Ho cercato me stesso: riflessioni sull'ultimo Cesare Pavese

«HO CERCATO ME STESSO»: RIFLESSIONI SULL'ULTIMO CESARE PAVESE

«L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò

Questa la premonizione in chiave letteraria di quello che sarebbe stato l’ultimo tragico e doloroso grido di disperazione che Cesare Pavese, tra i più acuti, lungimiranti e complessi scrittori del ventesimo secolo, emise prima di porre prematuramente fine alla sua vita, il 26 agosto 1950, in una cupa e tetra camera d’albergo. Un’epigrafe sentenziosa, il desiderio di increspare la superficie dell’Essere, con un’onda di vigore intellettuale e filosofico destinato a non rimanere insignificante e fugace.

Le Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Francesca Cappa, CC BY 2.0

Con un ingente quantitativo di sonniferi, Pavese ha definitivamente messo a tacere i propri fantasmi, ha cessato di assaporare, in ogni sua forma, la noia e il tedio, protagonisti indiscussi della sua intera esistenza e che, come ha sempre affermato lo stesso scrittore, lo segnarono per una sorta di preistoria umana e letteraria. Uno spleen atavico, tipicamente decadente, incornicia ogni sua opera, rendendola irresistibilmente affascinante. Tale aura di mestizia, suggestiva e commovente, si accompagna all’incessante desiderio di far affiorare i segreti più reconditi del proprio io, segnato da contorte vicende biografiche, attraverso l’analisi sofferta di un profondo vuoto esistenziale, che trova espressione nella psicologia tormentata dei protagonisti dei suoi romanzi. Nondimeno, Pavese, sempre saldamente ancorato ai ricordi della prima infanzia, riempie le sue pagine di amene descrizioni paesaggistiche, delineando perfettamente i dolci profili delle colline piemontesi e vagheggiando le vaste distese delle Langhe, oggetto di una rappresentazione selvaggia, chiusa in una sfera mitica, in cui gli istinti più elementari si scatenano senza freni inibitori. Lo scrittore, già dal romanzo d’esordio, Paesi tuoi, si dimostra un appassionato studioso di etnologia e antropologia culturale, analizzando la realtà contadina come depositaria di miti e riti arcaici, rimanendo stregato da un’atmosfera magica, popolata da presenze inquietanti e misteriose. Proprio come Beppe Fenoglio, Cesare Pavese attua una efficace e drammatica commistione fra la ruralità dei villaggi delle Langhe e la tragicità della violenza storica, che irrompe prepotentemente in un ambiente fino a quel momento risparmiato dal vorace progressismo caotico della realtà cittadina.

Le vicende relative agli sviluppi del secondo conflitto mondiale e ai risvolti umani ed esistenziali che esse ebbero nella popolazione della penisola italica trovano un doloroso riscontro nelle opere di Pavese. A tal proposito, particolarmente illuminante è l’esempio offerto dall’indiscusso capolavoro dello scrittore, La casa in collina.

La vicenda di Corrado, protagonista del romanzo, trova scopertamente il suo corrispettivo nella biografia e nella crisi esistenziale di Pavese. Il personaggio (alter ego dello scrittore), professore torinese, per sfuggire ai bombardamenti aerei che terrorizzano la città, decide di rifugiarsi in collina, trovando ospitalità presso Elvira e sua madre. Corrado, pur dimostrando una brillante intelligenza, unita ad una profonda sensibilità, affronta gli eventi del suo presente in maniera apatica, rasentando, in apparenza, una lucida e cinica indifferenza. In un certo qual modo, si può dire che il suo atteggiamento coincida con l’apatia e l’ostentata impassibilità dei personaggi moraviani, pervasi dalla medesima opprimente coltre di passività, disincanto ed insensibilità.

Cesare Pavese
Cesare Pavese. Foto in pubblico dominio

Pavese, pur essendosi sempre dimostrato un fervente antifascista, arrivando perfino ad essere confinato a Brancaleone in virtù della sua compromettente vicinanza a Leone Ginzburg, dopo l’8 settembre 1943, non aderì comunque alla lotta partigiana, preferendo rifugiarsi nel Monferrato. L’autore, d’altronde, maturò un profondo disagio esistenziale a seguito di tale posizione defilata dagli sconvolgimenti storici del suo tempo: non riuscendo a perdonarsi quella che si profilò per lui come una colpa irredimibile, fu preso, nel dopoguerra, da un rimorso straziante che trasfigurò sul piano letterario, materializzandolo nella figura di Anguilla, protagonista de La luna e i falò, scritto pochi mesi prima del suicidio.

È fin troppo evidente l’impossibilità per Pavese di convivere con un rimpianto spiazzante, derivato dal successivo ripudio di quello che percepiva come un colpevole atteggiamento contemplativo e abulico in un drammatico frangente storico, in cui la scelta, invece, avrebbe assunto quasi una valenza di salvifica necessità. Mai come in quel particolare momento, infatti, si rivelava indispensabile sottoporre ad un giudizio implacabile e senza possibilità di atteggiamenti ambigui la propria coscienza, scegliendo tra il morire per la libertà e il continuare a vivere nell’oppressione. Corrado, come d’altronde lo stesso Pavese, non è stato in grado di scegliere la militanza attiva e decide pertanto di ritornare nella sua casa in collina e cristallizzarsi in quella zona grigia, individuata da Renzo De Felice e che, in seguito all’armistizio di Cassibile, nell’Italia occupata dai nazifascisti, avrebbe costituito un limbo di amare incertezze per migliaia di persone.

Il professore torinese appare totalmente alienato dal fluire della Storia, incapace di agire; in seguito alla perquisizione nell’osteria di cui anch’egli è assiduo frequentatore, Cate, da lui amata in gioventù e lasciata per paura delle responsabilità, viene arrestata con altri compagni di lotta. Il figlio della donna, Dino, riesce a salvarsi, ma è deciso ad unirsi ai partigiani. Corrado, a questo punto, è afflitto da una tremenda crisi esistenziale, che lo porta a scandagliare impietosamente la propria coscienza, senza tuttavia riuscire a trovare alcuna possibilità di pacificazione interiore. Tale condizione psicologica di immobilizzante disperazione, del resto, non è altro che il prodotto del presente storico, dilaniato da orrori quasi inenarrabili a cui, però, Pavese sente il bisogno insopprimibile di dare voce nella propria produzione narrativa.

Il dramma della guerra e, più nello specifico, della guerra civile combattutasi fra repubblichini e partigiani, viene descritto in tutta la sua abominevole disumanità da un intellettuale che, in modo superficiale e pressappochista, è stato accusato di vigliaccheria e che, invece, si è dimostrato un acuto osservatore del reale, capace di denunciare le brutalità del suo tempo con sconvolgente sincerità, senza remore ed infingimenti. Emblematiche, ne La luna e i falò, le parole di Nuto e il racconto del vituperevole destino toccato a Santina, il cui corpo era stato dilaniato da un’insensata furia omicida e dato alle fiamme.

Nella pagine conclusive de La casa in collina, invece, Pavese insiste sull’assurda irrazionalità della guerra che, come affermato dallo stesso Marziano Guglielminetti, mette a nudo l'impotenza dell'uomo:

«Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso».

Langhe in provincia di Cuneo. Foto di Gmarino49, CC BY-SA 4.0

Palpita, in Pavese, l’ardente bisogno di restituire il significato sacrale alla vita umana, di incitare ed esortare al recupero di una dignità perduta a causa dell’insensata violenza della tragedia storica.

Nel suo diario, Il mestiere di vivere, qualche giorno prima della sua fine drammatica, lasciò scritto: «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti. Ho cercato me stesso». Pavese ha interrogato le zone più oscure ed inquietanti della propria psiche, psicoanalizzato paure e rimorsi e, in tal modo, ha permesso ai posteri di penetrare nei meandri di un oscuro passato storico, ancora pullulante di incongruenze e misteri irrisolti.


Sant Angelo in Formis

La basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis

Sulle pendici occidentali del Monte Tifata, principale rilievo della catena dei Monti Tifatini, che corre lungo quasi tutta la provincia di Caserta, sorge la basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis, intitolata all’Arcangelo Michele.

La basilica sita sul territorio del comune di Capua, l’antica Casilinum, nota per essere il porto della Capua vetus sul fiume Volturno. Dalla sua posizione la basilica regna sovrana sulla città e, principalmente, sul territorio di Sant’Angelo in Formis.

Non è un caso che l’edificio ecclesiastico venne edificato in dato luogo. Essa infatti si eleva su quelli che erano i resti di un edificio di culto pagano risalente al IV secolo a. C., ovvero il tempio di Diana Tifatina, i cui resti sono visibili in parte nella navata di destra della basilica, ad una quota inferiore rispetto al pavimento dell’aula basilicale.

Le origini dell’edificio sono strettamente legate all’ambiente ecclesiastico del monastero di Montecassino. Il più antico documento noto della presenza cassinese in situ è una bolla papale del 943-944 con la quale il pontefice Marino II imponeva al vescovo di Capua, Sicone, di restituire al monastero di S. Benedetto la chiesa del Monte Tifata, data in beneficio a un suo diacono, ma già ceduta ai monaci di Montecassino dal precedente vescovo Pietro I (925-938) allo scopo di associarvi un monastero sul territorio capuano. Dopo circa cento anni, nel 1065, il vetusto santuario, presumibilmente di origine longobarda, risulta di nuovo nelle mani del vescovo di Capua, Ildebrando, che lo concesse in cambio di una chiesa della sua città, al normanno Riccardo I, principe di Capua e conte di Aversa.

Basilica Sant Angelo in Formis
La Basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto di Nicola Santoro

La chiesa, realizzata nel secolo XI, è un edificio basilicale senza transetto, eretto in blocchi di tufo. Dotata di un unico portale di accesso, presenta l’interno diviso in tre navate che terminano in altrettante absidi semicircolari, con due file di sette colonne che sorreggono archi a tutto sesto. Della chiesa dovevano far parte con molta probabilità le colonne ad formas, in formis (con riferimento agli acquedotti romani che dal Tifata portavano l’acqua alla città di Capua), che originariamente facevano parte del sopracitato tempio di Diana Tifatina.

Alla facciata esterna della chiesa si appoggia un portico voltato a cinque fornici acuti, di cui quello centrale più alto e spazioso. Si tratta di un rifacimento più tardo del portico originario, riprodotto nel modellino tenuto in mano dall’abate Desiderio nell’affresco dell’abside della navata centrale.

A destra della basilica sorge il poderoso campanile a pianta quadrata, originariamente scandito in tre livelli. A differenza del primo piano, in cortina laterizia, il piano terreno è realizzato con blocchi marmorei di reimpiego, ricavati presumibilmente dall’Anfiteatro Campano dell’antica Capua, oggi Santa Maria Capua Vetere.

Affresco dell'Ultima Cena dalla Basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto Italo-Byzantinischer Meister - The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202, pubblico dominio

I celebri affreschi che ornano l’interno della basilica costituiscono la più importante testimonianza della cultura pittorica campana negli ultimi decenni del secolo XI e delle nuove tendenze figurative importate in Italia dagli artisti bizantini chiamati da Desiderio, futuro papa col nome di Vittore III, a Montecassino. Il ciclo pittorico sviluppa un vasto programma narrativo, incentrato su episodi del Vecchio e Nuovo Testamento che si ispirano a modelli paleocristiani delle basiliche apostoliche romane.

Sant Angelo in Formis
L'interno della basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis. Foto di Mongolo1984, CC BY-SA 4.0

Bibliografia

Enciclopedia dell’arte medievale, volume X. Istituto della Enciclopedia Italiana.

Paolo Gravina, La basilica benedettina di San Michele Arcangelo a Sant'Angelo in Formis in Percorsi di conoscenza e tutela - Studi in onore di Michele D'Elia, a cura di Francesco Abbate, Centro Studi sulla civiltà artistica dell'Italia meridionale 'Giovanni Previtali', 2008.


Il presente non basta Ivano Dionigi

Il presente non basta: il senso dello studio dei classici

Il presente sta diventando, in questo strano periodo, l’unico orizzonte a cui sembra di poter guardare con un livello di sicurezza accettabile. Eppure, nonostante normalmente molti dicano di vivere alla giornata, la consapevolezza di non poter sapere cosa sarà del domani oggi ci sembra più pesante. Il presente non basta, ci verrebbe da dire, riprendendo il titolo di un fortunato saggio del professor Ivano Dionigi, edito nel 2016 da Mondadori.

Tra i numerosi temi toccati da questo libro c’è anche l’immancabile disputa sul senso, oggi, dello studio del latino e dei classici in generale. Chi non si è sentito porre la regina delle domande orride e intrinsecamente mal poste: ma a che serve? Ecco, innanzitutto mi chiedo se non si possa imparare qualcosa da questo periodo di isolamento forzato: vi immaginate intere giornate da trascorrere senza poter non dico leggere un libro, ma neppure guardare un film o una serie tv, ascoltare una canzone, cucinare qualcosa che non sia strettamente necessario alla sopravvivenza? Come si fa a decidere cosa è davvero utile nella vita di qualcuno? Che cosa vuol dire essere utile?

Riprendetevi, Netflix esiste ancora, stavo solo scherzando.

Ivano Dionigi (2016), professore ordinario di latino alla Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, autore del saggio Il presente non basta. Foto di Francesco Pierantoni, CC BY 2.0

Tra l’altro, con il latino il discorso è ben più pragmatico di quel che si potrebbe pensare. Dice Dionigi che il latino è la lingua attraverso cui possiamo accedere a tutto quel mondo antico fatto di lasciti archeologici, artistici e letterari che non solo caratterizzano il nostro paese nel mondo, ma ne costituiscono anche una potenziale risorsa economica. Ci si potrebbe chiedere, riprendendo una frase di Giuseppe Pontiggia, che cosa avrebbe fatto l’America se Roma fosse sorta, che so, nel Texas.

Ma il latino non è solo questo. Il latino è un problema, etimologicamente parlando qualcosa che ti si mette davanti e permette l’accesso a una triplice eredità: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica.

Il tempo è una strana entità. Tempus […] per se non est, sed rebus ab ipsis / consequitur sensus, “il tempo di per sé non esiste, il suo senso deriva dalle cose” chiarisce Lucrezio (De rerum natura 1, 459 sg.). Il latino è una lingua che ha prodotto innumerevoli nomi per chiamare il tempo, nomi che l’italiano ha in gran parte ricevuto, pur avendone spesso perso il significato originario. Tempus, dalla radice *tem, come il greco témnein, tagliare, è la porzione temporale, la pars aeternitatis, per Cicerone (De inventione 1, 39). Aevum e aetas indicano il tempo considerato nel suo fluire ininterrotto, il tempo come un tutto e da qui deriva aeternitas, che fa la sua prima gloriosa comparsa in Cicerone (De natura deorum 1, 21): “ciò che nessuna divisione temporale può misurare”. Momentum, da moveo, in origine è l’impulso al movimento dato dal peso sulla bilancia dell’orafo: è l’attimo, il secondo, l’unità minima di tempo, la “abissale profondità del tempo” di cui parla Seneca nell’Epistola 21, 5. Dies, invece, è la luce. Indica il giorno luminoso in contrapposizione alla notte, è lux e sol per Catullo, dà senso al carpe diem di Orazio.

Dettaglio dalla Villa di Publio Fannio Sinistore a Boscoreale, New York Metropolitan Museum of Art. Foto in pubblico dominio

La parola è un “sovrano potente” dice Gorgia nell’Elogio di Elena, la parola insegna, affascina e convince nell’oratoria, la parola è materia prima a cui tutto è possibile. La parola latina, poi, è parola dinamica, ma anche concreta: ti distrai un attimo e, mentre parli di letteratura, ti trovi a elencare quello che serve a un’azienda agricola. Ovidius viene da ovis, pecora, Cicero da cicer, cece, Porcius da porcus e non c’è bisogno che lo traduca. È lingua concreta, però, anche quando parla di politica: res è forse il termine che vince la medaglia d’oro per frequenza di apparizioni. Res, cambiando aggettivo, cambia radicalmente significato e se diventa res publica, diventa cosa pubblica: per noi, lo Stato. A Roma è inequivocabile il primato della politica sull’individuo e cristallina l’importanza della parola, nella pratica politica. Ma quanto si è discusso, anche ultimamente, sull’importanza di una corretta comunicazione giornalistica e politica in un momento emergenziale come questo?

Ogni capitolo di questo libro (il cui titolo completo è Il presente non basta. La lezione del latino) apre la strada a una riflessione, ma quella sul valore della parola appare adesso urgente e ineludibile. Diceva Platone che parlare scorrettamente non solo non va bene di per sé, ma fa anche male all’anima. Chi parla male pensa male e vive male, insomma, per virare sul recente – se mi si passa l’accostamento a Platone – e citare Nanni Moretti in Palombella rossa: le parole sono importanti. Conoscere le parole, conoscerle davvero, nella loro etimologia (da étymos, vero, originario) significa saper opporre resistenza ai tentativi di piegarle, ci ricorda Ivano Dionigi. Non sarebbe meglio se tutti sapessimo, per esempio, che “competere” nasce dall’unione di cum e petere e dunque nella sua prima origine vuol dire “andare insieme nella stessa direzione”?

presente non basta Ivano Dionigi
Copertina del libro Il presente non basta. La lezione del latino di Ivano Dionigi, pubblicato da Mondadori

musei chiusi direttori

#museichiusimuseiaperti: parlano i Direttori

#museichiusimuseiaperti:

La cultura italiana non si ferma e da appuntamento sui social, così i Direttori ci raccontano il loro lavoro

Articolo a cura di Alessandra Randazzo, Claudia Di Cera, Eleonora Brunori, Giusy Barracca

 

Un momento così difficile per l’intero Paese e per il mondo intero non fa dimenticare la bellezza e la cultura. L’Italia lo sa bene, il richiamo all’arte, ai monumenti, oggi come non mai, forma un fronte comune da nord a sud del Paese legando le più importanti istituzioni museali e culturali italiane in una battaglia di civiltà contro lo spettro del virus. Tante sono le iniziative che sfruttano il genio artistico nazionale e il boom di successi per la campagna social #iorestoacasa che ha unito artisti di ogni genere, comunicatori e cittadini nella condivisione di foto e contenuti legati all’arte e alla bellezza italiana ne è testimone.

Questo momento di stasi forzata non fermerà la cultura e la sua comunicazione e Musei e Parchi Archeologici già da alcune settimane sono attivi nel creare spazi innovativi e quanto più unici, dando la possibilità a tutti di intraprendere, seppur con la mente e con gli occhi, un viaggio all’interno di collezioni storiche, con racconti coinvolgenti e iniziative accattivanti per una fruizione universale. Preziosa è la voce dei Direttori che sono chiamati come comunicatori del Patrimonio del loro Museo e del loro Parco, da remoto, mettendoci la faccia e accogliendo i visitatori tra le sale vuote e le strade deserte, in una straniante quanto affascinante realtà in cui brillano i reperti, i tesori, e le testimonianze, svelate da guide di eccezione.

ClassiCult vuole oggi accompagnarvi in un inedito tour attraverso tutta la penisola e attraverso le parole e le idee di coloro che gestiscono il patrimonio unico al mondo dei nostri Musei e dei nostri Parchi Archeologici. Una testimonianza viva e sentita dei nostri Direttori che rappresenta anche un documento di questi giorni non facili, durante i quali hanno continuato a lavorare insieme ai loro staff.

Una domanda uguale per tutti per lasciare spazio alla loro voce e per svelarci cosa c'è in serbo per i nostri viaggi virtuali, perché è vero che #iorestoacasa ma è ancora più vero che #laculturavienedame

Elisa Nisticò, Museo Parco Scolacium

"Il Museo e Parco Archeologico di Scolacium rimane aperto virtualmente attraverso una serie di iniziative social che permettono la condivisione con gli utenti di contenuti, visite guidate ed eventi. Abbiamo messo in campo alcune attività social, aderendo alla campagna #iorestoacasa con la condivisione di foto e video per consentire passeggiate virtuali nel sito e nel museo archeologico. Stiamo proponendo visite virtuali tematiche per far conoscere le nostre collezioni. È stata già pubblicata su FB, incentrata sul ruolo della donna nell’antichità attraverso i reperti custoditi all’interno del museo e in queste settimane ne verranno proposte altre sui marmi e il ciclo statuario, sul parco e sulla Scolacium bizantina. Il museo è il promotore su FB del contest video e fotografico lanciato con l’#abbracciamuseo, con il quale si invitano i visitatori e gli utenti a raccontare le loro giornate e a salutare e abbracciare virtualmente il museo. Alla fine del contest, i video e le foto verranno raccolte in un unico video che verrà proposto sulla stessa piattaforma. L’iniziativa è stata poi allargata a tutti i musei del Polo museale della Calabria. Il museo continua a raccontarsi anche con l’hastag #pillolediarcheologia, un appuntamento ormai diventato settimanale in tempi normali, che verrà potenziato in queste settimane. Centrale sarà anche la condivisione di contenuti adatti ai bambini: si continua a fare didattica, anche se in maniera diversa dal solito. Il museo propone contenuti di vario tipo, giochi a tema archeologico, disegni dei reperti da colorare Mini guide da usare anche per la scuola e molto altro. Infine, stiamo predisponendo, lavorando assiduamente da tempo un catalogo della collezione del museo, al fine di renderli fruibili anche virtualmente. Da tempo ci occupiamo di rendere fruibile il nostro patrimonio tramite i nostri canali social e continueremo a farlo, anche potenziando la comunicazione, dopo questa emergenza. per noi, un piccolo ma prezioso museo della periferia, è un modo di farci strada in questo mondo e aprirci a tutti. Siamo anche attivi da pochi giorni su YouTube. Il profilo è curato dal nostro funzionario per la comunicazione, la dott.ssa Serena Passalacqua e raccoglie i video dei musei e parchi afferenti al polo Museale della Calabria".

Francesco Sirano, Parco Archeologico di Ercolano

“Il cancello del Parco Archeologico di Ercolano chiuso è per tutti noi del Parco una stretta al cuore – dichiara il direttore Francesco Sirano – ma è inevitabile nel momento storico che stiamo vivendo. Eppure so, sento che Ercolano è un luogo straordinario che nel tempo ci ha insegnato la resilienza, la capacità di riemergere da ogni catastrofe e da ogni tragedia e noi dalla nostra casa di lavoro, in attesa di potervi riaccogliere al più presto. In questi giorni di smart working stiamo portando avanti i nostri progetti di conservazione e di valorizzazione. Allo stesso tempo stiamo facendo davvero di tutto per raggiungere ogni singolo visitatore nella propria casa. Inutile dire che la chiusura al pubblico ha determinato la necessità di riorganizzare in maniera rapida ma efficace l’intera offerta di visita al pubblico, con una totale virtualizzazione della fruizione e la riformulazione del programma della nostra comunicazione con una forte implementazione delle risorse che viaggiano sui canali virtuali. Abbiamo subito lanciato I lapilli di Ercolano, un viaggio virtuale nel Parco Archeologico con il supporto oltre che dei nostri archeologi e restauratori dei collaboratori che si sono personalmente proposti per poter offrire maggiori possibilità di fruizione. I Lapilli sono pensati proprio per non interrompere quel filo che ci lega nell’amore per questi luoghi e nel dovere di condividere la conoscenza. Sui canali social del Parco vengono inoltre caricati contenuti aggiuntivi,  approfondimenti su reperti, declinazioni del Parco su temi ed eventi proposti dal Ministero. Il numero delle visualizzazioni è salito notevolmente con video che raggiungono le 35.000 visualizzazioni in quanto fruiti anche su canali diversi e questo ci dà il feedback del grande impegno messo in campo da tutto lo staff del Parco che con totale abnegazione sta mettendo in campo tutte le energie per raggiungere ognuno nella propria casa. Usciremo da questo momento complicato ma intanto seguiteci sui nostri canali social.”

Mariarosaria Barbera, Parco Archeologico Ostia Antica

"Ostia risponde con entusiasmo e con la convinzione che questo periodo in cui restiamo tutti a casa, possa essere un momento di approfondimento di una cultura che deve portare tutti noi al progresso civile''. Il Parco archeologico di Ostia antica può essere visitato sul web, in questi giorni, grazie all'iniziativa #iorestoacasa, il Parco di Ostia antica a casa tua'. Anche se, come tutti i luoghi della cultura i suoi cancelli sono chiusi al pubblico, il mondo di Ostia antica entra direttamente nelle case dei visitatori. Dalla homepage del sito web istituzionale del Parco, ci si trova proiettati tra contenuti digitali sempre nuovi: ci sono le storie dei popoli del Mediterraneo che vivevano nella prima e più importante colonia di Roma, si vedono all'opera gli archeologi, architetti e restauratori del Parco, i video delle conferenze del ciclo 'Vediamoci a Ostia antica', le mostre di 'Eppur si espone' allestite nel Museo Ostiense. La Commissione Europea ha conferito in data 31 marzo 2020, il Marchio del Patrimonio Europeo al Parco Archeologico di Ostia antica. Il Parco ha superato una selezione a livello dapprima nazionale e poi internazionale ed è stato scelto insieme ad altri 9 Luoghi della Cultura europei perché storicamente ha rivestito un ruolo chiave nella storia e nella cultura europea".

Fabio Pagano, Parco archeologico dei Campi Flegrei

"Il Parco Archeologico dei Campi Flegrei ha attivato una straordinaria strategia di comunicazione sui propri canali social con l’obiettivo di far passare il messaggio che il Parco è chiuso ma non spento. Abbiamo differenziato le programmazioni in relazione ai nostri differenti pubblici. Per le famiglie abbiamo lanciato il #Parco4Family che propone percorsi virtuali di conoscenza e di svago che ruotano intorno ai luoghi e alle storie del Parco. Abbiamo creato una mappa di comunità social #unparcodistorie dove coloro che hanno visitato o che vivono e lavorano nel territorio possono raccontare le proprie storie personali e condividerle. La nostra strategia si ancora sempre alla qualità dei contenuti e per questo abbiamo creato un #carteggiosocial dove il Parco dialoga virtualmente con le Università e i Centri di ricerca che svolgono attività di studio nel territorio. Si è innescato uno stimolante dibattito che ha coinvolto in un dialogo addetti ai lavori e appassionati di storia e archeologia flegrea. Da ultimo abbiamo lanciato la proposta #statueparlanti; in questo momento particolare abbiamo immaginato di far parlare le statue del Museo archeologico dei Campi Flegrei per raccontare le proprie storie e le sensazioni da museo chiuso. Tutto passa per la relazione tra il Parco e la propria “gente” nella prospettiva che la comunicazione social possa essere uno strumento di avvicinamento di nuovi pubblici; per questo con dei video appositamente realizzati io stesso ho portato alla scoperta de #ilparcochenonhaimaivisto aprendo “virtualmente” spazi solitamente non visitabili.  Le risposte dei nostri “seguaci virtuali” sono confortanti e stimolanti e ci spingono a insistere nell'accompagnare questa delicata fase continuando ad accendere i riflettori sul nostro Parco.”

Alfonsina Russo, Parco archeologico del Colosseo

"La cultura non si ferma: questa è l'importante campagna  di comunicazione condotta dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo per permettere agli italiani, attraverso i siti web e i canali social dei luoghi della cultura statali e non solo, di rimanere in contatto con l'arte e la cultura anche in questo periodo estremamente complesso di chiusura al pubblico dei musei, dei monumenti e dei parchi  archeologici, a  seguito dell'emergenza CoVID-19.  Il Parco archeologico del Colosseo partecipa attivamente a questa campagna e in tal senso ha potenziato la sua comunicazione sul sito web e sui social per continuare ad offrire lo spettacolo della storia e del patrimonio culturale, con i suoi monumenti, simbolo identitario di Roma e dell'intera nazione. Il racconto non si è fermato, ma si è ampliato con la creazione di nuovi percorsi virtuali (Il percorso delle donne nel PArCo; Il percorso dantesco per celebrare il Dantedì), con la realizzazione di rubriche dedicate alle famiglie (i quiz del mattino, le ricette di mezzogiorno), con foto e scatti rubati alla natura del PArCo; natura che, ignara di tutto, in un silenzio irreale che contrasta con il consueto vociare festoso delle  decine di migliaia di visitatori quotidiani del Parco,  si sta risvegliando nei fiori, nelle piante, negli animali. L'occhio attento del personale di vigilanza vigila su questa bellezza. Non si ferma la manutenzione dei monumenti. E altri colleghi, lavorando da casa, stanno preparando progetti e novità per accogliere ed emozionare il nostro pubblico, non appena sarà possibile ospitarli nuovamente, perchè continui ad essere per tutti un luogo amato dell'anima. A tutto il personale del Parco va il mio più sentito ringraziamento per quanto stanno facendo per preservare e valorizzare, con grande professionalità e massimo impegno, questo straordinario patrimonio culturale, di cui siamo responsabili custodi."

Enrica Pagella, Musei Reali di Torino

"Si dice spesso che le crisi possono trasformarsi in un’opportunità. Noi siamo persuasi che nulla possa sostituire l’esperienza viva e partecipata del museo, ma in questa emergenza abbiamo sentito la necessità di mantenere il contatto, con il nostro pubblico, e anche all’interno dello staff, per contrastare il vuoto e l’inquietudine. Così è nato “Closed in”, una serie di brevi video home made, diffusi quotidianamente su Youtube e su IG TV, che accompagnano i visitatori alla scoperta delle opere solitamente prigioniere di armadi e depositi, un po’come noi oggi. Aprire ciò che è chiuso ci è sembrato un gesto scaramantico adeguato alla situazione. Analogamente, dai primi di marzo è disponibile il catalogo online dei Musei Reali, con oltre 15.000 schede corredate da immagini: un mare aperto di suggestioni. Per le famiglie, abbiamo ideato semplici attività creative, cose da ritagliare, disegnare, comporre, colorare, come nel caso del mandala ispirato alla cupola della Cappella della Sindone".

Ilaria Fidone, Museo Archeologico di Venezia

musei chiusi direttori
Foto: Museo Archeologico Nazionale di Venezia

"Il Museo Archeologico Nazionale di Venezia è il museo più antico di Venezia e uno dei più antichi del mondo essendo stato aperto al pubblico nel 1596. Ci troviamo in Piazza San Marco e siamo stati in prima linea lo scorso novembre durante l'emergenza acqua alta. Il Museo è un luogo vivo, anche in questo periodo di chiusura al pubblico a causa dell'emergenza Covid-19. Abbiamo implementato la nostra presenza sui social (Facebook, Instagram e Twitter) creando delle nuove rubriche rivolte a diversi pubblici. Oltre ai consueti sondaggi e contest del lunedì (in questo periodo i followers sono invitati a votare per la loro gemma preferita con l'hashtag #MINIMAMIRABILIA), le #PILLOLEDIMITOLOGIA del martedì, gli episodi della storia del museo ogni giovedì con il titolo #SUPIAZZADAL1596 e la pubblicazione di nostre foto storiche il sabato con #FOTOVINTAGE, abbiamo voluto ideare una rubrica dedicata ai bambini che sono a casa da scuola (#UNGIOCODARAGAZZI) proponendo attività, laboratori e giochi a sfondo mitologico e archeologico. In marzo e aprile la nostra sezione didattica, nostro fiore all'occhiello, avrebbe normalmente accolto moltissime scuole di ogni ordine e grado. #UNGIOCODARAGAZZI vuole essere un messaggio di incoraggiamento per i ragazzi a casa, le loro famiglie e i docenti, che utilizzano i nostri contenuti per fare didattica a distanza. Ci ha fatto particolarmente piacere essere contattati anche da case di riposo e centri terapeutici psichiatrici, che hanno richiesto i nostri materiali per i loro ospiti. Inoltre, il mercoledì è diventato il giorno di #SENTICHIPARLA: cosa si dicono le statue in un museo chiuso? Sentono la mancanza dei visitatori? Da questo spunto sono nati dei post ironici e simpatici che stanno avendo un ottimo riscontro di pubblico, segno che in questo periodo i musei e le istituzioni culturali hanno il compito non solo di far conoscere le loro opere ma anche di risollevare il morale. A questo proposito, ci stiamo già proiettando alla riapertura e da oggi partirà la rubrica #IoNonVedoLOra, in cui andremo a ripassare, sempre con stile spigliato, le regole comportamentali da tenere in un museo: dal "non toccare le opere" al "non si mangia in sala". In questo periodo di chiusura, i musei statali e non, grandi e piccoli, hanno fatto rete tra loro, anche a livello internazionale sfidandosi a colpi di social battle. Noi ne abbiamo lanciata una, #BELLEZZEACQUAESAPONE, in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua di domenica 22 marzo, invitando tutti i musei a postare foto di opere che riguardassero questo tema. Il feedback è stato molto positivo, infatti la sfida è stata accolta non solo da musei ma anche da soprintendenze e archivi. Ritenetevi tutti invitati al Museo Archeologico di Venezia non appena finirà l'emergenza".

Paolo Giulierini, Museo Archeologico di Napoli

"Il Mann prosegue la propria vita culturale, nonostante tutto, offrendo spazi di approfondimento e di riflessione che vanno dalle mostre virtuali e dai percorsi con google art ai corti di Lucio Fiorentino, dalle Mannstories alla nuova redazione in napoletano del videogame Father and Son. Ora più che mai il filo dei rapporti con il nostro pubblico va rafforzato. Ora più che mai va tenuta accesa la fiamma della speranza".

 Tiziana Maffei, Reggia di Caserta

"La Reggia di Caserta, come tutti i luoghi della cultura in Italia, in questo particolare momento storico sta affrontando una nuova importante sfida: quella di divulgare il proprio patrimonio a porte chiuse. Abbiamo ripensato alla comunicazione del nostro Museo, a nuove forme narrative e, grazie a un encomiabile lavoro di squadra del personale, riusciamo a proporre ogni settimana decine di iniziative attraverso il nostro sito internet, i social e altre piattaforme web. Stiamo affrontando questo periodo di difficoltà come un'opportunità per continuare nella nostra missione di incubatore di conoscenza e cultura ma anche per mostrare gli angoli più nascosti del Complesso vanvitelliano, per raccontare le storie intriganti dei personaggi che l'hanno animato, per svelare dettagli dei restauri e, perché no, anche per tenere la mano ai nostri visitatori costretti a casa. La realtà virtuale per un museo è complementare a quella effettiva: se prima del COVID -19 ci consentiva di accorciare le distanze, oggi ci chiede anche di mettere in gioco la capacità di costruire suggestioni, in attesa di restituire al pubblico lo spazio dell’emozione fisica che la magia della Reggia di Caserta possiede".

Christian Greco, Museo Egizio Torino

“Al sopraggiungere dell’emergenza sanitaria, fin dal primo istante in cui le porte del Museo Egizio si sono chiuse dinanzi il suo avanzare, privando le sale del loro consueto affollamento, ci siamo posti l’esigenza di mantenere viva la connessione col pubblico. In un periodo dell’anno caratterizzato da flussi importanti, il pensiero è subito andato alle centinaia di classi costrette a rinunciare alle consuete visite scolastiche di primavera, programmate da mesi. Ma anche alla moltitudine di visitatori e turisti in arrivo dall’Italia e dal mondo, nonché ai torinesi, ai piemontesi, alla nostra comunità di riferimento, che partecipa alle nostre conferenze, segue le iniziative speciali, anima le aperture straordinarie. È per loro, così come per tutte le persone che, durante l’isolamento, cercano nella cultura un’occasione di distrazione e arricchimento, che ci siamo impegnati per incrementare il ‘Museo digitale’, processo già avviato nei mesi scorsi e resosi nell’emergenza indispensabile. Dalla visita virtuale in 3D della mostra Archeologia Invisibile, alla piattaforma TPOP per la fruizione online della collezione papirologica, dalle pillole video con cui io e lo staff scientifico raccontiamo i reperti della collezione, fino alle mie “passeggiate” messe in onda a puntate ogni giovedì e sabato sul nostro canale YouTube: il Museo è vivo, attivo, vicino al suo pubblico anche in tempi di #iorestoacasa e pronto ad accoglierlo di nuovo non appena torneremo alla normalità”.

Simone Quilici, Parco Archeologico Appia Antica

"In questi giorni le attività del Parco Archeologico dell'Appia Antica procedono in modalità smart working. Il presidio dei siti attualmente chiusi al pubblico​ è garantito grazie all'impegno del nostro personale di vigilanza. Approfittiamo di questo momento di pausa forzata dalle attività dei cantieri e delle manutenzioni per ripensare ai percorsi di visita e mettere a punto nuove attività di valorizzazione del territorio.​ Speriamo che questa emergenza che ha portato tanti lutti e dolori in tutto il mondo si chiuda al più presto grazie all'impegno del mondo della scienza, conducendoci ad una nuova consapevolezza dei valori fondanti della convivenza sociale anche in rapporto al nostro patrimonio culturale. Il Parco si sta impegnando e continuerà a dare il suo contributo per una nuova ecologia della cultura, del turismo e del vivere in generale."

Alessandro Mandolesi, Montelupo fiorentino

"Il Sistema museale di Montelupo Fiorentino, imperniato sul Museo Archeologico e sul Museo della Ceramica, ha avviato sul proprio sito web un blog che raccoglie una serie di notizie e articoli tematici corredati di video, mini interventi e immagini, sotto il segno della ceramica di Montelupo. Si tratta di un racconto a più voci del museo e delle progettualità della Fondazione e del territorio, per documentare i progetti che abbiamo rimandato o che intendiamo realizzare in futuro. Si raccontano le curiosità della ceramica storica di Firenze, degli artigiani di oggi e degli artisti che hanno lavorato con noi. E che continueranno ancora in occasione della Festa Ceramica. Insomma, un buon modo di alimentare la comunicazione del museo e dare delle piccole anticipazioni sul futuro. Il blog (in onda da lunedì 6 aprile) vi racconta storie, esperienze e progetti sulla ceramica di Montelupo, del passato e del presente, con uno sguardo al futuro. Una serie di rubriche rivela notizie e propositi dietro le quinte della nostra organizzazione, a partire dal ruolo storico di grande protagonista nella produzione toscana fino alla diffusione nel mondo delle ceramiche montelupine, dalla conoscenza degli attuali artigiani alla loro preziosa interazione con l'arte contemporanea e il design. Proviamo a tenervi compagnia ricordando le edizioni di Cèramica, i Cantieri d'Arte, le nostre pubblicazioni e tutto il bello di questo territorio e delle sue capacità.
In questa difficile situazione Montelupo non si ferma e, in attesa della riapertura dei musei e della possibilità di organizzare nuove mostre e eventi importanti, attiva anche questa modalità fruibile da casa e che consente di rimanere in contatto virtuale con la nostra cultura e arte ceramica".

Giovanni Solino, Museo Provinciale Campano

"La domanda contiene una sollecitazione che accolgo volentieri. In realtà, come Museo Campano, ma credo non solo noi, siamo stati colti un po' alla sprovvista dall'esplodere dell'emergenza Covid-19. La chiusura al pubblico e, immediatamente dopo, la pressante richiesta di mettere tutto il personale in lavoro agile, o smart working che dir si voglia, ci ha un po' scioccato e abbiamo impiegato qualche giorno per realizzare quanto ci stava accadendo. Se aggiungiamo che dal punto di vista della comunicazione, sia tradizionale che di tipo web, siamo in uno stato di grave arretratezza, completiamo un quadro di assoluta desolazione. Ripresici dallo shock, abbiamo provato a reagire. Abbiamo perciò attivato diversi canali social, da Fb a Instagram a YouTube, e stiamo per lanciare una prima campagna di comunicazione, che dovrà servire in primo luogo ad attrarre follower, o like, o visitatori. In queste ore daremo il via. Subito dopo cominceremo a pubblicare una serie di video, quasi degli spot, con i quali tanti amici del museo, docenti, studenti, artisti, rappresentanti delle istituzioni od accademici presenteranno qualche opera o reperto custodito dal nostro museo raccontando allo stesso tempo una storia, o un mito che l'opera o reperto reca in sé. Nel mentre questa catena di video sarà pubblicata, attiveremo anche dei forum di discussione con i nostri "amici" o "follower", in maniera da animare un vivace confronto e tenere sempre viva l'attenzione. Tutto questo richiede anche una forte implementazione sul piano delle immagini, che in questa fase non saranno soltanto intermediarie rispetto alla realtà museale bensì sostitutive, e perciò dovranno avere caratteristiche tecniche e artistiche oltremodo superiori rispetto a quelle tradizionali, e per questo pure ci stiamo attrezzando. Nello stesso tempo, speriamo di poter completare il lavoro, già avviato prima dell'emergenza, di realizzazione di un nuovo sito web, che vogliamo assolutamente innovativo e interattivo. L'appetito viene mangiando, come si dice, e perciò siamo convinti che sia nel corso dell'emergenza, che ci auguriamo possa finire quanto prima, sia soprattutto dopo, le nuove tecnologie e i nuovi sistemi di comunicazione trovino il Museo Campano non più in posizione di retroguardia ma in posizione di punta. Ogni crisi contiene sempre delle opportunità e noi faremo ogni sforzo per essere pronti a coglierle".

Marzia Cerzoso, Museo dei Bretti e degli Enotri

"Il Museo naturalmente, come tutte le istituzioni culturali, è chiuso al pubblico sin dal DPCM dell'8 marzo scorso e per sopperire a questa lontananza dal pubblico si sta molto impegnando nella promozione attraverso i social. Infatti sin dal giorno dopo della chiusura ci siamo attrezzati per poter offrire ai nostri visitatori, attraverso la nostra pagina Facebook, il nostro account Instagram e Twitter, delle occasioni varie per poter far sentire loro la nostra presenza. Abbiamo immediatamente aderito, come molti Musei italiani, all'iniziativa #iorestoacasa, che è diventato lo slogan delle nostre attività, attraverso le quali abbiamo creato iniziative tra le più varie per invitare i nostri follower a restare a casa e a seguirci attraverso il web. Pertanto, con un grande sforzo creativo, perché ogni cosa necessita di studio e approfondimento, ma che ci spinge a fare tutti i giorni compagnia al nostro pubblico, abbiamo proposto rassegne di approfondimento, giochi enigmistici ispirati alla collezione del Museo (ma non solo - tra l'altro per uno dei nostri giochi siamo approdati anche sulle pagine dell'inserto culturale del Corriere della sera), così da creare anche delle opportunità di svago in un momento come questo in cui spesso la paura e la preoccupazione prendono il sopravvento. Abbiamo partecipato alle challange lanciate da altri Musei italiani (per es. la sfida lanciata dal Museo Archeologico di Venezia domenica 22 marzo in occasione della Giornata mondiale dell'acqua), abbiamo aderito al #Dantedì il 25 marzo, iniziativa del MiBACT per ricordare Dante nella data che ricorda l'inizio del suo viaggio ultraterreno della Divina Commedia anticipando i festeggiamenti del prossimo anno per i 700 anni dalla sua morte. Domenica 29 marzo abbiamo partecipato al flashmob promosso dal MiBACT dal titolo #Artyouready per ricordare i tanti Musei oggi vuoti nella speranza che possano riempirsi di visitatori al più presto...insomma, tutta una serie di iniziative (che potrete visionare sui nostri canali social) che non ci tengono affatto inerti, ma che mantengono vivo il dialogo con il nostro pubblico, con l'augurio che dopo questo dialogo virtuale si possa riprendere il dialogo diretto, magari con una maggiore consapevolezza dell'importanza dei nostri Musei e del tanto lavoro che ci sta dietro. E speriamo che il nostro pubblico apprezzi".

Valentino Nizzo, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Nicoletta Frapiccini, Museo Archeologico Nazionale delle Marche

"La chiusura del Museo Archeologico Nazionale delle Marche ha comportato la cancellazione di molte attività didattiche, molti incontri con le famiglie, tante occasioni di incontro con bambini per attività ludiche e anche la chiusura di una mostra sul tema dell'acqua da poco allestita, che prevedeva visite già fissate con molte scolaresche.Abbiamo pertanto ritenuto imprescindibile proporre in altra veste e attraverso i social tutte le attività che avevamo già previsto, incrementandole con ulteriori percorsi virtuali da fruire su Fb, Instagram e Twitter.In primo luogo abbiamo riproposto 21 appuntamenti dal titolo "Pillole di Archeologia", servizi televisivi girati dalla TGR Marche, di pochi minuti ciascuno, dedicati all'illustrazione di un reperto particolarmente significativo o curioso esposto al Museo. Contemporaneamente abbiamo inserito una serie di post contrassegnati da #iorestoacasa, #andràtuttobene e #curiositàarcheologiche che illustrano altri reperti del Museo, in maniera giocosa o scherzosa, anche legata alla particolare situazione che stiamo vivendo, come i consigli su cosa fare a casa in queste lunghe giornate, prendendo spunto dal passato. Alcuni video o fotomontaggi hanno proposto inedite versioni dei nostri reperti, o hanno introdotto ugualmente i visitatori a curiosare nelle sale del Museo chiuso (#museichiusimuseiaperti) , mentre ai più piccoli sono state dedicate attività didattiche con laboratori da fare a casa, seguendo le istruzioni postate sul nostro profilo Fb: dal mosaico ai giochi da tavolo, dai laboratori di scultura alle realizzazioni con pane azzimo. Inoltre abbiamo aderito a varie campagne social, come #bellezzeacquaesapone, il Dantedì, e il Flashmob digitale lanciato dal MiBACT "Art you ready?", su Instagram. Inoltre saremo presenti nei prossimi giorni anche sul sito della Fondazione Marche Cultura con alcuni audiovisivi che illustreranno in maniera inedita alcuni temi legati al Museo, alla sua storia, ad alcuni reperti e alla sua prestigiosa sede, il cinquecentesco Palazzo Ferretti. I video in preparazione saranno inviati alla Fondazione Marche Cultura e ICOM Marche, che li posteranno attraverso la struttura del Social Media Team delle Marche. Anche se restiamo tutti a casa, possiamo visitare e giocare al Museo".

Massimiliano Valenti, Museo Civico Albano Laziale

https://www.facebook.com/189955664690848/posts/1075223472830725/

"Il mio lavoro come direttore è in modalità smart working, in accordo con l'amministrazione comunale. Le cose da fare non mancano! Per la specifica attività con i social-media, oltre ad aver informato il blocco delle attività e la chiusura dei musei, tramite il sistema museale "museumgrandtour", cui aderiamo, abbiamo lanciato una campagna di condivisione dei video dei singoli musei e ora degli articoli contenuti in una recente pubblicazione curata dal sottoscritto. Abbiamo anche realizzato la prima di una serie di riunioni in streaming con tutti i direttori del sistema per approntare anche altre iniziative sui social e andare avanti con gli altri progetti finanziati".

Marco Pierini, direttore dei Musei, Parchi Archeologici e ville storiche che fanno capo al Polo Museale dell’Umbria (di recente Direzione Regionale Musei dell’Umbria)

“Il patrimonio che i nostri Musei conservano è traccia e simbolo di resistenza, al tempo e alle contingenze. Per questa e per tante ragioni continueremo a raccontarli, con gli strumenti consentiti. E, per fortuna, sono tanti ed efficaci! Chiudere fisicamente non significa smettere di rispondere alla nostra missione di valorizzazione e promozione: significa trovare alternative che possano quantomeno regalare momenti di piacere e di conoscenza.
In questo momento di emergenza la comunicazione attraverso i social è di grande importanza, perché aiuta a mantenere il contatto con le comunità locali, per le quali il museo diviene una sorta di catalizzatore di affezioni comunitarie, che esorcizza in parte l’alienazione della situazione attuale..
Se oggi è difficile credere che possa essere la sola bellezza a salvare il mondo, è quanto mai attuale pensare che attraverso il nostro patrimonio possiamo ripercorrere la nostra storia e trovare in essa la certezza per un sereno domani. Per questo si è pensato di avviare delle rubriche in cui i fruitori sono parte attiva, raccontando in brevi video il loro rapporto con i monumenti del territorio.
Perché “l'arte non si può separare dalla vita. È l'espressione della più grande necessità della quale la vita è capace”, e allora quando il museo è chiuso, viene a cercarti, proponendo l’esperienza museale anche da casa.”

Anna Cinti, Museo Faldetta di Brindisi e Castello Dentice di Frasso Carovigno

Il Museo Faldetta, che si ringrazia per la foto

“Subito dopo l’emergenza, appena chiuse le due strutture culturali (Museo e Castello), si è avviata una più intensa campagna social, seguendo le direttive del ministro Franceschini. Ogni giorno si pubblica sulle pagine social. In più è stato avviato un rapporto con le scuole della città, tramite la didattica museale, ad esempio iniziative riguardanti le classi ceramiche dei vasi greci e romani.”

Il Castello Dentice di Frasso Carovigno. Foto di Claudia Di Cera

Katiuscia Di Rocco, Biblioteca Arcivescovile De Leo 

Biblioteca De Leo. Foto di Claudia Di Cera

“Non è cambiato molto dall’inizio dell’emergenza, anzi l’utenza è aumentata, si lavora molto bene via Internet.
Si continua a lavorare!
Le collaboratrici lavorano alacremente con il software da casa.
La direttrice, due volte alla settimana, in sicurezza, si reca in biblioteca e lavora per inviare i documenti richiesti.
L’utenza non ha smesso di fruire dei servizi erogati, infatti giungono richieste tramite email alla Biblioteca, sia dall’Italia sia dall’estero, con domande, di confronti bibliografici, riviste, ecc.
Sulla pagina social della Biblioteca, troviamo piacevoli approfondimenti, su documenti, sulle preziose Cinquecentine, e altro ancora!”

Donato Coppola, Museo Civico di Ostuni, Museo Diocesano, Parco Archeologico di Santa Maria di Agnano

Il Museo di Ostuni. Foto di Claudia Di Cera

“Come previsto dal DPCM del 1 aprile 2020, il Museo Civico di Ostuni, il Museo Diocesano ed il Parco Archeologico di Santa Maria di Agnano resteranno chiusi fino al prossimo 13 Aprile. Le altre informazioni sono recuperabili dal sito Museo di Ostuni.
Per mantenere il legame con il Bene Culturale ostunese, si consiglia di consultare il sito Internet e la pagina social del museo.”

Il Museo di Ostuni. Foto di Claudia Di Cera

 

Emilia Mannozzi, Polo BiblioMuseale di Brindisi (Museo Archeologico Ribezzo e Biblioteca Comunale)

Statua bronzea di Lucio Paolo. Foto di Claudia Di Cera

“Noi siamo un Polo BiblioMuseale, Museo e Biblioteca sono un’unica cosa.
Quando è scattata l’emergenza siamo stati presi alla sprovvista, costretti ad “abbandonare” il Bene Culturale, e improvvisamente il Museo è stato chiuso dalla Regione Puglia.
Ma subito si è partiti con lo smart working!
Si è pensato, con i preziosi collaboratori, ad un nuovo approccio lavorativo per continuare ad offrire una fruizione, seppur limitata dal non contatto dal vivo, ma comunque cercando di rimanere il più vicini possibili al pubblico, di tentare di diffondere la cultura materiale, il patrimonio.
Allora si è cercato di attivare una fruizione il più interattiva possibile.”
Certo, la presenza all’interno del museo è un conto, il rapporto emozionale che si instaura durante una visita “fisica” del museo è un qualcosa di unico, il vedere dal vivo, “non è lo stesso vedere il Lucio Paolo in foto”, dice rammaricata la Direttrice Mannozzi.

 

MAPRI, Museo Archeologico Provinciale Ribezzo di Brindisi. Foto di Claudia Di Cera

“Ma anche con la presenza virtuale si cerca di mantenere un contatto con il Bene Culturale, ovviamente, si auspica che si torni alla normalità. Per cercare di far conoscere il patrimonio esposto, anche con il museo fisicamente, chiuso, si è pensato a delle pillole on line, per avvicinare un più vasto pubblico.
Quindi, a breve sui social, partirà una intensa campagna di fruizione virtuale dei reperti archeologici presenti all’interno del museo.
Tema conduttore sarà la donna, la sua cura, la sua persona, la bellezza.
È nata l’idea di creare delle piccole schede, nelle quali, attraverso un linguaggio divulgativo, si tenta di far conoscere un oggetto del museo, legato al tema della cura della donna.”

“La Biblioteca ha attivato immediatamente lo smart working, tutto si svolge online. Già dal 18 di marzo, è stata inviata una email a tutti gli utenti.
Tutti i servizi digitali sono aperti, la biblioteca - virtualmente - non è chiusa, anzi è molto attiva! Proprio nei primi giorni della chiusura materiale della struttura bibliotecaria e attivando il servizio online, si è avuta un’impennata di richieste da parte degli utenti.
Il Polo BiblioMuseale offre una totale disponibilità, ovviamente online, di servizi, per permettere a chiunque di non avvertire la chiusura materiale della struttura. Le risorse sono accessibili anche senza registrazione.
A breve partirà, sui social, una mostra virtuale, “Saluti da Brindisi”, tramite un percorso guidato, sulle cartoline d’epoca di proprietà della Biblioteca.
La cultura non si ferma, è pronta a riaprire più forte di prima!”

Manuela Puddu, Museo archeologico nazionale di Cagliari

https://www.facebook.com/MuseoArcheoCA/videos/269432917406176/

"Il Museo archeologico Nazionale di Cagliari da tempo investe sui temi dell’accessibilità: anche per questo il sito del Museo e i suoi canali social sono costantemente arricchiti di contenuti che puntano a raggiungere i fruitori più lontani. A maggior ragione nella presente circostanza stiamo cercando di percorrere tutte le strade a disposizione per uscire dalle mura del Museo e raggiungere coloro che sono impossibilitati a venire da noi.
Abbiamo per questo rafforzato iniziative già presenti sui nostri social: per esempio la rubrica #vetrineaperte su Facebook, che illustra in ciascuna “puntata” una vetrina diversa e nel post successivo un reperto con una storia particolarmente interessante o poco nota; o ancora la rubrica #piccolioggettigrandebellezza su Twitter, che presenta un gran numero di gioielli o altri reperti di dimensioni molto piccole normalmente non esposti. Sempre sui social sono state attivate delle iniziative speciali per questo periodo, come, su Twitter, la rubrica #oggettidicasa, che presenta tutti quegli oggetti di uso domestico che dalle vetrine del museo raccontano la quotidianità delle case dei millenni passati, nell’ambito delle campagne nazionali #iorestoacasa e #laculturanonsiferma. Anche sul sito del Museo abbiamo attivato la rubrica #vetrineaperte, per riproporre, in modo più sistematico e più facilmente raggiungibile, il racconto che è stato pensato per l’allestimento del Museo archeologico e mettere in evidenza le storie più curiose o sconosciute. A partire dal 3 aprile, inoltre, il Museo archeologico di Cagliari ha aperto online i suoi quattro piani con il tour virtuale! I visitatori hanno la possibilità di ripercorrere, attraverso la navigazione all’interno di 15 immagini a 360°, le sale che espongono i reperti che amano oppure di esplorarle per la prima volta e ripromettersi una visita reale alla riapertura. La vita del Museo è nel contatto coi cittadini e nel continuo scambio che avviene tra noi e loro. In questo momento non possiamo vederci fisicamente, ma le grandi possibilità che ci offre la tecnologia ci consentono di tenere stretti i legami e riprometterci di incontrarci il prima possibile, ancora insieme".

 

 

 

 

musei chiusi direttori
L'Italia ripresa nella sua interezza dalla ISS (2014). Foto NASA, licenza

avventure di un giovane naturalista David Attenborough

Filmare la natura: le avventure del giovane David Attenborough

Il serpente, l’orso, lo scimpanzé, il drago, il combattimento tra galli. E poi tratti a piedi, su una jeep, in barca. Viaggi reali che vanno oltre l’immaginazione a cui le produzioni televisive, nel dopoguerra, avevano abituato il pubblico. Nel 1954 David Attenborough aveva ventisei anni, era produttore cinematografico con due anni di esperienza e una laurea in zoologia. Come lui stesso scriverà, era ansioso di proporre al pubblico un programma sugli animali: non voleva accontentarsi di ospitarli in trasmissione, come faceva il direttore dello Zoo di Londra George Cansdale, ma neanche voleva imitare i coniugi Denis che durante i loro viaggi in Africa avevano girato ore di filmati.

L’ambizione e la volontà di Attenborough lo spinsero a proporre un progetto che nel suo Avventure di un giovane naturalista definisce semplice: “La BBC e lo Zoo di Londra avrebbero dovuto contribuire a finanziare una spedizione per la cattura di animali” a cui, filmando tutto, avrebbero partecipato lui e l’allora curatore del rettilario dello Zoo Jack Lester. “Ogni sequenza” si legge nell’introduzione del libro, “si sarebbe conclusa con un primo piano dell’animale catturato, poi una dissolvenza avrebbe introdotto una sequenza girata in studio, in cui Jack avrebbe illustrato, alla maniera di Cansdale, la fisiologia e il comportamento dello stesso animale”.

Il testo, arricchito con un inserto di fotografie in bianco e nero, è in parte autobiografico e in parte descrittivo della flora e della fauna e raccoglie i primi tre resoconti delle esperienze vissute in Guyana, Indonesia e Paraguay che Attenborough scrisse dopo ogni spedizione.

La sua idea non era quella di vendere al pubblico l’immagine di un animale in gabbia reprimendo la distanza attraverso lo schermo, bensì quella di raccontare alla maniera di Bruce Chatwin e di Mark Twain quelle terre lontane e quei protagonisti “carismatici”, che in qualche modo fosse prerogativa del programma bilanciare l’intrattenimento con la divulgazione e l’educazione scientifica.

L’obiettivo leggendo, appare raggiunto energicamente in un linguaggio fluido e chiaro. Ciò che aveva ideato seguiva di pari passo quel metodo di cattura dell’animale che oggi potrebbe sembrare al lettore obsoleto e crudele. Con lealtà e consapevolezza, non lo nasconde: “Oggi gli Zoo non si servono più di ‘cacciatori’ incaricati di catturare e consegnare animali vivi, e questo è giustissimo. La natura è già abbastanza in pericolo senza che la si derubi dei suoi abitanti più belli”.

Le sue parole non sono pretestuose e dalle sue frasi traspare la curiosità e l’amore che prova per la natura. Ciò fa sì che il lettore si senta giustificato e privilegiato dalla possibilità di immergersi nella storia, nel racconto geografico ed evolutivo delle specie e del loro habitat.

Con la spedizione, altresì, Attenborough si scrolla di dosso i tipici atteggiamenti di colui che viaggia unicamente per piacere, quando lo vediamo vestire i panni dell’esploratore, del reporter, dello scrittore che nel viaggio scopre, impara, si meraviglia, vive.

avventure di un giovane naturalista David Attenborough
La copertina del libro Avventure di un giovane naturalista di David Attenborough, pubblicato da Neri Pozza Editore (2020) nella collana Il Cammello Battriano

David Attenborough, Avventure di un giovane naturalista, Neri Pozza Editore 2020, pp. 400, Euro 19.

 


La battaglia di Poitiers del 732: tra leggenda e realtà

Per molto tempo la Battaglia di Poitiers del 732 è stata considerata un evento cruciale nella storia europea, al di là del suo reale valore storico e della cifra militare e strategica dispiegata, ed è stata issata per lungo tempo a vero e proprio riferimento culturale europeo.

Da tempo, però, gli storici hanno riconsiderato la reale portata dell’evento, definendolo come uno scontro marginale e decisamente non risolutivo circa il periodo della conquista musulmana della penisola iberica, che effettivamente perdurò ancora a lungo nei territori continentali.

Nonostante, quindi, il ruolo pressoché secondario dell’evento, lo scontro tra l’esercito di Carlo Martello e quello guidato da Abd al-Raḥmān anticamente è stato considerato come evento cruciale, in quanto ritenuto funzionale alla formazione di un’identità europea, prestando il fianco ad interpretazioni speculative e certamente poco storiche ma, al contempo, ispirando arte e letteratura.

Resta però utile un’attenta disamina dell’episodio, in modo da capirne a fondo le premesse, storiche e militari, che costituiscono invece la pietra angolare dell’intera comprensione dell’evento e che ci offrono l’opportunità di avere comunque preziose testimonianze su una fase storica, nonostante l'importanza relativa dello scontro.

Contesto storico

Nel cuore dell’Europa dell’VIII secolo, infatti, i musulmani iniziarono a diventare una presenza importante nel continente, frutto di una campagna di conquista iniziata sul finire del secolo precedente prima dalle incursioni perpetrate dal condottiero berbero Arif ibn Malik (invitato da Giuliano di Ceuta per vendicarsi dei Visigoti1), e poi da Tariq ibn Ziyad, primo wali della conquista musulmana della penisola iberica. La presenza musulmana in terra iberica si strutturava sulla forma di una specie di governatorato alle dipendenze formali della dinastia omayyade, al cui vertice vi era appunto un wali che godeva di una sostanziale libertà amministrativa e d’azione. Il governatorato iberico veniva chiamato al-Andalus, toponimo arabo che molto probabilmente deriva dalla storpiatura del nome greco di Atlas, a suffragio della credenza che voleva nello stretto di Gibilterra la fine del mondo conosciuto.

L’Andalusia, come è noto, è una regione meridionale della Spagna e tutt’oggi rappresenta, nelle proprie architetture e nelle proprie tradizioni, uno dei più bei esempi di commistione tra cultura araba e retaggio europeo.

L’ambizione araba di voler vedere nei territori iberici una florida opportunità di conquista ben presto si scontrò con la forza catalizzatrice dei Franchi, che già da tempo rappresentavano una potenza organizzata e politicamente attenta, capace di intessere relazioni e rapporti di forza con le variegate anime dello scacchiere europeo. La storia riserverà, successivamente agli eventi della battaglia, un ruolo di prestigio a Carlo Magno, nipote di Carlo Martello, capo dello schieramento opposto ai musulmani: il futuro Re dei Franchi, Carlo Magno appunto, viene considerato una figura importante nella storia occidentale, ma è nelle trame di questa battaglia che si delineeranno forma ed equilibri del suo Impero.

Il casus belli

Come sempre la storia attende delle opportunità per compiersi, ed in questo caso il pretesto per la battaglia, che in realtà già covava nelle ambizioni di entrambi gli schieramenti2, fu dato dalla sconfitta di Oddone d’Aquitania nella battaglia della Garonna, subita per mano dei musulmani guidati da Ab al-Rahman: l’esercito dei Mori sconfisse le truppe di Oddone in prossimità di Bordeaux e si preparava ad avanzare a nord, verso la basilica di S. Martino di Tours per farne razzia. Gli storiografi moderni concordano nel riconoscere ad Oddone (che pure in passato aveva proficuamente collaborato con i musulmani) il merito di aver comunque rallentato un’improvvisa avanzata araba in terra iberica, anche se a costo di una sonora sconfitta.

A seguito delle vicende e della richiesta di aiuto di Oddone, i merovingi si trovarono a dover preparare un esercito eterogeneo e colorito, composto da alemanni, da soldati di Assia e Franconia, di Bavari, tutti dotati di lunghe lance, di contadini gallo-latini, di gente proveniente dalla Borgogna, ma anche di cavalleria leggera visigota, di un folto gruppo di volontari della Sassonia armati di enormi spadoni a due mani, di un nutrito gruppo di gepidi, vestiti di pelle dorso ed armati in maniera non uniforme e di popoli della Foresta nera che combattevano col corpo totalmente dipinto di nero e privi di protezione: tutti popoli che nel passato recente o più lontano avevano combattuto su fronti opposti.

Gli schieramenti

battaglia di Poitiers
La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (1356), BNF, FR2813. Gallica Digital Library, immagine in pubblico dominio

La data convenzionalmente indicata per l’inizio della battaglia è il 25 ottobre del 7323.

L’esercito di Carlo si presentava con uno schieramento compatto e quadrato. La scelta non fu casuale e fu stabilita sulla base della morfologia del campo: Carlo, in prossimità di Poitiers, a metà strada tra Tours e Bordeaux, decise di usufruire di una piana creata dall’intersezione di due fiumi, il Clain ed il Vienne, in modo da poter sfruttare una prima linea di fanteria armata di francisca, utile per il corpo a corpo con la fanteria nemica, seguita da linee composte da fanti dotati di giavellotti e picche per l’eventuale avanzata della cavalleria leggera, che per la prima volta montava sui propri animali staffe per permettere un maggiore dinamismo durante la cavalcata4. Carlo, inoltre, scelse l’incrocio dei due fiumi in modo che il suo schieramento quadrato non fosse esposto sui fianchi a ipotetiche incursioni della cavalleria; in più intervallò le file di fanteria con file di cavalleria e rafforzò i lati con altrettanti cavalieri, così da prevenire aggiramenti durante lo scontro.

Infine, Oddone si nascose in una foresta alla sinistra dello schieramento, pronto a venire in soccorso in caso di un eventuale sfondamento della cavalleria pesante musulmana e per razziare il campo nemico durante le fasi di scontro, in modo da compromettere eventuali ritirate e obbligare così il nemico a combattere su due fronti. Le fonti dell’epoca stimano in circa 15-20.000 unità i combattenti dello schieramento cristiano.

D’altro canto, forti di circa 25-30.000 unità, i musulmani si presentavano con la classica forma a mezzaluna, lasciando i reparti di cavalleria leggermente più avanti sui lati rispetto alle linee di fanteria. Infatti, l’ala sinistra, composta principalmente da cavalleria leggera (kurdos), era a ridosso del fiume Clain, l’ala destra vedeva la presenza di altra cavalleria e si dislocava lungo un basso colle, infine il centro era composto principalmente da fanti ed arcieri, ed occupava la carreggiata dell’antica via Romana. Vi è una piccola curiosità: a dispetto dell’ostilità dei luoghi, i musulmani avevano portato con loro anche dei dromedari, dispiegati nel corso della battaglia nonostante il loro utilizzo fosse prettamente per fini logistici, e questo perché vi era la credenza che l’olezzo pungente di questi inusuali animali potesse far imbestialire i cavalli e quindi rompere le file dell’esercito nemico.

La battaglia

La battaglia di Poitiers nelle Grandes Chroniques de France (circa 1415), f.166 British Library Cotton MS Nero E II. Immagine in pubblico dominio

Le schermaglie andarono avanti per quasi una settimana, ma il giorno del 25 ottobre si consumarono le fasi di scontro vero e proprio: gli storici ritengono che la battaglia si sia protratta dal mattino fino a sera, ed ebbe inizio per mano dell’esercito musulmano, che ebbe a schiantarsi con le fila di fanteria merovinge con incessante utilizzo di picche e giavellotti. A fondamento dell’azione musulmana vi era una precisa strategia, chiamata al-qarr wa al-farr, consistente in una rapida avanzata seguita da un’improvvisa ritirata che facesse intendere al nemico la possibilità di guadagnar terreno a scapito dei soldati in fuga, salvo poi sferrare l’attacco finale ai danni di un esercito a quel punto spaesato e ormai disunito: la loro strategia, quindi, si basava su una dissimulazione.

Carlo però era preparato a questa evenienza, e diede ordini precisi di rispondere agli attacchi dei Mori solo col corpo a corpo, evitando inseguimenti e non cedendo alla trappola di una fuga fittizia. Anche qui vi è una curiosità particolare: gli equipaggiamenti dell’esercito di Carlo erano pesanti e solidi, utili appunto per una battaglia di posizione e certamente non dediti ad una condotta dinamica delle fasi di scontro; al contrario, invece, i Mori viaggiavano leggeri ma, costretti ad un estenuante corpo a corpo, si trovarono maggiormente esposti ai colpi d’arma dei cristiani, che invece reggevano efficacemente. Per i Mori, quella di combattere senza significative protezioni era comunque una scelta ben precisa: combattere con l’armatura era visto come un segno di debolezza e di viltà, tant’è che proprio sulla scia della contrapposizione con la civiltà occidentale nacque la celebre imprecazione beduina “Possa tu essere maledetto come il franco che indossa una corazza poiché teme la morte”.

Questo impegno massiccio favorì la distrazione di parte della cavalleria musulmana lanciata in inseguimento della cavalleria aquitana, lasciando così scoperte le file centrali composte da arcieri e fanti, che furono letteralmente massacrate dalle picche e dai giavellotti dell’esercito merovingio.

A Carlo non restò che dare il segnale ad Oddone, il quale, mimetizzato nel bosco alla sua sinistra, mise in fuga tutto il fianco destro dello schieramento dei Mori.

battaglia di Poitiers
Charles de Steuben, Bataille de Poitiers, en octobre 732; olio su tela (1837). Mostra in modo romantico il momento cruciale dello scontro, la morte di Abd al-Raḥmān. Pubblico dominio

L’esercito musulmano fu letteralmente spazzato via. Lo stesso Abd al-Raḥmān morì per un colpo d’ascia, ma è a questo punto che la storia incontra la leggenda: fonti dell’epoca ritengono che il colpo mortale fu inferto al comandante moro da Carlo Martello in persona.
Infine, vi è discordanza tra la storiografia araba e quella occidentale sugli avvenimenti immediatamente successivi alle fasi finali della battaglia, difatti secondo la versione degli storici europei l’accampamento arabo, lasciato sguarnito dai pochi sopravvissuti in fuga, fu razziato con conseguente rinvenimento di tutta la refurtiva frutto delle campagne d’Aquitania; per gli storiografi del mondo arabo, invece, i Mori, pur riuscendo a sfondare le fila cristiane, scelsero di ripiegare quando videro minacciati i proventi delle proprie scorrerie e, quindi, tornarono all’accampamento per salvare quanto possibile, salvo poi disperdersi in maniera confusa.

***

Tomba di Carlo Martello a St. Denis. Foto di J. Patrick Fischer, CC BY 2.5

Nonostante la limitatezza degli eventi, fu evidente la portata del successo di Carlo Martello e della misura della sconfitta araba, tanto che nella tradizione araba tale evento è tutt’ora ricordato come balāt al-shuhadā, ovvero il “lastricato di morti”.

Probabilmente una vittoria netta e riportata sotto l’attenta guida militare di un solo comandante ha fagocitato l’alone di leggenda che per secoli ha caratterizzato lo scontro, nonostante la dimensione marginale che gli eventi hanno avuto nella conquista araba della penisola iberica che, anche in seguito alla battaglia, non si arrestò per nulla ma, anzi, vide più feroci e più alti momenti di scontro.

Comprendere questa battaglia resta comunque un’utile esercizio per indagare sui motivi di tanta fama, nonché un’opportunità per avere uno spaccato di tecnica militare frutto dell’esperienza e delle capacità di uno dei padri dei casati più importanti della storia europea la cui testimonianza, forse, senza la suddetta interpretazione degli eventi, non sarebbe arrivata in maniera così dettagliata.

Bibliografia:

W. Blanc, C. Naudin, Que s' est-il vraiment passé à Poitiers en 732?, in «L'Histoire» 429, 2016, pp. 22-23.

E. Percivaldi, Grandi Battaglie/Poitiers, 732, in Storie di guerre e guerrieri, 7, 2016, pp- 66-71.

A. C. L. F. Silva, A Batalha de Poitiers (732) por um cronista árabe anônimo, in «Revista Brasileira de História Militar», 1, 2010

J. Wilson, Poitiers 732 CE: Interpretation and Remembrance, oral presentation in MARCUS Conference, Sweet Briar College, October 12, 2013.

Note:

1Giuliano fu Governatore della città di Ceuta; la leggenda vuole che Roderigo, Re dei Visigoti in Spagna, rapì e violentò la figlia di Giuliano.

2Già dopo le incursioni in Aquitania del 717-18, gli arabi iniziarono a definire il territorio della Gallia e più in generale tutta l’Europa come la “Grande Terra”.

3 Gli storici non sono concordi sulla data: altri indicano il 7 ottobre, altri il 10 o l’11. Il 25 è la data convenzionale che tiene conto anche delle schermaglie iniziali e dell’effettiva fase conclusiva del conflitto.

4Tale pratica era già in uso presso Bizantini, Visigoti e Longobardi, ma fino ad allora sconosciuta al disorganizzato esercito merovingio.


Esercizi di umanità, tra le lacrime delle cose

In questi giorni sospesi, virgilianamente segnati dalle lacrime delle cose, accostarsi alle pagine degli antichi innesca un singolare cortocircuito. Si tratta in realtà di una condizione sempre valida per ciò che è classico, che per definizione torna in ogni tempo a risignificarsi nella sua indomita verità. Sfogliare il saggio einaudiano di Maurizio Bettini, Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, pubblicato lo scorso anno dalla prestigiosa casa editrice torinese, in un momento così smarrito acquista una particolare rilevanza.

Il contesto in cui scrive l’autore, animato dall'acceso dibattito sull'immigrazione, lo porta a mettere in connessione alcuni aspetti della cultura greco-romana con i risvolti dell’allora stringente attualità: la questione dei naufragi e dei soccorsi, la tutela dei diritti umani, le nuove forme di schiavitù. Oggi, conservando quest’abitudine a far dialogare antico e contemporaneo pur nella legittima considerazione delle abissali distanze, si può tentare di leggere lo studio di Bettini alla luce delle rinnovate istanze sollevate dalla cronaca.

umanità lacrime
La Galleria Sciarra a Roma. Foto di Bianca Sorrentino

In un frangente emergenziale che ha scardinato radicalmente i pilastri che reggevano il nostro mondo e la visione che di esso avevamo, mettendoci faccia a faccia con la nostra diafana fragilità e con il rischio tangibile di lasciar emergere un’atavica ferocia, il richiamo alle memorabili parole di Didone può essere addirittura salvifico: nel primo libro dell’Eneide, la regina di Cartagine accetta di accogliere lo straniero Enea e i suoi compagni, profughi sulla costa africana, perché lei stessa ha conosciuto la sventura. «Non ignara mali miseris succurrere disco» (“non ignara del male imparo a soccorrere i miseri”), dichiara la donna; in questo verso immortale, Bettini rileva, da un lato, la reciprocità tra l’esperienza individuale del dolore e la compassione per la sofferenza altrui e, dall’altro, l’aspetto durativo di quell’«imparo» (disco), a sottolineare l’umanità di chi è disposto a trarre insegnamenti da ogni esperienza della propria vita, senza illudersi che i traumi del passato costituiscano un’acquisizione ‘formativa’ in sé compiuta. Il lascito virgiliano può, se non offrire risposte, fornire almeno un modello con cui misurarsi ora che il dramma della malattia, solitamente intimo e privato, è condiviso dalla società tutta, in un universo globalizzato e perennemente connesso.

Per appartenere a questa societas, direbbe Cicerone nel De officiis, è sufficiente essere uomini, possedere cioè la ragione e l’uso linguaggio; ma è bene sottolineare, ricorda Bettini, che «per un Romano espressioni come communis e communitas non implicano solo avere qualcosa “in comune”, ma anche reciproco impegno. La communitas presuppone infatti l’avere munia – “obblighi”, “impegni” – l’uno verso l’altro». Ecco un altro spunto di riflessione in un momento in cui siamo tutti, indistintamente, chiamati a mettere da parte la nostra individualità, a sacrificare abitudini e aspirazioni personali, in nome di un senso di responsabilità collettivo.

Sébastien Norblin, Antigone donnant la sépulture à Polynice, 1825, Paris, Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts. Foto di VladoubidoOo, CC BY-SA 3.0

Il capitolo che, letto ora, appare più intenso, ragguardevole e a suo modo straniante è quello dedicato ai cadaveri insepolti. L’autore traccia con maestria un suggestivo percorso che unisce la tragica vicenda di Antigone – sorella devota che, violando il decreto, concede sepoltura al fratello ribelle – al commovente episodio omerico in cui il re Priamo supplica Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore, affinché abbia esequie degne. Abbiamo tutti in mente le immagini della lunga fila di camion militari, i quali nei giorni scorsi hanno portato altrove i feretri che i templi crematori, vicini al collasso, faticano ormai a gestire. Credenti o atei, abbiamo tutti avvertito come impietosa – priva cioè di pietas, di devozione – la solitudine di queste morti, a cui è negata persino la dolcezza di un estremo saluto.

Bertel Thorvaldsen, Priamo chiede ad Achille la restituzione del corpo di Ettore; marmo, 1815. Foto dal libro Nordisk skulptur, København 1964, Foreningerne Norden. Pubblico dominio

Fare i conti con questo dolore indicibile è prematuro; scriverne in modo avventato e precipitoso potrebbe indurre in errori di valutazione miopi e grossolani; rivolgersi ai classici, per iniziare a instaurare un silenzioso dialogo con le risposte che gli antichi hanno rintracciato nel loro mondo, potrebbe essere una via per trovare un primo sostegno, esercitare costruttivamente dubbio e senso critico e ragionare sul futuro, senza farsi trovare impreparati - di nuovo.

umanità lacrime Maurizio Bettini Homo sum
La copertina di Homo sum. Essere “umani” nel mondo antico, di Maurizio Bettini, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Vele

Va tutto buono? Il videogioco Father&Son è ora anche in Napoletano, e presto vedremo il sequel!

Ricordate Father&Son, il primo videogioco narrativo in 2D a scorrimento laterale, realizzato dall’Associazione TuoMuseo, prodotto dal MANN - Museo Archeologico di Napoli, e successivamente lanciato in tutto il mondo? Da oggi 27 marzo sarà possibile scaricare anche la versione in Napoletano del gioco, sia su Google Play che su App Store!

Questa versione rappresenta un unicum nel suo genere, e vuole celebrare sia la dignità della lingua che la divulgazione culturale, la condivisione sociale e la promozione tecnologica del patrimonio.

Father&Son Napoletano

Il processo di traduzione in Napoletano è stato svolto grazie al lavoro portato avanti dall’avvocato Vincenzo De Falco, curatore del noto compendio sull’“Alfabeto napoletano”; lo screening per la selezione dei vocaboli è stato basato su una ricerca “sul campo”, in cui il lavoro di squadra tra linguisti e studenti dei quartieri popolari della città si è intrecciato ai diversi linguaggi della comunicazione, partendo dalla canzone. La scelta del traduttore si è concentrata su vocaboli correnti e mai stilizzati che hanno mantenuto, nel corso del tempo, lo stesso significato (cosa non sempre frequente nelle veloci evoluzioni della lingua). Nella versione “partenopea” del game, è sottolineato, ancora, il verosimile utilizzo del napoletano come base del parlato alla corte dei Borbone: una dimestichezza linguistica tanto diffusa da essere probabilmente “esportata” ed applicata anche nei rapporti diplomatici all’interno dell’entourage di Caterina di Russia.

I numeri raccontano il successo di “Father&Son”: 4 milioni di download in 97 paesi del mondo (tra i quali si segnala un particolare interesse da parte della Cina, da cui proviene il 43% dei giocatori), un indice di gradimento di 4.5 su App Store e 4.6 su Google Play, 920 mila ore spese dagli utenti (per la maggior parte adulti over 35) per completare i diversi livelli della sfida e, dal prossimo 20 aprile, il gioco sarà disponibile anche in tedesco e giapponese, portando a 10 il numero delle lingue disponibili.

Una delle scommesse più significative del videogioco, infatti, resta quella di allargare le maglie del racconto grazie all'ampliamento del sistema delle traduzioni ed alla proiezione della storia in una seconda ed avvincente puntata, che verrà lanciata in autunno: dalla simbolica storia di un ragazzo, che riscopre il padre scomparso grazie ad un suggestivo viaggio di riconoscimento nella sale del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, si passerà, nella continuazione del racconto, ad un percorso sulle infinite possibilità della vita.

Father&Son Napoletano

Lavorare oggi sulla digitalizzazione e l'innovazione dei Musei, fortemente voluta e sostenuta dal Mibact, vuol dire lavorare anche sul gaming, ormai riconosciuto strumento di condivisione e accessibilità”, commenta il Direttore del Museo, Paolo Giulierini. Farlo nella difficilissima situazione attuale, che ha imposto una forte accelerata in questo senso all'intera società italiana, ci motiva sempre di più nel percorso intrapreso tre anni fa con Father & Son. Avrà quindi un sequel, già quasi pronto e che lanceremo il prossimo autunno. E anche questa seconda puntata manterrà un’altissima qualità artistica grazie alla creatività del team di Fabio Viola, eccellenza italiana del settore. Da aprile intanto saranno rilasciate le versioni in tedesco e giapponese e, in questi giorni, una deliziosa 'traduzione' in napoletano della 'prima puntata'. Confesso che vedere il giovane Michael passeggiare verso il Museo Archeologico tra la folla, i colori e i rumori del traffico, chiacchierando nella lingua di Eduardo, tra un caffè e un calcio ad un pallone, mi ha commosso ed emozionato. Si tratta di una versione alla quale tengo particolarmente, anche perché è stata realizzata insieme ad un gruppo di studenti dei quartieri popolari della città e che ora approda, insieme alle altre nove traduzioni, sulle piattaforme mondiali. Coinvolgere grazie a una esperienza ludica, allargare le conoscenze con un linguaggio nuovo e globale per raccontare al mondo la nostra storia: ora che il binomio cultura-videogiochi non fa più paura credo, infine, che prodotti come Father&Son possano essere utilizzati con profitto anche nella scuola digitale. Presto torneremo a 'sbloccare' tutti insieme il nostro gioco nelle sale del meraviglioso MANN”.

Secondo Ludovico Solima (Università della Campania “Luigi Vanvitelli”), ideatore del videogame Father&Son, Lo sforzo compiuto dal Museo nel rendere disponibile l'app in un numero così elevato di lingue (dieci) è giustificato dal successo internazionale di Father&Son, giunto alle soglie dei 4 milioni di download da ogni parte del mondo. L'Italia, nella classifica per Paese, pesa infatti poco più del 7%. La versione in napoletano è spiegata dalla volontà del Direttore del MANN, Paolo Giulierini, di cogliere un'occasione per rafforzare sempre più il radicamento del museo con il proprio territorio di appartenenza. A ciò si aggiunge la consapevolezza della dignità del dialetto Napoletano, tale da essere considerato una lingua a tutti gli effetti”.

Nell’attesa del lancio del sequel di “Father&Son”, vi proponiamo alcune anticipazioni sui contenuti della nuova puntata: i giocatori potranno seguire le storie parallele che si profilano nella vita di una donna napoletana, Gloria.

Partendo da una tipica situazione di crossroads esistenziali, la protagonista si troverà a visitare le collezioni del MANN, incontrando alcuni personaggi che hanno segnato la storia antica e quella più recente, in un suggestivo cortocircuito temporale tipico della prima edizione del game. Il viaggio di Gloria toccherà il Tempio di Iside e le sale degli Affreschi, si soffermerà sulla Villa dei Papiri e sulla collezione Farnese, per poi scoprire anche la sezione “Preistoria e Protostoria” del Museo: tra i capolavori dell’arte antica, Gloria troverà ispirazione nel tormentato amore di Cleopatra. Inoltre, osservando le documentazioni fotografiche presentate nella recente mostra “Hercules alla guerra” (MANN, settembre 2018/gennaio 2019), Gloria diventerà donna ed eroina nella Napoli delle Quattro Giornate.

Father&Son è diventato simbolo internazionale di un nuovo modo di raccontare il patrimonio”, commenta Fabio Viola, Fondatore dell’Associazione “TuoMuseo” e Game Designer, che aggiunge: “Milioni di persone si sono commosse seguendo la vita di Michael ed il valore universale delle emozioni. I reperti nelle teche ci aiutano a scoprire scelte morali, amori e paure provate da tutti noi tanto nell’Antico Egitto quanto oggi. Napoli è diventata il set di una nuova mitologia contemporanea che ha toccato, ed a volte cambiato, la vita di oltre 4 milioni di persone. Ed il Mann ha scoperto per primo come il linguaggio del videogioco possa aiutare a creare una saldatura tra il passato ed il futuro rendendo emozionante vivere il presente”.

Si ringrazia l'Ufficio comunicazione, rapporti con gli organi di informazione, marketing e fundraising MANN per le foto, il video e i materiali forniti.


La chiocciola sul pendio Arkadij Boris Strugackij

La chiocciola sul pendio: le metafore rosse della fantascienza

Torno con infinito piacere a parlare della grandissima fantascienza russa nata dalle penne vulcaniche dei fratelli Strugackij. La Carbonio Editore ci ha accompagnato recentemente anche nei meandri del folklore persiano tramite il sontuoso romanzo La civetta cieca di Sadeq Hedayat e nei labirinti psicologici della Londra di Colin Wilson, ma questa volta è ancora più arduo ricercare un “luogo” specifico per parlare del romanzo La chiocciola sul pendio perché il fantastico è in grado di demolire ogni geografia del reale.

Come già ho sperimentato in Lunedì inizia sabato, anche la trama de La chiocciola sul pendio non segue una struttura lineare o classica: scopriamo infatti che non è importante per i fratelli Strugackij codificare in rigide istanze l'architettura del loro romanzo, bensì il loro obiettivo è quello di introiettare nel lettore un simbolismo di matrice inedita. Metafore, allegorie, simbolismi, richiami folklorici e speculazioni legate al proprio contesto storico; tutto questo, e molto altro, il lettore troverà nelle acrobazie narrative di Boris e Arkadij Strugackij.
La storia mette le proprie “radici” nel Direttorato (titolo della prima versione Urania del romanzo) della Foresta, locus misterico e ammantato da un'aurea di inestricabile fascino e curiosità.

La Foresta è il simbolo sfuggente di un universo condannato alla propria fine, parabola metaforica e discendente di un'apocalisse dell'incomprensibilità. Parallelismo più che profetico, dati i recenti e tristi avvenimenti. Se la foresta è un organismo in continua crescita, dotata di una volontà autonoma e quasi mutante e che inghiotte gli uomini che osano attraversarla, è al contempo il desiderio positivista e pseudo-leibniziano di ricercare (anche nel nostro) un mondo migliore, o un'idea di mondo migliore.

Di certo la frizzante prosa dei fratelli Strugackij ricorda l'incantata ironia del Candido di Voltaire, con cui condividono anche la costruzione di una (poco) silente macchina di derisione o satirica, che smonta pezzo per pezzo le utopie (in realtà totalitarismi) socialiste. Ma non lasciamoci ingannare, anche i fratelli Strugackij ambiscono all'innalzamento di una vera utopia, magari saldata su un sistema antropico dove l'uomo è lo stesso motore immobile dell'universo; però questo (come lo notiamo ne La chiocciola sul pendio) non si realizza in una macro-tirannia dell'uomo su tutti gli altri uomini.

La storia è formata da usi, costumi, sfumature sociali, legami indissolubili con la memoria; è proprio l'insegnamento della Storia ad essere il principale sostegno del progresso, perché senza l'ausilio del passato ogni futuro è destinato a collassare. La fantascienza non è la letteratura del futuro, bensì del domani. Non bisogna guardare allo spazio, alle navicelle seguono orbite pazzesche o alla maniera della Guerra dei Mondi. Fantascienza è già domani. La Foresta è una creatura pre-orwelliana ma che incarna i medesimi anti-ideali del Grande Fratello di Orwell.

Raffigurazione artistica dello Sputnik. Immagine di Gregory R Todd, CC BY-SA 3.0

I chiaroscuri, le dicotomie e le stridenti rivalità prendono vita nei due protagonisti: Perec il filologo è impantanato nell'umiliante e stressante organismo burocratico del Direttorato; il pragmatico Kandid (che ricorda il Candide Voltariano, no?), ormai dato per morto perché scomparso da anni nelle profondità della Foresta, vive in realtà in simbiosi con le bizzarre entità dei boschi.

Da qui deriva anche il titolo, perché i due sventurati saranno costretti a seguire strade difficoltose, come chiocciole che scalano un pendio.
Come ho già sperimentato con altri loro romanzi, i citazionismi sono molti, come i richiami alla cultura e alla tradizione russa.

Ho avuto il piacere di intervistare la professoressa Daniela Liberti, traduttrice dal russo del romanzo La chiocciola sul pendio.

 

Quanto è importante portare al pubblico italiano le opere dei due geniali fratelli Strugackij?

Alla luce degli ultimi, tragici, avvenimenti, che, come stiamo vedendo, non riguardano solo l’Italia, credo che leggere o rileggere il messaggio che gli Strugackij hanno ripetuto pressoché in ogni loro libro, non può che esserci d’aiuto e di sprone a non commettere gli stessi errori.

I fratelli Strugackij sono arrivati al pubblico italiano ad ondate diverse e dopo lunghe pause nel tempo. Com’è noto, in passato, alcune delle loro opere, che siano racconti o romanzi brevi, sono comparse in antologie – penso a quella della Feltrinelli curata da Jacques Bergier del 1961 – o sono state tradotte da altre lingue – penso alla traduzione dall’inglese pubblicata su “Urania” negli anni ‘70 con il titolo Il Direttorato. Proprio quest’ultimo romanzo breve, di cui parliamo adesso, ha avuto la possibilità, grazie alla sensibilità della Carbonio editore, di vivere una nuova vita.

Prima di tutto, si è mantenuto il titolo originale che riveste un significato molto particolare per la comprensione generale del narrato: La chiocciola sul pendio. La traduzione direttamente dal russo ha poi fatto il resto: i dialoghi, i monologhi, l’ambientazione hanno ricevuto nuova linfa espressiva; sono stati reintegrati pezzi che su Urania non c’erano (o per decisione redazionale o perché non contenuti originariamente nella traduzione inglese). Negli ultimi anni, per fortuna, delle case editrici (Marcos y Marcos, Ronzani editore, e ripeto la Carbonio) hanno avuto il merito, e il coraggio, di far conoscere in Italia alcuni tra i romanzi più importanti di questi autori che in Russia hanno sempre goduto di un successo straordinario, anche se sappiamo bene che le autorità non vedevano di buon occhio quello che facevano dire ai loro personaggi sull’ambiente circostante, sul concetto di autorità, sull’uso dissennato delle risorse naturali, sulla libertà dell’individuo.

Boris Strugackij, in una foto del 2006 (autore Бережной, Сергей Валерьевич), CC BY-SA 2.5

Nella postfazione alla Chiocciola, Boris Strugackij, il fratello astronomo, spiega molto bene la genesi e la vita travagliata del loro romanzo, così come spiega cosa è per loro realmente la foresta.

La chiocciola sul pendio è un romanzo molto interessante, l’ho visto come uno spartiacque paradossale all’interno dell’opus dei fratelli. Lunedì inizia sabato, per esempio, è un testo molto più scanzonato e goliardico. Invece l’opera di cui parliamo è venata da una certa rassegnazione, una disillusione interiore che si riflette totalmente nella collettività e con i macro eventi storici che hanno attraversato la Russia e influenzato tutto il suo popolo. Possiamo quindi finalmente ammettere che il duo fantascientista non era propenso solo a un’ironia goliardica e fiabesca bensì a una parodica e feroce rilettura della contemporaneità?

Certamente, i richiami alla realtà in cui i fratelli vivevano sono evidenti. Ma gli autori stessi, forse anche per aggirare la censura, hanno dichiarato più volte che non bisognava trovare a tutti i costi una spiegazione o un modello preciso ai mondi da loro creati. È vero che col tempo, il loro modo di immaginare la realtà cambia radicalmente: non ci sono più i voli interplanetari, i progressor, cioè gli inviati in altre civiltà; l’azione si dipana in un luogo imprecisato – ben individuabile, però, in ogni società umana – e in un tempo imprecisato – anche qui alcuni riferimenti velati, ci aiutano a capire a cosa si allude; viene dato maggiore spazio alla riflessione filosofica sul destino e sul futuri dell’uomo e dell’ambiente circostante. La vena ironica, che non chiamerei proprio gogliardica, pervade tutta la loro opera, ma è un’ironia di tipo particolare, che ci invita a riflettere e non a sorridere. E che sembrerebbe dire: “questa è la tua vita, non sprecarla”.

Che cos’è la foresta?

Ho risposto sopra, citando la postfazione di Boris Strugackij. La foresta potrebbe rappresentare lo specchio della nostra esistenza, il mondo che vorremmo. Un mondo, però, che per sopravvivere alla distruzione che viene sa fuori, si dà esso stesso delle regole crudeli. Kandid, uomo di mentalità scientifica, che ha perso la memoria precipitando nella foresta, pur avendo tentato più volte di andarsene, resterà con gli altri, forse perché ha capito che la sua vita nel Direttorato è finita, e che da ora in poi sarà considerato un reietto dal “mondo sulla rupe”. E così diventa una sorta di Don Chisciotte.

Perec, filologo, linguista, che dal Direttorato vorrebbe partire per vedere lo strano mondo silvano di cui tutti parlano, alla fine si adegua a modo suo. La foresta, in ogni caso, è nella mente di tutti, e direttamente o spiritualmente, ognuno deve fare i conti con essa.

Immagine di Reine Herminione Etalle

La fantascienza dei fratelli Strugackij. È completamente diversa dalla hard science fiction del primo novecento e anche da quella super-utopica degli scrittori russi più classici. Quindi, secondo lei, cosa è dovuta la fama dei fratelli?

Io penso che la fama dei fratelli Strugackij sia dovuta proprio a quel loro modo di raccontare il presente, le sue problematiche, senza dimenticare che ogni giorno in più è già futuro. Un futuro con cui tutti dobbiamo fare i conti, poiché siamo noi stessi a esserne gli artefici, siamo noi stessi che dovremo darlo in eredità ai posteri.

Il testamento che ci hanno lasciato, anche con le loro interviste, i diari, e gli altri materiali che ora fanno parte dei trentatré volumi dell’opera omnia uscita in Russia, non fanno che confermare l’immane lavoro portato avanti dagli autori per tanti anni, anni di certo non facili. Forse le note sparse qui sotto, ti aiuteranno a capire meglio il contesto generale. Nel prossimo libro che sto traducendo, sempre per Carbonio, La città condannata, tutte le tematiche di cui si è parlato tornano prepotentemente, accompagnate da profonde riflessioni filosofiche che rappresenteranno il filo rosso di tutto il romanzo.

La chiocciola sul pendio Arkadij e Boris Strugackij
La copertina del romanzo La chiocciola sul pendio (noto anche col titolo nella prima edizione italiana, Il Direttorato), di Arkadij e Boris Strugackij, tradotto in italiano da Daniela Liberti e con postfazione di Boris Strugackij, pubblicato per la collana Cielo Stellato di Carbonio Editore

Diamoci un appuntamento alla Reggia di Venaria #FacciamoLuce

Notate i colori utilizzati: azzurro, giallo tenue … il cielo e la luce del sole. Vedete che la superficie di vetrata è amplissima? Le grandi aperture sono su entrambi i lati. Anche la decorazione in stucco ha un aggetto minimo. Proietta pochissima ombra. Juvarra qui sembra quasi far sparire l’architettura. La Galleria Grande è un diaframma sottile e completamente permeabile alla luce. È la luce che disegna lo spazio, e che, mutando, lo rende sempre vivo e vario, anche senza una decorazione sontuosa o una raccolta di opere d’arte.

Reggia Venaria #facciamoluce

Lascio sfumare l’ultima parola nel vociare di altri gruppi … numerosi, densi, chiassosi … le voci rimbalzano sul marmo del pavimento e si mescolano. I‌ colleghi mi tirano occhiate oblique e decido che sì, dobbiamo procedere. Dobbiamo. Eppure, vi garantisco, anche una guida che, come me, abbia percorso troppe volte la Galleria di Grande e sia ormai sfiancata dal tour de force della Reggia non può resistere ad accarezzare con gli occhi, anche solo per pochi istanti, una bellezza tanto sfacciata e seducente.

Eccola, Galleria Grande: una struttura tutto sommato aliena nell’ordinato schema barocco di stanze della Reggia di Venaria. Juvarra, lui che poco c’entrava con la passione sabauda per la selvaggina e la sistemazione francese degli ambienti, lui capisce meglio di altri che il pregio di residenze come questa, o come Stupinigi, è tutto fuori. Inutile rivaleggiare con la natura:‌ piuttosto conviene spalancarle le porte, e lasciare che faccia la gran parte del lavoro. Quando si dice il genio: almeno altri tre architetti, tutti di rango, si succedono nella realizzazione della Reggia, ma Filippo Juvarra riesce a realizzare un luogo iconico, che coglie e trasforma in spazio percorribile l’essenza della dimora.

Iconica, pop, fotogenicainstagrammabile! La Galleria Grande, da quando la Reggia di Venaria è stata riaperta al pubblico, è sempre vissuta, percorsa, popolata, a volte affollata.

Reggia Venaria #facciamoluce

E ora?

Adesso la Reggia è vuota. Vuoto il parco, i giardini che a breve fioriranno. Vuota la Sala di Diana dove le amazzoni di casa Savoia saranno deluse di aver perso il loro pubblico: a chi mostreranno gli outfit sontuosi e le pose spericolate?

Vuota ancor di più la Galleria, pensata per stare senza arredi o altri gingilli. Puro spazio.
Mai come ora sentiamo bisogno di spazio:‌ di uno spazio bello, dove distendere il pensiero e progettare bellezze future.

Ora di questo spazio possiamo disporne, grazie alla geniale iniziativa della Venaria Reale:

La Reggia live #FacciamoLuce: la possibilità di ammirare 24 ore su 24 la Galleria Grande via web cam dal sito lavenaria.it …  il capolavoro indiscusso di Filippo Juvarra, anche se a distanza, può essere contemplato e vissuto in qualsiasi momento della giornata lasciandosi trasportare dalle sue spettacolari scenografie di luce.
Spiega Guido Curto, Direttore del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude: «Con questa iniziativa intendiamo offrire a tutti la possibilità di entrare, seppure virtualmente, all’interno della nostra Reggia per ammirare la Galleria Grande eccezionalmente “vuota e silenziosa”, eppure sempre meravigliosa: la luce che si propaga e la trasforma ogni ora può essere il simbolo della speranza in questi giorni difficili».

Una webcam, una connessione, e tutti possiamo incontrarci lì. Usare la Galleria per lo scopo per cui era stata creata:‌ passeggiare, seppur solo con i pensieri cullati da un raffinato sottofondo di musica barocca. Poggiare gli occhi minuto per minuto, ora per ora, giorno per giorno sulla luce morbida e mutevole che disegna atmosfere sempre nuove.

Io ho aperto la diretta per la prima volta di notte, e confesso, il cuore ha saltato un battito:‌ ho percorso tante volte quello spazio, con gli occhi lo riesco a misurare. Ho avuto l’impressione di muovermi nella Galleria come ci si muove in casa di notte, senza avvertire alcun bisogno di accendere la luce.

Non c’è conflitto, ma sinergia, tra tecnologia e arte:‌ basta una webcam per regalarci un enorme privilegio. Siamo lì, tutto il giorno, tutti i giorni.
Possiamo dare un’occhiata ogni tanto, possiamo passarci anche un’ora, persino una giornata.
E non siamo nemmeno soli: il numeretto che segnala gli spettatori della diretta ci dirà che persino in piena notte c’è qualcuno che ha scelto, come noi, di essere lì. Che in qualche modo ci sta tenendo compagnia, sta condividendo quest’esperienza.

 

Quando ci potremo tornare davvero, dentro Galleria Grande, sentiremo questo spazio tanto più vicino, nostro, e sarà un’esperienza tutta nuova.

Intanto io vi aspetto qui …  Dall’alba al tramonto, e anche dopo. Perché

"È di notte che è bello credere alla luce" - Edmond Rostand

 

Si ringrazia la Reggia di Venaria