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Non solo Lady Oscar, sei romanzi sulla Rivoluzione Francese

 

La Rivoluzione Francese è un periodo estremamente complesso, denso di avvenimenti, ma che per questo è anche molto entusiasmante.

Purtroppo, però, non ha ricevuto da parte della narrativa italiana una grande attenzione e alcuni romanzi molto validi non sono ancora stati tradotti nella nostra lingua. Durante gli anni di stesura del mio romanzo, oltre a documenti originali, memorie e saggi ho letto anche moltissimi romanzi e, da appassionata del periodo, ne continuo a leggere; per questo voglio condividere con voi cinque titoli che amo e che possono servire da trampolino di lancio per conoscere meglio il periodo. Nella mia selezione ho lasciato volutamente fuori quei romanzi che non rientrano pienamente nel genere storico o che comunque forzano molto la mano sugli eventi (insomma, non troverete L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, La primula rossa o le variazioni sul tema dei diari più o meno segreti di Maria Antonietta).

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Jean-Pierre Houël, La prise de la Bastille, acquerello (1789). Presso la Bibliothèque nationale de France, immagine Gallica in pubblico dominio

Il classico imprescindibile: Novantatré di Victor Hugo

Novantatré è Parigi, la Vandea, intrighi politici, vendette personali, avventura: in questo capolavoro c’è tutta un’epoca che si apre di fronte ai nostri occhi. Nelle vicende di Lantenac, capitano di un manipolo di truppe monarchiche, Gauvain, suo pronipote, ufficiale dell’esercito rivoluzionario mandato in Vandea a combattere i ribelli e del rappresentante in missione Cimourdain, precettore di Gauvain quando questi fu stato accolto nella casa di Lantenac prende corpo la guerra civile e si scontrano le anime della Rivoluzione.

L’ultimo capolavoro di Hugo, che per afflato politico e umano ricorda I Miserabili, è uno sguardo lucido sulle anime della Rivoluzione e sulle reazioni umane ai grandi cambiamenti. L’indulgenza e la generosità paga? Anche i malvagi hanno una possibilità tutta laica di riscatto e di salvezza? Fino a dove si piò giustificare l’uso della violenza?

Questi sono i grandi interrogativi che percorrono la trama del romanzo, perfetto accompagnamento ai molti saggi che sono usciti, soprattutto nell’ultimo decennio, sul Terrore. Non mancano anche i grandi protagonisti, della storia, così insieme a personaggi di invenzione, ritroviamo, in una scena iconica che poi è stata ripresa nell’immaginario, Danton, Marat e Robespierre a colloquio tra loro in un dibattito il cui vero oggetto sono il senso e i limiti della Rivoluzione.

Una lettura impegnativa per chi ha voglia di cominciare a entrare nel vivo delle questioni.

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La copertina del romanzo Novantatrè di Victor Hugo, pubblicato da Mondadori nella collana Classici

Il piccolo gioiello, Gli undici di Pierre Michon

Ho letto Gli undici appena uscito in lingua originale (Les onze), perché adoro Michon da quando ho letto il suo Vite minuscole, sempre tradotto per i tipi Adelphi). Gli undici è un libro quasi sperimentale: è la storia di un capolavoro, Gli undici del titolo, che non è mai stato realizzato, di un pittore che non è mai esistito. La scrittura precisa, cesellata e pur immaginifica di Michon ci fa apparire questa tela di grandi dimensioni al centro del Louvre e ce la descrive rendendola viva. Gli undici sono i membri del “Gran Comitato”, cioè del Comitato di Salute pubblica nella sua ultima composizione, dopo l’esecuzione di Hérault de Seychelles nel febbraio (?) 1794.

Gli undici è un romanzo per immagini, che riesce a immergere il lettore nell’atmosfera del Terrore con poche sparse pennellate. Proprio come i grandi pittori neoclassici, attraverso una trama di luci ed ombre, prospettive e pennellate di colore Michon riesce a rendere vivi i grandi protagonisti (più o meno noti al pubblico italiano) dell’anno II. È il libro giusto per chi vuole entrare nella storia immergendosi in un’atmosfera.

La copertina del romanzo Gli Undici Pierre Michon, tradotto da Giuseppe Girimonti Greco e pubblicato da Adelphi nella collana Fabula

La rivoluzione dove non te l’aspetti, Nozze a Haiti di Anna Seghers

La figura di Toussaint Louverture, il giacobino nero reso noto al grande pubblico dal logo della rivista The Jacobin, ha suscitato grande interesse nel secondo Novecento, come icona antirazzista e anticolonialista; è proprio lui il grande protagonista di Nozze a Haiti. In questo breve romanzo, la scrittrice tedesca Anna Seghers ripercorre le vicende della rivoluzione di Haiti attraverso lo sguardo di Michel Nathan, scrivano di Louverture. Il tema di tutto il romanzo è l’intersezionalità delle oppressioni e delle lotte: i ricchi bianchi, proprietari delle piantagioni di Haiti, si rifiutano di adottare i provvedimenti delle assemblee rivoluzionarie francesi che garantiscono l’uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro etnia, anche nelle colonie. Saranno i neri, schiavi ed ex schiavi, ad organizzarsi, rivendicando libertà e uguaglianza, anche attraverso la lotta armata e la violenza. Questi rivoluzionari troveranno come oppositori non solo i bianchi, ma soprattutto i creoli, che hanno paura di perdere la loro posizione nella scala sociale.

Nozze ad Haiti è una lettura molto attuale, che fa riflettere sulla problematicità di certe lotte e su come i principi nati dalla Rivoluzione Francese non siano affatto scontati.

Nozze a Haiti di Anna Seghers, tradotto da I. Nerozzi e pubblicato da Filema nella collana Conchiglie

Una prospettiva femminista, La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli

Nella mia personale selezione non poteva mancare un romanzo che ha come oggetto la nascita del primo movimento femminista europeo. La donna che visse per un sogno è la biografia romanzata della più celebre femminista della Rivoluzione, Olympe de Gouges, l’autrice della Dichiarazione della donna e della cittadina.

La figura di Olympe spicca il volo, circondata da una corale tutta femminile, e da personaggio storico diventa il simbolo romantico di tutte le donne che lottano e hanno lottato per i propri diritti e che hanno sacrificato tutto, anche la loro vita, per il bene delle generazioni future.

È un libro che può aprire una prospettiva nuova sulla storia, un modo per entrare nella storia di genere attraverso una storia coinvolgente.

La copertina del romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, pubblicato da Sperling & Kupfer

La rivoluzione a casa nostra, Il resto di niente di Enzo Striano

Un’altra grande protagonista femminile, Eleonora de Fonseca-Pimentel, ci accompagna nell’avventura tragica delle repubbliche sorelle degli stati italiani. Quando il fuoco della rivoluzione si sta ormai spegnendo, in Italia fioriscono le Repubbliche giacobine, nella speranza che Napoleone e i Francesi portino anche negli stati della penisola i principi rivoluzionari. Il resto di niente è un’amara riflessione sull’effimera esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, ma in generale sul ruolo della nostra esperienza individuale nella storia.

La vicenda narrativa, straziante e sublime, non è che un pretesto per una riflessione sulla futilità dell’esperienza umana, che viene annullata dalla morte e che è sempre in balia della “forza delle cose”, che sovradetermina le scelte individuali e collettive. Ed è forse proprio questo senso di impotenza che si scontra continuamente con la voglia di vivere della protagonista la caratteristica più interessante del romanzo e che ricorda tanti passaggi dell’oratoria rivoluzionaria.

È un romanzo per chi vuole andate oltre gli eventi e immergersi nella filosofia della Rivoluzione.

Il resto di niente di Enzo Striano, pubblicato da Oscar Mondadori

Il romanzo indie, Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri

Fra i tanti romanzi che danno voce ai protagonisti della rivoluzione, vi consiglio di recuperare Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri. Pur essendo un romanzo, infatti, questo libro ha la precisione di un saggio nella cura del dato storico e nella precisione ideologica. L’autrice accompagna chi legge alla scoperta degli anni 1789-1794, attraverso il percorso politico e umano di Robespierre. L’utilizzo estensivo della prima persona, unito a un linguaggio diretto e contemporaneo, ma allo stesso tempo mai banalizzante, fa entrare in medias res nei pensieri del protagonista e negli eventi.

La narrazione, dunque, è dichiaratamente partigiana, ma questa è proprio la forza del libro, che lo distingue da molte altre pubblicazioni, perché la passione e la competenza dell'autrice pungolano chi legge e costringono a considerare un punto di vista forse diverso da quello che normalmente ci immaginiamo.

La copertina del romanzo Robespierre - Le parole e il silenzio di Maria Fabbri

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Tornare a Vinci: conversazioni leonardesche con Roberta Barsanti

Leonardo da Vinci: un nome che oggi porta con sé molto più della figura storica di una delle personalità emblematiche del Rinascimento. Un nome che ormai fa parte della cultura "pop" e intorno a cui gravita un piccolo universo di significati e suggestioni. Un nome da cui non si è mai staccato quello del suo borgo natale, di quello scorcio di Toscana che sentiamo avere tanta parte nel suo percorso. 

  • Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

Chi oggi ne ripercorre la tracce fino a Vinci trova una bella realtà: il Museo Leonardiano. Un'istituzione vivace e fluida; diverse sedi che punteggiano il territorio offrono al visitatore diverse tipologie di opere e testimonianze. Un'esperienza che ha tutte le sfaccettature dell'avventura umana e intellettuale di Leonardo. Dal nucleo originario, il Castello dei Conti Guidi donato al comune nel 1919 in cui sono esposte le ricostruzioni delle macchine di Leonardo realizzate da IBM, passando attraverso la Palazzina Uzielli che si affaccia sulla piazza ridisegnata dagli interventi di Mimmo Paladino, fino alla Villa del Ferrale, tutta dedicata alla pittura, e alla presunta casa natale di Leonardo ad Anchiano. C’è anche una biblioteca che fa da centro studi: un punto di riferimento per chi voglia ricostruire le tracce lasciate dalle vicende biografiche e intellettuali di questa figura del tutto singolare.

La dottoressa Roberta Barsanti, storica dell'arte, è oggi alla guida di questa istituzione complessa e vitale; in un momento in cui tutti facevamo fatica a sollevare lo sguardo abbiamo pensato sarebbe stato bello amplificare il racconto di queste realtà piccole e preziosissime. Ne è nata una bella chiacchierata sul museo, su Leonardo e sulle prospettive del patrimonio culturale italiano in questo periodo tanto complesso.

 

macchina volante Museo Leonardiano Roberta Barsanti Leonardo da Vinci

 

Il museo ha più sedi, sparse sul territorio. Ci racconta come si integra il museo in una valorizzazione territoriale, qual è il valore aggiunto che può portare al contesto e quale invece può ricevere da questo rapporto?

Il Museo rappresenta una forte attrattiva sul territorio. Il Museo è dedicato ad illustrare l’attività di Leonardo quale esperto di meccanica, ingegnere, cartografo, studioso di anatomia, scienziato. Al contempo la Casa Natale di Leonardo ad Anchiano, luogo della memoria per eccellenza del suo legame con la città natale, evidenzia il suo legame con il territorio e insieme alla sezione di pittura ospitata nella vicina Villa del Ferrale consente di approfondire il suo operato artistico.

La visita a Vinci vede oggi più che mai il Museo come  volano principale per invitare i visitatori ad esplorare la terra dell’infanzia e della gioventù di Leonardo. Il paesaggio delle colline di Vinci, ancora oggi, richiama l’immagine di una Toscana rinascimentale, con le tipiche coltivazioni della vite e dell’olivo. In un contesto come questo, è facile immaginarsi un giovanissimo Leonardo che esplora la campagna, guarda con attenzione ai “nichi”, i fossili, che è così facile trovare, osserva i numerosi ruscelli che solcano le valli, osserva attento il movimento delle ruote idrauliche che azionavano i mulini, iniziando a costruire quel substrato di interessi e conoscenze che guiderà la sua attività di artista, ingegnere, scienziato.

La stessa mostra del 2019, anniversario dei 500 anni dalla morte di Leonardo, “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” ha voluto mettere in risalto il forte legame fra l’artista scienziato e la sua terra d’origine. Fra l’altro, una delle sedi del Museo è la Rocca dei Conti Guidi che con la sua mole domina il borgo e il territorio circostante rappresentandone un elemento identificativo di assoluto valore. In questo contesto, Leonardo costituisce da sempre un “genius loci” di primaria importanza e lo stesso borgo di Vinci è andato configurandosi nel tempo come luogo della memoria per eccellenza della biografia leonardiana, accentuando i caratteri medievali e, in tempi recenti, prestandosi ad inserimenti di arte contemporanea tesi a valorizzarne il contesto urbano. 

 

 

Lei si trova a dirigere un museo “piccolo” in un momento storico davvero complicato. A suo parere le dinamiche innescate dalla pandemia porteranno a una riscoperta del patrimonio “eccentrico” (cioè, decentrato) e innescheranno nuove modalità di fruizione oppure la necessità di rispettare prassi legate alla sicurezza finiranno per favorire le istituzioni più grandi e più strutturate?

È ancora forse troppo presto per azzardare previsioni in tal senso. Si può immaginare che un museo collocato in un ambiente paesaggistico e naturalistico interessante e piacevole, in cui è facile muoversi con mezzi propri, svolgere attività all’aria aperta, in un anno come questo, risulti particolarmente attrattivo. 

 

Il confronto con la figura di Leonardo. Di sicuro si tratta di uno dei personaggi più stimolanti con i quali confrontarsi, ma nella sua esperienza per un direttore di museo è più facile fare divulgazione dal momento che si parte da una conoscenza condivisa o sono maggiori le insidie legate a cliché, luoghi comuni, aspettative del pubblico?

La figura di Leonardo è una delle più celebri e conosciute al mondo ma, al contempo, risente più di altre di luoghi comuni e soprattutto del mito che la circonda finendo il più delle volte per offuscarne il reale portato. La missione del Museo Leonardiano è proprio quella di contestualizzare l’operato di Leonardo dal punto di vista tecnico e scientifico nel mondo tardo medievale e rinascimentale.

Non è raro che, nello sfatare qualche luogo comune, il visitatore abbia modo di scoprire come la realtà possa essere addirittura più affascinante e più complessa di quello che solitamente ha sentito narrare intorno alla figura di Leonardo e alle sue invenzioni.  

 

 

Il rapporto tra arte e scienza: Leonardo è stato uno degli intellettuali che nella storia ha forse meglio rappresentato la possibile e anzi fruttuosa convivenza tra questi ambiti. Come viene affrontato questo tema all’interno del museo? A suo parere ancora oggi è possibile trarre dall’eredità leonardesca stimoli per far incontrare questi mondi che oggi paiono essere diventati così distanti?

Arte e scienza in Leonardo trovano una perfetta unione. Fondamentale, a tale proposito, è la sua padronanza del disegno, strumento primario per indagare la natura e per dare forma alle sue idee, ai suoi progetti artistici e scientifici. I suoi disegni di meccanica, per esempio,  rivelano una grande bellezza e una estrema efficacia proprio grazie alla sua padronanza delle tecniche espressive maturate nell’ambito della sua attività d’artista.

Nel Museo, questo connubio tra arte e scienza viene evidenziato non solo nelle parti relative alla meccanica,  ma anche nella sezione dedicata agli studi anatomici di Leonardo con ceroplastiche tratte dai suoi disegni, nella sezione di pittura presso la Villa del Ferrale con riproduzioni a grandezza naturale e in altissima definizione delle sue opere pittoriche, nell’esplorazione digitale di alcune di queste nella Casa Natale ad Anchiano. Attualmente, la Sala del Podestà nel Castello dei Conti Guidi, ospita la mostra “Leonardo, l’anatomia dei disegni", che dà conto della grande abilità grafica di Leonardo consentendo un’esplorazione interattiva di alcuni dei suoi disegni più belli. 

All’eredità di Leonardo possiamo oggi fare riferimento quale modello per instaurare un dialogo costruttivo fra discipline diverse per una visione più completa e profonda dell’uomo e della natura. 

Qual è il suo personale rapporto con la figura e l’opera di Leonardo? 

Si tratta di un rapporto estremamente coinvolgente che richiede continuo studio e grandissima attenzione per non cadere nella superficialità e nei luoghi comuni. D’altra parte Leonardo non finisce mai di stupire per la sua complessità e per la profondità del suo pensiero.

 

 

Ci racconta un episodio curioso della vita del museo o che le è rimasto impresso per un motivo particolare?

Ricordo la volta in cui il Museo fu la destinazione segreta di un viaggio aziendale. La visita fu  organizzata, con la complicità dei nostri Uffici, da una compagnia olandese che si occupa di tecnologia. Proprio in virtù del legame dell’azienda con il mondo della tecnica, essa volle celebrare il decennale della propria attività accompagnando per un weekend a sorpresa i propri dipendenti nella terra di Leonardo. Un episodio reale che si racconta di quale sia il ruolo di Leonardo nell’immaginario collettivo mondiale. 

Uno dei momenti più emozionanti, direi anzi il più emozionante, è rappresentato dalla vista del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che il 15 aprile del 2019 ha inaugurato le celebrazioni leonardiane per i 500 anni dalla morte di Leonardo a Vinci e ha presenziato all’inaugurazione della mostra “Leonardo a Vinci. Alle origini del genio” presso il Museo Leonardiano.

 

NB: tutte le immagini sono state realizzate durante la campagna fotografica di Google Arts&Culture e sono di proprietà del Museo Leonardiano di Vinci, che ringraziamo per avercene concesso l'utilizzo.


Tralummescuro, per tutte le Pavane del mondo

in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell' uomo e delle stagioni

Cantava Guccini ne Un vecchio e un bambino. Trallumescuro. Ballata per un paese al tramonto è la prosecuzione ideale di quella canzone. Non più pianure dell'Emilia pre-industriale, ma la montagna appenninica lungo l'asse della porrettana, un luogo isolato e incantato dal tempo e dal sapore dolce-amaro dei ricordi. Il titolo è una dichiarazione di poetica; spiega infatti l'autore:

Noi da queste parti abbiamo un nome per quest’ora, un’ora che è di tutti, un’ora che è pace e presagio. La chiamiamo tralummescuro: tra la luce e la notte. Lungo la montagna vedi la linea d’ombra che sale lenta lenta, e poi vien buio.

Se la luce che declina sia quella che rende magici i borghi dell'Appennino oppure sia la luce del declino di un'Italia, raffigurata talvolta strizzando gli occhi agli Scritti Corsari e alla mutazione antropologica sta al lettore deciderlo. Entrambe le vie sono percorribili leggendo questa opera e lasciandosi guidare dalla fragranza dei brigidini, che "sono un po' una delle tue madeleine".

Più che un romanzo o una ballata, come romanticamente sostiene il sottotitolo, questo libro è un insieme di memorie, immagini che si succedono come in quelle scatole piene di fotografie in bianco e nero alle quali l'evanescenza del nitrato d'argento dona la leggerezza della poesia. Non c'è storia: la materia è ordinata secondo un flusso di ricordi tematici. Prendono vita il bosco, la campagna, i costumi di una volta confrontati con quello, che invece, c'era nel periodo dell'infanzia e della giovinezza che rende anche ciò da cui in quel tempo saremmo scappati alla prima occasione mitico e paradisiaco nella sua lontananza.

Foto ©Remo Di Gennaro

Ma i ricordi di Guccini non sono solo i suoi: sono un piccolo cammeo dedicato a tutte le Pavane d'Italia, quelle che ora vivono solo nell'immaginario e quelle che hanno saputo rinnovarsi e fare del proprio spirito di montagna un segno distintivo e quasi nobile.

Che se il Signore Iddio ha messo per ciascuno di noi una quota di castagne da consumarsi nella vita intera, la tua l'hai già di bèlle che consumata e da quel po', per cui adesso quando ti offrono qualsivoglia cosa fatta di castagne (fanno anche le tagliatelle, di farina dolce) tu pieghi cortesemente il capino biondo, sorridi mesto e dici, serafico: "No, grazie, sulle castagne ho già dato."

Foto ©Remo Di Gennaro

Commuove il ricordo dell'economia della castagna, tipico di tanti borghi arroccati. Mentre leggevo questo brano mi riecheggiavano nelle orecchie i racconti di mio nonno e di mio padre, di altre catene e altre giogaie, ma con in comune la stessa miseria e un dopoguerra che sembrava infinito. Guccini si lascia andare talvolta a un confronto tra il mondo che fu e il mondo di oggi, che diventa critica blanda, talvolta quasi di maniera nei suoi toni:

La vecchia cultura contadina di una volta non c'è più, appare rarefatta in sottilissimi e lontanissimi strati, ma è scomparsa, affogata, nessuno parla più il dialetto molti non l'hanno mai parlato, e non c'è una cultura altra a sostituire quella vecchia. Ha fatto il suo ingresso trionfante quella della televisione, delle trasmissioni più trucide che formano le opinioni e le coscienze,m col senso di paura per aggressioni, furti, violenze che le stesse televisioni instillano.

Ma non è certo l'analisi sociologica il motivo che spinge a leggere Tralummescuro: la bellezza risiede nel lasciarsi andare, come se fossimo in una serata a veglia, ad ascoltare il fluire dei ricordi in una lingua che cerca, anche nella prosodia, di imitare il parlato dei luoghi che si vuole evocare. Ed è proprio questo impasto linguistico a sostenere l'architettura di tutto il libro (anche se le note, poste per agevolare la comprensione spezzano un po' quest'incanto).

Vi consiglio di portare questo libro con voi in vacanza e di accoglierlo come un amico che vi cullerà con i suoi aneddoti. Offritegli tempo, dolcezza e gustate questo viaggio, magari con un buon bicchiere di vino fatto in casa.

Tralummescuro Francesco Guccini
La copertina di Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto di Francesco Guccini, pubblicato da Giunti Editore nella collana Scrittori Giunti
Tralummescuro Francesco Guccini
Foto ©Remo Di Gennaro

Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto di Francesco Guccini è tra i 5 finalisti selezionati dalla Giuria dei Letterati per la 58^ edizione del Premio Campiello Letteratura

Per le foto si ringrazia Giunti Editore. Tutte le foto di Francesco Guccini sono ©Remo Di Gennaro.


Nell'oltre di sperate meraviglie: l'esordio poetico di Alessandra Stella

Ho tenuto in mano questo libriccino per una settimana prima di accingermi a buttare giù queste righe. Come trattenuta da una forma di curiosa pudicizia, di timore di violare un patto segreto, un accordo silenzioso nascosto tra le righe. Ci sono libri che spalancano le porte al lettore e lo invitano a varcare il tappeto rosso steso ai suoi piedi; e ci sono libri più riservati, che lasciano che dalla porta socchiusa entri un timido raggio di luce a illuminare un pulviscolo danzante e che impongono allo sguardo di addentrarvisi con delicata lentezza.

È questo il caso di Non ci sono che ombre di Alessandra Stella (Quaderni di poesia, Eretica Edizioni, Buccino [SA] 2020), opera prima di un’autrice dalla voce sottile ma penetrante che esplora il continente sommerso delle paure e della frammentazione di sé che si ricompone a tratti solo attraverso la cucitura solida della scrittura. Strano è il sapore di questi versi e non è un caso che la prima lirica si intitoli proprio “Umami” e porti con sé la sapidità delle lacrime che si mescola al respiro e al sangue ferruginoso che percorre e infetta un corpo visto come “vuoto contenitore” dilavato da “acqua straniera”, spoglia inerte che tuttavia non riesce a cedere all’abbandono e alla stasi.

Il libro di Alessandra Stella, Non ci sono che ombre. Foto di Sara Ricci

Sembra un canzoniere amoroso ma l’inganno si svela presto: l’amore è un “morbo” che risucchia l’orizzonte, che avvolge e stritola, che toglie l’aria e cancella i confini smarriti per perdersi nell’Altro nel tentativo di ritrovarsi intera. C’è un disegno che si mostra in filigrana e che parte da quel “corpo, vuoto contenitore” e conduce alla meta attraverso un sentiero accidentato di ripensamenti, ironico distacco, fulminee visioni, immagini dissonanti, feroce disperazione e ribollente consapevolezza.

Un dialogo per voce sola in cui l’Altro appare lontano perché sepolto nella mente, inabissato nella carne, materia viva e pulsante che esige spazio, che ambisce a godere di vita propria. E il contenitore non basta a trattenere questo anelito, divenendo presto terra bruciata su cui macerie fumanti restano a testimoniare una battaglia mai sopita. C’è un’ombra oscura che si frappone tra lo sguardo e gli oggetti che abitano queste liriche, come se la bellezza, pura e rifulgente, fosse troppo violentemente luminosa per essere contemplata senza straziare gli occhi e quel velo fosco costituisse una lente protettiva per sopportarla.

In quella oscurità, nel luogo in cui “non ci sono che ombre” si annida il tarlo di una depressione paralizzante che al tempo stesso diviene primo motore immobile di una coraggiosa esplorazione di se stessi. E quel corpo disabitato e vuoto, quel corpo che l’Altro non riesce a vedere, quel corpo ridotto in minuscoli frammenti aguzzi privi di significato torna ad essere percorso dal desiderio di “guardare l’orizzonte attraverso un muro: viverlo nell’oltre di sperate meraviglie”.

Ed è ancora l’amore quella forza che, come direbbe Dante, “move il sole e l’altre stelle” a rischiarare le ombre e a proiettare su di esse un vapore di speranza, una possibile risposta a domande inevitabilmente sospese nella rumorosa eco di un vuoto che inghiotte ogni cosa. È l’amore, infine, a restituire le giuste proporzioni a quel corpo che al termine del viaggio ritrova i suoi confini e la propria identità, costellata di cicatrici ma unica e irriproducibile. Questa raccolta di poesie possiede una forza inconsueta che riluce come un lampo nei versi fulminei, rapidissimi, spiazzanti. Che si fa ragionamento, talvolta involuto, attorno al vuoto, prezioso ricamo di parole che si nutrono di silenzio e in esso fanno risuonare una musica propria, un ritmo preciso che è al tempo stesso condanna e assoluzione.

Una scrittura densa di luci e ombre, di dissonanze talvolta stranianti, di accordi sospesi con un punto coronato che ritarda ogni possibile risoluzione e lascia che la mente indugi in quello stato di febbrile attesa che si spegne. È un seme da cui sono certa germoglierà presto altra bellezza. Sotto un velo di terra si intravede già un verde germoglio, filo sottile e tenace con cui tessere altre storie, appiglio per nuovi smarrimenti, traccia impalpabile per ritrovarsi. O forse per perdersi ancora.

Alessandra Stella non ci sono che ombre
La copertina del libro Non ci sono che ombre di Alessandra Stella, pubblicato da Eretica Edizioni (2020) nella collana Quaderni di poesia

La selva degli impiccati Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica: La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Il poeta-brigante e la reliquia diabolica:

La selva degli impiccati di Marcello Simoni

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

La biografia di Marcello Simoni, puntualmente riportata nell'aletta in quarta di copertina, riserva diverse sorprese a chi non conosce questo scrittore. Innanzitutto, a dispetto della sua giovane età, egli può già vantare una cospicua carriera: il suo primo romanzo Il mercante di libri maledetti è infatti uscito nel 2011 per Newton-Compton; in soli nove anni Simoni ha prodotto circa trenta romanzi e un gran numero di racconti brevi e saggi.

La maggior parte dei titoli delle sue opere contiene riferimenti a libri proibiti e/o maledetti, ad abati e abbazie, reliquie e biblioteche: Simoni si è infatti specializzato nel filone dei thriller medievali che negli anni '80 venivano definiti, non senza un vago tono dispregiativo, i cloni della Rosa. Tuttavia è bene specificare che, lungi dal copiare pedissequamente l'opera di Umberto Eco, Marcello Simoni ha saputo proporre una personale visione del genere “giallo gotico” che gli ha consentito di ritagliarsi un posticino di tutto rispetto nel panorama editoriale italiano: il suo romanzo del 2019 Il lupo nell'abbazia è comparso nella prestigiosa collana dei Gialli Mondadori, mentre la trilogia avente come protagonista l'inquisitore Girolamo Svampa è stata pubblicata da Einaudi; per la stessa casa editrice è in libreria da qualche settimana La selva degli impiccati.

In questa sua ultima opera Simoni compie la difficile scelta di distaccarsi del tutto (o quasi) dalla sua comfort zone popolata di monaci sanguinari e manoscritti malefici; il protagonista è François Villon, poeta maledetto realmente vissuto nella Francia del XV secolo, al quale viene risparmiata la pena capitale in cambio di un patto scellerato: dovrà infatti collaborare con le autorità parigine per catturare Nicolas Dambourg, capitano dei briganti denominati coquillard, dei quali lo stesso Villon ha fatto parte; la faccenda è però resa complicata non solo dall'amicizia che lega il poeta a Dambourg, ma anche dalla scomoda presenza di una reliquia demoniaca, bramata e ricercata da una moltitudine di persone.

Xilografia che ritrarrebbe François Villon, realizzata da Pierre Levet per il Grand Testament de Maistre François Villon, Parigi, 1489. Immagine in pubblico dominio

Riassumere in poche frasi La selva degli impiccati non è semplice: molte sono infatti le trame secondarie collegate a quella principale, ciascuna delle quali coinvolge un gran numero di personaggi e le relative vicende; si tratta di un feuilleton con tutti i crismi, nel quale ciascun capitolo costituisce un nucleo narrativo a sé. In esso riecheggiano svariati generi, dal thriller all'horror al picaresco, in un amalgama tutto sommato compatto; la storia complessiva che ne emerge è avvincente e in grado di catturare l'attenzione del lettore: più che a Eco, Simoni sembra volersi ispirare a Victor Hugo, citato in esergo e nelle prime pagine del romanzo, dove si ha perfino una fugace visione della “Festa dei Folli” ampiamente descritta in Notre-Dame de Paris.

È però il tono avventuroso a permeare l'intero libro: il Villon dipinto dal Simoni è molto più simile al Conte di Montecristo di Dumas padre che a un Gwynplayne o a un Jean Valjean; mascalzone e scavezzacollo quanto basta, il poeta de La ballata degli impiccati non riesce affatto a essere un antieroe come il suo autore lo vorrebbe, e finisce per barattare il suo lato oscuro con una pittoresca, a tratti romantica umanità. L'influsso di Dumas è particolarmente evidente nella parte centrale del libro, ambientata in una foresta zeppa di briganti che ricorda da vicino la Sherwood descritta nel Robin Hood dumasiano.

François Villon, La ballade des pendus, J. Trepperel éditeur (Paris 1500) - Bibliothèque nationale de France - Gallica, immagine in pubblico dominio

Proprio le ambientazioni sono un punto di forza del libro: Simoni è particolarmente audace nel dare la sua visione di una Francia oscura e nebbiosa, nella quale corruzione e malvagità serpeggiano sotto una pelle di stretti vicoli e sordide osterie; molti sono i personaggi grotteschi, il cui fascino rischia tuttavia di far sfigurare quelli principali, eroi o antieroi che siano. La trama principale è portata avanti con disimpegno, in un continuo rovesciarsi di ruoli e situazioni che occasionalmente sfiora la genialità; il tutto condito da duelli e torture, impiccagioni e perfino quel pizzico di romance che il lettore si aspetta e che, puntualmente, gli viene dato in pasto. In sintesi, se la vicenda principale e il suo setting sono originali e ben confezionati, non lo sono tutti gli elementi di contorno, che rispondono fin troppo ai cliché del genere.

Non è questo, tuttavia, il vero problema della Selva, che soffre semmai di un ritmo non omogeneo: Il continuo alternarsi dei punti di vista causa infatti frequenti sfasamenti tra sezioni rapide e ricche d'azione e frangenti lunghi e tediosi nei quali vengono distillati i molti (non sempre necessari) spiegoni; è la prima metà del libro a risentire maggiormente di questo difetto, che porterà i lettori meno pazienti a saltare interi capitoli e a perdere frammenti indispensabili di questo mosaico; viceversa la parte finale risulta fin troppo veloce e ricca di eventi, tanto che a fine lettura si potrebbe avere la sensazione che non tutti i conti tornino come dovrebbero. Uno studio più attento dello schema narrativo avrebbe forse evitato questi scompensi.

Anche la caratterizzazione dei personaggi risulta in qualche modo discontinua: a molti di essi viene data una dignità eccessiva in relazione al loro ruolo nell'economia della storia, mentre altri, più affascinanti e meglio costruiti, spariscono del tutto nelle fasi più avanzate della vicenda. Simoni, inoltre, correda il romanzo di una lunga nota ex-post, nella quale spiega che gran parte dei personaggi citati è realmente esistita, ma manca una documentazione adeguata per ricostruirne la biografia: una vera e propria excusatio non petita per aver inventato di sana pianta le loro vicissitudini, espediente che sarebbe stato del tutto perdonabile anche senza questa spiegazione.

Occorre infine rimarcare un editing non sempre preciso, che glissa su evidenti errori di sintassi come il continuo utilizzo dell'avverbio affatto con funzione di negazione.

Queste pecche, è bene precisarlo, non compromettono la leggibilità de La selva degli impiccati, che di certo donerà agli appassionati del genere un'avventura di tutto rispetto, gustosa al punto giusto e ben congegnata, con una morale di fondo che, senza fare spoiler, risulterà sorprendentemente attuale.

La selva degli impiccati Marcello Simoni
La copertina del romanzo La selva degli impiccati di Marcello Simoni, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

Premio Pulitzer 2020

Premio Pulitzer per la narrativa 2020: quando la letteratura precede la storia

Il Premio Pulitzer per la narrativa 2020: tra grandi romanzi americani, Black Lives Matter, archetipi e stereotipi

L’ossessione tutta americana di scrivere la “Great American Novel”, ormai divenuta proverbiale tra gli autori statunitensi e non solo (e canonizzata dal romanzo di Philip Roth, Il Grande Romanzo Americano), sembra aver preso corpo alla perfezione nel terzetto finalista del Premio Pulitzer per la narrativa di quest’anno.

C’è da essere franchi: non tutti i passati vincitori del Pulitzer – figuriamoci solo i finalisti – sono riusciti ad entrare nella storia della letteratura americana, ma quest’anno, l’anno dell’Apocalisse a quanto pare, i giudici ci hanno presentato uno specimen accurato e memorabile di fiorenti romanzi americani contemporanei.

 

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The 2020 #Pulitzer Prize-winning books are: 1. Fiction "The Nickel Boys," by Colson Whitehead (Doubleday) @DoubledayBooks A spare and devastating exploration of abuse at a reform school in Jim Crow-era Florida that is ultimately a powerful tale of human perseverance, dignity and redemption. . 2. History Sweet Taste of Liberty: A True Story of Slavery and Restitution in America, by W. Caleb McDaniel (Oxford University Press) @OxUniPress. A masterfully researched meditation on reparations based on the remarkable story of a 19th-century woman who survived kidnapping and re-enslavement to sue her captor. . 3. Biography Sontag: Her Life and Work, by Benjamin Moser @BenjaminFMoser (Ecco) @EccoBooks. An authoritatively constructed work told with pathos and grace, that captures the writer’s genius and humanity alongside her addictions, sexual ambiguities and volatile enthusiasms. . 4. Poetry The Tradition, by Jericho Brown @JerichoBrown1 (@Copper_Canyon_Press) A collection of masterful lyrics that combine delicacy with historical urgency in their loving evocation of bodies vulnerable to hostility and violence. . 5. General Nonfiction The Undying: Pain, Vulnerability, Mortality, Medicine, Art, Time, Dreams, Data, Exhaustion, Cancer, and Care, by Anne Boyer (Farrar, Straus, and Giroux). An elegant and unforgettable narrative about the brutality of illness and the capitalism of cancer care in America. . 6. General Nonfiction The End of the Myth: From the Frontier to the Border Wall in the Mind of America, by Greg Grandin (Metropolitan Books) A sweeping and beautifully written book that probes the American myth of boundless expansion and provides a compelling context for thinking about the current political moment. (Moved by the Board from the History category.) . #PulitzerPrizes #Pulitzer #Journalism #Arts #Books #Writers #Playwrights #Bookstagram #Drama #amreading #amwriting

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La vittoria de I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead (premiato per la seconda volta, dopo il trionfo del 2017 con La ferrovia sotterranea) colpisce nel segno per il suo tempismo. Soltanto 21 giorni prima dell’omicidio di George Floyd, a cui è seguita l’onda di proteste del movimento Black Lives Matter, ancora in corso e destinata a cambiare la storia, il 4 Maggio 2020, un romanzo imperniato sul tema della violenza bianca contro i giovani ragazzi neri di un riformatorio americano ha vinto meritatamente il premio Pulitzer. Una profezia? Una premonizione di quanto sarebbe presto accaduto? O forse solo un segnale, un sintomo della crescente necessità di consapevolezza nei confronti di un problema sociale e storico, che ribolliva sotto la superficie delle cose da molto, troppo tempo.

Quello di Whitehead non è semplicemente un romanzo onesto, profondo e attuale sulla condizione nei neri negli Stati Uniti. Esso è anche – e mi si si scuserà l’eccessiva insistenza sull’espressione d’ora in avanti – un Grande Romanzo Americano.

Cito dalla pagina Wikipedia per Great American Novel: “The term Great American Novel (GAN) refers to a canonical novel that is thought to capture the spirit of American life. It is generally regarded as being written by an American and dealing in some way with the question of America's national character. The Great American Novel is considered America's equivalent of the national epic”.

La copertina del romanzo I ragazzi della Nickel di Colson Whitehead, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2020, nell'edizione Mondadori

I ragazzi della Nickel, sebbene non canonicamente “epico” nelle sue 215 pagine, cattura, tuttavia, in modo robusto ed efficace lo spirito di una certa parte di America contemporanea. Nonostante il romanzo racconti una vicenda inventata, la storia (recente e meno recente) ha dimostrato come gli eventi narrati da Whitehead – la brutalità di un violentissimo e multiforme abuso nei confronti di ragazzi di colore – siano lo specchio dei fatti di ogni giorno in America (e non solo), in quanto parte di una società corrosa alle fondamenta dal continuo perpetrarsi di questo tipo di violenza. Il problema del valore delle black lives è per gli Stati Uniti (e molti altri paesi) un problema di carattere nazionale, che la forza della scrittura di Whitehead è riuscita ad immortalare in un modo che pochissimi altri scrittori (e penso naturalmente a Toni Morrison più di ogni altro) sono stati in grado di fare fino ad oggi: questo romanzo contiene una storia profondamente personale e individuale, che ha però la capacità di ergersi ad archetipo di una condizione umana universale di sofferenza, abuso, violenza e discriminazione. Creare archetipi è compito della buona scrittura, mentre la scrittura mediocre, al contrario, finisce sempre per creare fragili e noiosi stereotipi. È per questo motivo, per esempio, che se, da un lato, uno dei due romanzi vincitori del Man Booker Prize 2019, Girl, Woman, Other, di Bernardine Evaristo, ci offre una banale carrellata di cliché mal scritti (stereotipi, per l’appunto) su donne di colore (e non dipinge una realtà con cui riusciamo ad entrare in relazione), Whitehead, invece, crea un mondo immaginario che, nella sua unicità, conferisce al mondo reale una consapevolezza delle sue mancanze e dei suoi difetti, e riverbera, dunque, di una forza archetipica. È in questo senso che diventa epico e merita decisamente l’appellativo di grande romanzo americano.

La scena letteraria del Pulitzer di quest’anno, poi, si arricchisce ulteriormente, dal momento che gli altri due romanzi contendenti sembrerebbero meritare a pieno diritto il titolo di grande romanzo americano.

La copertina del romanzo Topeka School di Ben Lerner, pubblicato in Italia da Sellerio

Topeka School, di Ben Lerner, è un romanzo estremamente raffinato che ritrae un determinato spaccato borghese della società americana: i protagonisti fanno parte di una famiglia di psicoterapeuti, il cui figlio è un campione di declamazioni in dibattiti pubblici. La narrazione è polifonica, non soltanto in luce del susseguirsi di voci diverse (madre, padre, figlio), ma anche e soprattutto per via della scelta dell’autore di alternare il discorso in prima e in terza persona. La tecnica narrativa è sapiente: la storia nascosta e segreta di un ragazzino di nome Darren, che ha toccato solo tangenzialmente ma in modo significativo quella dei protagonisti, si dipana tra i capitoli senza essere mai raccontata troppo esplicitamente. Quello di Ben Lerner ha il potenziale di un grande romanzo americano, non solo per la sua limpida scrittura e l’architettura da maestro che ci regala, ma anche perché approccia con tatto un vasto numero di temi caldi della società americana contemporanea: innanzi tutto la questione dei dibattiti pubblici e dell’eloquenza – e gli ovvi conseguenti pericoli della persuasione –, il femminismo, la psicoterapia e la salute mentale, ma anche (e significativamente) il ruolo critico dell’istruzione. Un tale pastiche di temi avrebbe facilmente potuto incorrere nel rischio di creare degli stereotipi, ma Ben Lerner sembra esserne criticamente consapevole, e, pertanto, sceglie di dare al suo lavoro un’intelaiatura solida, entro la quale questi problemi interagiscono con naturalezza e vigore, e pertanto puntano all’universalità.

La copertina del romanzo The Dutch House di Ann Patchett

Per concludere, è bene spendere alcune parole su The Dutch House, di Ann Patchett, forse il più tradizionale dei tre romanzi (e l’unico non ancora tradotto in italiano), in quanto saga familiare. La storia, in un certo senso una moderna e dura rivisitazione della favola di Cenerentola, è quella di un fratello e una sorella (di cui lui è il narratore), vittime, da un lato, del tragico destino della propria famiglia (abbandonati dalla madre, cacciati dalla casa di famiglia dalla seconda moglie del defunto padre), e dall’altro della propria violenta ossessione per la Dutch House, il sontuoso luogo in cui sono cresciuti – il sostanziarsi del sogno americano del padre, ambizioso e ostinato a dare corpo alla sua scalata sociale tramite il possesso di una casa da sogno, la casa da sogno che porterà sua moglie alla follia e alla fuga. Un’ossessione, quella dei due protagonisti, che li accompagnerà fino alla vecchiaia e alla morte e che verrà ereditata dai figli. Se la trama è semplice, il sentimento di cui si fa portavoce è indubitabilmente epico: la cieca, insistente e cocciuta rincorsa al recupero e mantenimento delle radici; l’attaccamento razionale e irrazionale al bene materiale – la casa – che queste radici le ha conferite; la componente fisica e tangibile della memoria. Raccontandoci questi sentimenti sì universali, ma anche molto fortemente connotati come americani (è nella grande casa, forse, il sogno?), Ann Patchett costruisce un romanzo epico, dall’estenuante forza emotiva, che nella sua semplicità descrive follia, strazio, dolcezza, rassegnazione, amore familiare e una pletora vastissima di emozioni e azioni umane. È, in buona sostanza, un grande (e in questo caso, tradizionale, ma pur sempre universale) romanzo americano.

In definitiva, il Premio Pulitzer per la narrativa 2020 stupisce per la lungimiranza e la brillantezza delle sue scelte, ma soprattutto ci insegna come la letteratura, talvolta, preceda la storia, come i grandi problemi umani e sociali affiorino nelle pagine scritte, prima ancora che nelle azioni. Come grandi romanzi americani (e, speriamo, grandi romanzi universali) diano una spinta propulsiva alle azioni e al pensiero.

Colson Whitehead, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2020. Foto di Larry D. Moore, CC BY-SA 4.0

La storia genetica della popolazione dell’Umbria

La storia genetica della popolazione dell’Umbria, studio dei ricercatori degli Atenei di Perugia, Pavia e Firenze

Un nuovo articolo dal titolo “The mitogenome portrait of Umbria in Central Italy as depicted by contemporary inhabitants and pre-Roman remains” e pubblicato dall’autorevole rivista internazionale “Scientific Reports” ricostruisce per la prima volta la storia genetica della popolazione dell’Umbria. Dall’analisi del DNA di campioni antichi e moderni, i ricercatori delle Università di Perugia, Pavia e Firenze hanno evidenziato molteplici input genetici da parte di diverse popolazioni che nel tempo hanno plasmato il pool genico mitocondriale degli antichi Umbri, compresi flussi genici con l'Europa centrale.

genetica Umbria Umbri DNA antico genoma mitocondriale
Origine dei campioni Umbri analizzati e distribuzione delle principali linee genetiche mitocondriali identificate nei campioni antichi e moderni

Recenti studi di genetica di popolazione hanno evidenziato una straordinaria complessità del patrimonio genetico degli Italiani, molto maggiore di quella che si osserva nel resto d’Europa. In questo contesto i ricercatori hanno voluto affrontare uno studio a livello micro-geografico focalizzando l’attenzione, per la prima volta, sull’Umbria. Situata nel cuore dell’Italia, questa regione ha rappresentato fin dalla preistoria un punto nodale della comunicazione tra il mar Tirreno e il mare Adriatico. Seppur annoveri una delle più antiche popolazioni italiche di cui si abbia traccia, con una identità culturale forte e ben definita, quello degli Umbri rimane ancora un popolo sottovalutato, soprattutto se confrontato con i “vicini” Etruschi e Piceni.

Professori Hovirag Lancioni e Alessandro Achilli

La ricerca è frutto di una collaborazione tra gruppi di ricercatori, coordinati dai Professori Alessandro Achilli (Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “L. Spallanzani”, Università di Pavia) e Hovirag Lancioni (Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie, Università degli Studi di Perugia), a cui hanno contribuito anche genetisti dell’Università di Firenze, di Porto (Portogallo) e i genetisti forensi di Innsbruck (Austria). A sottolineare l’aspetto multidisciplinare della ricerca, va menzionato il prezioso apporto (sia in termini di materiale da analizzare che di conoscenze storiche) di esperti archeologi, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell'Umbria e il contributo degli studenti dell’Istituto Comprensivo Statale Foligno 5 (Perugia) e di tutti i volontari che hanno partecipato alla ricerca.

genetica Umbria Umbri DNA antico genoma mitocondriale
Alcuni reperti ossei rinvenuti nella necropoli di Plestia, Colfiorito, utilizzati per l’analisi del DNA antico

La Prof. Hovirag Lancioni sottolinea come “grazie all’Archeogenetica, una nuova disciplina che associa dati genetici a studi storici e preistorici, i ricercatori hanno messo a confronto i dati genetici di 545 volontari Umbri con quelli ottenuti da 19 reperti ossei umani rinvenuti nella necropoli pre-Romana di Plestia, Colfiorito, risalenti tra il IX e III secolo a. C.” La Dott.ssa Alessandra Modi aggiunge che “dall’analisi diacronica della variazione di sequenza di interi genomi mitocondriali è emerso il quadro genetico della popolazione umbra, come risultato di una lunga e complessa storia di migrazioni e mescolamenti favoriti dalla posizione geografica al centro della penisola Italiana.”

Dottori Irene Cardinali e Marco Rosario Capodiferro

La Dott.ssa Irene Cardinali riassume che i risultati ottenuti indicano che “alcune varianti mitocondriali sono state introdotte nella regione dagli antenati degli Umbri antichi e mantenute fino ai tempi nostri nelle aree più orientali, probabilmente per il loro isolamento geografico. Questi antenati ebbero origine da diverse popolazioni che in tempi diversi raggiunsero l'Umbria a partire dai primi agricoltori neolitici che si diffusero attraverso il Mediterraneo.” Inoltre, precisa il Dott. Marco Rosario Capodiferro, “le successive connessioni risalenti all’età del Bronzo e periodi medievali con gli europei centro-orientali, probabilmente includendo anche alcuni gruppi di nomadi (Yamnaya) dalle steppe pontico-caspiche sono a sostegno dell'ipotesi di un input genetico da nord-est fin da tempi antichi, come confermato anche dall'origine indoeuropea della lingua degli antichi Umbri”.

Conclude il Prof. Alessandro Achilli, dicendo che “il lavoro dimostra ancora una volta come il genoma mitocondriale sia uno strumento indispensabile per analizzare tracce genetiche e riscoprire eventi storici e preistorici che rimarrebbero altrimenti sconosciuti. In particolare, questi risultati genetici rappresentano un primo passo verso la ricostruzione della storia genetica della popolazione dell’Umbria e dei complessi rapporti di interscambio con le popolazioni confinanti (come gli Etruschi e i Piceni prima, e i Romani poi), ma anche con quelle più lontane. Più in generale questo approccio multidisciplinare basato su dati archeologici, storici e genetici rappresenta uno strumento indispensabile per la conoscenza del nostro patrimonio storico-culturale e quindi per la valorizzazione del nostro territorio.”

Alcuni tra gli autori principali delle Università di Perugia e Pavia coinvolti nel lavoro, da sinistra: Hovirag Lancioni, Irene Cardinali, Marco Rosario Capodiferro, Alessandro Achilli

“The mitogenome portrait of Umbria in Central Italy as depicted by contemporary inhabitants and pre-Roman remains”, di Alessandra Modi#, Hovirag Lancioni#, Irene Cardinali#, Marco R. Capodiferro#, Nicola Rambaldi Migliore, Abir Hussein, Christina Strobl, Martin Bodner, Lisa Schnaller, Catarina Xavier, Ermanno Rizzi, Laura Bonomi Ponzi, Stefania Vai, Alessandro Raveane, Bruno Cavadas, Ornella Semino, Antonio Torroni, Anna Olivieri, Martina Lari, Luisa Pereira, Walther Parson, David Caramelli, Alessandro Achilli è pubblicato sulla rivista Scientific Reports 10:10700. doi.org/10.1038/s41598-020-67445-0 www.nature.com/scientificreportsEqual contribution

 

Testo e foto sullo studio della storia genetica della popolazione dell'Umbria dall'Ufficio Stampa dell'Università degli Studi di Perugia


Il colore viola: parla della vita, parla di noi

Il colore viola è un film del 1985 diretto da Steven Spielberg e prodotto dalla casa produttrice americana Amblin EntertainmentLa pellicola fu un grande successo di pubblico e di critica. Tuttavia, nonostante gli innumerevoli consensi e le 11 candidature agli Oscar, Il colore viola non riuscì a vincere l'ambita statuetta.

Akosua Busia and Desreta Jackson in The Color Purple.

It's about life

Il film di Spielberg è tratto dall'omonimo romanzo di Alice Walker, vincitore del premio Pulitzer. Protagoniste della storia sono due sorelle di nome Celie (Desreta Jackson-Whoopi Goldberg) e Nettie (Akosua Busia) bambine di colore cresciute in una piantagione nel sud degli Stati Uniti nei primi anni del Novecento. Celie, dopo aver subito violenze sessuali dal padre e aver partorito due figli, viene data in sposa a Mr Albert Johnson (Danny Glover). La separazione dall'amata sorella e le continue percosse ricevute dal nuovo marito rendono la vita di Celie triste e difficoltosa. Dopo aver preso coraggio, Celie convince Albert a far trasferire Nettie a casa loro, creando il primo punto di svolta sia per la crescita dei personaggio sia per la narrazione.

Desreta Jackson and Akosua Busia in The Color Purple.

Nettie, grazie alla sua grande forza di volontà, si iscrive a scuola. Celie la aspetta in casa, dove è costretta a pulire anni di sporcizia e a crescere figli non suoi. Nettie desidera che la sorella sia libera, così le insegna a leggere tra una faccenda e l'altra. A rompere questo legame sarà Albert il quale, dopo essere stato rifiutato da Nettie, caccia via la giovane, minacciandola di morte se solo si fosse riavvicinata alla proprietà. Durante questo struggente addio Celie grida "Scrivi" e Nettie le risponde "Solo la morte potrà impedirmelo."

Celie cresce e da adolescente diventa una donna: non ha mai ricevuto una lettera di Nettie. A questo punto il personaggio interpretato da una giovane Whoopi Goldberg, è rassegnato e tenta di sopravvivere all'interno delle continue violenze domestiche. A rompere questo cerchio di brutalità saranno due personaggi femminili: Shug Avery (Margaret Avery) il grande amore di Albert, e Sofia (Oprah Winfrey) la futura nuora di Celie.

Il colore viola The Color Purple Steven Spielberg

It's about love

Il rapporto tra Shug e Celie è, inizialmente, conflittuale per via di Albert. Fortunatamente, grazie ad un dialogo in cui le due donne parlano di tutto ciò che una donna (per giunta di colore) deve subire, il conflitto verrà meno e darà il via ad un secondo periodo che le vedrà amiche.

Nel 1916, c'è il matrimonio tra Harpo (Williard E. Pugh) il figlio di Albert e Sofia, una donna risoluta ed emancipata che sposa il giovane Harpo per amore e non perché costretta dalla famiglia. Celie è improvvisamente circondata da figure femminili forti e, difatti, non riesce immediatamente a rapportarsi con loro, data la sua apparente natura timida e dimessa. La presenza di Shug e Sofia è fondamentale per la crescita di Celie e, soprattutto, per soddisfare quel bisogno di amore che tutti proviamo durante lo scorrere della nostra vita.

Nel 1922, Harpo decide di aprire un blues bar, seguendo la scia dei due travolgenti generi musicali noti come jazz e blues. Il blues bar diventa un punto di incontro della comunità di colore e del nucleo famigliare di Celie. Shug diventa la cantante di punta del locale, alimentando la gelosia di Albert.

Il rapporto tra Celie e Shug subisce un ulteriore variazione, sfociando una celata storia d'amore (nel libro molto esplicita, a differenza del film). Celie, quindi, conosce l'amore, ma questo non sarà sufficiente per fuggire da quella prigione che il patriarcato ha costruito intorno a lei e a tutte le donne protagoniste della storia.

It's about us

Nel 1936, la narrazione si spezza definitivamente. I ruoli prestabiliti dal contesto sociale vengono meno e le carte si mescolano. L'arco temporale 1936-1937 sancisce la liberazione definitiva di ogni personaggio, maschile o femminile che sia. Celie riesce a ribellarsi alla volontà di Albert e fugge con Shug. Sofia, dopo aver passato anni in prigione per aver risposto ad una donna bianca, torna ad essere il capo famiglia. Per quanto riguarda gli uomini, la loro liberazione spezza le catene di una struttura sociale che li vuole duri, maneschi e, soprattutto, capofamiglia. Albert, che per anni ha nascosto a Celie le lettere di Nettie, decide di investire i suoi risparmi per far rincontrare le due sorelle. Harpo decide di essere un marito amorevole e rispettoso di una donna indipendente come Sofia.

Perché Il colore viola parla di noi? Sicuramente il film di Spielberg punta i riflettori su una comunità specifica e, soprattutto, sulla questione della segregazione razziale negli USA. Tuttavia, il significato di quest'opera va ben oltre il colore della pelle. Le scene in interni, che si tratti della casa di Albert o del bar Harpo, creano un ambiente intimo e tremendamente privato in cui, però, tutti quanti abbiamo vissuto in un modo o nell'altro. Le dinamiche di potere dell'uomo sulla donna e del bianco sulla persona di colore sono gestite da Spielberg con l'uso di una regia morbida e lineare, pronta ad alternare strette inquadrature a campi medi sui campi in fiore.

Il colore viola è un film da riprendere tra le mani, dato soprattutto le proteste contemporanea che hanno dato il via al movimento #blacklivesmatter, perché è uno dei migliori film contro il razzismo mai realizzati. Possiamo definirlo tale, perché parliamo di un film che non usa mai il termine "razzismo", ma si "limita" a dimostrarlo senza indugiare in virtuosismi registici. "Tutto vuole essere amato" dice Shug a Celie durante una passeggiata tra i fiori violacei della piantagione. In definitiva, noi gridiamo, protestiamo e piangiamo per questo: per essere amati.

Il colore viola The Color Purple Steven Spielberg
La locandina del film Il colore viola (The Color Purple), diretto da Steven Spielberg. Amblin Partners, Amblin Entertainment, © 2020 Storyteller Distribution Co., LLC

Tutte le foto del film Il colore viola sono Amblin Entertainment, © 2020 Storyteller Distribution Co., LLC · All Rights Reserved


Una causa in cui credere

“Esistono due logiche d’azione contrastanti. La logica riformista propone di impegnarsi in modo credibile, accontentandosi di progressi graduali. Quella opposta propone di attuare azioni rivoluzionarie sull’onda dei successi ottenuti. Io dico che è giunta l’ora di adottare il secondo approccio”. A scriverlo il cofondatore del movimento Extinction Rebellion, Roger Hallam, che con Chiarelettere ha di recente pubblicato il libro-manifesto Altrimenti siamo fottuti! Il libro è dedicato alla salvaguardia del pianeta, scevro dall’opportunismo di certe parole che mal traducono le politiche adottate contro il collasso climatico ed ecologico.

Foto di Pete Linforth

Il piano di Hallam è spiegato nel dettaglio ed è insito nella volontà comune di invertire la rotta, scardinare colpo su colpo l’attuale e negligente stato di cose tramite la disobbedienza civile di massa. Secondo l’autore è certo come, almeno dagli anni Novanta, si stia proseguendo verso un “suicidio collettivo” pianificato da quegli assetti politici che nel detenere il potere e le capacità di sfruttare le risorse naturali non riescono a porsi, come i propri oppositori, in una direzione più progressista che veda nel cambiamento strutturale la vera soluzione.

L’effetto della lotta politica nonviolenta è studiato, dalla Storia e dalla scienza: una volta indetta la mobilitazione di migliaia di partecipanti (la cui forza risiede nell’eterogeneità di riconoscere le diversità ideologiche e culturali, ma per il bene comune accettare il problema e agire di conseguenza), il presidio dovrà convergere in una città centrale e trasgredire alla legge conservando un comportamento civile e rispettoso dell’Altro in modo che sia fin da subito chiaro l’intento dell’occupazione. In tal modo lo Stato a cui ci si rivolge avrà alcune alternative: potrà far finta di nulla e lasciare che le cose si calmino da sole ma con il rischio che la cittadinanza esasperata metta in atto guerriglie urbane, oppure potrà reprimere la folla con l’autorità, o anche decidere di aprire una trattativa e sperare di metter fine all’azione reazionaria. La possibilità che si apra una strada per la radicale trasformazione economica è certamente una priorità. È inoltre determinante saper integrare un progetto post-rivolta tramite l’uso di un linguaggio neutro che veicoli il messaggio universale e inclusivo con la collaborazione tra loro di gruppi democratici.

Manifestazione del movimento Extinction Rebellion a Londra (2018). Foto Flickr di Steve Eason, CC BY-SA 2.0

L’invito alla ribellione come dovere civico richiama allora a quella strategia che vede le persone più responsabili del proprio futuro, quella che Hallam riassume nella visione di assemblee di cittadini: “In merito alla crisi climatica e alla direzione che la società deve necessariamente prendere per scongiurare il peggio, (…) le assemblee sono l’antidoto all’attuale democrazia soggiogata dalle multinazionali”. L’urgenza di agire subito risiede nel pericolo sempre più concreto che l’estinzione di massa possa essere davvero ciò che ci attende in una realtà prossima. È necessario condurre il discorso su una comunicazione efficace che “conquisti i cuori e le menti” sugli allarmi che più volte la Terra è stata pronta a lanciare. In questo modo, con l’alleanza dei media, sarà più plausibile pensare ad una rivoluzione che riesca a coinvolgere operatori culturali, ONG ambientaliste, scuole e università, ma anche le istituzioni civiche e politiche come possono essere le amministrazioni comunali. Le Giunte, anche in contrapposizione al governo centrale, potrebbero a tal proposito impegnarsi attivamente e con indignazione avviando ad esempio “misure radicali per imporre un’economia a emissioni zero nella circoscrizione di loro competenza”.

L’adozione di azioni dimostrative secondo le previsioni del manifesto dovrebbe promuovere in tutti i ceti della popolazione una ribellione fatta di convinzioni sostenute: una risoluzione che il lettore potrà forse interpretare come eccessiva, ma che per il cofondatore di Extinction Rebellion è essenziale. “Non smetterò mai di sottolineare quanto sia indispensabile, al fine di determinare un cambiamento sociale radicale, smuovere le coscienze e trasformare la mentalità delle persone (…) Dunque le azioni di disturbo vanno progettare in modo da suscitare un dibattito nazionale in grado di sensibilizzare la gente sull’emergenza climatica e la crisi ambientale”. Si passa dal coinvolgimento alla solidarietà, dal sostegno alla partecipazione, dal coraggio alla risposta emotiva e all’azione, perché come è sempre Hallam a scrivere riassumendo il messaggio comunicato: “Mi sto esponendo al rischio in prima persona, perché credo fermamente nella causa di cui mi faccio portavoce”.

 

Robert Hallam Altrimenti siamo fottuti
La copertina del libro di Robert Hallam, Altrimenti siamo fottuti! Pubblicato da Chiarelettere nella collana Reverse

 

Roger Hallam, Altrimenti siamo fottuti!, Ed. Chiarelettere 2020, pagg. 128, Euro 12.


Chapelle Expiatoire Rivoluzione Francese Catacombe ossario

Una necropoli post-rivoluzionaria nel cuore di Parigi?

Gli storici e gli appassionati dell'orrore sanno che a Parigi c'è un luogo dove riposano, mescolati alle tante persone comuni morte per le più svariate causa, le ossa (o meglio, quel che ne rimane) delle vittime del Terrore. Questo luogo sono le Catacombe di Parigi. Ma una nuova scoperta, annunciata dal direttore della Chapelle Expiatoire, Aymeric Peniguet de Stoutz,  mette in dubbio quella che pareva una certezza granitica: nel monumento sarebbe stato trovato un ossario risalente alla Rivoluzione Francese. Siamo di fronte alla possibilità di ritrovare i corpi di Robespierre e Danton?

Le Catacombe

Le Catacombe di Parigi. Foto di Michael Reeve, CC BY-SA 3.0

La creazione di questo enorme deposito di ossa è stato creato in circa un secolo, sfruttando una parte del reticolato sotterraneo di preesistenti miniere. Lo scopo di queste catacombe, che in realtà presero questo nome soltanto dopo il loro completamento, fu soprattutto quello di liberare il suolo del centro città dai resti dei cimiteri. Già poco prima della Rivoluzione, le idee illuministe sull'igiene avevano portato alla chiusura del cimitero dei Saints-Innocents nelle Halles. La traslazione dei resti (sia quelli identificati che non identificati) continuò poi durante la rivoluzione e l'età napoleonica. In età huysmaniana, quando il volto di Parigi piano piano prendeva l'aspetto attuale, ricominciò la traslazione dei resti anche dai cimiteri delle zone toccate dalla nuova pianificazione della città. Alcuni di questi cimiteri, come quello appena nominato, erano stati usati durante la Rivoluzione per seppellire i giustiziati del Terrore. Fino ad ora, dunque, si è sempre dato per scontato che i resti delle grandi personalità della Rivoluzione fossero finiti confusi con tutte le altre ossa nelle Catacombe di Parigi.

 

La Chapelle expiatoire

Chapelle Expiatoire Rivoluzione Francese Catacombe ossario
Chapelle Expiatoire. Foto di Annick314, CC BY-SA 3.0

Nel 1814 Louis XVIII acquistò il terreno del cimitero della parrocchia della Madeleine, situato a lato dell'attuale rue d'Anjou. Questo cimitero fu utilizzato per seppellire alcune delle vittime illustri della ghigliottina, fra i quali Louis XVI e Marie-Antoinette e infatti l'interesse principale di Louis XVIII era proprio quello di ritrovare le salme del fratello e della cognata per permettere la loro traslazione nella Basilica di Saint-Denis, la necropoli reale che ospita le spoglie di (quasi) tutti i reali di Francia. Su questo luogo fu fatta edificare una cappella votiva, dal simbolico nome di Chapelle Expiatoire, in onore non solo della coppia reale, ma anche di coloro che furono giustiziati per avere difeso la monarchia (compreso Philippe Egalitè,  duca d'Orléans e cugino del re, perdonato post-mortem). Si pensava che, per costruire l'edificio, una volta riesumate le salme reali,  fosse stato bonificato dagli altri resti, trasportandoli nelle Catacombe.

La scoperta

Chapelle Expiatoire. Foto di Annick314, CC BY-SA 3.0

Qualche giorno fa il direttore della Chapelle Expiatoire, Aymeric Peniguet de Stoutz, ha annunciato la scoperta di un ossario, contenente i resti di 500 persone ghigliottinate tra il 21 gennaio 1793 (data dell'esecuzione di Louis XVI) e il 27 luglio 1794/9 Termidoro II (esecuzione dei Robespierristi). L'annuncio è avvenuto dopo la conclusione di una serie di indagini iniziate nel 2018. Una serie di saggi effettuati dall'archeologo Philippe Charlier con una telecamera hanno permesso di individuare dietro una parete del colonnato, che, secondo la pianta dell'edificio, non avrebbe dovuto nascondere nulla, quattro ossari di legno e cuoio, contenenti resti umani. Il confronto con fonti d'archivio ha permesso di ipotizzare l'attribuzione e la datazione dei resti. La cappella, dunque, non sarebbe soltanto un monumento in memoria di Louis XVI e Marie-Antoinette, ma anche una vera e propria necropoli della Rivoluzione. Si tratterebbe, quindi, di attribuire un nuovo significato all'intero monumento.

 

Alla ricerca dei corpi perduti

L'annuncio ha avuto un effetto mediatico dirompente, anche perché riaccende una curiosità antica: quella di ritrovare i corpi della rivoluzione, per farne sia oggetto di studio che di culto laico. I tentativi di riesumazione eseguiti nell'Ottocento, proprio a cominciare dai corpi dei reali, sono sempre stati complessi e dai risultati incerti. Gli stessi rivoluzionari, infatti, ebbero cura di seppellire i corpi delle grandi personalità in modo che le spoglie non diventassero oggetto di commemorazione o di vilipendio, seppellendoli nella calce viva (misura igienica oltre che ideologica), spogliandogli di abiti ed oggetti personali che potessero renderli riconoscibili e disponendoli nella medesima posizione (con la testa tra le gambe). Il ritrovamento della salma stessa di Louis XVI suscitò molti dubbi ed è ancora materia incerta.

Oltre il clamore mediatico, è il caso di agire con cautela e non fare ipotesi troppo azzardate.

Non bisogna necessariamente pensare a una sorta di necropoli della rivoluzione, quanto a un'operazione dettata più dal bisogno: quei corpi potrebbero essere stati semplicemente rimossi dal terreno del cimitero sul quale sorge la cappella. Può darsi, dunque, che tra quelle ossa ci siano anche quelle di alcuni dei condannati (anche se il cimitero era già in attività prima della Rivoluzione).

La finestra temporale indicata da de Stoutz, infatti, sembra oltremodo larga,  poiché il cimitero fu dismesso nella primavera del 1794, prima delle epurazioni di Germinale.

Il Palazzo delle Tuileries attorno al 1860. Fu distrutto nel 1883, in considerazione degli ingenti danni dovuti all'incendio del 1871, relativi ai fatti della Comune di Parigi. Foto di ignoto in pubblico dominio

Sembra improbabile che Louis XVIII abbia voluto traslare dagli altri cimiteri usati durante il Terrore (in particolare il cimitero degli Errancis, attuale rue Monceau, utilizzato tra la primavera e l'estate del 1794) i corpi dei regicidi per seppellirne le ossa proprio in un monumento dedicato alla coppia reale giustiziata; mentre quei resti, mescolati insieme ai morti comuni e ai morti dell'assalto alle Tuileries del 10 agosto 1792 (per esempio gli Svizzeri che difendevano il palazzo e che furono massacrati dalla folla), potrebbero appartenere, almeno nell'intenzione di chi la costruì, i giustiziati per le loro idee monarchiche o per aver in passato collaborato con la monarchia costituzionale, dai Girondini a Madame du Barry, passando per la celebre femminista Olympe de Gouges.

Speriamo che le nuove indagini, che dovrebbero essere svolte l'anno prossimo, riescano a fare chiarezza.