Un nuovo spazio espositivo per ricostruire la storia di Fidenae

Ridare alla comunità il proprio passato attraverso la conoscenza della cultura materiale. Fidenae alla Porta di Roma è un nuovo progetto promosso dalla Soprintendenza Speciale di Roma che ha portato alla creazione di uno spazio espositivo ricco di reperti archeologici che avranno il compito di raccontare alla comunità l'antica storia della città del Latium vetus fondata o da coloni provenienti da Alba Longa o dagli Etruschi.

Crediti: Soprintendenza Speciale Roma

Il progetto nasce dalla collaborazione con la Galleria commerciale Porta di Roma e la Società H501 che lo ha sviluppato e coordinato con la finalità di creare un luogo di aggregazione culturale, unico nell’offrire ai visitatori il racconto identitario del loro territorio attraverso testimonianze dirette.

L’attività di ricerca a supporto dei cantieri si è protratta per almeno due decenni e ha portato all’individuazione di aree di interesse archeologico in relazione con le vie di comunicazione dell’antica Fidenae. I reperti in mostra provengono da numerose campagne di scavo di archeologia preventiva tra via delle Vigne Nuove, il Raccordo Anulare, il quartiere di Colle Salario e il viadotto dei Presidenti hanno permesso una conoscenza unica della storia della città.

Crediti: Soprintendenza Speciale Roma

Nello spazio espositivo di Porta di Roma, accanto a raffinati mosaici decorati con motivi nilotici  è possibile vedere manufatti della vita quotidiana, depositi votivi e corredi funerari, reperti che recuperati dallo scavo e restaurati hanno una cronologia che va dal IV secolo a.C. fino al III dopo Cristo e che danno un’immagine longeva del centro di Fidenae che godette di periodi di grande prosperità dall’inizio di Roma fino a ben oltre la creazione dell’Impero.

Tanti sono gli impulsi culturali che la Soprintendenza Speciale di Roma ha voluto dare al territorio in questi anni, proprio con la creazione di point unici nel loro genere che allo “svago” uniscono la storia e la stratificazione del ricco territorio circostante. Non ultime sono state le aperture della Stazione – Museo della fermata di San Giovanni della Metro C o la Rinascente di via del Tritone con il suo Acquedotto romano  e ora anche in una zona non propriamente centrale lo spazio espositivo Fidenae alla Porta di Roma.

Crediti: Soprintendenza Speciale Roma

Questa esposizione ha come finalità sia la restituzione storica dell’identità territoriale di un quartiere periferico, condizionato da una rapida urbanizzazione, sia l’arricchimento di un luogo di aggregazione quale è una galleria commerciale che potrà coinvolgere nei temi dell’archeologia un vasto pubblico.

La sala espositiva è aperta al pubblico tutti i sabato e domenica dalle ore 15.00 alle ore 20.00


Regione Sicilia. Approvate le ultime proposte dell'Assessore Sebastiano Tusa

La Giunta regionale si è riunita stamane a Palazzo d'Orleans per la prima volta dopo la tragica scomparsa dell'assessore regionale ai Beni culturali Sebastiano Tusa, avvenuta nell'incidente aereo di domenica scorsa in Etiopia. In apertura della seduta - presieduta dal vicepresidente Gaetano Armao, vista l'assenza del presidente Nello Musumeci, ancora convalescente dopo un piccolo intervento chirurgico - l'archeologo è stato ricordato con un commosso minuto di silenzio: al posto che l'assessore normalmente occupava nella sala Giunta un mazzo di fiori. Quindi il Governo regionale ha deciso di approvare proprio le ultime proposte avanzate da Sebastiano Tusa nelle scorse settimane.

Con la prima delibera è stato deciso di finanziare - con cinque milioni di euro del Patto per il Sud - sei interventi di risanamento e valorizzazione di alcuni edifici dell'Isola. In particolare, circa 2,6 milioni di euro verranno utilizzati per il Castello di Maredolce a Palermo (restauro dell'edificio del Complesso, realizzazione di una piazza nell'area antistante e sistemazione del Parco). Gli altri 2,4 milioni di euro sono destinati per il completamento del rifacimento e la manutenzione straordinaria delle coperture, il restauro delle superficie decorate e il trattamento dei soffitti del Duomo di Monreale.

Il governo Musumeci ha dato il via libera anche a due disegni di legge proposti in precedenza da Sebastiano Tusa che modificano la precedente normativa sul 'Consiglio regionale per i Beni culturali e paesaggistici' (Legge 80/1977) e sulla 'Istituzione del sistema dei Parchi archeologici in Sicilia' (Legge 20/2000).


Un cesaricida a Pompei. La domus di Casca Longus

Che rapporti ci sono tra l'assassinio di Cesare e la città di Pompei? Apparentemente nessuno, ma a Pompei, in una domus, compare il nome di uno degli assassini di Cesare, morto alle idi di marzo del 44 a.C.: su una pietra di sostegno ad un tavolo è iscritto il nome del primo uomo che trafisse con la sua daga il dittatore, Publius Casca Longus.

Nel giardino di una piccola casa è stata infatti scoperta una magnifica base da tavolo di marmo, scolpito a forma di testa di leone, la cui iscrizione indica come fosse proprietà di questo personaggio della storia romana, nemmeno troppo conosciuto in realtà, se non ai più eruditi. La spiegazione è che, molto probabilmente, questo tavolo finì a Pompei quando i beni delle fazioni colpevoli vennero messi all’asta a Roma.

Tavolo con iscrizione. Foto: Alessandra Randazzo

È possibile anche che la casa fosse appartenuta ad uno dei suoi discendenti ma ancora più probabile, soprattutto in considerazione delle ridotte dimensioni dell’abitazione, è che non si trattasse di una proprietà avita ma parte del patrimonio di Longus messo poi all’asta da Ottaviano, il futuro imperatore che prese il nome di Augusto e che era figlio adottivo di Cesare, nonché suo erede alla morte.

Il complesso, noto come Casa di Casca Longus o dei Quadretti teatrali è situato nella Regio I ed è formato dall’unione di due case adiacenti databili al II secolo a.C. Di altissimo livello sono le pitture dell’atrio principale che, durante l’età augustea, sostituirono le precedenti decorazioni ispirate alle commedie di Menandro. Tutto l’ambiente è molto raffinato, la vasca dell’impluvio è ricoperta di marmi colorati e il compluvio per lo scolo dell’acqua piovana è decorato con gocciolatoi figurati in terracotta. Il tavolo sorretto da tre sostegni marmorei a zampa di leone è situato su un lato dell’impluvio ed è attualmente visibile ai fruitori che si recheranno a visitare la domus nel loro soggiorno a Pompei.


Idi di marzo 44 a.C. Cesare veniva ucciso nella Curia di Pompeo

Era il 15 marzo del 44 a.C. quando Cesare pronunciò, prima di cadere, le sue ultime parole famose: «καὶ σύ, τέκνον;» “Anche tu figlio?”Alle idi di marzo, in largo Argentina, dove duemila anni fa si trovava la Curia di Pompeo, sede provvisoria del Senato distrutto dopo un incendio, accadde uno degli omicidi più efferati della storia.  Nell’opera “De vita Caesarum”, Svetonio racconta l’episodio dell’assassinio di Giulio Cesare, un evento tragico preceduto da numerosi prodigi che, se capiti, forse avrebbero evitato l’efferato delitto.

Musei Vaticani (Stato Città del Vaticano) [Public domain]
Svetonio, Le vite dei dodici Cesari. Vita di Giulio Cesare, capp. 81-82.

“Pochi mesi prima, i coloni condotti a Capua in virtù della legge Giulia stavano demolendo antiche tombe per costruirvi le loro case. Lavoravano con tanto ardore che, esplorando le tombe, trovarono molti vasi di antica fattura. Nel sepolcro in cui si diceva fosse sepolto Capi, il fondatore di Capua, rinvennero una tavoletta di bronzo che recava una scritta in lingua e caratteri greci; il senso era questo: “Quando saranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo morirà per mano di consanguinei e ben presto sarà vendicato da terribili disastri dell’Italia.” Questo episodio, perché qualcuno non lo consideri fantasioso o inventato, è stato riferito da Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare. Negli ultimi giorni Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli che aveva consacrato quando attraversò il Rubicone, e che lasciava libere di correre, senza guardiano, si rifiutavano di nutrirsi e piangevano continuamente. Per di più, mentre faceva un sacrificio, l’aruspice Spurinna lo ammonì di “fare attenzione al pericolo che si sarebbe presentato non oltre le idi di marzo”.

Il giorno prima delle idi un piccolo uccello, con un ramoscello di lauro nel becco, entrò volando nella curia di Pompeo; subito volatili di genere diverso, levatisi dal bosco vicino, lo raggiunsero e lo fecero a pezzi sul luogo stesso.

Nella notte che precedette il giorno della morte, Cesare stesso sognò di volare al di sopra delle nubi e di stringere la mano di Giove. La moglie Calpurnia sognò invece che crollava la sommità della casa e che suo marito veniva ucciso tra le sue braccia; poi, d’un tratto, le porte della camera da letto si aprirono da sole.

In seguito a questi presagi, ma anche per il cattivo stato della sua salute, rimase a lungo indeciso se restare in casa e differire gli affari che si era proposto di trattare davanti al Senato; alla fine, poiché Decimo Bruto lo esortava a non privare della sua presenza i molti senatori che lo stavano aspettando da un po’, verso la quinta ora uscì. Camminando, prese dalle mani di uno che gli era venuto incontro un biglietto che denunciava il complotto, ma lo mise insieme con gli altri, come se volesse leggerlo più tardi.

Dopo aver fatto quindi molti sacrifici, senza ottenere presagi favorevoli, entrò in curia, passando sopra ogni scrupolo religioso, e si prese gioco di Spurinna, accusandolo di dire il falso, perché le idi erano arrivate senza danno per lui. Spurinna, però, gli rispose che erano arrivate, ma non erano ancora passate.

Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico di dare il segnale, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore. Cesare però si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa a un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare gridava: “Ma questa è violenza bell’e buona!” uno dei due Casca lo ferì, colpendolo poco sotto la gola.

Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con lo stilo, poi tentò di buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita.

Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani, si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, con anche la parte inferiore del corpo coperta. Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”, tu quoque, Brute, fili mi?

Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché, caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da tre schiavi.

Secondo quanto riferì il medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto. I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere, confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al proposito per paura del console Marco Antonio e del comandante della cavalleria Lepido”.

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Ma quali furono gli antefatti che portarono a tale efferatezza? Cesare, dopo aver annientato le truppe di Pompeo a Farsalo nel 48 a.C. e aver celebrato a Munda nel 45 a.C. l’ultimo di cinque trionfi ottenuti contro popoli e re stranieri, era di fatto il nuovo padrone di Roma. Era fermamente convinto, inoltre, che la res publica ormai aveva definitivamente esaurito la sua funzione, (“la repubblica è un fantasma senza corpo”) e che fosse necessario dare a Roma un tipo di ordinamento monarchico, esautorando definitivamente il Senato dai suoi privilegi che da troppo tempo avevano privato l’Urbe di un adeguato governo. Dal 49 al 44 a.C. si fece eleggere console quattro volte e contemporaneamente si fece nominare dittatore, fino a quando, nel 44, divenne dictatora vita. In quanto patrizio, Cesare non poteva ricoprire il tribunato della plebe, ma si fece assegnare ugualmente alcune delle prerogative tipiche della carica, come l’inviolabilità e il diritto di veto nei confronti del senato e di altri magistrati della res publica;  era inoltre pontifex maximus, pontefice massimo, ovvero ricopriva la massima carica religiosa a Roma. Di fatto, Cesare aveva, a pieno titolo, i poteri di un monarca.

Tra le importanti riforme che attuò, portò il numero dei senatori da 600 a 900, immettendo un gran numero di suoi seguaci provenienti da molte regioni dell’Impero e allargò di conseguenza la base del ceto dirigente. Questo comportò l’abbassamento delle qualifiche censitarie necessarie per l’ingresso nell’ordine equestre e uno svuotamento dell’importanza delle magistrature; molti magistrati infatti erano nominati da Cesare stesso e per periodi brevissimi. Da sempre si era schierato nella fazione dei populares e coerente su questa scia fece approvare provvedimenti in favore dei debitori, stabilendo il condono di un anno di affitto per gli inquilini morosi. Le chiari proteste degli optimates furono espresse qualche tempo dopo da Cicerone:

Devono forse gli uomini vivere gratis nelle proprietà d’altri? […] io ho comprato o costruito una casa, la mantengo a mie spese, e tu dovresti godertela senza il mio consenso? […] Che cos’altro sarebbe questa cancellazione dei debiti se non che tu acquisti un terreno col mio denaro e che tu ti tieni il terreno, mentre io il denaro non ce l’ho più?”

Cesare procedeva dunque verso una riforma radicale dello Stato; gli fu concessa la possibilità di portare in testa una corona d’alloro e di assumere in permanenza il titolo di imperator (concesso solo ai generali nel giorno del trionfo); una delibera del Senato stabilì inoltre la sua divinizzazione dopo la morte e in suo onore il nome del mese Quintilis fu cambiato in Iulius, “luglio”.

La somma dei poteri straordinari che Cesare aveva acquisito non allarmarono soltanto i senatori tradizionalisti, ma anche alcuni suoi seguaci che pensarono fosse sconveniente che Roma avesse un re. Alle idi di marzo del 44 a.C., 15 marzo, una congiura guidata da Marco Giunio Bruto e Gaio Crasso colpì Cesare che cadde trafitto dai pugnali dei congiurati mentre stava per entrare in Senato.

«καὶ σύ, τέκνον;» “Anche tu figlio?”

Dopo l’uccisione di Cesare, Augusto fece murare la Curia e quel luogo divenne un locus sceleratus.


Le Civiltà e il Mediterraneo

Inaugurata lo scorso 14 febbraio, “Le Civiltà e il Mediterraneo” è una mostra che si divide tra il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari ed il Palazzo di Città, della rete dei Musei Civici del capoluogo isolano.

L’ambizioso progetto, curato da Yuri Piotrovsky (Museo Statale Ermitage) e Manfred Nawroth (Pre and Early History-National Museum di Berlino) con la collaborazione di Carlo Lugliè (Università di Cagliari), e che vede esposti circa 550 oggetti di straordinaria bellezza provenienti dai diversi musei partner*, intende mostrare al visitatore le connessioni e le compenetrazioni tra le diverse civiltà che si sono incontrate, e scontrate, nel Mediterraneo, tra il Neolitico e l’azione uniformatrice dell’Impero Romano.

L’elemento fondante della struttura narrativa viene individuato nel viaggio, declinato nelle sue diverse sfaccettature: viaggio come spostamento, incontro, scambio, confronto. Nei bei testi di Michela Migaleddu traspare non solo la posizione privilegiata della Sardegna nell’ambito del Mediterraneo, che ne fa un punto d’osservazione ideale per gli scambi e le relative influenze in antico, ma anche la ricchezza culturale e tecnologica cui queste connessioni hanno portato, con l’auspicio che la diversità culturale torni ad essere considerata una ricchezza anche nel presente.

A completare il quadro un allestimento che, nel concept di Angelo Figus, interpreta il Mediterraneo come possibilità e come limite, come via e come argine, fluido e contenimento, in un percorso che si sviluppa in sale emozionali nelle quali segni e colori cambiano continuamente, ad indicare non solo il trascorrere del tempo (i colori richiamano quelli dell’alba, dell’imbrunire e del tramonto), ma anche il mutare del paesaggio, slegando la narrazione dalla rigidità di una sequenza cronologica, e creando così un concetto di tempo astratto, che è contemporaneamente passato, presente e futuro. A fare da cornice a questo viaggio senza tempo, le citazioni di versi di Saba e Kavafis, e la presenza, nelle sale del Palazzo di Città, di testi nei quali il Mediterraneo fa da sfondo a diverse storie.

In questo contesto, la Sardegna rappresenta un punto strategico di osservazione non solo per via di idee, tecnologie e culture di importazione, ma anche in quanto terra interessata in particolar modo dalle emigrazioni; per questo motivo, viene spontaneo chiedersi come sarebbe stata la mostra se ci si fosse interrogati anche sui miti relativi ad antiche e nuove migrazioni, analizzando in parallelo col presente l’attuale situazione per cui il Mediterraneo è stato spesso protagonista, di recente, della politica e della cronaca italiane. Alla domanda su come mai non si sia stato indagato anche questo aspetto, la risposta del curatore Nawroth è stata che le motivazioni che spingono, oggi, le persone ad attraversare il mare siano diverse da quelle che spingevano ad un viaggio del genere in antico e che, inoltre, un argomento così complesso avrebbe meritato un approfondimento che lo spazio di una mostra temporanea non poteva dedicargli, e che questo compito sarebbe spettato agli eventi collaterali alla mostra.

Tuttavia, sarebbe bello se in futuro anche le mostre organizzate dai e per i musei archeologici non indagassero solo il passato, ma si interrogassero sul rapporto tra il passato ed il presente, cercando di avvicinarsi il più possibile al quotidiano (ed al noto) dei pubblici che intendono servire. Perché la rilevanza del patrimonio viene percepita soprattutto quando rappresenta qualcosa che conosciamo, e quando riesce a stimolare in noi un’emozione, un legame con quell’oggetto apparentemente tanto distante, in questo caso, almeno nel tempo. Sarebbe bello vedere mostre di questo tipo decostruire i pregiudizi relativi alle migrazioni ed a tecniche o iconografie che oggi diamo per scontate e identifichiamo come ‘nostre’, ma che in realtà potremmo aver assimilato secoli fa, dopo un lungo viaggio che le ha portate fino a noi sotto chissà quale forma.

*National Museum of Pre- and Early History, Berlin; Museo Archeologico Nazionale di Cagliari; Museo Archeologico Nazionale di Napoli; Museo Archeologico Nazionale di Nuoro; Museum of Thessaloniki; The State Hermitage Museum of Saint Petersburg; Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico di Sassari; Musée National du Bardo (Tunisi).


La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia

Fino al 5 maggio 2019, ai Musei Capitolini, La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia, una nuova importante mostra ad ingresso gratuito per i possessori della MIC, la nuova card che può essere acquistata da chi risiede o studia nella Capitale a soli 5 euro consentendo l’ingresso illimitato per 12 mesi nei Musei Civici.

Per info www.museiincomuneroma.it

Necropoli dell’Esquilino, tomba 128, askos ad anello, impasto bruno, 630/620 – 580 a.C. (fase laziale IVB)

Gli inizi di Roma sono spesso confinati, nella comune immaginazione, ai miti della fondazione tramandatici dagli storici antichi: dalla Lupa che allatta i Gemelli presso la palude ai piedi del Palatino alla disputa fratricida tra Romolo e Remo. Un immaginario rafforzato dalla circostanza che l’immagine di Roma maggiormente proposta nei secoli è legata ai simboli e agli edifici del suo passato imperiale, e, d’altra parte, dalla difficoltà nel rintracciare opere immediatamente riconducibili alle fasi precedenti della vita della città, a partire dall’età repubblicana e andando ancora più indietro nel tempo.

La mostra La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia è la prima di una serie di esposizioni temporanee che permetterà ai visitatori di recuperare, attraverso le stratificazioni archeologiche, i valori fondativi della città di Roma che, nonostante il passare dei millenni, incidono ancora nella vita degli odierni cittadini: lo sviluppo della società, la gestione del territorio e l’interazione con le altre comunità.

AC 12079b. Necropoli dell’Esquilino, Gruppo 125, Kotyle protocorinzia con decorazione a rosette a punti e scacchiera, 680-650 a.C. (Protocorinzio Medio)

Ospitata nelle sale espositive di Palazzo Caffarelli e nell’Area del Tempio di Giove dei Musei Capitolini dal 27 luglio 2018 al 5 maggio 2019, l’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita Culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, curata da Isabella Damiani e Claudio Parisi Presicce, e organizzata da
Zètema Progetto Cultura.

Prendendo il via dall’attenta lettura dei dati archeologici, La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia accende i riflettori sulla fase più antica della storia di Roma, illustrandone gli aspetti salienti e ricostruendo costumi, ideologie, capacità tecniche, contatti con ambiti culturali diversi, trasformazioni sociali e culturali delle comunità che
vivevano quando Roma, secondo le fonti storiche, era governata da re.

Grazie a lunghe attività di ricomposizione e di restauro a cura della Sovrintendenza Capitolina, con la collaborazione del Parco Archeologico del Colosseo che ha messo a disposizione i risultati delle più recenti ricerche nell’area nord-est del Palatino e sulla Velia, sarà possibile mostrare per la prima volta al pubblico dati e reperti mai esposti prima.
La mostra è realizzata con il sostegno di Sapienza Università di Roma (per i materiali degli scavi del Palatino e della Velia) e dell’Università della Calabria e University of Michigan (per i nuovi materiali di Sant’Omobono).

AC 12283a. Necropoli dell’Esquilino,Tomba 85, Fibula di bronzo con arco decorato con 3 uccellini, 800-730 a.C. (fase laziale III)

Si avvale inoltre, sempre in collaborazione con il Mibac, di preziosi prestiti da parte del Museo Nazionale Romano e del Museo delle Civiltà, e da parte della Soprintendenza per l’Area Metropolitana di Napoli. Il percorso espositivo - che inizia a partire dal limite cronologico più recente, il VI secolo a.C., e arriva fino al X secolo a.C. - si snoda in diverse sezioni: Santuari e palazzi nella Roma regia, con reperti provenienti dall’area sacra di Sant’Omobono nel Foro Boario presso l’antico approdo sul Tevere; I riti sepolcrali a Roma tra il 1000 e il 500 a.C., con corredi tombali dalle aree successivamente occupate dai Fori di Cesare e di Augusto e dal Foro romano; L’abitato più antico: la prima Roma, con il plastico di Roma arcaica per un viaggio a ritroso nel tempo dalla Roma di oggi a quella delle origini; Scambi e commerci tra Età del Bronzo ed Età Orientalizzante, con testimonianze provenienti in massima parte dalla necropoli dell’Esquilino, uno dei complessi più importanti della Roma arcaica; e le sezioni Indicatori di ruolo femminile e maschile, Oggetti di lusso e di prestigio, e Corredi funerari “confusi”, che contengono reperti e oggetti provenienti anch’essi per lo più dalla necropoli dell’Esquilino a testimonianza di quella che poteva essere la ricchezza originaria della necropoli.


Addio al Prof. Sebastiano Tusa

Persona disponibile e aperta al dialogo oltre che archeologo sul campo che non si è mai risparmiato, Sebastiano Tusa lascia la sua Sicilia e il mondo dei Beni Culturali in un profondo sconcerto.  Otto italiani si trovavano sul Boeing 737 dell’Ethiopian Airlines precipitato pochi minuti dopo il decollo e tra le vittime figura anche l’Assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana diretto in Kenya per un progetto dell’Unesco.

Il dolore per una tale scomparsa è unanime e molti sono i colleghi che lo ricordano con parole di affetto e ammirazione. Uno studioso gentile e disponibile nonostante i numerosi impegni che lo portavano in giro per il mondo a parlare spesso della sua amata terra per cui tanto si è speso.

Il Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa analizza il Rostro Egadi 12 subito dopo il recupero_photo Salvo Emma

Figlio del famoso archeologo Vincenzo Tusa, si era laureato in lettere con una specializzazione in Paletnologia. Nel 2004 fu nominato come primo Soprintendente del Mare da parte dell’assessorato dei Beni Culturali della Regione Siciliana, carica che ha portato avanti con successo e con grandi riconoscimenti tra cui ricordiamo il recupero dei preziosi rostri della battaglia delle Egadi, che come in una strana casualità, avvenne proprio il 10 marzo del 241 a.C.

Numerose furono le campagne di scavo organizzate in Italia, tra cui Mozia nel 2005 e Pantelleria, che hanno dato preziosi risultati per l’archeologia siciliana. Lasciata la Soprintendenza del Mare, l’11 aprile del 2018 è stato nominato Assessore ai Beni Culturali della Regione Siciliana dal governatore Nello Musumeci che affettuosamente lo ricorda oltre che come grande amico, anche come valido collaboratore nella gestione della politica culturale dell’isola.

Il mondo dell’archeologia e in particolare la Sicilia perde un intellettuale di altissimo livello che tanto si è speso per la sua regione e tanto ancora aveva sicuramente da dare.

La Redazione di Classicult.it si unisce al cordoglio per la perdita del caro Professore.


Castro Pretorio - L'evoluzione di un rione dall'antichità al XXI secolo

La strategia di collaborazione tra il Museo Nazionale Romano e l’hotel The St. Regis Rome fa nascere a Roma, nel cuore pulsante del diciottesimo rione della città, Castro Pretorio, il progetto innovativo Castro Pretorio - L’EVOLUZIONE DI UN RIONE DALL’ANTICHITÀ AL XXI SECOLO che, con una spettacolare installazione multimediale nell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, farà vivere ai visitatori un’esperienza immersiva con un vero e proprio viaggio nel tempo e nella storia della Roma antica e moderna.

I visori multimediali, finanziati dall’hotel The St. Regis Rome, porteranno il pubblico nell’anno 298 d.C., all’avvio del cantiere delle Terme che volle costruire l’imperatore Diocleziano come gigantesco “palazzo del popolo” con piscine e vasche di acqua calda e fredda, ma anche palestre, biblioteche e giardini rigogliosi. In soli otto anni, nel 306 dopo Cristo, il cantiere fu completato e tra i colli del Viminale e del Quirinale sorse un complesso esteso per oltre 13 ettari che era delimitato da un ampio recinto e da una grande esedra con gradinate sulla quale, alla fine dell’Ottocento e su progetto di Gaetano Koch, sorgeranno gli eleganti palazzi porticati che formano Piazza dell‘Esedra, l’attuale Piazza della Repubblica.

Ai lati dell’esedra, si ergevano due biblioteche affiancate da sale circolari di cui quella verso l’attuale via XX Settembre, nel 1598, fu trasformata nella chiesa di San Bernardo, mentre quella opposta è ancora visibile all’inizio di via del Viminale e fa parte del Granaio Clementino, l’ultimo dei granai pubblici di Roma costruito dall’architetto Carlo Fontana nel 1705 per il Papa Clemente XI sui resti delle biblioteche delle Terme.

Frigidarium delle Terme di Diocleziano Progetto Katatexilux per il Museo Nazionale Romano e l’Hotel The St. Regis Rome

Gli ambienti principali del complesso termale, al centro dell’enorme recinto, erano disposti lungo un asse mediano trasversale, secondo lo schema canonico di età imperiale, e comprendevano il frigidarium, cioè la sala per i bagni freddi, il tepidarium e il calidarium per i bagni caldi e tutti gli altri ambienti coperti e scoperti che arricchivano le terme: accanto al frigidario le palestre scoperte; in corrispondenza dell’asse del calidario quattro sale di cui due ottagone e, di queste, l’ultima e ancora perfettamente conservata, oggi posta all’angolo di via Romita con via Parigi e via Cernaia, ospitò la grande Mostra archeologica del 1911, per essere poi trasformata nel cinema Sala Minerva; dal 1928 al 1991 fu trasformata nel Planetario allora più grande d’Europa e oggi fa parte del Museo Nazionale Romano per l’esposizione delle sculture provenienti da edifici termali come la copia dell’Afrodite Cnidia di Prassitele, quella di Herakles di Policleto, la testa di Asclepio dalle Terme di Caracalla e la copia dell’Apollo Liceo di Prassitele.

Tutto il complesso, dopo i restauri all’inizio del V secolo, venne progressivamente abbandonato anche in conseguenza della guerra gotica quando, nel 537, Vitige tagliò gli acquedotti della città interrompendo l’afflusso dell’Acqua Marcia che alimentava anche le terme attraverso la cosiddetta Botte di Termini. Solo dopo più di mille anni, nel 1561, Papa Pio VI chiamò il genio di Michelangelo a dare nuova vita a quanto restava degli immensi edifici con la realizzazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dell’annesso convento dei Certosini, per salvare “tanta veneranda antichità da un irreversibile degrado”.

Michelangelo, grande architetto e attento studioso dell’antico, riutilizzò il frigidarium e il calidarium dioclezianei per sistemare la chiesa e affiancarle il Chiostro grande. Fu il suo ultimo grande progetto architettonico perché il Maestro morì nel 1564 e il cantiere fu ripreso solo dieci anni dopo concludendosi, se così si può dire, solo nella seconda metà del Settecento con il pesante intervento di riordino di Luigi Vanvitelli.

Michelangelo mostra di aver compreso appieno la straordinaria macchina strutturale del frigidario dioclezianeo che riprende, a sua volta, il modello della Grande Aula dei Mercati di Traiano, invenzione tradizionalmente attribuita ad Apollodoro da Damasco, con la successione di sei volte a crociera che scaricano il proprio peso su mensole di travertino. Qui nelle terme, quasi due secoli dopo l’invenzione traianea, il sistema si ripete ampliando le dimensioni dell’aula che passa dai 32x8 metri di quella traianea ai 61x25 metri del frigidarium. Tre immense volte a crociera scaricano il proprio peso sulle mensole poste a oltre 15 metri d’altezza rispetto al pavimento. Le mensole sono decorate in continuità con la trabeazione che corre al di sopra delle 8 colonne monolitiche in granito rosa egiziano -quattro per lato in corrispondenza degli archi di intersezione- che, con un’altezza del fusto di 13,80 metri e un diametro di base di 1,62 m. formano un imponente ordine composito. Dato che il peso delle volte si scarica attraverso le mensole nei maschi murari retrostanti, le colonne non hanno più una vera funzione statica ma diventano una vera e propria decorazione architettonica, seppur di smisurata imponenza.

Il progetto di Michelangelo rispettò la magnificenza dello spazio romano e, soprattutto, la rigorosa macchina strutturale che lo governava; mantenne i grandi vani che si aprivano tra i maschi murari: i quattro laterali, che ospitavano le vasche della natatio, li trasformò in altrettante cappelle e quelli centrali, collegandosi alla rotonda del tepidarium, formarono il braccio ortogonale della croce greca che forma la pianta della basilica. Entrando nella chiesa si poteva davvero cogliere la magnificenza della macchina romana, ancora perfettamente conservatasi nella sua volumetria originaria, esaltata dal lavoro di Michelangelo. Purtroppo è quello che invece non possiamo più cogliere noi dopo gli interventi successivi che, per completare il lavoro del Maestro dopo la sua morte, chiusero le cappelle laterali e aggiunsero altre otto colonne -in mattoni intonacati a simulare la pietra- lungo le pareti dell’aula.

Lasciamo la parola e il commento a Corrado Ricci: erano tempi quelli in cui simili delitti si potevano compiere senza che nessuno trovasse argomento di alzar la voce, oppure anche tentasse di farlo, se in cuor suo biasimava” (Corrado Ricci, S. Maria degli Angeli e le Terme Diocleziane, Roma, 1909). Per fortuna, il viaggio immersivo nella storia ci consentirà di rivivere gli spazi architettonici originari e quelli ideati da Michelangelo grazie allle ricostruzioni multimediali.

Aula Ottagona, Terme di Diocleziano Progetto Katatexilux per il Museo Nazionale Romano e l’Hotel The St. Regis Rome

Proprio il cantiere michelangiolesco, infatti, è ripreso nel racconto multimediale che prosegue con il restauro dei grandi acquedotti romani per alimentare le nuove fontane della Roma barocca e terminare con la costruzione, sul confine delle antiche terme tra l’Aula Ottagona, la Fontana del Mosè e la chiesa di San Bernardo, del Grand Hotel, l'iconico hotel inaugurato nel 1894 dal leggendario albergatore César Ritz; oggi l’edificio, primo fra i grandi palazzi romani ad essere fornito di luce elettrica, è stato completamente restaurato e rinnovato con un progetto della Pierre-Yves Rochon Inc. che rende merito e ridà splendore alla gloriosa storia di un albergo che ha rappresentato a lungo un riferimento per l’ospitalità di lusso nella Città Eterna, oggi entrato a far parte della Marriot International e del brand St. Regis Hotels & Resorts.

Castro Pretorio Progetto Katatexilux per il Museo Nazionale Romano e l’Hotel The St. Regis Rome

L’obiettivo di questo coinvolgente progetto è quello di far conoscere meglio, ai cittadini e al pubblico internazionale, una delle aree più affascinanti del centro storico, dove perfino due simboli così distanti dell'identità millenaria di Roma sono sorprendentemente legati dal filo della storia. Il progetto è nato dalla volontà congiunta di Daniela Porro, la Direttrice del Museo Nazionale Romano, e di Giuseppe De Martino, General Manager dell’hotel St. Regis Rome; è stato curato da Filippo Cosmelli e Daniela Bianco di IF Unique Art Experiences, con la preziosa consulenza dello staff scientifico delle Terme di Diocleziano, in particolare della responsabile di sede Anna De Santis con Carlotta Caruso e Claudio Borgognoni.

La ricostruzione virtuale è stata realizzata da Progetto Katatexilux, una società specializzata in installazioni multimediali applicate al patrimonio culturale. La voce narrante è di Cosimo Fusco.

L'esperienza di realtà virtuale sarà fruibile dai visitatori del museo, secondo orari prestabiliti e consultabili sul sito www.coopculture.it, fino al 28 luglio 2019, la II e la IV domenica del mese. Si ringrazia l’Ufficio stampa di Electa per il Museo Nazionale Romano per le informazioni sull’evento.


Roma Universalis. Un'anteprima della mostra organizzata tra Colosseo, Palatino e Foro Romano

In attesa di potervi raccontare nel dettaglio la mostra "ROMA UNIVERSALIS. L'impero e la dinastia venuta dall'Africa" organizzata dal Parco archeologico del Colosseo in collaborazione con Electa editore, vediamo di darvi qualche informazione in più sulle tematiche affrontate e il percorso espositivo.

Siamo tra II e III secolo d.C. e a governare a Roma vi era la dinastia dei Severi, imperatori venuti dall’Africa che regnarono in un periodo già di declino per la storia dell’Urbe ma che furono ugualmente in grado di dare un fondamentale apporto storico artistico e architettonico alla città e in molte parti dell’impero. La mostra, punta a far conoscere al grande pubblico uno degli ultimi periodi del grandioso impero romano, ormai diviso all’interno e in piena crisi politica e sociale ma ancora capace di dettare leggi importanti e di lasciare un’eredità forte e duratura in molti campi.

Busto di Caracalla, Napoli, Museo Archeologico Nazionale, ph. Luigi Spina

Il percorso espositivo è pensato in grande. Il nucleo narrativo della mostra prende avvio dalla galleria del II ordine del Colosseo, dove, dopo un’introduzione storica della dinastia e delle sue caratteristiche, viene tracciato un quadro economico e sociale dell’epoca profondamente plasmato da importanti riforme che dettate dagli imperatori della dinastia. Come non ricordare la Constitutio Antoniniana del 212 voluta da Caracalla che per la prima volta concedeva la cittadinanza romana a tutti, o quasi, gli abitanti dell'impero?

Il racconto si soffermerà poi sul rapporto tra i Severi e Roma, ricordiamo che Settimio Severo era nativo di Leptis Magna e non era “italico”,e proseguirà con l’esposizione di un preziosissimo documento per la topografia della città stessa: la Forma Urbis, documento marmoreo che arrivatoci rotto in poche centinaia di frammenti, rappresenta una piccola parte dell’intera pianta dell’Urbe. La Forma, di cui possediamo i frammenti, appartiene ad una nuova edizione voluta da Settimio Severo dopo il 203, data di inaugurazione del Settizonio raffigurato nella pianta e prima della morte dello stesso imperatore avvenuta nel 211.

L’ultima sezione si sofferma infine sulla produzione artistica dell’epoca e il percorso dal Colosseo si sposterà nell’area del Foro Romano e del Palatino, tra monumenti e luoghi cari ai Severi. Presso il Tempio di Romolo, sarà esposto per la prima volta al pubblico un ciclo statuario scoperto presso le Terme di Elagabalo composto da ritratti e busti di eccezionale qualità artistica.

Per la prima volta, sarà possibile ammirare lungo il percorso di visita le Terme di Elagabalo, il complesso del “Vicus ad Carinas” e i luoghi severiani sul Palatino come la Domus Augustana, la Domus Severiana, lo Stadio e infine la Vigna Barberini. Il tutto sarà raccontato grazie a pannelli grafici e filmati ricostruttivi.

In attesa della visita, ecco una piccola anteprima di quella che è la mostra ROMA UNIVERSALIS.

Qualche informazione:

A cura di
Clementina Panella, Rossella Rea, Alessandro d’Alessio

Promosso da
Parco Archeologico del Colosseo

Organizzata da
Electa

Catalogo
Electa

Sito mostra:

https://www.electa.it/mostre/roma-universalis-limpero-e-la-dinastia-venuta-dallafrica/


San Vincenzo al Volturno: dagli scavi emerge un vaso del IX sec.

Il MANN in campo per la valorizzazione del patrimonio archeologico di età medievale. 

La campagna di scavo a San Vincenzo al Volturno del 2018 ha esplorato il cuore del monastero molisano, ovvero l’area dell’enorme chiostro centrale costruito alla fine dell’VIII secolo e riedificato tra la conclusione del X e gli inizi dell’XI, dopo la distruzione nell’881 ad opera degli Arabi.

In questa sezione, dove si continuerà a scavare anche nell’anno in corso, sono state rinvenute tracce di attività produttive risalenti all’XI secolo, elemento tipico della vita dei grandi monasteri medievali.

Dalle indagini archeologiche, inoltre, è emerso un oggetto sinora unico nel suo genere: si tratta di una grande olla in ceramica, databile al IX sec., sulla cui superficie esterna sono state graffite le figure di tre individui in abito monastico, circondati da lettere e stelle; all’interno del vaso erano stati collocati, apparentemente in maniera intenzionale, dei frammenti di ceramica di forma oblunga. Difficile allo stato attuale dare un’interpretazione definitiva di questo curioso ritrovamento, sul cui significato gli studi sono ancora in corso. Tuttavia, è stata avvalorata l’ipotesi per cui l’olla possa essere stata usata come urna per consultazioni interne alla comunità monastica. Se questa idea fosse confermata, si tratterebbe del primo oggetto di questo tipo mai rinvenuto in ambito archeologico.

Tenuto conto del valore straordinario dell’opera, il laboratorio del MANN (sezione ceramica), ha curato il restauro del repertoche sarà collocato al Museo Archeologico Nazionale di Venafro.
Alla presentazione degli scavi a San Vincenzo al Volturno, dopo i saluti di Paolo Giulierini (Direttore del MANN), Leandro Ventura (Direttore Polo Museale del Molise), Vincenzo Cotugno (Assessore alla Cultura della Regione Molise) e Lucio D’Alessandro (Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa), previsti gli interventi di Federico Marazzi (Docente di Archeologia cristiane medievale/ Università Suor Orsola Benincasa), Daniele Ferraiuolo, Luigi Di Cosmo Nicodemo Abate (Laboratorio di Archeologia Tardo Antica e Medievale/Unisob) e Maria Teresa Operetto (Laboratorio di restauro del MANN).

A questo appassionante orizzonte di ritrovamenti archeologici si collega, per incidens, il volume degli atti del convegno tenutosi in occasione dell’apertura a Napoli della mostra sui Longobardi. 
La silloge raccoglie una serie di approfondimenti su temi toccati dall’esposizione ed affrontati solo parzialmente nel catalogo: dalla complessa storia della presenza dei reperti longobardi nei musei italiani all’analisi della collocazione geopolitica dell’Italia fra VI e VII secolo, dalla funzione della moneta nel contesto economico medievale al problema della connotazione “etnica” degli oggetti rinvenuti nelle tombe delle prime generazioni successive all’invasione longobarda nella nostra penisola.

Il volume, pubblicato in collaborazione fra il MANN e l’Università di Siena nel quadro del progetto PRIN “Archeologia al Futuro”, con l’apporto della casa editrice molisana Volturnia (da tempo impegnata nella pubblicazione delle ricerche su San Vincenzo al Volturno e l’archeologia altomedievale italiana), è stato presentato dai curatori Paolo Giulierini, Marco Valenti (docente di Archeologia cristiana e medievale/Università di Siena) e Federico Marazzi.
 
''Per la prima volta in Italia un grande Museo statale è coinvolto in un progetto di ricerca archeologica sul campo - spiega Paolo Giulierini, direttore del MANN - accade dalla scorsa estate a San Vincenzo al Volturno e siamo orgogliosi di presentare a Napoli i primi eccellenti risultati. E' importante ricordare che dopo aver ospitato 'I Longobardi', il MANN ha scelto proprio il prestigioso sito molisano, nella mostra ampiamente rappresentato, per sperimentare la fruttuosa sinergia con il Suor Orsola, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Molise,  il  Polo Museale del Molise. Per completare questa giornata tutta dedicata alla ricerca e aperta al pubblico, abbiamo voluto presentare  gli atti del convegno sui Longobardi, in collaborazione con l’Università di Siena”.