La magia antica tra συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι

Nell’antichità si credeva che in natura fossero nascoste delle συμπάθειαι e delle ἀντιπάθειαι stimolate da connessioni con diverse entità. Il concetto di συμπάθεια poteva riferirsi sia alla relazione tra le parti del corpo umano, come nel Corpus Hippocraticum, sia al legame di affinità tra le cose presenti nell’universo. In questo secondo caso si tratta della “simpatia cosmica”, nozione centrale nella filosofia stoica, per la quale il cosmo era un essere perfetto le cui parti dipendono le une dalle altre, oltre che dal cosmo stesso. Questa teoria sarebbe stata elaborata da Posidonio di Apamea, filosofo stoico del I secolo a.C., anche se già nella prima fase dello stoicismo vi sono riflessioni analoghe in uno dei frammenti di Crisippo di Soli riportati da Diogene Laerzio in Vite dei filosofi, VII, 140:

ἐν δὲ τῷ κόσμῳ μηδὲν εἶναι κενόν, ἀλλ’ ἡνῶσθαι αὐτόν· τοῦτο γὰρ ἀναγκάζειν τὴν τῶν οὐρανίων πρὸς τὰ ἐπίγεια σύμπνοιαν καὶ συντονίαν (“Nel cosmo non c’è niente di vuoto, ma il vuoto è unitario; infatti questo risulta necessariamente dall’unione e dalla tensione delle cose celesti verso quelle terrene.”)

Per Crisippo dunque l’universo non era qualcosa di vuoto, anzi lo stesso vuoto si caratterizza come unitario perché risulta necessariamente dall’unione e dalla tensione delle cose celesti verso quelle terrene. La dottrina stoica influenzò profondamente la scuola neoplatonica, secondo la quale la συμπάθεια era la forza unificatrice del cosmo ed era paragonata a una corda tesa la cui vibrazione nella parte bassa è percepita anche in alto, con una metafora che spiega l’armonia tra elementi simili e opposti nell’universo, come si legge nelle Enneadi di Plotino (in particolare al capitolo IV, 41). Sempre in quest’opera, si cerca di spiegare il senso della magia facendo per l’appunto riferimento all’affinità tra gli elementi presenti in natura:

Τὰς δὲ γοητείας πῶς; Ἢ τῇ συμπαθείᾳ, καὶ τῷ πεφυκέναι συμφωνίαν εἶναι ὁμοίων καὶ ἐναντίωσιν ἀνομοίων, καὶ τῇ τῶν δυνάμεων τῶν πολλῶν ποικιλίᾳ εἰς ἓν ζῷον συντελούντων. Καὶ γὰρ μηδενὸς μηχανωμένου ἄλλου πολλὰ ἕλκεται καὶ γοητεύεται· καὶ ἡ ἀληθινὴ μαγεία ἡ ἐν τῷ παντὶ φιλία καὶ τὸ νεῖκος αὖ. Καὶ ὁ γόης ὁ πρῶτος καὶ φαρμακεὺς οὗτός ἐστιν, ὃν κατανοήσαντες ἄνθρωποι ἐπ’ ἀλλήλοις χρῶνται αὐτοῦ τοῖς φαρμάκοις καὶ τοῖς γοητεύμασι.

(Plotino, Enneadi, IV, 4, 40: “E la magia come si può spiegare? Con la simpatia, con l’armonia naturale delle cose simili e la contrapposizione tra quelle non simili, e con la varietà di tutte le forze che contribuiscono all’unico essere vivente. E infatti molte cose attirano e ingannano senza nessun altro artificio; e la vera magia è inoltre il rapporto di amicizia e di odio in ogni cosa. E il primo mago ed esperto di filtri è questo, quello di cui gli uomini, conoscendolo bene, si servono per medicamenti e incantesimi a proprio vantaggio.”)

Testa di Plotino, III secolo, dalla domus del filosofo ad Ostia Antica, oggi al Museo Ostiense. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Per Plotino la magia[1] si spiegherebbe dunque attraverso la simpatia, l’armonia naturale delle cose simili e la contrapposizione tra quelle non simili, nonché con la varietà di tutte le forze che contribuiscono all’unico essere vivente, l’Uno. Pertanto si può definire “mago” ed esperto di filtri una persona di cui gli uomini si servono, a proprio vantaggio, per medicamenti e incantesimi. Non bisogna però intendere queste pratiche come primitive né come dei rimedi popolari, al contrario di quello che sostiene James G. Frazer ne Il ramo d’oro parlando di magia simpatica.[2]

La magia naturale, che sfrutta dunque i diversi elementi naturali per le loro proprietà nascoste, può essere infatti inclusa nella cosiddetta learned magic, come ha mostrato Matthew W. Dickie. Della learned magic, in particolare, facevano parte filosofi-maghi istruiti quali Anassilao di Larissa, Publio Nigidio Figulo e Publio Vatinio.[3] Costoro sarebbero stati associati a scuole filosofiche come quella pitagorica, grazie ai cui insegnamenti avrebbero realizzato delle vere e proprie opere di magia naturale, spesso attribuite erroneamente a Democrito.[4] Questi scritti non sono stati tramandati, ma alcune delle pratiche che dovevano trattare sono riportate da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia: Democrito avrebbe insegnato ad estirpare gli arbusti cospargendo le radici con fiore di lupino, dopo averlo fatto macerare nella cicuta per una giornata (Silvae extirpandae rationem Democritus prodidit, lupini flore in suco cicutae uno die macerato sparsisque radicibus)[5]; secondo i Magi[6] per avere una vista migliore sarebbe stato necessario bruciare un osso di seppia con pelli di vipera e rane, versando poi della cenere sulle bevande (Eundem comburi cum viperinis pellibus ranisque et cinerem aspergi potionibus iubent Magi, claritatem visus promittentes).[7] Queste indicazioni erano rivolte anche alle persone comuni, che non avevano avuto la possibilità di apprendere la filosofia naturale frequentando una certa scuola, per cui tendevano a interpretare tutto ciò come eventi soprannaturali e non come il frutto di numerosi studi.[8]

Una copia della Naturalis Historia (metà del XII secolo) dal Museo di Cluny. Foto di PHGCOM, in pubblico dominio

 

Rimedi naturali analoghi sono testimoniati anche in altre opere che, come la Naturalis historia, mettono in luce le proprietà di animali, pietre e piante e il loro impiego sia come medicamenti che come amuleti, sfruttando le loro συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι. Per citarne alcune, si pensi ai Cesti[9] di Sesto Giulio Africano[10], un’opera miscellanea nella quale si danno indicazioni riguardanti la scienza naturale, l’agricoltura, l’arte militare e l’alchimia; vi sono poi i Geoponica[11] di Cassiano Basso[12], rivolti prettamente all’ambito agricolo e contenenti elementi di magia naturale, soprattutto in relazione a fenomeni astronomici e meteorologici; non meno importanti sono le Cyranides[13], che risultano allo stesso tempo un bestiario, un erbario e un lapidario, dal momento che mostrano le caratteristiche, le proprietà e gli impieghi di animali, piante e minerali. Per l’impiego delle specie vegetali per le loro συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι si ricorda poi l’anonimo Carmen de viribus herbarum, che unisce l’elemento magico a quello medico illustrando nei suoi 216 esametri numerosi esempi di magia naturale.[14]

Da queste opere risulta come nel mondo antico fosse forte l’interesse per le proprietà di piante, pietre e animali, e in generale per i fenomeni naturali, meteorologici, astrologici. Spesso, per parlare delle συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι nascoste in natura abbiamo utilizzato l’espressione di “magia naturale”, ma bisogna chiarire che questa categoria è stata in realtà elaborata nel corso del Medioevo. La magia allora era vista con riguardo per via della preminenza della Chiesa, tanto che le pratiche magiche furono condannate perché ritenute un collegamento con esseri demoniaci. Dal XIII secolo le cose inizieranno a cambiare grazie a personalità come Alberto Magno e Ruggero Bacone, che si opposero fortemente alle tendenze cattoliche e contribuirono alla rivalutazione della magia, nonché alla ricoperta di opere magiche antiche fino ad allora quasi sconosciute: si pensi al Libro dei segreti della creazione di Balinas, al De radiis di al-Kindi, al De imaginibus di Thabit ibn Qurra oppure al Picatrix di al-Mahriti. Tutto questo si evolverà, con l’Umanesimo e il Rinascimento, con l’esplosione di una vera e propria letteratura magica come mostrano Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e altri letterati del tempo che elaborarono una serie di teorie sul magico e sulle sue diverse forme.[15]

In particolare, un’interessante definizione di magia naturale si trova nel terzo dialogo dello Spaccio de la bestia trionfante[16] del filosofo Giordano Bruno. Sofia, rappresentante la Sapienza, si trova a discutere con Saulino, uno degli interlocutori, sulla religione dell’antico Egitto, sostenendo l’esistenza di una semplice divinità che si trova in tutte le cose, una feconda natura, madre conservatrice de l’universo, secondo che diversamente si comunica, riluce in diversi soggetti, e prende diversi nomi (Giordano Bruno, Spaccio, dialogo III, parte II, p. 781). Con questo Sofia vuole mostrare che il divino si esprime in modi innumerevoli, per cui non si può dire che i Greci veneravano Giove come un dio[17] né che gli Egizi facevano lo stesso nei confronti di coccodrilli e galli, ma che costoro adoravano la divinità come se le sue caratteristiche fossero presenti in questi esseri. Per poter comprendere ciò secondo Sofia sono tuttavia necessari una sapienza, un giudizio e un’arte che prendono il nome di magia, la quale sarebbe tripartita in divina, naturale e matematica sulla base degli ambiti a cui si rivolge:

questa, per quanto versa in principii sopra naturali, è divina; e quanto che versa circa la contemplazion della natura e perscrutazion di suoi secreti, è naturale: ed è detta mezzana e matematica in quanto che consiste circa le raggioni ed atti de l'anima che è nell'orizonte del corporale e spirituale, spirituale ed intellettuale. (Giordano Bruno, Spaccio, dialogo III, parte II, p. 782)

magia antica
Statua di Sophia (Sapienza), Efeso. Foto di Traroth, CC BY-SA 3.0

Per quanto riguarda la definizione di magia naturale, si rappresenta quindi un’immagine dell’uomo intento a indagare il mondo che lo circonda e le leggi che regolano questo mondo, con lo scopo di attuare una trasformazione del reale. Tutto questo è perfettamente coerente non solo con la temperie del XIII e XIV secolo, quando inizia a diffondersi l’idea della centralità dell’uomo nell’universo, ma è anche coerente anche con le credenze magiche che circolavano nell’antichità. L’essere umano si trova dunque ad essere homo faber fortunae suae e riesce a realizzare pienamente se stesso attraverso un’indagine sulla natura, scoprendo così le sue συμπάθειαι e ἀντιπάθειαι.

magia antica
Frontespizio della traduzione inglese della Magia naturalis di Giambattista della Porta, T. Young e S. Speed, Londra (1658) - Immagine dalla statunitense Library of Congress Prints and Photographs division, digital ID cph.3c10356, in pubblico dominio

[1] Si noti come Plotino parli di magia adoperando il termine γοητεία: nel mondo antico si tendeva infatti a contrapporre la γοητεία e la φαρμάκεια rispetto alla μαγεία. In particolare, la γοητεία e la φαρμάκεια erano considerate negative e indicavano l’una rituali necromantici, l’altra la preparazione di veleni; la μαγεία era invece un’invocazione di demoni benefici, come nel caso delle pratiche svolte da Apollonio di Tiana. Cfr. Braccini 2019, pp. 121-122; Suda γ 365.

[2] Frazer interpretava infatti la magia come una forma primitiva di conoscenza, alla quale sarebbe seguita la religione ed infine la scienza. In particolare, intendeva la magia come “magia simpatica”, distinguendola in “omeopatica” e “contagiosa” sulla base di due principi: quello di similarità, secondo il quale il simile genera il simile, come la pratica di trafiggere una bambola voodoo per danneggiare la persona in essa rappresentata; quello di contatto, per cui le cose che hanno subito un contatto continueranno a interagire pur essendo distanti, come un uomo con le parti del corpo che possono separarsi da lui quali capelli, unghie e denti, nonché con gli oggetti personali o le proprie impronte. Cfr. Frazer 1906-19153, III, 1.

[3] Su questi personaggi si veda M. Wellmann, s.v. Anaxilaos, 5, in RE Pauly-Wissowa, Band I.2, Stuttgart 1894, p. 208; A. Hudson-Williams, A. Spawforth, s.v. Nigidius Figulus, Publius, in The Oxford Classical Dictionary, vol. II, Oxford 20124, p. 1016; G.E. Farquhar Chilver, E. Badian, s.v. Vatinius, Publius, in The Oxford Classical Dictionary, vol. II, Oxford 20124, p. 1537.

[4] All’origine di questa tradizione vi è Bolo di Mende, che sarebbe vissuto nel II secolo a.C. e che avrebbe composto i Cheiromecta, opera spesso attribuita a Democrito nella quale si riportano le proprietà e gli impieghi magici di piante, pietre e animali. Cfr. Dickie 1999, p. 177.

[5] Plinio, HN, XVIII, 8: “Democrito insegnò come tagliare i boschi, dopo aver sparso le radici con un fiore di lupino macerato nel succo della cicuta per un giorno.”.

[6] Anche i Magi erano associati alla learned magic, con particolare riferimento alle pratiche di magia orientale.

[7] Plinio, HN, XXXII, 24: “I Magi esortano a bruciare lo stesso osso di seppia con pelli di vipere e di rane e di cospargere della cenere sulle bevande, promettendo una vista chiara.”.

[8] Dickie 1999, pp. 163-193; Gordon 1999, pp. 232-239.

[9] Si faccia riferimento alle seguenti edizioni: J.R. Vieillefond (a cura di), Les "Cestes" de Julius Africanus, Firenze 1970; M. Wallraff, C. Scardino, L. Mecella, C. J. Guignard (a cura di), W. Adler (traduzione), Cesti. The Extant Fragments, Berlin 2012.

[10] Sesto Giulio Africano, filosofo cristiano di Aelia Capitolina, è ricordato oltre che per i Κέστοι anche per le Χρονογραφίαι, un’opera in cinque libri nella quale si narra dalla Creazione al 221 d.C.; scrisse anche una lettera a Origene sull’autenticità della storia di Susanna, riportata nel Libro di Daniele. Cfr. J.F. Matthews, s.v. Iulius Africanus, Sextus, in The Oxford Classical Dictionary, vol. I, Oxford 20124, p. 755.

[11] Per un’edizione dei Geoponica, cfr. H. Beckh (a cura di), Geoponica, Stuttgart-Leipzig 1895; per una traduzione italiana recente, cfr. E. Lelli (a cura di), L'agricoltura antica. I «Geoponica» di Cassiano Basso, 2 voll., Soveria Mannelli 2010.

[12] Cassiano Basso sarebbe da collocare non oltre il VI secolo d.C. e sarebbe originario di Maratonimo, città tra Bitinia e Siria. Cfr. Lelli 2010, pp. VI-LXXXV.

[13] Si faccia riferimento a D. Kaimakis (a cura di), Die Kyraniden, Meisenheim am Glan 1976.

[14] Si veda l’edizione di Heitsch: E. Heitsch (a cura di), Überlieferungsgeschichtliche Untersuchungen zu Andromachos, Markellos von Side und zum Carmen de viribus herbarum, Göttingen 1963.

[15] Per alcune opere di magia naturale risalenti all’Umanesimo e al Rinascimento si tengano presenti El libro dell’amore di Marsilio Ficino, il De hominis dignitate e le Disputationes adversus astrologiam divinatricem di Pico della Mirandola, il De incantationibus di Pietro Pomponazzi, il De occulta philosophia di Agrippa di Nettesheim e, infine, la Magia naturalis di Giambattista Della Porta.

[16] Dialogo pubblicato a Londra nel 1584 nel quale i tre interlocutori Sofia, Saulino e Mercurio discutono sulla necessità di una riforma di Giove per spacciare dal cielo gli antichi vizi, identificati con delle bestie, e restaurare i veri valori. L’opera è dedicata al cavaliere Philip Sidney, nobile inglese del XVI secolo e autore di Astrophil e Stella, una raccolta di sonetti su modello di Francesco Petrarca. Per questo e altri dialoghi di Giordano Bruno, cfr. G. Aquilecchia (a cura di), Giordano Bruno, Dialoghi italiani, Firenze 1985.3

[17] Nello Spaccio de la bestia trionfante Giove viene ritenuto la massima divinità del mondo greco, nonostante questa sia in realtà Zeus.

Bibliografia

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Wallraff-Scardino-Mecella-Guignard-Adler 2012 = M. Wallraff, C. Scardino, L. Mecella, C.J. Guignard (a cura di), W. Adler (traduzione), Cesti. The Extant Fragments, Berlin 2012.


Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

Intervista a Chiara Comegna, archeobotanica e contrattista presso il Laboratorio di ricerche applicate del Parco Archeologico di Pompei che ha appassionato il pubblico durante il suo seminario "I semi dell'avvenire. Storiae di botanica ed alimentazione nel mondo" presso la Biblioteca Antoniana di Ischia.

Tante le domande e le curiosità suscitate dal suo intervento nella seconda edizione di Arkeostoriae - archeologia e narrazioni ideato e organizzato dall'archeologa Alessandra Vuoso che ci ha permesso di incontrare esperti di storia antica, beni culturali e narrativa, permettendoci anche di poter soffermarci maggiormente sulla loro professione

Allora, curiosi e affascinati, abbiamo chiesto proprio alla Dottoressa Chiara Comegna di rispondere a qualche domanda sulla sua professione permettendoci di addentrarci su questo particolare aspetto della ricerca archeobotanica ancora poco conosciuta al grande pubblico.

Intervista Chiara Comegna
Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

Dottoressa Comegna, cos’è l’archeobotanica e cosa studia?

L’archeobotanica è una macrodisciplina che si occupa dello studio e dell’interpretazione dei reperti vegetali portati in luce in contesti archeologici al fine di comprendere i diversi aspetti del rapporto uomo-pianta e la sua evoluzione.

Questi reperti sono di diversa tipologia e dunque anche le tecniche di analisi sono differenti a seconda che si tratti di semi o frutti (carpologia), legni e carboni (xiloantracologia), pollini (palinologia) e altre evidenze macro e microscopiche.

Quando nasce la disciplina?

L’archeobotanica intesa come “studio dei reperti vegetali da contesti archeologici” si può dire che nasca negli anni ’60 del secolo scorso quando si iniziò a porre l’attenzione allo sfruttamento delle risorse naturali, in particolar modo vegetali, da parte dell’uomo nel corso della storia.

In quanto disciplina ibrida il suo sviluppo, per certi versi ancora in itinere, si deve al continuo confronto tra settori scientifici differenti ognuno dei quali ha esigenza di ottenere risposte a domande diverse a seconda dell’ambito culturale di appartenenza (scienze naturali, agronomiche, archeologiche). Una delle peculiarità della materia è infatti l’aspetto interdisciplinare.

Intervista Chiara Comegna
Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

Quali sono gli strumenti che utilizza un archeobotanico?

Il lavoro dell’archeobotanico comincia con la pianificazione delle attività di scavo e/o campionamento che, in genere, avviene di concerto con l’archeologo e gli altri professionisti coinvolti.

Le attività sul campo, condotte con gli strumenti tipici sia dell’archeologo (trowel, picozzine, setacci) che del biologo (bisturi, sgorbiette, pinzette, tubetti sterili), sono necessari al recupero dei reperti che, successivamente, vengono analizzati in laboratorio con microscopi di diversa tipologia a seconda del reperto per arrivare all’identificazione delle specie.

I dati ottenuti vengono inseriti in Database e vengono creati dei grafici, in tal modo si può procedere alla loro interpretazione comparando tutte le fonti a disposizione.

Quali contesti ha studiato durante la sua esperienza professionale e cosa ha potuto ricostruire a livello di informazioni?

I contesti studiati sono stati diversi e afferenti a diverse epoche e culture ma uno dei lavori a cui tengo maggiormente è il primo lavoro che mi fu affidato a Pompei.

Si tratta di uno studio multidisciplinare in cui ho lavorato fianco a fianco con l’archeologo e l’archeozoologo: l’analisi dei reperti organici relativi un rituale individuato nell’esedra del Tempio di Iside a Pompei.

In questo caso, mentre gli archeologi si sono occupati della caratterizzazione del materiale ceramico oltre che ovviamente delle evidenze di scavo, e l’archeozoologa dei reperti faunistici, io ho identificato i carporesti (semi e frutti) e gli antracoresti (carboni) che caratterizzavano l’offerta rituale.

Il lavoro di équipe ha portato all’individuazione di un rituale complesso e preciso che spesso si ritrova raffigurato anche nei larari (presenza di pigne e frutta secca) e, nel mio caso, è stato possibile anche scoprire che tra le offerte, all’interno di un piccolo contenitore, vi era una sorta di composta di fichi.

Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna
Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

Quanto può essere probante il campione prelevato e che numerosità deve avere per dimostrare l’effettiva presenza di una specie in un territorio e la sua eventuale coltivazione?

E’ importante ottenere dati che possano essere statisticamente rilevanti; ad esempio nel caso dei pollini sarebbe consigliabile arrivare almeno ad un paio di centinaia di granuli pollinici per vetrino e una quindicina/ventina di taxa o per i carboni, nel caso di campionamenti di grandi aree, si effettuano prelievi di grandi volumi di sedimento per il recupero di più frammenti possibili così da avere un quadro quanto più realistico possibile della vegetazione circostante.

È possibile individuare le modalità di coltivazione delle piante e dunque poter formulare ipotesi sul paesaggio antropizzato a partire dalle indagini archeobotaniche?

Se lo scavo viene condotto correttamente, oltre ai reperti archeobotanici vengono individuate tutta una serie di tracce (rincalzi, buche originate dalla disgregazione degli apparati radicale delle piante, tracce di aratura, ecc…) che possono fornire le informazioni necessarie alla corretta interpretazione del paesaggio vegetale antropizzato.

Questo tipo di dato è possibile ottenerlo intrecciando i dati archeologici, che prescindono dalla corretta metodologia di scavo applicata, le fonti scritte (ove presenti) ed anche i dati etnobotanici (tradizioni ancora presenti nel territorio).

Dai reperti rinvenuti nei siti vesuviani è possibile capire se avvenivano delle selezioni delle specie per migliorarne la produttività?

Un esempio in merito riguarda i tantissimi vinaccioli portati in luce nello scavo di Poggiomarino. Dagli studi effettuati è stata evidente la presenza di vinaccioli appartenenti sia a vite selvatica che a vite domestica testimoniando dunque la compresenza delle due specie ma anche il presunto passaggio dall’una all’altra e la selezione.

Quali sono le metodologie di scavo che consentono di fare interagire l’archeobotanico con le altre professionalità presenti in uno scavo archeologico?

L’interazione tra archeobotanico e tutte le professionalità presenti sullo scavo è necessaria. Per effettuare una corretta programmazione e pianificazione delle operazioni di scavo devono essere coinvolti tutti professionisti così da attuare le metodologie più idonee a seconda delle caratteristiche dello scavo in questione.

Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna
Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna

La densità del costruito in un’area urbana e la conseguente adiacenza delle aree verdi può costituire un problema nell’individuazione di specie vegetali effettivamente coltivate nell’area in analisi? 

Spesso sullo scavo si ha la necessità di intervenire, in accordo con i vari enti, tagliando alberi e arbusti che insistono nell’area di lavoro. In qualche occasione le radici di questi alberi (come nel caso degli ailanti) arrivano fino ai piani archeologici e possono disturbarli.

Differente è il caso dei campionamenti per il recupero dei reperti archeobotanici: per far sì che siano corrette, tutte le operazioni di campionamento sono studiate e programmate tenendo conto delle variabili e degli eventuali elementi inquinanti così che le interpretazioni possano risultare il più corrette possibili.

Le campionature palinologiche in aree già scavate possono risultare falsate dalla presenza di pollini provenienti da giardini moderni?

Normalmente non si effettuano campionature palinologiche in aree già scavate a meno che queste non siano esposte da poco tempo o che sia possibile effettuare il prelievo in sezioni verticali che possono essere ripulite dallo strato contaminato dal moderno.

Bisogna puntualizzare che non è possibile effettuare il campionamento pollinico ovunque perché non tutti i sedimenti sono idonei alla conservazione dei pollini; anche in questo caso è quindi necessario lavorare in accordo con gli altri professionisti (geologi, archeologi) presenti sul cantiere di scavo per individuare i punti più adatti al campionamento.

Intervista all'archeobotanica Chiara Comegna, Foto: Courtesy of Arkeostoriae - archeologia e narrazioni

Qui per rivedere il seminario: "I semi dell'avvenire. Storiae di botanica ed alimentazione nel mondo" di Chiara Comegna

https://www.facebook.com/100486155139681/videos/614883519179999


Bronzi di Riace Daniele Castrizio

Bronzi di Riace, intervista al Professore Daniele Castrizio

I Bronzi di Riace furono ritrovati in fondo al mare nella Baia di Riace, in Calabria, nell'agosto del 1972. I numerosissimi studi su di loro effettuati non chiariscono del tutto la loro storia e alcune fasi rimangono ancora poco comprese.

Il Professore Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Iconografia e Numismatica greca e romana presso l'Università degli Studi di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria, da anni si occupa dello studio delle due statue.

Secondo la sua ipotesi, i due bronzi avrebbero fatto parte di un gruppo statuario formato da cinque personaggi rappresentanti i protagonisti del momento subito precedente lo scontro fratricida tra i figli di Edipo, re di Tebe. Questa ricostruzione sarebbe supportata dal riscontro nelle fonti letterarie congiuntamente alle recenti analisi effettuate sul materiale bronzeo e sulla argilla.

Lo abbiamo intervistato per ClassiCult.

 

Professore, iniziamo con una domanda di carattere generale: chi sono i Bronzi A e B, e da dove provengono?

Nell'agosto del 1972 i Bronzi vengono ritrovati da un sub e, subito, vengono restaurati a Firenze. Il Bronzo A viene restaurato sicuramente meglio, il Bronzo B viene invece scartavetrato e per questo ha perso una parte della patina che lo ricopriva. Vengono per la prima volta esposti a Firenze, riscuotendo un enorme successo in termini di affluenza; lo stesso accade quando vengono esposti a Roma. Una volta trasportati a Reggio Calabria, la loro presenza provoca un'affluenza che, fino a quel momento, non si era mai vista!

Comincia così la ridda infinita delle ipotesi che, per molti anni, sono state contraddistinte da una caratteristica che le ha accomunate e che non mi è mai piaciuta, e che possiamo definire ottocentesca: i Bronzi sono stati valutati attraverso l'occhio dell'archeologo. Chi ha scritto - e ancora scrive - su di loro, spesso non li ha neanche mai visti di presenza, quindi non sa quali siano le loro caratteristiche anatomiche. Spesso ancora oggi si crede che tra le due statue intercorra uno scarto temporale di 20 anni, ma dai rilevamenti fatti da me e da altri studiosi, si è scoperto che le due statue siano pressoché contemporanee.

Cosa riferiscono le ipotesi contemporanee?

Il Professore Massimo Vidale, docente presso l'Università di Padova, dal 2000 in poi, è stato promotore di un progetto molto interessante che riguarda l'analisi della terra di fusione presente nei Bronzi. Ci sono state tre analisi, due a livello nazionale e una di carattere internazionale. Durante le prime due, confrontando la terra di fusione con le carte geologiche del Mediterraneo, si sono immediatamente escluse le zone dell'Italia Meridionale; non si è riusciti ad escludere Atene perché all'inizio non c'era la mappa geologica della città.

Si era addirittura arrivati a dire che la terra di fusione era stata presa a circa 200 m di distanza l'una dall'altra e, quindi, l'argilla proveniva dallo stesso posto: un'altra prova per dimostrare che le due statue erano state prodotte nello stesso luogo. Nell'ultima analisi, effettuata avendo in mano la mappa di Atene, si è esclusa definitivamente l'area attica. Si è concluso che i Bronzi sono stati fatti ad Argo; nel 146 a.C., quando la Grecia cadde in mano alla potenza romana, i Bronzi vengono presi e portati a Roma, perché Argo viene distrutta assieme a Corinto.

Un'epigramma della Antologia Palatina parla di "eroi di Argos portati via". Molto probabilmente si riferiva a queste due statue, i cui personaggi che rappresentano non compaiono nella ceramica attica. Ricompaiono poi a Roma sicuramente nel I secolo d.C. e non si sa se, nel frattempo, abbiano avuto una qualche funzione. Ad un certo punto della loro travagliata storia, questi Bronzi scompaiono da Roma e li ritroviamo poi a Riace.

A Roma vengono restaurati probabilmente nel I secolo d.C., un restauro molto complesso dove il braccio sinistro di A e l'avambraccio sinistro di B sono risalenti all'epoca romana. Forse sono stati fatti dei calchi sulle braccia rotte, poi fuse e rimesse al loro posto. Questo ha comportato che non si potessero lasciare del loro colore originario, perché avevano colori molto diversi tra loro e, quindi, li hanno dipinti di nero. Questo è dimostrato da una patina di zolfo lucida trovata dal Professore Giovanni Buccolieri dell'Università del Salento.

Il Professore Koichi Hada dell'Università di Tokio ha capito che questa era la prova che i bronzi erano stati dipinti tutti di colore nero. Ci sono altri esempi a Roma di restauri di statue risalenti al V secolo a.C. presenti al Museo Capitolino. Insieme ai Bronzi fu trovato tra il braccio destro e la coscia destra un coccio grosso, forse utile ad evitare che il braccio facesse pressione e si potesse rompere. Questo coccio dovrebbe essere un'anfora che serviva da distanziatore. L'Imperatore Costantino prende tutta la collezione imperiale e se la porta a Costantinopoli, come riporta la Antologia Palatina, e probabilmente la fine dei bronzi sarebbe stata quella, se la nave dove viaggiavano non fosse affondata.

 

Da un punto di vista tecnico, quali sono le maggiori differenze tra le due statue, tenendo conto anche delle analisi fatte sul materiale bronzei? Ma soprattutto quale era il loro colore originario?

Ci sono piccole differenze di maestranze. È chiaro che un solo bronzista non possa fare tutto. Era già stato notato dai restauratori che il modo in cui hanno inserito occhi e bocca nelle due statue è diverso. È possibile che si tratti di due orefici diversi. Il bronzo utilizzato non è il medesimo: per realizzare una statua è stato usato bronzo proveniente dalla Spagna; per realizzare l'altro invece è stato usato un bronzo proveniente da Cipro.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

La differenza maggiore si può ricavare dal fatto che, secondo me, B corregge i difetti di A. Nonostante la sua straordinaria bellezza A presenta dei difetti, tanto è vero che per rendere stabile l'elmo si è dovuto mettere un perno e lo scudo presentava qualche imperfezione.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Riguardo a B possiamo dire che presenta una deformazione della scatola cranica per poter inserire l'elmo senza bisogno di perno; qui viene aggiunto anche un gancio nella parte alta della spalla sinistra per ottenere un ancoraggio più saldo dello scudo. Altra vera differenza, scoperta di recente, è che chi ha fatto B ha messo sulla forma interna ricoperta di cera dei salsicciotti di argilla, a simulare le costole, e in modo tale da modellare facilmente le costole.

Bronzi di Riace: B, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Ma la differenza più importante è che chi ha fuso A era un genio, chi ha fuso B non era allo stesso livello. Il bronzo A non presenta alcuna imperfezione, mentre il bronzo B presenta qualche bolla d'aria e punti in cui il bronzo non si è fissato per bene. Probabilmente l'autore è l'allievo di Clearcos, Pitagora di Reggio, che aveva un nipote di nome Sostrato. Io ritengo che Sostrato abbia aiutato Pitagora, lavorando a compartimenti stagni. Le proporzioni sono identiche, il sistema di lavorazione è uguale. I Bronzi comunque stanno nello stesso ritmo perché sono stati concepiti dalla stessa mano.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

Tra le tante ipotesi che negli anni sono state avanzate, Lei ritiene che i Bronzi sarebbero stati parte di un gruppo scultoreo a cinque. Come è giunto a tale conclusione?

Ci sono tre testimonianze letterarie molto importanti che ho seguito e che mi fanno propendere per l'ipotesi che le statue appartenessero ad un gruppo a cinque. Seguendo l'ipotesi dei fratricidi, troviamo un riferimento nel Papiro di Lille, attribuito a Stesicoro, che parla di una Tebaide, l'originario racconto della storia di Edipo e dei suoi figli, diversa da quella di Sofocle.

In Sofocle, sappiamo che Giocasta muore dopo aver dato alla luce 4 figli da Edipo; secondo la versione fornita da Stesicoro, invece, è probabile che Giocasta si sia uccisa la prima notte di nozze, perché riconosce i piedi gonfi del figlio e, per la vergogna, decide di togliersi la vita. Edipo in seguito avrebbe preso in sposa la cugina della moglie, Euriganeia, che gli concede i 4 figli, cioè Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La seconda testimonianza è il Papiro di Lille che forse ci dà il fumetto del gruppo statuario: in esso la madre fa un discorso prima che i figli si battano. Con l'aiuto di Tiresia li esorta a fare un sorteggio e a suddividersi l'eredità del padre. I due accettano. Ma c'è una parte poco leggibile del papiro che non è stata mai approfondita, ma nella quale forse Tiresia accusa Polinice di aver portato l'esercito contro Tebe, lo esorta a prendere gli armenti e ad andare via.

Polinice ormai non appartiene più a Tebe, ha sposato la figlia del re di Argo e ne diventerà il re (ne papiro c'è la parola wanax). L'ultima parola che si legge è "si arrabbiò". È probabile che Pitagora di Reggio avesse tra le mani la Tebaide di Stesicoro. altro riferimento è Stazio che li descrive nella sua opera intitolata Tebaide (XI libro), e li vede proprio a Roma. Stazio prende un'immagine molto suggestiva che vede i due protagonisti combattere contro dei demoni. L'unico duello nel mondo greco in cui sono presenti i demoni è quello relativo ad Eteocle e Polinice, i figli di Edipo.

Terza e ultima testimonianza: i Bronzi vengono visti da Taziano alla metà del II secolo d.C. e da lui descritti nella Lettera ai greci; vengono presentati come il gruppo dei fratricidi. Pare che li abbia visti anche Marziale. Ma c'è di più: questo gruppo ha lasciato dei confronti tutti provenienti da Roma e tutti pertinenti. In ognuno di questi gruppi, i tre personaggi principali (Eteocle, Polinice e la loro madre in mezzo) sono sempre presenti. In tutti i confronti, Polinice è sempre arrabbiato, esattamente come dice Stazio nella sua opera.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

 

È sorprendente come la mimica facciale di tutti questi confronti abbia un soggetto raffigurato arrabbiato: è l'unica statua del mondo greco ad essere rappresentata che digrigna i denti in segno di astio. Ha anche l'occhio sinistro strizzato. B non guarda negli occhi A, ma A fissa B perché, secondo la mia ricostruzione, le due statue erano l'una di fronte all'altra, entrambi consapevoli della morte che sta per arrivare. Esiste una sola copia romana dei Bronzi e si trova al Museo Reale di Bruxelles.

Perché il colore dei loro capelli sarebbe stato proprio il biondo?

Tutto nasce da una infinita serie di dialoghi tra me e il mio grafico Saverio Autellitano. Discutendo e facendo mille ipotesi, abbiamo pensato al fatto che i Bronzi fossero a colori: gli occhi erano di un colore simile al quarzo, rosa il sacco lacrimale, i denti bianchi. Abbiamo capito che per scurire il bronzo basta il bitume.

Analizzando la lega e facendo un confronto con le statue antiche, abbiamo visto che tutte possedevano i capelli di un colore biondo pallido, molto tenue. Anche il colore della barba e dei capelli dei bronzi risulta in linea con la colorazione greca. Facendo una ricostruzione grafica il risultato è molto gradevole. Io stesso ne sono rimasto piacevolmente colpito.

Bronzi di Riace Castrizio
Bronzi di Riace: A, intervista al professore Daniele Eligio Castrizio. Foto di Cristina Provenzano

Tutte le foto sono di Cristina Provenzano.


Nero Saraceno: Alessandro Luciano tra Storia e storytelling

Nero Saraceno:

Alessandro Luciano tra Storia e storytelling

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Alessandro Luciano, autore di Nero Saraceno
Da sinistra, Alessandro Luciano, autore di Nero Saraceno, Alessandra Vuoso e Alessandro Scotti

Chi scrive un romanzo storico si barcamena continuamente tra tre filoni: la Storia documentata, il plausibile e la pura invenzione letteraria”. Con queste parole Alessandro Luciano riassume le difficoltà alla base della realizzazione di un testo di questo genere, le quali quasi sempre si traducono in una sfida che un bravo scrittore è prontissimo a sostenere; Luciano questa sfida l'ha sostenuta (e vinta) ben due volte. Nero Saraceno (Marlin editore), la sua ultima fatica letteraria, è stata protagonista di un evento speciale tenutosi il 2 ottobre presso la Biblioteca Antoniana di Ischia nel contesto di Arkeostoriae.

In Nero Saraceno l'autore rievoca un Alto Medioevo oscuro e ricco di intrighi grotteschi, uno su tutti quello che porterà alla distruzione dell'Abbazia di san Vincenzo al Volturno nell'anno 881. Il cenobio molisano è il punto di partenza e di arrivo per una vicenda corale che porterà il lettore a seguire i numerosi personaggi attraverso tutto il Mediterraneo, dalla Palestina a Efeso, dalla Grecia al Salento, in un viaggio costellato di tradimenti e morti misteriose che spesso assumerà le tinte del noir e del romanzo spionistico, senza mai contravvenire allo scopo per cui il testo è stato concepito.

Con Nero Saraceno” spiega infatti Luciano “intendo offrire un resoconto preciso e al tempo stesso avvincente di un drammatico episodio nella storia di quella che nel IX secolo era una delle abbazie più prestigiose in Italia”; un “luogo dell'anima” per l'autore, che vi ha condotto numerose campagne di scavo i cui esiti sono stati raccolti nel volume del 2015 Iuxta flumen Vulturnum (curato insieme a Federico Marazzi). Proprio il porticciolo fluviale oggetto di tali studi è puntualmente ricostruito nel romanzo, assieme a quello che doveva essere l'aspetto del cenobio nell'epoca trattata, “nella quale lo scacchiere politico si presentava estremamente complesso: da un lato Carolingi, Bizantini e Longobardi, dall'altro i Saraceni che tentarono a più riprese di ritagliarsi spazi nel Continente. L'Abbazia non poteva non trovasi al centro delle mire di tutti loro: la sua area d'influenza comprendeva l'intera Italia centromeridionale”.

La situazione sociopolitica è però solo uno dei molti ingredienti che rendono il mondo di Nero Saraceno credibile e variopinto: Luciano è particolarmente abile nel ricostruire atmosfere e fenomeni sociali tipici dell'epoca altomedievale, che trovano spazio in apposite digressioni atte a vivacizzare la trama; la vita monastica, le agiografie, il culto e il mercimonio delle reliquie, ad esempio, costituiscono nel loro insieme un nodo centrale dell'intreccio.

Particolare attenzione è poi stata data ai nomi dei personaggi, scelti accuratamente tra quelli più diffusi in quel periodo: “Al protagonista Cuniperto avevo originariamente assegnato il nome Abelardo; il professor Marazzi (ordinario presso UNISOB nonché responsabile degli scavi presso l'Abbazia, ndr) mi ha portato a riflettere su quanto questo nome non corrispondesse al background storico del personaggio. Ho scelto il nuovo nome tra quelli incisi sulle mattonelle dell'impiantito dell'Abbazia, 'firmate' dagli artigiani che le realizzarono”. Questo rigore scientifico che permea la narrativa di Alessandro Luciano è diretta conseguenza della sua professionalità: con un ricco curriculum da archeologo e ricercatore, è attualmente in servizio presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli; è inoltre Ufficiale della Riserva Selezionata dell'Arma dei Carabinieri nel Nucleo Tutela Patrimonio Culturale.

Nero Saraceno è pertanto un romanzo confezionato con cura ed estremamente godibile, attraverso il quale si intende valorizzare un'eccellenza del patrimonio culturale italiano; in altre parole, un esempio virtuoso di storytelling: questo fenomeno, sempre più adoperato nell'ambito dei beni culturali, è stato il soggetto del webinar tenuto dall'autore il 3 ottobre nel contesto di Arkeostoriae. “Le possibilità offerte dallo storytelling sono moltissime” spiega “oggi è possibile creare dei contenuti che declinano l'elemento storiografico in molteplici linguaggi, multimediali e non. In questo modo siti archeologici o d'interesse storico e artistico diventano realtà dinamiche in grado di raggiungere un pubblico molto ampio, cosa che pochi anni fa era impensabile”.

Dando per scontata l'efficacia di tale pratica, esiste forse il pericolo di sacrificare l'esattezza del dato scientifico nel nome di trame accattivanti per il grande pubblico, ma poco fondate a livello storico? A questa chiosa volutamente provocatoria Luciano risponde: “Il rischio è reale e concreto, almeno quanto quello di commettere errori marchiani che contribuiscono a dare una visione distorta della vicenda storica. Per questo è necessario prestare massima cura ai progetti e, qualora si vada a modificare la realtà documentata a beneficio della narrazione, renderlo esplicito al fruitore, fornendo materiale di supporto che illustri le fonti e soprattutto i punti di divergenza da esse”.

Nero Saraceno Alessandro Luciano

Questo approccio è evidente già nel primo romanzo di Alessandro Luciano, Gli ultimi giorni del comandante Plinio, uscito nel 2019 e giunto in pochi mesi alla terza ristampa; il Plinio del titolo è “il Vecchio”, autore della Naturalis historia, che tuttavia nel libro è presentato nel suo ruolo storicamente acclarato di ammiraglio della flotta imperiale di Miseno: Luciano ne racconta l'ultima missione, volta a salvare gli abitanti delle città vesuviane nei turbolenti giorni che precedettero la disastrosa eruzione del 79 d.C. nella quale egli perse la vita.

Plinio lo conosciamo attraverso gli scritti di suo nipote Plinio il Giovane” racconta l'autore; “è stato molto interessante studiarne la personalità e costruirci attorno una trama: era una persona curiosa, alla ricerca di nuove conoscenze, ma anche in grado di imporsi un rigido autocontrollo. Riteneva che perfino il sonno fosse una distrazione e riusciva a ridurlo al minimo, dormendo per pochi minuti quando lo desiderava e vegliando per il tempo necessario”. Il tutto nella cornice di un Golfo di Napoli splendidamente ricostruito attraverso l'attento studio delle fonti; tuttavia anche in questo suo primo lavoro Luciano alterna elementi desumibili dal contesto storico ad altri di pura fantasia: “Ho introdotto l'elemento amoroso mediante la vicenda di Rectina, una donna che gli chiese di accorrere in suo aiuto: le fonti non ci rivelano di quale natura fosse il loro rapporto, io ho immaginato che avessero una relazione”.

Nero Saraceno Alessandro Luciano

Come Nero Saraceno, anche Gli ultimi giorni del comandante Plinio è stato ospite di Arkeostoriae, nell'edizione del 2019: c'è la possibilità che Alessandro Luciano torni a Ischia con una nuova opera, in una futura edizione? “Sono al lavoro sul mio terzo libro” rivela in anteprima “non un romanzo storico, ma un thriller investigativo che ruota attorno al traffico di beni archeologici”. Dal passato al presente, dunque, senza perdere il gusto per le possibilità narrative offerte dall'archeologia: valori pienamente condivisi da Arkeostoriae.

Nero Saraceno Alessandro Luciano
La copertina del romanzo storico Nero Saraceno di Alessandro Luciano, pubblicato da Marlin Editore nella collana Il portico

Tutte le foto sono di Nico Meluziis.


Papyri Graecae Magicae

Papyri Graecae Magicae: una fonte importante per lo studio della magia greco-egizia

Una tra le più importanti raccolte di testi papiracei antichi è sicuramente quella dei Papyri Graecae Magicae, edita da Karl Preisendanz tra il 1928 e il 1931 e tradotta in inglese da Hans Dieter Betz nel 1986. Tali papiri sono definiti greci perché scritti in κοινή e magici perché sono un’importante testimonianza su rituali, credenze e culti dell’Egitto dall’II secolo a.C. al VI d.C. Tra le varie collezioni dei Papyri Graecae Magicae si ricorda quella Anastasi, dal cognome di Jean d’Anastasi, rappresentante diplomatico alla corte di Alessandria che avrebbe acquistato a Tebe alcuni papiri e li avrebbe poi rivenduti a biblioteche quali il British Museum di Londra, la Bibliothèque Nationale e il Louvre di Parigi, lo Staatliche Museen di Berlino e molte altre. Forse non sapremo mai chi ha messo insieme la collezione Anastasi, ma è interessante il fatto che in Egitto sono spesso attestate personalità che si dedicavano allo studio della magia come il Principe Khamwas, figlio di Ramses II, che sarebbe venuto a sapere dell’esistenza di un libro scritto dal dio Thot e lo avrebbe trovato nella tomba del principe Naneferkaptah.

I Papyri Graecae Magicae comprendono incantesimi, formule e inni nei quali, accanto alle divinità egiziane, si trovano quelle tipiche del pantheon greco come Zeus, Apollo, Afrodite, connotate come esseri ora benevoli e ora demonici. Si ricordano dunque papiri come il PGM, VII, 215-218 (si tratta del P. Lond. 121), in cui si fa riferimento a una stele di Afrodite per avere amicizia, favore e successo, ma al contempo ce ne sono altri come il PGM, XII, 144-152 (P. Lugd. Bat. J 384 (V), in cui ci si rivolge a Horus, figlio di Osiride ed Iside, per sognare quello che si desidera. In molti testi, inoltre possiamo trovare i cosiddetti ὀνόματα βαρβάρα, espressioni egiziane che in greco sono apparentemente prive di senso ma che potrebbero avere significati nascosti. Tutto questo fa emergere un certo sincretismo tra cultura greca ed egiziana, dovuto anche ai sempre maggiori insediamenti greci in Egitto a partire dal II secolo a.C.: si pensi anche ai Papiri di Ossirinco, che permettono di conoscere molti aspetti della vita quotidiana dell’Egitto di età ellenistica.

Papiro di Ossirinco 246, presso la Cambridge University Library, Cambridge. Foto da Bernard P. Grenfell, Arthur S. Hunt, The Oxyrhynchus Papyri Part II (1898), London: Egypt Exploration Fund, pp. 195–197, in pubblico dominio

Tra i Papyri Graecae Magicae, allo stesso tempo, possiamo trovare ricette magico-mediche che prevedono l’impiego di sostanze vegetali, animali e minerali per ottenere un determinato scopo: ricevere oracoli o sogni, allontanare demoni, curare affezioni umane, attirare la persona amata. Lynn R. LiDonnici ha proposto una classificazione di questi testi, distinguendo in particolare quelli che prevedono l’uso di piante medicinali, quelli che danno suggerimenti sulla raccolta e preparazione delle sostanze, quelli associati ai rituali nei templi o sugli altari e infine quelli che includono ingredienti esotici.

Papyri Graecae Magicae
Uno dei papiri magici con un incantesimo d'amore, dalla Biblioteca Nazionale di Strasburgo, BNUS inv. 1167. Foto di Pierre Tribhou, in pubblico dominio

Spesso gli elementi naturali utilizzati nei rituali descritti erano adoperati anche per realizzare amuleti, che servivano agli stessi scopi citati sopra. Per esempio, il PGM, IV, 2622-2707 comprende un incantesimo rivolto alla Luna da recitare in primo luogo per calunniare qualcuno, ma adatto anche per inviare sogni o visioni, per provocare debolezza e, se recitato al contrario, per allontanare i nemici; ai vv. 2626-2635, in particolare, si illustra come realizzare un amuleto di protezione, incidendo l’effigie di Ecate in un magnete a forma di cuore.

Allo stesso tempo le sostanze naturali potevano essere inserite all’interno delle statue degli dei o impiegate per la loro realizzazione, con procedimenti analoghi a quelli teurgici della τελεστική: nel PGM, VII, 756-794 Mene, dea lunare, è invocata recitando i segni e i simboli che le appartenevano, tra i quali anche un elenco di animali; secondo il PGM, XII, 14-95 per animare un’immagine in cera di Eros si dovevano offrire al dio varie prelibatezze e strangolare sette uccelli, mettendoli poi sull’altare con delle piante aromatiche. Oltre alle statue divine, nei Papyri Graecae Magicae vi sono esempi di immagini di persone o animali che erano animate per determinati scopi: nel PGM, IV, 2373-2440, nell’ambito di un rito per avere successo negli affari, si fa riferimento a un uomo di cera rappresentato come un supplice e con una borsa nella mano sinistra; nel PGM, IV, 2943-2966 troviamo un incantesimo di attrazione che prevede la realizzazione dell’effigie di un cane, nelle cui cavità oculari sono inseriti gli occhi di un pipistrello.

Sarebbero molti i Papyri Graecae Magicae degni di essere citati, perché mettono in luce non solo le pratiche magiche greco-egizie, ma anche i punti di contatto e le differenze tra queste due importanti civiltà del mondo antico. Indipendentemente dall’ambito magico, come si è visto, vi sono infatti elementi che consentono di scoprire gli aspetti dell’una e dell’altra cultura che si intrecciano a vicenda creando un perfetto sincretismo linguistico, religioso e, nuovamente, culturale. È quindi importante, oggi più che mai, riconoscere l’importanza di questi testi e valutarli come exemplum: per dirla con Clifford Geertz, riflettere sulla bellezza della diversità è qualcosa che ci arricchisce interiormente, oggi come nell’antichità.

Seth nel papiro AMS 75, 300-350 d. C. Foto Rijksmuseum van Oudheden, CC BY 3.0

Bibliografia

A.A. V.V. 1898- = A.A. V.V. (a cura di), The Oxyrhynchus Papyri, 84 voll., London 1898-.

Betz 1986 = H.D. Betz (a cura di), The Greek Magical Papyri in translation, Chicago 1986.

Björklund 2015 = H. Björklund, Invocations and Offerings as Structural Elements in the Love Spells in Papyri Graecae Magicae, in Journal for Late Antique Religion and Culture, vol. IX, 2015, pp. 29-47.

Calvo Martínez 2010 = J.L. Calvo Martínez, Himno sincrético a Mene-Hécate (PGM IV 2522-2567), in MHNH: revista internacional de investigación sobre magía y astrología antiguas, vol. X, 2010, pp. 219-238.

Eitrem 1942 = S. Eitrem, La théurgie chez les néoplatoniciens et dans les papyrus magiques, in Symbolae Osloenses, vol. XXII, 1942, pp. 49-79.

LiDonnici 2001 = L.R. LiDonnici, Single-Stemmed Wormwood, Pinecones and Myrrh: Expense and Availability of Recipe Ingredients in the Greek Magical Papyri, in Kernos. Revue internationale et pluridisciplinaire de religion grecque antique, Liège 2001, pp. 61-91.

Preisendanz 1928-1931 = K. Preisendanz (a cura di), Papyri Graecae Magicae, 2 voll., Stuttgart 1928-1931.

Zografou 2008 = A. Zografou, Prescriptions sacrificielles dans les papyri magiques, in V. Meil, P. Brulé (a cura di), Le sacrifice antique. Vestiges, procédures et stratégies, Rennes 2008, pp. 187-203.


Scuola Atene archeologia italiana

La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo

Documentario dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia.

Il film La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di domenica 18 ottobre, a partire dalle 17:30, nella sezione #cinemaearcheologia.

Scuola Atene archeologia italiana

La Scuola di Atene. L’archeologia italiana nell’Egeo

Nazione: Italia

Regia: Eugenio Farioli Vecchioli

Consulenza scientifica: Luca Peyronel

Durata: 52’

Anno: 2019

Produzione: Rai Cultura

Sinossi:

Documentario dedicato alla celebre Scuola Archeologica Italiana di Atene, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita. Un viaggio nell’archeologia italiana in Grecia, con il racconto degli scavi antichi e attuali e delle sensazionali scoperte effettuate nell’isola di Creta e di Lemno in oltre un secolo di vita della Scuola: i siti di Festòs e Haghia Triada, la città di Gortina, a Creta, e Poliochni, a Lemno, definita come la “più antica città d’Europa”.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Rai Storia

Informazioni regista:

Eugenio Farioli Vecchioli

Informazioni casa di produzione:

https://www.raicultura.it/

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Da Ercolano una nuova scoperta: neuroni umani in una vittima dell'eruzione

Nuove indagini su una vittima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. hanno portato ad una straordinaria scoperta.

Un team di studiosi guidati dall’antropologo forense Pier Paolo Petrone, responsabile del Laboratorio di Osteobiologia Umana  e Antropologia Forense presso la sezione dipartimentale di Medicina Legale dell’Università di Napoli Federico II, in collaborazione con geologi, archeologi, biologi, medici legali, neuro genetisti e matematici di Atenei e centri di ricerca nazionali, lo scorso 23 gennaio 2020 ha pubblicato sul  New England Journal of Medicine, massima rivista di medicina al mondo, i risultati di uno studio che, attraverso una serie di analisi biomolecolari ha permesso di scoprire all’interno di un frammento di cervello vetrificato di una vittima dell'eruzione una serie di acidi grassi tipici dei trigliceridi del cervello umano e anche dei capelli umani, ma soprattutto una serie di 7 proteine degli enzimi rappresentati in tutti i tessuti cerebrali umani (amigdala, cerebrocortex, ipotalamo e altri ancora).

Foto: Parco Archeologico di Ercolano

Lo scheletro di un giovane uomo è stato rinvenuto agli inizi degli anni ’60, esattamente nel 1961, nella Casa degli Augustali dal direttore dell’epoca Amedeo Maiuri all’interno di un letto ligneo completamento carbonizzato e sepolto dalle ceneri. Fortunatamente, questo prezioso reperto venne musealizzato permettendo così dopo 60 anni di scoprire che all’interno del cranio si sono preservati dei resti vetrificati di cervello.

Una scoperta unica al mondo in quanto mai prima d’ora, sia a livello archeologico che in ambito medico-forense, era mai stato scoperto un residuo del genere. La vetrificazione è nota in archeologia ma riguarda essenzialmente reperti vegetali.

Herculaneum_Brain axons from the human CNS
Foto: Parco Archeologico di Ercolano

Nuove ricerche pubblicate sulla prestigiosa rivista scientifica PLoS ONE rivelano oggi anche l’eccezionale scoperta di neuroni umani all'interno del frammento vetrificato di cervello.

Il rinvenimento di tessuto cerebrale in resti umani antichi è un evento insolito – spiega Petrone, coordinatore del teamma ciò che è estremamente raro è la preservazione integrale di strutture neuronali di un sistema nervoso centrale di 2000 anni fa, nel nostro caso a una risoluzione senza precedenti”.

La straordinaria scoperta ha potuto contare sulle tecniche più avanzate e innovative di microscopia elettronica del Dipartimento di Scienze dell’Università di Roma Tre, un’eccellenza italiana - spiega Guido Giordano, ordinario di Vulcanologia presso il Dipartimento di Scienze dell’Ateneo romanodove le strutture neuronali perfettamente preservate sono state rese  possibili grazie alla conversione del tessuto umano in vetro, che dà chiare indicazioni del rapido raffreddamento delle ceneri vulcaniche roventi che investirono Ercolano nelle prime fasi dell’eruzione.

neuroni Ercolano
Collegio degli Augustali. Foto: Parco Archeologico di Ercolano

I risultati del nostro studio mostrano che il processo di vetrificazione indotto dall'eruzione, unico nel suo genere, ha “congelato” le strutture cellulari del sistema nervoso centrale di questa vittima, preservandole intatte fino ad oggi”, aggiunge Petrone.

Le indagini sulle vittime dell’eruzione proseguono in sintonia tra i vari ambiti della ricerca. “La fusione delle conoscenze dell’antropologo forense e del medico-legale stanno dando informazioni uniche, altrimenti non ottenibili”, afferma Massimo Niola, ordinario e direttore della U.O.C. di Medicina Legale presso la Federico II.

neuroni Ercolano
Brain vitrified fragment_1_Petrone copyright 2020

Lo studio ha anche analizzato i dati di alcune proteine già identificate dai ricercatori nel lavoro pubblicato a gennaio scorso dal New England Journal of Medicine. “Un aspetto di rilievo potrebbe riguardare l'espressione di geni che codificano le proteine isolate dal tessuto cerebrale umano vetrificato” spiega Giuseppe Castaldo, Principal Investigator del CEINGE e ordinario di Scienze Tecniche di Medicina di Laboratorio della Federico II.

Tutte le trascrizioni geniche da noi identificate sono presenti nei vari distretti del cervello quali, ad esempio, la corteccia cerebrale, il cervelletto o l’ipotalamo”, aggiunge Maria Pia Miano, neurogenetista presso l'Istituto di Genetica e Biofisica del CNR di Napoli.

Le indagini sui resti delle vittime dell’eruzione non si fermano qui. Il Parco Archeologico ha inserito tra i temi di ricerca prioritari le indagini bioantropologiche e vulcanologiche per l’eccezionale interesse che possono avere non solo nello stretto ambito scientifico ma anche nel campo degli studi storici e del rafforzamento della capacità di gestire catastrofi come l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

"Gli straordinari risultati ottenuti – conclude Francesco Sirano, Direttore del Parco Archeologico di Ercolano – dimostrano l'importanza degli studi multidisciplinari condotti dai ricercatori della Federico II e l'unicità di questo sito straordinario, ancora una volta alla ribalta internazionale con il suo patrimonio inestimabile di tesori e scoperte archeologiche".

Le prossime ricerche porteranno gli studiosi ad un’analisi a ritroso delle varie fasi dell’eruzione con una valutazione attenta anche dell’esposizione alle alte temperature e al raffreddamento dei flussi; di grande valenza quindi non solo per l’archeologia e la bioantropologia ma soprattutto per la valutazione del rischio vulcanico in una zona così altamente sismica.


Solo tra le rocce

Solo tra le rocce: Baliti (Oak-man), che ora ha 70 anni, è una guardia fedele che ha imparato il cuneiforme dei rilievi rupestri di Kul-e Farah dall'archeologo francese Roman Ghirshman.

Il film Alone among the rocks (Solo tra le rocce) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di domenica 18 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.


Solo tra le rocceAlone among the rocks

Solo tra le rocce

Nazione: Iran

Regia: Arman Gholipour Dashtaki

Durata: 21’

Anno: 2020

Produzione: Iranian Youth Cinema Society

Sinossi:

Baliti (Oak-man), che ora ha 70 anni, è una guardia fedele che ha imparato il cuneiforme dei rilievi rupestri di Kul-e Farah dall'archeologo francese Roman Ghirshman. Per molti anni solo lui ha salvaguardato i monumenti.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

III Archaeological, Ethnographic & Historical Film Festival (AEI) in Cyprus, 2020

Prima nazionale

Informazioni regista:

Arman Gholipour Dashtaki

Informazioni casa di produzione:

https://iycs.ir

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Solo tra le rocce


Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani.

Il film ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας (Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante la serata di sabato 17 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Cinira amato sacerdote Afrodite

ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας

Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

Nazione: Cipro

Regia: Stavros Papageorghiou

Consulenza scientifica: John Franklin

Durata: 90’

Anno: 2019

Produzione: Stavros Papageorghiou

Sinossi: La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani. I miti che circondano Cinira sono rappresentati anche attraverso l'animazione. Il documentario è un'elegia del personaggio mitico più importante della storia antica di Cipro, Cinira. Sebbene la memoria del suo nome sia conservata fino ad oggi, i Ciprioti sanno poco di lui.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Prima nazionale

Informazioni regista:

Stavros Papageorghiou

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Cinira amato sacerdote Afrodite


Tarām-Kūbi corrispondenze

Così parla Tarām-Kūbi, corrispondenze assire

La voce di Tarām-Kūbi, una donna assira che aveva corrispondenze epistolari con suo fratello e suo marito a Kaneš, ci riporta indietro nel tempo.

Il film Thus speaks Tarām-Kūbi, Assyrian Correspondence (Così parla Tarām-Kūbi, corrispondenze assire) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di sabato, 17 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Thus speaks Tarām-Kūbi, Assyrian Correspondence - TRAILER from MSH Mondes on Vimeo.

 

Thus speaks Tarām-Kūbi, Assyrian Correspondence

Così parla Tarām-Kūbi, corrispondenze assire

Nazione: Francia

Regia: Vanessa Tubiana-Brun

Consulenza scientifica: Cécile Michel

Durata: 46’

Anno: 2020

Produzione: CNRS-USR 3225 (MSH Mondes)

Sinossi:

Circa 4000 anni fa, i mercanti assiri stabilirono un insediamento commerciale nell'antica città di Kaneš, nell‘Anatolia centrale. Provenivano da Aššur, nel nord della Mesopotamia. Le tavolette d‘argilla, che hanno resistito al tempo, ci hanno fatto conoscere la loro storia. Come sono arrivate queste tavolette mesopotamiche in Anatolia e cosa ci dicono? La voce di Tarām-Kūbi, una donna assira che aveva una corrispondenza con suo fratello e suo marito a Kaneš, ci riporta indietro nel tempo.

Trailer:

https://vimeo.com/433753829

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Cyprus Archaeological, Ethnographic and Historical Film Festival

Arkhaios Cultural Heritage and Archaeology Film Festival

Prima nazionale

Informazioni regista:

Vanessa Tubiana-Brun

Informazioni sulla casa di produzione:

http://mediatheque.mae.cnrs.fr/

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Tarām-Kūbi corrispondenze