Alberto Angela torna in libreria con "L'Inferno su Roma"

Dal 13 maggio in libreria l’atteso secondo volume di Alberto Angela su uno dei protagonisti più discussi della storia romana, Nerone. "L’Inferno su Roma" così si chiama il secondo dei tre volumi avrà come protagonista l’incendio che colpì Roma e che nell’immaginario collettivo ha gettato luci e ombre sul dominus.

Le lancette della Storia stanno arrivando al punto zero. Mancano solo pochi minuti alla fine di Roma… Lanciamo un ultimo sguardo alla luna. C’è qualcosa di diverso rispetto a ieri: si è velata e presenta una “corona”, un alone tutt’attorno che forma una sorta di cerchio intorno al nostro satellite. È un fenomeno che ancora oggi si può vedere a Roma, segno che il tempo sta cambiando. Domani soffierà un vento caldo e teso che spira direttamente dall'Africa.

È arrivata l’ora x. Il fuoco sarà protagonista di questa nuova fatica editoriale di Alberto Angela che ha cambiato per sempre l’immagine della città eterna. Nove lunghissimi giorni, il fuoco non risparmierà nessuno: edifici, strade, vicoli, botteghe e uomini.

Alberto Angela Nerone. L'Inferno su Roma. Foto: Stefano Borghini e Raffaele Carlani

Con approccio sempre scientifico, tante sono le fonti consultate da Angela, antiche e moderne, che potessero guidarlo in questo lungo viaggio a ritroso nella storia. Con questo nuovo volume, il noto divulgatore cercherà di offrire al lettore gli aspetti salienti di questa immensa tragedia che ha colpito la città più potente del Mediterraneo attraverso una ricostruzione minuziosa e dettagliata.

Durante il cammino tra i vicoli di Roma saremo accompagnati da due vigiles, figure istituite da Augusto e importantissime per la cura dell’urbe. Vindex e Saturnino che già erano presenti nel primo volume, entrano in scena e con ogni mezzo cercheranno di arginare il fuoco, in una lotta contro il tempo che non risparmierà nessuno.

È il 18 luglio del 64 d.C. e la distruzione della “vecchia” Roma comincia proprio da uno dei suoi luoghi più importanti: il Circo Massimo. Con qualche sforzo di immaginazione bisogna pensare ad un luogo molto diverso da come appare oggi; la sua struttura era di legno e intorno vi erano numerose botteghe ed edifici. È bastato un attimo per scatenare un vero e proprio inferno!

Non ci resta che leggere questo nuovo volume edito da Harper Collins Italia


Geografie Antonella Anedda Garzanti

Per una geografia del divenire: Antonella Anedda e la poesia dei luoghi

Geografie di Antonella Anedda - recensione

Con il suo ultimo libro, Antonella Anedda pronuncia il suo sì all’energia ancestrale della metamorfosi: Geografie – questo il titolo del suo recente lavoro pubblicato da Garzanti – è una raccolta di prose poetiche, di visioni da centellinare per allenare lo sguardo a cogliere i segreti dell’invisibile e il mistero indecifrabile del divenire. L’attraversamento che queste pagine incoraggiano è duplice: da un lato, esso si riferisce a un viaggio verso lo spazio esterno, e propone dunque un movimento da compiere nelle terre dell’esteriore; dall’altro lato, inevitabilmente esso implica la necessità di accogliere dentro di sé suggestioni e orizzonti che i luoghi percorsi spalancano – un moto, questo, che agisce sui cardini più intimi dell’io, sulle sue vaste profondità.

Suona dolente la voce che qui intona il suo canto di saggezza e che con grazia si accorda alle domande della natura, ai ritmi che suggerisce, alle melodie che dal tempo prima del tempo propaga. Con accuratezza l’autrice seleziona, si avvicina, osserva, analizza i dettagli; poi, con eleganza, compie quei passi indietro necessari per contemplare la complessità e restituire una visione d’insieme. Anche così si percepisce la maturità di questo sguardo che non si accontenta, che indaga con intelligenza, che si confronta in maniera dialettica con il particolare e l’universale.

Questa tensione, che anima e sostanzia la struttura del volume, finisce per investire anche la questione della lingua, intesa nella sua autenticità sorgiva: ogni luogo visitato accende la fantasia poetica di Anedda, facendo germogliare parole, espressioni immaginifiche di cui l’autrice riscopre l’etimologia e il portato simbolico, in uno slancio inesausto che la spinge ogni volta a ricondurne il valore alla sua esperienza di vita. Il discorso intreccia magistralmente dimensione privata e pubblica, memoria personale e istanze collettive: il ricordo di viaggi, strade percorse, mari solcati si dischiude per incanto e lascia affiorare interrogativi che hanno a che fare con l’umano, urgenze che incalzano questo tempo e che, per la loro potenza, sanno poi trascendere nell’assoluto. I mutamenti che l’io narrante (o poetante) rintraccia e porta alla luce non sono soltanto quelli reconditi dell’io, ma anche quelli lenti della geologia, quelli burrascosi della politica e quelli, ormai tragicamente inarrestabili, che interessano il clima.

Chi scrive registra ferite e contraddizioni, terrore e sgomento. Mitilene è il luogo in cui risplende la luna di Saffo, ma è anche lo spazio impoetico in cui oggi i profughi affermano il loro diritto a esistere, testimoniano con la loro condizione la necessità della fuga. Chi osserva, acquisisce consapevolezza, e a suo modo cambia, perché a mutare è innanzitutto il suo sguardo. E in questo modo impara, per esempio, che per non confinare un territorio insulare al concetto di isolamento bisogna esercitare vista e linguaggio: solo così si potrà superare il limite della solitudine suggerito dall’idea di isola e cogliere anzi la sua natura esposta, proiettata verso il continente taumaturgico, salvezza che contiene. E qui emergono le letture, il dialogo ideale con voci altre, che fanno ribollire il testo fino a renderlo materia incandescente e risonante.

«Cosa sono i luoghi? Come li portiamo dentro di noi? Come ci modellano la mente? Mentiamo ricordandoli. (…) A volte spaventano a morte senza motivo. Il motivo è proprio la morte. Se riflettiamo sono insostenibili. Qualcosa mentre guardi e ami quel determinato luogo stringe la gola. Tutto grida: dove nascondersi?» Le considerazioni dense e penetranti di Antonella Anedda non lasciano scampo: confrontarsi con gli interrogativi che con acutezza si pone significa sentirsi inchiodati all’improrogabilità di quelle domande, significa dir di sì a un proposito indifferibile, la ricerca di un senso. Traguardo irraggiungibile, probabilmente, ma al quale non si può non tendere.

«Dove nascondersi dal pensiero che non smette di rappresentare, mostrare, intrecciare, infeltrirsi. La difficoltà di uscire da sé stessi contempla la necessità di farsi strada tra la moltiplicazione delle immagini, del racconto ininterrotto, delle rappresentazioni del tempo, nel tempo», riflette lucidamente l’autrice a proposito del terrore, il panico che ci fa sentire smarriti come in una foresta. E conclude: «per questo al tempo del tempo meglio contrapporre gli spazi senza tempo, azzerare la memoria contro la sua potenza. Alla spirale sostituire la distesa, la prospettiva, l’orizzonte. Alla storia, appunto, la geografia». Ed ecco spiegata l’intenzione del titolo, che consiste in uno slancio verso l’alterità, verso mondi da esplorare, verso sempre nuovi cominciamenti che, al netto dell’inesorabile sgretolarsi, non esauriscano mai il regno molteplice delle possibilità.

Geografie Antonella Anedda Garzanti
La copertina di Geografie di Antonella Anedda, pubblicato da Garzanti

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Individuati resti di Neanderthal nella Grotta Guattari al Circeo

In seguito alle ricerche archeologiche sistematiche della Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Frosinone e Latina in collaborazione con l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, iniziate nell’ottobre del 2019, sono tornati alla luce 9 resti fossili di Homo Neanderthalensis. La grande scoperta a ottant'anni dall'individuazione della Grotta Guattari a San Felice Circeo (LT) segue quella già nota dei resti di altri due ominidi nel sito.

Grotta Guattari
Resti di Neanderthal (Homo Neanderthalensis) dalla Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC Foto di Emanuele Antonio Minerva.

Una scoperta straordinaria di cui parlerà tutto il mondo nella Grotta di Guattari – ha dichiarato il Ministro della Cultura, Dario Franceschiniperché arricchisce le ricerche sull’uomo di Neanderthal. È il frutto del lavoro della nostra Soprintendenza insieme alle Università e agli enti di ricerca, davvero una cosa eccezionale”.

Grotta Guattari
Resti di Neanderthal (Homo Neanderthalensis) dalla Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC Foto di Emanuele Antonio Minerva.

Infatti, la Grotta Guattari, risulta essere uno dei siti archeologici più interessanti al mondo per lo studio comportamentale e la ricostruzione storica della vita dell'Homo Neanderthalensis, che visse nel corso del Paleolitico Medio (200000-40000 anni fa).

Con questa campagna di scavo – ha detto Mauro Rubini, direttore del servizio di antropologia della SABAP per le province di Frosinone e Latina - abbiamo trovato numerosi individui, una scoperta che permetterà di gettare una luce importante sulla storia del popolamento dell’Italia. L’uomo di Neanderthal è una tappa fondamentale dell’evoluzione umana, rappresenta il vertice di una specie ed è la prima società umana di cui possiamo parlare”.

https://www.youtube.com/watch?v=DddSjH0PMJI&t=2s

Tra i reperti fossili dei 9 individui, 8 di questi sono databili tra i 50mila e i 68mila anni fa, mentre il più antico è databile tra i 100mila e i 90mila anni fa.

Sono tutti individui adulti – ha rilevato Francesco Di Mario, funzionario archeologo della SABAP per le province di Frosinone e Latina e direttore dei lavori di scavo e fruizione della grotta Guattaritranne uno forse in età giovanile. È una rappresentazione soddisfacente di una popolazione che doveva essere abbastanza numerosa in zona. Stiamo portando avanti gli studi e le analisi, non solo genetiche, con tecniche molto più avanzate rispetto ai tempi di Blanc, capaci di rivelare molte informazioni”.

https://www.youtube.com/watch?v=gNaqnrMXIeE

Inoltre, sono presenti anche resti di iene, di elefante, rinoceronte, orso delle caverne e dell’uro, il grande bovino estinto, che forniscono numerose informazioni paleozoologiche.

Gli studi geologici su Grotta Guattari

Lo studio geologico e sedimentologico di questo deposito - ha evidenziato Mario Rolfo, docente di archeologia preistorica dell’Università degli studi di Roma Tor Vergata - ci farà capire i cambiamenti climatici intervenuti tra 120 mila e 60 mila anni fa, attraverso lo studio delle specie animali e dei pollini, permettendoci di ricostruire la storia del Circeo e della pianura pontina”.

https://www.youtube.com/watch?v=JDzsfhcuyWo&t=1s

Difatti, l'area di Grotta Guattari risulta eccezionale geologicamente, presentando le stesse condizioni ambientali di 50000 anni fa, permettendo la ricostruzione paleoclimatica e paleoambientale. Le ricerche genetiche e biologiche permetteranno di ricostruire la vegetazione, il clima e l’ambiente in cui vivevano questi ominidi, mentre, le analisi isotopiche permetteranno di ricostruire la dieta delle specie animali individuate, sulle cui ossa risultano presenti segni di rosicchiamento e l’alimentazione antica dell’uomo di Neanderthal.

Grotta Guattari
Paleosuperficie A con resti ossei di iena, Grotta Guattari. ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC.

L'INGV, CNR/IGAG, l'Università di Pisa, l'Università di Roma La Sapienza, stanno svolgendo studi interdisciplinari collaborando al fine di ricostruire il quadro paleoecologico della pianura Pontina tra i 125.000 e i circa 50.000 anni fa.

Inoltre, le indagini sono state estese sia in luoghi non ancora esaminati come il "Laghetto", dove si presuppone la presenza di acqua nei mesi invernali, qui sono stati rinvenuti diversi resti umani, tra cui una calotta cranica, un frammento di occipitale, frammenti di cranio , frammenti di mandibola, due denti, tre femori parziali e altri frammenti ossei.

Grotta Guattari
Zona "Laghetto" presso Grotta Guattari. Foto ©️Ufficio Stampa E Comunicazione MiC.

Nuovi scavi anche all'esterno della Grotta Guattari dove sono state individuate stratigrafie e paleosuperfici di frequentazione databili tra i 60 mila e i 125 mila, grazie alle quali sarà possibile ricostruire la quotidianità degli ominidi, come dove si nutrivano o accendevano il fuoco. Individuati, infatti, resti di carbone e ossa combuste dove è possibile ipotizzare la presenza di un focolare.

https://www.youtube.com/watch?v=0e_TyHKyTZw

 

 

 


Un lupo nella stanza di Amélie Cordonnier come rilettura del disamore e dell'identità

Una prosa lacerante e costruita con brevi fraseggi, perché la protagonista di Un lupo nella stanza (NN editore, 2021) di Amélie Cordonnier è una madre che singhiozza di fronte alle incertezze della propria esistenza pregressa e futura. Un romanzo (tradotto dal francese da Francesca Bononi) che racchiude in sé le molteplici problematiche insite del tessuto socio-culturale della Francia di tutto il Novecento e del presente.

Un romanzo intimo, vibrante di una potente individualità, non potrebbe essere altrimenti, quando scopriamo che il piccolo Alban, appena nato, presenta diverse macchioline scure che destabilizzano la madre perché è il principio di un qualcosa di incomprensibile. E infine la verità, Alban è sempre più scuro perché in realtà è mulatto e qualcosa nell'albero genealogico dei genitori non quadra, visto che sono entrambi bianchi e il tradimento della moglie è escluso.

In questo micro-universo interiore grottesco e allucinato, il caos familiare all'interno della donna che sembra echeggiare la condizione della depressione post-parto, rimaniamo bloccati in uno stallo drammatico di grande efficacia che ci accompagna al primo colpo di scena del romanzo (che ha un ritmo non dissimile dai romanzi di genere); la donna è stata adottata perché abbandonata da bambina e probabilmente i suoi genitori biologici erano una coppia mista, una delle tante che in Francia hanno reso il meticciato una cosa comune e naturale. Ma il dolore vero è conoscere una verità celata dal suo padre adottivo per ben 35 anni, la nascita del figlio della donna si rivela un'esistenza interrotta per lei stessa, è la presa di coscienza di una natività negata dai suoi genitori adottivi, che così facendo non hanno soltanto nascosto la verità ma tagliato i legami con altre culture, altre sensibilità, altri colori. Perché lei è nera ma con la pelle bianca, una generazione saltata e ora suo figlio è l'unica cosa che la allontana da se stessa ma l'avvicina a colei che sarebbe potuta essere. Amélie Cordonnier, maestra assoluta nel gestire la narrazione, con una prosa davvero straziante che farà sanguinare i suoi lettori.

Un lupo nella stanza è un romanzo soffocante, carico di incomprensioni e vittima di una claustrofobia della frase e dell'identità devastata. Una verità oscura, in tutti i sensi della parola, allineata ai tumulti socio-culturali e identitarii della Francia coloniale e del meticciato. In Francia la questione nera è un argomento molto sensibile, non per una limitata questione razziale bensì come processo di determinazione personale; tant'è che i sociologi d'oltralpe hanno spesso ribadito che "essere nero non è un fatto identitario o una cultura a sé [...] ma un fattore sociale, i neri esistono perché li si considera tali" (cit. Pap Ndiaye). Da ciò poi ne deriva un bagaglio non solo di stereotipi, ma pure di esotismi che distorcono la figura dei soggetti in esame; le coppie miste sono moltissime in Francia eppure (seppur sia un fatto comune) sono tutte vittime di una controgerarchizzazione sociale sulla base del colore della pelle.

Come nel caso del romanzo dell'autrice Maria Grazia Calandrone, Splendi come vita (Ponte Alle Grazie, 2021), in corsa al premio Strega, anche Un lupo nella stanza è la storia di un disamore tra la madre e la propria creatura, che diventa il capro espiatorio di qualcosa di enorme e antichissimo. L'accettazione nel consorzio umano della società. Molto alienante il fatto che la giovane madre sia incappata in una sorta di xenofobia verso se stessa, con l'ossessione di non essere accettata (quando pochi mesi prima ne era parte) delle sue bolle sociali tipicamente occidentali. L'immagine sociale che difende con una forza indemoniata sarà forse divorata da quel lupo che si cela nella stanza. E che forse le consegnerà la pace interiore.

L'abbandono dei genitori naturali innesca una metamorfosi kafkiana dentro la neomamma, portando il lettore in un mondo distrutto dalla depressione, curata con un realismo disarmante da Amélie Cordonnier. La rabbia per ossimoro riuscirà forse a modellare il disamore e riusciremo ad entrare in un visionario racconto d'amore originale e straziante. I rapporti familiari sono ridotti all'osso, al puro essenzialismo della carne e della pelle, delle paranoie e delle crisi della personalità. Doloroso e sperimentale nella sua lingua corrosiva. Eppure così dolce.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

Amélie Cordonnier un lupo nella stanza
La copertina del romanzo Un lupo nella stanza di Amélie Cordonnier, tradotto da Francesca Bononi e pubblicato da NN Editore (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Introduzione alla sociologia della musica

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno

Theodor Wiesengrund Adorno Introduzione alla sociologia della musica
Theodor Wiesengrund Adorno (Aprile 1964). Ritaglio da una foto di Jeremy J. Shapiro, CC BY-SA 3.0

Theodor Wiesengrund Adorno, il grande filosofo nato a Francoforte, è sempre stato alla ricerca di un modo per unire la filosofia e la musica, giungendo a farle convivere senza sminuire né l’una né l’altra. Operazione, questa, che ha condotto grazie alla passione per entrambe, oltre alla profonda conoscenza di entrambe. E i due aspetti non possono che essere consequenziali. Lo scrittore Thomas Mann, che aveva avuto modo di conoscere Adorno durante la scrittura del Doktor Faustus, non aveva mancato di fare un quadro quanto mai illuminante sul filosofo-musicista: "Quest’uomo singolare ha rifiutato in tutta la vita di decidersi tra la professione della filosofia e quella della musica. Troppo era sicuro di mirare allo stesso scopo nei due diversi campi. La sua mentalità dialettica e la tendenza sociologico-filosofica s’intrecciano con la passione musicale in un modo che affonda le radici nei problemi del nostro tempo". 

Eppure, Adorno non ha mai mancato di collocare tali suggestive riflessioni nei tempi correnti, soffermandosi anche sugli aspetti sociali e, dunque, su chi ascoltasse la musica ricavando, così facendo, sette tipologie di ascoltatore. Il criterio di questa classificazione non vuol essere critico nei confronti dei gusti di chi ascolta musica, soffermandosi su ciò che si giudica bello o brutto da un punto di vista strettamente personale. Anche perché, al riguardo, il filosofo non ritiene che vi sia alcuna scelta, in una società dove l’industria regna sovrana al punto da intaccare perfino quello che si credeva intoccabile, alias la cultura. "Il concetto di gusto – scrive ne Il carattere di feticcio in musica - è superato in quanto non c’è più una scelta: l’esistenza del soggetto stesso, che potrebbe conservare questo gusto, è diventata problematica quanto, al polo opposto, il diritto alla libertà di una scelta che non gli è più empiricamente possibile. […] Per chi si trova accerchiato da merci musicali standardizzate, valutare è diventata una finzione". 

Adorno, nella prima delle dodici lezioni che comprendono la sua Introduzione alla sociologia della musica, preferisce, perciò, basarsi "sull’adeguatezza o meno dell’ascolto alla musica ascoltata”, sulla qualità dell’ascolto, quindi, ma senza dimenticare il rapporto tra il tipo di musica e la classe sociale di appartenenza di chi l’ascolta. La stessa valutazione che si può dare di un brano musicale deriva immancabilmente da questo. Come difatti chiarisce nel quarto saggio del libro sopracitato, chiamato Classi e strati sociali, i detentori di un alto livello di cultura sono abituati ad ascoltare la musica classica e si fanno portavoce di un genere percepito come elitario. Più il reddito si fa modesto, più ne risente il gusto musicale e l’ascolto musicale (discorso che di certo si può estendere alla cultura tout court), mostrando come la musica si colleghi alle rispettive ideologie. Accostando la sociologia alla musica, Adorno analizza, quindi, i tratti peculiari di una società.

Adorno, nel primo dei saggi della sua raccolta, spiega che la sociologia della musica non può non essere che “la conoscenza del rapporto tra gli ascoltatori di musica, come singoli individui socializzati, e la musica stessa”, e perciò di quei comportamenti tipici dell’ascolto, all’interno della società di massa. Rivela, così, ben sette categorie.

Introduzione alla sociologia della musica
Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di Gerhard Bögner 

Innanzitutto, viene l’esperto, che è colui che “sa rendersi conto in ogni istante di quello che ha ascoltato” e, quindi, colui che possiede quello che Adorno definisce ‘ascolto strutturato’. Ha, cioè, una conoscenza tecnica ineccepibile, che gli permette in ogni istante di comprendere e capire a pieno quello che sta ascoltando. Ad avere queste particolari e peculiari capacità sono, senz’altro, i musicisti, perché hanno un orecchio allenato all’ascolto tecnico. Sta di fatto che sono assai pochi gli ascoltatori che hanno un orecchio così allenato. Eppure, Adorno fa sottintendere, come efficacemente rilevato da Rognoni nella prefazione all’opera analizzata, si tratta di una conoscenza esclusivamente tecnico-formale.

Poi, vi è il buon ascoltatore, che non ha le conoscenze tecniche dell’esperto di musica, ma riesce a fare spontaneamente e inconsciamente i nessi tra significanti e significati del brano musicale. È una categoria che Adorno apprezza moltissimo, perché si accosta alla musica con senso critico e con sensibilità, riuscendo a distinguere il tenore dei brani trattati. Ha una predisposizione innata verso il linguaggio musicale, come fosse la sua seconda lingua. Pur non conoscendone la grammatica riesce a comprenderla. La preoccupazione principale di Adorno riguarda proprio la sempre più difficile sopravvivenza di questa categoria, destinata a scomparire o a ridursi sensibilmente a causa dell’imborghesimento della società. Sono, difatti, gli ultimi rappresentanti, anzi “i resti” di una società aristocratica, ora sostituita dalla borghesia.

Il terzo tipo di categoria trattata è quella del borghese, per l’appunto, frequentatore di concerti e spettacoli operistici, il consumatore di cultura. Si tratta della categoria che vede nel sapere personale e nell’erudizione un’occasione per aumentare il proprio prestigio sociale. La musica è vista, quindi, come un modo per accrescere tale prestigio ed è pertanto vista come un bene culturale da acquisire attraverso cd, libri dei musicisti e nozioni. Sono, perciò, dei collezionisti e sanno riconoscere i brani musicali che ascoltano, i loro autori e anche i motivi più noti del teatro operistico. L’attaccamento alla musica da parte di questi soggetti ha, a parere di Adolfo, qualcosa di feticistico perché il consumatore consuma secondo il metro del prestigio sociale, ma prova un enorme piacere nell’atto di consumare. Un piacere più grande della musica stessa. Si tratta di un tipo di ascoltatore conformista e convenzionale, ma è anche un gruppo dominante e ben più diffuso del secondo. Decide in prima persona l’andamento “della vita musicale ufficiale” e pilotano i gusti dell’industria musicale. Sono, quindi, i responsabili della ripetitività dei brani moderni e amministrano i brani in quanto beni di consumo.

Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di PourquoiPas

Il quarto tipo di ascoltatore è quello emotivo, cioè colui che ascolta musica per “liberare stimoli istintuali altrimenti rimossi ovvero tenuti a bada da norme civili”. La musica ha per quest’ultimo uno scopo liberatorio che non ha nulla a che vedere con l’apprezzamento del brano musicale in sé e poi con “la realtà effettiva della musica ascoltata”. Non nutrono alcun interesse nella musica se non questo e per tal ragione sono più facilmente pilotabili dalla categoria precedente, perché si limitano ad un’identificazione con quanto ascoltato, anche traendo da questo “le emozioni di cui sentono la mancanza in se stessi”. Non è un ascoltatore che analizza ciò che ascolta, ma che si lascia trasportare. Apprezza, quindi, solo ciò che lo emoziona, senza quello che Adorno definisce ‘ascolto strutturale’: “il tipo emotivo resiste violentemente ai tentativi di condurlo ad un ascolto strutturale, in maniera forse più violenta del consumatore di cultura che infine per amor di questa vi sarebbe anche disposto”.

L’ascoltatore risentito è la tipologia che segue e si tratta dell’ascoltatore che si rifugia nell’ascolto della musica del passato e in epoche remote, sicuro della propria sicurezza. Così crede di sfuggire alla mercificazione della musica corrente, rifiutando così alcun contatto con i tempi odierni. Ha, insomma, un atteggiamento reazionario, a parere di Adorno legato all’impulso interiore di “realizzare nell’arte stessa il primordiale tabù della civiltà relativo all’impulso mimetico, di cui l’arte vive. Vogliono togliere di mezzo tutto ciò che non è addomesticato dall’ordine fisso, tutto ciò che è vagante e ribelle e che ha la sua ultima, meschina traccia nei ‘rubati’ e nelle esibizioni solistiche”. Eppure, nel suo ambito di preferenza è un vero esperto, solo che manca della conoscenza di tutto il resto, perché si interessa unicamente di quello che gli piace e non ha la sensibilità di riconoscere altro se non quello che gli aggrada, mancando di “sensibilità per le sfumature”. Questo essere chiuso in altre epoche e affatto aperto a nuovi influssi musicali, limita la loro capacità di “determinarsi nella loro realtà esteriore e quindi di essere in grado di evolversi interiormente. Nella stessa categoria è anche il fan del jazz, che è invece colui che protesta contro la cultura ufficiale e che necessita della spontaneità musicale che, a sua volta, preferisce alla “fissità del testo scritto”.

Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di Foundry Co 

Il sesto tipo di ascoltatore è il più diffuso ed è oggetto dell’industria culturale. Si tratta dell’ascoltatore per passatempo. Questi non vede nella musica altro se non un modo per distrarsi, non è un “nesso significante ma una fonte di stimoli”. È colui, a parere di Adorno, che tiene la radio accesa mentre lavora e non bada a quello che ascolta. Mantiene un atteggiamento privo di attenzione e di concentrazione. Vede nella musica un mezzo di distensione, senza sviluppare alcun senso critico e ricevono tutto in maniera passiva. Per tal ragione, sono i consumatori ideali in una società industriale: “scettico solo nei riguardi di ciò che lo costringe a pensare con la sua testa, egli è pronto a solidarizzare con la propria veste di cliente, ed è ostinatamente convinto della facciata della società, quale gli si presenta ghignante sulle copertine dei rotocalchi”. La musica come svago è, a parere di Adorno, il sintomo di un peggioramento della musica nella società contemporanea, sempre meno trattata e considerata come una forma d’arte. L’esperienza artistica – sostiene Adorno in Teoria estetica - è autonoma solo quando rigetta il “gusto del godimento”. Nei confronti dell’arte si provava ammirazione, senza che questo fosse un rapporto di incorporazione. L’ascoltatore doveva, piuttosto, scomparire nella forma d’arte, in quanto oggettiva. “Il concetto di godimento artistico è stato un cattivo compromesso tra l’essenza sociale e l’essenza antitetica alla società dell’opera d’arte. Essendo già inutile ai fini dell’autoconservazione (a società borghese non glielo perdonerà mai del tutto), l’arte deve almeno affermarsi per una sorta di valore d’uso che sarebbe modellato sul piacere dei sensi”.

La società incoraggia questa forma di passività, perpetrando tale istupidimento culturale con ogni mezzo in loro possesso. Grazie a tale processo, si avranno dei consumatori sempre pronti a spendere e veicolati verso una scelta, senza ribellarsi a quello che viene loro imposto. Tale forma di annebbiamento viene, secondo Adorno, condotto proprio attraverso la musica leggera, causando quel processo di pseudoindividualizzazione (di cui si è parlato in precedenza) che porta l’ascoltatore ad un’obbedienza cieca nei confronti di quello che ascolta, credendo non solo di scegliere ma anche di ascoltare qualcosa di nuovo, anziché “consumare prodotto già digeriti a dovere”. Le canzoni di successo sono quindi costruite a tavolino, senza che il gusto personale dell’ascoltatore abbia il minimo peso. Questi si limita ad accettare quello che gli viene propinato, senza rendersi conto pienamente di quello che ascolta.

Se il sesto tipo di ascoltatore, attualmente il più diffuso, è alla mercé della sete consumistica che provoca l’industria musicale e culturale, il settimo tipo è del tutto disinteressato nei confronti della musica, tanto che Adorno lo identifica con l’ascoltatore indifferente, non musicale e antimusicale. Appartengono alla categoria quelle persone che non nutrono alcun interesse nei confronti della musica e che non hanno alcuna predisposizione alla musica. Sono del tutto indifferenti ad essa, probabilmente a causa di un’educazione troppo rigidi, ipotizza Adorno, e dei padri troppo severi, che hanno reso i figli incapaci di leggere la musica e di ricevere un’educazione musicale. Quest’autorità così rigida li ha resi totalmente insensibili non solo nei confronti della musica, ma dell’arte in generale. Così facendo, li ha disumanizzati, desensibilizzati alla bellezza. Ma è una categoria, questa, che non è stata analizzata socialmente e da cui “ci sarebbe molto da imparare”, a parere dello stesso Adorno.

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno.

Riferimenti bibliografici

Adorno T.W., M. Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1971, pp.192-193.

Adorno T.W., Il carattere di feticcio in musica in Dissonanze, Feltrinelli, Milano 1990.

Adorno T.W., Introduzione alla sociologia della musica, introduzione di Luigi Rognoni, Einaudi, Torino 2002.

Adorno T.W., Teoria estetica, Einaudi, Torino 2009.

Diodato R., Relazione, sistema, virtualità. Prospettive dell’esperienza estetica, in “Studi di estetica”, n.1-2, 2014, pp.85-103.

Mann T., Romanzo di un romanzo. La genesi del Doctor Faustus, in Scritti minori, Mondadori, Milano 1958.

Serravezza A., Musica, filosofia e società in Th. W. Adorno, Dedalo Libri, Roma 1993.

Vercellone F., Dopo la morte dell’arte, Il Mulino, Bologna 2013.


La sicurezza del carapace, secondo Lisa Ginzburg

Cara Pace di Lisa Ginzburg - recensione

Cara pace.

O carapace come la corazza della tartaruga 

Quella che si mette addosso Maddalena per tutta la vita, da quando Gloria lascia lei, la sorella Nina e il padre perché non è in grado di essere una madre di famiglia.

Maddalena è la più grande, la sorella maggiore. Racconta la storia di questa famiglia anomala persino per il mondo di oggi dove esistono famiglie di tutti i tipi, figuriamoci negli anni in cui si svolge la vicenda. Non vengono mai dichiarati ma quando è bambina ci sono le lire. Quando si racconta adulta ha ormai una famiglia con due figli adolescenti. 

Non era di sicuro la soluzione ideale di un giudice non affidare due figlie a nessun genitore ma farle diventare le padrone della loro casa, sotto la responsabilità di una tata, il padre ospite e la madre interdetta dall'accesso all'intimità delle pareti domestiche con la sua prole.

Non solo non entrerà mai nella casa delle figlie. Loro entreranno nella sua il giorno del suo funerale e mai più.

Maddalena racconta in prima persona. Racconta gli altri, perché lei scompare. Per molto tempo, persino da adulta, c'è Nina, c'è l'inadeguatezza del padre, c'è la tata, c'è l'assenza molto pesante della madre.

Lei non c'è. Non c'è nemmeno quando racconta la sua vita lontana da Roma dove è cresciuta con la sorella, si vede suo marito, si vede la sua famiglia, ma sia sorella, la minore, è sempre al centro.

Maddalena si protegge con un carapace emotivo, cerca una pace che non c'è. Per una vita assiste.

Ha un unico guizzo in cui è presente. Alla fine del romanzo. 

E alla fine del romanzo c'è l'inizio della storia, quella che sarebbe stato bello sentire.

Invece no.

Il romanzo di Lisa Ginzburg lascia un po' a metà. Sono belli i personaggi guardati dalla voce di Maddalena, sono a loro modo riconoscibili, caratteri osservati tanto, minuziosamente.

È bello il racconto dell'infanzia visto da fuori, come se Maddalena fosse lì solo per caso.

Ma manca Maddalena. Si protegge per tutto il tempo anche agli occhi del lettore. Non si fida nemmeno di lui.

È da leggere? Di sicuro, perché oltre a bei personaggi c'è una buona scrittura. Con una costruzione magari un po' insolita, che sa di vecchio, ma un vecchio rassicurante. 

Per esempio io l’ho scelto leggendo un estratto e ho deciso che volevo sapere come andasse avanti, dove sarebbe andato a parare.

Il racconto dell’infanzia delle due bambine in cui una è presente e l’altra scompare, come se essendo la più grande dovesse caricarsi di tutti, fa venire voglia di continuare.

Ma quando continua, quando le due sorelle crescono, allora si perde un po’. Le due vite slegate smettono di essere così trascinanti, e improvvisamente ci si chiede ‘Maddalena, ma tu esisti ancora?’.

Non basta la ricomparsa alla fine. Lascia un senso di incompiuto, insieme alla speranza che in qualche modo Maddalena ricompaia altrove, che magari sia solo un primo atto.

Non so se sia davvero un romanzo da Premio Strega. 

È intimo, molto più che intimista. A mio parere, uno Strega dovrebbe essere un romanzo che esce dall'intimità e avvolge con una storia universale.

Di universale per me qui c'è poco. 

Non significa però che non meriti un posto in libreria.

Cara pace Lisa Ginzburg Ponte alle Grazie
La copertina del romanzo Cara pace di Lisa Ginzburg, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Cara pace di Lisa Ginzburg è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


uomo ambiguo razionalità mondo animale

L'uomo, un essere ambiguo sul filo della razionalità

Dacché è in vita, l’uomo è un essere assolutamente ambiguo, ibrido, duplice: vive entro una contraddizione che gli è essenziale, in una posizione in bilico tra il mondo animale, caratterizzato da istinti e bisogni fisiologici, e quello razionale.

Martin Heidegger (10 May 1960). Dettaglio della foto "W 134 Nr. 060678d - Hausen: Festakt, in der Reihe, Kultusminister Storz, Prof. Heidegger, Dichtel". Additional reference : Teilbestand W 134 (Neg. BaWü), Teil 1 - Fotosammlung Willy Pragher: Filmnegative Baden-Württemberg, Teil 1. Foto di  Willy Pragher, fonte Landesarchiv Baden-Württenberg, CC BY-SA 3.0

Nella sua opera più celebre, Essere e tempo, Martin Heidegger menziona un racconto attribuito ad Igino (il n. 220 delle Fabulae, rintracciato dal filosofo all’interno del saggio di Konrad Burdach, Faust und die Sorge), considerandolo come una forma di auto-interpretazione preontologica dell’uomo, in grado di descriverne la natura ambivalente. Secondo il racconto, l’uomo sarebbe stato originariamente plasmato dalla Cura utilizzando del fango cretoso, al quale successivamente Giove infuse lo spirito, dando origine ad un essere composto da Terra e Cielo. Si creò così una diatriba tra Cura, Giove e Terra riguardo il nome da attribuire all’essere appena plasmato, ognuno rivendicando il proprio diritto di definirlo, rendendo dunque necessario l’intervento di Saturno. Quest’ultimo, interpellato per giudicare la vicenda, propose un compromesso fra i contendenti:

«Tu, Giove, poiché hai dato lo spirito, alla morte riceverai lo spirito; tu, Terra, poiché hai dato il corpo, riceverai il corpo. Ma poiché fu la Cura che per prima diede forma a questo essere, fintanto che esso vivrà lo possiede la Cura. Poiché però la controversia riguarda il suo nome, si chiami homo poiché è fatto di humus (Terra)»

(M. Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2015, p. 241)

Il racconto, evidenza Heidegger, propone la concezione dell’uomo come un compositum di corpo (terra) e spirito: Terra, ovvero umanità finita, limitata, determinata dalla costante possibilità di perire, e Cielo, ossia principio divino, ragione, capacità dell’uomo di trascendere se stesso e le condizioni determinate in cui si trova. Un compositum, tuttavia, completamente assoggettato in vita alla Cura, termine che secondo il filosofo tedesco delinea un concetto esistenziale, il cui significato originario oscilla tra quello di “pena angosciosa”, “preoccupazione”, “affanno” e quello di “premura”, “devozione”.

Sempre in riferimento al racconto appena citato, recuperando il significato originario di Cura, Giuseppe Semerari definisce l’uomo come un essere connotato da insecuritas: un essere insicuro, non-senza-cura, laddove per cura s’intende preoccupazione, ansia, inquietudine, pensiero angustiante e perturbante; elementi che ineriscono essenzialmente, costitutivamente, all’uomo in quanto animale fragile. Afferma Semerari:

«L’uomo nasce dalle mani della Cura ed è da essa governato sino alla fine del suo esistere. L’uomo, in quanto non-può-essere-senza-cura, è insicuro e lo è in modo essenziale

(G. Semerari, Insecuritas. Tecniche e paradigmi di salvezza, Spirali edizioni, Milano 1982, p. 8)

In particolare, Semerari evidenzia come l’insecuritas esistenziale umana sia legata alla perenne condizione di incertezza dell’uomo, costantemente minacciato da tre direzioni: dal suo stesso corpo, inevitabilmente esposto a rischi di malattie e di disfacimento totale; dalla natura, che è in grado di manifestare una potenza tale da minacciare costantemente di annientare l’uomo stesso; dagli altri uomini, a causa dell’istinto di sopraffare, dominare, opprimere l’altro, per cui lupus est homo homini. Cosicché l’uomo appare come un essere deficitario, non autosufficiente: un animale che non possiede i mezzi per sussistere autonomamente e che non è naturalmente adattato ad uno specifico ambiente, dipendendo, dunque, della cooperazione con altri uomini al fine di un benessere collettivo, nonché da quelle che Semerari definisce “tecniche di rassicuramento” (Ivi, p. 9).

Replica della statua di Immanuel Kant a Kaliningrad/Königsberg (l'originale di Christian Daniel Rauch, risalente al 1864, fu distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale). Foto di AndreasToerl~commonswikiCC BY-SA 2.5

Parallelamente, lo stesso Immanuel Kant nella Metodologia del giudizio teleologico evidenzia come, nei confronti dell’uomo, “la natura è tanto lungi dall’averlo adottato come il suo particolare favorito” (I. Kant, Critica del Giudizio, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 545). L’individuo umano, continua Kant, è difatti soggetto a peste, fame, freddo, nonché alle contraddizioni delle disposizioni naturali, per le quali “si adopera tanto per la rovina della propria specie” (Ivi, p. 547).

Ancor prima, all’interno dei suoi Pensieri, Blaise Pascal descriveva la fragile natura dell’uomo, definendo notoriamente quest’ultimo come una canna pensante:

«L'uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che l’universo intero s’armi per schiacciarlo. Un vapore, una goccia d’acqua, basta ad ucciderlo. Ma se pure l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancora più nobile di ciò che lo uccide, perché egli sa che muore; e del vantaggio che l’universo ha su di lui, l’universo non sa nulla.»

(B. Pascal, Pensieri, Rusconi, Ariccia 2019, p. 138)

La posizione dell’uomo nella natura si presenta come paradossale: da un lato è un nulla dinanzi all’immensità dell’universo, un universo che lo sovrasta continuamente, abbandonandolo ad un perenne stato di inquiétude e inconstance.  D’altro lato, tuttavia, tale gracile animale possiede la facoltà razionale, per mezzo della quale si differenzia dalla natura inanimata e ciecamente determinata, permettendo la proposizione di scopi e fini che trascendono il mero meccanicismo.

«L’uomo conosce di esser miserabile. Il che vuol pur dire che è miserabile; ma egli è pur grande, poiché conosce il suo stato […] io non posso concepir l’uomo senza pensiero: sarebbe una pietra o un bruto. È dunque il pensiero che costituisce l’essere dell’uomo, e senza, non lo si può concepire.»

(Ivi, p. 137)

Analogamente, Kant difende la posizione esclusiva dell’uomo nella natura, descrivendolo come “l’unico essere che sulla terra abbia un’intelligenza e quindi una facoltà di porsi volontariamente degli scopi” (I. Kant, Critica del Giudizio, cit., p. 547).

Sia Pascal che Kant rimandano dunque alla dimensione pratica: il primo asserisce che, come uomini, dobbiamo lavorare a pensare bene, e tale compito è principio della stessa morale, nonché dignità e merito dell’uomo stesso. Il secondo, invece, identifica nell’uomo morale la possibilità di un Übergang (attraversamento/superamento) tra il mondo fenomenico della natura e quello noumenico sovrasensibile. Proprio in virtù della libertà, ratio essendi della legge morale, tale essere è in grado di proporsi fini arbitrari ed è pertanto capace di autodeterminarsi, permettendo così il passaggio dall’ordine deterministico della natura a quello libero della morale.

Grazie alla possibilità di emanciparsi da una dimensione meramente animale ed etero-diretta, caratterizzata dalla perenne necessità, da impulsi e bisogni prettamente organici, l’homo noumenon, secondo Kant, può pertanto essere legittimamente considerato come il fine ultimo (Endzweck) della natura.

«Ora noi non abbiamo nel mondo se non un’unica specie di essere, la cui causalità sia teleologica, cioè diretta a scopi […] L’essere di questa specie è l’uomo, ma considerato come noumeno; è l’unico essere della natura in cui possiamo riconoscere, come suo carattere proprio, una facoltà soprasensibile (la libertà) ed anche la legge della causalità e l’oggetto di questa che egli si può proporre come fine supremo (il sommo bene nel mondo).»

(Ivi, p. 555)

In bilico tra Terra e Cielo e caratterizzato dalla propria costitutiva insecuritas, per la quale è solo un misero punto nell’immensità dell’universo, l’uomo è pur sempre capace di un contro-movimento: è una canna pensante, ed è libera.

uomo ambiguo razionalità mondo animale
Foto di MellaViews

Riferimenti bibliografici:

Martin Heidegger, Essere e tempo, Longanesi, Milano 2015.

Immanuel Kant, Critica del Giudizio, Laterza, Roma-Bari 1997.

Blaise Pascal, Pensieri, Rusconi, Ariccia 2019.

Giuseppe Semerari, Insecuritas. Tecniche e paradigmi di salvezza, Spirali edizioni, Milano 1982.


Nadia Fusini Shakespeare

A lezione da Shakespeare: Giulietta e Cleopatra insegnano l’amore

Nadia Fusini, Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre - recensione

Cosa insegna la letteratura? Davvero i grandi autori del passato riescono a parlarci attraverso i secoli per consegnarci lezioni preziose e tuttora valide? Chi ama le pagine dei classici non può avere dubbi: sì, quei racconti che di generazione in generazione ci tramandiamo, quei libri che ci hanno appassionato e che con emozione regaliamo a chi saprà coglierne il segreto, quelle parole che sotto le ceneri dell’antico continuano instancabilmente ad ardere sono scrigni magici in grado di dischiudere orizzonti.

«Shakespeare non vuole insegnare, non l’ha mai voluto fare», avverte Nadia Fusini in Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre, saggio denso e avvincente recentemente pubblicato da Einaudi. Con la leggiadria e l’arguzia che caratterizzano la sua penna, la studiosa spiega che il drammaturgo non interferisce mai con l’azione dispensando commenti o giudizi, ma lascia che siano i personaggi stessi a farsi portavoce della Weltanschauung dell’autore e a incarnare così la visione dialettica che Shakespeare ha del mondo.

Ecco perché leggere le pagine del Bardo, assistere ai suoi plays significa assorbire nel respiro gli insegnamenti sulla vita di cui le sue opere sono pregni. Tuttavia, non si tratta mai di forme sterili di indottrinamento o erudizione, ma di un’energia vibrante che dalla sua parola poetica si propaga e che con slancio ci investe e ci travolge. E noi lettori, noi spettatori, volentieri pronunciamo il nostro sì a questo patto che da secoli si rinnova, come se fossimo stregati da uno degli incantesimi di Oberon, come se fossimo noi i destinatari dei sortilegi irriverenti di Puck – e questa magia porta il nome, e con sé il mistero, del teatro e dell’amore.

Proprio alle intermittenze del cuore, rese immortali dalle protagoniste shakespeariane, è dedicato il nuovo approdo della ricerca inesausta di Nadia Fusini. Il suo sguardo, incessantemente rivolto all’universo femminile, si posa in particolare sulla capacità che hanno le eroine di rappresentare le ambiguità che l’amore sottende e i conflitti che immancabilmente scatena, sino agli esiti tragici dalle altezze vertiginose o alle riconciliazioni che la commedia consente. Che siano sacerdotesse di purezza, innocenza e giovinezza, come Desdemona e Giulietta, o navigate seduttrici come la lussuriosa Cleopatra, le donne dell’universo visionario di Shakespeare sono iniziatrici, introducono il loro uomo a un’esperienza d’amore totalizzante che, se non può farsi corpo, risuona nella potenza evocativa e immaginifica della parola. L’eros si riappropria cioè della sua verità nella finzione del palcoscenico, il godimento accade perché viene pronunciato, nel tripudio della lingua che si prende la sua rivincita sui vincoli sociali e fa breccia nel cuore della modernità.

È vero, oggi avvertiamo in maniera netta la distanza incolmabile che ci separa dal contesto storico-culturale del teatro elisabettiano e giacomiano e ricusiamo energicamente alcuni retaggi ormai per fortuna superati, eppure siamo consapevoli di essere eredi dell’immaginario shakespeariano, perché i suoi personaggi, compiutamente costruiti e immediatamente riconoscibili, contribuiscono a definire la nostra identità collettiva, continuano a essere per noi dei punti di riferimento e a determinare la nostra capacità di orientarci nella giungla del sentire. Nonostante Shakespeare ci porga una bussola dal valore inestimabile, però, non manchiamo di essere facili prede del tormento dell’amore e delle sue imprevedibili insidie.

Conclude a tal proposito Nadia Fusini: «Ecco la questione che alla fine di questo libro lascio in eredità a chi legge. Questione etica, che chiama in causa il senso della letteratura, il suo valore. Questione che la letteratura custodisce e conserva in tutto il suo peso e la sua leggerezza, restituendo a noi che leggiamo e viviamo la complessità di un’esperienza necessaria, irrinunciabile. La profonda gratitudine per tale funzione, e servizio che presta alla conoscenza e alla vita stessa, è quel che sostiene e motiva la mia passione per la letteratura». Catturare il segreto dell’amore, come fa Shakespeare attraverso le sue maestre d’amore, significa riconoscerne e accoglierne l’indecifrabile mistero: l’altissimo compito della letteratura consiste proprio nel tramandarne i contrasti e le contraddizioni, e insieme la meraviglia.

Nadia Fusini Maestre amore Shakespeare
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre, è stato pubblicato da Giulio Einaudi editore (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Lisette Model Horst P. Horst

Gli sguardi di Lisette Model e Horst P. Horst in mostra a Camera

Gli sguardi di Lisette Model e Horst P. Horst in mostra a Camera

Sguardi profondamente diversi: uno per mostrare il grottesco della commedia umana, l’altro per celebrare la bellezza femminile. Con queste prerogative Camera, Centro Italiano per la fotografia, a Torino inaugura la stagione delle mostre con una doppia personale dedicata a due dei più importanti fotografi del XX secolo, Lisette Model e Horst P. Horst. Punto di riferimento per le generazioni future, la loro formazione è iniziata per entrambi a Parigi negli anni ‘30 ed entrambi osservano l’uomo e la donna e li fotografano, ma con un ritratto opposto. Un percorso che ci porta ad chiedere a noi stessi con quale occhio vediamo il mondo, se più critico e sarcastico a volte pungente come quello di Lisette, oppure glamour e di perfezione come quello di Horst. Un gioco di opposti, uomo-donna, street photography-fotografia di moda, grottesco-eleganza, povertà-ricchezza, che ci permette di addentrare nello sguardo fotografico di una donna e di un uomo, maestri indiscussi della fotografia del Novecento. 

La prima artista che incontriamo è Lisette Model (1901-1983), di origine viennese, la quale inizia la sua carriera come musicista sotto la guida di Arnold Schoenberg, per poi abbandonarla nel momento in cui si trasferisce a Parigi e grazie alla sorella Olga si avvicina allo sviluppo e alla stampa fotografica. Ella affronta la società del suo tempo con quello sguardo documentario ancora acerbo che si rivelerà rivoluzionario solo nel momento newyorkese. La parentesi americana si apre a partire del 1934 quando, durante una vacanza a Nizza, Lisette ritrae la ricca borghesia francese in villeggiatura che non ha nulla da fare se non godere della vista e crogiolarsi nella propria noia. Il sole nizzardo illumina tali figure trasformandole in un grottesco gruppo umano, fatto di obesità e rughe di coloro che non si devono guadagnare da vivere.

Lisette Model, Promenade des Anglais, Nice, c. 1934-1937. © 2021 Estate of Lisette Model Courtesy Galerie Baudoin Lebon, Paris Keitelman Gallery, Brussels mc2 Gallery, Milano/Montenegro

Tali fotografie della Promenade des Anglais vengono pubblicate prima su “Regards” e poi sull’americana “PM’s Weekly”, introducendola così al mondo americano.

Nel 1939 arriva a New York con il marito Evsa Model e ne rimane folgorata. Le luci, le vetrine, la frenesia della città che non dorme mai la fa innamorare di cose e di una multitudine umana che tra le vetrine del commercio si fondono. Nasce così la serie Reflectionaccompagnata tuttavia da alcuni scatti che ricordano la Lisette parigina che si addentra tra le vie meno scintillanti del Lower East Side o tra la frenesia immobile della LightHouse for the Blind.

Lisette Model Horst P. Horst
Lisette Model, Reflections, 5th Avenue, New York, c.1939-1945. © 2021 Estate of Lisette Model Courtesy Galerie Baudoin Lebon, Paris Keitelman Gallery, Brussels mc2 Gallery, Milano/Montenegro

Le sue fotografie ormai hanno raggiunto la piena maturità: i tagli sempre più ravvicinati, i chiaroscuri esasperano le pose e le imperfezioni. Lo sguardo sarcastico e irriverente di chi ritirare un mondo grottesco si trasforma in una abilità di scatto che rifiuta l’ideale classico di bellezza per raccontare la vita Americana in tutti i suoi contrasti. Tra gli scatti più sociologici della sua produzione sono da annoverare quelli realizzati tra la metà degli anni quaranta e inizio cinquanta dedicati a diverse tipologie di spettacoli e spettatori: la noia dell’attesa, la tensione prima delle corse ippiche al Belmont Park si trasformano nell’ipnotismo del pubblico bagnato dalla pioggia al Newport Jazz Festival. La vicinanza alla musica dal vivo e agli spettacoli inizia a partire dagli anni quaranta su incarico di “Harper’s Bazar”, fotografando l’atmosfera ovattata e densa di luce soffusa e di sonorità jazz, accompagnate dalla espressività gestuale dei ballerini e dei travestiti dei night club “per poveri” come Summy’s, Nick’s, Gallagher’s.

Lisette Model Horst P. Horst
Lisette Model, Louis Armstrong, c.1948-1949. © 2021 Estate of Lisette Model Courtesy Galerie Baudoin Lebon, Paris Keitelman Gallery, Brussels mc2 Gallery, Milano/Montenegro

Dal 1951 Lisette inizia il suo insegnamento alla New School for Social Research lasciando un segno indelebile nella storia della fotografia del Novecento formando generazioni successive di fotografi come Larry Fink, erede delle riflessioni e della musica jazz e Diane Arbus seguace dello sguardo critico e socialmente impegnato di Lisette.

Horst P. Horst, Salvador Dalì, 1943, Courtesy Horst Estate. © Horst Estate / Condè Nast

Dall’anti-glamour di Lisette Model al glamour di Horst P. Horst. Il secondo fotografo che incontriamo nel percorso espositivo è Horst P. Horst, all’anagrafe Horst Paul Albert Bohrmann (1906-1999). Formatosi ad Amburgo con i maestri del Bauhaus, alla fine degli anni Venti si trasferisce a Parigi e diventa assistente di Le Corbusier. Stimolato tuttavia dalla vita culturale e mondana parigina si avvicina a George Hoyningen-Huene che lo introduce ai segreti della fotografia e lo avvicina alla rivista “Vogue Paris”. Inizia così la lunga collaborazione che Horst avrà con la rivista di moda e costume sia americana che francese. Il mondo della moda dal giornale, alle modelle, alle maisons diventano per Horst il laboratorio di sperimentazione fotografica dove unire il classicismo greco all’avanguardia surrealista, l’illuminazione teatrale ai ritratti dei luoghi e delle persone del milieu contemporaneo. I ritratti di Dalì, Luchino Visconti, Gertrude Stein appaiono dietro le sete, i rasi, i brillanti indossati da Lisa Fonssagrieves e Helen Bennet.

Lisette Model Horst P. Horst
Horst P. Horst, Jewelry by Cartier, dress by Schiaparelli, modelled by Lud, 1935. Courtesy Horst Estate © Horst Estate / Condè Nast

Il “Goodness drapery” scopre la celebrazione del corpo femminile come in Odalisque (1943), mai provocatorio ma immagine di perfezione naturale che trasforma la pelle femminile in un levigato marmo panneggiato. L’uso del bianco e nero di questa prima produzione (1930-1950) si colora nel raccontare la trasformazione delle tendenze e dei gusti che attraversano la società tra il 1940 e il 1980.

Horst P. Horst, American Vogue, 15 May, 1941. Collezione Carnà, Milano. Courtesy Paci contemporary gallery
© Horst Estate / Condè Nast

È in questi anni che assieme a Diana Vreeland di “Vogue America”, nel 1963, Horst ritorna alle origini della sua formazione di designer e architetto, fotografando gli interni domestici delle icone di stile dell’epoca.

Lisette Model Horst P. Horst
Horst P. Horst, Marella Agnelli, 1967. Courtesy Horst Estate © Horst Estate / Condè Nast

La dimensione quotidiana di queste immagini, immerse nell’eleganza e nello stile delle dimore e dei giardini, trasmettono la personalità di Cy Twombly a Roma o di Marella Agnelli a Villar Perosa, facendo dello sguardo un indagine sociologica di élite. Gli ultimi lavori degli anni ottanta sanciscono un ritorno al bianco e nero per la pubblicità dell’azienda calzaturiera Round the Clock dove le gambe delle modelle anonime diventano la tela per le fantasie dei tessuti in un tutt’uno plastico di scarpe, abito e corpo femminile che ritorna anche nei provini per Chanel. 

Due artisti pertanto, profondamente diversi l’uno dall’altro ma che entrambi hanno dovuto affrontare una vita che li ha portati ad allontanarsi dall’Europa per reinventarsi negli Stati Uniti, vincendo le sfide che a loro si presentavano davanti, sempre però raccontando attraverso la macchina fotografica gli uomini e le donne a loro contemporanei, imponendosi come maestri indiscussi della fotografia del Novecento. Camera Torino propone questi due fotografi, in mostra fino al 4 luglio,  rendendoli protagonisti di una ripartenza dopo l’esperienza drammatica della pandemia e nella speranza di guardare al futuro con un occhio propositivo. 

Per maggiori informazioni sulla doppia personale di Camera dedicata a Lisette Model e Horst P. Horst:

Lisette Model. Street Life
28 aprile - 4 luglio 2021
http://camera.to/mostre/camera-doppia-lisette-model/

Horst P. Horst. Style and Glamour
28 aprile - 4 luglio 2021
http://camera.to/mostre/camera-doppia-horst-p-horst/


L'arte di Consagra celebrata al Teatro Antico di Taormina

Nel bellissimo scenario paesaggistico e archeologico del Teatro Antico di Taormina si celebrerà con una mostra il centenario della nascita del grande artista Pietro Consagra (1920-2005).

Una selezione di opere, realizzate tra il 1964 e il 2003, accompagnerà i visitatori in un dialogo tra antico e contemporaneo che avvicina lo spettatore alla sintesi rappresentativa dell’incessante ricerca di Consagra di tecniche, materie e colori espressivi che hanno dato vita a opere volte a suscitare un senso di libertà e un impulso a interrogarci sugli accadimenti contemporanei.

Molte delle opere di Pietro Consagra sono collocate qui a Taormina in corrispondenza degli antichi vomitoria del teatro, cioè gli accessi alla cavea, e le immaginiamo di primo acchito come personaggi di un coro al cospetto della scena; è come se questo coro di Consagra, tuttavia aniconico e atemporale, assistesse alla rappresentazione sulla scena e dialogasse con lo spettatore assiepato sulle gradinate.

Da un lato è qui quella smaterializzazione della stessa scultura che nasce dalla sublimazione della visione frontale e che è caratteristica di tutta la produzione del maestro siciliano, dall’altro lato la stessa scultura, nella sua smaterializzazione, si distacca dalla realtà per poterla osservare e interrogare.

Pietro Consagra
Pietro Consagra. Foto: Electa Editore

Le parole di Pietro Consagra, nello scritto “Vita mia”, del 1980, ci spiegano la valenza propria della sua arte nell’esprimere le idee che si agitavano nel suo tempo: “Volevo riportare sulla materia il rapporto che avevo con la società, un risentimento politico per come le cose andavano e nello stesso tempo dispormi necessario coerente, giustificato”. Per questo la materia di Consagra si dissolve ma, facendo parte dello spazio sociale e civile, trasmette al contempo un pensiero autonomo e autentico.

L'opera e l'arte di Consagra è fortemente legata alla sua Sicilia, terra natia dalle mille contraddizioni, terra ferita e martoriata nella sua lunga storia secolare. E questo amore profondo ha visto un pieno compimento nella ricostruzione della nuova Gibellina dopo il terremoto del ’68, come è emerso anche dalla realizzazione di una mostra fortunata mostra a Palazzo Steri di Palermo del 1991, dedicata al colore come materia spirituale, energia vitale sia in scultura che in pittura.

Terra natale fertile, pulsione sociale nella metafora di un’identità pienamente mediterranea in un artista che, rivoluzionando l’opera nello spazio, ha fatto da apripista per le successive generazioni di scultori.

E l’opera di Consagra continua ad essere un messaggio di speranza perché proprio oggi l’arte sia nuovamentela salvezza della spiritualità collettiva e della fiducia in crisi”.

La mostra Pietro Consagra. Il colore come materia è a cura di Gabriella Di Milia e Paolo Falcone, l’esposizione è promossa dalla Regione Siciliana, Assessorato ai Beni Culturali e dell'Identità siciliana, dal Parco Archeologico Naxos Taormina, diretto da Gabriella Tigano, con l’organizzazione di Electa, in collaborazione con l’Archivio Pietro Consagra; il progetto di allestimento è curato dall’architetto Ruggero Moncada di Paternò.

Foto Consagra Courtesy of Electa Editore