Il relitto di Otranto fa luce sulla storia della Magna Grecia

Il relitto alto arcaico ritrovato nel canale di Otranto può gettare nuova luce sulla storia della Magna Grecia. Con l’ausilio di un mezzo sottomarino filoguidato (Remotely Operated Vehicle) e dotato di strumentazione ad alta tecnologia, gli archeologi della Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo sono stati in grado di recuperare una parte del ricco carico del relitto.

Ventidue reperti tra ceramiche fini e anfore da trasporto provenienti da Corinto che grazie ai recenti studi sono stati datati alla prima metà del VII secolo a.C. Si tratta in particolare di tre anfore del tipo Corinzie A , dieci skyphoi di produzione corinzia, quattro hydriai sempre di produzione corinzia, tre oinochoai trilobate in ceramica comune e una brocca di impasto grossolano di un tipo molto comune a Corinto.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

“Molto interessante il pithos, recuperato frammentario”, spiega Barbara Davidde, “con tutto il suo contenuto costituito da skyphoi impilati al suo interno in pile orizzontali ordinate. In questa fase, se ne contano almeno 25 integri, oltre a diversi frammenti pertinenti ad altre coppe. Il numero totale degli skyphoi ed eventuali altri elementi contenuti originariamente nel pithos saranno definiti attraverso uno scavo in laboratorio con la rimozione del sedimento marino”.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

“La scoperta ci restituisce un dato storico che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia, meno documentate da rinvenimenti subacquei, e dei flussi di mobilità nel bacino del mediterraneo – ha spiegato il Direttore dei Musei, Massimo Osanna, che ha visitato il laboratorio di restauro della Soprintendenza nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, in occasione del 60° Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia,  e ha proseguito – è un  carico intatto che getta luce sulla prima fasi della colonizzazione greca in Italia meridionale, grazie anche allo stato di conservazione significativo che ci permette di capire quello che trasportavano: non solo cibi come olive, ma anche coppe da vino considerate beni di prestigio e molto apprezzate anche dalle genti italiche”.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

I reperti attualmente si trovano nei laboratori di restauro della Soprintendenza istituita nel 2019 e preposta alla tutela, conservazione e ricerca dell’immenso patrimonio subacqueo del nostro Paese.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto, team. Foto: Ministero della Cultura

In considerazione dell’importanza del relitto, il Ministero della Cultura ha in previsione di procedere al recupero dell’intero carico che risulta costituito da circa duecento reperti, ancora sparsi sul fondale, di cui si dispone già di una mappatura georiferita, al restauro dei reperti e alla realizzazione delle analisi archeometriche sui materiali e archeobotaniche su residui organici e vegetali che potrebbero essere ancora presenti nel sedimento che riempie molte delle ceramiche recuperate, come per esempio in una delle anfore corinzie che ha restituito i resti di noccioli di olive.

https://www.youtube.com/watch?v=ROE-8IG7mBE

 


Il Museo Ninfeo fa rivivere il lusso degli Horti Lamiani a Roma

Riscoprire Roma attraverso uno dei suoi luoghi più incantevoli, gli Horti Lamiani, residenza privata di molti imperatori e locus amoenus per le meraviglie che vi si potevano trovare. Il tutto rivivrà grazie alla creazione di un nuovo museo nella capitale, il Museo Ninfeo che sorge proprio nel luogo mitico della storia romana.

Il museo che sarà inaugurato con due open day il 30 e 31 ottobre e poi aperto al pubblico dal 6 novembre custodisce reperti che vanno dal periodo giulio-claudio, quando gli Horti entrarono a far parte del demanio imperiale sotto Tiberio e Caligola e fino ai Severi, a cui si devono le ultime lussuosissime trasformazioni di alcuni ambienti.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ogni epoca ha lasciato qui testimonianze preziose e reperti di ogni sorta che ricostruiscono una lunga vita. 3000 oggetti selezionati ed esposti, affiancati da ricostruzioni e video che restituiscono in maniera molto suggestiva i diversi aspetti della cultura della città imperiale.

Il Museo Ninfeo di Piazza Vittorio nasce come un importante progetto di musealizzazione e si pone ad essere come luogo emblematico della Roma imperiale. Gli Horti Lamiani restituiscono un’importante evoluzione architettonica e una precisa realtà storico-archeologica in un arco cronologico che va dal I secolo a.C. al III d.C. donando ai visitatori la visione di tanti resti recuperati in questi anni e musealizzati con rigore e scientificità.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Fin dall’età preistorica utilizzato come luogo di sepoltura, l’Esquilino, il più alto ed esteso tra i sette colli di Roma, tra le attuali Piazza di Santa Maria Maggiore e Piazza Vittorio venne diviso in due dalla costruzione delle Mura Serviane. In età repubblicana nella parte esterna alla città erano presenti una vasta necropoli, dove spiccava la tomba dei Fabii, coltivazioni e cave di pozzolana, attività di cui lo scavo ha restituito importanti testimonianze.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

I ritrovamenti più importanti risalgono ad epoca giulio-claudia quando Gaio Clinio Mecenate nella seconda metà del I secolo a.C. fece bonificare il sepolcreto per edificare uno spazio privato destinato alla residenza di molti aristocratici, gli homines novi di Augusto, tra cui Lucio Elio Lamia. Lamia che da rango equestre passò a quello di senatore grazie all’intercessione imperiale si fece costruire qui una lussuosa residenza, gli Horti Lamiani che alla sua morte, nel 33 d.C. lasciò al demanio imperiale.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ma ancora la lunga storia degli Horti Lamiani non finisce qui e se Tiberio non si interessò molto alle questioni di Roma fu con Caligola che l’area assunse nuovamente un grande sfarzo, ordinando una nuova sistemazione e facendo costruire una grande residenza.

Tra i preziosi reperti dell’epoca degli imperatori giulio-claudii spicca una monumentale scala ricurva in marmo, affreschi, decorazioni e molti materiali di vita quotidiana. Tra questi, un impianto idrico con il nome dell’imperatore Claudio – il successore di Caligola–, impresso sui tubi di piombo, certifica l’epoca della sua costruzione. Particolarmente suggestivo è stato il rinvenimento di frammenti di vetro per finestre: Filone Alessandrino scrive infatti che Caligola

«Prima si precipitò di corsa nella sala grande, ne fece il giro e ordinò che le finestre tutto intorno venissero restaurate con materiale trasparente come il vetro bianco…» (Legatio ad Gaium).

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ma risale ad epoca severiana una delle impronte più importanti e imponenti dell’intero complesso: un’ aula priva di copertura con pareti lastricate di marmi pregiati e pavimentata a grandi lastre in marmo bianco con una ampia fontana ninfeo, ancora esistente.

Si tratta del ritrovamento architettonicamente più importante per quello che può raccontare della residenza imperiale e che le fonti antiche fanno risalire ad Alessandro Severo. La piazza ninfeo era decorata con gruppi scultorei, erme, vasi da fiori: un luogo evocativo, dove l’imperatore poteva trovare suoi momenti di svago personale o accogliere ospiti importanti da tutto l’impero.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Ricostruzione della piazza ninfeo. Foto: Fabio Caricchia

Anche la cultura materiale abbonda nella lunga esistenza degli Horti Lamiani, reperti importanti per ricostruire non solo il lungo arco di vita dell’area ma anche capire Roma da un particolare punto di vista… quello di Roma stessa.

Oltre a marmi preziosi provenienti dalle province più lontane, abbondanti anfore permettono di identificare le rotte dei commerci durante le varie epoche, da nord a sud, da est ad ovest, sia nel bacino del Mediterraneo sia nel nord Europa. Per facilitarne la lettura, gli archeologi hanno ideato una sorta di mappa con esempi delle tipologie di anfore e la loro provenienza.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Fragili e preziosi, i ritrovamenti vegetali permettono di aprire una ulteriore finestra sugli Horti Lamiani: sono state rinvenuti le piantumazioni, in terra e in vaso, che ci permettono di avere un’idea della sontuosità dei giardini nelle varie epoche, ma è anche emerso come un’ampia parte dell’area fosse lasciata a coltura spontanea offrendo così l’effetto di una residenza urbana in un contesto di campagna.

Particolari sono anche i reperti animali, tra cui le ossa di leone, di cerbiatto, di struzzo, denti di orso. Oltre a questa testimonianza di animali esotici e non anche esempi di fauna marina che testimoniano gli usi culinari dei Romani e in particolare dell’aristocrazia. Nel menù di un aristocratico o di un principe non potevano mancare le ostriche.

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Gli Horti Lamiani mantennero la loro funzione di rappresentanza imperiale fino al IV secolo dopo Cristo, periodo del loro probabile abbandono. Durante il medioevo il paesaggio dell’Esquilino, ormai ruralizzato, era caratterizzato da piccoli nuclei abitativi e da campi e orti coltivati in prossimità di chiese e conventi, tra cui Santa Maria Maggiore, Sant’Eusebio, Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano. Nel XVI secolo, con la costruzione dell’acquedotto Felice voluto da Sisto V, l’area tra le Mura Serviane e quelle Aureliane tornò a essere una zona residenziale di lusso di proprietà delle più importanti famiglie romane.

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

«È un eccezionale risultato scientifico – secondo Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma –, questo museo porta alla luce uno dei luoghi mitici dell’antica Roma, quegli Horti Lamiani che erano una delle residenze giardino più amate dagli imperatori. L’aspetto virtuoso è la collaborazione tra il Ministero della Cultura ed Enpam, che ha permesso la creazione di un laboratorio di studio per progettare un museo innovativo: non solo la bellezza e la rarità dei reperti, ma a essere esposta è la vera vita della Capitale dell'impero romano».

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Realizzato congiuntamente dalla Soprintendenza Speciale di Roma e da Enpam, il nuovo Museo nasce proprio sul luogo del ritrovamento di un eccezionale contesto archeologico, venuto alla luce nell’area di Piazza Vittorio all’Esquilino, durante i lavori per la costruzione della sede dell'Ente.


XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

cominciata XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Da sinistra, Lorenzo Daniele, Giacomo Caruso e Alessandra Cilio

Ha preso vita nella giornata di giovedì 14 ottobre la nuova edizione del festival documentaristico che ha trasformato, ormai da undici anni, la piccola cittadina di Licodia Eubea, nella capitale del cinema archeologico.

La cerimonia di apertura, introdotta dai direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha visto la partecipazione del sindaco di Licodia Eubea, Giovanni Verga, e del vicesindaco, Santo Cummaudo, con un intervento di Giacomo Caruso, presidente dell’Archeoclub cittadino.

Da sinistra, Lorenzo Daniele, Santo Cummaudo, Giovanni Verga, Alessandra Cilio

Sono, quindi, iniziate le proiezioni della sessione pomeridiana, con un video promozionale dedicato al decennale del ritorno in Italia della Dea di Morgantina, a cui è seguita l’apertura della sezione Cinema e archeologia.

https://www.classicult.it/sulle-tracce-del-patrimonio-le-ragioni-dellarcheologia/

Sono stati presentati due documentari italiani. Il primo, Sulle tracce del patrimonio. Le ragioni dell’Archeologia, di Eugenio Farioli Vecchioli, è stato prodotto da RAI Cultura, e guarda al rapporto tra archeologia, industria, agricoltura e lottizzazione edilizia, mentre il secondo, Cahuachi. Labirinti nella sabbia, è stato trasmesso in prima internazionale alla presenza della regista Petra Paola Lucini e rappresenta un viaggio nel tempo e tra i paesaggi peruviani, alla scoperta delle antiche civiltà del deserto di Cahuachi.

https://www.classicult.it/cahuachi-labirinti-nella-sabbia/

https://www.classicult.it/nos-vestiges-our-remains/

A concludere la sessione, il documentario francese Nos vestiges di Pierrick Chilloux, proposto in prima nazionale, che pone degli interrogativi sulle possibili e diverse destinazioni dei resti umani, frutto dei ritrovamenti archeologici.

https://www.classicult.it/inter-lapides/

Protagoniste della sezione serale dedicata a Cinema e antropologia, sono state le proiezioni di Inter lapides, documentario dedicato all’arte dei muri a secco, proiettato per la prima volta a un Festival, che porta la firma di Antonio Sarzo e di Renato Stedile, e di Il monte interiore di Michele Sammarco, dedicato al rapporto affettivo tra un anziano contadino e il suo asino malato, per il quale il protagonista intende chiedere l’intercessione di Sant’Antonio Abate.

https://www.classicult.it/il-monte-interiore/

Da sinistra Vincenzo Palmieri (traduttore e inteprete), Giovanni Jay Cavallaro e Alessandra Cilio

Si è tenuto anche il primo degli Incontri di Archeologia, con la presentazione della mostra Cà semu. La terra madre del fotografo e documentarista italoamericano Giovanni Jay Cavallaro, ospitata all’interno dell’ex chiesa di S. Benedetto e S. Chiara, nella quale avvengono anche le proiezioni del Festival.

La Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, con la direzione artistica di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha il sostegno della Regione Siciliana, Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo - Sicilia Film Commission, nell'ambito del Programma Sensi Contemporanei e del Comune di Licodia Eubea.

cominciata XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica. I direttori artistici della Rassegna, Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.


Inaugurato il nuovo Museo delle navi di Fiumicino

Si amplia l’offerta del Parco Archeologico di Ostia Antica con la suggestiva apertura di una delle più importanti collezioni di navi romane del Mediterraneo. Cinque relitti sono accolti nel rinnovato Museo delle Navi di Fiumicino in un percorso di visita a due livelli in cui si potranno ammirare carene e chiglie, due grandi navi fluviali a diversi livelli di altezza e in più materiali archeologici ritrovati vicino ai relitti e negli scavi dell’antico complesso portuale di Ostia-Portus.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Il Museo delle Navi prima dei recenti lavori di ristrutturazione – anno 2020 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

“La più grande nave caudicaria della collezione del museo – annuncia D'Alessio – è attualmente interessata da una fase di restauro che non la sottrarrà alla vista del pubblico: si potranno anzi osservare le operazioni dei restauratori, vedere come si interviene per conservare il legno giunto a noi dopo un viaggio sotterraneo di quasi duemila anni. Uno spettacolo da non perdere”.

“Le imbarcazioni custodite nel Museo hanno molto da raccontarci,” continua il Direttore D'Alessio “i visitatori resteranno impressionati dal prodigio tecnologico e organizzativo dei nostri antenati romani: in esposizione vediamo tre imbarcazioni fluviali, quelle del tipo caudicaria. Ebbene, non si tratta di sporadici exploit artigianali, bensì di prodotti che oggi definiremmo industriali: prue e poppe realizzate in serie per essere saldate con corpi centrali di diverse grandezze.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Ricostruzioni dei Relitti Fiumicino 1, Fiumicino 4 e Fiumicino 5 (modello 3D Pierre Poveda, CNRS, CCJ e Daniela Peloso, Ipso Facto)

Giganti lignei in grado di trasportare anche 70 tonnellate di merce. Insieme a questi abbiamo una quarta nave capace di affrontare il mare e infine una barca da pesca unica nel suo genere, una navis vivaria, con un acquario per mantenere vivo il pescato. Un esempio della tecnologia romana capace di abbreviare le distanze fra le sponde del Mediterraneo e di generare rapporti culturali e commerciali, benessere e sviluppo: forse il più riuscito esempio di nation building della storia”.

STORIA DEL MUSEO

Il Museo delle Navi di Fiumicino è stato realizzato nel luogo stesso in cui le navi furono ritrovate, all’interno dell’antico bacino portuale di Claudio e Traiano, il Portus Ostiensis Augusti. L’insieme dei 5 relitti formano un insieme davvero eccezionale per la storia del trasporto e del commercio antico: tre imbarcazioni fluviali per il trasporto di merci lungo il Tevere tra Portus e Roma, una nave da trasporto marittimo e una rara barca da pesca di età romana con acquario centrale per la conservazione in vivo del pescato.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Il Relitto Fiumicino 5 in corso di scavo, 1959 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Durante i lavori per la costruzione dell’aeroporto “Leonardo Da Vinci” e della connessa viabilità, a partire dal 1957, cominciarono a venire alla luce imponenti resti di una parte del porto imperiale, il molo monumentale e la “Capitaneria” che ospita una volta affrescata con la raffigurazione del faro di Portus. Nel corso delle ricerche vennero scoperti anche i resti di otto imbarcazioni:

la prima (Fiumicino 2), una nave fluvio-marittima (navis caudicaria) per il trasporto sul Tevere e nei canali dei bacini portuali, fu rinvenuta nel 1958, mentre tra il 1959 e il 1961 si portarono alla luce altre due navi caudicarie, le Fiumicino 1 e Fiumicino 3, la barca da pesca Fiumicino 5 (navis vivara), e due parti di fiancata che appartenevano ad altre navi (Fiumicino 6 e Fiumicino 7). L’ultimo scafo recuperato, quello della Fiumicino 4, apparteneva a un piccolo veliero destinato probabilmente al commercio regionale lungo costa. Un ulteriore relitto (Fiumicino 8) non venne scavato a causa del pessimo stato di conservazione.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Ricostruzione di Portus (Credits: 3DS Max, Mental Ray, Photoshop per Portus Project)

L’acqua, depositi di limo e sabbia hanno permesso che molte delle parti delle navi si conservassero bene per un buon stato di lettura, soprattutto di chiglie e carene. I relitti giacevano a ridosso del molo settentrionale del porto di Cluadio in cui si venne a creare un vero e proprio cimitero di navi molte delle quali troppo vecchie o mal ridotte per la navigazione e quindi abbandonate.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Uno dei relitti in corso di scavo – anni ’60 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Lo step successivo è stato quello di salvarle dal rapido degrado una volta a contatto con l’aria per cui si è reso necessario costruire delle strutture in legno per sorreggerne le fiancate e recuperare i relitti nella loro interessa. Il recupero fu coordinato dall’ingegnere del Genio Civile Otello Testaguzza che progettò nell’area del rinvenimento un luogo dove le navi vennero trasportate per il recupero e i primi interventi di restauro.

PERCORSO ESPOSITIVO

Il nuovo percorso espositivo che riapre dopo vent’anni si articola intorno ai cinque relitti recuperati durante gli scavi. La presenza di tre navi caudicarie, imbarcazioni fluvio-marittime destinate al trasporto lungo il Tevere, ha permesso infatti uno studio approfondito di questa tipologia di battelli, rivelandone il sistema seriale di costruzione, per cui alla prua e alla poppa veniva assemblato un corpo centrale di maggiore o minore dimensione, a seconda delle necessità.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Le tre caudicarie di Fiumicino potevano trasportare rispettivamente ca. 70, 50 e 30 tonnellate. Anche la cd. “barca del pescatore”, naves vivara, è un reperto eccezionale nel suo genere e per stato di conservazione: l’acquario centrale per mantenere vivo il pescato era dotato di fori sul fondo per il ricambio dell’acqua, chiusi con tappi di pino.

La lunga esposizione all’aria aperta, il successivo spostamento nell’hangar (poi museo), le innumerevoli sollecitazioni climatiche e meccaniche subite dai relitti in questi sessant’anni, hanno evidenziato uno stato conservativo fortemente alterato che rende necessario un ampio intervento di restauro, al fine di ristabilire le condizioni adeguate nell’area espositiva e sui manufatti, in modo da consentirne la fruizione al pubblico.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

I lavori di restauro saranno effettuati in sito, concepiti come un “work in progress”, senza smontare le navi dai supporti e grazie alla messa in opera di una sorta di teca trasparente all’interno della quale gli interventi di restauro potranno essere direttamente osservati dal pubblico.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Ai cinque relitti che formano il corpo principale del museo si aggiunge una selezione di materiali sulla struttura e sul funzionamento delle navi, sulla vita di bordo, sulla struttura portuale, sui commerci.

INFO VISITE

Il Museo apre gratuitamente al pubblico a partire da martedì 12 ottobre da martedì a domenica dalle ore 10 alle 16. Per raggiungere il Museo, sarà disponibile una linea autobus del Comune di Fiumicino, e  un servizio di navetta grazie ad un accordo con Aeroporti di Roma.


“Il festival STORIAE tra passato, presente e futuro”: intervista ad Alessandra Vuoso

Il festival STORIAE tra passato, presente e futuro”: intervista ad Alessandra Vuoso

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

Le esperienze, le eredità, i moniti che ci offrono i monumenti storici costituiscono preziose risorse su cui impiantare il nostro presente e progettare il nostro futuro”:

questo è il manifesto di STORIAE - archeologia e narrazioni, il festival ischitano organizzato dal CeiC - Istituto di studi storici e antropologici/Ong Unesco col supporto del Ministero della Cultura e dei Comuni di Ischia e Lacco Ameno, giunto nel 2021 alla sua terza edizione.

Storiae Alessandra Vuoso
Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e Alessandra Vuoso , durante l'ultima edizione di STORIAE. Foto di Antonello De Rosa

Quest'anno la rassegna è stata caratterizzata da numerose novità, a cominciare da un lieve ma significativo cambio di denominazione:

“Il nome Arkeostoriae, adoperato per le edizioni 2019 e 2020, è stato trasformato in STORIAE – archeologia e narrazioni”, spiega l'archeologa Alessandra Vuoso, ideatrice e organizzatrice della kermesse; “questo esprime un ampliamento del focus originario sulla storia antica, che abbiamo deciso di declinare in diverse discipline allo scopo di offrire spunti sulla contemporaneità e, perché no, sul futuro”.

https://www.classicult.it/storiae-archeologia-e-narrazioni-conclusasi-ledizione-2021-della-manifestazione/

Storiae Alessandra Vuoso
Al centro, sulla destra, Alessandra Vuoso durante uno degli eventi enogastronomici di STORIAE. Foto di Antonello De Rosa

L'edizione 2021 di STORIAE è stata particolarmente raffinata e ambiziosa: circa trenta gli eventi che, tra 29 agosto e 5 settembre, hanno animato non solo Ischia Ponte, storica “culla” del festival, ma anche i comuni limitrofi Lacco Ameno e Forio (alcuni dei quali in partenariato con A.I.Par.C. e col festival Forio InChiostro); impressionante inoltre il vasto assortimento delle attività proposte: dalle presentazioni di libri alle visite guidate, dalle tavole rotonde ai percorsi enogastronomici, passando per l'hiking e i percorsi musicati; un risultato notevole per un festival che, come afferma Alessandra,

“è completamente autofinanziato; il suo successo si basa sulla cooperazione con i nostri partner, nonché su una progettazione capillare che mette al primo posto la qualità scientifica dei contenuti”.

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

E il pubblico ha premiato questa dedizione aderendo massicciamente a tutte le attività: non era scontato che ciò avvenisse, considerando che gli eventi di STORIAE sono stati tra i primi in presenza dopo il lungo periodo di silenzio imposto dal COVID-19; le norme di contenimento, tutte rigorosamente rispettate, non hanno però costituito alcun ostacolo al felice svolgimento della kermesse.

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

Un tale successo offre l'occasione per tirare le somme dei primi tre anni di vita del festival:

“L'idea per STORIAE è nata molti anni fa” racconta Alessandra, “all'inizio era poco più di un progetto, uno di quelli a cui si pensa continuamente con tanto entusiasmo e che attendono solo l'occasione giusta per concretizzarsi”;

e l'occasione giusta è arrivata nel 2019, quando le associazioni Medusa e Marina di Sant'Anna hanno avanzato la proposta di organizzare la VI edizione degli Incontri culturali della Baia di Cartaromana. Da questa collaborazione nacque Arkeostoriae, una tre giorni di presentazioni di libri (tra cui Gli ultimi giorni del comandante Plinio di Alessandro Luciano, diventato poi uno degli amici storici del festival) e tavole rotonde sui temi delle archeomafie e dell'educazione alla salvaguardia del patrimonio.

“La prima edizione aveva in sé tutti gli elementi che poi sono stati mantenuti negli anni seguenti, anche se in nuce; era una sorta di promessa nata dall'entusiasmo e dal desiderio di portare a termine un progetto a cui tenevamo molto”, racconta Alessandra.

Una promessa mantenuta l'anno successivo: pur nelle incertezze dovute alla fase acuta della pandemia, l'edizione 2020 di Arkeostoriae riscosse ottimi consensi.

“La seconda edizione è stata in realtà la prima realizzata in autonomia e col supporto del CeiC” spiega Alessandra; “abbiamo ampliato il focus al patrimonio archeologico di Ischia, organizzando attività collaterali quali visite guidate e percorsi enogastronomici, che sono stati riproposti quest'anno. Anche i webinar, novità dovuta alle contingenze pandemiche, si sono rivelati un valore aggiunto: quelli del 2021 sono stati visualizzati da numerosi partecipanti”.

Si è realizzato, in altre parole, quello che è sempre stato l'obiettivo dichiarato del progetto:

“Aprire le porte dell'archeologia e dei beni culturali a un ampio e variegato pubblico, perché possano essere il più possibile fruiti, apprezzati e rivalutati”.

https://www.classicult.it/arkeostoriae-archeologia-autenticita/

Foto di Antonello De Rosa

Fatto il punto sulle prime tre edizioni e in particolare sul successo dell'ultima, è lecito domandarsi quale sia il futuro di STORIAE.

“I progetti in campo sono tanti” rivela Alessandra, “tra essi c'è quello di organizzare una sessione invernale del festival, dedicata agli studenti delle scuole di ogni grado; c'è anche l'ipotesi di riunire gli atti dei convegni delle prime tre edizioni in una pubblicazione per uso scientifico”,

a riprova della grande qualità dei contenuti offerti.

Foto di Sara Silvestri

Quanto al festival estivo, prosegue Alessandra,

“stiamo lavorando perché diventi un appuntamento annuale consolidato in grado di attrarre in egual modo turisti e residenti”.

STORIAE Alessandra Vuoso
Marileda Maggi, Mariano Rizzo e Alessandra Vuoso, durante l'ultima edizione di STORIAE. Foto di Laura Del Verme

Le idee in tal senso sono molto chiare:

STORIAE non sarà mai un'autocelebrazione di studiosi, ma un momento di reale offerta culturale, un contenitore di eventi che partano da Ischia, dalla sua storia e dalla sua cultura per far innamorare tanto chi ci abita quanto chi non la conosce”.

Perché quando si parla di cultura, a fare la differenza è sempre quanto cuore ci si mette... e dentro STORIAE di cuore ce n'è tanto.

Foto di Paolo De Palma
Foto di Antonello De Rosa

Halaesa Arconidea: intervista al Prof. Lorenzo Campagna

Con il ripristino delle attività di scavo anche l’Università di Messina ha ripreso le sue indagini a Tusa, nell’antico sito di Halaesa Arconidea, in collaborazione con il Parco archeologico di Tindari e con l’Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana.

Lorenzo Campagna , Professore Associato di Archeologia e storia dell’arte romana e delle province romane presso l’Università degli Studi di Messina, è il direttore dello scavo.

Secondo la sua ipotesi, la struttura riportata alla luce è legata alle funzioni rituali che si compivano con ogni probabilità in onore del dio Apollo.

Lo abbiamo intervistato per Classicult.

Halaesa Arconidea
Halaesa Arconidea. Immagine tratta durante i lavori di scavo del sito di Halaesa. Foto di Lorenzo Campagna

Professore, può illustrarci le novità emerse durante l’ultima campagna di scavo nel sito di Halaesa?

Lo scavo dell’ultima campagna 2021 è stato, per varie ragioni, di proporzioni più contenute rispetto a quello che ci eravamo ripromessi di fare in passato. Nonostante questo, ha dato dei risultati piuttosto interessanti, aprendo delle prospettive per l’indagine futura che non ci aspettavamo perché abbiamo avuto modo di esplorare una struttura che, in parte, era stata messa in luce già nella campagna del 2019, ma della quale allora non avevamo ben compreso la funzione.

Adesso abbiamo ampliato l’indagine, in modo da continuare a riportare in luce questa struttura ed è emerso che si tratta di una struttura dall’importanza rilevante per il culto che si svolgeva all’interno del santuario. La struttura ha una lunghezza di oltre 10 m; non è con ogni probabilità un altare, poiché non ci sono elementi riconoscibili che possano essere ricondotti a questo.

Per contro, abbiamo qualche indizio della presenza di acqua in relazione a questa struttura. Ci sono tanti elementi che lo scavo ha offerto rispetto a quella che era la nostra idea originaria, che cioè si trattasse di un semplice basamento per offerte, invece quest’anno abbiamo capito che si tratta di qualcosa di più importante e di molto rilevante all’interno delle pratiche cultuali che si svolgevano all’interno del santuario. È necessario tuttavia ampliare l’indagine, definirne completamente le dimensioni e speriamo anche di acquisire dati per comprenderne la reale funzione.

Gli scavi, dunque, proseguiranno anche il prossimo anno, Covid permettendo.

Quello che speriamo è di poter proseguire le indagini. Del resto, la campagna che abbiamo svolto quest’anno era la prima campagna del secondo triennio del nostro accordo con l’Assessorato dei Beni Archeologici. La nostra prospettiva è quella di andare avanti l’anno prossimo sempre nel quadro istituzionale che ha caratterizzato le nostre indagini, ovvero con il supporto e la collaborazione del Parco Archeologico di Tindari, a cui Halaesa fa riferimento, e in cooperazione naturalmente con i nostri partner che sono i colleghi dell’Università di Oxford.

Questi nuovi risultati che sono emersi a Tusa, sia per quanto riguarda il lavoro proficuo svolto dall’Università di Messina sia per quanto concerne le Università di Palermo e di Amiens, possono dare una svolta dal punto di vista turistico ad un sito che, fino a questo momento, forse non ha goduto della giusta risonanza?

L’obiettivo congiunto che le missioni che operano ad Halaesa si sono poste è quello di contribuire alla valorizzazione di questo sito che, per gli addetti ai lavori, ha un’importanza straordinaria. Tutti coloro che si occupano della Sicilia ellenistica e romana sanno benissimo quanto sia fondamentale.

C’è, però, anche un aspetto legato alla valorizzazione e al pubblico, che rientra pienamente negli intenti delle nostre missioni e anche della collaborazione con il Parco di Tindari. L’obiettivo finale di queste ricerche, da perseguire in un tempo ragionevole, è quello di collegare questi scavi in corso al percorso di visita attuale e, dunque, consentire ai visitatori di avere una visione globale più articolata di questo sito e di comprenderne l’importanza che è già conferita dalla sua monumentalità.

Halaesa indubbiamente ha una monumentalità che, allo stato attuale, è percepibile solo in minima parte rispetto alle sue potenzialità ma che sta emergendo in maniera sempre più evidente proprio in questi nuovi scavi.

Ci può dare qualche informazione a carattere storico del sito di Halaesa? Perché è stata una città così importante e determinante?

La Halaesa che noi vediamo oggi è la Halaesa della tarda età ellenistica e della prima età imperiale, cioè del momento che rappresenta probabilmente la massima fioritura della città dal punto di vista economico ma anche delle sue relazioni con Roma. In realtà, la sua storia nasce ben prima, perché la città viene fondata alla fine del V secolo a.C. come una sorta di proiezione sul mare di un centro non greco, si direbbe “indigeno” nella terminologia tecnica, dell’interno.

Di questa prima Halaesa noi conosciamo molto poco dal punto di vista archeologico, perché forse le tracce monumentali di questa fase sono state in gran parte cancellate in occasione degli imponenti lavori di monumentalizzazione della città, che sono quelli che hanno dato luogo a quello che noi oggi vediamo, con successive ristrutturazioni e trasformazioni.

Sostanzialmente l’impianto urbanistico e monumentale che oggi vediamo è quello che Halaesa si dà nel corso del II secolo, nel momento in cui, come dicevo prima, raggiunge l’apice della sua fortuna soprattutto in relazione al consolidato rapporto che aveva stabilito con Roma. Sappiamo dell’esistenza di una comunità di italici ad Halaesa in un’epoca molto precoce, precedente alla conquista di Roma. Ma la sua prosperità è dovuta anche alla sua posizione, alla sua prossimità con le rotte che dalla Sicilia andavano ai porti di Roma e della Campania.

Questa fortuna dura ancora nella prima età imperiale, come dimostrano tutta una serie di restauri e abbellimenti dell’apparato monumentale. Il suo declino inizia già dalla media età imperiale per poi concludere questa parabola nella prima età bizantina. Un indizio importante è che, nel foro della città, viene impiantata una necropoli bizantina e questo segna il definitivo tramonto della città antica.


Santa Gada di Laino Borgo: intervista al Prof. Fabrizio Mollo

Un vasto insediamento di epoca lucana, il più rilevante di tutto il bacino del Lao-Mercure: la seconda campagna di scavi archeologici sul colle di Santa Gada di Laino Borgo ha rivelato preziose indicazioni sul sito che l’Università di Messina sta indagando da un triennio, in collaborazione con il Comune di Laino Borgo, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Cosenza e l’Ente Parco Nazionale del Pollino.

Lo scavo è diretto dal Professore Fabrizio Mollo, docente di Topografia Antica presso l’Università degli Studi di Messina, e sta riportando alla luce un centro urbano con un sistema viario e di isolati regolari che occupano gran parte dei terrazzi collinari di Santa Gada. L’importanza del ritrovamento impone un progetto serio di valorizzazione e di ricerca.

Lo abbiamo intervistato per Classicult.

Si tratta certamente di uno scavo sensazionale. Abbiamo riportato alla luce, in questo terrazzo a ridosso del fiume Lao, un frammento di abitato di epoca lucana molto ben articolato, dotato di una maglia viaria all’interno per gli orientamenti rinvenuti.

Laino Borgo, particolare della vasca per la gestione delle acque. Foto di Maria Luisa Lovecchio

In particolare, abbiamo scavato un isolato quasi intero, databile tra la seconda metà del IV e la prima metà del III a.C. E’ stata riportata alla luce una vasca per la gestione delle acque, forse collegata ad un uso sacrale. Siamo di fronte ad una importante realtà insediativa del territorio – prosegue il Professore Mollo - che merita una ulteriore valorizzazione.

Questo scavo travalica i limiti comunali e questo di Santa Gada è senz’altro l’insediamento più strutturato e meglio organizzato del territorio in una fase di vita molto lunga che va dall’età arcaica all’età ellenistica. A valle del colle si arriva addirittura all’età romana. Nei prossimi anni continueremo con l’attività di ricerca, anche perché individueremo le relazioni del sito con tutte le altre realtà limitrofe. Inoltre, sono stati rinvenuti molti elementi di notevole pregio: il set della cucina, vasi, dispense, una serie di monete di età lucana soprattutto della zecca di Laos.

Abbiamo testimonianze che rimandano ad una cultura molto variegata che fa riferimento all’insediamento che vive almeno fino alla metà del III secolo a.C., poi abbandonato forse in seguito ad un sisma, come emerge da alcuni elementi durante i lavori di scavo.

L’insediamento – conclude il direttore di lavori - è importante non solo per le risultanze puntuali dello scavo, localizzato in un terrazzo esteso circa 40 ettari, ma anche per le testimonianze coerenti rinvenute negli altri saggi. C’è un grosso abitato lucano legato sicuramente al corso del fiume Mercure, che proprio a ridosso di questo colle cambia il nome in maniera significativa in Lao, fungendo da cerniera tra la Basilicata interna e l’area tirrenica costiera, oltre che la Sibaritide al di là del Pollino.


Pyrgi Nuove scoperte

Pyrgi: nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario

PYRGI: NUOVE SCOPERTE E NUOVI PROGETTI GRAZIE ALLASINERGIA TRA REGIONE LAZIO,

SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA, SOPRINTENDENZA PER L’ETRURIA MERIDIONALE

E COMUNE DI SANTA MARINELLA

Grazie alla collaborazione tra Regione Lazio, Sapienza Università di Roma, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale e Comune di Santa Marinella negli ultimi anni si sta lavorando alla costruzione di un sistema territoriale unico sia dal punto di vista naturalistico, sia archeologico sia paesaggistico che va dal complesso monumentale del Castello di Santa Severa, al Monumento Naturale e all’area archeologica di Pyrgi, fino ad arrivare alla Riserva Naturale di Macchiatonda.

Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

Un modello virtuoso che sta mettendo in atto sinergie a vari livelli e multidisciplinari, dalla ricerca alla valorizzazione, dalla tutela dell’ambiente e dei reperti archeologici alla divulgazione nei confronti della comunità.

Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

Un grande polo culturale e turistico in un tratto della costa laziale unico per le ricchezze naturali e per le testimonianze storiche che rappresenta un modello per le ricche potenzialità di impatto positivo sul territorio e che sarà ulteriormente valorizzato grazie a nuove, importanti novità.

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

È in corso fino al 30 settembre la campagna annuale di scavo didattico diretta dalla professoressa Laura M. Michetti con gli studenti di Etruscologia del Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di Roma mentre la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale sta portando avanti dal 2019 due progetti: il primo è un progetto di musealizzazione all’aperto dell’area archeologica, che prevede di rendere l’area accessibile a tutti, tramite un sistema di pedane e passerelle, e di realizzare un importante intervento di ingegneria ambientale per la riqualificazione del sistema dei fossi esistenti, al fine di drenare il terreno ed evitare così gli allagamenti periodici - particolarmente dannosi per la conservazione dei resti archeologici e che rendono impossibile la fruizione dell’area nei mesi invernali.

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

Il progetto è stato realizzato in piena collaborazione tra la Soprintendenza e la Regione Lazio (Direzioni Ambiente e Demanio e Patrimonio, Riserva Naturale di Macchiatonda e Laziocrea spa) e sarà complementare al progetto regionale di difese a mare della costa e ricostruzione della duna lato spiaggia.

Pyrgi Nuove scoperte
Studenti a lavoro in cantiere

Il secondo progetto riguarda il nuovo allestimento del deposito archeologico con funzioni di sala-studio/laboratorio di restauro e del nuovo centro visita, per la fruizione congiunta della Riserva di Macchiatonda e del Monumento Naturale e dell’area archeologica di Pyrgi. Lo studio e il perfezionamento di questi percorsi condivisi saranno oggetto di un protocollo di intesa, in corso di definizione, tra il Ministero e la Regione.

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

Infine, sul piano della divulgazione, una importante novità è rappresentata dai nuovi pannelli concepiti dall’équipe della Sapienza e realizzati dalla Regione Lazio, in collaborazione con la falegnameria del Parco dei Castelli Romani, nei quali vengono illustrati il percorso naturalistico-archeologico e i risultati delle ricerche dell’Università di Roma nel porto e nel santuario etrusco di Pyrgi.

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

Sono inoltre in corso di elaborazione progetti relativi a una migliore fruizione dei resti archeologici tramite la realtà aumentata.

LO SPAZIO MUSEALE DENOMINATO “ANTIQUARIUM DI PYRGI”

La Regione Lazio e il MIC - Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio, per la Provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale hanno siglato nel 2019 un apposito Protocollo di Intenti con l’obiettivo di ampliare la fruizione dell’offerta culturale, favorire l’accesso al Castello di un pubblico sempre più vasto, creando un unico circuito di visita con l’Antiquarium ed i templi monumentali di Pyrgi.  Grazie a questo protocollo, la Soprintendenza in collaborazione con la Sapienza Università di Roma, potrà allestire negli ambienti della Manica Lunga - all’interno del Castello di Santa Severa - il nuovo Antiquarium; questo spazio costituirà la naturale integrazione della sala dedicata alle antichità di Pyrgi del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Vi saranno esposti, in modo accattivante e fruibile a tutti, anche con l’ausilio di tecnologie multimediali, gli eccezionali rinvenimenti provenienti dalle indagini della Sapienza nelle due aree sacre che componevano il grande Santuario marittimo, proiezione sul mare dell’importante città etrusca di Caere.

Saranno rappresentati gli straordinari rivestimenti in terracotta policroma dei due grandi templi e dei diversi sacelli ed esposti per la prima volta nel loro insieme i numerosi reperti votivi rinvenuti: statue in terracotta rappresentanti gli offerenti, come una, di dimensioni reali, di una giovane fanciulla che reca in dono un porcellino, preziosi vasi greci dalle forme peculiari, rarissimi in Etruria, offerte di frutti di mare rinvenuti eccezionalmente intatti all’interno di recipienti in ceramica, ornamenti in oro, argento e ambra (orecchini, bracciali, scarabei), che costituivano i doni prediletti per le divinità femminili, in primo luogo Cavatha, una dea assimilabile alla greca Persefone.

Molto peculiari e privi di confronti anche gli oggetti realizzati in piombo: pesantissime barre, grandi ceppi d’ancora, piccoli lingotti, proiettili a forma di “ghianda” e centinaia di colature di metallo fuso che rappresentano l’offerta principale per il dio “Nero”, in etrusco “Sur”, divinità dell’oltretomba paragonabile al greco Ade, al quale ben si addiceva, appunto, l’offerta di un metallo scuro.

Sarà anche possibile ammirare una copia delle tre famose lamine auree con iscrizioni, due, di diversa lunghezza, in lingua etrusca ed una in fenicio, quest’ultima traduzione della lamina etrusca più lunga. Rinvenute nel 1964, esse ricordano come Thefarie Velianas, re/tiranno di Caere, avesse dedicato una statua ed un luogo di culto alla dea Uni (chiamata Astarte nel testo fenicio). I visitatori avranno dunque la meravigliosa opportunità di approfondire la conoscenza del comprensorio archeologico di Pyrgi, il più importante santuario e scalo marittimo dell'antica Caere che ha svolto un ruolo di fondamentale importanza nella storia del Mediterraneo antico, uno dei pochi menzionati dalle fonti letterarie antiche, essendo connesso con eventi storici cruciali per l’equilibrio politico ed economico nell’area mediterranea.

Direttore dell’Antiquarium: dott.ssa Rossella Zaccagnini.

LO SCAVO DI PYRGI

Pyrgi, porto e grande santuario marittimo sulla costa del Lazio etrusco, ha svolto una funzione primaria nella storia del Mediterraneo antico ed è stato lo scenario di eventi di fondamentale rilevanza, come evidenziato in modo esemplare dallo straordinario documento storico delle lamine d'oro. L’insediamento di Pyrgi ha svolto differenti funzioni grazie alla favorevole ubicazione lungo le rotte tirreniche. A causa dell’abbandono successivo alla fase della “romanizzazione” (prima metà del III sec. a.C.), rappresenta per gli archeologi un eccezionale caso-studio per la possibilità di condurre un’indagine su larga scala delle differenti componenti del suo assetto urbanistico.

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte a Pyrgi. Veduta aerea degli scavi Sapienza e particolare sull'area dei templi

Stabilmente finanziato tra i "Grandi Scavi" dell'Ateneo romano, è una delle più antiche e illustri imprese di scavo dell'Università di Roma e costituisce un esempio di ricerca in ambito archeologico nel quadro della cosiddetta "Terza Missione" dell'Università, per l'impatto positivo sul territorio che le attività sul campo hanno finora avuto e potranno sempre più avere nel futuro grazie alla preziosa realtà locale e alle diverse collaborazioni in atto. Attività che coinvolgono, infatti, a vario livello, la Regione Lazio, nelle sue diverse strutture, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale e il Comune di Santa Marinella.

Il progetto di ricerca è incentrato sull’analisi del rapporto tra la città di Caere (Cerveteri) e Pyrgi, il suo principale porto, collegato alla città da un monumentale percorso viario.

Il primo colpo di piccone nel 1957

Gli scavi della Sapienza, condotti a partire dal 1957 da Massimo Pallottino e Giovanni Colonna, hanno portato alla luce un esteso complesso santuariale il cui fulcro è il grande santuario di Uni-Astarte voluto dal re/tiranno di Caere Thefarie Velianas con il tempio B (510 a.C.) e l’“Edificio delle Venti Celle”, forse destinato alla pratica della prostituzione sacra. A questo nucleo si è aggiunto, raddoppiando l’estensione del santuario, il grande tempio A (470/460 a.C.) decorato sulla facciata posteriore con un eccezionale altorilievo in terracotta rappresentante il mito dei Sette contro Tebe, considerato tra i capolavori assoluti dell’arte antica.

Giovani scavatori universitari e funzionari della Soprintendenza alle Antichità dell'Etruria Meridionale nel 1957

Area dei templi con il grande altorilievo del tempio A e modellino ricostruttivo

Una seconda area sacra è dedicata alla coppia di divinità Śur e Cavatha citate nelle iscrizioni votive in etrusco; largamente frequentata da greci, vi si praticavano culti di tipo demetriaco e connessi a divinità infere, come attestato da depositi votivi costituiti in gran parte da ceramiche importate da Atene.

Dal 2009, le indagini dirette da M. Paola Baglione e dal 2016 da Laura M. Michetti hanno interessato l’area a Nord del santuario, dove sono stati messi in luce una serie di isolati con un complesso di edifici anche di carattere pubblico, delimitati verso l’entroterra dal tratto parallelo alla costa della via Caere-Pyrgi. La vicinanza con l’area sacra, la monumentalità delle strutture e lo svolgimento di pratiche rituali hanno suggerito di interpretare questo settore di cerniera tra il santuario e l’abitato come un quartiere “pubblico-cerimoniale” che ha svolto funzioni amministrative e di rappresentanza in rapporto con il porto orientale anche prima della monumentalizzazione dell’area sacra. Negli ultimi anni, le ricerche sono riprese nell’area del grande santuario monumentale e hanno consentito di mettere in evidenza il tratto terminale della via monumentale che dalla città di Caere giungeva nel porto di Pyrgi dopo un tragitto di circa 10 km.

Il grande altorilievo dei Sette contro Tebe, dal Tempio A

Le straordinarie scoperte di Pyrgi, esposte in una sala dedicata nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, hanno contribuito all’attivazione da parte della Sapienza del finanziamento dedicato ai “Grandi Scavi di Ateneo”, grazie al quale ogni anno una cinquantina di studenti – anche stranieri – specializzandi e dottorandi in Etruscologia sono coinvolti nelle attività sul campo e nei laboratori di schedatura e documentazione dei reperti che si svolgono nel corso dell’inverno nelle strutture universitarie. Fin dal suo inizio, infatti, lo scavo di Pyrgi è stato concepito come uno “scavo-scuola” e in esso si sono formate generazioni di archeologi che hanno poi ricoperto ruoli importanti nelle Soprintendenze, nei Musei, nelle Università.

Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

Le attività di ricerca, condotte dal settore di Etruscologia e Antichità italiche del Dipartimento di Scienze dell’Antichità in regime di concessione con il MIC, contano da anni sulla collaborazione interdisciplinare di varie componenti dell’Ateneo romano, come i Dipartimenti di Scienze della Terra (analisi geologiche e pedologiche), Ingegneria Civile Edile Ambientale e Ingegneria dell'Informazione Elettronica e Telecomunicazioni (prospezioni elettromagnetiche e georadar), Biologia e Biotecnologie "Charles Darwin" (studio dei resti osteologici), Chimica e Tecnologie del Farmaco e Scienze di base ed applicate per l’Ingegneria (analisi archeometriche), Storia Disegno Restauro dell’Architettura (ricostruzioni 3D), Architettura e Progetto (progetto di valorizzazione dell’area archeologica), Scienze Giuridiche (studio delle fonti letterarie, giuridiche, epigrafiche); la Scuola di Specializzazione in Beni architettonici e del Paesaggio svolge attività di restauro delle strutture, mentre il Polo Museale Sapienza è impegnato nelle attività di musealizzazione e valorizzazione nel Museo delle Antichità Etrusche e Italiche della Sapienza).

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

Direzione scientifica dello scavo: Laura M. Michetti; coordinamento del cantiere di scavo: Barbara Belelli Marchesini; responsabili dei settori di scavo: Alessandro Conti, Manuela Bonadies, Martina Zinni; responsabile del laboratorio reperti: Alessandro Conti; valorizzazione: Claudia Carlucci.

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

 

DI BERARDINO VISITA AREA ARCHEOLOGICA DI PYRGI

L’Assessore alla Scuola e Formazione, Claudio Di Berardino ha visitato questa mattina l’area archeologica di Pyrgi, porto-santuario della città etrusca di Caere, l’odierna Cerveteri, gestita dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria meridionale, oggetto da decenni degli scavi condotti dalla Sapienza Università di Roma e situata accanto al Castello di Santa Severa.

Pyrgi Nuove scoperte
Il comprensorio di Pyrgi oggetto degli Scavi Sapienza

All’evento hanno partecipato Antonella Polimeni, Rettrice dell’Università Sapienza di Roma, Margherita Eichberg, Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale e il Sindaco di Santa Marinella, Pietro Tidei.

L’evento, concepito come una giornata di “archeologia pubblica”, ha consentito all’Assessore di visitare il cantiere di scavo della Sapienza e di interagire con gli studenti impegnati nelle attività sul campo.

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere

Questi scavi sono un grande progetto di sviluppo e raccontano una grande forza di questa Regione - ha dichiarato l’Assessore, Claudio Di Berardino, che ha aggiunto- sul nostro territorio insiste una delle più grandi concentrazione di beni artistici e archeologici che esista in tutto il pianeta, ma questo patrimonio è inerte se lo lasciamo a sé stesso. Siamo una superpotenza dei beni culturali, ma con una occupabilità al di sotto della media europea nel settore e questo è un paradosso che va superato.

Abbiamo fra le migliori scuole archeologiche del mondo, tra cui la facoltà di Scienze archeologiche della Sapienza di Roma, e non possiamo accettare che i nostri giovani archeologi debbano andare via per trovare lavoro nonostante tutto ciò che c'è ancora nel Lazio da scoprire. Per questo la Regione ha investito, fra le altre iniziative, nel progetto 'Lazioantico' per realizzare la mappatura completa di tutte le aree archeologiche regionali, effettuata dagli studenti universitari attraverso le borse di studio finanziate grazie al contributo complessivo di circa 500 mila euro. A questi si aggiungono 42 milioni di euro destinati al finanziamento di un distretto tecnologico per i beni culturali per mettere in rete università, centri di ricerca, industrie culturali e creative, imprese digitali e creative, comuni e altri enti pubblici e privati; una delle più grandi infrastrutture europee dedicate alla valorizzazione dei beni culturali.”

Pyrgi Nuove scoperte
Nuove scoperte a Pyrgi: veduta aerea degli scavi Sapienza

Le più recenti acquisizioni dagli scavi in corso a Pyrgi

Riti e cerimonie in un porto etrusco

Il porto di Pyrgi era il principale scalo della grande città etrusca di Caere (Cerveteri), fondato alla fine del VII sec. a.C. in corrispondenza di un’ampia insenatura, nel III sec. a.C. l'abitato è stato inglobato per metà della sua estensione all'interno della colonia marittima romana, a sua volta in parte occupata dal Castello di Santa Severa.

Le ricerche della Sapienza Università di Roma si sono recentemente concentrate sull’analisi dell’assetto urbanistico, nel quale un ruolo fondamentale è svolto dal tracciato della monumentale via Caere-Pyrgi, un’eccezionale opera di ingegneria che collegava la città al suo porto (lunga 10 km circa, con una carreggiata larga tra i 6 e i 10 m), in un’organizzazione degli spazi che vede il grande santuario parte integrante di un piano urbanistico complessivo.

Nuove scoperte e nuovi progetti per l'antico porto e santuario di Pyrgi. Studenti a lavoro in cantiere. Fig. 1 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 2 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma

Gli scavi sono condotti dalla sezione di Etruscologia e coinvolgono annualmente decine di studenti della Sapienza per i quali l’attività di scavo rappresenta una fondamentale esperienza didattica (fig. 1). Nelle ultime campagne di scavo si sta portando alla luce un complesso di edifici certamente di carattere pubblico nei quali hanno probabilmente trovato spazio attività di tipo economico, amministrativo, doganale in relazione con il porto, ma che hanno avuto funzioni di rappresentanza e di tipo cerimoniale e rituale a partire almeno dalla metà del VI sec. a.C. Si segnala in particolare un grande edificio porticato con un tetto rivestito da decorazioni in terracotta dipinta (530-520 a.C.) (fig. 2), dedicato tra l’altro all'immagazzinamento di derrate.

Fig. 3a © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 3b © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 4 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma

Molto numerose e interessanti le tracce di pratiche rituali che suggellano i momenti di fondazione, cambiamento d’uso o dismissione di edifici o specifici ambienti: si segnalano in particolare il sacrificio di un cane (fig. 3) all’entrata di uno degli edifici, la presenza di fosse votive come quella “dei pesi da telaio” contenente decine di questi strumenti in terracotta, le deposizioni di anfore e altri contenitori con offerte alimentari (fig. 4), ceramiche, lingotti di piombo, bronzo fuso con carattere premonetale, punte miniaturistiche di frecce in bronzo, il seppellimento di una brocca conficcata nel suolo con un chiodo di ferro ad indicare la sua inamovibilità. L’offerta di vasi greci (fig. 5), di lucerne di produzione cartaginese (fig. 6) e di un’ancora in pietra (fig. 7) di un tipo usato anche nel mondo vicino-orientale testimoniano la frequentazione del porto da parte di stranieri.

Fig. 5 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 6 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 7 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma

Tutti questi ritrovamenti, indizio sicuro di cerimonie che si svolgevano nell’area, suggeriscono di interpretare questo settore come un quartiere “pubblico-cerimoniale” la cui vita si è sviluppata anche a servizio del vicino santuario.

Reperti eccezionali per il nuovo Antiquarium di Pyrgi

nella Manica Lunga del Castello di Santa Severa

Materiali degli Scavi Sapienza stoccati nella Manica Lunga in attesa del nuovo allestimento

La collaborazione tra Sapienza Università di Roma, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale e Regione Lazio nel comprensorio di Pyrgi sta dando ottimi frutti sia sul piano della tutela sia su quello della valorizzazione, nell’ottica di un’ampia divulgazione presso le comunità locali dei risultati dell’attività di ricerca universitaria.

Materiali degli Scavi Sapienza stoccati nella Manica Lunga in attesa del nuovo allestimento

Sono infatti in avanzata fase di elaborazione sia i progetti relativi alla musealizzazione all’aperto dell’aerea archeologica, sia quelli inerenti al nuovo allestimento dell’Antiquarium, che sarà ospitato nella Manica Lunga del Castello di Santa Severa e costituirà la naturale integrazione, a pochi passi dal luogo di ritrovamento, della sala dedicata alle antichità di Pyrgi del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, dove sono esposti il celebre altorilievo in terracotta con il mito dei “Sette contro Tebe” e le famosissime lamine d’oro con iscrizioni in etrusco e in fenicio.

Materiali degli Scavi Sapienza stoccati nella Manica Lunga in attesa del nuovo allestimento

L’allestimento consentirà di esporre, in modo accattivante e fruibile a tutti, anche con tecnologie multimediali all’avanguardia, gli eccezionali rinvenimenti provenienti dalle pluriennali indagini della Sapienza nelle due aree sacre che componevano il grande Santuario marittimo, proiezione sul mare dell’importante città etrusca di Caere (odierna Cerveteri - RM).

Fig. 2 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 3 Busto in terracotta raffigurante la divinita fluviale Acheoloo, dal  Santuario Merdionale © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 4 Statua di offerente con porcellino, dal Santuario meridionale © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 5 Brocca configurata a testa femminile importata da Atene, dal Santuario meridionale © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma

Saranno ampiamente rappresentati gli straordinari rivestimenti in terracotta policroma dei due grandi templi e dei diversi sacelli (Figg. 1-3) e saranno esposti per la prima volta nel loro insieme i numerosi reperti votivi rinvenuti: statue in terracotta rappresentanti gli offerenti, come una, di dimensioni reali, di una giovane fanciulla che reca in dono un porcellino (Fig. 4), preziosi vasi greci dalle forme peculiari, rarissimi in Etruria (Fig. 5), offerte di frutti di mare rinvenuti eccezionalmente intatti all’interno di recipienti in ceramica, oggetti in materiale prezioso realizzati in oro, argento e ambra (orecchini, bracciali, scarabei: Fig. 6) che costituivano i doni prediletti per le divinità femminili, in primo luogo Cavatha, una dea assimilabile alla greca Persefone.

Fig. 6a Coppia di orecchini in oro dal Santuario meridionale © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 6b Orecchino in oro dal Santuario meridionale © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma
Fig. 7 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma

Molto peculiari e privi di confronti anche gli oggetti realizzati in piombo: pesantissime barre (Fig. 7), grandi ceppi d’ancora, piccoli lingotti, proiettili a forma di “ghianda” e centinaia di colature di metallo fuso, che rappresentano l’offerta principale per il dio “Nero”, in etrusco “Sur”, divinità dell’oltretomba paragonabile al greco Ade, al quale ben si addiceva, appunto, l’offerta di un metallo scuro.

Fig. 8 © Missione archeologica a Pyrgi, Dip. Scienze dell'Antichità, Sapienza Università di Roma

Testi, foto e video dall'Ufficio Stampa Regione Lazio


A Villa Giulia il nuovo allestimento delle Tombe Barberini e Bernardini

È stato presentato alla stampa solo pochi giorni fa il nuovo allestimento permanente delle Tombe principesche Barberini e Bernardini di Palestrina custodite presso Villa Poniatowski.

Si tratta di due corredi principeschi tra i più belli e importanti dell’intero panorama etrusco scoperte nell’800 ed entrate a far parte della collezione del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia all’inizio del ‘900.

Tombe Barberini e Bernardini.
Tombe Barberini e Bernardini. Nuovo Allestimento. Foto: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Entrambi risalenti all’inizio del VII secolo a.C. e inquadrabili nel cosiddetto periodo orientalizzante, ciascun corredo è composto da oggetti di inestimabile valore storico e particolarmente raffinati soprattutto in alcuni dei campi di eccellenza della civiltà etrusca come l’oreficeria e la bronzistica.

I principi che indossavano questi oggetti provenienti dall’Egitto, dal Vicino Oriente volevano assomigliare a monarchi di ascendenza orientale e proprio le tombe Barberini e Bernardini con i loro ricchi corredi si fanno modelli di altissimo rilievo proprio di questa moda in un contesto italico.

Tombe Barberini e Bernardini.
Tombe Barberini e Bernardini. Nuovo Allestimento. Foto: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Dal 2012 i due corredi delle tombe principesche sono esposte nelle dieci sale di Villa Poniatowski, ma dopo il furto di una parte degli Ori Castellani, per motivi di sicurezza, gli oggetti più preziosi sono stati prelevati dalle vetrine privando i visitatori del Museo di questi capolavori.

Valentino Nizzo, direttore del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia per il nuovo allestimento ha potuto contare anche sulla collaborazione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini  e del Parco Archeologico di Pompei diretto da Gabriel Zuchtriegel, con cui nel 2018 e nel 2021/2021 sono state organizzate due importanti mostre sugli Etruschi.

Tombe Barberini e Bernardini.
Tombe Barberini e Bernardini. Nuovo Allestimento. Foto: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

In virtù di questa partnership sono state realizzate due nuove vetrine con le quali è stato possibile migliorare la sicurezza e la qualità dell’esposizione. Il progetto dell’attuale allestimento è dell’architetto Andrea Mandara con la collaborazione di Claudia Pescatori (Studio di Architettura, Roma), il progetto grafico è di Francesca Pavese, l’organizzazione generale di Electa; il progetto scientifico è stato curato dalla dott.ssa Antonietta Simonelli, funzionario archeologo del Museo di Villa Giulia e curatore della sezione museale di Villa Poniatowski, con la supervisione del Direttore Valentino Nizzo.

L’allestimento è stato realizzato dal personale del Museo coordinato dalla funzionaria restauratrice Miriam Lamonaca supportata dalla collega Irene Cristofari.

Tombe Barberini e Bernardini.
Tombe Barberini e Bernardini. Nuovo Allestimento. Foto: Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Dopo 8 anni i due corredi delle Tombe principesche Barberini e Bernardini di Palestrina tornano fruibili al pubblico nella sala a loro dedicata a Villa Poniatowski.

Foto copertina: Finale angolare di carro di bronzo con figurine applicate


Le origini degli Etruschi attraverso l'analisi del DNA

Un nuovo studio sul DNA antico degli Etruschi è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista Science Advances ed è stato condotto da studiosi provenienti dall’Italia (Università di Firenze, Università di Siena, Università di Ferrara, Museo della Civiltà di Roma), Germania, Stati Uniti, Danimarca e Regno Unito.

La civiltà etrusca da sempre è stata oggetto di ipotesi varie e spesso poco credibili che ha incuriosito sia i più prossimi contemporanei degli Etruschi sia studiosi moderni. Gli Etruschi si sono distinti per la particolare abilità metallurgica e per l’uso di una lingua non indoeuropea ormai estinta con dibattiti infiniti che hanno interessato e coinvolto anche storici illustri come Erodoto.

Lo studio è stato condotto esaminando il genoma di 82 individui dell’Italia centrale e meridionale in un arco cronologico che va dall’800 a.C. all’anno 1000.

Cosa mostrano i risultati? Gli Etruschi nonostante le loro caratteristiche uniche erano imparentati con i vicini Italici e nel corso dei secoli hanno subito importanti trasformazioni genetiche spesso associate ad eventi storici successivi legati alle conquiste sul suolo italico.

Carta geografica della penisola italiana (a destra) e uno zoom che indica il massimo di estensione dei territori etruschi e la posizione e il numero di individui per ciascun sito archeologico analizzato in questo studio.
Credits Michelle O’ Reilly

Già nell’immaginario degli antichi storici la stessa lingua etrusca portava ad interpretazioni più disparate sulla loro origine. Erodoto puntava all’influenza di elementi culturali greci per sostenere che gli Etruschi discendessero da gruppi migratori provenienti da aree anatoliche o egee. Diversamente, Dionigi di Alicarnasso sosteneva che fossero una popolazione autoctona, sviluppata localmente dalla cultura villanoviana dell’età del bronzo.

L’ipotesi di un’origine autoctona, secondo molti, non rivelerebbe nulla di nuovo essendo già stata teorizzata anche in passato ma la novità sta proprio nello studio avanzato condotto dai ricercatori che per la prima volta hanno indagato genomi completi  con risultati altamente indicativi sull’origine di questa popolazione.

Etruschi, sarcofago degli sposi. Foto: Alessandra Randazzo

Il team internazionale ha raccolto informazioni genomiche su un arco temporale di quasi 2000 anni, mettendo in relazione dodici siti archeologici ed evidenziando che non ci sono prove genetiche di un recente movimento di popolazioni dall’Anatolia. Gli Etruschi hanno condiviso il profilo genetico dei Latini della vicina Roma e molti dei loro antenati provenivano dalla steppa Eurasiatica durante l’età del bronzo.

Ancora da studiare la persistenza di una lingua non indoeuropea in Etruria, fenomeno intrigante con teorie varie e spesso poco scientifiche che richiederà ulteriori indagini storiche, archeologiche, linguistiche e genetiche.

Questa persistenza linguistica, combinata con un ricambio genetico, sfida la tesi che i geni siano uguali alle lingue .”, afferma David Caramelli, docente di Antropologia dell’Ateneo fiorentinoe suggerisce uno scenario più complesso che potrebbe aver coinvolto l’assimilazione dei primi popoli italici da parte della comunità linguistica etrusca, forse durante un periodo prolungato di mescolanza nel secondo millennio a.C.”.

Lo studio del DNA antico è stato fondamentale per capire ulteriormente quali fenomeni storici abbiano interessato l’Italia nel corso dei secoli. Per almeno 800 anni il patrimonio genetico etrusco è rimasto inalterato, in un periodo  compreso tra l’età del ferro e il periodo della repubblica romana.

Successivamente, durante il periodo imperiale che ha sensibilmente incrementato lo scambio di commerci, persone, schiavi in tutto il Mediterraneo e oltre, l’Italia centrale ha subito un cambiamento genetico su larga scala soprattutto con molti apporti dal Mediterraneo orientale. Dopo il crollo dell’impero romano, antenati dell’Europa settentrionale si sono diffusi nella penisola italiana. Migranti germanici compresi individui associati al Regno Longobardo potrebbero aver lasciato un impatto genetico rintracciabile sul paesaggio genetico dell’Italia centrale.

Nelle regioni della Toscana, del Lazio e della Basilicata il patrimonio genetico della popolazione è rimasto poi in gran parte continuo tra l’Alto Medioevo e oggi. Questo dato lascia intendere che il principale pool genetico delle persone attuali dell’Italia centrale e meridionale si sia in gran parte formato almeno 1000 anni fa.

Sebbene i dati sul DNA antico da tutta Italia siano ancora parziali, i cambiamenti di discendenza in Toscana e nel Lazio settentrionale simili a quelli riportati per la città di Roma e i suoi dintorni suggeriscono che gli eventi storici durante il I millennio d.C. abbiano avuto un impatto importante sulle trasformazioni genetiche in gran parte della penisola italiana.