole e ospitati dalla sacerdotessa Carmenta, che li accoglie nella loro casa:

Si racconta che la sacerdotessa Tegea, dopo aver preparato in fretta delle focacce con le sue stesse mani, le fece cuocere immediatamente sul fuoco. Ancora oggi, nelle feste dei Matralia, le focacce sono gradite alla dea. (Ivi, 531-533)

L’usanza di recare in offerta delle focacce, oltre ad essere riportata nel mito, è invero testimoniata dal rinvenimento, nell’area archeologica del tempio, di molte focacce votive. Il racconto ovidiano si conclude con la profezia di Carmenta:

«Annuncerò eventi felici: gioisci, Ino, libera dagli affanni» disse «e sii sempre benigna verso questo popolo. Tu sarai una dea del mare: anche tuo figlio abiterà il mare. Assumete un nome diverso nelle vostre acque: Leucotea sarai chiamata dai Greci, Matuta dai nostri; tuo figlio avrà piena giurisdizione sui porti, quello che noi chiamiamo Portuno, la sua lingua chiamerà Palemone». (Ivi, 541-547)

Tempio di Portuno
Il tempio di Portuno nel Foro Boario di Roma. Foto di Mac9, CC BY-SA 2.5

Dal mito derivano, inoltre, altri due aspetti del culto assai rilevanti per il dibattito che hanno suscitato: innanzitutto, l’accesso al tempio consentito esclusivamente alle univirae (donne che erano sposate una sola volta) e proibito alle schiave; vi era poi il rito della “cacciata” dal tempio di una schiava a suon di percosse, seguito dall’abbraccio dei propri nipoti. Di questo rituale ci rende testimonianza Plutarco:

Per quale motivo il tempio di Leucotea è inaccessibile alle schiave e le donne, conducendovi dentro solo una, la colpiscono sulla testa e la percuotono? […] Alle altre invece impediscono di entrare per via del mito. Si dice infatti che Ino, ingelositasi di una serva a causa di suo marito, abbia sfogato la sua pazzia sul figlio. (Plu. q. Rom. 16)

La schiava in questione, una certa Antifera di stirpe etolica, avrebbe intrattenuto una relazione con Atamante e sarebbe stata all’origine della gelosia coniugale di Ino: di qui deriva il divieto rituale di partecipare ai Matralia esteso a tutte le schiave. Ancora in Plutarco:

Perché al cospetto di questa dea non pregano per i propri figli ma per quelli delle sorelle? Forse perché Ino amava la sorella e nutrì il figlio di lei, ma lei stessa fu sventurata riguardo ai propri figli. (Ivi, 17)

Si è già letto in Ovidio come Ino, sorella di Semele, si fosse presa cura del nipote Bacco dopo la morte di lei. I Matralia, di fatto, pongono al centro del rito le materterae: la zia materna, considerata a tutti gli effetti una seconda madre (mater altera) riveste un ruolo cruciale nell’educazione dei nipoti, spesso addirittura in competizione e in sostituzione con la nutrice, ruolo, quest’ultimo, ricoperto principalmente dalle schiave. Un’approfondita analisi antropologica del rapporto madre-zia-nipoti nelle società antiche è offerta da Bettini, che propone di leggere il rito in questa chiave: la matertera, percuotendo e scacciando la schiava (la nutrix) e poi abbracciando i suoi nipoti, si approprierebbe della funzione di nutrice per dedicarsi alla loro cura esclusiva9. Tale ipotesi, tuttavia, è in contrasto con quella avanzata da Dumézil, il quale, associando la matertera all’aurora e la schiava alla notte, di fatto rimarca la funzione propria di Mater Matuta che, scacciando la notte, garantisce il rinnovarsi del giorno10.

Lastra in pietra con iscrizione, dal tempio di Mater Matuta a Satricum. Ora al Museo Nazionale Romano - Terme di Diocleziano di Roma. Foto di Szilas, pubblico dominio

La devotio verso Mater Matuta non è attestata solo a Roma, ma affonda le sue radici in un passato preromano e in un contesto più ampio: diverse sono infatti le tracce del culto sparse nel territorio italico, e in particolar modo nella città volsca di Satricum, dove venne fondato un tempio consacrato a Matuta, di cui restano significative evidenze archeologiche.

Le matres capuane del Museo Campano di Capua. Foto di Giusy Barracca

Infine, proprio in relazione al culto, non si può non menzionare la ricchissima - nonché unica nel suo genere - collezione di matres conservate presso il Museo Campano di Capua (CE), la cui scoperta avvenne durante gli scavi ottocenteschi effettuati nel cosiddetto Fondo Patturelli a Curti. Si tratta di ex voto che raffigurano la dea seduta recante in braccio uno o più neonati e che coprono un arco temporale compreso tra il VI e il I secolo a.C.

Le madri capuane testimoniano la presenza nel luogo di rinvenimento, in prossimità di una dei più importanti centri dell’antichità, cioè Capua, di un santuario dedicato ad una divinità legata alla sfera della fertilità e della nascita, dotata cioè di quelle caratteristiche che ne consentirebbero un’immediata associazione con la Matuta romana: appare evidente il richiamo ad un culto sviluppatosi attorno al mito della sacralità ancestrale, italica e preromana, connessa con la maternità e il mistero della vita.

Mater Matuta matres capuane Museo Campano di Capua
Le matres capuane del Museo Campano di Capua. Foto di Giusy Barracca

Note:

1 Liv. 5, 19; 23.

2 Cfr. Prisc. gramm. 2, 76, 18; Lucr. 5, 656-662.

3 Fest. p. 109 L.

4 Nella mitologia greca, Ino era figlia di Cadmo, re di Tebe.

5 Giove, acconsentendo alla richiesta avanzata da Semele, sua amante, di manifestarsi col suo vero aspetto, ne provocò involontariamente la morte, folgorandola.

6 Sorella di Semele.

7 Marito di Ino.

8 L’Istmo di Corinto.

9 M. Bettini, Su alcuni modelli antropologici della Roma più arcaica: designazioni linguistiche e pratiche cultuali (II), in Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 2 ,1979, pp. 9-41.

10 G. Dumézil, Mythe et Épopée, Paris 1968.


La cultura non si ferma. Anche il linguaggio LIS per la campagna #iorestoacasa

Tre contributi video nella lingua italiana dei segni pensati per illustrare ai non udenti i reperti precolombiani della cultura Taìno al Museo delle Civiltà di Roma, i Giganti di Mont’e Prama al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e la statuaria classica al Museo Nazionale Romano. Un’adesione particolare dei luoghi della cultura statali alla campagna “La cultura non si ferma”, promossa dal Ministero per i beni e le attività culturali e del turismo per aumentare l’offerta del patrimonio culturale fruibile da casa. Questi sono solo alcuni esempi di attività messe in campo dai musei italiani per lo sviluppo dell’accessibilità destinate ai diversamente abili.

Con l’hashtag #iorestoa casa sono pubblicati sul canale YouTube del Ministero https://www.youtube.com/MiBACT tre video che mostrano: la maschera rituale Cemì con fronte umana e retro da pipistrello indossata in particolari circostanze dai dignitari del popolo Taìno, i primi amerindi in cui si imbatté Cristoforo Colombo; gli unici esempi di statuaria nuragica esistenti, i Giganti di Mont’e Prama, scoperti in oltre 5.000 frammenti nel 1974 e ora conservati in parte al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e in parte al Museo Civico di Cabras; la statuaria classica conservata la Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps.

In questo periodo in cui musei, parchi archeologici, biblioteche, archivi, teatri, cinema sono chiusi a casa dell’emergenza coronavirus, il Mibact rende disponibile sulla rete così non solo ciò che è abitualmente accessibile al pubblico, ma anche il dietro le quinte dei beni culturali con le numerose professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione. Attraverso il sito e i propri profili social facebook, instagram e twitter il Ministero rilancia le numerose iniziative delle istituzioni pubbliche e private che hanno inviato i contributi video in occasione della maratona solidale “L’Italia chiamò”. Sulla pagina La cultura non si ferma https://www.beniculturali.it/laculturanonsiferma, in continuo aggiornamento, sono inoltre presenti numerose altre iniziative di realtà culturali statali e non: mostre virtuali, letture, concerti, rappresentazioni.

Ecco il link del video in LIS del Museo delle Civiltà: https://www.youtube.com/watch?v=kHrfpxxID5w

Questo invece il link del MAN di Cagliari: https://www.youtube.com/watch?v=9jcvO636MMQ

Infine di seguito il link del MNR di Palazzo Massimo: https://www.youtube.com/watch?v=P0pdnMVVS_k

https://www.youtube.com/watch?v=kHrfpxxID5w

https://www.youtube.com/watch?v=9jcvO636MMQ

https://www.youtube.com/watch?v=P0pdnMVVS_k

 

 

 


Passeggiate del Direttore Museo Egizio di Torino Christian Greco

Christian Greco e le sue passeggiate al Museo Egizio da oggi disponibili su YouTube

Avete mai desiderato partecipare alle “passeggiate del Direttore” al Museo Egizio? Da oggi, potrete farlo
online.

Data la momentanea e forzata chiusura delle sue sale al pubblico, il Museo Egizio ha deciso di rendere
disponibile questa esclusiva opportunità a tutti gli interessati, attraverso il suo canale YouTube. Solitamente, le “passeggiate del Direttore” sono un appuntamento mensile, su prenotazione, dedicato ad un gruppo di massimo 30 persone, che visitano la collezione del Museo insieme al Direttore Christian Greco, che sceglie ogni volta un approfondimento tematico diverso.

Da oggi, invece, sarà sufficiente collegarsi a questo link (https://www.youtube.com/watch?v=I-QxzdwQnQo&list=PLg2dFdDRRClGtp33i7xqUwFO82TEVnMz2) scoprire i reperti dell’antico Egitto in compagnia del Direttore attraverso una serie di video fruibili dal proprio device. Ogni giovedì e sabato, nel corso delle prossime settimane di marzo e del mese di aprile, il canale YouTube del Museo Egizio proporrà una nuova puntata di circa 8 minuti, regalando una narrazione completa delle sale condotta da Christian
Greco, che ci terrà compagnia in queste settimane di isolamento.

Passeggiate del Direttore Museo Egizio di Torino Christian Greco
Christian Greco. Foto: Museo Egizio di Torino

“Da sempre ritengo che il Museo Egizio debba essere un patrimonio condiviso e appartenente a tutti -
commenta il Direttore - e in questo momento, in cui siamo chiusi al pubblico e costretti a rimanere nelle
nostre case, è per noi doveroso renderci comunque accessibili e metterci a disposizione della comunità.
Questo è lo spirito e l’obiettivo di questa operazione: un regalo, a chiunque ne abbia voglia, per conoscere
insieme a me la nostra collezione, capire la storia dei reperti che qui sono arrivati e che da quasi 200 anni il
Museo conserva”.

Oltre alla nuova iniziativa, sono già numerosi i contenuti fruibili sul web per visitare la collezione del Museo
Egizio da remoto: tra questi, brevi video auto-prodotti da curatori ed egittologi, disponibili su Instagram
seguendo l’hashtag #iorestoacasa, che comprendono piccoli tutorial, lezioni e consigli di lettura; la serie di
video “Istantanee dalla collezione”; video dedicati alle analisi scientifiche della mostra “Archeologia
Invisibile”, di cui è inoltre disponibile un tour virtuale a cui si può accedere direttamente dal sito del Museo
(https://museoegizio.it).

Modalità diverse e concrete con cui il Museo apre le porte a tutti - virtualmente - con contenuti divulgativi e accessibili confermandosi, ancora una volta, tra i migliori esempi del nostro Paese nell’ambito della comunicazione digitale.

https://www.youtube.com/watch?v=I-QxzdwQnQo


Il paesaggio verde di Pompei tra orti e giardini illusionistici

Immaginare Pompei come una città con ampi spazi dedicati al verde oggi è difficile. Ma grazie agli affreschi presenti in molte domus con raffigurazioni di giardini fantastici e agli ampi studi di archeobotanica, gli studiosi oggi sono riusciti a ricostruire quella che doveva essere l’area verde sia di una residenza privata sia del verde comune.  Nel momento stesso in cui la città tornò alla luce, il verde cominciava a ricoprire gli spazi, complice il fertile terreno vulcanico e la mitezza del dolce clima campano.

Blick auf das große Theater von Pompeji, 1793, Gouache über Feder in Braun und Grau, 587 x 850 cm, Klassik Stiftung Weimar, Graphische Sammlungen. ah309

Non essendo avvertita l’esigenza di manutenzione del monumento e complice l’aurea romantica delle ruine, la vegetazione non destava preoccupazione. Molte le testimonianze letterarie e pittoriche arrivateci grazie ai viaggiatori del tempo. In particolare, molti vedutisti esaltavano la presenza di piante che selvagge e incolte correvano sulle creste dei muri o si inerpicavano sulle colonne.

L’immagine del verde è stata ripresa solo recentemente a Pompei, grazie anche al prezioso studio e alle campagne di garden archaeology promosse da Wilhelmina Jashemski o al lavoro di Anna Maria Ciarallo dove si è potuto ricostruire un ampio repertorio botanico e floristico che documentano le molteplici varietà e diversità biologiche che disegnavano il verde di Pompei e che popolavano una città romana di I secolo d.C.

Casa degli amanti, giardino. Foto: Alessandra Randazzo

Dopo l’unità d’Italia e l’apertura al pubblico degli scavi, la gestione del verde venne ripensata con l’eliminazione delle piante infestanti e la cura di quegli arbusti che andavano ad introdursi con le radici all’interno di cavità murarie, ormai diventate un tutt’uno con l’architettura. Inoltre, vennero sostituiti i platani, la cui manutenzione era particolarmente costosa, con la messa a dimora di pini marittimi così da creare ampie porzioni d’ombra per i visitatori, mentre cipressi furono piantati a bordura di giardini e domus. Ulteriori cambiamenti avvennero in epoca fascista, quando ad essere messe a dimora furono piante esotiche e palme all’interno delle domus aperte al pubblico e nei viridaria.

Casa del Frutteto. Foto: Alessandra Randazzo

La creazione di un Laboratorio di Ricerche Applicate all’interno del sito a partire dagli anni ’80 è stato inoltre un prezioso incentivo per lo studio di tutti gli spazi verdi pubblici e privati di Pompei, soprattutto perché si è riusciti a restituire una corretta immagine, molto vicina a quella riscontrata sugli affreschi dei giardini della città vesuviana. Le fonti antiche, le rappresentazioni pittoriche e le analisi archeo botaniche hanno permesso in molti casi, grazie alla scoperta di pollini e semi, di ricostruire in vivo le specie coltivate all’interno dei viridaria. Nelle aiuole si è così scoperta una certa preferenza per i sempreverdi e i ginepri ma anche per le piante medicinali e coronarie, cioè mirto e alloro, per intrecciare corone, oltre a fiori e alberi da frutta.

Ma i giardini non ospitavano solo verde e così si diffonde la moda tutta orientale di arricchire gli spazi con fontane, ninfei, vasche ed euripi oltre a statue di bronzo e di marmo, tutti tipici elementi dei grandi parchi delle ville d’otium piuttosto che delle case urbane. Questi spazi venivano così ad offrire luoghi riservati da far ammirare agli ospiti ma anche dove poter passeggiare tranquillamente lontano dal trambusto domestico a godere del paesaggio.

Giardino con euripo di Loreio Tiburtino. Foto: Alessandra Randazzo

Nelle tipologie abitative più arcaiche, non esisteva un vero e proprio giardino ma era preferibile, anche per l’economia familiare, avere a disposizione un ricco hortus, orto coltivato, per la produzione di verdura e frutta. Verso la fine del II secolo a.C. e poi soprattutto a partire dal I secolo a.C., l’hortus viene circondato da un peristilio che progressivamente acquisisce le caratteristiche di un vero e proprio giardino. Ad influenzare questa moda, sicuramente le tendenze che provenivano dall’oriente e in particolar modo dalla cultura ellenistico-alessandrina. Vaste aree della casa furono così destinate a verde che divenne parte integrante delle abitazioni più lussuose grazie a giardinieri professionisti che diedero vita all’ars topiaria: il giardinaggio.

Casa della Venere in conchiglia. Foto: Alessandra Randazzo

In questi giardini, più o meno estesi, venivano coltivati peschi e limoni che le moderne tecniche di scavo permettono di riconoscere attraverso i resti dei pollini, dei legni, dei semi e hanno permesso l’identificazione delle specie coltivate, mentre i vuoti lasciati nel terreno dalle radici stabiliscono la dislocazione delle essenze messe a dimora. Alcune colture hanno avuto un’importanza particolare all’interno dell’economia della stessa città; in particolare i quartieri che si sviluppavano intorno all’area dell’Anfiteatro hanno restituito tracce di vigneti e di spazi verdi con diverse destinazioni d’uso.

Nella foto la raccolta nel Foro Boario davanti al grande anfiteatro.
Ph. Ciro Fusco

La fertilità del suolo permetteva una coltura estensiva ed intensiva per cui si privilegiava, soprattutto in vista della conservazione, ortaggi che potevano essere immersi in aceto o salamoia, per poi essere consumati durante l’anno in conserve. Tra i frutti invece noccioli, fichi, meli, peri, uve da tavola, che potevano essere consumati sia freschi che secchi o pesche che erano conservate nel miele. Importante il ritrovamento qualche tempo fa anche di un’area destinata a vivaio di essenze arboree che ha permesso l’identificazione delle specie più comuni coltivate nei ricchi giardini pompeiani.

Un’eco del lusso del verde pompeiano lo possiamo trovare oggi nelle pitture parietali che adornano i triclini delle case e che presentano una grande varietà di alberi, specie vegetali, uccelli di ogni specie e fontane monumentali, spesso utilizzati come prospettive illusionistiche per ampliare verso un immaginario spazio esterno un ambiente interno.

Frutteto. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Un mirabile esempio di ricchezza del verde è dato dai bellissimi affreschi che ci ha restituito la Casa del Frutteto, dove è possibile ammirare limoni e corbezzoli, piante da frutto e ornamenti da giardino e un albero di fico a cui è attorcigliato un serpente, simbolo di prosperità e ricchezza. Una vegetazione degna di un paradiso terreste avvolge il riposo degli antichi abitanti di questa dimora che conserva uno dei più begli esempi di pittura da giardino rinvenuta in città. A differenza di quanto attestato in altre abitazioni dove la pittura da giardino era riservata solo alle stanze di rappresentanza, qui alcuni ambienti sono arricchiti oltre che da un verde lussureggiante anche da motivi prettamente egittizanti con riferimenti alla dea Iside, indizio di una devozione particolare del proprietario della casa al mondo orientale. Ma a caratterizzare gli ambienti anche statue faraoniche, rilievi con il bue Api e figure egizie, idrie e situle che si mescolano a vasi-fontana e quadretti con Dioniso.

Frutteto. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Altri giardini, forse letterari in quanto gli scavi non hanno confermato le notizie, sono quelli che nel 1841 visita Alexandre Dumas nella Casa del Fauno: “Alle spalle è un giardino che doveva aver tutto disseminato di fiori; in mezzo a quei fiori sgorgava una fontana che ricadeva in un bacino di marmo. Intorno intorno si sviluppava un portico sostenuto da ventiquattro colonne di ordine ionico, oltre le quali si scorgevano ancora altre colonne e un secondo giardino, piantato a platani e lauri, alla cui ombra sorgevano due tempietti consacrati agli dei lari”.

Casa del Fauno.

Una visita a Pompei permetterà quindi di affacciarsi nel verde di una città antica e di una abitazione privata ma anche di riposare la mente su quel prezioso patrimonio ricostruito di odori, colori e piante che la città e il sapiente lavoro di specialisti ci ha permesso di studiare.

https://www.facebook.com/pompeiisoprintendenza/videos/636311670499484/


Mare Nostrum – una mostra immersiva sul commercio marittimo nell’antica Roma

Il 4 Febbraio 2020, presso i Mercati di Traiano, è stata inaugurata Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma, mostra immersiva sul commercio e il trasporto merci nel Mediterraneo dell’età imperiale.

La mostra, temporaneamente sospesa per l’emergenza COVID-19, prevede un largo utilizzo di tecnologie multimediali - come la realtà virtuale fruibile con Oculus e un docufilm - attraverso le quali il visitatore può scoprire con immediatezza il percorso delle derrate e dei materiali da costruzione che giungevano per via fluviale a Roma dal Mediterraneo.

Anche se al momento non è possibile visitare l’esposizione, abbiamo rivolto alcune domande agli archeologi che hanno preso parte al progetto per parlare di tecnologie immersive, tecniche di storytelling, rielaborazione delle fonti e del lavoro scientifico necessario per allestire le mostre multimediali e fare divulgazione sul mondo antico.

Ci auguriamo che la situazione possa risolversi presto: nel frattempo, invitiamo i nostri lettori a restare a casa e riportiamo l’intervista a Roberto Petriaggi, archeologo subacqueo, curatore scientifico del progetto e autore del soggetto e della sceneggiatura del docufilm, e a Michele Stefanile, archeologo subacqueo e ricercatore.

In che modo i dati provenienti dalle fonti storico-archeologiche sono stati rielaborati nel docufilm in modo da essere alla portata di un pubblico ampio e non necessariamente specialistico?

Roberto Petriaggi:

“La divulgazione di argomenti storico-artistici o archeologici presso un pubblico di non specialisti richiede l’adozione di un linguaggio semplice, con richiami efficaci alla vita di ogni giorno, frequenti raffronti con la realtà moderna, richiami a quelle nozioni che già il pubblico possiede, in parte, come retaggio dell’età scolare. Nella redazione del lavoro non può mancare, dunque, la consultazione delle Fonti antiche; la loro citazione, senza esagerazioni, avverrà anche nell'ambito della presentazione al pubblico. Nel caso del nostro docufilm le Fonti sono state alla base del racconto e sono state richiamate, da parte dell’Archeologo che funge da spirito guida, in tutti quei casi, e in riferimento a quelle scene, in cui si è ritenuto di andare incontro ad una presumibile esigenza di approfondimenti da parte dello spettatore.”

I Mercati di Traiano costituiscono una sede quasi obbligata per una mostra che parla di navigazione e commercio in età imperiale. Il commercio marittimo e gli scambi commerciali attraverso il Mediterraneo nell’antica Roma sono temi conosciuti da un pubblico non specialistico, oppure la mostra “Mare Nostrum” colma un vuoto dal punto di vista della divulgazione in ambito archeologico?

R. P.:

“Credo che il pubblico dei non addetti ai lavori abbia, in larga parte, conoscenze vaghe del complesso sistema che regolava gli scambi commerciali, della qualità, della tipologia e della provenienza delle merci trasportate, del personale marittimo coinvolto, nonché dei contenitori adibiti al trasporto per mare, delle tipologie di navi commerciali e militari. Lungi dal voler costituire un documento esaustivo per la vastità dei temi sopra menzionati, “Mare Nostrum” vuole aprire una finestra su queste tematiche, offrire risposte, stimolanti spunti di interesse e, soprattutto, un momento di riflessione che possa risolversi nel risveglio della curiosità dello spettatore, per indurlo ad ulteriori approfondimenti.”

Mare Nostrum - Storie dal mare di Roma | docufilm
Mare Nostrum - Storie dal mare di Roma | docufilm

La mostra si è incentrata sulle vie d'acqua e il commercio marittimo nell'Impero Romano: l'archeologia subacquea, insieme ad altri studi, ha fornito nuove prospettive?

Michele Stefanile:

“L’archeologia subacquea ha certamente offerto un contributo estremamente significativo alle nostre conoscenze sul commercio marittimo romano: sono i carichi delle navi naufragate nel Mediterraneo a consentirci spesso di ricostruire in dettaglio rotte e traffici, mostrandoci in maniera chiara quali merci attraversassero il mare, entro quali contenitori, e secondo quali consuetudini e regolamentazioni. I relitti, in questo senso, sono delle preziose capsule del tempo, in grado di offrirci eccezionali spaccati dell’attività di armatori, navicularii, mercatores; di tutti quegli attori del commercio transmarino, insomma, a noi noto attraverso altre fonti.”

Portus ha sempre avuto problemi di insabbiamento e anche Claudio aveva cercato di risolvere il problema, facendo costruire una nuova struttura.
Come viene illustrata nella mostra la soluzione traianea?

M. S.:

“I filmati di Mare Nostrum, con l’ausilio della realtà immersiva, consentono di scoprire in maniera chiara e fortemente comunicativa il grande bacino esagonale traianeo, e i canali e le vie d’acqua ad esso connessi. Non mancano, inoltre, filmati da drone, ricostruzioni virtuali e splendide ricostruzioni artistiche, che aiutano i visitatori a immaginare un mondo oggi per gran parte scomparso.”

Per Mare Nostrum si sono utilizzati Oculus e Realtà Virtuale: a quale tipo di pubblico ci si rivolge e quali aspetti sono messi in evidenza attraverso questa tecnologia?

M. S.:

“L’uso di Oculus e Realtà Virtuale consente ai visitatori un’esperienza realmente immersiva: grazie a queste soluzioni tecnologiche, anche un pubblico non necessariamente esperto di antichità può ritrovarsi al centro della scena, vivendo una breve, suggestiva, avventura nel tempo. E del resto, fa parte (o dovrebbe far parte) del lavoro dell’archeologo il compito di raccontare le meraviglie del mondo antico con cui ha il privilegio di venire quasi quotidianamente a contatto: poterlo fare in maniera così interattiva e coinvolgente è certamente un grande vantaggio.”

Puoi dirci qualcosa di più sui personaggi che accompagnano i visitatori in Mare Nostrum? Chi sono e quali elementi storico-archeologici hanno fatto da base per la costruzione dei personaggi?

M. S.:

Farnaces, Proculus, Abascanthus, gli addetti alla misurazione dei carichi, gli avventori delle tabernae: i personaggi di Mare Nostrum sono figure tipiche di una scena portuale antica, e si ispirano a immagini provenienti dalla documentazione iconografica e in particolare musiva di Roma e Ostia; forse proprio questo ce le rende tutto sommato molto familiari. Tra questi uomini di mare e di commercio si aggira di tanto in tanto una figura in abiti moderni, l’archeologo, con il compito di spiegare le azioni meno facilmente riconoscibili, e di fornire il quadro generale della storia.”

La mostra “Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma”, allestita presso i Mercati di Traiano a Roma e originariamente prevista fino al 30 Aprile 2020, è attualmente sospesa fino al 3 Aprile in seguito al DPCM 8 Marzo 2020 per emergenza COVID-19.

È possibile vedere il trailer, la gallery fotografica e il making of del docufilm sul sito web della mostra.

Il progetto Mare Nostrum – Storie dal mare di Roma, co-finanziato dalla Comunità Europea, è stato sviluppato nell’ambito del POR - FESR Lazio 2014-2020 - Azione 3.3.1 b – Avviso della Regione Lazio Atelier Arte Bellezza e Cultura - Museo abitato - Mercati di Traiano, in collaborazione con Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Syremont S.p.A. e Agorasophia Edutainment S.p.A.


Attività commerciali a Pompei. A cosa serviva una fullonica?

L’attività di una fullonica era una delle più redditizie per quanto riguarda l’economia dell’antica Pompei, diverse erano sparse per la città, ma le due più importanti si trovavano su due degli assi viari principali: via dell’Abbondanza e via Stabiana.

Ma cos’è una fullonica? Oggi potremmo chiamarla “lavanderia”, ma l’articolazione interna dei vari passaggi è ben più complessa. Si trattavano non solo vesti usate che venivano portate a lavare ma l’attività della fullonica si concentrava anche nel lavaggio di vesti e tessuti nuovi appena lavorati che dovevano splendere per poi essere esposti e venduti al mercato. A volte questi venivano anche tinti, si sa infatti che il colore nell’abbigliamento romano era sinonimo di ricercatezza ma anche possibilità di seguire la moda del momento. Economicamente non era costoso portare un vestito in lavanderia, il lavaggio costava un denario e gli affari dovevano girare abbastanza bene se si pensa che l’affitto annuo di una fullonica arrivava ad essere di 1652 sesterzi.

fullonica Stephanus Pompei
Fullonica di Stephanus. Foto: Alessandra Randazzo

La prima fase prevedeva il ripulire il tessuto, questo avveniva in una vasca di forma ovale e gli schiavi pestavano con i piedi in un misto di acqua, soda e urina. La fullonica si sa, non era di certo un luogo profumato, ma l’urina umana o animale era molto ricercata per questo lavoro. La quantità richiesta era cospicua ogni giorno, e la più pregiata sembrava essere quella di dromedario che addirittura veniva portata dall’Oriente. Non potendone però farne arrivare una quantità tale per tutto il lavoro necessario, agli angoli della strada spesso venivano messe delle anfore con un’apertura laterale dove chiunque poteva depositare; regolarmente poi passava uno schiavo della fullonica a ritirare il contenuto.

Fullonica di Veranius Hypsaeus. WolfgangRieger / Public domain

Ai tempi dell’imperatore Vespasiano aveva fatto scandalo la tassa sull’urina usata dalle tintorie, tanto che le voci di protesta arrivarono fino all’imperatore che pronunciò la famosa frase “Pecunia non olet”, "i soldi non puzzano", proprio perché l’utilizzo fruttava molto.

Terminato il lavaggio, su vasche messe a livelli diversi e comunicanti fra loro a cascata, venivano sciacquati con cura i panni pigiati prima per eliminare ogni traccia di ciò che si era usato. Anche qui le sostanze utilizzate erano importate; per questa fase si prevedeva l’uso di argilla smectica del Marocco, oppure dell’isola di Ponza e continuava così il lavaggio e la battitura per rendere la trama dei tessuti più compatta.

A questo punto non restava che stendere i “panni” e l’ampio terrazzo sembrava essere il luogo più adatto, lì avveniva anche la zolfatura dove i panni bianchi venivano stesi sopra un piccolo braciere ingabbiato da canne (vimea cava)  che emanava esalazioni. Ultimo passaggio non poteva che essere la stiratura. I panni li si stirava sotto grandi presse a vite e dovevano assolutamente risultare privi di pieghe.

fullonica Stephanus Pompei
Fullonica di Stephanus. Foto: Alessandra Randazzo

Ancora oggi passando per la Regio I 6,7 è possibile ammirare uno dei luoghi dove avveniva tutto ciò, proprio nella Fullonica di Stephanus. Lo scavo venne effettuato per la prima volta tra il 1912-1913, e quello che vediamo oggi è la risultante di un’ulteriore modifica avvenuta già nell’antichità.

Gli ambienti in cui si articola la fullonica derivano infatti da una precedente abitazione, una casa ad atrio e peristilio, ristrutturata dopo il rovinoso terremoto del 62 d.C., cambiando così l’uso dei locali originali e riadattandoli a quelle della nuova attività commerciale. Gli ambienti principali e tipici di una domus come l’atrio, la sala da soggiorno (l’oecus), e il triclinio vennero trasformati e dotati di vasche per la lavorazione, così come l’impluvium dell’atrio che venne dotato di una vasca a bordi alti.

La corporazione dei fullones ricopriva un ruolo molto importante all’interno della vita economica e politica della città di Pompei, come mostrano le numerose iscrizioni elettorali, visibili anche nell’officina di Stephanus, e la dedica della statua di Eumachia nell’edificio fatto costruire da lei stessa nel Foro. La corporazione era dotata anche di un animale totem, l’ulula (la civetta) sacra a Minerva.

Stephanus non sopravvisse alla catastrofe del 79 d.C. Il suo corpo venne ritrovato al momento dello scavo della domus presso l’ingresso. Portava con sé un gruzzolo di monete, l’ultimo incasso di una ricca giornata lavorativa.

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