Pompei green. Il parco archeologico valorizza le biodiversità

Pompei è, senza dubbio, il più importante sito archeologico del mondo ma la città antica è anche al centro di un territorio che, proprio come l’ager antico, comprende le necropoli, le ville rustiche, aree di sosta e di svago, terreni agricoli.

Intorno ai 66 ettari della città antica, infatti, il Parco archeologico di Pompei comprende altri 50 ettari di archeologia, di natura. Pompei è green e tanti sono i progetti in via di sviluppo.

Pompei green
Pompei green. Villa dei Misteri. Foto: Alessandra Randazzo

Paolo Mighetto è uno dei Funzionari del Parco che da quasi due anni si occupa di questo patrimonio sia come direttore dei lavori della manutenzione del verde sia come responsabile dell’area extramoenia.

Il visitatore che viene a Pompei scopre le meraviglie della città antica, il suo contesto urbano, ma spesso non avverte la presenza di un “secondo Patrimonio” a margine di quello, se non forse percorrendo la Via dei Sepolcri per raggiungere Villa dei Misteri. Di cosa si tratta?

Il secondo patrimonio di Pompei, se vogliamo chiamarlo così, è quello paesaggistico e della biodiversità. In realtà non si tratta di altro rispetto al patrimonio archeologico ma, semmai, di un attributo del patrimonio archeologico che contribuisce a formare un contesto unico al mondo, estremamente fragile ma ricco di energia e vitalità, capace di cambiare e rigenerarsi continuamente, da proteggere attivamente e valorizzare in tutti i suoi aspetti e potenzialità.

È un patrimonio costituito dalla corona verde che circonda la città antica al di fuori del perimetro delle mura ma anche formato dalle aree verdi interne al sito archeologico con i giardini storici e storicizzati - cioè quelli più recenti basati sui dati archeologici e quelli che invece raccontano del gusto paesaggistico delle varie epoche, dalla riscoperta del sito all’attualità-, con i vigneti che occupano oltre un ettaro delle aree verdi della città antica, soprattutto negli isolati intorno all’Anfiteatro e la Palestra Grande, con l’orto botanico della Regio VIII e il vivaio della regio VI, con l’infrastruttura verde percorsa ogni giorno dai visitatori del sito e che collega i tre ingressi al Parco archeologico, da Porta Marina a Porta Esedra a porta Anfiteatro: sono in tutto 110 ettari di cui circa 60 occupati dalla città antica e 50 dalla corona verde che si estende in extramoenia o, potremmo dire, nell’ager pompeiano.

Pompei green
Pompei green, vista Vesuvio. Foto: Alessandra Randazzo

Il Viale delle Ginestre, la Pineta Grande, il vallone dell’Insula Meridionalis e la necropoli di porta Nocera: questo percorso verde lo abbiamo ben presente e percorrendolo ogni giorno vediamo quanto la manutenzione che avete messo in campo in questi anni, molto efficiente ed efficace pur con le difficoltà indotte dai cambiamenti climatici di questi anni, consenta non solo di apprezzare in modo ancora più gradevole il fascino delle rovine ma anche di avere la sensazione di entrare in un mondo parallelo, consentimelo, dove il verde è il filtro che separa la nostra quotidianità dall’atemporalità delle rovine. La restante parte di quella che hai chiamato “corona verde”, tuttavia, non è proprio conosciuta dai visitatori di Pompei e almeno in questi ultimi anni non è apprezzata e nemmeno fruita.

Pompei green
Pompei green. Foto: Alessandra Randazzo

È vero, il visitatore di Pompei ha modo di apprezzare, forse anche inconsapevolmente, quello che Amedeo Maiuri chiamò il Parco arborato di circumvallazione per lasosta di riposo e di verde alle molte comitive che visitano Pompei a scopo di escursione istruttiva o ricreativa, realizzato a partire dalla fine degli anni Quaranta del Novecento con la liberazione dei cumuli di scavo dell’Insula Meridionalis, la formazione del Viale delle Ginestre e della Pineta Grande e la traslazione verso meridione della strada nazionale delle Calabrie.

è pur vero, però, che chi viene oggi a Pompei per la prima volta non conosce l’esistenza di un’altra Pompei esterna alle mura perché purtroppo, anche a causa dei cantieri di restauro di questi ultimi anni, quello che alla fine degli anni Novanta era stato pensato e organizzato da Annamaria Ciarallo, Ernesto de Carolis e Piergiovanni Guzzo come un vero e proprio circuito pedonale e ciclabile di circa 3 chilometri all’esterno delle mura della città antica e in gran parte sopraelevato sui cumuli al margine degli scavi borbonici, di grande valenza paesaggistica, è andato progressivamente degradandosi e perdendosi.

E’ solo dal 2019 che, riattivando una corretta e continuativa manutenzione del verde, è stato possibile riscoprire e recuperare molte delle aree esterne, in alcuni casi avviando una vera e propria bonifica dalla vegetazione infestante che si era impadronita dei luoghi. E’ un’azione che tuttavia è ancora lontana dal dirsi conclusa e che si è anche dovuta confrontare, come bene hai ricordato, con il dramma dei cambiamenti climatici di questi nostri tempi.

Anche per il verde di Pompei i segni del dramma sono fenomeni atmosferici di inusuale intensità e con venti che investono con inaudita violenza alberi e arbusti, è il mix di caldo e umido che determina una crescita anomala delle erbe, soprattutto nei mesi estivi, sono gli attacchi parassitari particolarmente intensi a carico di alcune specie come i pini.

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Pompei green, extramoenia. Foto: Alessandra Randazzo

Proprio i pini sono stati la specie che più ha patito per questo stato di cose e tutti possono vedere il diradamento della Pineta Grande causato dall’abbattimento degli alberi morti: moltissimi esemplari, sia quelli più giovani sia quelli più maturi anche di 100-120 anni delle passeggiate estrameniane, hanno rivelato infatti una estrema fragilità con forti attacchi parassitari che hanno determinato la morte e il conseguente necessario abbattimento di decine e decine di esemplari causando un grave depauperamento del patrimonio arboreo del parco.

Per fortuna, dal maggio di quest’anno e dopo alcune sperimentazioni, è stato possibile mettere in atto una procedura massiva contro le diverse patologie del genere Pinus e in particolare contro i parassiti Matsucoccus feytaud e Tomicus piniperda basandosi sull’endoterapia. In buona sostanza abbiamo “vaccinato” i nostri pini e oggi, ad alcuni mesi di distanza, stiamo verificando e monitorando i risultati ottenuti, peraltro estremamente positivi e che si stanno dimostrando una vera e propria cura salvavita per centinaia di meravigliosi alberi.

Ma torniamo alla corona verde di Pompei perché questa non è fatta solo di percorsi paesaggistici da recuperare alla fruizione ma è anche caratterizzata da aree agricole date in concessione, da aree che erano agricole e da decenni non sono state più curate, da aree già utilizzate per il pascolo di capre e pecore, da frutteti o coltivazioni di fiori, da un vero e proprio patrimonio della biodiversità abitato da una ricca fauna selvatica; questo patrimonio costituisce un vero e proprio baluardo naturale alla cementificazione selvaggia del territorio circostante e solo con una gestione innovativa frutto di un mix di buone pratiche multidisciplinari potrà non solo conservarsi e svilupparsi ma anche diventare una risorsa di economia etica e sociale.

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Pompei green. Il ritorno dell'orchidea autunnale nella pineta del Parco Archeologico. Foto: Alessandra Randazzo

State pensando di riaprire al pubblico anche queste aree?

Riaprire alla fruizione del pubblico le aree in extramoenia significherà offrire una visita integrata e alternativa a quella di Pompei, dove trovare percorsi immersi nel verde e nell’archeologia delle necropoli e delle ville rustiche, aree di sosta, aree agricole, dove fare ecoturismo e turismo rurale con il vantaggio, peraltro, di alleggerire il carico antropico dei turisti sulla città antica, stimolare una permanenza più lunga nel territorio contrastando il turismo mordi e fuggi, stimolare la conoscenza –e quindi la protezione- della biodiversità.

Per arrivare a questo risultato il Parco ha avviato -grazie alla grande professionalità delle maestranze e delle imprese che lavorano alla manutenzione del verde, Re.AM. e Vivai Barretta, e grazie all’ausilio del giardiniere d’arte Maurizio Bartolini e dell’agronoma Rosa Verde- un’opera di bonifica di aree verdi che l’abbandono aveva fatto quasi dimenticare e tra quelle già oggi visibili c’è l’area a ridosso dell’Insula Occidentalis e della via dei sepolcri dove il pendio affacciato sulla vista unica e straordinaria del Golfo di Napoli ospita oltre 200 albicocchi e decine di altre piante da frutta che presto si potrà godere anche come area di sosta e svago per il pubblico.

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Pompei green, Praedia di Julia Felix. Foto: Alessandra Randazzo

Lungo le mura della città antica, dall’Anfiteatro a Porta Sarno, si è sostituita la vegetazione che era ormai deperita e deprivata di qualunque valenza paesaggistica con la scelta altamente suggestiva di formare un viale di cipressi alternati a siepi miste informali di corbezzolo e lentischio, così da generare una cortina verde che già adesso valorizza la visione delle mura e del vallo della città antica reinterpretando la suggestione paesaggistica della messa a dimora di cipressi lungo le necropoli alla fine dell’Ottocento.

Tra gli altri interventi, poi, è ormai prossimo un programma di rimboschimento di alcuni appezzamenti che consentirà addirittura di raddoppiare in pochi anni il patrimonio arboreo del Parco, ridurre le emissioni di gas serra e stimolare la realizzazione di una filiera del sottobosco. Il completamento e l’aggiornamento del censimento del patrimonio arboreo e arbustivo del verde di Pompei, completato nei mesi scorsi, rappresenta poi uno strumento prezioso e agile di conoscenza, di gestione e di progetto.

Direi che è una nuova stagione per Pompei, dove il verde, la natura, il paesaggio e la biodiversità ne sono protagonisti; una nuova stagione in cui i Visitatori seguono con entusiasmo i progressi che mettiamo in campo e si appassionano con noi, per esempio, con la fioritura spontanea, dopo anni e anni, di una piccola e splendida orchidea autunnale che dimostra la salute dei terreni e del verde in generale e per la quale si è scatenata in questi giorni una vera e propria caccia al tesoro grazie ai post pubblicati sui social del Parco.

https://www.youtube.com/watch?v=mhQ6LeQWius


Nuovi ritrovamenti nel quartiere ellenistico-romano della Valle dei Templi

Nuovi ritrovamenti nella Valle dei Templi di Agrigento dove durante l’ultima campagna di scavo dell’Università di Bologna sono state riportate alla luce una serie di pitture e pavimenti mosaicati pertinenti ad una casa nel quartiere ellenistico-romano della città.

La casa crollata o demolita per motivi ignoti ha comunque conservato sotto le macerie accumulate molte parti decorative ritrovate dagli archeologi bolognesi.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

La scoperta è stata fatta durante la sesta campagna di scavo dell’Università di Bologna nel quartiere ellenistico-romano, la stessa zona dove il team ha scoperto il teatro. Il progetto di ricerca è stato avviato  in collaborazione con il  Parco Archeologico, sotto la direzione di Giuseppe Lepore del Dipartimento di Beni culturali del Campus di Ravenna e dal 2016, con cadenza annuale, l'Università di Bologna si dedica all'indagine di un intero isolato (il terzo del Quartiere), con particolare attenzione alla Casa III M.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

Il professor Lepore spiega che “si tratta di una scoperta unica nel suo genere. Questa casa è stata ristrutturata, insieme al resto del quartiere, tra la fine del III e gli inizi del II secolo avanti Cristo ed è stata dotata di un complesso sistema di pitture parietali e di pavimenti in cocciopesto e in mosaico, articolati addirittura su due piani. Ben presto, però, forse già nella prima età imperiale, la casa crolla (oppure viene demolita intenzionalmente), cosa che ha determinato il suo straordinario stato di conservazione visto che le macerie hanno “protetto” il pavimento”.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

L’ambiente centrale dell’abitazione è quello che ha riservato maggiori sorprese perché ha restituito al piano terra il pavimento in cocciopesto con inserti di pietre colorate che formano una decorazione a meandro e inoltre il crollo e le macerie che occupavano interamente lo spazio del vano, hanno restituito numerose porzioni del pavimento del piano superiore (un mosaico policromo sempre con motivo a meandro) e le relative pitture parietali.

Secondo una prima analisti stilistica, pavimenti e pitture si datano ad un rifacimento del I secolo a.C. gli ambienti, particolarmente ricchi ricordano le descrizioni di Cicerone nelle Verrine quando queste risultavano ricche di statue, tappezzeria, arazzi, argenti, con pareti affrescate e pavimenti a mosaico.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

Speriamo possano continuare le ricerche – spiega l’architetto  Roberto Sciarratta, direttore della Valle dei Templi -: il Quartiere ellenistico-romano deve diventare un punto di forza del nuovo percorso che stiamo allestendo nel Parco archeologico, che collegherà  la Collina dei Templi direttamente con le terrazze superiori della città antica, che ospitano il Quartiere da una parte e il museo archeologico “Pietro Griffo” dall'altra, oltre all'area degli edifici pubblici dell'area centrale, fino all’ipogeo Giacatello. I lavori dell’Università di Bologna, di cui condividiamo gli obiettivi, si inseriscono dunque pienamente nella programmazione del Parco, volto ad ampliare l'offerta culturale ed a comunicare al meglio il proprio patrimonio”.

Scavi al quartiere ellenistico-romano
Scavi al quartiere ellenistico-romano nella Valle dei Templi.

 I lavori sul campo riprenderanno l'anno prossimo, ma nel frattempo il gruppo di lavoro coordinato dal professor Lepore continuerà a lavorare e studiare i materiali rinvenuti all’interno del crollo e la ricomposizione delle pitture parietali e dei frammenti di mosaico.

Foto: Courtesy Parco Valle dei Templi Agrigento; foto e video dall'Ufficio stampa CoopCulture Sicilia.


Torna alla luce un tratto della via Latina

Un tratto della Via Latina è tornato alla luce nel settore meridionale della Villa di Sette Bassi a Roma Vecchia, un’estesa area archeologica caratterizzata già da altri rinvenimenti e compresa tra la via Tuscolana, il Parco degli Acquedotti e il quartiere di Lucrezia Romana.

Il ritrovamento, della scorsa settimana, è avvenuto grazie alla collaborazione tra Sapienza e Roma Tre con il Parco Archeologico dell’Appia durante una serie di ricerche su un nucleo edilizio nell’area meridionale dell’area archeologica.

Via Latina
Via Latina. Foto: Università Sapienza

Il corpo di fabbrica, noto agli studiosi come “Dependance” ha preso questo nome probabilmente perché in prossimità con la via Latina e con l’interpretazione come primo ingresso della Villa. I recenti studi però indicano l’utilizzo di queste strutture come impianto termale risalente al II secolo d.C.

Il passaggio della strada fino ad ora era stato solamente ipotizzato sulla base di tratti affioranti sia nell’area del Parco degli Acquedotti sia nell’area del deposito officina della Metro A di Osteria del Curato, ma la distanza tra le evidenze, superiore a 1,5 km fino ad ora non aveva consentito di ricostruire con certezza l’andamento viario e il suo sviluppo o condizionamento relativo alla prossimità della Villa.

Via Latina
Via Latina. Foto: Università Sapienza

Le attività di scavo, promosse e dirette dal Parco Archeologico dell’Appia Antica con il coordinamento dei Funzionari Responsabili, si sono basate sulle ricerche in corso sulle strutture della c.d. Dépendance coordinate dalla Prof. Carla Maria Amici (Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento) e dalla Prof. Alessandra Ten (Dipartimento di Scienze dell’Antichità di Sapienza Università di Roma), in convenzione con lo stesso Parco Archeologico dell’Appia Antica, e si sono avvalse della proficua collaborazione del Dipartimento di Ingegneria dell’Università di Roma Tre che, sotto il coordinamento scientifico del Prof. Andrea Benedetto, ha messo a disposizione le competenze scientifiche e le tecnologie più avanzate mirate al rilevamento di possibili evidenze interrate L’indagine con i georadar ha infatti circoscritto con puntuale efficacia le aree oggetto di sondaggi ove, con estrema precisione, sono state portate alla luce le preesistenze archeologiche.

"Il risultato ottenuto è di singolare importanza non solo per la ricerca, poiché oltre a fornire un contributo significativo alla comprensione dell’assetto della rete viaria antica e di aspetti connessi alla vita anche quotidiana della società romana, fornisce delle soluzioni per molte applicazioni dell’ingegneria civile quando ricorrono interferenze tra valori archeologici e nuove realizzazioni di infrastrutture" -  ha dichiarato il Prof.Benedetto.

Via Latina
Via Latina. Foto: Università Sapienza

La prof. Ten afferma che “i risultati conseguiti indirizzano le prospettive di ricerca delle Università coinvolte e del Parco Archeologico dell’Appia Antica a sondare il punto di intersezione tra la strada e la diramazione dell’Acquedotto privato della Villa che, provenendo da sud, doveva oltrepassare la Via per raggiungere la cisterna collocata presso il suo nucleo orientale”, così da incrementare il livello di conoscenza relativo all’antico tracciato, progettare la sua conservazione e valorizzazione".

L'intervento sulla Via Latina avvia la riscoperta della villa di Sette Bassi attraverso una serie di progetti che verranno realizzati nei prossimi mesi per la conservazione del patrimonio, il miglioramento dell'accessibilità e della fruizione e la riqualificazione e rifunzionalizzazione degli immobili. L’ampliamento della conoscenza consentirà inoltre, dopo anni di chiusura, di riconsegnare alla cittadinanza un bene straordinario per tutti e fortemente identitario per la comunità locale” conclude il direttore del Parco Archeologico dell’Appia Antica Simone Quilici.


Torna a Pompei la XXII edizione della Vendemmia

Torna la vendemmia al Parco Archeologico di Pompei nella Casa del Triclinio all’aperto. Per l’occasione visitatori e stampa potranno assistere al consueto taglio delle uve coltivate nei vigneti delle antiche abitazioni dei pompeiani e dal quale si ricava il prestigioso vino Villa dei Misteri.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

La coltivazione delle uve e la produzione di vino fanno parte di un progetto scientifico già consolidato negli anni e avviato a partire dagli anni ’90 nell’ambito degli studi di ricerca botanica applicata all’archeologia da parte del Laboratorio di Ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei a cui poi ha fatto seguito la collaborazione con l’Azienda Vinicola Mastroberardino.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

Il progetto iniziale riguardava dapprima un’area limitata degli scavi, per poi ampliarsi e giungere oggi a interessare 15 aree a vigneto ubicate tutte nelle Regiones I e II dell’antica Pompei (tra cui Foro Boario, casa del Triclinio estivo, Domus della Nave Europa, Caupona del Gladiatore, Caupona di Eusino, l’Orto dei Fuggiaschi, ecc.) per un’estensione totale di circa un ettaro e mezzo e per una resa potenziale di circa 40 quintali per ettaro.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

La produzione del vino Villa dei Misteri rappresenta un modo davvero unico di pubblicizzare ulteriormente il sito di Pompei e farlo conoscere anche come luogo di produzione e prosecuzione di un’arte antica ampiamente raccontata anche dalle fonti classiche e dallo stesso Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia.

Dice il comandante della flotta del Miseno morto durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che la bontà dei vini prodotti a Pompei era cosa nota e questi raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana.

Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

Vendemmia Pompei
Vendemmia Pompei. Foto: Umberto Cesino per Parco Archeologico di Pompei

Il Villa dei Misteri è frutto  dell’uvaggio storico di Piedirosso e Sciascinoso cui si è aggiunto, a partire dal millesimo 2011, l'importante contributo dell'Aglianico, vitigno simbolo della della Campania, testimone millenario della viticoltura di origine ellenica e tra le varietà più adatte alla produzione di grandi rossi da lungo invecchiamento. Risale al 2007 l’ampliamento del progetto di ricerca sulla Vitis vinifera a Pompei, con l’individuazione di ulteriori aree da ripristinare a vigneto, aree destinate prevalentemente all'Aglianico.


Cleopatra Livia Capponi

Cleopatra di Livia Capponi

La monografia Cleopatra, a cura di Livia Capponi, si propone di tracciare un ritratto dell’illustre regina Cleopatra VII, la cui personalità è stata fortemente distorta dalla propaganda augustea, nonché fraintesa da tutti coloro che in seguito hanno voluto lasciarle un posto nella loro opera, letteraria o cinematografica.

La scelta di trattare la figura di Cleopatra, come emerge sin dalla prefazione, è dovuta all’interesse attuale per alcune categorie che, oggi come nel mondo antico, sono e sono state messe da parte dalle narrazioni ufficiali: donne, sconfitti, perseguitati, vittime di damnatio memoriae e molte altre persone la cui memoria si è quasi perduta nell’inesorabile trascorrere del tempo.

Cleopatra è sicuramente una delle figure femminili più note dell’antichità, ma attorno a lei gravitano contemporaneamente storia e mito, tanto che risulta difficile ricostruire un ritratto oggettivo e privo di pregiudizi. La monografia di Livia Capponi cerca dunque di districarsi tra l’immagine reale e quella leggendaria di questa donna, con l’intento di offrire una verità quanto più storica e scientifica possibile.

Cleopatra Livia Capponi Editori Laterza
La copertina del saggio di Livia Capponi, Cleopatra, pubblicato da Editori Laterza (2021) nella collana: Storia e Società

 

A tale scopo, la narrazione delle vicende di Cleopatra è integrata con numerose fonti del tempo, sia letterarie che documentarie, contribuendo così a rendere più chiaro l’operato della regina: si ricorda, per esempio, il decreto del 41 a.C. con il quale, in un periodo di carestia per l’Egitto, si stabiliva l’esenzione della tassa denominata “corona” che prevedeva di donare una corona d’oro ai re.

Tuttavia, oltre a riferire gli avvenimenti prettamente storici, Livia Capponi riporta anche dicerie e aneddoti, come quelli relativi alla seduzione di Cleopatra nei confronti di Cesare prima e di Antonio poi: nel secondo capitolo, La dea salvata da Cesare, si fa riferimento al celebre episodio in cui Cleopatra, avvolta nella biancheria, si fece portare negli appartamenti di Cesare, il quale le aveva proposto il proprio sostegno nella lotta per il potere contro il fratello Tolomeo XIII (Plutarco, Caes., 49; Appiano, BC, 4.40); nel quarto capitolo, L’incontro con Antonio, si racconta come Antonio, per stupire la regina, avesse finto di aver pescato dei pesci, venendo però scoperto e ricompensato con un inganno pari a quello da lui attuato (Plutarco, Ant., 29, 5-7). Questi e altri racconti sui tentativi di seduzione di Cleopatra, per esempio nei confronti di Erode di Giudea o Sesto Pompeo, contribuiscono a tratteggiare l’immagine di una donna dominata dalla passione, dietro la quale tuttavia è inevitabile intravedere interessi personali e intenti politici.

Busto di Cleopatra VIII, Altes Museum di Berlino. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tra le fonti più interessanti prese in esame vi sono poi quelle iconografiche, soprattutto per quanto concerne la personificazione divina della regina e dei suoi figli. Si ricorda, a tale proposito, un dipinto del cubicolo 71 della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei, nel quale sono raffigurati una donna e un bambino, rappresentati con i tratti di Afrodite ed Eros e identificati con rispettivamente con Cleopatra e Cesarione, il figlio che la regina ebbe da Cesare; allo stesso modo, nelle pareti del tempio di Hathor a Dendera si trovano i medesimi soggetti nelle vesti di Iside e Horus.

Per quanto riguarda i figli nati dall’unione di Cleopatra e Antonio, Alessandro Helios e Cleopatra Selene, è significativo un gruppo scultoreo rinvenuto a Dendera all’inizio del XX secolo, in cui i due gemelli presentano i tratti dei fanciulli divini Shu e Tefnut, legati sia alla costellazione di Gemelli che al Sole e alla Luna. Alcune delle fonti iconografiche menzionate sono riportate nell’apparato iconografico collocato a metà del volume, nel quale si possono vedere immagini della regina - per esempio nella sua personificazione divina con Iside - , riproduzioni di documenti, ritratti, rilievi e particolari di varie opere del tempo: tra queste, spicca sicuramente l’obelisco del Kaisareion di Alessandria che oggi si erge a Central Park, a New York e che è noto comunemente con il nome “Ago di Cleopatra”.

L'Ago di Cleopatra di New York. Foto di Ekem, CC BY-SA 3.0

Nel vaglio delle diverse fonti l’autrice fa riferimento anche all’interpretazione che ne è stata data da parte di filologi, storici e altri studiosi del mondo antico, attuando anche interessanti confronti con l’intento di rendere chiaro ciò che a una prima analisi non lo è.

Questo aspetto emerge più volte nel corso del volume, ma uno dei capitoli in cui si nota maggiormente la volontà di ricostruire la storicità di Cleopatra in modo critico e oggettivo è forse il sesto, La prostituta e la vedova: menzionando infatti una serie di Oracoli Sibillini, Livia Capponi cerca di spiegare il loro contenuto ambiguo mostrando come essi potrebbero alludere alle vicende della regina, con interessanti confronti con la letteratura oracolare ebraica interpretata in chiave cristiana.

Cleopatra, opera di Leonardo Grazia, anche noto come Leonardo da Pistoia. Foto di Francesco Bini, Cortesy of Alessandra Di Castro - Roma, CC BY 3.0

Altro caso è l’ottavo capitolo, Non sarò portata in trionfo, in cui si ripercorrono gli aneddoti relativi alla morte di Cleopatra, evidenziando come le fonti differiscano circa l’ambientazione, le modalità e la sintomatologia del suicidio della regina, tanto che risulta difficile dire come siano andate effettivamente le cose.

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come la monografia Cleopatra di Livia Capponi riesca a raggiungere l’obiettivo di ricostruire la storicità di Cleopatra, facendolo in un modo critico e consapevole nonostante le difficoltà legate all’interpretazione e al vaglio delle diverse fonti. Dalle vicende precedenti alla nascita della regina a quelle successive alla sua morte, questo volume traccia un’immagine di Cleopatra che non mette al primo posto la sua eccezionalità e unicità: come afferma l’autrice nel capitolo conclusivo, non si tratta di riabilitare Cleopatra dalle accuse che le furono fatte o dai gesti di crudeltà da lei compiuti, quanto di contestualizzare il suo ritratto in modo oggettivo.

Tale approccio metodologico contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per lo studio di Cleopatra come personaggio storico, mettendo da parte le successive interpretazioni che potrebbero non far comprendere a pieno ciò che le fonti attestano. Questa monografia, pertanto, potrebbe essere un ottimo esempio per restituire un ritratto storico a molteplici personalità antiche fino ad ora fraintese o, in certi casi, trascurate dalla critica contemporanea, cercando di offrire loro un riscatto dai pregiudizi nati sul loro conto nel corso dei secoli.


Il relitto di Otranto fa luce sulla storia della Magna Grecia

Il relitto alto arcaico ritrovato nel canale di Otranto può gettare nuova luce sulla storia della Magna Grecia. Con l’ausilio di un mezzo sottomarino filoguidato (Remotely Operated Vehicle) e dotato di strumentazione ad alta tecnologia, gli archeologi della Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo sono stati in grado di recuperare una parte del ricco carico del relitto.

Ventidue reperti tra ceramiche fini e anfore da trasporto provenienti da Corinto che grazie ai recenti studi sono stati datati alla prima metà del VII secolo a.C. Si tratta in particolare di tre anfore del tipo Corinzie A , dieci skyphoi di produzione corinzia, quattro hydriai sempre di produzione corinzia, tre oinochoai trilobate in ceramica comune e una brocca di impasto grossolano di un tipo molto comune a Corinto.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

“Molto interessante il pithos, recuperato frammentario”, spiega Barbara Davidde, “con tutto il suo contenuto costituito da skyphoi impilati al suo interno in pile orizzontali ordinate. In questa fase, se ne contano almeno 25 integri, oltre a diversi frammenti pertinenti ad altre coppe. Il numero totale degli skyphoi ed eventuali altri elementi contenuti originariamente nel pithos saranno definiti attraverso uno scavo in laboratorio con la rimozione del sedimento marino”.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

“La scoperta ci restituisce un dato storico che racconta le fasi più antiche del commercio mediterraneo agli albori della Magna Grecia, meno documentate da rinvenimenti subacquei, e dei flussi di mobilità nel bacino del mediterraneo – ha spiegato il Direttore dei Musei, Massimo Osanna, che ha visitato il laboratorio di restauro della Soprintendenza nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo, in occasione del 60° Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia,  e ha proseguito – è un  carico intatto che getta luce sulla prima fasi della colonizzazione greca in Italia meridionale, grazie anche allo stato di conservazione significativo che ci permette di capire quello che trasportavano: non solo cibi come olive, ma anche coppe da vino considerate beni di prestigio e molto apprezzate anche dalle genti italiche”.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto. Foto: Ministero della Cultura

I reperti attualmente si trovano nei laboratori di restauro della Soprintendenza istituita nel 2019 e preposta alla tutela, conservazione e ricerca dell’immenso patrimonio subacqueo del nostro Paese.

Il relitto di Otranto
Il relitto di Otranto, team. Foto: Ministero della Cultura

In considerazione dell’importanza del relitto, il Ministero della Cultura ha in previsione di procedere al recupero dell’intero carico che risulta costituito da circa duecento reperti, ancora sparsi sul fondale, di cui si dispone già di una mappatura georiferita, al restauro dei reperti e alla realizzazione delle analisi archeometriche sui materiali e archeobotaniche su residui organici e vegetali che potrebbero essere ancora presenti nel sedimento che riempie molte delle ceramiche recuperate, come per esempio in una delle anfore corinzie che ha restituito i resti di noccioli di olive.

https://www.youtube.com/watch?v=ROE-8IG7mBE

 


Il Museo Ninfeo fa rivivere il lusso degli Horti Lamiani a Roma

Riscoprire Roma attraverso uno dei suoi luoghi più incantevoli, gli Horti Lamiani, residenza privata di molti imperatori e locus amoenus per le meraviglie che vi si potevano trovare. Il tutto rivivrà grazie alla creazione di un nuovo museo nella capitale, il Museo Ninfeo che sorge proprio nel luogo mitico della storia romana.

Il museo che sarà inaugurato con due open day il 30 e 31 ottobre e poi aperto al pubblico dal 6 novembre custodisce reperti che vanno dal periodo giulio-claudio, quando gli Horti entrarono a far parte del demanio imperiale sotto Tiberio e Caligola e fino ai Severi, a cui si devono le ultime lussuosissime trasformazioni di alcuni ambienti.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ogni epoca ha lasciato qui testimonianze preziose e reperti di ogni sorta che ricostruiscono una lunga vita. 3000 oggetti selezionati ed esposti, affiancati da ricostruzioni e video che restituiscono in maniera molto suggestiva i diversi aspetti della cultura della città imperiale.

Il Museo Ninfeo di Piazza Vittorio nasce come un importante progetto di musealizzazione e si pone ad essere come luogo emblematico della Roma imperiale. Gli Horti Lamiani restituiscono un’importante evoluzione architettonica e una precisa realtà storico-archeologica in un arco cronologico che va dal I secolo a.C. al III d.C. donando ai visitatori la visione di tanti resti recuperati in questi anni e musealizzati con rigore e scientificità.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Fin dall’età preistorica utilizzato come luogo di sepoltura, l’Esquilino, il più alto ed esteso tra i sette colli di Roma, tra le attuali Piazza di Santa Maria Maggiore e Piazza Vittorio venne diviso in due dalla costruzione delle Mura Serviane. In età repubblicana nella parte esterna alla città erano presenti una vasta necropoli, dove spiccava la tomba dei Fabii, coltivazioni e cave di pozzolana, attività di cui lo scavo ha restituito importanti testimonianze.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

I ritrovamenti più importanti risalgono ad epoca giulio-claudia quando Gaio Clinio Mecenate nella seconda metà del I secolo a.C. fece bonificare il sepolcreto per edificare uno spazio privato destinato alla residenza di molti aristocratici, gli homines novi di Augusto, tra cui Lucio Elio Lamia. Lamia che da rango equestre passò a quello di senatore grazie all’intercessione imperiale si fece costruire qui una lussuosa residenza, gli Horti Lamiani che alla sua morte, nel 33 d.C. lasciò al demanio imperiale.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ma ancora la lunga storia degli Horti Lamiani non finisce qui e se Tiberio non si interessò molto alle questioni di Roma fu con Caligola che l’area assunse nuovamente un grande sfarzo, ordinando una nuova sistemazione e facendo costruire una grande residenza.

Tra i preziosi reperti dell’epoca degli imperatori giulio-claudii spicca una monumentale scala ricurva in marmo, affreschi, decorazioni e molti materiali di vita quotidiana. Tra questi, un impianto idrico con il nome dell’imperatore Claudio – il successore di Caligola–, impresso sui tubi di piombo, certifica l’epoca della sua costruzione. Particolarmente suggestivo è stato il rinvenimento di frammenti di vetro per finestre: Filone Alessandrino scrive infatti che Caligola

«Prima si precipitò di corsa nella sala grande, ne fece il giro e ordinò che le finestre tutto intorno venissero restaurate con materiale trasparente come il vetro bianco…» (Legatio ad Gaium).

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Ma risale ad epoca severiana una delle impronte più importanti e imponenti dell’intero complesso: un’ aula priva di copertura con pareti lastricate di marmi pregiati e pavimentata a grandi lastre in marmo bianco con una ampia fontana ninfeo, ancora esistente.

Si tratta del ritrovamento architettonicamente più importante per quello che può raccontare della residenza imperiale e che le fonti antiche fanno risalire ad Alessandro Severo. La piazza ninfeo era decorata con gruppi scultorei, erme, vasi da fiori: un luogo evocativo, dove l’imperatore poteva trovare suoi momenti di svago personale o accogliere ospiti importanti da tutto l’impero.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Ricostruzione della piazza ninfeo. Foto: Fabio Caricchia

Anche la cultura materiale abbonda nella lunga esistenza degli Horti Lamiani, reperti importanti per ricostruire non solo il lungo arco di vita dell’area ma anche capire Roma da un particolare punto di vista… quello di Roma stessa.

Oltre a marmi preziosi provenienti dalle province più lontane, abbondanti anfore permettono di identificare le rotte dei commerci durante le varie epoche, da nord a sud, da est ad ovest, sia nel bacino del Mediterraneo sia nel nord Europa. Per facilitarne la lettura, gli archeologi hanno ideato una sorta di mappa con esempi delle tipologie di anfore e la loro provenienza.

Museo Ninfeo
Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Fragili e preziosi, i ritrovamenti vegetali permettono di aprire una ulteriore finestra sugli Horti Lamiani: sono state rinvenuti le piantumazioni, in terra e in vaso, che ci permettono di avere un’idea della sontuosità dei giardini nelle varie epoche, ma è anche emerso come un’ampia parte dell’area fosse lasciata a coltura spontanea offrendo così l’effetto di una residenza urbana in un contesto di campagna.

Particolari sono anche i reperti animali, tra cui le ossa di leone, di cerbiatto, di struzzo, denti di orso. Oltre a questa testimonianza di animali esotici e non anche esempi di fauna marina che testimoniano gli usi culinari dei Romani e in particolare dell’aristocrazia. Nel menù di un aristocratico o di un principe non potevano mancare le ostriche.

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Gli Horti Lamiani mantennero la loro funzione di rappresentanza imperiale fino al IV secolo dopo Cristo, periodo del loro probabile abbandono. Durante il medioevo il paesaggio dell’Esquilino, ormai ruralizzato, era caratterizzato da piccoli nuclei abitativi e da campi e orti coltivati in prossimità di chiese e conventi, tra cui Santa Maria Maggiore, Sant’Eusebio, Santa Croce in Gerusalemme e San Giovanni in Laterano. Nel XVI secolo, con la costruzione dell’acquedotto Felice voluto da Sisto V, l’area tra le Mura Serviane e quelle Aureliane tornò a essere una zona residenziale di lusso di proprietà delle più importanti famiglie romane.

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

«È un eccezionale risultato scientifico – secondo Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma –, questo museo porta alla luce uno dei luoghi mitici dell’antica Roma, quegli Horti Lamiani che erano una delle residenze giardino più amate dagli imperatori. L’aspetto virtuoso è la collaborazione tra il Ministero della Cultura ed Enpam, che ha permesso la creazione di un laboratorio di studio per progettare un museo innovativo: non solo la bellezza e la rarità dei reperti, ma a essere esposta è la vera vita della Capitale dell'impero romano».

Museo Ninfeo negli Horti Lamiani. Foto: Fabio Caricchia

Realizzato congiuntamente dalla Soprintendenza Speciale di Roma e da Enpam, il nuovo Museo nasce proprio sul luogo del ritrovamento di un eccezionale contesto archeologico, venuto alla luce nell’area di Piazza Vittorio all’Esquilino, durante i lavori per la costruzione della sede dell'Ente.


XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

cominciata XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Da sinistra, Lorenzo Daniele, Giacomo Caruso e Alessandra Cilio

Ha preso vita nella giornata di giovedì 14 ottobre la nuova edizione del festival documentaristico che ha trasformato, ormai da undici anni, la piccola cittadina di Licodia Eubea, nella capitale del cinema archeologico.

La cerimonia di apertura, introdotta dai direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha visto la partecipazione del sindaco di Licodia Eubea, Giovanni Verga, e del vicesindaco, Santo Cummaudo, con un intervento di Giacomo Caruso, presidente dell’Archeoclub cittadino.

Da sinistra, Lorenzo Daniele, Santo Cummaudo, Giovanni Verga, Alessandra Cilio

Sono, quindi, iniziate le proiezioni della sessione pomeridiana, con un video promozionale dedicato al decennale del ritorno in Italia della Dea di Morgantina, a cui è seguita l’apertura della sezione Cinema e archeologia.

https://www.classicult.it/sulle-tracce-del-patrimonio-le-ragioni-dellarcheologia/

Sono stati presentati due documentari italiani. Il primo, Sulle tracce del patrimonio. Le ragioni dell’Archeologia, di Eugenio Farioli Vecchioli, è stato prodotto da RAI Cultura, e guarda al rapporto tra archeologia, industria, agricoltura e lottizzazione edilizia, mentre il secondo, Cahuachi. Labirinti nella sabbia, è stato trasmesso in prima internazionale alla presenza della regista Petra Paola Lucini e rappresenta un viaggio nel tempo e tra i paesaggi peruviani, alla scoperta delle antiche civiltà del deserto di Cahuachi.

https://www.classicult.it/cahuachi-labirinti-nella-sabbia/

https://www.classicult.it/nos-vestiges-our-remains/

A concludere la sessione, il documentario francese Nos vestiges di Pierrick Chilloux, proposto in prima nazionale, che pone degli interrogativi sulle possibili e diverse destinazioni dei resti umani, frutto dei ritrovamenti archeologici.

https://www.classicult.it/inter-lapides/

Protagoniste della sezione serale dedicata a Cinema e antropologia, sono state le proiezioni di Inter lapides, documentario dedicato all’arte dei muri a secco, proiettato per la prima volta a un Festival, che porta la firma di Antonio Sarzo e di Renato Stedile, e di Il monte interiore di Michele Sammarco, dedicato al rapporto affettivo tra un anziano contadino e il suo asino malato, per il quale il protagonista intende chiedere l’intercessione di Sant’Antonio Abate.

https://www.classicult.it/il-monte-interiore/

Da sinistra Vincenzo Palmieri (traduttore e inteprete), Giovanni Jay Cavallaro e Alessandra Cilio

Si è tenuto anche il primo degli Incontri di Archeologia, con la presentazione della mostra Cà semu. La terra madre del fotografo e documentarista italoamericano Giovanni Jay Cavallaro, ospitata all’interno dell’ex chiesa di S. Benedetto e S. Chiara, nella quale avvengono anche le proiezioni del Festival.

La Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, con la direzione artistica di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha il sostegno della Regione Siciliana, Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo - Sicilia Film Commission, nell'ambito del Programma Sensi Contemporanei e del Comune di Licodia Eubea.

cominciata XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica. I direttori artistici della Rassegna, Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.


Inaugurato il nuovo Museo delle navi di Fiumicino

Si amplia l’offerta del Parco Archeologico di Ostia Antica con la suggestiva apertura di una delle più importanti collezioni di navi romane del Mediterraneo. Cinque relitti sono accolti nel rinnovato Museo delle Navi di Fiumicino in un percorso di visita a due livelli in cui si potranno ammirare carene e chiglie, due grandi navi fluviali a diversi livelli di altezza e in più materiali archeologici ritrovati vicino ai relitti e negli scavi dell’antico complesso portuale di Ostia-Portus.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Il Museo delle Navi prima dei recenti lavori di ristrutturazione – anno 2020 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

“La più grande nave caudicaria della collezione del museo – annuncia D'Alessio – è attualmente interessata da una fase di restauro che non la sottrarrà alla vista del pubblico: si potranno anzi osservare le operazioni dei restauratori, vedere come si interviene per conservare il legno giunto a noi dopo un viaggio sotterraneo di quasi duemila anni. Uno spettacolo da non perdere”.

“Le imbarcazioni custodite nel Museo hanno molto da raccontarci,” continua il Direttore D'Alessio “i visitatori resteranno impressionati dal prodigio tecnologico e organizzativo dei nostri antenati romani: in esposizione vediamo tre imbarcazioni fluviali, quelle del tipo caudicaria. Ebbene, non si tratta di sporadici exploit artigianali, bensì di prodotti che oggi definiremmo industriali: prue e poppe realizzate in serie per essere saldate con corpi centrali di diverse grandezze.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Ricostruzioni dei Relitti Fiumicino 1, Fiumicino 4 e Fiumicino 5 (modello 3D Pierre Poveda, CNRS, CCJ e Daniela Peloso, Ipso Facto)

Giganti lignei in grado di trasportare anche 70 tonnellate di merce. Insieme a questi abbiamo una quarta nave capace di affrontare il mare e infine una barca da pesca unica nel suo genere, una navis vivaria, con un acquario per mantenere vivo il pescato. Un esempio della tecnologia romana capace di abbreviare le distanze fra le sponde del Mediterraneo e di generare rapporti culturali e commerciali, benessere e sviluppo: forse il più riuscito esempio di nation building della storia”.

STORIA DEL MUSEO

Il Museo delle Navi di Fiumicino è stato realizzato nel luogo stesso in cui le navi furono ritrovate, all’interno dell’antico bacino portuale di Claudio e Traiano, il Portus Ostiensis Augusti. L’insieme dei 5 relitti formano un insieme davvero eccezionale per la storia del trasporto e del commercio antico: tre imbarcazioni fluviali per il trasporto di merci lungo il Tevere tra Portus e Roma, una nave da trasporto marittimo e una rara barca da pesca di età romana con acquario centrale per la conservazione in vivo del pescato.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Il Relitto Fiumicino 5 in corso di scavo, 1959 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Durante i lavori per la costruzione dell’aeroporto “Leonardo Da Vinci” e della connessa viabilità, a partire dal 1957, cominciarono a venire alla luce imponenti resti di una parte del porto imperiale, il molo monumentale e la “Capitaneria” che ospita una volta affrescata con la raffigurazione del faro di Portus. Nel corso delle ricerche vennero scoperti anche i resti di otto imbarcazioni:

la prima (Fiumicino 2), una nave fluvio-marittima (navis caudicaria) per il trasporto sul Tevere e nei canali dei bacini portuali, fu rinvenuta nel 1958, mentre tra il 1959 e il 1961 si portarono alla luce altre due navi caudicarie, le Fiumicino 1 e Fiumicino 3, la barca da pesca Fiumicino 5 (navis vivara), e due parti di fiancata che appartenevano ad altre navi (Fiumicino 6 e Fiumicino 7). L’ultimo scafo recuperato, quello della Fiumicino 4, apparteneva a un piccolo veliero destinato probabilmente al commercio regionale lungo costa. Un ulteriore relitto (Fiumicino 8) non venne scavato a causa del pessimo stato di conservazione.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Ricostruzione di Portus (Credits: 3DS Max, Mental Ray, Photoshop per Portus Project)

L’acqua, depositi di limo e sabbia hanno permesso che molte delle parti delle navi si conservassero bene per un buon stato di lettura, soprattutto di chiglie e carene. I relitti giacevano a ridosso del molo settentrionale del porto di Cluadio in cui si venne a creare un vero e proprio cimitero di navi molte delle quali troppo vecchie o mal ridotte per la navigazione e quindi abbandonate.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Uno dei relitti in corso di scavo – anni ’60 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Lo step successivo è stato quello di salvarle dal rapido degrado una volta a contatto con l’aria per cui si è reso necessario costruire delle strutture in legno per sorreggerne le fiancate e recuperare i relitti nella loro interessa. Il recupero fu coordinato dall’ingegnere del Genio Civile Otello Testaguzza che progettò nell’area del rinvenimento un luogo dove le navi vennero trasportate per il recupero e i primi interventi di restauro.

PERCORSO ESPOSITIVO

Il nuovo percorso espositivo che riapre dopo vent’anni si articola intorno ai cinque relitti recuperati durante gli scavi. La presenza di tre navi caudicarie, imbarcazioni fluvio-marittime destinate al trasporto lungo il Tevere, ha permesso infatti uno studio approfondito di questa tipologia di battelli, rivelandone il sistema seriale di costruzione, per cui alla prua e alla poppa veniva assemblato un corpo centrale di maggiore o minore dimensione, a seconda delle necessità.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Le tre caudicarie di Fiumicino potevano trasportare rispettivamente ca. 70, 50 e 30 tonnellate. Anche la cd. “barca del pescatore”, naves vivara, è un reperto eccezionale nel suo genere e per stato di conservazione: l’acquario centrale per mantenere vivo il pescato era dotato di fori sul fondo per il ricambio dell’acqua, chiusi con tappi di pino.

La lunga esposizione all’aria aperta, il successivo spostamento nell’hangar (poi museo), le innumerevoli sollecitazioni climatiche e meccaniche subite dai relitti in questi sessant’anni, hanno evidenziato uno stato conservativo fortemente alterato che rende necessario un ampio intervento di restauro, al fine di ristabilire le condizioni adeguate nell’area espositiva e sui manufatti, in modo da consentirne la fruizione al pubblico.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

I lavori di restauro saranno effettuati in sito, concepiti come un “work in progress”, senza smontare le navi dai supporti e grazie alla messa in opera di una sorta di teca trasparente all’interno della quale gli interventi di restauro potranno essere direttamente osservati dal pubblico.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Ai cinque relitti che formano il corpo principale del museo si aggiunge una selezione di materiali sulla struttura e sul funzionamento delle navi, sulla vita di bordo, sulla struttura portuale, sui commerci.

INFO VISITE

Il Museo apre gratuitamente al pubblico a partire da martedì 12 ottobre da martedì a domenica dalle ore 10 alle 16. Per raggiungere il Museo, sarà disponibile una linea autobus del Comune di Fiumicino, e  un servizio di navetta grazie ad un accordo con Aeroporti di Roma.


“Il festival STORIAE tra passato, presente e futuro”: intervista ad Alessandra Vuoso

Il festival STORIAE tra passato, presente e futuro”: intervista ad Alessandra Vuoso

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

Le esperienze, le eredità, i moniti che ci offrono i monumenti storici costituiscono preziose risorse su cui impiantare il nostro presente e progettare il nostro futuro”:

questo è il manifesto di STORIAE - archeologia e narrazioni, il festival ischitano organizzato dal CeiC - Istituto di studi storici e antropologici/Ong Unesco col supporto del Ministero della Cultura e dei Comuni di Ischia e Lacco Ameno, giunto nel 2021 alla sua terza edizione.

Storiae Alessandra Vuoso
Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e Alessandra Vuoso , durante l'ultima edizione di STORIAE. Foto di Antonello De Rosa

Quest'anno la rassegna è stata caratterizzata da numerose novità, a cominciare da un lieve ma significativo cambio di denominazione:

“Il nome Arkeostoriae, adoperato per le edizioni 2019 e 2020, è stato trasformato in STORIAE – archeologia e narrazioni”, spiega l'archeologa Alessandra Vuoso, ideatrice e organizzatrice della kermesse; “questo esprime un ampliamento del focus originario sulla storia antica, che abbiamo deciso di declinare in diverse discipline allo scopo di offrire spunti sulla contemporaneità e, perché no, sul futuro”.

https://www.classicult.it/storiae-archeologia-e-narrazioni-conclusasi-ledizione-2021-della-manifestazione/

Storiae Alessandra Vuoso
Al centro, sulla destra, Alessandra Vuoso durante uno degli eventi enogastronomici di STORIAE. Foto di Antonello De Rosa

L'edizione 2021 di STORIAE è stata particolarmente raffinata e ambiziosa: circa trenta gli eventi che, tra 29 agosto e 5 settembre, hanno animato non solo Ischia Ponte, storica “culla” del festival, ma anche i comuni limitrofi Lacco Ameno e Forio (alcuni dei quali in partenariato con A.I.Par.C. e col festival Forio InChiostro); impressionante inoltre il vasto assortimento delle attività proposte: dalle presentazioni di libri alle visite guidate, dalle tavole rotonde ai percorsi enogastronomici, passando per l'hiking e i percorsi musicati; un risultato notevole per un festival che, come afferma Alessandra,

“è completamente autofinanziato; il suo successo si basa sulla cooperazione con i nostri partner, nonché su una progettazione capillare che mette al primo posto la qualità scientifica dei contenuti”.

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

E il pubblico ha premiato questa dedizione aderendo massicciamente a tutte le attività: non era scontato che ciò avvenisse, considerando che gli eventi di STORIAE sono stati tra i primi in presenza dopo il lungo periodo di silenzio imposto dal COVID-19; le norme di contenimento, tutte rigorosamente rispettate, non hanno però costituito alcun ostacolo al felice svolgimento della kermesse.

Storiae Alessandra Vuoso
Foto di Antonello De Rosa

Un tale successo offre l'occasione per tirare le somme dei primi tre anni di vita del festival:

“L'idea per STORIAE è nata molti anni fa” racconta Alessandra, “all'inizio era poco più di un progetto, uno di quelli a cui si pensa continuamente con tanto entusiasmo e che attendono solo l'occasione giusta per concretizzarsi”;

e l'occasione giusta è arrivata nel 2019, quando le associazioni Medusa e Marina di Sant'Anna hanno avanzato la proposta di organizzare la VI edizione degli Incontri culturali della Baia di Cartaromana. Da questa collaborazione nacque Arkeostoriae, una tre giorni di presentazioni di libri (tra cui Gli ultimi giorni del comandante Plinio di Alessandro Luciano, diventato poi uno degli amici storici del festival) e tavole rotonde sui temi delle archeomafie e dell'educazione alla salvaguardia del patrimonio.

“La prima edizione aveva in sé tutti gli elementi che poi sono stati mantenuti negli anni seguenti, anche se in nuce; era una sorta di promessa nata dall'entusiasmo e dal desiderio di portare a termine un progetto a cui tenevamo molto”, racconta Alessandra.

Una promessa mantenuta l'anno successivo: pur nelle incertezze dovute alla fase acuta della pandemia, l'edizione 2020 di Arkeostoriae riscosse ottimi consensi.

“La seconda edizione è stata in realtà la prima realizzata in autonomia e col supporto del CeiC” spiega Alessandra; “abbiamo ampliato il focus al patrimonio archeologico di Ischia, organizzando attività collaterali quali visite guidate e percorsi enogastronomici, che sono stati riproposti quest'anno. Anche i webinar, novità dovuta alle contingenze pandemiche, si sono rivelati un valore aggiunto: quelli del 2021 sono stati visualizzati da numerosi partecipanti”.

Si è realizzato, in altre parole, quello che è sempre stato l'obiettivo dichiarato del progetto:

“Aprire le porte dell'archeologia e dei beni culturali a un ampio e variegato pubblico, perché possano essere il più possibile fruiti, apprezzati e rivalutati”.

https://www.classicult.it/arkeostoriae-archeologia-autenticita/

Foto di Antonello De Rosa

Fatto il punto sulle prime tre edizioni e in particolare sul successo dell'ultima, è lecito domandarsi quale sia il futuro di STORIAE.

“I progetti in campo sono tanti” rivela Alessandra, “tra essi c'è quello di organizzare una sessione invernale del festival, dedicata agli studenti delle scuole di ogni grado; c'è anche l'ipotesi di riunire gli atti dei convegni delle prime tre edizioni in una pubblicazione per uso scientifico”,

a riprova della grande qualità dei contenuti offerti.

Foto di Sara Silvestri

Quanto al festival estivo, prosegue Alessandra,

“stiamo lavorando perché diventi un appuntamento annuale consolidato in grado di attrarre in egual modo turisti e residenti”.

STORIAE Alessandra Vuoso
Marileda Maggi, Mariano Rizzo e Alessandra Vuoso, durante l'ultima edizione di STORIAE. Foto di Laura Del Verme

Le idee in tal senso sono molto chiare:

STORIAE non sarà mai un'autocelebrazione di studiosi, ma un momento di reale offerta culturale, un contenitore di eventi che partano da Ischia, dalla sua storia e dalla sua cultura per far innamorare tanto chi ci abita quanto chi non la conosce”.

Perché quando si parla di cultura, a fare la differenza è sempre quanto cuore ci si mette... e dentro STORIAE di cuore ce n'è tanto.

Foto di Paolo De Palma
Foto di Antonello De Rosa