restauro mosaico Alessandro

Partono le attività di restauro del Mosaico di Alessandro al MANN

Partono le attività di restauro del Mosaico di Alessandro
Il Direttore del MANN, Paolo Giulierini: "Scriviamo una pagina importante per la storia del Museo
e la conservazione dei beni culturali"
La supervisione è dell'Istituto Centrale per il Restauro
Entro luglio 2021, sarà ultimato il cantiere, visibile al pubblico durante i lavori
Foto del Mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia (fine II/ inizi I sec. a.C.), partono le attività di restauro. Credits: Pedicini Fotografi

In rete per il “Gran Musaico”a fine mese, partirà la campagna di restauro del Mosaico della Battaglia di Isso, capolavoro che rappresenta un simbolo, universalmente noto, dei tesori custoditi dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il restauro, che sarà concluso a luglio, è realizzato con la supervisione dell’Istituto Centrale per il Restauro (ICR); le attività diagnostiche sono promosse in rete con l’Università del Molise (UNIMOL) ed il Center for Research on Archaeometry and Conservation Science (CRACS).

"Con l'avvio, nel 2021, del restauro del Mosaico di Alessandro, scriviamo insieme una pagina importante nella storia del Museo Archeologico Nazionale di Napoli e quindi della conservazione dei beni culturali. Sarà un restauro grandioso,  che si compirà sotto gli occhi del mondo. Un viaggio entusiasmante lungo sette mesi ci attende: dopo il minuzioso lavoro preparatorio, studiosi ed esperti  si prenderanno cura con le tecniche più avanzate  del nostro iconico capolavoro pompeiano, raffigurante la celebre battaglia di Isso. La tecnologia e le piattaforme digitali ci consentiranno di seguire le  delicatissime operazioni, passo dopo passo, in una sorta di 'cantiere trasparente', come mai accaduto prima.  Per realizzare  una  operazione così  ambiziosa e complessa è stata attivata dal MANN una rete di collaborazioni scientifiche e di partnership  di grande prestigio", commenta il Direttore del MANN, Paolo Giulierini.
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
Lo stato dell'arte: guardando indietro nel tempo, le ragioni del restauro.
Milioni di tessere ed una superficie di eccezionale estensione (5,82X 3,13 m): nella casa del Fauno di Pompei, il mosaico, che decorava il grande pavimento dell'esedra, era al centro di una ricca “architettura” iconografica. Agli occhi degli scopritori, nel 1831, il capolavoro non soltanto si rivelò nell'unicità e nelle dimensioni della scena rappresentata, ma anche nello stato sostanzialmente buono di conservazione: le ampie lacune riscontrate riguardavano, infatti, la sezione sinistra dell'opera, senza “intaccare” il fulcro della raffigurazione. Fu travagliata, in ogni caso, la decisione di distaccare il mosaico, per trasportarlo nel Real Museo Borbonico: dopo circa 12 anni di accesi dibattiti, una commissione espresse parere favorevole e l'opera, il 16 novembre 1844, fu messa in cassa e condotta lentamente da Pompei a Napoli, su un carro trainato da sedici buoi.
 Durante il tragitto, all'altezza di Torre del Greco, un incidente minacciò l'integrità del mosaico: l'opera fu sbalzata a terra e, soltanto nel gennaio del 1845, venne aperta la cassa per verificare l'integrità del capolavoro che, fortunatamente, non aveva subito danni. La prima collocazione della Battaglia di Isso fu, dunque, il pavimento della sala CXL, secondo il progetto iniziale di Pietro Bianchi; fu Vittorio Spinazzola, nel 1916, a definirne la nuova sistemazione a parete nelle riallestite sale dei mosaici. Da allora, in oltre un secolo, il “Mosaico dei record” ha catturato, con la sua bellezza magnetica, l'attenzione dei visitatori di tutto il mondo: dietro il fascino di un'opera senza tempo, si sviluppa il lavoro di scienziati ed esperti per garantire manutenzione e conservazione del nostro capolavoro. L'attività di restauro del mosaico è ontologicamente complessa: conservazione, collocazione, peso (verosimilmente sette tonnellate) e rilevanza storico-artistica del manufatto enfatizzano la necessità di un progetto esecutivo puntuale e delicatissimo. Il mosaico di Alessandro presenta, infatti, diverse criticità conservative, consistenti sostanzialmente in distacchi di tessere, lesioni superficiali, rigonfiamenti ed abbassamenti della superficie. In particolare, la zona centrale destra è affetta da una visibile depressione; rigonfiamenti puntuali sono presenti lungo il perimetro del mosaico, probabilmente dovuti a fenomeni di ossidazione degli elementi metallici dell’intelaiatura lignea posta in opera durante il trasferimento del 1916. Sono presenti, inoltre, microfratture ad andamento verticale e orizzontale, nonché una lesione diagonale, già oggetto di velinatura nel corso di precedenti restauri. Negli ultimi venti anni, la necessità di un restauro complessivo si è resa chiara grazie anche alle indagini diagnostiche eseguite: alle ragioni conservative si sono associate le esigenze di una migliore lettura organica dell'opera.
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi

Due i momenti significativi nell'iter diagnostico effettuato: nel 2015, con il contributo di IPERION CH.it e del CNR-ISTI di Pisa, si è documentato lo stato di fatto dell’opera, in relazione ai materiali costitutivi, distinguendoli da quelli riconducibili ai restauri effettuati in epoca antica e moderna. Nel 2018, con la partecipazione dell’Università del Molise e del CNR, è stato eseguito il rilievo di dettaglio del mosaico, mediante fotogrammetria ad alta risoluzione: al modello tridimensionale dell'opera si è aggiunta l’indagine tramite georadar per verificare le condizioni del supporto. Tali operazioni hanno consentito anche di mettere in evidenza fratture e fessurazioni non visibili ad occhio nudo, così come anomalie negli strati costitutivi il supporto.

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Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
Il progetto: metodologia e fasi esecutive.
 Un percorso in fieri, tra diagnostica, tecnologia e restauro.
 Alla luce degli studi realizzati, sembra probabile che i fenomeni di deterioramento siano dovuti essenzialmente all’ossidazione dei supporti in ferro del mosaico ed al degrado delle malte: a questi fattori può attribuirsi l’accentuata depressione che interessa la parte centrale/destra del pannello musivo. Tale stato di fatto è certamente aggravato dal peso del mosaico e dalla posizione verticale, entrambe cause cui può essere ricondotto lo scorrimento verso il basso dello strato più superficiale di malta e tessere. Per avere un quadro esaustivo sulle effettive condizioni dell’opera, è stata prevista una nuova campagna di indagini diagnostiche, effettuate dall’Università del Molise e dal CRACS (Center for Research on Archaeometry and Conservation Science); le indagini interesseranno anche la fase esecutiva del restauro. Un'attenzione particolare riguarderà, inoltre, le condizioni microclimatiche ed ambientali, non soltanto per comprenderne l'eventuale incidenza nel processo di degrado del mosaico, ma soprattutto per individuare le migliori condizioni espositive future, in termini di illuminazione e parametri termoigrometrici. Il progetto di restauro, connotato dal principio del minimo intervento e finalizzato alla conservazione dell'integrità materiale dell'opera nello stato in cui si trova, si articolerà in due fasi diverse: tra i due momenti, sarà effettuata la movimentazione del mosaico. La movimentazione si rende necessaria per esplorare la parte retrostante la battaglia di Isso, verificare lo stato del supporto e definire compiutamente gli interventi conservativi complessivi da realizzare.
restauro mosaico Alessandro
Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi

 

 PRIMA FASE (gennaio- febbraio 2021):
 L’intervento ipotizzato, da eseguirsi in situ mediante l’allestimento di un cantiere visibile, è finalizzato alla messa in sicurezza della superficie musiva prima della movimentazione dell’opera.
 In questa fase, il mosaico sarà oggetto di:
  • Accurata ispezione visiva e tattile di tutta la superficie, preliminare alla successive lavorazioni;
  • pre-consolidamento delle tessere e degli strati di malta distaccati;
  • pulitura;
  • velinatura con idonei bendaggi di sostegno su tutta la superficie attualmente visibile.
In un momento immediatamente successivo, previa apposizione di un tavolato ligneo di protezione, nonché di un'idonea intelaiatura metallica di sostegno, il mosaico sarà rimosso dall'attuale collocazione, mediante un sistema meccanico di movimentazione appositamente progettato. L’indagine diretta sarà accompagnata da ulteriori analisi strumentali, grazie alle quali si definiranno gli interventi di restauro ipotizzati nella prima fase della progettazione, stabilendo le azioni da eseguire sul supporto per garantire la conservazione del manufatto. 
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Immagini delle attività di diagnostica sul mosaico del MANN. Credits: Pedicini Fotografi
SECONDA FASE (aprile- luglio 2021):
La seconda ed ultima fase esecutiva del restauro, quindi, interesserà, innanzitutto, il supporto del mosaico: le lavorazioni saranno eseguite, dunque, sulla superficie retrostante dell'opera.
Per tutelare le tessere musive, che, in tale frangente, non saranno visibili perché coperte dal tavolato ligneo di protezione, un significativo contributo tecnologico sarà fornito dalla TIM: la realizzazione di appositi smart glasses, indossati direttamente dai restauratori, consentirà di monitorare costantemente la corrispondenza tra la zona di intervento e la relativa superficie non visibile.
Le strumentazioni permetteranno, con una metodologia assimilabile a quella utilizzata in chirurgia: 1) la proiezione in scala 1:1 della parte frontale del mosaico su una apposita superficie, che potrebbe essere una parete o un telo appositamente collocato in loco. La proiezione sarà non soltanto uno strumento di lavoro per i restauratori, ma renderà fruibile dal pubblico quanto accade nel cantiere; 2) l’associazione alla proiezione di una serie di parametri geofisici desunti dalle indagini: questi parametri potranno essere interrogati dagli operatori in tempo reale, analizzando tutti i dati inerenti al manufatto nel suo complesso (supporto e superficie). Terminato l'intervento sul supporto, si prevede la rimozione dei bendaggi posti durante la fase iniziale d'intervento ed il completamento del restauro con operazioni di pulitura, ulteriori ed eventuali consolidamenti, trattamento protettivo finale. Il progetto di restauro, così, diverrà un'occasione per valorizzare, anche nella percezione dei visitatori, non solo il complesso percorso di ricerca, ma anche la metodologia adottata: in questa esperienza, la dimensione progressiva, puntuale ed attenta delle diverse fasi di lavoro, sarà una componente essenziale per sottolineare l'interconnessione di contributi e professionalità, alla base di un evento di rilevanza internazionale. 
restauro mosaico Alessandro
Il Mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia (fine II/ inizi I sec. a.C.), partono le attività di restauro. Credits: Pedicini Fotografi
Testo e immagini dall'Ufficio Comunicazione MANN sulle attività di restauro del mosaico della Battaglia di Isso tra Alessandro Magno e Dario di Persia. Crediti di tutti gli scatti: Pedicini Fotografi

Janus: uno sguardo al passato con gli occhi del futuro

Janus: uno sguardo al passato con gli occhi del futuro

La startup firmata Sapienza è il primo un esempio innovativo di applicazione dell’ICT ai beni culturali. Nasce da un progetto interdisciplinare che ha coinvolto architetti, ingegneri e storici dell’Ateneo con l’obiettivo di comunicare al pubblico il patrimonio culturale attraverso il supporto di metodologie e strumenti altamente innovativi come, laser, scanner, rappresentazioni topografiche e ricostruzione degli oggetti in 3D

Janus startup architetturaCome Giano, divinità del mondo romano e italico, che contemporaneamente guarda al passato e al futuro, Janus, la neonata startup di Sapienza Università di Roma, si propone di avere “uno sguardo al passato, con gli occhi del futuro”.

Con questo intento Janus, la prima startup della facoltà di Architettura di Sapienza, unisce alle competenze acquisite nel contesto accademico le Information and Communication Technologies (ICT) – come la realtà virtuale, la realtà aumentata, le ricostruzioni tridimensionali, i panorami virtuali/interattivi e i musei virtuali − per produrre contenuti di alta qualità da proporre a un mercato specialistico, pubblico e privato, costituito da musei, soprintendenze, comuni e fondazioni.

“La pittura, la scultura e l’architettura hanno sempre avuto un ruolo pedagogico basato sull’utilizzo consapevole del linguaggio visuale per trasmettere in modo evocativo e immediato specifici messaggi - spiega il coordinatore scientifico Graziano Mario Valenti del Dipartimento di Storia, disegno e restauro dell'architettura della Sapienza. “L’operazione culturale che si intende perseguire è quella di condividere la conoscenza, senza che il background dell’utente sia una discriminante e di stimolare il senso di partecipazione e di coinvolgimento emotivo al bene culturale”.

Janus startup architettura

Tale concezione si traduce in un museo virtuale inteso non semplicemente come “contenitore” di arte, ma come luogo, strumento di interazione e di dinamicità̀ in cui il visitatore è svincolato dai limiti di gravità e di impenetrabilità dei corpi. In questo modo si può immaginare che, per esempio, le tele bidimensionali possano diventare stanze tridimensionali in cui colui che osserva entra nella scena, si fonde con lo spazio dell’opera d’arte accedendo a un punto di vista diverso e privilegiato. L’obiettivo è di proporre un'esperienza non sostitutiva, ma complementare e integrativa dell’esperienza reale.

Il processo di costruzione/ricostruzione virtuale avverrà essenzialmente attraverso tre fasi: una approfondita conoscenza dell’oggetto di studio, la produzione dei contenuti mediante l’analisi dei dati acquisiti per la costruzione dei modelli virtuali e la comunicazione dell’oggetto con soluzioni innovative. In tutte queste fasi, dalla progettazione alla realizzazione commerciale, saranno fondamentali le competenze diverse e interdisciplinari dei componenti del gruppo di lavoro costituito da docenti, dottorandi e giovani laureati del Dipartimento di Storia, disegno e restauro dell’architettura.

“Janus si propone come un’azienda di “artigianato digitale” dove l’innovazione si sviluppa bilanciando creatività e competenze –aggiunge Simone Lucchetti, architetto e dottorando under 30 della Sapienza e presidente della startup.“Il prodotto che Janus offre è innovativo perché intende dare un nuovo significato e un nuovo valore alle ricostruzioni virtuali usando la tecnologia come un mezzo per veicolare contenuti”.

Inoltre, per i prodotti e i servizi erogati, anche integrabili tra loro, sarà garantito un alto grado di personalizzazione in relazione alle esigenze del committente e all’analisi dell’utenza finale.

La comunicazione del patrimonio culturale, per far sì che venga compreso, deve avvalersi di mezzi comunicativi immediati, che coinvolgano emotivamente l’utente, senza sminuire o banalizzare i contenuti. Il progetto Janus è dunque nato con l’intento di migliorare il modello tradizionale di comunicazione realizzando allo scopo prodotti che, con l’ausilio di mezzi tecnologici, raccontino storie e propongano esperienze, per avvicinare e rendere partecipi del patrimonio culturale e dei valori che esprime una comunità di utenti sempre più ampia ed eterogenea.

Oltre a Graziano Mario Valenti e Simone Lucchetti, il team imprenditoriale è formato dai docenti Fabrizio De Cesaris, Tommaso Empler, Elena Ippoliti e dai dottori di ricerca, dottorandi e specializzandi Roberto Barni, Daniele Bigi, Adriana Caldarone, Giulia Catalani, Marika Griffo, Antonio Mirandola, tutti afferenti al Dipartimento di Storia, disegno e restauro dell’architettura, per un totale di undici persone impegnate in tutte le fasi, dalla progettazione alla realizzazione e commercializzazione di prodotti innovativi che forniscono nuovo valore e nuovo significato alle ricostruzioni virtuali dei beni culturali.

 

Testo e foto dalla Sapienza Università di Roma


Piemontesi Museo Egizio Torino

A l’è na storia bela - Piccole storie di piemontesi che hanno fatto grande il Museo Egizio

"Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri", dal Museo Egizio otto clip per l'iniziativa in collaborazione col Centro Studi Piemontesi

piemontesi museo egizio copertina

Testardi, pragmatici, capaci, appassionati. Liberi, curiosi, eccentrici.
Sono i piemontesi, quelli cresciuti tra le montagne e le colline sabbiose su cui la vite soffre e fa il vino robusto. Quelli che si imbarcano in avventure improbabili e finiscono per dargli un senso. Quelli che paiono chiusi come ricci e poi affrontano culture lontanissime con sincero interesse e disinvoltura.
Quelli che non conosciamo, perché l’understatement è più forte persino della verità storica.

otto piemontesi storia museo egizio
Gli otto piemontesi che hanno fatto la storia del Museo Egizio

Vengono da tutte le provincie della regione ma sono accomunati da un ruolo: il loro lavoro, il loro talento e il loro impegno sono stati determinanti per realizzare quella straordinaria realtà culturale che il Museo Egizio è oggi.

Proprio il Museo, in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi, racconta le storie di questi personaggi tanto importanti e affascinanti quanto (ben poco) illustri. E lo fa nella loro lingua, in quella che certamente hanno ascoltato nell’infanzia e utilizzato in famiglia, il Piemontese.

Lascia un po’ interdetti ascoltare il suono di questo dialetto che non ha molto di eroico, e che troppo spesso è stato ridotto a semplice macchietta per la sua riconoscibile e invadente cadenza.
Ma nelle sfumature delle espressioni dialettali, per lo più intraducibili, nella sua disincantata ironia, nel costante rifiuto dell’esagerazione retorica, nella precisione senza fronzoli di alcuni termini risiede la possibilità di offrire un racconto autentico.
E della scoperta, se ce ne hosse bisogno, di quante avventure si nascondano nella costituzione di una collezione tanto bizzarra.

La prima puntata dedicata a Giulio Cordero di San Quintino: il cuneese tanto testardo da impedire a Champollion di tagliuzzare il papiri

Otto piemontesi per raccontare la nascita del Museo Egizio

Ogni martedì, per tutti i mesi di novembre e dicembre, il Museo Egizio celebra i piemontesi che hanno collaborato alla nascita delle collezioni, agli studi di egittologia e alle campagne di scavo. Sono uno per provincia. Da Bernardino Drovetti, torinese al servizio di Napoleone, dalla cui profonda conoscenza dell’Egitto e intelligenza di collezionista nasce il primo nucleo di opere, poi acquistato da Carlo Felice. Passando attraverso il biellese Ernesto Schiapparelli, lo scopritore della tomba di Kha e Merit. E Giuseppe Botti, nato in Valle Anzasca a un passo dalla Svizzera, che cominciò a studiare il dialetto delle sue montagne e finì per diventare il primo demotista dell’egittologia italiana. Per arrivare all’astigiano Leonetto Ottolenghi, mecenate e collezionista, che mise denaro e talento al servizio della collettività e promosse l’interesse per civiltà lontane nel tempo e nello spazio. E altri loro pari che scopriremo di settimana in settimana.

Un vero ciclo di racconti, che mette insieme verità storica e gusto per la narrazione;‌ approfondimento sull’alba dell’egittologia italiana ed europea e gustoso ritratto di costumi e caratteri. Otto clip video, pensate per essere diffuse in primo luogo attraverso il canale YouTube del Museo Egizio. Realizzate e programmate già prima della chiusura dei musei, inserite nella visione di un museo in continuo dialogo con il proprio pubblico che mai come oggi si rivela necessaria.

 

La seconda puntata, uscita oggi e dedicata a Carlo Vidua: dalle Alpi alle Piramidi

Una curiosità:‌ la lingua con cui saremo guidati alla scoperta di queste piccole storie di grandi personaggi è il piemontese “letterario”.
Quello della tradizione scritta, il più simile a quello parlato a Torino. Un piemontese standard, privo dei colori delle inflessioni delle diverse provincie, più facile da comprendere e forse il più vicino a quello che tutti i protagonisti di queste storie possono aver utilizzato proprio all’interno delle sale del Museo Egizio per dialogare con i loro colleghi.
E per i non-piemontesi? Nessun problema: i sottotitoli in italiano rendono comprensibili a chiunque i testi del progetto. Anche se, quando si tratta di contenuti in “lingua originale”, l’invito è sempre quello a smettere di inseguire la lettera per godersi il suono e tutto quel mondo di senso che va oltre la lettera delle singole parole.

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A l’è na storia bela quella dei piemontesi che si sono inventati un museo di antichità egizie vicino alle Alpi. Una storia che vorremmo sentirci raccontare all'infinito, come fa questa filastrocca che viene ricordata anche nelle clip del Museo Egizio.

Di seguito, le dichiarazioni della presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin, e della direttrice del Centro Studi Piemontesi, Albina Malerba.

Nell’assolvere al nostro ruolo di custodi di un patrimonio culturale che appartiene all’umanità intera - spiega la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin - abbiamo al contempo il dovere e l’onore di valorizzare il legame che ci unisce a Torino e alla Regione Piemonte, di cui siamo ambasciatori nel mondo. Un rapporto antico in cui affondano le origini di questa storica istituzione, in virtù del quale la comunità regionale vive con orgoglio la presenza del Museo Egizio sul proprio territorio, così come noi siamo orgogliosi di far parte della storia del Piemonte e di rappresentare un punto di riferimento per la sua gente. Raccontando nel nostro dialetto le vicende dei personaggi provenienti dalle otto Province del territorio, desideriamo dedicarle al 50esimo anniversario della fondazione delle Regioni italiane, e a tutti coloro che ne hanno costruito la storia”.

Il Centro Studi Piemontesi - spiega la direttrice, Albina Malerba - da sempre ha a cuore la collaborazione con chi è impegnato nella valorizzazione dell’immagine e della storia del Piemonte e ha accolto con entusiasmo l’invito del Museo Egizio, una bella e ghiotta occasione - dovremmo dire “galupa” in piemontese - per raggiungere un pubblico più ampio e probabilmente meno avvezzo alle parlate della nostra terra, ma che ci auguriamo possa affezionarsi a questa lingua di lunga e ricca tradizione letteraria nonché glottologico-linguistica. Come Centro Studi siamo depositari e promotori di una lingua capace di indiscutibile forza espressiva e creativa, e dunque non diminutivamente confinabile nell’esercizio di un quotidiano e purtroppo sempre più povero parlare. Per i testi del progetto del Museo abbiamo optato per il piemontese di koinè, cioè quello della tradizione letteraria scritta (e anche parlata nel capoluogo), che tuttavia non rinuncia ad accogliere apporti di altre realtà più periferiche. Una soluzione ragionevolmente obbligata, che certo non sottovaluta le singole e plurime parlate del Piemonte, ma consente una più ampia e comune comprensibilità”.

 

Per le immagini si ringrazia l'Ufficio Stampa del Museo Egizio

 


I Marmi Torlonia. Una collezione di Capolavori in mostra a Villa Caffarelli

"I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori" è una mostra che va raccontata a partire dal suo epilogo. L'esposizione, frutto di un’intesa tra il Mibact e la Fondazione Torlonia, si comprende del tutto raggiungendo la sua ultima sala, la numero 14, dove è esposto il catalogo monumentale curato da Pietro Ercole Visconti e poi dal nipote Carlo Ludovico, stampato in otto edizioni dal 1876 al 1885.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

Qui è esposta l’edizione monumentale del 1884-’85 che offre le fotografie di tutte le 620 sculture di cui si componeva il Museo Torlonia e che fu il primo esempio di un catalogo di sculture antiche integralmente riprodotte in 161 tavole in fototipia.

Il Museo fu voluto intorno al 1876 dal principe Alessandro Torlonia non solo per dare una collocazione unitaria alle raccolte del padre Giovanni e dei suoi predecessori, fino ad allora contenute nelle loro sontuose residenze, ma anche per esporre al pubblico i frutti dell’accumulo privato secondo un percorso organizzato in gallerie e sale per gruppi tematici e anche classificato con la redazione di un catalogo. Un Museo che fu principalmente il progetto culturale di una generosa e lungimirante politica culturale di segno privato, intesa a compensare la dispersione di un patrimonio d’arte antica accumulato in Roma per secoli. (Salvatore Settis).

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

Il catalogo esposto in sala racconta le tre componenti originarie del Museo Torlonia e delle sue 77 sale dell’edificio di Via della Lungara, chiuso al pubblico agli inizi del Novecento, nell’acquisto in blocco di “Antiche ed insigni collezioni”, nei materiali emersi dagli sterri della Roma che attraverso i nuovi quartieri in costruzione si faceva capitale d’Italia, nelle “escavazioni” dei latifondi di famiglia. E da qui partiamo per visitare la mostra, perché i curatori Salvatore Settis e Carlo Gasparri hanno voluto ispirarsi a queste origini per progettare l’esposizione della selezione di 92 opere greco-romane tra i marmi della più prestigiosa collezione privata di sculture antiche al mondo.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Ritratto di Caracalla (regnò 198–217 d.C.), su busto antico non pertinente da Villa Albani, inizi del III secolo d.C Foto: Alessandra Randazzo

La mostra infatti è ideata come un racconto che inizia dall’evocazione del Museo Torlonia verso il 1885 per poi procedere indietro nel tempo fino alle collezioni quattro-cinquecentesche: Il Museo Torlonia si racconta qui come una collezione di collezioni, o come un gioco di scatole cinesi, in cui una raccolta racchiudeva in sé pezzi provenienti da collezioni ancor più antiche.

Il progetto scientifico di studio e valorizzazione della collezione è di Salvatore Settis, curatore della mostra con Carlo Gasparri. Electa, editore del catalogo, cura anche l’organizzazione e la promozione dell’esposizione, mentre il progetto d’allestimento è di David Chipperfield Architects Milano con il progetto della luce di Mario Nanni per Lumi Viabizzuno. L’esposizione si dipana negli ambienti dello spazio espositivo dei Musei Capitolini a Villa Caffarelli, tornati alla vita dopo oltre cinquanta anni di oblio grazie all’impegno di Roma Capitale per restituire alla cittadinanza un nuovo spazio espositivo progettato e interamente curato della Sovrintendenza capitolina. La Fondazione Torlonia ha restaurato i marmi selezionati con il contributo di Bvlgari che è anche main sponsor della mostra.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori.Gruppo di due guerrieri, uno con firma di Philoumenos (?) da Villa Albani, I secolo d.C. marmo pentelico con integrazioni in marmo lunense; base moderna in bardiglio Foto: Alessandra Randazzo

David Chipperfield nel suo allestimento mette in scena i Marmi Torlonia in cinque sezioni che seguono una sequenza narrativa con cronologia invertita e usano colori diversi per la differente definizione delle aree così che ogni scultura, proprio come nelle fototipie del catalogo monumentale, abbia uno sfondo omogeneo per essere meglio apprezzata.

Un sistema di basamenti di altezze e dimensioni variabili, caratterizzati dall’uso del mattone grigio scuro e trattati come estrusioni dalla pavimentazione delle sale, sono a tutti gli effetti delle strutture architettoniche su cui poggiano direttamente le opere scultoree senza la mediazione di sostegni o piedistalli.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statua di caprone dalla collezione Giustiniani, corpo della fine del I secolo d.C. con testa attribuita a Gian Lorenzo Bernini. Statua di guerriero dalla collezione Giustiniani, età imperiale per il frammento antico del corpo; verso la metà del II secolo d.C. la testa antica non pertinente marmi bianchi di qualità diverse per le parti antiche e le integrazioni Foto: Alessandra Randazzo

Il tempo a ritroso voluto dai curatori della mostra ci guida, allora, nella Sezione I che evoca il Museo Torlonia in alcune delle sue componenti più significative ed espone l’unico bronzo della raccolta, un Germanico portato alla luce nel 1874 e prontamente restaurato e integrato come descritto da Pietro Ercole Visconti nel Catalogo: “La testa, trovata in parte, ma ridotta in minuti frammenti, venne con la guida di quegli avanzi restituita dal ristauro; come altresì una parte del braccio e della gamba dritta”. La statua proviene da Cures, in Sabina, e raffigura in nudità eroica il figlio adottivo dell’imperatore Tiberio, famoso per le sue vittorie sulle tribù germaniche.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. In primo piano statua di Germanico da Cures in Sabina, I secolo d.C. Bronzo. ph Astrologo

Tre celeberrimi ritratti qui esposti sono quelli della Fanciulla di Vulci, datata tra la fine della Repubblica e i primi anni del principato di Augusto, la cui delicata acconciatura era un tempo impreziosita da inserti d’oro e pietre preziose, il cosiddetto Eutidemo I di Battriana della Collezione Giustiniani, il busto di età tardo repubblicana dal crudo realismo detto il Vecchio da Otricoli, già nella galleria dei busti imperiali (perché originariamente attribuito a Galba) che terminava il percorso museale; proprio dalla stessa galleria provengono i venti busti di ritratti imperiali (o creduti tali), di varia provenienza, ordinati secondo l’ordine cronologico dei personaggi rappresentati.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Foto: Alessandra Randazzo

La Sezione II ci conduce invece tra i materiali provenienti dagli scavi ottocenteschi di Giovanni Raimondo Torlonia e del figlio Alessandro, il fondatore del Museo, nelle loro proprietà dell’agro romano: le tenute di Roma Vecchia e della Caffarella, le Ville dei Quintili, dei Sette Bassi e di Massenzio e altre ancora dove emersero notevoli aree archeologiche. Tra queste sono i resti della villa sull’Appia Antica di Erode Attico -un ricchissimo filosofo e mecenate greco, nonché usuraio, vissuto nel II secolo d.C.- che vi aveva esposto preziose sculture importate da Atene; un personaggio tanto sicuro della propria fama da far scrivere sulla propria tomba: “Giacciono in questo sepolcro i pochi resti di Erode figlio di Attico, nativo di Maratona, mentre la sua fama è sparsa in tutto il mondo“.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Replica del gruppo di Eirene e Ploutos (Pace e Ricchezza) di Kefisodotos dalla Villa dei Quintili, fine I secolo d.C. marmo pentelico Foto: Alessandra Randazzo

Nel corso dell’Ottocento gli scavi Torlonia si estesero ancora lungo la via Appia e la via Latina, dove erano in antico importanti sepolcreti e anche l’acquisizione di altri latifondi in Sabina e nella Tuscia portò agli scavi del Portus Augusti, il principale sbocco a mare di Roma in età imperiale, come a quelli dell’antica Cures, oggi Fara Sabina.

Proprio dagli scavi di Porto riemerse l’eccezionale bassorilievo con la dettagliatissima scena che ritrae il Portus Augusti, edificato a partire dal 42 d.C. dall’imperatore Claudio. Il restauro di quella che doveva essere un’offerta votiva ha restituito le tracce della policromia originaria che rivestiva l’intera lastra marmorea e l’efficace illuminazione del reperto in mostra permette di leggerne senza difficoltà i dettagli e i molteplici particolari nonostante le sue relativamente piccole dimensioni (122x75 cm): dalle decorazioni delle vele della nave alla scena del sacrificio propiziatorio al viaggio, dal faro all’ingresso del bacino, alle figure di Bacco/Liber Pater e di Nettuno.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Bassorilievo con veduta del Portus Augusti da Porto (1864), intorno al 200 d.C. marmo pentelico con tracce di policromia Foto: Alessandra Randazzo

Poco oltre il rilievo si ammira la coppia del satiro e della ninfa colti in un invito alla danza e nei suoi momenti iniziali, con il satiro che inizia a prendere il ritmo battendo il piede sulla pelle del kroupezion e la ninfa che si allaccia il sandalo: una scena che fa comprendere appieno la capacità di rappresentare la grazia da parte dell’ignoto artista di età imperiale.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statua di Satiro, replica dal gruppo detto Invito alla danza da Roma Vecchia, Villa dei Sette Bassi, replica della fine del I secolo d.C. da originale del II secolo a.C. Statua di Ninfa, replica dal gruppo detto Invito alla danza da Roma Vecchia, Villa dei Sette Bassi, replica della fine I– inizio del II secolo d.C. da originale del II secolo a.C Foto: Alessandra Randazzo

Il Settecento è poi il secolo che ci guida nella Sezione III del nostro viaggio a ritroso perché proprio nel corso del XVIII secolo le collezioni Torlonia si arricchiscono delle straordinarie raccolte di Villa Albani, costruita a partire dal 1747 dal cardinale Alessandro Albani per ospitare la sua collezione di antichità poi acquisita dai Torlonia, e della raccolta dei marmi dello scultore Bartolomeo Cavaceppi (1716-1799), frutto delle sue attività nel restauro e nel commercio di marmi antichi, comprata all’asta da Giovanni Torlonia nel 1800.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Cratere con simposio bacchico, detto Tazza Cesi o Vaso Torlonia alla fine del XV secolo nella chiesa di Santa Cecilia in Trastevere o in San Francesco a Ripa, poi nella Villa Cesi, infine a Villa Albani; fine II–inizi I secolo a.C. marmo pentelico Foto: Alessandra Randazzo

La grande Tazza con Simposio bacchico è esposta nella Sezione V della mostra ma sicuramente rappresenta al meglio i tesori degli Albani passati ai Torlonia ed è testimone, tra l’altro, delle fortune ma anche delle peripezie del collezionismo romano; il gigantesco bacile era infatti giunto al Cardinale Albani dal giardino del cardinal Cesi dove risulta documentato dal 1530 circa e allestitaoallora come vasca da fontana accompagnata da un Sileno con otre e prima ancora è testimoniata da un disegno quattrocentesco in una chiesa di Trastevere (Anna Maria Riccomini ne ricostruisce le tracce in un avvincente saggio del catalogo della mostra).

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Statuetta restaurata come Apollo con la spoglia di Marsia dalla collezione Giustiniani, parti antiche del I secolo d.C. marmo pentelico per il torso, marmo bianco per le integrazioni Foto: Alessandra Randazzo

Nella Sezione IV la replica del Fanciullo che strozza l’oca dall’originale in bronzo dello scultore ellenistico Boethos, e una coppia di marmi restaurati e integrati in modo da rappresentare la storia di Apollo che scortica Marsia sono i pezzi che meglio evocano il gusto del raffinatissimo collezionista Vincenzo Giustiniani (1564–1637). Dalla memoria della Galleria Giustiniana le sue collezioni vennero disperse dopo la morte del marchese ma il nucleo più consistente della sua collezione di antichità fu acquistato dal Principe Giovanni Torlonia nel 1816 ed entrò a far parte del Museo nel 1859.

I Marmi Torlonia Collezionare Capolavori. Statua di divinità, c.d. Hestia Giustiniani Marmo pario Foto: Alessandra Randazzo

E’ davvero difficile scegliere tra i tanti capolavori esposti e, ammirati dalla celeberrima Hestia Giustiniani, ci basterà segnalare lo straordinario Nilo Torlonia, già Albani Barberini e già conservato a Palazzo Giustiniani: un capolavoro della scuola alessandrina di età ellenistica originariamente collocato nel Foro della Pace di Vespasiano.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Sarcofago a colonne con Fatiche di Ercole, e coperchio con coppia di defunti distesa già in Palazzo Savelli, poi Orsini; intorno al 170 d.C. marmo asiatico Foto: Alessandra Randazzo

Arriviamo alla Sezione V che offre una selezione di sculture del Museo Torlonia già documentate in precedenti collezioni del XV e XVI secolo. Pezzi che passarono di mano in mano, collezioni disperse e finalmente raccolte dai Torlonia nelle stanze del loro Museo. Dalle collezioni degli Orsini, o meglio dalla dimora Orsini già Savelli, proviene probabilmente il sarcofago con le fatiche di Ercole e coppia di defunti recumbenti sul coperchio.

I Marmi Torlonia. Collezionare Capolavori. Sarcofago a colonne con Fatiche di Ercole, e coperchio con coppia di defunti distesa già in Palazzo Savelli, poi Orsini; intorno al 170 d.C. marmo asiatico Foto: Alessandra Randazzo

Nell’ultima sala della mostra ci accoglie un tavolo con ripiano di porfido forse ricavato da una grande colonna e sopra questo giaciglio dal sapore imperiale è proprio collocato quel sontuoso volume del Catalogo del Museo Torlonia (1884) con il quale abbiamo iniziato la scoperta della mostra su I Marmi Torlonia. A Villa Caffarelli, sul Campidoglio, fino al 29 giugno 2021.

 


Per la GAM di Torino un Novecento inedito e un allestimento da manuale

La Galleria d’arte Moderna e Contemporanea di Torino vanta una collezione superba e articolata, vero specchio del rapporto di questa città con la produzione artistica. Opere belle e importanti anche quando “eccentriche” o poco conosciute che danno la misura di un gusto sicuro, della familiarità, dello spontaneo edonismo con cui il pubblico torinese approccia il contemporaneo. Mai vissuto come prova di intellettualismo né come esibizione di status, ma come necessario complemento di quel “buon vivere” che qui è di casa.

Archiviata da ormai tre anni l’avventura degli allestimenti tematici la GAM di Torino ha inaugurato il 26 settembre un nuovo percorso del Novecento. Riprendere un criterio storico-cronologico è una strada semplice e rassicurante solo in apparenza.
Perché le scelte espositive implicano sempre un’assunzione di responsabilità del presente che non può esimersi dal guardare al passato attraverso la lente dell’oggi. Ma soprattutto perché il Novecento rimane un territorio spinoso e ricco di trabocchetti, contraddizioni, provocazioni.
La strada scelta in questo caso si propone di valorizzare qualità e ricchezza delle collezioni della Galleria, senza che ulteriori chiavi di lettura offerte dall’allestimento confondano la successione dei fatti artistici.

 

GAM torino Novecento ingresso percorso
La prima sala - collezione del Novecento storico

Il nuovo percorso del Novecento alla GAM di Torino

Le grandi opere dei grandi nomi la fanno da padrone. A partire dall’impressionante trio che apre il nuovo percorso: De Pisis, Morandi e De Chirico. Figure giganti, la cui complessità e diversità catapulta il visitatore fin da subito nel cuore della problematicità del XX secolo. E non può passare inosservato il reciproco disagio di De Pisis e De Chirico nel dover dividere lo spazio gomito a gomito, senza quel distanziamento sociale e soprattutto ideale che in vita hanno saputo mantenere con tanta rigidità. Morandi li guarda un po’ in lontananza e sale in cattedra: pare sia proprio lui a lasciare la lezione più profonda e duratura nel secolo breve.

De Pisis Gam Torino Novecento
Filippo De Pisis, Natura morta romantica, 1924-25

Ai primi dirompenti decenni del Novecento e al fenomeno delle Avanguardie è dedicata una saletta tematica. Il superbo collage di Max Ernst, Bozza di manifesto, convive in allegra compagnia con l’irriverenza dadaista di Otto Dix e Picabia. Un po’ meno in sintonia le opere degli italiani, tra tutti Balla, Prampolini, Boccioni. Lavori di eccezionale qualità ma davvero troppo discontinui per poter interagire in modo funzionale con quelli delle avanguardie europee e fornire perciò una lettura comprensibile del fenomeno.

Max Erns, Bozza di manifesto, 1920

Uno per uno

Ottime le sezioni monografiche: inevitabile, per fortuna, in un museo torinese, dedicare una sala a Felice Casorati, campione di un realismo magico impregnato di disincanto, capace di cogliere in modo profondamente dolente la pesante atmosfera del Paese tra le due guerre. Senza però dimenticare le tracce della bellezza passata, la lucida perfezione formale dell’antichità e del Rinascimento, e dei suoi echi nella contemporaneità.

Gam torino novecento sala avanguardie
Le avanguardie

Dispiace tuttavia non vedergli affiancata la compagna di sempre: la moglie Daphne Maugham. Attraverso la sua opera, infatti, arrivano a Torino le suggestioni e i modelli del post-impressionismo francese, interpretati dall’artista con una qualità raffinata e discreta, e recepiti poi dalla piccola ma vivace scuola nata intorno a Casorati e conosciuta come “Il gruppo dei Sei”.
Doveroso rendere conto del loro percorso, soprattutto per un museo civico, nato con la vocazione di documentare l’arte locale. Tuttavia l’impressione è che si travalichi il confine tra necessità scientifica e provincialismo. Troppo deboli le opere dei nostri, per quanto storicamente importanti e a loro modo godibili, per reggere il confronto con i massimi interpreti del Novecento mondiale. Soprattutto senza una mediazione, un supporto, un morbido cuscino.

Amedeo Modigliani, La ragazza rossa, 1915 e Gigi Chessa, Nudino in grigio, 1931

Così pare controproducente, per gli uni e per gli altri, affiancare la produzione degli onesti epigoni torinesi ai prepotenti esempi che vengono da Parigi. La ragazza rossa di Modigliani, opera di squisita qualità, libera da quel compiacimento per lo stilema che rischia di appannare alcune sue tele, pare del tutto spaesata in mezzo ai suoi stentati per quanto volenterosi imitatori.

La plastica e l'astrattismo

Efficacissima la sala dedicata ad Arturo Martini, in cui si prende in mano la questione spesso trascurata della plastica italiana del Novecento.

GAM torino novecento sala martini
La sala dedicata ad Arturo Martini

Altrettanto meritevole l’esplorazione delle sperimentazioni astrattiste italiane. Meno scontato, da sempre, pensare all’intersecarsi dell’avventura artistica italiana con la strada dell’astrattismo; viene più naturale trovare una risonanza nel pensiero metafisico est europeo. La retorica della classicità, della permanenza di una cultura mediterranea, dell’onda lunga del Rinascimento ammutoliscono di fronte a una ricerca delicata e coerente, a opere come quelle di Licini, Melotti o Soldati . Troviamo una via tutta italiana all’arte astratta, iniziata in seno al futurismo da Balla e proseguita con un’attenzione ai valori formali, un rigore e insieme una leggerezza capaci di delineare una vera scuola nazionale.

Gam torino novecento Martini
Arturo Martini, La Forza. Gli Eroi (bozzetto per il monumento al Duca d'Aosta) , 1934

Luci e ombre si susseguono quasi in modo studiato in quest’allestimento. Dopo la meraviglia dell’astrattismo il percorso si impantana in una sezione dedicata alla Scuola di Via Cavour, anch’essa tanto necessaria quanto maltrattata, il cui confinamento fisico riflette benissimo la rinuncia a trovare legami e testimoniare dialoghi tra l’avventura espressionista italiana e tutti i movimenti coevi.

E ancora la sezione in cui si presenta l’acquisizione da parte della Galleria di opere di livello internazionale.
Da una parte è doveroso, utile, stimolante testimoniare l’accorta e intelligente politica di acquisti portata avanti dalla GAM nel secondo dopoguerra, quando il museo ha saputo agire da buon collezionista garantendo per le proprie collezioni capolavori di grande peso storico e artistico. Per contro l’eccessiva vicinanza fisica e concettuale di opere molto distanti, per epoca, medium, linguaggio e persino dimensione, mette il visitatore nella totale impossibilità di stabilire connessioni fruttuose ed entrare in profondità nel discorso di ciascuna. Impossibile, nonostante tutto, rimanere indifferenti di fronte alla grazia di Hartung, alla vitalità di Picasso, alla pura lirica di Cy Twombly.

GAM torino novecento twombly
Cy Twombly, Senza titolo (Roma [il muro]), 1961

Dall'informale all'Arte Povera

A questo punto, con il “giro di boa” fisico del percorso, comincia anche quello storico e si passa ad affrontare la seconda metà del secolo. Purtroppo la sensazione è la stessa che si ha sfogliando i manuali liceali di Storia e Storia dell’Arte. Superata la metà del Novecento, guerre, tragedie, rivoluzioni, assolutismi e quant’altro, si tira un sospiro di sollievo. Poche svogliate paginette e il nostro dovere è concluso.

L'informale - Lucio Fontana

Si affronta l’informale, in modo estremamente “pulito”. Grandi opere, nessuna sorpresa. Dorazio, Basaldella e Vedova creano insieme probabilmente una delle sale più intense del percorso. Seguono Burri e Fontana: celebrati da vere rockstar, come meritano, per quanto la loro convivenza continui a suscitarmi non poche perplessità.

gam torino novecento burri
Alberto Burri. Senza titolo, 1953

Finalmente si crea uno spazio unitario per il ciclo della Gibigianna, singolare esperimento narrativo sul filo della figurazione, che introduce lo stimolante discorso di un informale poco ortodosso praticato da Pinot Gallizio.

Si passa (forse un po’ bruscamente) all’arte pop; è davvero bello ritrovare il fresco e genuino idealismo di Giosetta Fioroni, ma di nuovo, come per le avanguardie, il confronto strettissimo tra produzione italiana e mondiale non aggiunge comprensione al confronto bensì rischia di renderlo poco fruttuoso.

Giosetta Fioroni, La ragazza della TV, 1964

La prossimità tra due opere di per sé esplosive, come l’Orange Car Crash di Andy Warhol (uno dei veri gioielli della collezione, un Warhol doloroso e “vero”) e l’ Omaggio a Billie Holiday di Pino Pascali (che peraltro forse oggi meriterebbe un minimo di inquadramento critico), crea una deflagrazione tutt’altro che utile o piacevole.

Quando si dovrebbe arrivare al cuore della questione, però, ai decenni conclusivi del secolo, il filo sembra irrimediabilmente perdersi nella svogliatezza. Come un compito da concludere il prima possibile.

gam torino novecento pascali
Pino Pascali, Omaggio a Billie Holiday, 1964

Eccezionale l’idea di raccogliere in un nucleo l’arte “sperimentale”; peccato che si fermi agli anni ‘70 (seguendo la divisione tra Novecento Storico e contemporaneo che, in casi come questi, risulta piuttosto limitante) e che una figura come Carol Rama sia rappresentata da un’opera soltanto.

Lo stesso si dica per l’arte povera, relegata nell’ultima sala, che è un po’ corridoio di uscita e un po’ snodo per lo spazio delle esposizioni temporanee. Destinata quindi, data la scarsa immediatezza delle opere, a essere disinvoltamente ignorata dal visitatore. Eppure, eppure a me sembra che anche solo per dovere di rappresentazione nel luogo in cui è nata e a cui appartiene, e per quanto sono seduttive alcune idee di semplicità sconcertante, questi artisti e questi oggetti meritino davvero un riguardo maggiore. La Torsione di Giovanni Anselmo trattiene in sé, è il caso di dirlo, tutta l’energia di una stagione che pretende di cambiare le regole del gioco, di affrancarsi da meccanismi di mercato e di tornare a un lessico condiviso proprio perché minimale.

gam torino novecento merz
Mario Merz, Che fare?, 1968

Oltre la manualistica

Una sfilata di opere importanti, belle, provocatorie, complicate. Che intrecciano voci, problematiche, tendenze. Un vero godimento per la mente e gli occhi. Manca forse un po’ di coraggio, manca un po’ di visione. Mancano soprattutto, per quantità di nomi e opere, le figure delle artiste. Ancora una volta l'occasione di raccontare in modo compiuto, nell'esposizione permanente, l'avventura di Carol Rama viene trascurata. E lo stesso si potrebbe dire per Dadamaino o Accardi. Quello che non manca è la qualità di una selezione che davvero ci consente di immergerci in profondità nella drammatica bellezza del secolo breve.

Foto di Chiara Zoia -

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Da Caravaggio a Pasolini…senza passare dal via

Mart: da Caravaggio a Pasolini… senza passare dal via

Da Caravaggio a Pasolini…senza passare dal via - Classicult  Caravaggio Pasolini

È stata inaugurata al Mart di Rovereto la mostra che raffronta il “Seppellimento di Santa Lucia” del Merisi ad opere di Alberto Burri, Cagnaccio di San Pietro e Pier Paolo Pasolini.

Sicuramente l’abbattimento delle barriere tra le differenti modalità espressive è stato uno degli argomenti a sostegno dell’esposizioneCaravaggio. Il contemporaneo” ideata da Vittorio Sgarbi, presidente del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

È così che in questo percorso di visita, non scevro da polemiche per il prestito dell’opera caravaggesca custodita all’Ortigia, si trovano raffrontati un maestro della storia dell’arte figurativa ed uno dei più importanti intellettuali del XX secolo. In realtà l’interesse di Pasolini per la pittura ha radici profonde, ma il collegamento tra le due grandi figure, nella mostra del Mart, passa prima per altri due soggetti: Alberto Burri e Cagnaccio di San Pietro.

Tutto ha inizio dall’assunto che l’arte possa essere contemporanea, indipendentemente dalla sua datazione, se un’opera, in un certo qual senso, continua a vivere.

Così il percorso espositivo trentino, visitabile fino al 14 febbraio 2021, si apre con il “Seppellimento di Santa Lucia”, di norma conservato nella chiesa siracusana di Santa Lucia alla Badia. La tela è occupata per due terzi dallo sfondo delle catacombe dove la patrona della città sicula sta per essere inumata. Un’assenza di forma che si rapporta alle concezioni del grande maestro dell’informale: Alberto Burri. Il “Ferro” della Galleria Nazionale, una “Plastica” da collezione privata e tre opere del Mart (“Rosso e nero”, “Sacco”, “Sacco combustione”) testimoniano quanto sopra riportato.

Caravaggio Pasolini

Da Caravaggio a Pasolini…senza passare dal via - Classicult
Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. "Seppellimento di Santa Lucia, 1608, chiesa di Santa Lucia alla Badia.

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Il capolavoro caravaggesco tornerà in Sicilia in tempo per la ricorrenza del 13 Dicembre, venendo sostituito da una copia espressamente commissionata ad un laboratorio spagnolo specializzato proprio dal Mart.

Ma le somiglianze tra due autori così distanti cronologicamente tra loro non finiscono qui. Il dipinto del 1608 ha subito dei danni nella porzione inferiore, dove il colore si dirada lasciando campo alla superficie originaria. Richiamo, secondo gli organizzatori dell'esposizione, ai “sacchi” del celebre pittore umbro.

Caravaggio il contemporaneo

Da Caravaggio a Pasolini…senza passare dal via - Classicult
Alberto Burri, "Sacco combustione, 1952-1958, collezione privata.

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Inoltre Burri e Caravaggio erano entrambi intimamente legati alla terra sicula: il primo la omaggia con una famosissima opera di land art, il “Cretto di Gibellina”, il secondo vi si rifugia dopo essere fuggito da Malta.

Prima di arrivare a Pier Paolo Pasolini il percorso espositivo si sofferma su Cagnaccio di San Pietro, maestro del realismo ancora poco valorizzato.

I naufraghi” riportano prepotentemente in primo piano il tema del corpo morto che giace ai piedi degli astanti, facendo viaggiare le menti dei visitatori verso le contemporanee tragedie del mare.

Caravaggio Pasolini

Caravaggio Pasolini
Cagnaccio di San Pietro, "I naufraghi, 1934, Mart, Collezione VAF-Stiftung.

Caravaggio Pasolini

Dal realismo pittorico al neo realismo il passo è breve: è così che entra in scena Pier Paolo Pasolini.

Nato a Bologna e trasferitosi anch’egli a Roma, non prima di essere stato allievo di Roberto Longhi, a cui si deve proprio la “riscoperta” di Caravaggio, Pasolini rappresenta letterariamente i “ragazzi di vita” che Caravaggio ritraeva. Il “Bacco” degli Uffizi, il “Ragazzo morso da un ramarro” (uno dei quali di proprietà di Longhi stesso), l’”Amor vincit omnia”.

La tragica fine dell’intellettuale, testimoniata in mostra da alcuni scatti tratti dai fascicoli del processo, il fango del luogo del suo ritrovamento si uniscono concettualmente alla raffigurazione della Santa Lucia caravaggesca.

Vita, scandali, censure, morti violente: in realtà la consonanza delle due esistenze era già stata affermata in passato da critici quali Cesare Garboli, Federico Zeri e la scrittrice Gabriella Sica.

A completare il percorso campeggiano cinque indimenticabili ritratti fotografici di Pasolini, realizzati da Dino Pedriali. Vennero resi pubblici solo 35 anni dopo la sua scomparsa.

Al Mart il legame tra antico e contemporaneo verrà esplicitato anche da altri raffronti, in un ciclo espositivo che si concluderà nel 2022: Raffaello e Picasso, Canova e Mapplethorpe.

Attualmente i cinquemila metri quadri dell’istituzione non sono dedicati solo alla mostra sopra descritta: a completare il calendario espositivo del Museo ci sono altre esposizioni interessanti, oltre alla collezione permanente. Tra queste merita un accenno “Carlo Benvenuto. L’originale”, dedicata ad uno dei più interessanti artisti contemporanei, in dialogo con de Chirico, Morandi e Guttuso.

photo credits: Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto.

 


accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

Accarezzare la storia di Roma con la punta delle dita

“Museo Palatino - Accarezzare la storia di Roma”

È in un tale momento storico, dove obbligatoria è la riflessione sui concetti di prossimità e contatto, che viene presentato, in occasione delle Giornate europee del patrimonio, dal PArCo (Parco Archeologico del Colosseo) il prototipo della guida tattile pensata per il Museo Palatino, ideata in co-progettazione con “atipiche edizioni” e realizzata con il supporto del FabLab Lazio Innova di Zagarolo.

 

accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

Andrea Delluomo e Giulia Foscolo schiudono la cultura e l’archeologia al pubblico con disabilità visiva e lo fanno attraverso modalità nuove che consentono a tutti di poter conoscere e approfondire la storia di Roma, del colle, e i suoi reperti, con la mediazione di strumenti che preparano e accompagnano il visitatore in un percorso temporale, dalla preistoria - con la fondazione della città - fino all’età imperiale.

 

accarezzare storia Roma Museo Palatino Parco Colosseo

La loro idea è quella di fornire un approccio concreto e multisensoriale ai materiali per facilitare la comprensione di contenuti astratti, mettendo in gioco un’altra sfera sensoriale, quella tattile.

Proviamo a chiudere gli occhi e, accompagnati da Federica Rinaldi - funzionario archeologo del PArCo -, scopriamo che la guida tattile “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma” è suddivisa in 16 schede in cui le opere più rappresentative sono raccontate e illustrate con tavole tiflodidattiche (dal greco typhlós: 'cieco'), corredate da testi ad alta leggibilità (in italiano e inglese) e da trascrizioni in braille, per esplorare il Museo Palatino, in modo inclusivo, con le dita e per garantire al pubblico con disabilità visiva l’accesso al patrimonio dell’area archeologica.

La guida ripercorre le sale del Museo che si sviluppano su due piani: al piano interrato è illustrata la storia più antica del colle, dalla fondazione di Roma alle prime costruzioni sacre con decorazioni in terracotta e, in parallelo, è possibile toccare la riproduzione in pianta del perimetro di quella che doveva essere la capanna di Romolo, oltre che di quella parte del Palatino occupata dai palazzi imperiali e da altri edifici antichi (templi, archi, domus, Anfiteatro Flavio).
Al primo piano si snoda il racconto delle residenze costruite dagli imperatori della dinastia giulio-claudia (Augusto e Nerone), fino al palazzo della dinastia flavia (costruito da Domiziano) e alle trasformazioni posteriori. Nelle sale che si susseguono, le schede e i pannelli riproducono i simboli del potere al tempo di Augusto, un esempio di lastra in opus sectile, una testa-ritratto marmorea di Nerone e riproduzioni di stoffe e panneggi, tutti da toccare per percepire la loro consistenza materica.

 

Artigianato e innovazione si intrecciano dunque per soddisfare ogni tipo di richiesta, in dialogo con l’oggetto antico nel suo contesto e con il suo fruitore. Manualità e tecnologie moderne si fondono attraverso la realizzazione di prototipi incisi a mano - quali il particolare della “piuma”, realizzata dall’artista Susanna Doccioli - o stampati in 3D e valorizzano un percorso che prima era soltanto visivo.

 

Tutte le foto per “Museo Palatino. Accarezzare la storia di Roma” sono di Ilaria Lely


Vai guarda ascolta

Vai, guarda, ascolta

Vai, guarda, ascolta è un documentario sul tema dell'accessibilità in Grecia che racconta come vivono questa realtà le persone con disabilità. A parlare sono loro, i disabili.

Il film Πήγα, είδα, άκουσα. Go, Look, Listen (Vai, guarda, ascolta) sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di venerdì, 16 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Vai guarda ascolta

Πήγα, είδα, άκουσα. Go, Look, Listen

Vai, guarda, ascolta

Nazione: Grecia

Regia: Mary Bouli

Consulenza scientifica: Andromache Gazi

Durata: 24’

Anno: 2020

Produzione: Mary Bouli

Sinossi:

Un cieco può vedere l'Acropoli? Un sordo può sentire il rumore del mare? In Grecia esistono musei accessibili ai disabili? "Go, Look, Listen" è un documentario sul tema dell'accessibilità in Grecia che racconta come vivono questa realtà le persone con disabilità. A parlare sono loro, i disabili, che esprimono i propri pensieri: le loro richieste non sono rivolte solo ai musei, ma più in generale alla società.

Trailer:

https://www.youtube.com/watch?v=P-Zfpgc5fQg

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Prima Nazionale

Informazioni regista:

Mary Bouli

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Vai guarda ascolta


suono quel ritmo

Il suono di quel ritmo

Il suono di quel ritmo: una madre accompagna per la prima volta il figlio a visitare il Museo Nazionale di Baghdad. Lo scopo della mamma è quello di spiegare al piccolo visitatore l’importanza di questo luogo.

Il film The Sound of that Beat (Il suono di quel ritmo) sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel corso del matinée di venerdì, 16 ottobre, nella sezione #ragazziearcheologia.

The Sound of that Beat

Il suono di quel ritmo

Nazione: Italia, Iraq

Regia: Mirko Furlanetto

Consulenza scientifica: Università di Bologna

Durata: 5’

Anno: 2020

Produzione: Mirko Furlanetto

Sinossi:

Una madre accompagna per la prima volta il figlio a visitare il Museo Nazionale di Baghdad. Lo scopo della mamma è quello di spiegare al piccolo visitatore l’importanza di questo luogo. In un territorio in "ripartenza", la valorizzazione e la conservazione del patrimonio archeologico e artistico rappresentano il "battito" di una Nazione affinché il cuore centrale possa ritornare in futuro a pulsare regolarmente.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

XXXI Rassegna Internazionale del Cinema Archeologico di Rovereto (TN), 2020.

Firenze Archeofilm, 2020

Informazioni regista:

Mirko Furlanetto

Scheda a cura di: Fabio Fancello

suono quel ritmo


I reperti di Stabiae rivivono nel Museo dedicato a Libero D'Orsi

L'antico sito di Stabiae, oggi Castellammare di Stabia ha finalmente un suo Museo.

Il Museo Archeologico Libero D'Orsi intitolato al preside che negli anni '50 riprese gli scavi nelle ville e ne custodì i reperti nel vecchio Antiquarium della città, sorge negli storici ambienti della Reggia di Quisisana ed accoglie le preziose testimonianze della vita quotidiana delle residenze d’otium e delle ville rustiche che in epoca romana potevano godere di ogni comfort con una vista mozzafiato sul Golfo di Napoli.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

La città di Stabiae, già in epoca arcaica, svolgeva un ruolo importante sia dal punto di vista strategico che commerciale. Tra la distruzione della città da parte di Silla (89 a.C.) e la tragica eruzione del Vesuvio (79 d.C.) va collocata la maggiore densità abitativa sul ciglio settentrionale del poggio del Varano dove, ancora oggi, è possibile immaginare quanta sontuosità e ricchezza dovevano possedere queste splendide residenze quasi hollywoodiane.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Il percorso espositivo del museo, il cui progetto scientifico è stato curato dal Parco archeologico di Pompei in collaborazione con Electa si propone di offrire un excursus del territorio di Stabiae, del suo ager e fino all’eruzione nel I secolo d.C.

Le prime sale sono dedicate alla storia della Reggia di Quisisana – il più antico sito reale borbonico e residenza estiva della casata – e alle ricerche archeologiche svolte a partire da Carlo III di Borbone e fino al rinnovato interesse per il sito da parte di Libero D’Orsi.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Si prosegue poi con il racconto, attraverso i reperti, della Stabiae romana e delle sue ville partendo proprio dal complesso più grande, quello della Villa San Marco che in antico doveva avere una superficie di 11.000 mq ed era ad oggi una delle residenze più grandi di tutto il territorio.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Dal Varano si passa all’ager stabianus con altre due residenze rustiche, la villa del Petraro nel comune di Santa Maria la Carità che ha restituito decorazioni in stucco provenienti da splendidi e ricchi complessi termali e quella di Carmiano, nel comune di Gragnano.

Questa è una delle 50 ville rustiche dell’ager circostante che doveva produrre in antico vite e olio. Il tema del cibo è illustrato in questa sezione da appositi oggetti da mensa in bronzo, terracotta, vetro, anfore e vasellame vario che offrono uno spunto interessante per capire la quotidianità domestica, gli usi e i costumi degli antichi romani in fatto di cibo e pasti.

foto @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei

Da ammirare per la sua bellezza anche un carro in bronzo proveniente Da Villa Arianna ed esposto per la prima volta con i suoi finimenti che offre una riflessione sulle conoscenze agricole dell’epoca e sulle produzioni tipiche del territorio stabiano che lo hanno reso, assieme all’area vesuviana in genere, uno dei territori più fertili e famosi per le produzioni in tutto il mondo antico.

L'esposizione si accompagna anche ad un catalogo edito da Electa.

Foto copertina: @Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo/ Parco archeologico di Pompei