Tomba Gemina: nuove scoperte archeologiche a Tarquinia

Tomba Gemina: nuove scoperte archeologiche a Tarquinia

Grazie all’intervento degli archeologi, è stato salvato uno splendido contesto funerario a Tarquinia che getta nuova luce sulla fase più antica dell’età Orientalizzante.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: ritrovamenti del corredo

Nello scorso autunno, nel cuore della necropoli di Monterozzi, a pochi metri dalla Tomba dei Tori e da quella degli Auguri, si è reso necessario un intervento d’emergenza per salvaguardare un nucleo di dieci tombe etrusche databili tra VIII e V secolo a.C. I lavori, condotti dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria Meridionale e conclusi nella loro fase di restauro, hanno svelato alcune sorprendenti scoperte avvenute in uno dei contesti sepolcrali.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: planimetria delle tombe

Proprio quello più vicino alla strada da cui erano iniziate le prime esplorazioni da parte di tombaroli è stato messo in sicurezza per evitare crolli della volta e delle pareti e ha restituito interessanti ceramiche, fortunatamente non intaccate dagli scavi clandestini, che hanno permesso agli archeologi di raccogliere informazioni sul contesto originale.

Tomba Gemina
Tomba Gemina: planimetria delle tombe
Tomba Gemina
Assonometrie
Tomba Gemina
Prospetto degli ingressi

«La tomba risale alla prima metà del VII secolo a.C. – spiega Daniele Federico Maras, funzionario della Soprintendenza per il territorio di Tarquinia – È del tipo ‘gemino’, cioè costituita da due camere indipendenti affiancate, quasi identiche tra loro e aperte a sud-ovest su altrettanti vestiboli a cielo aperto, cui si accede tramite una ripida scaletta. La copertura di entrambe le camere è del tipo a fenditura, con una volta a ogiva scavata nella roccia, chiusa in alto da una serie di lastre di nenfro, mentre lungo la parete sinistra si trova un letto, scolpito nel macco che, nel caso della camera più a nord, è decorato da zampe a rilievo».

Tomba Gemina
Tomba Gemina: letto

I danni alla sepoltura sono abbastanza rilevanti. I tombaroli, per avere accesso, hanno perforato le porte che in antico erano sigillate da lastroni di nenfro; successivamente, dopo aver razziato il corredo cercando metalli preziosi, hanno richiuso il tutto.

Statuetta
Balsamari e coppa

Sotto le macerie della Tomba Gemina, gli archeologi, setacciando la terra smossa, hanno trovato frammenti di vasi di impasto lucidato a stecca sia con decorazioni incise sia con forme configurate. Inoltre, sono stati rintracciati frammenti di una statuetta fittile raffigurante una donna piangente, diversi vasi in bucchero inciso e dipinti in stile etrusco-geometrico (tra cui alcune brocche del Pittore delle Palme), antiche coppe euboiche del tipo “a chevrons”, elementi in ferro e legno e infine lacerti di una sottile lamina d’oro probabilmente residuo di un rivestimento prezioso asportato dai profanatori.

Oinochóe in bucchero
Anforetta in bucchero
Brocca in stile etrusco-geometrico

 

Brocca in stile etrusco-geometrico

«Tutto il materiale è stato ritrovato in frantumi – commenta ancora Maras – Probabilmente rotto intenzionalmente dagli scavatori clandestini per cercare immaginari tesori nascosti nei vasi. Per fortuna, però, i frammenti sono stati lasciati in terra e ora sono finalmente al restauro, per essere restituiti alla pubblica fruizione».

«In questo modo – conclude con soddisfazione il Soprintendente Margherita Eichberg – si porta a compimento la vocazione del Ministero della Cultura, attraverso una filiera unitaria che porta dalla tutela alla valorizzazione senza soluzione di continuità. L’intervento in somma urgenza si è reso necessario per porre rimedio a un danno; ma ora, grazie all’impegno degli archeologi della Soprintendenza, l’emergenza è stata trasformata in un’opportunità di conoscenza e promozione culturale».

La Tomba Gemina, a conclusione dello scavo, sarà lasciata a vista e così la Soprintendenza ha in programma di metterla in sicurezza con un’adeguata copertura, per poterne in futuro consentire l’apertura ai visitatori.

Intanto proseguirà da parte dei restauratori il lungo intervento di conservazione sui reperti, al termine del quale sarà possibile restituirli finalmente ai tarquiniesi e al pubblico.

Tomba Gemina
Materiali al restauro

 

Tomba Gemina
Materiali al restauro

Per foto e video si ringrazia la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l’Etruria meridionale


Un santuario portatile per la dea Anuket

Un santuario portatile per la dea Anuket

Un santuario portatile per la dea Anuket”

Al via il 14 gennaio la nuova mostra del ciclo "Nel laboratorio dello studioso"

santuario legno portatile dea Anuket

Prosegue per tutto il 2022 “Nel laboratorio dello studioso”, il ciclo di mostre bimestrali dedicato all’attività scientifica condotta da curatori ed egittologi del Dipartimento Collezione e Ricerca del Museo Egizio.

La nuova mostra, dal titolo “Un santuario portatile per la dea Anuket”, debutta il 14 gennaio all’Egizio. Al centro dell’esposizione un piccolo santuario in legno, risalente al tempo del faraone Ramesse II (ca. 1279-1213 a.C.), dedicato alla dea Anuket e ad altre divinità venerate nell’importante centro religioso di Elefantina, presso Assuan, nell’Egitto meridionale. L’ottimo stato di conservazione, la presenza di un portico con due colonne sulla facciata e le decorazioni sulle pareti, tra cui una scena con navigazione fluviale della barca sacra della dea Anuket, sono alcuni degli elementi che rendono il manufatto un oggetto unico nel suo genere.

Il santuario in scala ridotta proviene dal sito di Deir el-Medina, il villaggio che durante il Nuovo Regno ospitava gli artigiani che realizzavano le tombe della Valle dei Re e delle Regine, e apparteneva ad un certo Kasa, un membro di questa particolare comunità. Lo stesso Kasa, suo figlio Nebimentet e altri loro familiari sono raffigurati sulle pareti esterne del piccolo santuario, mentre si prodigano in offerte in onore della dea Anuket e delle altre due divinità della cosiddetta triade di Elefantina, Khnum e Satet, divinità molto importanti, che si riteneva fossero preposte al controllo della piena del Nilo.

Oggetti di questo tipo sono estremamente rari. Per altri esempi di santuari lignei in scala ridotta, ma appartenenti ad epoca diversa e comunque privi del portico frontale a colonne, bisogna scomodare il ricchissimo corredo funebre del faraone Tutankhamon. La particolarità e la bellezza del piccolo santuario della dea Anuket, che arrivò a Torino con la collezione Drovetti intorno al 1824, colpì anche il pittore Lorenzo Delleani: nel suo dittico del 1871, intitolato “I Musei” ha ritratto lo scorcio di una sala dell’Egizio dell’epoca, riproducendo in primo piano proprio questo oggetto. Un dettaglio che i visitatori possono scorgere all’inizio del percorso di visita del Museo Egizio, nelle sale dedicate alla storia della collezione, dove il dipinto è attualmente in esposizione.

A far da corollario al santuario sono esposte alcune stele che testimoniano la vita religiosa della comunità di Deir el-Medina. Spiccano fra queste una stele dedicata al sovrano divinizzato Amenhotep I e a sua madre, la regina Ahmose Nefertari, considerati numi tutelari del villaggio, una stele dedicata ad una manifestazione della dea Hathor ed una realizzata in onore della dea serpente Meretseger, “colei che ama il silenzio”.

Altri oggetti in mostra ci parlano poi di culti legati ad una sfera più domestica e familiare: piccole stele e busti che testimoniano, ad esempio, la devozione verso gli antenati, o figurine femminili in terracotta impiegate in rituali connessi con la fertilità, con la protezione della maternità e la cura di punture di scorpioni o morsi di serpenti.

La mostra è stata curata da Paolo Del Vesco, curatore e archeologo del Museo Egizio dal 2014, con esperienze di scavo in Italia, Siria, Arabia Saudita, Egitto e Sudan. In particolare, Del Vesco ha partecipato alle missioni archeologiche del Museo Egizio a Saqqara e a Deir el-Medina e ha collaborato alla realizzazione delle mostre “Missione Egitto 1903-1920. L’avventura archeologica M.A.I. raccontata” (2017-2018) e “Anche le statue muoiono. Conflitto e patrimonio tra antico e contemporaneo” (2018) e delle nuove sale dell’Egizio “Alla ricerca della vita. Cosa raccontano i resti umani?” (2021).

Sono previste due visite guidate da un’ora con il curatore della mostra: la prima il 25 gennaio e la seconda il 1° marzo, entrambe alle 16,30. La partecipazione è consentita a un massimo di 25 persone con prenotazione online; il costo è di 7 euro a persona (escluso il biglietto d’ingresso). La mostra si conclude il 20 marzo 2022.

Testo e foto dall'Ufficio stampa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino


Museo Salinas: frammento del Partenone tornerà in Grecia

È stato raggiunto un accordo di importanza capitale tra il Governo Musumeci e la Grecia: un frammento del Partenone, una lastra di marmo pentelico raffigurante un piede della dea Artemide o della dea Peitho, appartenente al fregio orientale del Partenone, da anni custodito al Museo Archeologico Regionale "Salinas" di Palermo, farà ritorno in patria grazie al dialogo tra l’Assessore Regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Alberto Samonà, e il Ministro greco della Cultura e dello Sport, Lina Mendoni.

Frammento del Partenone
Il frammento del Partenone, la lastra Fagan, foto: Museo Salinas

Il reperto era giunto in Sicilia nella prima metà dell'Ottocento grazie al console inglese Robert Fagan (da qui il nome "lastra Fagan"). Simbolico il gesto della Sicilia che funge da apripista per il ritorno ad Atene dei marmi del Partenone, un tema fortemente discusso e che da tempo accende il dibattito internazionale.

Anfora geometrica dell'VIII secolo a.C.

Come segno di ringraziamento, dalla capitale greca arriveranno a Palermo una statua acefala della dea Atena, risalente al V secolo a.C., e un'anfora geometrica dell'VIII secolo a.C. L'accordo tra le parti prevede anche l'organizzazione di eventi in comune su temi culturali di respiro internazionale.

Statua acefala della dea Atena, risalente al V secolo a.C.

"Vorrei esprimere – sottolinea il ministro della Cultura e dello sport della Repubblica Greca, Lina Mendonila mia più profonda gratitudine alla Giunta regionale siciliana e al suo presidente Nello Musumeci, nonché all’assessore regionale ai Beni culturali Alberto Samonà.

La nostra collaborazione affinché il frammento del fregio orientale del Partenone, oggi custodito al museo archeologico regionale Salinas di Palermo, possa essere esposto per un lungo periodo presso il Museo dell’Acropoli, nel suo naturale contesto, è stata impeccabile e costruttiva. Soprattutto, desidero qui esprimere la mia gratitudine per gli instancabili e sistematici sforzi del Governo siciliano e dell’assessore Alberto Samonà per aver intrapreso la procedura verso l’accordo legale ai sensi del Codice dei Beni culturali della Repubblica Italiana, affinché questo frammento possa ritornare definitivamente ad Atene.

Dal novembre del 2020, quando sono iniziate le discussioni tra di noi, fino ad oggi, – prosegue il Ministro Mendoni – l’assessore Samonà ha sempre dichiarato in ogni modo il suo amore per la Grecia e per la sua cultura. Nel complesso, l’intenzione e l’aspirazione del Governo siciliano di rimpatriare definitivamente il fregio palermitano ad Atene, non fa altro che riconfermare e rinsaldare ancora di più i legami culturali e di fratellanza di lunga data tra le due regioni, e il riconoscimento di fatto di una comune identità mediterranea. In questo contesto, il Ministero della Cultura e dello sport ellenico inizia con grande piacere la sua collaborazione con il museo Salinas, non solo per esporre importanti antichità provenienti dal Museo dell’Acropoli, ma anche per azioni e iniziative generali future.

Con questo gesto, il Governo della Sicilia indica la via per il definitivo ritorno delle sculture del Partenone ad Atene, la città che le ha create”.

Frammento del Partenone
Il frammento del Partenone, la lastra Fagan, foto: Museo Salinas

 

L’approdo del fregio palermitano al Museo dell’Acropoli – sottolinea il direttore del Museo dell’Acropoli di Atene, Nikolaos Stampolidis – risulta estremamente importante soprattutto per il modo in cui il Governo della Regione Siciliana, oggi guidato dal presidente Nello Musumeci, ha voluto rendere possibile il ricongiungimento del fregio Fagan con quelli conservati presso il Museo dell’Acropoli.

Questo gesto già di per sé tanto significativo, viene ulteriormente intensificato dalla volontà da parte del Governo regionale siciliano, qui rappresentato dall’assessore Alberto Samonà, che ha voluto, all’interno di un rapporto di fratellanza e di comuni radici culturali che uniscono la Sicilia con l’Ellade, intraprendere presso il Ministero della Cultura italiano la procedura intergovernativa di sdemanializzazione del fregio palermitano, affinché esso possa rimanere definitivamente sine die ad Atene, presso il Museo dell’Acropoli suo luogo naturale. In tal modo sarà la nostra amatissima sorella Sicilia ad aprire la strada ed a indicare la via per la restituzione alla Grecia anche per gli altri fregi partenonici custoditi oggi presso altre città europee e soprattutto a Londra ed al British Museum. Questa volontà, che rappresenta un fulgido esempio di civiltà e fratellanza per tutti i popoli, si sposa anche in un felicissimo ed emblematico connubio culturale con la decisione del 29 settembre 2021 espressa dall’Unesco nei riguardi del ritorno in Grecia delle sculture che si trovano presso il Museo londinese”.

frammento del Partenone Museo Salinas lastra Fagan
Alberto Samonà con il frammento dal Partenone

Foto dall'Ufficio Stampa Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana – Museo A. Salinas, CoopCulture Ufficio stampa Sicilia

Il frammento del Partenone, la lastra Fagan, foto: Museo Salinas

Al Museo Barracco riapre la Casa romana chiusa da oltre 20 anni

Al Museo Barracco riapre la Casa romana chiusa da oltre 20 anni

Il Museo Barracco è tra i primi musei al mondo a dotarsi del sistema Li-Fi, acronimo di Light Fidelity. Un meccanismo di comunicazione tra i più moderni e innovativi che consente di trasmettere informazioni e immagini in modalità wireless, mediante la modulazione della luce, da appositi faretti LED (trasmettitori) ai dispositivi mobili dei visitatori dotati di fotocamera (ricevitori).

Per fruire dei contenuti multimediali di approfondimento, rispetto al percorso di visita ordinario, basterà scaricare l’apposita app e posizionare lo smartphone o il tablet sotto la luce del faretto Li-Fi.

Una soluzione realizzata con attenzione a modalità di fruizione ‘non tradizionali’: è presente infatti una doppia modalità di fruizione, sia per vedenti che per non vedenti (o ipovedenti), grazie all’utilizzo di tracce audio realizzate a partire dai contenuti testuali.

La casa romana del Museo Barracco. Foto: Francesco Giordano

La sperimentazione coinvolgerà una selezione di 14 punti di interesse, di cui 9 nelle sale al piano terra e al primo piano e 5 nella c.d. Casa romana, risalente nelle sue principali strutture documentate al IV secolo d.C. e situata nei sotterranei del museo, che riapre al pubblico per l’occasione dopo oltre 20 anni di chiusura.

casa romana Museo Barracco
La casa romana del Museo Barracco. Foto: Francesco Giordano

La scoperta risale al 1899 quando durante i lavori di parziale demolizione dell’edificio rinascimentale, sede del Museo, venne casualmente alla luce questo straordinario edificio. Ad oltre 4 metri di profondità al di sotto del piano stradale attuale, la domus è dotata di peristilio con colonne che in antico dovevano circondare un’area scoperta.

Il cortile porticato si conserva in parte con basi e capitelli sia interi che frammentati. Si possono ammirare inoltre la pavimentazione marmorea, elementi di arredo riferibili a fontane e una mensa ponderaria.

casa romana Museo Barracco
La casa romana del Museo Barracco. Foto: Francesco Giordano

Sia per gli alzati sia per ulteriori elementi decorativi fu utilizzato marmo bianco e colorato, mentre le pareti erano decorate con affreschi, a soggetto acquatico e terrestre, distaccati negli anni Settanta e attualmente conservati nel Museo.

Nei secoli l’edificio subì diverse modifiche strutturali con riutilizzo di materiale di recupero asportato da edifici in disuso e molti degli elementi reimpiegati si datano infatti sia ad epoca augustea sia giulio-claudia. L’ultima fase di vita documentata e con essa la maggior parte delle strutture risale invece al IV secolo d.C.

La casa romana del Museo Barracco. Foto: Francesco Giordano

Molto discussa l’identificazione della struttura. Secondo un’ipotesi abbastanza diffusa si tratterebbe di una delle sedi o di alcuni ambienti delle celebri quattro fazioni degli aurighi che competevano nel Circo, informazione a noi nota grazie alle fonti antiche con il nome di Stabula quattuor factionum.

I resti che si conservano al di sotto del Museo Barracco sono importanti per la loro ubicazione nel cuore del Campo Marzio e per lo studio di edifici pubblici nel centro pulsante di Roma.

La domus, che non è accessibile al pubblico dal 2000, sarà straordinariamente aperta tutti i giorni fino al 9 gennaio e, successivamente, fino alla fine di febbraio, solo nei fine settimana, dal venerdì alla domenica.

La riapertura temporanea della Domus, legata alla sperimentazione, è solo il primo passo di un più ampio e complesso progetto di valorizzazione del sito che avrà sviluppo nei prossimi mesi.

Foto: Francesco Giordano, dall'Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura.


Nuove scoperte archeologiche in via Luigi Tosti

Siamo in via Luigi Tosti nel quartiere Appio Latino e durante dei lavori di archeologia preventiva per la sostituzione della rete idrica, alcuni archeologi della società Sita srl hanno portato alla luce tre edifici sepolcrali appartenenti ad uno stesso complesso funerario sulla via Latina e databili tra I secolo a.C. e I secolo d.C.

Tombe via Luigi Tosti
Tombe via Luigi Tosti. Foto: Fabio Caricchia

Le strutture, parzialmente compromesse a causa di precedenti lavori che ne hanno danneggiato alcune parti, mostrano un possente basamento in opera cementizia e si caratterizzano per le pareti che in una sono in blocchi di tufo giallo, nella seconda in opera reticolata, mentre della terza resta un basamento.

Un edificio mostra segni di combustione, forse un incendio che ha devastato la struttura e ne ha determinato l’abbandono. I rinvenimenti sono avvenuti a circa mezzo metro rispetto all’attuale piano stradale, e hanno portato alla luce una olla cineraria in ceramica comune, ancora perfettamente integra e contenente anche resti ossei) e una sepoltura a inumazione in nuda terra di un individuo giovane.

Tombe via Luigi Tosti
Tombe via Luigi Tosti. Foto: Fabio Caricchia

Il complesso funerario era stato costruito sfruttando una cava di pozzolana abbandonata e dagli strati della cava, prima della realizzazione delle strutture funerarie provengono numerosi frammenti di intonaci colorati e anche una testa canina in terracotta. Il manufatto, la cui funzione originaria era quella di gocciolatoio, è stato qui rinvenuto privo del foro di scolo e aveva quindi perso il ruolo principale per fungere solamente a scopo decorativo.

Tombe via Luigi Tosti
Tombe via Luigi Tosti. Foto: Fabio Caricchia

Lo studio dei materiali e la comparazione con altri reperti ritrovati lungo l’antica via Latina, zona dove sono emersi numerosi edifici funerari porterà ad approfondire lo studio dell’area. A poche decine di metri nel 1956 è stato infatti scoperto lo straordinario ipogeo di via Dino Compagni, che si caratterizza per la varietà architettonica degli ambienti e per la straordinaria decorazione di oltre 100 affreschi, con cicli pittorici pagani alternati a dipinti cristiani.

Tombe via Luigi Tosti
Tombe via Luigi Tosti. Foto: Fabio Caricchia

«Una scoperta che getta nuova luce su un contesto importantissimo – secondo Daniela Porro, Soprintendente Speciale di Roma –, quella via Latina che da Porta Capena arrivava fino a Capua e il cui tracciato è oggi ancora visibile nei Parchi degli Acquedotti e delle Tombe di via Latina. Ancora una volta Roma mostra importanti tracce del passato in tutto il suo tessuto urbano».

 

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2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

IL MINISTRO DARIO FRANCESCHINI E IL GENERALE ROBERTO RICCARDI PRESENTANO ALLA STAMPA I RECENTI RITROVAMENTI

COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E TUTELA DEI BENI CULTURALI, RIENTRANO REPERTI DAGLI STATI UNITI E DA ALTRI PAESI. IL MINISTRO FRANCESCHINI PRESENTA I RECUPERI DEL 2021

La Dichiarazione di Roma, a conclusione dei lavori del G20 Cultura, aveva affermato la volontà comune dei Paesi membri di cooperare con crescente impegno per la tutela del patrimonio culturale.

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Nei mesi scorsi sono stati diversi i segnali giunti in questa direzione. Recente la presentazione a Bari, presso il Castello Svevo, di 782 reperti archeologici della civiltà Daunia che erano stati esportati illecitamente nel Belgio, rimpatriati grazie all’impegno della Procura della Repubblica di Foggia e dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Bari, ma con l’indispensabile apporto dell’Autorità giudiziaria belga e il coordinamento di Eurojust.

https://www.classicult.it/operazione-taras-sgominato-traffico-oltre-2000-reperti-archeologici/

Più vicini nel tempo, il 10 dicembre, i risultati dell’operazione Taras, coordinata dalla Procura di Taranto e che ha visto all’opera, con la Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC, le forze di polizia di Germania, Olanda, Svizzera e Belgio. In questo caso sono stati oltre 2.000 i beni recuperati, prevalentemente riconducibili alle civiltà antiche della Puglia e della Basilicata. Gli oggetti sono stati rinvenuti con le perquisizioni a carico dei 13 indagati per associazione a delinquere, in provincia di Taranto prima che fossero espatriati e ancora una volta nel Belgio, importante mercato per i beni di settore.

L’ultima bella notizia proviene da Oltreoceano. Il 15 dicembre a New York, presso il nostro Consolato Generale, il Procuratore Distrettuale di Manhattan Cyrus Vance ha restituito all’Italia 201 pezzi pregiati che nell’arco degli ultimi decenni erano finiti negli USA, smerciati dai grandi trafficanti internazionali e acquisiti –a volte dopo vari passaggi di mano– da importanti musei, case d’asta, gallerie antiquarie e collezionisti privati. Il giorno dopo i Carabinieri del Tpc, che su quei reperti avevano indagato insieme ai colleghi di F.B.I. e H.S.I. (Homeland Security Investigations), hanno riportato a casa in aereo i tesori.

È molto vario il bottino confluito nel caveau di via Anicia dei detective dell’arte, che comprende sculture in marmo e teste in terracotta, antefisse e crateri, vasi e anfore, coppe e brocche, monete in argento. Sono opere d’arte e oggetti di uso comune di grande interesse storico, risalenti alle civiltà romana, etrusca, magnogreca e apula. La datazione si colloca fra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C., il valore complessivo può essere stimato in circa 10 milioni di euro.

Dei 201 reperti, 161 sono stati rimpatriati e 40 resteranno in mostra, fino al marzo 2022, presso il Consolato Generale d’Italia a New York e l’attiguo Istituto Italiano di Cultura. Spicca nel novero dei beni rientrati un interessante nucleo di pithoi, con decorazione “white on red”, tra cui si distingue quello che rappresenta l’accecamento di Polifemo da parte di Ulisse.

Sulla sinistra, pithos etrusco del VII sec. a.C. - Fordham Museum; sulla destra pithos etrusco del VII sec. a.C. - Getty Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

A questi si aggiungono alcuni vasi in impasto con decorazione incisa. Da segnalare un’anforetta ad anse cuspidate, di tipica produzione laziale, presente ad esempio a Crustumerium, sito archeologico in passato diffusamente interessato da scavi clandestini.

Anforetta con anse cuspidate del VIII sec. a.C. - Fordham Museum (da scavi clandestini in area Laziale)

Per continuare con la produzione etrusca, è molto interessante l’anfora a figure nere attribuita al Pittore di Micali.

Anfora etrusca a figure nere attribuita al Micali Painter del 540-530 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

Passando all’ambito magno-greco, spicca il cratere a campana pestano attribuito a Python, unico ceramografo del luogo insieme ad Assteas di cui si conosca il nome, raffigurante Dioniso e un satiro.

Cratere a campana pestano attribuito a Python del 340 a.C. ca - Fordham Museum

(da scavi clandestini in area magnogreca)

È rappresentata anche la ceramica apula con due phialai, di cui una attribuita alla bottega del Pittore di Dario.

Sulla sinistra, phiale apula (Dario) del 340 a.C. - Fordham Museum, sulla destra phiale apula del 340 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in area magnogreca)

Quella attica è invece presente con una hydria a figure nere, attribuita al Gruppo di Leagros, che mostra sulla spalla Herakles che combatte il leone Nemeo, mentre sul corpo lo stesso eroe, dopo le fatiche, è sdraiato su kline affiancato da Atena, Hermes e Iolao.

Hydria attica a figure nere attribuita al Leagros Group del 510 a.C. - Fordham Museum

(da scavi clandestini in Etruria meridionale)

Tra i 40 reperti in mostra a New York, emerge la testa in marmo raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, del II sec. d.C., provento di rapina a mano armata perpetrata da ignoti il 18 novembre 1985 ai danni dell’Antiquarium dell’anfiteatro campano di Santa Maria Capua Vetere (CE).

Testa in marmo raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, II sec. d.C.

La testa è stata individuata nel settembre 2019 dalla Sezione Elaborazione Dati del Comando TPC e segnalata al Reparto Operativo, quale lotto d'asta del 28 ottobre successivo a New York. Il bene, che partiva da una base d’asta di 600.000 dollari USA, su richiesta dei Carabinieri è stato ritirato dalla vendita. Il dato è stato poi comunicato, fornendo gli elementi utili all’identificazione e alla rivendica, al dr. Matthew Bogdanos, responsabile dell’Antiquities Trafficking Unit del Manhattan District Attorney’s Office – County of New York (USA), che nel mese di giugno 2020 ha disposto il sequestro.

La vicenda, oltre a dimostrare come la restituzione alla collettività dei preziosi beni consenta la ricomposizione di percorsi storici, culturali e sociali, altrimenti leggibili solo parzialmente, costituisce prova della collaborazione consolidatasi, nel corso degli anni, tra il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e le Autorità Giudiziarie e di Polizia statunitensi, in particolare con il New York County District Attorney.

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, nel presentare oggi presso la sede del Comando TPC i reperti, ha illustrato i dati statistici del 2021 sul contrasto ai traffici illeciti dei beni culturali.

L’attività operativa dell’anno, fino a oggi, ha fatto registrare 261 verifiche sulla sicurezza in musei, biblioteche e archivi, 549 perquisizioni, 1.182 persone denunciate, 23.363 beni archeologici e paleontologici recuperati e 1.693 opere false sequestrate (con un valore, qualora immesse sul mercato come autentiche, di oltre 427 milioni di euro).

I furti di beni culturali sono stati complessivamente 334, così ripartiti: musei 12, luoghi espositivi 83, luoghi di culto 122, archivi 11, biblioteche 16, luoghi privati e pertinenze 90.

Sono stati 38.716 i beni d’arte controllati nella “Banca Dati Leonardo” e 1.700 i controlli alle aree archeologiche terrestri e marine, alcuni eseguiti in collaborazione con i Carabinieri del Raggruppamento Aeromobili o dei Nuclei Subacquei, 57 le persone denunciate per scavo clandestino.

Ammontano a 2.617 i controlli effettuati ad esercizi antiquariali, in parte svolti online anche su cataloghi d’asta, a 392 le verifiche a mercati e fiere.

Dall’inizio dell’anno i Carabinieri del TPC hanno effettuato 1.811 controlli a siti monumentali o paesaggistici (questi ultimi svolti d’intesa con il comparto Forestale dell’Arma), rilevando attività illecite e procedendo al deferimento di 225 persone e al sequestro di 10 immobili e 25 tra aree paesaggistiche o strutture (edificate senza le previste autorizzazioni) ricadenti in aree soggette a vincolo.

2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Testo, foto e video dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale

2021 Italia traffico illecito beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Cultura: Franceschini, Italia leader nel contrasto al traffico illecito opere d’arte
Auspico rapida approvazione ddl inasprimento pene reati contro patrimonio culturale
2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali
“Un recupero straordinario di 200 opere d’arte, di capolavori importanti e assoluti. In gioco non c'è soltanto il valore economico, ma quello identitario e culturale, che verrà sviluppato in tutta la sua potenza nel momento in cui le opere torneranno nei luoghi di provenienza da cui sono state trafugate”.
Così il ministro della Cultura, Dario Franceschini, è intervenuto oggi alla conferenza stampa di presentazione dei recenti ritrovamenti frutto delle attività di contrasto al traffico illecito di beni culturali svolta dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e del resoconto del lavoro svolto nel corso del 2021.
2021 Italia traffico illecito beni culturali2021 Italia traffico illecito beni culturali
“Il lavoro dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale è eccellente e stimato in tutto il mondo ed è motivo d’orgoglio per l’intero paese che è ormai riconosciuto come leader nella lotta al traffico illecito di beni culturali. Questa operazione - ha aggiunto il ministro - rientra in quella che abbiamo portato al centro della Dichiarazione di Roma, documento finale del G20 Cultura, per sensibilizzare la comunità internazionale nel contrasto al traffico illecito di opere d’arte. Come per il progetto “100 opere tornano a casa” - ha proseguito Franceschini - anche questi reperti archeologici torneranno, grazie a un grande lavoro scientifico, nei musei territorialmente più affini a ciascuno di essi: sarà una grande operazione che valorizzerà il nostro straordinario Paese come museo diffuso”.

https://www.classicult.it/musei-cento-100-opere-arte-tornano-casa-depositi-pubblico/

Il ministro ha poi concluso con un riferimento al nuovo regime sanzionatorio dei reati al patrimonio culturale, al centro di un provvedimento legislativo da poco approvato all’unanimità dal Senato e ora all’esame della Camera dei Deputati:

“Sono sicuro che in un tempo molto breve il nuovo regime sanzionatorio diventerà legge e questo aiuterà molto a contrastare i traffici illeciti e a far capire quanto è grave danneggiare o rubare il patrimonio culturale del nostro paese che è la base di tutta la nostra storia”.
Roma, 30 dicembre 2021
2021 Italia traffico illecito beni culturali
2021: Italia leader nel contrasto al traffico illecito di beni culturali

2021 Italia traffico illecito beni culturali

Testo dall'Ufficio Stampa e Comunicazione MiC

Avviato un progetto di restauro per il cavallo scoperto da Maiuri

I resti scheletrici di un cavallo ritrovati nel 1938 da Amedeo Maiuri in un ambiente a sud di via dell’Abbondanza ora saranno sottoposti a restauro e valorizzazione a cura del Parco archeologico di Pompei. Lo scheletro dell’animale, un esemplare alto 1 metro e 34 al garrese, si suppone fosse impiegato per il trasporto delle merci e fu ritrovato in quella che si presuppone essere una stalla.

https://www.youtube.com/watch?v=5EnrBBo3ma4

La struttura di forma quadrata era in muratura, forse una mangiatoia con i resti che a mano a mano emergevano da sotto lo strato di lapillo: il cranio, poi il collo, poi la colonna vertebrale e ancora altre ossa del corpo oltre a residui organici identificati come paglia.

Come in uso, Maiuri lasciò in loco i resti scheletrici dell’equide rimettendo in piedi il cavallo su una struttura in metallo e coprendolo con una tettoia, ma l’abbandono e il degrado finirono per danneggiare la struttura e gli stessi reperti ossei che cominciarono ad ossidarsi e a cambiare colore. Per questo motivo il Parco archeologico di Pompei ha dato avvio ad una campagna di restauro con un nuovo progetto che punterà alla tutela e alla valorizzazione dello stesso.

cavallo Amedeo Maiuri
Foto cavallo 1941-1942 - archivio fotografico del Parco archeologico di Pompei

Come primo procedimento si è effettuato un rilievo 3D così da avere un modello digitalizzato, successivamente verranno smontate le varie parti e assemblate in posizione scientificamente corretta con materiali nuovi e in grado di assicurarne anche le necessarie condizioni di tutela.

Inoltre sarà predisposto un modellino del cavallo in 3D così da poter essere toccato da persone ipovedenti per fare comprendere anche grazie alla scrittura in braille la storia, lo scavo e il restauro dell’animale.

cavallo Amedeo Maiuri
Cavallo di Maiuri. Foto: Parco archeologico di Pompei

Si tratta di un intervento multidisciplinare, che vede all'opera i restauratori in primis e gli archeologi, costantemente affiancati in ogni fase degli interventi da un archeozoologo al fine di condurre un adeguato studio scientifico del cavallo, non affrontato all’epoca del Maiuri, che sarà in grado di fornire ulteriori e importanti informazioni sul tipo di animali che venivano utilizzati a Pompei e sulle loro caratteristiche. - sottolinea il Direttore del Parco Gabriel ZuchtriegelIl progetto di valorizzazione del reperto nel suo nuovo allestimento lo renderà, inoltre, fruibile a tutti i visitatori, nell'ottica della massima accessibilità e inclusività, anche relativamente alla conoscenza delle attività di restauro del Parco”.

https://www.youtube.com/watch?v=oEXu8RT2iCI


I segreti della mummia di Amenhotep I svelati grazie alla tecnologia

I segreti della mummia di Amenhotep I ancora nascosti dalle bende e dalla maschera funeraria sono stati svelati grazie ad indagini scientifiche condotte da Zahi Hawass e dalla Dott.ssa Sahar Saleem, docente di Radiologia alla Facoltà di Medicina dell’Università del Cairo ed esperta internazionale in Radiologia delle antichità. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Medicine e i dettagli raccontati alla stampa dallo stesso famoso egittologo.

La dott.ssa Saher Saleem and Zahi Hawass. Photo Courtesy of Zahi Hawass

La Saleem e Hawass hanno utilizzato una scansione tomografica computerizzata (TAC) che grazie ad un software molto avanzato ha permesso di sbendare “virtualmente” la mummia del faraone con un metodo non invasivo estremamente sicuro che ha permesso così di fare indagini senza toccare la mummia. Gli studi rivelano per la prima volta il viso del re Amenhotep I, la sua età, le sue condizioni di salute oltre ai tanti segreti sulla sua mummificazione e il suo riseppellimento.

La mummia del faraone con la sua meravigliosa maschera funeraria è stata l’icona della Golden Royal mummies' Parade nell’aprile scorso in occasione della traslazione dei corpi reali dal Museo Egizio di piazza Tahrir al nuovo Museo Nazionale della Civiltà egizia (NMEC) al Cairo.

Amenhotep I
Le nuove analisi sulla mummia di Amenhotep I. Foto Credits: Sahar Saleem e Zahi Hawass

Amenhotep I salì al trono dopo la morte del padre Ahmose I, il conquistatore degli Hyksos e fondatore del Nuovo Regno mantenne il potere per 21 anni dal 1525 al 1504 a.C. durante la 18esima dinastia. La sua mummia fu ritrovata nel 1881 a Luxor nella necropoli reale di Deir-el Bahri dove al posto delle mummie di molti precedenti re e regine furono sepolti in antico i loro successori della 21esima dinastia.

Dopo il trasferimento al Museo del Cairo nel 1881, tutte le mummie reali, ad eccezione di quella di Amenhotep I, furono sbendate negli anni successivi fino al 1896; quella del faraone fu l’unica a conservarsi integra per preservare l’eccezionale bellezza della maschera funeraria e delle ghirlande di fiori colorati che ricoprivano tutta la mummia e che dovevano essere così profumate al momento della sepoltura da richiamare all'interno del sarcofago una vespa, poi ritrovata dagli archeologi.

Amenhotep I
Il teschio del faraone, con denti in buone condizioni, mostrato dalle nuove analisi sulla mummia di Amenhotep I. Foto Credits: Sahar Saleem e Zahi Hawass

Il viso e i segreti del faraone sono rimasti avvolti nel mistero fino ad oggi quando i due scienziati egiziani hanno potuto esaminare la mummia usando un macchinario per la TAC collocato nel giardino del Museo del Cairo. I moderni strumenti per la scansione tomografica e i programmi innovativi utilizzati per queste indagini hanno consentito alla Prof.ssa Saleem di rimuovere virtualmente i bendaggi senza toccare la mummia e causare quei danni irreversibili che i precedenti sistemi utilizzavano per sbendare i corpi.

Lo studio ha rivelato che il faraone è stato mummificato nella cosiddetta "posizione di Osiride" cioè con gli avambracci incrociati sul corpo e ha permesso di conoscerne il viso e la sua somiglianza con il padre determinando anche l’età di 35 anni al momento della morte e il buono stato di salute del re, senza rivelare le cause di morte. Infine è stato possibile individuare il particolare metodo di imbalsamazione che non ha previsto la rimozione del cervello dal cranio come in altre mummificazioni tipiche del Nuovo Regno come quelle di Tutankhamon e Ramesse II dove il cervello era rimosso e il cranio riempito di resine e materiali per l’imbalsamazione.

La mummia di Amenhotep I. Foto Credits: Sahar Saleem e Zahi Hawass

Le radiografie 3D hanno rivelato la presenza di 30 amuleti all’interno della mummia e tra le sue bende così come la presenza di una cintura sotto la schiena adornata di 34 ciondoli d’oro. La conservazione degli amuleti e della mummia dimostra anche l’estrema cura con cui i sacerdoti della 21esima dinastia provvidero a sostituire le sepolture conservando le vecchie mummie e i loro segreti.

Foto Courtesy of Zahi Hawass

il ritorno del guerriero elmo Villa Giulia tomba 55

Il ritorno del guerriero: l'elmo di Vulci dalla tomba 55, necropoli dell’Osteria

Il ritorno del guerriero - Un’iscrizione etrusca nascosta per circa 2400 anni all’interno dell’elmo della tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci offre nuovi dati per la ricostruzione dell’arte della guerra nel mondo etrusco-italico della metà del IV secolo a.C.

Un elmo venuto alla luce nel 1930 ed esposto sin quasi da subito insieme al resto del corredo nelle sale del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia ha svelato dopo quasi un secolo il segreto che custodiva gelosamente da quasi 2400 anni.

Una breve iscrizione etrusca nascosta al suo interno era finora sfuggita all’attenzione di tutti, nonostante la cura con la quale Ugo Ferraguti e Raniero Mengarelli - artefici della scoperta - avevano trattato i materiali rinvenuti a partire dal 1928 durante le fortunatissime campagne di scavo realizzate nella necropoli dell’Osteria di Vulci.

il ritorno del guerriero elmo Villa Giulia tomba 55
Veduta laterale dell’elmo italico a calotta con gola e dischetti di bronzo fuso per la protezione dei lobi auricolari dalla tomba 55 della necropoli dell’Osteria di Vulci, scavi Ferraguti-Mengarelli 1930. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

Si trattava delle prime indagini archeologiche condotte con metodo scientifico moderno nell’antica città etrusca, dopo secoli di saccheggi quasi indiscriminati. La morte prematura di entrambi gli scavatori ha impedito finora la loro pubblicazione per problemi legati anche allo studio della documentazione di scavo. Nonostante questo, i contesti più importanti vennero sin da subito destinati alla pubblica fruizione nelle sale vulcenti di Villa Giulia.

Un recente intervento di digitalizzazione e di verifica dello stato di conservazione di alcune armi custodite nelle collezioni del Museo ha portato all’inattesa scoperta. I risultati dello studio scientifico dell’iscrizione e una sua prima proposta interpretativa appariranno sul prossimo numero della rivista Archeologia Viva.

L’epigrafe, incisa all’interno del paranuca dopo la manifattura, restituisce molto probabilmente un gentilizio privo finora di riscontri puntuali nell’onomastica etrusca, a fronte di migliaia di iscrizioni note.

Se si escludono gli esemplari con dediche votive e un gruppo di 60 elmi (su 150) tutti contraddistinti dal medesimo gentilizio rinvenuti sull’acropoli di Vetulonia nel 1904, sono circa una decina le armi di questo tipo caratterizzate da iscrizioni come quella appena individuata, documentate in ambito etrusco e italico tra il VI e il III secolo a.C.

Si tratta, dunque, di un tipo di evidenza molto rara che offre informazioni fondamentali per la ricostruzione dell’organizzazione militare e dell’evoluzione dell’arte della guerra nell’Italia preromana.

In base al suo esame tipologico e alle informazioni fornite dagli altri oggetti del corredo della tomba 55 (una delle più ricche tra quelle coeve rinvenute a Vulci), la deposizione dell’elmo può essere datata intorno alla metà del IV secolo a.C. Siamo in un’epoca caratterizzata da una forte conflittualità tra popoli che competevano per il predominio nella nostra Penisola o per la semplice sopravvivenza, minacciata dalla calata dei Celti che nel 390 avevano messo a ferro e fuoco la stessa Roma.

L’elmo di Vulci si inserisce perfettamente in questo contesto e, grazie alla sua iscrizione, racconta una pagina inedita della vita di un guerriero del suo tempo, anche se non è possibile stabilire con certezza se il nome conservato coincida con quello del suo ultimo proprietario. Molti indizi, infatti, ci portano a cercare le sue origini in un'altra città, al confine tra Umbri ed Etruschi, Perugia.

La lettura non comporta particolari difficoltà e consente di ricostruire una sequenza completa di 7 lettere disposte ai lati di un ribattino: HARN STE.

Quest’ultimo ostacolo sembrerebbe essere stato considerato dall’autore dell’epigrafe la quale, molto probabilmente, va letta come un’unica parola, quasi certamente un gentilizio per analogia con le altre iscrizioni rinvenute su elmi e caratterizzate da una simile collocazione. La presenza all’interno doveva infatti essere nota solo a chi utilizzava l’elmo e, quindi, molto probabilmente doveva indicare il suo proprietario. Questo rafforzava il senso di appartenenza di un oggetto di vitale importanza che, nel nascondere le sembianze del guerriero e nel proteggerlo, diveniva la sua proiezione metaforica.

Se i guerrieri potevano viaggiare come mercenari alle dipendenze del migliore offerente, ancora di più potevano viaggiare le loro armi, donate come premio o acquisite come preda bellica sul campo di battaglia.

Veduta posteriore dell’elmo con il paranuca e il ribattino in corrispondenza del quale è stata incisa all’interno l’iscrizione Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

Contrariamente a quanto si pensava finora, è possibile che il nostro elmo non sia stato prodotto a Vulci ma a Perugia dove è documentato il maggior numero di esemplari di questo tipo peculiare, una via di mezzo tra i più antichi elmi tipo “Negau” di tradizione etrusca e quelli cosiddetti “Montefortino”, di tradizione celtica ma molto popolari anche nel mondo italico e nella Roma repubblicana. Tale provenienza sembrerebbe confermata dal gentilizio restituito dall’iscrizione, molto simile a quello documentato in un’epigrafe latina rinvenuta nei pressi del celebre ipogeo dei Volumni di Perugia e appartenuta a una donna di origini etrusche vissuta nel I secolo a.C.: Harnustia.

Analogie possono essere ravvisate anche con i gentilizi Havrna, Havrenies/Harenies attestati agli inizi del III secolo a.C. a Bolsena, a metà strada tra Vulci e Perugia.

A Perugia sembra tuttavia ricondurci quella che potrebbe essere l’origine del nome, se è corretto ipotizzare una sua correlazione con il toponimo Aharnam, menzionato da Tito Livio (X, 25.4) come sede di un accampamento romano alla vigilia della celebre battaglia delle Nazioni avvenuta presso Sentino nel 295 a.C. È infatti assai probabile che il piccolo centro etrusco-umbro menzionato da Livio vada identificato con la moderna Civitella d’Arna, vicinissima a Perugia. Il gentilizio del nostro guerriero si sarebbe dunque potuto formare traendo origine dal nome della città di cui era originario, come testimoniano diverse iscrizioni su armi, anche a seguito della mobilità dei militari e della loro eventuale propensione a essere chiamati con il nome del luogo di provenienza.

Riecheggiano forse nella mente le grida del pubblico acclamante le gesta del gladiatore “Hispanico” nell’arena del Colosseo reso immortale cinematograficamente da Russel Crowe nella celebre pellicola di Ridley Scott.

Dettaglio dell’iscrizione. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto Mauro Benedetti)

Anche se non è più possibile stabilire se Harnste fosse il suo gentilizio o quello di un rivale ucciso su un ignoto campo di battaglia, ci piace pensare che il pubblico che da ora in poi ammirerà l’elmo vulcente potrà memorizzare non soltanto il freddo numero d’ordine di una tomba ma anche qualcosa di più intimo e personale, come un nome e alcuni brandelli della possibile storia di chi, un tempo, lo aveva posseduto e aveva affidato ad esso la sua vita.

 

il ritorno del guerriero elmo Villa Giulia tomba 55
Fotomosaico e rielaborazione dell’iscrizione. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia (foto ed elaborazione Miriam Lamonaca)

Testo, foto e video dall'Ufficio Comunicazione del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia


Lazio Antico. Atlante del Lazio meridionale

CULTURA - La Regione con la Sapienza di Roma per “Lazio Antico”

Presentato il Progetto con il Ministro Franceschini, il Presidente Zingaretti e la Magnifica Rettrice Polimeni

Nell’Aula Magna della Sapienza Università di Roma è stato presentato, giovedì 16 dicembre“Lazio Antico. Atlante del Lazio meridionale”, il progetto realizzato dalla Regione Lazio con la collaborazione del Dipartimento di Scienze dell’Antichità. Hanno preso parte alla presentazione il Ministro della Cultura Dario Franceschini, il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, la Magnifica Rettrice della Sapienza Università di Roma Antonella Polimeni, il Prorettore al Patrimonio archeologico Paolo Carafa, la Prorettrice alla Ricerca della Sapienza Università di Roma Maria Sabrina Sarto e il Presidente del FAI, professore emerito Andrea Carandini.

IL PROGETTO

Tusculum, area forense di età giulio-claudia

“Lazio Antico. Atlante del Lazio meridionale” è una mappatura digitale completa dei beni e dei siti archeologici riferibili al periodo tra il IX secolo a.C. e il VI secolo d.C. nel territorio laziale a sud del Tevere. Uno strumento nuovo e di grande valore scientifico che, attraverso la creazione di una moderna Infrastruttura di Dati Territoriali (IDT), ha fatto sì che si potessero integrare i database digitali già in uso con i dati raccolti e tutte le fonti di informazione disponibili quali studi pregressi, ricerche edite e inedite e indagini archeologiche. Il risultato è una piattaforma digitale, www.lazioantico.it, in cui la memoria del Lazio e i suoi resti materiali sono stati ordinati nello spazio e nel tempo e riuniti in un’unica presentazione della storia urbana e rurale della nostra Regione.

Ventotene

Chiunque, anche dal proprio smartphone, potrà accedere a questo racconto e alle ricostruzioni grafiche e virtuali che restituiscono contesti e paesaggi oggi scomparsi, ridotti in frammenti o poco noti, frutto dei ritrovamenti archeologici effettuati nelle zone comprese nel Latium Vetus (incluso il suburbio di Roma) e Latium Adiectum.

Lazio Antico

Un lavoro enorme che, dal 2018 al 2021, ha visto il censimento e la catalogazione di epigrafi, sculture, decorazioni architettoniche, pavimentali e parietali in 215 comuni del Lazio con l’analisi di 69 contesti territoriali attribuibili a tutte le antiche città del settore indagato. Un totale di oltre 41 mila presenze archeologiche e monumentali, le cosiddette Unità Topografiche, che hanno condotto alla schedatura di oltre 10 mila oggetti. Sono stati, inoltre, analizzati i resti di 160 edifici e complessi monumentali (tra cui Villa Adriana a Tivoli) proponendone una ricomposizione dell’architettura e dell’arredo.

Minturnae, c. d. Foro repubblicano e teatro

Sono state così realizzate 216 tavole ricostruttive e 16 tavole “tipologiche” per classi di monumenti (terme, templi, teatri, etc.).

Praeneste, Santuario di Fortuna Primigenia

Chiunque potrà dunque intraprendere questo affascinante viaggio nell’antichità, navigando sulla mappa attraverso le diverse epoche storiche e scoprendo i cambiamenti che il nostro territorio ha subito nel corso del tempo.

Ostia, Villa c. d. di Plinio

STUDIO E RICERCA

Lazio Antico

Grazie al finanziamento della Regione Lazio, il progetto “Lazio Antico. Atlante del Lazio meridionale” ha visto il coinvolgimento di più di 30 giovani studiosi tra i 22 e i 40 anni (dottori di ricerca e dottorandi, specializzati e specializzandi in archeologia, studenti e laureandi) che hanno collaborato in sinergia con i docenti e le istituzioni coinvolte coniugando conoscenze storico-archeologiche e innovazione. Un team di altissimo livello che la Regione ha supportato con 500mila euro grazie ai quali Sapienza, aggiungendo ulteriori contributi propri, ha bandito ed erogato in tutto 8 assegni di ricerca7 contratti di tipo A e 21 borse di studio.

Tor Paterno

Questo progetto, dunque, ha anche consentito ai giovani studiosi coinvolti nel progetto di conseguire titoli importanti per sostenere le loro future carriere scientifiche, professionali e accademiche. In particolare: i ricercatori “junior” hanno potuto presentare tesi e articoli in prestigiose riviste scientifiche basati sui nuovi dati acquisiti; i ricercatori “senior” hanno potuto ottenere gli anni di Assegno di Ricerca necessari a costruire la propria carriera.

“Lazio Antico. Atlante del Lazio meridionale” è un progetto fondamentale, dall’alto valore scientifico, ma che riveste anche un ruolo molto importante per la futura programmazione e l’attuazione di attività di pianificazione urbanistica e territoriale e che agevolerà in futuro l’opera di tutela e valorizzazione dei Beni Culturali nella Regione, favorendo la conoscenza da parte del pubblico attraverso la realizzazione di percorsi editoriali ed espositivo-museali virtuali o reali.

Testo, video e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma e dall'Ufficio Stampa Regione Lazio

Norba

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LAZIO ANTICO.IT: INDICAZIONI PER LA NAVIGAZIONE

La mappatura digitale completa di Lazio Antico può essere consultata sul sito www.lazioantico.it da qualsiasi dispositivo: PC, tablet e smartphone.

Comprende:

  • un database alfanumerico con più di 300.000 record di base;

  • più di 41.000 siti archeologici;

  • circa 70 tra città e centri abitati con i rispettivi territori;

  • circa 150 monumenti ricostruiti in più di 200 tavole;

  • 16 classi di complessi archeologici, articolati in 184 sottoclassi.

Una navigazione semplice e intuitiva attraverso cui sarà possibile:

  • scegliere lo sfondo della mappa: quello che rappresenta il territorio di 2000 anni fa o quello odierno, facendo click sul tasto “SATELLITE” in basso a destra nella fascia blu a fondo pagina;

Lazio Antico

  • navigare per ambito di studio: quelle in blu fanno parte della prima fase, completata, di progetto mentre quelle in grigio fanno parte della seconda fase, da avviare;

  • facendo click sul tasto “2D” (in alto a destra) si può passare dalla visione “a volo d’uccello” a quella verticale. Facendo click sul tasto “3D” si può tornare indietro;

Lazio Antico

  • facendo click sul tasto con l’icona circolare, subito sopra a “2D”, si può individuare la posizione in cui ci si trova;

  • facendo click sui tasti “+” e “-” si può zoomare (dal PC è possibile usare la rotella del mouse). Quando si ingrandisce molto l’inquadratura compaiono le sagome degli edifici esistenti oggi.

Lazio Antico

Il sito permette di accedere anche ad alcune funzioni avanzate:

  • ricerca per siti archeologici. Facendo click sul tasto “TERRITORI” si può visualizzare la lista di siti archeologici visibili sull’inquadratura corrente:

Lazio Antico

  • passando con il dito o con il mouse su uno dei siti, nella banda verticale che compare a destra, è possibile vederlo evidenziato sulla mappa;

  • facendo click sul box blu di un sito, banda verticale a destra, la mappa fa uno zoom e visualizza un box descrittivo;

  • facendo click sul tasto con la “matitina” è possibile fare una ricerca per nome.

Lazio AnticoLazio Antico

  • ricerca per epoca storica. Guardando la barra temporale a scorrimento, al centro della fascia blu a fondo pagina, si può fare click e trascinare gli estremi (che coprono dall’anno 1000 a.C. al 600 d.C.) per selezionare l’epoca voluta. La mappa, automaticamente, spegnerà gli oggetti di altre epoche lasciando visibili solo quelli prescelti;

Lazio Antico

  • ricerca per monumento. Diversi monumenti storici sono corredati di schede grafiche ricostruttive che consentono di capire come fossero fatti. Facendo click sul tasto “RICOSTRUZIONI” si può attivare il menu relativo e fare click sul box blu di un monumento per accedere a una descrizione e visualizzare le schede relative. È possibile anche raggiungere le schede direttamente dalla mappa, facendo click sulle icone dei monumenti in colore rosso.

Lazio Antico

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Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Regione Lazio