MANN con Flyover Zone: la digitalizzazione delle statue della Collezione Farnese Scoperte tracce di colore su Eracle e Minerva

MANN con Flyover Zone: la digitalizzazione delle statue della Collezione Farnese

Scoperte tracce di colore su Eracle e Minerva

Il 22 aprile 2021 il Museo Archeologico Nazionale di Napoli ha annunciato la collaborazione con Flyover Zone, società di servizi americana. Scopo di tale unione è la digitalizzazione 3D di ventitrè sculture della Collezione Farnese. Le opere provengono dalle Terme di Caracalla e l’operazione digitale permetterà il loro inserimento nello specifico ambiente online del macro-progetto “Rome Reborn”. Inoltre, sarà così possibile restaurare la statuaria virtualmente rendendola parte del tour disponibile su smartphone, laptop, pc e VR goggles.

Indagini MANN in Colours. Foto Ufficio Comunicazione MANN

Altresì, il Museo potrà rendere disponibile tale tour sul proprio sito web, con la possibilità di usare i modelli tridimensionali a scopo di ricerca e valorizzazione.

"Flyover Zone - dichiara il Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulerini - è una società pioniera nella creazione di realtà virtuali: lo scopo è non soltanto scientifico, ma soprattutto di promozione del nostro patrimonio. Avremo la possibilità di far conoscer ancor meglio ed a distanza i tesori di una Collezione storica del MANN.”

Difatti, l’azienda Flyover Zone è tra i leader del settore del turismo virtuale, creando tour digitali per i maggiori siti del patrimonio culturale, ne è un esempio il progetto ”Hadrian’s Villa Reborn”, che ha catturato l’attenzione dei turisti 2.0 di tutto il mondo.

"Il sogno si è fatto realtà. Siamo onorati - aggiunge Bernard Frischer, Presidente di Flyover Zone -  di poter offrire la nostra tecnologia innovativa, che combina modelli 3d avanzati e ricostruzioni architettoniche. Rome Reborn consentirà di entrare nelle Terme di Caracalla, vivendo un vero e proprio viaggio nel tempo.”

Indagini MANN in Colours Ercole Farnese. Foto Ufficio Comunicazione MANN

Inoltre, il progetto digitale verrà connesso al progetto “MANN in Colours” per lo studio della policromia delle statue antiche del Museo. Infatti, nel virtual tour le tracce di colore saranno riposizionate sulle opere.

Digitalizzazione di ventitrè statue della Collezione Farnese del MANN grazie alla collaborazione con la società Flyover Zone. Indagini sull'Ercole Farnese. Foto Ufficio Comunicazione MANN

Protagonisti di questa operazione l’Ercole Farnese e Minerva, sui quali sono state indivuate tracce di colori in corso di studio.

MANN Flyover Collezione Farnese
Rilevazioni colore sulla statua di Minerva. Foto Ufficio Comunicazione MANN

"Siamo particolarmente soddisfatti di aver individuato, tramite VIL (luminescenza ad infrarossi) e microscopia ottica, alcuni pigmenti di diverse tonalità di rosso sulla roccia, sulla leonté (pelle di leone) e sulla base dell'Ercole Farnese. Il velo della scultura di Minerva, ancora, rivela una decorazione a bande rosse sulla parte bassa delle veste e sui sandali.” Commenta Cristiana Barandoni, Responsabile Scientifico di "MANN in Colours". 

MANN Flyover Collezione Farnese
Indagini MANN in Colours. Foto Ufficio Comunicazione MANN


Le Terme romane sul fiume Cosa: la sorprendente scoperta a Frosinone

Le Terme romane sul fiume Cosa: la sorprendente scoperta a Frosinone

In seguito alle operazioni della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina, nell'ambito dell'archeologia preventiva in località Ponte della Fontana, sono state rinvenute delle terme romane. I saggi d'indagine archeologica seguivano i lavori per l'impianto fognario della città di Frosinone presso il fiume Cosa.

Terme romane sul fiume Cosa
Il fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

La nuova scoperta, presentata durante la conferenza del 9 aprile, potrà fornire nuove e interessanti informazioni sulla città romana. Difatti, nel corso degli anni diversi reperti italici e romani sono riaffiorati nella zona, come affermato dalla direttrice della Soprintendenza Paola Refice. Questi però, non hanno finora permesso una ricostruzione storica importante, come potrà farsi grazie al nuovo rinvenimento.

Le terme romane, che si collocano sulla sponda sinistra del fiume Cosa, presentano numerosi dati per la datazione della frequenza d'uso. Infatti, la pavimentazione musiva bicroma del primo ambiente risale al II secolo d.C. ed è tipica dell'architettura adrianea. Inoltre, sono state portate alla luce due monete, una dell'età di Diocleziano e la seconda di IV sec. d.C., dato con cui si può affermare la frequenza degli ambienti fino a tale periodo, come spiegato durante la conferenza dalla dott.ssa Quadrino.  Presenti anche alcune opere di restauro del tappeto musivo, sottolineando l'uso prolungato di questi spazi termali.

Il sito è accessibile da Via San Giuseppe ed è, nella sequenza stratigrafica, a pochi centimetri dal piano di calpestio, dimostrando che la città contemporanea si sviluppa esattamente sulle rovine antiche.

Frosinone, principali siti archeologici e, in rosso, la posizione delle terme romane sul fiume Cosa

Lo scavo archeologico, coordinato dall'archeologo Davide Pagliarosi e diretto dalla funzionaria della Soprintendenza locale, Daniela Quadrino, dovrà proseguire per riportare in luce altri ambienti, oltre alla necessità di opere di tutela e messa in sicurezza del sito.

La dott.ssa Refice ha sottolineato, con particolare riferimento a questa scoperta, dell'importanza dell'archeologia preventiva sul territorio italiano, che conserva nel sottosuolo la sua storia millenaria.

Gli ambienti delle Terme romane sul fiume Cosa

Gli ambienti rinvenuti, ha spiegato l'archeologo Pagliarosi, sono da riferirsi al frigidarium, con spazi in opera reticolata e laterizi che conducono ad una grande vasca.

L'elemento più interessante è certamente la pavimentazione in tessere musive bicrome bianche e nere, che potrebbero indicare una committenza facoltosa o addirittura imperiale sulla quale indagare, tramite il riscontro di alcune tracce di fistole (condutture di epoca romana con marchio di fabbricazione) impresse nella malta del tappeto pavimentale.

Particolare della pavimentazione musiva con Tritone. Terme sul Fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

Il ciclo figurativo rappresentato si riferisce all'ambiente marino con una teoria di figure mostruose. Individuati un bue marino, Tritone che suona il corno, probabilmente anche un ippocampo acefalo e alcune code squamate. Difatti, lo stato di conservazione non è ottimo e alcune tessere non sono presenti, a causa di azioni antropiche successive come quelle agricole. Inoltre, parte dell'edificio è stato compromesso in seguito alla deviazione nel tempo del corso del fiume Cosa.

Terme romane sul fiume Cosa
Particolare del mosaico pavimentale con bue marino. Terme romane sul fiume Cosa, Frosinone. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina

La grande vasca doveva essere rivestita con lastre di marmo bianco, al suo interno è presente una abside anch'essa marmorea, dalla quale probabilmente potevano scaturire giochi d'acqua.

Vasca marmorea delle Terme romane sul fiume Cosa con gradini d'accesso. Foto Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Frosinone e Latina.

La soglia delle terme è in tufo, con un'incamiciatura in piombo fatta in seguito all'usura delle porte, dato che dimostra l'importante utilizzo dell'edificio, forse di carattere pubblico.

Infine, le ricerche archeologiche potranno analizzare anche la crescita demografica della città. Infatti, nel 2007 fu rinvenuto un altro edificio termale di III secolo in zona De Matteis. La necessità di due strutture termali nell'antica città romana è un'importante indizio sulla sua società.


Tjehen-Aten

Scoperto l'insediamento di Tjehen-Aten "Aton Abbagliante" a Tebe Ovest, Egitto

Scoperto l'insediamento di Tjehen-Aten "Aton Abbagliante" a Tebe Ovest, Egitto

Settembre 2020, la missione archeologica diretta dall'egittologo Zahi Hawass dà via agli scavi archeologici nei pressi di Medinet Habu alla ricerca del tempio funerario di Tutankhamon. In realtà, ciò che l'équipe ha portato alla luce è il più ampio insediamento finora individuato dell'antico Egitto.

"La scoperta di questa città - afferma l'egittologo Betsy Brian - è la seconda scoperta archeologica più importante dopo quella della tomba di Tutankhamon."

Tjehen-Aten
Foto Ministry of Tourism and Antiquities

La città scoperta (come spiega Mattia Mancini, si scavò qui però già negli anni '30 del secolo scorso) è Tjehen-Aten, ovvero "Aton Abbagliante", fondata dal faraone Amenhotep III della XVIII dinastia (1391-1353 a.C.). Infatti, l'insediamento era il più grande centro amministrativo e produttivo ad ovest dell'antica Luxor. Le datazione è confermata dalla presenza del cartiglio con il nome di Amenhotep III su mattoni in fango. Inoltre, ritrovato anche diverso materiale archeologico datante, quale scarabei, anelli e ceramica dipinta.

Tjehen-Aten
Insediamento amministrativo e produttivo di Tjehen-Aten. Foto Ministry of Tourism and Antiquities.

Il sito archeologico dell'insediamento Tjehen-Aten

Le rovine del villaggio sono in un ottimo stato di conservazione, tanto da restituire reperti e aree della vita quotidiana che vi si svolgeva. Difatti, all'interno del villaggio sono stati individuati dei forni, un ambiente per la produzione del pane e un gran numero di utensili per la tavola.

Il sito ha un'ampia estensione che giunge sino a Deir el-Medina e si articola in tre aree, circondate da mura e con un unico accesso di controllo.  La zona centrale rappresenterebbe il centro amministrativo, mentre a sud è presente l'abitato. Infine, l'ultima area è un vero e proprio centro di produzione artigianale. Tale settore è a sua volta suddiviso in aree specializzate, la zona dove avveniva la produzione di mattoni in fango e quella per la realizzazione di materiali in faience ne sono un esempio.

Tjehen-Aten
Foto Ministry of Tourism and Antiquities

Inoltre, nell'area settentrionale è stata individuata una necropoli ancora da scavare del tutto, dove alcune sepolture presentano ricchi corredi.

Corredo della Tomba 3 a Tjehen-Aten. Foto Ministry of Tourism and Antiquities.

All'interno del sito archeologico sono presenti due particolari sepolture da indagare accuratamente. Infatti, in due stanze separate sono presenti un bovino e un uomo in posizione supina e braccia distese lungo il corpo. La singolarità del defunto è data dalla presenza di una corda che cinge le ginocchia.

Le abitazioni raggiungono i tre metri di altezza, mentre l'intero abitato è attraversato da un raro tipo di struttura architettonica, un muro a "zigzag", tipico della XVIII dinastia. La città fu abbandonata in seguito allo spostamento ad Amarna con il faraone eretico Akenathon, ma è ipotizzabile un ritorno con Tutankhamon e Ay.

Tjehen-Aten. Foto Ministry of Tourism and Antiquities.

Link:

Ministry of Tourism and Antiquities, Zahi Hawass, Djed Medu 1, 2.

Foto Ministry of Tourism and Antiquities

mostra Gladiatori

La mostra "Gladiatori" alla conquista del MANN

La mostra “Gladiatori” si preannuncia come il grande evento 2021 del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il percorso espositivo, allestito nel Salone della Meridiana del MANN e in programma fino al 6 gennaio 2022, si sviluppa in sei sezioni dedicate agli eroi e divi dell’epoca romana, capaci di infiammare le folle, bramati dalle matrone e fomentatori di rivolte che hanno fatto tremare gli eserciti romani: i Gladiatori.

https://www.youtube.com/watch?v=IfSPkYHFEiU

 

 

Un momento dell’allestimento della mostra I GLADIATORI presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Tra archeologia e tecnologia, il progetto scientifico unisce istituzioni italiane e straniere in uno sforzo di conoscenza e condivisione da trasmettere ad adulti e ragazzi attraverso un percorso off  nel Braccio nuovo del museo, “Gladiatorimania”, senza tralasciare però il rigore metodologico attraverso un’esposizione che racconta non solo il mito ma anche la dimensione umana e storica dei gladiatori.

Un momento dell’allestimento della mostra I GLADIATORI presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

“Gladiatori” nasce da un’intensa rete scientifica che ha visto la prima tappa dell’allestimento presso l’Antikenmuseum Basel und Sammlung Ludwig, nata dalla volontà di narrare la fortuna degli antichi spettacoli di lotta in tutte le aree dell'Impero romano.

L’esposizione napoletana si arricchisce inoltre di un focus speciale sugli anfiteatri campani e, tra le partnership, non possono mancare il Parco Archeologico del Colosseo e il Parco Archeologico di Pompei; con quest’ultimo si conclude la ricca collaborazione di itinerari espositivi sui rapporti tra l’antica città vesuviana e le civiltà più importanti del Mediterraneo.

Ma chi erano i Gladiatori? Prigionieri di guerra, schiavi destinati alla gladiatura, condannati a morte, ma pure uomini liberi che, per fama o guadagno, entravano a far parte della rete degli spettacoli di sangue.

Oggetti in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli durante la mostra I GLADIATORI.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Il viaggio nelle sei sezioni -“Dal funerale degli eroi al duello per i defunti”, “Le armi dei gladiatori”; “Dalla caccia mitica alle venationes”, “Vita da gladiatori”, “Gli anfiteatri della Campania”, “I gladiatori "da per tutto”- è stato curato da Valeria Sampaolo (già Conservatore presso il MANN) mentre il coordinamento è di Laura Forte (Responsabile Ufficio Mostre e Archivio fotografico del MANN), con catalogo edito da Electa.

Il percorso della mostra “Gladiatori” comincia a ritroso nel tempo. La prima sezione è dedicata al rintracciare nei riti funerari e nei combattimenti in onore dei defunti elementi antecedenti l’esibizione dei gladiatori; tra i manufatti in mostra è il Vaso di Patroclo (340-320 a.C.), scoperto a Canosa nel 1851 in una sepoltura destinata ad ospitare le spoglie di un cavaliere. Il vaso, alto oltre 150 cm, presenta scene ispirate all’Iliade di Omero, tra cui una scena riconducibile al funerale di Patroclo, identificata dalla scritta “Patroklou taphos” (cioè “tomba di Patroclo”).

Mostra Gladiatori. Foto: Valentina Cosentino

Preziose sono anche le lastre di IV secolo a.C. provenienti dalla necropoli del Gaudo di Paestum: dalla cosiddetta Tomba 7 spiccano infatti due raffigurazioni con una lotta tra guerrieri accompagnati da una suonatrice di doppio flauto e una caccia al cervo.

Proseguendo nel percorso è possibile ammirare anche gli strumenti fondamentali per lo scontro - le armi - indicatorie della provenienza etnica e delle classi dei gladiatori. Sono circa cinquanta gli esemplari della celebre collezione di armi provenienti da Pompei e appartenenti al patrimonio del Museo Archeologico di Napoli che costituiscono la seconda sezione. I reperti, raramente esposti in questi ultimi anni, entreranno a far parte del nuovo allestimento pompeiano del museo.

mostra Gladiatori
Un momento dell’allestimento della mostra I GLADIATORI presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Per la sua completezza e per la bellezza degli oggetti esposti fu proprio questa raccolta ad essere di ispirazione per il celebre film “Il Gladiatore” di Ridley Scott con Massimo Decimo Meridio interpretato da Russell Crowe. La collezione è la più celebre raccolta di armi giuntaci dall’antichità e fu ritrovata a Pompei nel Quadriportico dei Teatri, probabile Caserma dei Gladiatori dopo il terremoto del 62 d.C.

Oggetti in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli durante la mostra I GLADIATORI.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

In epoca repubblicana i gladiatori avevano un abbigliamento molto simile a quello dei soldati e fu sotto Augusto che vennero divisi in vere e proprie classi gladiatorie in base all’armatura e alla modalità di combattimento. Il retiarius era fornito di un tridente e di una rete con cui cercava di immobilizzare l’avversario che poteva essere un murmillo o un secutor. Quest’ultimo aveva una spada, un lungo scudo rettangolare e un elmo piccolo e arrotondato, l’oplomachus prendeva il nome da un grande scudo con cui si proteggeva; il dimachaerus, che combatteva con due coltelli, il sagittarius, con l’arco e le frecce, il murmillo, dotato di spada e lancia oltre che di scudo rettangolare per la difesa, il thraex, dotato di un piccolo scudo di forma quadrata, due alti gambali e una sica, cioè una spada corta e ricurva; infine l'essedarius che combatteva su un carro da guerra.

mostra Gladiatori
Oggetti in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli durante la mostra I GLADIATORI.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

In dialogo con la collezione di armi pompeiane vi sono alcuni rilievi con scene di combattimento tra gladiatori, provenienti sia dal Parco Archeologico del Colosseo sia dai Musei Capitolini di Roma. Caratterizza la sezione anche un’incursione nell’arte contemporanea dove al genio di Giorgio de Chirico è affidata la rappresentazione pittorica “Gladiatori e arbitro terzo”.

Aprivano gli spettacoli gladiatori le Venationes, istituite nel 186 a.C. da Marco Fluvio Nobiliore e in voga fino al regno di Teodorico nel 523 d.C., oggetto della terza sezione. Queste cacce nelle arene avevano un profondo valore, culturale e simbolico, perché incarnavano virtù e coraggio ed erano apprezzatissime dal pubblico: si calcola ahimè che circa due milioni e mezzo di fiere, provenienti da diverse regioni dell’Impero come l’Africa settentrionale, l’Asia Minore, la Germania, furono uccise in oltre cinque secoli di lotte tra uomini e animali.

Un reperto assai interessante è il cranio di un orso databile al II secolo d.C., mentre di epoca più tarda è il dittico di Flavio Areobindo, il cui termine post quem è il 506 d.C. La decorazione del dittico è articolata con una parte superiore in cui è visibile il console che dà inizio agli spettacoli mentre nel partito inferiore vi sono alcuni spettatori intorno all’arena che assistono ad una caccia ai leoni e ad alcuni scontri contro orsi.

mostra Gladiatori
Mostra Gladiatori: Valentina Cosentino

Percorrendo la Sala della Meridiana, ancora, si cerca di indagare, nella quarta sezione, del mito dei gladiatori come uomini più che come macchine da guerra. I reperti in mostra ricostruiscono alcuni aspetti dell’alimentazione, della medicina e della chirurgia dell'epoca.

Dall’archeobotanica ci giungono informazioni su una dieta molto povera di proteine animali e basata su cereali e legumi; non a caso i gladiatori venivano chiamati hordearii, cioè mangiatori di orzo. Questa alimentazione serviva a favorire la formazione di grasso corporeo a proteggerli meglio dai violenti attacchi dei nemici e, secondo Galeno (medico in una palestra di gladiatori), una mistura di ceneri e ossa avrebbe fornito una buona capacità di resistenza nei duelli.

Un momento dell’allestimento della mostra I GLADIATORI presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Grande curiosità destano tre scheletri ritrovati in una vasta necropoli di gladiatori portata alla luce a York, in Inghilterra: i resti appartengono a uomini di differente età e restituiscono preziose informazioni sul regime alimentare e sull’area di provenienza.

Novità dell’allestimento napoletano è la sezione dedicata agli anfiteatri della Campania. Sappiamo dalle fonti che la realizzazione di edifici destinati agli spettacoli gladiatori risale al II secolo a.C.; proprio in Campania abbiamo notizia di edifici stabili per i munera, che fino a quel momento venivano svolti in spazi aperti come il Foro.

Mostra Gladiatori, sezione Anfiteatri. Foto: Valentina Cosentino

Grazie alla tecnologia sono state ricostruite virtualmente le sequenze di affreschi che adornavano l’anfiteatro di Pompei. Le pitture non ebbero lunga vita perché furono dapprima danneggiate per poi crollare definitivamente nel 1816. Fu Francesco Morelli a riprodurne i dettagli con tempere: tra le raffigurazioni vi erano otto sezioni dipinte a squame e con finti marmi, separate da erme, vittorie su globo, candelabri metallici su fondo rosso.

Dedicato a Pompei è, ancora, il modello in sughero dell’Anfiteatro realizzato da Domenico Padiglione all’inizio del XIX secolo. Il prototipo è in dialogo con il celebre affresco della rissa tra Pompeiani e Nocerini, episodio che fece scalpore tra i vari episodi della storia romana e che impreziosisce le collezioni pittoriche del MANN.

mostra Gladiatori
Oggetti in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Napoli durante la mostra I GLADIATORI.
ph. Mario Laporta/KONTROLAB

Chiude l’allestimento la sezione dedicata al mito visivo dei gladiatori, raffigurati spesso negli apparati decorativi e nelle suppellettili delle case romane. Culmine della mostra è il mosaico pavimentale di Augusta Raurica, della fine del II secolo d.C., rinvenuto nel 1961 durante gli scavi nell’Insula 30 del sito archeologico della colonia romana oggi situata in Svizzera. La scena musiva, di grandi dimensioni, si divide in tre registri con decorazioni vivaci e scene di combattimenti fra diverse classi di gladiatori, con particolari dettagli sulle armi e sul vestiario. Gli studiosi hanno escluso il legame fra la committenza e il mondo della gladiatura, piuttosto il modello riflette la fortuna del mito dei gladiatori nel mondo romano.

mostra Gladiatori
Mostra Gladiatori, Paolo Giulierini. Foto: Valentina Cosentino

«Idoli delle folle, bramati dalle donne e protagonisti di storiche ribellioni, i gladiatori furono baciati da una fama che già alla loro epoca varcò i confini delle arene e che nel corso dei secoli si è ulteriormente ingigantita», dice il direttore del MANN, Paolo Giulierini «Basta pensare ai tanti film che ne hanno spettacolarizzato le vicende o al ruolo che il termine stesso ha assunto nel nostro vocabolario e nella quotidianità.  Quante volte abbiano definito 'gladiatori' gli idoli dello sport e del calcio in particolare?

E “Gladiatori del nostro temposono certamente donne e uomini coraggiosi che si battono per  portare al successo nobili missioni, primi tra tutti gli operatori sanitari in lotta contro Covid-19 La mostra ha l'ambizione di raccontare non solo il mito, ma anche la dimensione umana del gladiatore: non ne nasconde gli elementi più duri, ma li inserisce in una cornice più ampia, rivelando gli uomini sotto gli elmi e il contesto storico in cui vivevano. Da un certo punto di vista, è l' esposizione più sofferta e simbolica che abbiamo realizzato al MANN: come gli antichi gladiatori, oggi ci sentiamo tutti un po' feriti e sofferenti. Ma, prendendo spunto dal loro coraggio e dalla loro tenacia, siamo pronti a rialzarci».


XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA

Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico: a Paestum la XXIII edizione

Da giovedì 30 settembre a domenica 3 ottobre 2021 a Paestum la XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA

La BMTA si presenta come evento unico nel suo genere, il più grande salone espositivo al mondo dedicato al patrimonio archeologico in cui operatori del settore e pubblico appassionato approfondiscono temi legati al mondo della cultura, dell'archeologia e del turismo.

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA
Tempio di Nettuno e Tempio di Hera a Paestum

Da anni il format di successo può vantare prestigiose collaborazioni di organismi internazionali come UNESCO e UNWTO oltre ad un numero che supera i 100 espositori di cui 20 paesi esteri, circa 70 conferenze e incontri, 300 relatori , 100 operatori dell'offerta e più di 100 giornalisti accreditati all'evento.

 

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA
Tempio di Cerere a Paestum

Punti forti e attesi per la XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico sono gli Incontri con i Protagonisti, con i più noti divulgatori culturali, archeologi, direttori di Musei, accademici, giornalisti. Dal 2015 si è aggiunto inoltre l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il Premio alle scoperte, unico al mondo e intitolato all’archeologo simbolo di Palmira trucidato dall’Isis e dal 2021 il Premio “Sebastiano Tusa” alla scoperta archeologica subacquea o alla carriera, alla migliore mostra per la valenza scientifica internazionale, al progetto più innovativo a cura di Musei e Parchi, al miglior contributo giornalistico in termini di divulgazione.

Numerose le sezioni speciali: ArcheoExperience, Laboratori di Archeologia Sperimentale per la divulgazione delle tecniche utilizzate dall’uomo nel realizzare i manufatti di uso quotidiano; ArcheoIncoming, Spazio espositivo e workshop con i tour operator che promuovono le destinazioni italiane per l’incoming del turismo archeologico; ArcheoIncontri, Conferenze stampa e presentazioni di progetti culturali e di sviluppo territoriale; ArcheoLavoro, Area espositiva dedicata alle Università, presentazione dell’offerta formativa e delle figure professionali per l’orientamento post diploma e post laurea; ArcheoStartUp, Presentazione di nuove imprese culturali e progetti innovativi nel turismo culturale e nella valorizzazione dei beni archeologici in collaborazione con l’Associazione Startup Turismo; ArcheoVirtual, Mostra e Workshop internazionali di realtà virtuale e robotica in collaborazione con ISPC Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR.

Per ulteriori informazioni: www.bmta.it

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA
Area archeologica di Paestum

Per le foto si ringrazia la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.


"Divina Archeologia": anche il MANN celebra Dante

Giovedì 25 marzo il MANN celebra Dante con un’anteprima digitale della mostra "Divina Archeologia".

Alle 8,30 del Dantedì sui canali social Instagram e Facebook del Museo Archeologico di Napoli i visitatori saranno guidati digitalmente alla scoperta di alcune delle opere pensate per l’esposizione dedicata alla “Mitologia della Divina Commedia”. La mostra sarà inaugurata il prossimo 14 settembre, anniversario della morte del Sommo poeta, e sarà visitabile fino a marzo 2022.

DANTE E IL MANN

Nelle terzine della Commedia, Dante incontra numerosi eroi e personaggi storici della classicità. Frutto della formazione e della cultura del poeta, molti di questi miti ed eventi dell’antichità trovano riferimenti iconografici nelle opere custodite al MANN.

Pochi sanno che lo stesso Dante è raffigurato in veste purpurea e coronato di alloro in una delle volte del Museo Archeologico napoletano. Dipinto tra fine XIX e inizi XX secolo da Paolo Vetri, il ritratto di Dante celebra la poesia negli ambienti dei Culti Orientali, dove si distinguono immagini allegoriche di Muse e lirici.

Divina Archeologia
Scultura marmorea di Diomede proveniente da Cuma. Foto: Luigi Spina

La mostra al MANN vuole sottolineare inoltre il legame intenso tra Virgilio, celebre guida di Dante nell’oltretomba, e il territorio partenopeo. Nei celebri versi del libro VI dell’Eneide, il poeta colloca nei pressi del Lago d’Averno l’ingresso agli Inferi: Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu, scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris” (“Vi era una grotta profonda e immensa per la sua vasta apertura, rocciosa, protetta da un nero lago e dalle tenebre dei boschi”).

Quanto questa immagine di "boschi tenebrosi" abbia potuto influenzare la creazione letteraria della “selva oscura” è facilmente intuibile! Il legame tra Virgilio e la popolazione napoletana è molto antico e risale a ben prima di San Gennaro.

Infatti, a Napoli Vergilius era considerato un patrono della città alla stregua della vergine Partenope. In età medievale la figura del poeta mantovano è associata a numerose legende, come quella dell’uovo nelle viscere del Castello da cui prende il nome, e si connota di un’aurea magica ed esoterica. Anche i suoi resti e il sepolcro che il custodisce divennero per i napoletani potenti protettori contro invasioni e calamità.

DIVINA ARCHEOLOGIA

Simbolo dell’evento è la scultura marmorea di Diomede, proveniente dagli scavi cumani. L’astuto eroe greco aiutò coraggiosamente Ulisse a trafugare il Palladio, e per questo furto e per la capacità di ordire inganni entrambi furono inseriti da Dante tra i fraudolenti dell’Ottava Bolgia infernale (Inferno, XXVI).

Il più celebre degli inganni del re di Itaca resta ad ogni modo l’escamotage del cavallo di Troia, raffigurato in un affresco proveniente da Pompei e in mostra nel percorso. La scena ritrae il momento in cui i troiani ignari dell’imminente pericolo, trasportano il cavallo di legno all’interno delle mura della città, condannandola così alla distruzione.

Divina Archeologia
Ulisse. Foto: Luigi Spina

Altro ricorrente eroe della Commedia è Achille, collocato nel girone dei Lussuriosi. Saranno in mostra due affreschi che ritraggono due famosi episodi della vita del Pelide. Il primo, “Achille a Sciro”, proveniente dalla Casa dei Dioscuri di Pompei, raffigura l’episodio in cui l’eroe viene smascherato da Ulisse mentre si trova alla corte di Licomede.

Achille fu inviato qui dalla madre Teti, perché una profezia aveva decretato che se fosse partito per la battaglia di Troia vi avrebbe trovato la morte. Così l’eroe adolescente, si travestì con abiti femminili nascondendosi tra le dodici figlie del re di Sciro.

Ulisse, inviato da Agamennone a reclutare il semidio, pensò ad un astuto stratagemma per identificare Achille travestito: donò alle figlie di Licomede dei gioielli ed una spada, facendo loro scegliere il dono che preferivano. Mentre le dodici fanciulle scelsero i preziosi gioielli, Achille impugnò la spada rivelandosi ai presenti.

Divina Archeologia
Achille a Sciro. Foto: Museo Archeologico Napoli

Il secondo affresco, proveniente da Ercolano, ritrae un’altra immagine dell’adolescenza del Pelide. Egli è raffigurato mentre apprende l’arte della lira guidato dal suo maestro, il centauro Chirone, citato anch’egli nel XII canto dell’Inferno dantesco.

Divina Archeologia
Achille e il centauro Chirone nella basilica di Ercolano. Foto: Giorgio Albano

Questi primi celebri personaggi sono solo alcuni dei protagonisti dell’esposizione Divina Archeologia, un dialogo tra mitologia, archeologia e letteratura che condurrà il visitatore in un viaggio suggestivo tra i reperti del MANN e le terzine di Dante.


Il Mosaico di Nemi recuperato

Il Mosaico di Nemi recuperato dai Carabinieri torna in esposizione al Museo delle Navi Romane

Il Mosaico di Nemi, recentemente recuperato, torna in esposizione presso il Museo delle Navi Romane. Esportato illegalmente negli Stati Uniti nel dopoguerra, l'opera è stata rintracciata dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale in un'azione congiunta con le autorità americane. Il Direttore Generale dei Musei d'Italia Massimo Osanna ha presentato ufficialmente il rientro dell’opera lo scorso giovedì 11 marzo, nell’esposizione permanente del museo nemorense delle Navi Romane.

Il Mosaico di Nemi recuperato
Il Mosaico di Nemi recuperato. Ph. DRM-Lazio

Il Mosaico di Nemi

Il meraviglioso pannello ad intarsi marmorei (opus sectile), presenta un complesso motivo geometrico in porfido verde e rosso, serpentino e vetro modellato, ed era posto a decorazione della pavimentazione di una delle due imponenti navi recuperate nel lago di Nemi, fatte realizzare dall’imperatore Caligola (37-41 d.C.). La grandiosità delle imbarcazioni, la ricercatezza delle decorazioni fatte di oro, gemme e fregi di animali lasciano ipotizzare che si trattasse di navi cerimoniali, destinate alla celebrazione di feste religiose, in linea con il carattere sacro del luogo. Nei pressi del grande lago vulcanico esisteva infatti un celebre santuario dedicato a Diana, dea della caccia, da cui l’antico nome del lago: speculum Dianae.

In età rinascimentale Leon Battista Alberti tentò, su incarico del cardinale Colonna, un recupero delle navi e dei relativi reperti, ma senza successo. Sarà nel 1895 che l’antiquario Eliseo Borghi riuscirà ad esplorare l’interno delle strutture navali per mezzo di palombari e grazie ad una serie di ricerche riuscirà a recuperare oltre che il celebre mosaico, anche numerosi bronzi antichi, ulteriori tarsie marmoree, paste vitree e oggetti metallici.

Il pannello musivo fu restaurato con materiali diversi e integrato con una cornice moderna, presente anche sul retro. Queste pesanti aggiunte non consentono più di cogliere i dettagli costruttivi, che possono però essere ricostruiti grazie agli altri frammenti conservati nel Museo.

Veduta della ricostruzione in scala 1:5 dello scafo della nave. Ph. M. Massaroni - DRM-Lazio

Il recupero del Mosaico

Negli anni ‘40 il Mosaico di Nemi scomparve misteriosamente. Secondo esperti restauratori, la sparizione avvenne prima che il Museo delle Navi fosse devastato dall’incendio scoppiato nel 1944 poiché non presenta segni di danneggiamento.

Nel 2013 a New York lo studioso italiano di materiali lapidei Dario Del Bufalo tenne una conferenza per presentare Porphyry, una monografia sull’uso da parte dell’imperatore Caligola del porfido rosso, pietra color sangue associata al potere. Alla vista di un’antica fotografia del Mosaico di Nemi, molti storici dell’arte e mercanti riconobbero il tavolino da caffè della signora Helen Fioratti, antiquaria newyorkese. La signora Helen e suo marito Nereo Fioratti, avevano acquistato il mosaico alla fine degli anni ’60, secondo le loro dichiarazioni, in buona fede, tant’è che esso era sempre stato posto in bella vista nel loro soggiorno e utilizzato come tavolino dagli ospiti ricevuti nella loro casa di Park Avenue.

Ci sono voluti quattro anni di indagini della procura distrettuale di Manhattan per arrivare ad appurare l’illegalità dell’esportazione e della vendita. Nel 2017 le autorità americane hanno infine emesso una sentenza di restituzione all’Italia del prezioso reperto. Lo scorso 11 marzo, in una cerimonia ufficiale alla presenza del Direttore Massimo Osanna, il Mosaico di Nemi è finalmente tornato nella sua legittima collocazione.

“È un evento importantissimo per il territorio - spiega il sindaco di Nemi Alberto Bertucci - Con l'aiuto di Massimo Osanna capo della direzione Musei del Ministero della Cultura, il mosaico avrà la giusta collocazione in una esposizione permanente al Museo delle Navi Romane di Nemi. Una notizia eclatante non solo per gli addetti ai lavori, ma anche un investimento sul turismo e sul patrimonio storico e archeologico.”

Veduta della ricostruzione in scala 1:5 dello scafo della nave. Ph. M. Massaroni - DRM-Lazio

Il Museo delle Navi Romane

Costruito tra il 1933 e il 1939, il Museo delle Navi Romane nacque per ospitare i due imponenti scafi (m. 71,30 x 20 e m. 73 x 24) dragati dal lago di Nemi. Entrambe le imbarcazioni sono purtroppo andate distrutte nell’incendio scoppiato nel 1944. Dopo alterne vicende, il Museo Nemorense ha finalmente riaperto nel 1988 con un nuovo allestimento.

Nell’ala sinistra sono esposti alcuni materiali recuperati (tegole bronzee, due ancore, attrezzature di bordo) e sono collocati due modelli delle navi in scala 1:5 e l’aposticcio di poppa della prima nave in scala al vero su cui sono state posizionate delle copie bronzee di cassette dalle protomi ferine. L’ala destra è invece dedicata alla storia della popolazione del territorio albano in età repubblicana e imperiale dove sono esposti i materiali votivi provenienti dai luoghi di culto del territorio, tra cui quelli del Santuario di Diana Nemorense.

Veduta dell’aposticcio della prima nave ricostruito in scala 1:1. Ph. M. Massaroni - DRM-Lazio


Sala dei Bronzi di Riace Paolo Moreno

Il MArRC rende omaggio a Paolo Moreno; Malacrino: «Ci lascia un grande studioso dei Bronzi di Riace»

Il MArRC rende omaggio a Paolo Moreno

Malacrino: «Ci lascia un grande studioso dei Bronzi di Riace»

Sala dei Bronzi di Riace Paolo Moreno«La scomparsa, questa mattina a Roma, di Paolo Moreno lascia sgomenti. Sia per l'uomo, dalle nobili qualità umane, sia per lo studioso e l'archeologo, il cui contributo sui Bronzi di Riace resterà di fondamentale importanza per la ricerca scientifica».

Così Carmelo Malacrino, direttore del MArRC, commenta la notizia della morte dell’archeologo e storico dell’arte di origini friulane, la cui ricerca scientifica è indissolubilmente legata alle due statue.

«Paolo – continua Malacrino - ci lascia a un anno dal cinquantesimo anniversario del ritrovamento dei Bronzi, in un momento in cui le fasi per la celebrazione dell'evento stanno per determinarsi. La sua assenza si farà sentire. È a Paolo Moreno, infatti, che si deve il primo studio scientifico sui Bronzi di Riace, oggetto di curiosità e interesse da parte dei più grandi studiosi. Moreno è stato il primo a intuire l’importanza delle nuove frontiere aperte dal mondo delle scienze applicate, in primis le analisi delle terre di fusione che hanno indicato la città di Argo, nel Peloponneso, come probabile area di produzione delle due sculture. Il suo nome, ne sono certo – conclude- non sarà dimenticato dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e da tutto il mondo della cultura».

Per Paolo Moreno quei due straordinari capolavori, ‘originali’ del V secolo a.C. dalla bellezza mai vista prima, sono espressione di ‘un’arte che il rinascimento non ha mai neanche sfiorato’. Così lui stesso definiva i Bronzi di Riace nel documentario di Sky Arte andato in onda nel 2016, all’indomani della riapertura al pubblico del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Al 2002 risale, infatti, il suo celebre volume ‘I Bronzi di Riace, il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe’, edito per Electa, in cui una serrata analisi storico-artistica e letteraria ha portato l’archeologo friulano ad identificare i due Eroi di Riace con due delle numerose statue che costituivano il monumento eroico (heroon) dei Sette a Tebe e dei loro epigoni, posto sull’agorà di Argo ed eretto dagli Argivi all’indomani della vittoria di Oinòe contro gli Spartani (456 a.C.).

Secondo Moreno, il Bronzo A rappresenterebbe l’eroe Tideo, opera di Ageladas il Vecchio, mentre il Bronzo B, l’indovino Anfiarao, opera di Alkamenes di Lemno, gli stessi maestri a cui sarebbe da attribuire la decorazione scultorea del tempio di Zeus a Olimpia.

Molte delle ipotesi di Moreno sulle due statue di Riace sono state oggi integrate o superate da nuove acquisizioni scientifiche, ma rimane attuale la sua lezione di metodo, sull’importanza di interpretare insieme, in maniera sinottica, i dati storico-artistici, quelli letterari e quelli archeometrici.

Moreno è stato allievo di grandi maestri dell’archeologia italiano del calibro di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Doro Levi e Giovanni Becatti. Ha diretto l’Istituto di Archeologia dell’Università di Bari e dal 1992 è stato ordinario di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università di Roma Tre.

Paolo Moreno è stato soprattutto un instancabile divulgatore della conoscenza del mondo antico, dai grandi maestri della classicità (Fidia e Prassitele soprattutto) alle grandi trasformazioni artistiche del mondo ellenistico e romano.

Alla famiglia e agli affetti del prof. Moreno le più sentite condoglianze da parte di tutto il personale del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Reggio Calabria, 05-03- 2021

Testo e foto dalla Direzione Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria