Tra arte e storia, camminando nel Cimitero Monumentale del Verano a Roma

Pensare di svolgere un itinerario all’interno di un cimitero monumentale è qualcosa che molti reputano bizzarro. In realtà è nei luoghi più impensabili che si nascondono le storie più inaspettate. L’Associazione RomaVerso, insieme a Roma Slow Tour, ha progettato due itinerari tematici all’interno del Verano, uno incentrato sulla storia del cinema e l’altro sull’arte e l’architettura.

Cosa c’entra il cinema? Il Verano è il cimitero per eccellenza dei romani e qui riposano alcuni dei più grandi protagonisti del cinema italiano nonché le più famose icone della romanità. Questo ci ha permesso di delineare un percorso a tappe che parte dai primordi con le prime sperimentazioni a inizio '900, attraversa il cinema del Ventennio e poi il Neorealismo arrivando fino agli anni della mitica commedia all'italiana con Sordi, Manfredi, Mastroianni e Gasmann. Un percorso tra la storia, le epoche e gli stili, per riscoprire attraverso le loro opere e gli aneddoti i grandi che hanno saputo raccontare come eravamo.

Il prossimo itinerario cinematografico è previsto per giugno.

Cimitero Monumentale del Verano Roma

Il Verano è stato il primo cimitero di Roma; maltrattato, oggi in parte trascurato, custodisce le storie di migliaia di persone. È un tappeto di sepolture, cappelle, scale e viali che si intrecciano su più livelli. Come la città delle cui memorie è eterno custode, si è ampliato, è cresciuto più del previsto arrivando ad occupare un’estensione di circa 83 ettari.

Cimitero Monumentale del Verano Roma

La vita privata e le storie di famiglie più o meno note si intrecciano in modo indissolubile sotto i suoi portici, lungo il silenzio dei suoi viali alberati. Storia, letteratura, cinema, arte, uomini e donne illustri hanno trovato in questo luogo un giaciglio eterno dal quale continuano però a vivere nella Storia tramandata fino ai nostri giorni.

Nella sua area monumentale il Verano è denso di opere ottocentesche significative tanto da poterlo considerare un vero e proprio museo a cielo aperto. E come tale non è un semplice contenitore di oggetti narranti; lui stesso ha qualcosa da raccontare nel suo secolo e mezzo di vita.

Cimitero Monumentale del Verano RomaNato in seguito alle disposizioni napoleoniche (Editto di Saint Cloud del 1804), lo spostamento delle sepolture nel cimitero al di fuori delle mura cittadine ha incontrato iniziali resistenze da parte della popolazione e delle parrocchie nella difficile accettazione dell’allontanamento delle tombe dei propri cari (e, dunque, degli introiti derivanti dalle sepolture). Le esigenze sanitarie di una città in continua espansione costrinsero papa Pio IX alla svolta decisiva, soprattutto in seguito all’aggravarsi della situazione a causa di un’epidemia.

Il pontefice, attivo in un mirato e ben più ampio programma di rinnovamento urbanistico del volto di Roma, non scelse uno tra gli ultimi alla guida di questo cantiere che si rivelò sin da subito estremamente importante.

Cimitero Monumentale del Verano RomaSi deve a Virginio Vespignani (Roma 1808 – 1882) la progettazione dell’area più antica e monumentale, il Quadriportico e il Pincetto Vecchio che si affaccia sull’adiacente Basilica di S. Lorenzo fuori le Mura. Piccoli gioielli artistici si nascondono tra polvere e fiori secchi.

Un ingresso fortificato sul quale trovano posto le quattro grandi statue del Silenzio, della Carità, della Speranza e della Meditazione, segna il varco di accesso alla città dei morti.

Camminando al suo interno è impossibile non restare incuriositi da tantissimi tondi che costellano le sepolture; se ne contano circa 250: una vera e propria galleria di ritratti. Sembrano fotografie vista la perizia meticolosa nella resa dei dettagli, in realtà sono dipinti firmati Filippo Severati (Roma 1819-1892). Cos’hanno di speciale?

Sono esposti alle intemperie da 150 anni e, con poche eccezioni, restano intatti nella loro superficie. Severati è stata una scoperta interessante nelle ricerche per sviluppare questo itinerario. Sperimentatore tecnico, brevettò quella che lui stesso ha definito “pittura in smalto su lava”: i suoi ritratti sono così durevoli perché ha scelto di utilizzare un supporto lavico e pigmenti a base di ossidi stesi per velature e cotti a più riprese. Questo ha cristallizzato i materiali avvicinando questa innovativa tecnica più alla porcellana che alla tradizionale pittura.

Cimitero Monumentale del Verano RomaCon i suoi 194 monumenti funebri, il Quadriportico venne concepito sin da subito come un museo a cielo aperto. Qui le famiglie più prestigiose sceglievano di acquistare lo spazio di un’arcata per installare il proprio sepolcro con l’intento di perpetuare anche dopo la morte il ricordo del proprio status sociale.
Il cantiere del Verano diretto da Vespignani è riflesso della situazione culturale ed artistica romana nella seconda metà dell’Ottocento. Vi lavorarono scultori e pittori rientranti nella sua cerchia: predominano, dunque, il linguaggio accademico e neoclassico.

Tommaso Minardi

Quale specchio della situazione artistica del momento non rimane estraneo al Verano l’impiego di linguaggi in quel periodo solo agli esordi. Così, accanto alle sepolture a parete in pieno stile cinquecentesco si ritrovano, ad esempio, elementi classici fusi con quelli gotici in linea con il gusto eclettico che di lì a qualche anno esploderà.

Il mutare del linguaggio artistico non è solo sintomo di mode, gusti mutevoli e artisti sempre più cosmopoliti; riflette cambiamenti più profondi a cui l’arte, da sempre, ha dato voce.

Nel contesto cimiteriale l’iconografia degli angeli è piuttosto comune; sono lì, con la loro lunga tunica a suonare la tromba nel giorno del giudizio. Sono figure a cui, cristianamente parlando, i familiari affidano il proprio defunto; quei traghettatori che accompagnano nel viaggio verso l’aldilà, in vista della resurrezione. Incarnano fiducia, serenità e ottimismo.

Percorrendo il Quadriportico nel braccio lungo a destra incontriamo una figura che “stona” dal candore dominante di quest’area. Alata ma seduta su un sarcofago, con un libro aperto sulle gambe e il viso poggiato sulla mano: è tra le immagini più famose associate al Verano, l’Angelo della Notte di Giulio Monteverde.

Volge lo sguardo verso un luogo indefinito; sembra trovarsi in uno stato di sospeso abbandono, il suo volto trasmette dubbio e incertezza quasi preoccupazione. Chi è? L’epitaffio ci parla della personificazione della Poesia, arte amata dal proprietario del sepolcro, Primo Zonca che aveva scelto, ancora in vita, di affidare al celebre scultore la realizzazione del suo sepolcro. Cosa ne è degli angeli serafici e candidi?

Quest’opera riflette un importante cambiamento: la morte viene ora vista in un’ottica tipicamente decadente, come possibile effettiva fine di tutto, come perpetuo dubbio. Cambiano anche i connotati degli angeli: assumono caratteri femminili, vestono abiti succinti che sottolineano i corpi sinuosi.

Salendo al Pincetto giungiamo al Piazzale Circolare: in quest’area, risultato di un ampliamento successivo in cui il cantiere del Verano sarà guidato da Gioacchino Ersoch, si concentrano cappelle in forma di piccole architetture. Molti di questi edifici sono impreziositi dalla presenza di opere d’arte applicata, ovvero mosaici e vetrate artistiche. Duilio Cambellotti e Cesare Picchiarini sono nomi noti nel mondo romano delle arti applicate e sono il pretesto a questo punto del percorso per conoscere come avvenne la ripresa di queste antiche tecniche tra XIX e XX secolo e far notare come esse verranno utilizzate nel tentativo di dare impulso al mondo artistico della capitale che viveva un periodo di stallo e incertezza.

La parte finale del nostro percorso incontra alcuni protagonisti del dibattito post-unitario; Roma, divenuta capitale d’Italia, avverte l’esigenza di mostrare un nuovo volto che sia degno del ruolo politico e civile che ora riveste.
La volontà di mostrare il cambiamento e rompere con il passato dominio ecclesiastico incontra la ricerca di uno stile nazionale post-unitario che finalmente riesca a superare i regionalismi che da sempre contraddistinguono la penisola.

Tra le molte personalità coinvolte in questo dibattito architettonico troviamo Koch, Piacentini, mentre ne resterà estraneo Giuseppe Sacconi, impegnato nella monumentale realizzazione del suo Altare della Patria.

Il prossimo itinerario artistico è previsto per sabato 25 maggio ore 10.30. Per informazioni potete scrivere a [email protected] oppure [email protected]
In alternativa al link
http://www.romaslowtour.com/cimitero-verano/

Testo e foto a cura di Giulia Chellini, Ass.ne RomaVerso


Leonardo e Dürer: "incontro" a Venezia. Video intervista con Giovanni Maria Fara

Aggiungiamo un tassello all’immenso mosaico dell’eredità di Leonardo Da Vinci a 500 anni dalla morte, esplorandone l'influenza su un altro grande della cultura e dell’arte rinascimentale, l’incisore tedesco Albrecht Dürer.

I due maestri probabilmente non si incontrarono mai, ma diversi indizi rivelano che Dürer conobbe direttamente opere di Leonardo e ne fu affascinato al punto da riprodurle, fatto unico nella produzione artistica del grande incisore tedesco. E il luogo principe di questo incontro artistico fu la Venezia di inizio Cinquecentocome ci spiega per la rubrica #fattixconoscere Giovanni Maria Fara, professore di Storia dell'arte moderna a Ca' Foscari.

L'intervista è stata realizzata a Palazzo Sturm, dove i Musei Civici di Bassano del Grappa hanno aperto la mostra "Albrecht Dürer. La collezione Remondini", aperta dal 20 aprile al 30 settembre 2019.

Leonardo da Vinci hand
Leonardo da Vinci - presumed self-portrait - WGA12798, red chalk on paper, 333x213 mm, Royal Library of Turin.

Testo da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia


Presentazione Il Tesoro più grande all'Antiquarium di Pompei

Giovedì 23 Maggio presso la Terrazza dell’Antiquarium del Parco Archeologico di Pompei si terrà la presentazione del volume “Il tesoro più grande. Come gli italiani pensano, tutelano e valorizzano il patrimonio culturale”, pubblicato dalla Fondazione Enzo Hruby.

La Fondazione Enzo Hruby, impegnata per sostenere la protezione dei beni culturali italiani e per diffondere la cultura della sicurezza, ha voluto approfondire un argomento che non è mai stato sviscerato a fondo prima d’ora, ovvero il rapporto tra gli italiani e lo straordinario patrimonio nazionale. Per farlo ha commissionato all’Istituto Astra Ricerche un’indagine demoscopica svolta attraverso 1.051 interviste condotte su un campione di italiani dai 15 ai 65 anni. Attraverso questa ricerca, partendo da cosa è davvero ‘tesoro’ per i cittadini, si arriva a valutarne il valore (personale, sociale, economico) per poi affrontare il tema della conservazione e della tutela dei beni.

A partire da questa ricerca è scaturita l’iniziativa editoriale oggetto della presentazione che si svolge a Pompei, dove sono analizzati i risultati dell’indagine demoscopica e dove sono presenti i contributi, le proposte e le testimonianze di alcuni dei maggiori esponenti del mondo dei beni culturali.

Il volume, introdotto dalla prefazione di Franco Bernabè, Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, è curato da Salvatore Vitellino e contiene i contributi di Eike Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi, Evelina Christillin, Presidente della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, Tiziana Maffei, Presidente di ICOM ItaliaCarlo Hruby, Vice Presidente della Fondazione Enzo Hruby, Andrea Erri,  Direttore generale della Fondazione Teatro La Fenice, Pierluigi Vercesi, inviato speciale del "Corriere della sera" e Luca Nannipieri, critico d’arte
 
Alla presentazione del prossimo 23 maggio a Pompei portano un saluto istituzionale Alfonsina Russo, Direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei, e il Gen. B. Mauro Cipolletta, Direttore Generale del Grande Progetto Pompei; introduce i lavori il Gen. B. Fabrizio Parrulli, Comandante Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale; intervengono Massimo Osanna, Professore di Archeologia Classica dell’Università Federico II di Napoli e Carlo Hruby; modera l’incontro Luca Nannipieri.

In occasione della presentazione a Pompei il volume verrà offerto in omaggio a tutti i partecipanti. Successivamente sarà possibile richiederlo alla Fondazione Hruby, con un’erogazione liberale che verrà destinata al sostegno delle attività della Fondazione per la protezione del patrimonio culturale italiano.

Ingresso libero con conferma obbligatoria scrivendo all’indirizzo mail [email protected] o telefonando al numero 02.38036625.


Un ‘ospite d'onore’ al Museo di Roma: "Il carro d’oro" di Johann Paul Schor

Un ‘ospite d'onore’ al Museo di Roma:

in esposizione Il carro d’oro di Johann Paul Schor

proveniente dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze

 

Dal 14 maggio al 14 luglio 2019 il Museo di Roma ospita la prestigiosa opera

per un atto di reciproca generosità e in seguito al prestito del

Carosello nel cortile di palazzo Barberini di Filippo Gagliardi e Filippo Lauri

Il carro d’oro Johann Paul Schor

Roma, 10 maggio 2019 – Un’occasione speciale per i visitatori del Museo di Roma a Palazzo Braschidal 14 maggio al 14 luglio 2019 cittadini romani e turisti potranno ammirare un prestigioso dipinto proveniente dalle Gallerie degli Uffizi di Firenze, eccezionalmente esposto nella prima sala del percorso museale. Si tratta de Il carro d’oro di Johann Paul Schor (1615-1674), la celebre raffigurazione dei festeggiamenti che si tenevano per il Carnevale romano in epoca barocca.

L’artista tedesco, originario del Tirolo, giunse a Roma alla fine degli anni Trenta del Seicento, ottenendo da subito commissioni prestigiose da parte di grandi famiglie come i Chigi, i Colonna e i Borghese, conquistandosi anche la fiducia di Gian Lorenzo Bernini, con il quale collaborò alla realizzazione di scenografici “apparati effimeri” in occasioni di molte feste e celebrazioni.

L’iniziativa è promossa da Roma CapitaleAssessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi di Firenze.

L’opera degli Uffizi, acquistata nel 2018, è dunque ora esposta al Museo di Roma come atto di reciproca generosità che fa seguito al prestito, accordato in via straordinaria, dell’emblematico e celeberrimo quadro Carosello nel cortile di palazzo Barberini di Filippo Gagliardi e Filippo Lauri, incluso stabilmente nel percorso espositivo del museo romano e concesso alla mostra fiorentina Il carro d’oro di Johann Paul Schor. L’effimero splendore dei carnevali barocchi, appena conclusasi.

Si presentano così al pubblico, separate da una sola sala espositiva e quindi idealmente affiancate, due opere conservate nelle rispettive raccolte: quella del Museo di Roma, che raffigura la celebre Giostra dei Caroselli svoltasi durante il Carnevale del 1656, la notte del 28 febbraio, nel cortile di palazzo Barberini, in onore della regina Cristina di Svezia da poco convertitasi al cattolicesimo, e quella delle Gallerie degli Uffizi, che documenta invece il Carnevale del 1664, quando un sontuoso corteo ispirato al mito delle Esperidi sfilò nel centro di Roma per concludersi davanti al palazzo del principe Giovan Battista Borghese, promotore della straordinaria mascherata.

 

Il Museo di Roma ospita, in questo stesso periodo, due importanti mostre di fotografia nelle sale al I° piano.

Con 320 immagini conservate nelle ricche raccolte del proprio Archivio Fotografico l’esposizione Roma nella camera oscura. Fotografie della città dall’ottocento a oggi celebra i 180 anni della nascita ufficiale della fotografia con uno straordinario excursus negli ambiti più significativi della storia fotografica della Capitale prima dell'avvento del digitale. Un racconto per immagini che illustra il volto di Roma nel corso delle diverse epoche, dal rapporto con l’antico alla quotidianità della vita romana, dall’architettura alle grandi trasformazioni urbanistiche, e che consente di ricostruire anche l’evoluzione delle tecniche fotografiche.

E poi, Fotografi a Roma. Commissione Roma 2003-2017 e le acquisizioni al patrimonio fotografico di Roma Capitale presenta 100 ritratti straordinari della Capitale realizzati da alcuni dei più grandi fotografi del panorama internazionale che l’hanno raccontata in totale libertà interpretativa per il progetto Rome Commission e da oggi acquisite all’interno della collezione permanente del museo.

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Madonna Benois

Fabriano: "Leonardo. La Madonna Benois dalle collezioni dell'Ermitage"

Fabriano (AN) dal 1/06: "LEONARDO.La Madonna Benois dalle collezioni dell'Ermitage". Il capolavoro giovanile di Leonardo arriva in Italia dopo 35 anni

 

Leonardo
LA MADONNA BENOIS
DALLE COLLEZIONI DELL’ERMITAGE

IL CAPOLAVORO VINCIANO, DI NUOVO IN ITALIA DOPO 35 ANNI, SARÀ IN MOSTRA DAL 1° AL 30 GIUGNO A FABRIANO IN OCCASIONE DELLA XIII UNESCO CREATIVE CITIES NETWORK ANNUAL CONFERENCE

Madonna BenoisMilano, 10 maggio – È stato presentato a Milano, nella Sala Weil Weiss del Castello Sforzesco, l’evento espositivo Leonardo. La Madonna Benois, dalle collezioni dell’Ermitage. Nell’anno dell’anniversario dei 500 anni dalla sua morte, il capolavoro giovanile del Maestro toscano torna in Italia, dopo 35 anni dalla sua unica esposizione, in occasione della XIII Unesco Creative Cities Network Annual Conference di Fabriano. L’Ermitage sceglie dunque, a differenza di altri, di celebrare il genio del grande artista italiano proprio nel suo Paese natale, con prestiti eccezionali a cominciare da quello della “Madonna Benois” a Fabriano, ove la preziosa opera sarà in mostra presso la Pinacoteca comunale della città marchigiana dal 1° al 30 giugno 2019.

Presenti all’incontro al Castello Sforzesco: Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, che ospita la presentazione alla stampa; Maria Francesca Merloni, UNESCO Goodwill Ambassador for Creative Cities, promotrice e ideatrice dell’evento di Fabriano; Irina Artemieva, conservatore dell’Ermitage; Maurizio Cecconi, Segretario Generale di “Ermitage Italia” e
Carlo Bertellicuratore insieme a Tatiana Kustodieva dell’esposizione, organizzata da Il Cigno GG Edizioni e Villaggio Globale International.

A Fabriano, l’esposizione di quest’opera straordinaria costituisce il principale evento del programma culturale della XIII UNESCO Creative Cities Conference, il più importante appuntamento internazionale del network che riunisce i comuni che hanno identificato nella creatività un fattore strategico di sviluppo.

Madonna BenoisIl meeting, ospitato nella città marchigiana dal 10 al 15 giugno 2019, darà vita a un ampio dibattito sulle sfide delle città nel XXI secolo e rappresenterà un’occasione unica per mostrare al mondo il meglio del sistema italiano della creatività.

“Siamo onorati e molto felici” ha dichiarato Maria Francesca Merloni.
“È un grande privilegio esporre “La Madonna Benois” in occasione della XIII UNESCO Creative Cities Network Annual Conference. Le Città Creative si inchinano al genio di Leonardo,  al suo messaggio di bellezza, che edifica e riscatta, all’apertura al mistero che un’opera così preziosa reca in sé”.

“Abbiamo scelto di portare questo capolavoro di Leonardo a Fabriano - spiega da San Pietroburgo il prof Michail Piotrovsky Direttore Generale  del Museo Statale Ermitage - perché in Italia non esistono città che non meritano grandi capolavori, costellata com’è di borghi che conservano opere d’arte uniche; tanto più che quest’anno proprio piccoli centri come Matera e Fabriano sono stati scelti dall’Unione Europea o dall’Unesco per ospitare eventi culturali internazionali. Questa però è anche la grande differenza dell’Ermitage rispetto ad altri musei che chiedono per le celebrazioni di ospitare dei Leonardo. Noi scegliamo di donare, dando la possibilità ai diversi Paesi - ma soprattutto all’Italia con cui abbiamo forti legami - di rivedere in Patria grandi capolavori dei massimi artisti mondiali. Lo abbiamo fatto con Canaletto a Venezia, con Michelangelo a Roma, lo faremo con Raffaello. Per quanto riguarda Leonardo Fabriano è l’inizio. Un magnifico inizio. La Madonna Benois poi andrà a Perugia mentre a Milano arriverà la Madonna Litta. Questa è la politica culturale scelta dall’Ermitage”.

Madonna Benois“La Madonna Benois” icona conosciuta nel mondo, è un’opera chiave del giovane Leonardo da Vinci. Realizzata probabilmente tra il 1478 e il 1480, segna la sua indipendenza dallo stile e dalla formazione di Verrocchio, nella cui bottega il Maestro era entrato circa 10 anni prima: un manifesto di quella “maniera moderna” di cui Leonardo fu iniziatore.

Al suo secondo impegno su uno dei temi religiosi più diffusi, all’età di ventisei anni, l’artista rompe con la tradizione e inventa una nuova figura di Maria: non più l’imperturbabile Regina dei cieli ma una semplice madre che gioca con il proprio figlio.

Tatiana Kustodieva spiega in catalogo (edizione congiunta Il Cigno/Skira): “in Verrocchio era assente ciò che in Leonardo rappresenta l’elemento principale e cioè la parentela spirituale, l’unità esistente tra una madre e il suo bambino”.
“Leonardo – scrive Carlo Bertelli - non ha creato un’immagina statica e devozionale, ha solo fermato un momento”; “non ha dipinto una scena di genere, ma ha immesso nella quotidianità significati profondi” come quello cui rimanda la piantina  che Maria fa roteare tra le dita, incuriosendo il figlio: una comune - ma premonitrice – crucifera.

Anche la semioscurità in cui egli immette le due figure sacre - un luogo chiuso e semibuio, privatissimo - al contrario dello spazio aperto e pieno di sole della tradizione fiorentina, accresce gli interrogativi, introducendo secondo alcuni attesa e mistero, e distingue questa “primizia leonardesca, tanto carica di sviluppi futuri”.

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LA MADONNA BENOIS, IL CAPOLAVORO GIOVANILE DI LEONARDO

Sono pochissime le opere pittoriche di Leonardo: l’interesse e impegno del Da Vinci anche in campo scientifico e tecnico, la sua convinzione che il pittore per comprendere la natura debba avere diverse cognizioni - dalla prospettiva
ai principi dell’ottica, fino all’anatomia – fanno sì che egli alla fine realizzi pochi dipinti, preso da mille speculazioni, spesso lasciando allo stadio embrionale le sue innovative idee figurative. I motivi riconducibili a un’invenzione del maestro sono dunque ben più numerosi delle poche opere autografe giunte fino a noi.

“La Madonna Benois” entrò nelle collezioni dell’Ermitage nel 1914 e fu certamente la più importante acquisizione del Museo di San Pietroburgo negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione. Un evento “nazionale”, nato dal coraggio dell’allora Conservatore della pittura dell’Ermitage, grande esperto dell’arte italiana Ernest Karlovič von Liphart, e dall’amore di patria della proprietaria Marija Aleksandrovna Benois (Benua, nata Sapožnikova), moglie del celebre architetto pietroburghese Leontij Nikolaevič Benua (Benois). Marija Aleksandrovna nel 1880 aveva ricevuto dal padre la “Madonna con il fiore” come regalo di nozze, già parte dei beni del nonno paterno, tale Aleksandr Petrovič Sapožnikov, mercante in Astrachan’.
Nel novembre del 1913 la rivista Starye gody scriveva: “Tutti gli amanti dell’arte e tutti gli interessati possono congratularsi per un evento felice della nostra vita artistica: la Madonna Benois è stata acquistata dall’Ermitage Imperiale... Impossibile non ricordare qui con gratitudine i sentimenti della proprietaria, Marija Aleksandrovna Benois, per aver voluto rinunciare a una parte del prezzo di vendita per poter conservare il dipinto in Russia.”
Nonostante la leggenda sulla provenienza dell’opera, che per molto tempo si ritenne fosse stata acquistata dal nonno di Marija Aleksandrovna da una compagnia di attori girovaghi, il prezioso, piccolo dipinto (48 x 37 cm), come fu
chiarito alla fine degli anni Settanta, apparteneva in realtà alla splendida collezione del generale Korsakov, il più antico proprietario finora conosciuto del capolavoro leonardesco.
L’opera fu messa all’asta dal collezionista nel 1822; Sapožnikov attese pazientemente che i prezzi scendessero e tra il 1823 e il 1824 comprò il dipinto, già allora indicato come di Leonardo.
Nel registro dei quadri del nuovo proprietario compilato nel 1827, si legge “Al n. 1 dell’elenco troviamo una “Madre di Dio con l’Eterno Infante sul braccio sinistro”. Originariamente dipinta su tavola a causa della sua vetustà, nel 1824 era stata
trasportata su tela 
dall’accademico Korotkov. La parte alta è centinata: Autore, Leonardo da Vinci. Il trasporto su tela ha rivelato un disegno a inchiostro, e anche un Bambino con tre mani, da cui fu ricavato un disegno litografico. Dalla collezione del generale Korsakov”.

Una giovane Marija Aleksandrovna Sapožnikova Benois

Tutti i proprietari dell’opera hanno sempre creduto nella paternità leonardesca ma il mondo accademico non si era ancora espresso.
Bisognerà attendere un’esposizione del 1908 curata dalla rivista Starye gody la tenacia di Liphart, che nell’occasione approfittò di un suo articolo dedicato alla sezione italiana per affermare: “Sul lato opposto del palco c’è una piccola Madonna che io attribuisco con decisione a Leonardo da Vinci (1452-1519), nonostante tutto il clamore che sarà provocato da questa mia affermazione...

Di fatto le reazioni non mancarono, ma una volta superata una serie di dubbi e incertezze, gli studiosi riconobbero la paternità di Leonardo che oggi risulta indiscutibile.

Come ricorda Tatiana Kustiodieva nel suo bellissimo saggio, Adolfo Venturi al tempo scrisse: “Io sottoscritto con ciò confermo che il quadro della famiglia Benois raffigurante una “Madonna col Bambino” e attribuita a Leonardo è inconfutabilmente una sua opera giovanile. L’ho studiata attentamente in occasione del mio ultimo viaggio in Russia.
Il volto della Vergine col suo aspetto puro e infantile, così come la ricerca dell’essenza delle forme, sono una dimostrazione chiarissima di questo genere di caratterizzazione.
Il Gesù Bambino, ancora di tipo verrocchiesco, per le sue grandi proporzioni non corrisponde a una madre così giovane e così particolare: tutto questo parla di una data precoce della creazione di quest’opera. Qui si può riscontrare la confluenza tra antiche forme preconfezionate e una ricerca nuova, che con grande vivacità e freschezza si incontrano nell’originale volto della madre-bambina. Tutto questo insieme fa sì che io, sottoscritto, affermi che questo lavoro debba essere considerato tra le rare opere di un genio agli inizi. Anche i disegni giovanili di Leonardo, se paragonati alla “Madonna Benois”, mi obbligano a considerare questo meraviglioso dipinto un suo lavoro, e ammetto che meriti un posto in un qualunque museo d’Europa”.

La sala dei Leonardo all'Ermitage
(immagine risalente agli anni immeditamente precedenti la Rivoluzione)

Quando nel 1913 Marija Nikolaevna Benois decise di mettere in vendita il dipinto le fu offerta da un antiquario parigino una somma maggiore di quella che era in grado di pagare il governo russo; la proprietaria voleva però che il quadro di Leonardo rimanesse in Russia e concordò di cederlo, anche a rate, per il prezzo relativamente modesto di 150000 rubli (rinunciando in questo modo a circa 37000 rubli).
L’opinione pubblica svolse un’ampia campagna a favore dell’acquisizione del quadro da parte dell’Ermitage e finalmente nel 1914 l’opera varcò le soglie del museo imperiale.

Anche “La Madonna Benois”, come pure altre opere leonardesche, è il risultatodi una lunga ricerca, come dimostrano alcuni disegni riconducibili al dipinto. In essi l’artista cerca, sulla base di un oggetto unificante, la relazione più convincente
tra le figure, relazione che può essere un vaso di frutta, oppure un gatto che il bambino allontana o stringe a sé.

Ancora oggi, più si osserva il quadro, più risulta affascinante la spontaneità e il fascino della madre bambina.

“La Madonna è scesa dal trono su cui gli artisti di Quattrocento l’avevano posta – scrive Kustodieva - e si è andata a sedere su una panca, in una stanza di una casa abitata. È rimasta la tradizionale tenda che scende dietro la schiena di Maria, che da segno di un cerimoniale, oppure simbolo delle alte sfere, è diventato un tessuto ricoprente lo schienale di una sedia. La stanza è descritta con grande parsimonia, ma Leonardo rende omaggio al suo tempo considerando con l’attenzione di un quattrocentista dettagli come i riccioli di Maria, la spilla, i fragili petali del fiore, le testine dei chiodi nella cornice della finestra. Ciascun oggetto non esiste per se stesso e grazie alla luce partecipa di un unico ambiente.
A differenza dei suoi contemporanei Leonardo concentra l’attenzione su ciò che è fondamentale, poiché: “Un buon pittore - annota Leonardo nel “Trattato della Pittura” - deve dipingere due cose principali: l’uomo e la rappresentazione della sua anima. Il primo è facile, il secondo è difficile, poiché deve essere rappresentato da gesti e movimenti delle membra del corpo”.

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LEONARDO DA VINCI

1452, Vinci – 1519, Amboise

Scuola fiorentina

Madonna col Bambino o Madonna del fiore MADONNA BENOIS

Olio su tela (trasferito da tavola nel 1824 dal restauratore E. Korotkij 49,5 X 33 cm, centinata

Durante il trasferimento sulla tela nella parte bassa del quadro è stata fatta un’aggiunta di 1,5 cm.

La mestica originale non si è conservata.

Sul telaio è incollato un pezzetto di tela con la scritta: Trasferito da tavola da E. Korotkij anno 1824.

Sulla nuova tela iscrizione: Ripetuta nell’anno1924 a Leningrado. Iv. Vasil’ev

Provenienza: pervenuto all’Ermitage nel 1914,

acquistato presso М. А. Benois per 150 000 rubli a Pietrogrado.

In precedenza: fino al 1821 nella collezione del generale A.I. Korsakov, San Pietroburgo; acquistato dalla famiglia Sapožnikov negli anni 1823-1824 per 14000 rubli; collezione della famiglia Sapožnikov, Astrachan; dal 1880 – collezione М. А. Benois, San Pietroburgo

La Madonna Benois rientra nello scarno gruppo delle creazioni originali del giovane Leonardo. Questo indiscutibile capolavoro porta a termine tutte le ricerche dei pittori fiorentini del Quattrocento, differenziandosi allo stesso tempo per la novità dell’impostazione compositiva e semantica.

All’inizio del XX secolo sono state pubblicate informazioni alquanto contraddittorie sulla provenienza dell’opera. Liphart (1908) scriveva che “il quadro faceva parte dell’antica collezione dei pincipi Kurakin e ora appartiene a М.А. Benois, coniuge del famoso architetto”. Alcuni anni più tardi egli ricordava che “il suocero del sig. Benois lo aveva comprato [il quadro] da alcuni santimbalchi italiani passando per Astrachan’” (v. Archivio Ermitage). Questa versione era sostenuta da Vrangel’ (1914, p. 11), che aggiungeva: “Secondo altre notizie il quadro si trovava un tempo nella collezione della famiglia Konovnitsyn”, senza tuttavia indicare la fonte dell’informazione.

Tutte le incertezze sulla provenienza della Madonna leonardesca ebbero fine quando nel 1976 Markov pubblicò il “Registro dei quadri del sig. Aleksandr Petrovič Sapožnikov, compilato nell’anno1827”, conservato nell’Archivio di Stato della regione di Astrachan’. Sotto il primo numero del registo figura “Madre di Dio che tiene sul braccio sinistro il Bambino divino.” Dapprima dipinta su tavola, ma la superficie di quella è stata trasferita su tela dall’accademico Korotkov nell’anno 1824. Arrotondata nella parte alta. Maestro Leonardo da Vinci. Durante il trasferimento su tela nel disegno è risultata una sagoma con i contorni a inchiostro e il Bambino aveva tre mani; del tutto è stato eseguito una litografia che l’accompagna. Dalla collezione del generale Korsakov”.

Il generale Aleksej Ivanovič Korsakov (1751/53-1821), eletto nel 1794 membro onorario dell’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo, era stato senatore dal 1803 al 1811 e aveva collezionato quadri e rarità.

Alla sua morte, nel 1821, si era tenuta la vendita della sua pinacoteca: una serie di quadri fu acquistata dall’Ermitage e da privati. Nell’articolo “La vendita della pinacoteca di A.I. Korsakov” (“Otečestvennye zapiski”, čast’ 10, 1822, p. 442) si scriveva che a quel tempo la Madre di Dio col Bambino divino, un quadro di Leonardo da Vinci, non era ancora stata venduta.

I mercanti Sapožnikov la acquistarono alcuni anni dopo: A.A. Sapožnikov ne fece dono di nozze a sua figlia, М.А. Benois (nata Sapožnikov), nel 1880. Se si accetta l’ipotesi che sia proprio il quadro dell’Ermitage quello descritto nel 1591 da Francesco Bocchi come esistente “nela casa di Matteo e Giovanni Botti,” ne consegue che la Madonna con il fiore nel XVI secolo si trovava a Firenze: “una tavoletta colorita a olio di mano di Lionardo da Vinci di eccessiva belezza: dove è dipinta una Madonna con sommo artifizio, e con estrema diligenza: la figura di Cristo, che è bambino, è bella a maraviglia: si veda in quella un’alzar del volto singolare: è mirabile, lavorato nella dificulta dell’attitudne con felice agevolezza, come era usato di fare questo maraviglioso artifice, e raro” (Bocchi 1677, p. 173).

La famiglia Sapožnikov aveva sempre ritenuto di possedere un originale di Leonardo da Vinci, ma nel catalogo della mostra organizzata a San Pietroburgo nel 1908 dalla rivista “Starye gody” il nome di Leonardo era accompagnato da un punto interrogativo. In questa esposizione il quadro avrebbe dovuto essere presentato per la prima volta al grande pubblico, ma la mostra non venne inaugurata.

Il primo studioso a riconoscere senza riserve la paternità di Leonardo fu Liphart (1908 p. 710), che comprese molto bene la responsabilità che comportava tale attribuzione, e come non sarebbe stata accettata in modo univoco dagli esperti. Una volta superata tutta una serie di dubbi, i maggiori studiosi dell’inizio del Novecento condivisero il punto di vista di Liphart.

L’analisi ai raggi infrarossi ha mostrato che era stato tracciato un secondo contorno intorno alla testa del Bambino: evidentemente il pittore intendeva realizzarne una di maggiori dimensioni. È stata modificata anche la pettinatura della Madonna: nell’immagine ai raggi infrarossi sono visibili ciocche di capelli che ricadono lungo le guance e coprono l’orecchio destro, ben visibile nel quadro. Inizialmente il risvolto della manica di Maria era largo e al posto del ciuffo di erba teneva nella mano sinistra un fiore.

La data di realizzazione del quadro comunemente accettata è il 1478-1480, che si ricava da una nota vergata dal maestro da Vinci su uno dei fogli conservati nel Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Firenze: “[…]bre 1478 iniziai due Vergini Maria” (Beltrami 1919, p. 6, n 13). Cook (1911-12) per primo mise in relazione la data di questa nota con il nostro dipinto.

Esiste una serie di disegni preparatori al quadro; due, eseguiti a penna e bistro, sono conservati in un foglio al British Museum, Londra (inv. 1860.6.16.100): sul verso, nella parte sinistra, vi è lo schizzo di una mezza figura femminile con bambino, la cui posa corrisponde a quella di Gesù nella variante finale. Nella parte destra sono riportate due figure nella stessa posizione che ritroviamo nella versione pittorica, ma Maria è presentata a figura intera. E qui è segnato il profilo centinato della tavola. Sul recto vi

  • una raffigurazione affine del gruppo della Madonna a figura intera con il Bambino. Il primo a notare il legame tra il disegno e il quadro fu Colvin (1911-12); Clark (1940) confrontò con la Madonna Benois il disegno a penna di Leonardo Madonna della fruttiera (Louvre, Parigi, inv. RF 486). Sono vicini alla Madonna Benois anche due disegni (recto e verso) provenienti dal British Museum di Londra (inv. 1856-6-21-1), nei quali l’artista elabora una analoga composizione centinata, con le figure della madre e del figlio che tiene in mano un gattino.

Nella Madonna Benois Leonardo ha sottolineato l’aspetto quotidiano della scena, fondandolo su osservazioni concrete dal vero: la giovane madre gioca con il figlio e si diverte a guardare come questi cerca di prendere in mano il fiore. L’immagine della Madonna è spogliata di qualsiasi forma di idealizzazione, i tratti del suo volto sono concreti, ed è vestita e pettinata secondo la moda dell’epoca. Allo stesso tempo Leonardo ha reso omaggio alla simbologia tradizionale: il fiore con quattro petali allude alla croce, alla futura crocifissione; non si tratta di un mughetto, come ritenevano Levi d’Ancona (1977) e Dalli Regoli (Leonardo e il leonardismo…1983), ma di un cardamine pratensis (“crescione dei prati” della famiglia delle “crucifere”).

Alle spalle di Maria ricade con ampie pieghe una tenda, simbolo del cerimoniale o della sfera celeste, che comunque viene percepita come una stoffa consistente che copre lo schienale della poltrona sulla quale è seduta la Vergine. Risulta difficile concordare con Pedretti (La Madonna Benois 1984, p. 21 nota), il quale considerava il quadro una possibile allegoria politica, essendo stato realizzato nell’anno della congiura dei Pazzi (1478), quando Leonardo aveva eseguito il disegno di uno dei congiurati, Bernardo Baroncelli, impiccato (Musée Bonnat, Bayonne). Pedretti riteneva che il Bambino guardasse non il fiore ma i balenii di luce attorno al gambo di questo che si riflettono sulla spilla appuntata sul petto di Maria: secondo Pedretti i balenii rotondi simboleggiano le palle, emblema della famiglia Medici. Innanzitutto non esiste alcuna sicurezza che si tratti di balenii di luce: i punti chiari sarebbero piuttosto dei boccioli chiusi. Inoltre non persuade che una tale ipotesi possa essere costruita su un dettaglio di secondo piano così poco visibile. La spilla che orna il vestito della Vergine, in cristallo trasparente entro una cornice di perle, potrebbe essere il simbolo della sua purezza.

  • opinione comune che la Madonna Benois si ispiri alla Madonna col Bambino di Andrea Verrocchio (Gemäldegalerie, Berlino), che fu maestro di Leonardo. Liphart (1922) indicò un legame tra la Madonna Benois e la Madonna Panciatichi di Desiderio da Settignano (Museo Nazionale del Bargello, Firenze): un rilievo che Liphart attribuiva a Francesco Ferrucci. Valentiner (1932) notò l’influsso delle opere di Desiderio da Settignano sui lavori di Leonardo; il suo parere fu condiviso da Passavant (1969).

La Madonna Benois è un’opera che aveva incantato i contemporanei, come dimostrano le numerose copie che ne trassero pittori italiani e olandesi; Gronau (1912) riporta una decina di repliche. Innanzitutto occorre ricordare la Madonna del garofano di Raffaello, che a sua volta sarà copiata più volte da altri maestri. Fino a poco tempo fa si riteneva che il quadro di Raffaello non si fosse conservato: oggi ne rivendica l’autencità un esemplare dalla National Gallery di Londra. La derivazione più affine alla Madonna Benois è la Madonna col Bambino e Giovanni Battista di Lorenzo di Credi (Staatliche Kunstsammlungen, Dresda). All’Ermitage è conservata una replica delle stesse dimensioni dell’originale (ma l’immagine è in controparte), attibuita ad ignoto maestro fiorentino del XV secolo, dove compare anche la figura di Giovanni Battista. Altre composizioni legate alla Madonna Benois sono la Madonna col Bambino della bottega di Joos van Cleve (Kulturhistorisches Museum, Magdeburgo), la Madonna col Bambino di Filippo Lippi (Galleria Colonna, Roma), la Madonna col Bambino della cerchia di Albertinelli (collezione di Lord Spencer, Altrop Park, Gran Bretagna), e altre. In alcuni casi i pittori combinavano motivi del quadro di Leonardo con prestiti da altri artisti: Zeri (1976), ad esempio, segnalò come il cosiddetto imitatore di Lippi-Pesellino nel suo tondo (Museo Statale di Arte Medievale e Moderna, Arezzo) unì figure prelevate da Leonardo con il Giovanni Battista preso in prestito da Lippi. E. Fahy attribuiva a Bernardino Fungai la Madonna col Bambino passata all’asta Christie’s (London, 14 dicembre 1990, lotto 5), notando che il Bambino e il braccio sinistro della Madonna risalivano (in controparte) alla Madonna Benois.

Dal catalogo realizzato da “Ermitage Italia”

Museo Statale Ermitage. La Pittura italiana dal XIII al XVI secolo - Catalogo della collezione -

A cura di Tatiana Kustodieva, Skira 2010

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Madonna BenoisSCHEDA INFORMATIVA

Periodo

Dal 1 al 30 giugno 2019

Sede

FABRIANO, (AN) Pinacoteca Bruno Molajoli

Piazza Giovanni Paolo II

Orari di apertura:

10 – 13 / 15 - 18

lunedì chiuso

Dal 10 al 16 giugno

10 – 23

lunedì aperto

Dal 17 al 30 giugno

10 - 13 / 15 - 20

Info

[email protected]

[email protected]

T. 0732 250658

La Pinacoteca Bruno Molaioli di Fabriano offre una qualitativa immagine della produzione pittorica fabrianese e centro appenninica dal ‘200 al ‘500, con rari aspetti della pittura romanica uniti agli organici cicli di opere dei maestri Allegretto Nuzi e Antonio da Fabriano, senza trascurare la collezione degli arazzi del XVI e XVII secolo.

Inoltre grazie alla donazione di Ester Merloni Duca è possibile ammirare opere di alcuni tra i più importanti protagonistidel ‘900 italiano nella collezione denominata “La casa di Ester”

  • Balla, De Chirico, Savinio, De Pisis, Turcato, Dorazio, Capogrossi, Burri, Fontana, Manzù, Mannucci, Afro, Arnaldo Pomodoro, Manzoni.

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XIII UNESCO CREATIVE CITIES NETWORK ANNUAL CONFERENCE

FABRIANO 10 - 15 GIUGNO 2019

Sarà ospitata a Fabriano dal 10 al 15 giugno 2019 la XIII edizione dell’Unesco Creative Cities Network Annual Conference, il più importante evento internazionale organizzato dal Network delle Città Creative UNESCO, la rete che riunisce i comuni del mondo che hanno identificato nella creatività un fattore strategico di sviluppo.

Con il coinvolgimento dei sindaci delle 180 città creative, del Segretariato UNESCO e di circa 500 ospiti tra delegati, istituzioni e personalità del mondo della cultura, l’evento - a cui è stato riconosciuto per la prima volta lo status delle grandi discussioni ONU con la denominazione di Conference – darà vita a un dibattito internazionale sulle sfide delle città nel XXI secolo: emergenza ambientale, intolleranza, perdita d’identità e sviluppo sostenibile.

Sindaci provenienti dalle città di tutto il mondo - dal Giappone agli Stati Uniti, passando per l’Iran, la Siria e i Paesi europei - discuteranno su come costruire insieme un futuro che sia ispirato ai valori condivisi di cultura, solidarietà e inclusione. Tra i partecipanti anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Al centro del confronto il tema della città come “Luogo Comune”- comunità di persone, frontiera di conoscenza, di accoglienza e di inclusione - e il concetto di “Città Antifragile”, una città che reagisce ai disastri naturali e alle violenze umane con determinazione e resilienza, capace di rinascere e anche di migliorarsi.

IL FORUM DEI SINDACI. Momento principale della Conference sarà, il 12 giugno, il Forum dei Sindaci: una giornata interamente dedicata al confronto tra gli amministratori delle città creative, con la partecipazione anche di rappresentanti dei Comuni esterni al Network, portatori di buone pratiche. L’appuntamento, moderato dal direttore del magazine 7 - SETTE Beppe Severgnini, darà vita a un dibattito sul futuro delle città, allo scopo di elaborare insieme proposte concrete nella prospettiva di una ridefinizione delle politiche e dei processi di urbanizzazione, alla luce degli obiettivi dall’Agenda ONU 2030.

PADIGLIONI DELLA CREATIVITÀ. Fabriano si trasformerà in un laboratorio a cielo aperto sulla creatività, ospitando nelle sue sedi storiche i sette padiglioni rappresentativi delle categorie in cui è suddiviso il Network: Design, Gastronomia, Musica, Cinema, Artigianato e Arti popolari, Media Arts e Letteratura. Ciascun padiglione avrà il compito di presentare la ricchezza e le peculiarità delle città che compongono il cluster attraverso molteplici strumenti tra cui immagini, prodotti e contenuti multimediali. Anche le altre città italiane del Network - Bologna, Torino, Parma, Roma, Alba, Carrara, Milano e Pesaro - collaboreranno a rendere più ambiziosi gli obiettivi dei padiglioni attraverso iniziative di cooperazione internazionale con i Comuni della rete.

Progetto speciale è il Padiglione RINASCO, uno spazio dedicato al racconto dei luoghi che hanno saputo reagire alle difficoltà innescando un circuito virtuoso. Il Padiglione ospiterà le città dell'Appennino insieme ad Haiti, Kobe (Giappone), Palmira (Siria), Aleppo (Siria), Mosul (Iraq) e Bamiyan (Afghanistan).

EVENTI CULTURALI. L’appuntamento sarà arricchito da un fitto calendario di eventi che contribuirà a trasformare la manifestazione in un’occasione unica per mostrare al resto del mondo il meglio del sistema italiano della creatività. Il programma culturale, impreziosito dalla prestigiosa esposizione del capolavoro giovanile di Leonardo La Madonna Benois presso la Pinacoteca comunale, offrirà numerosi appuntamenti che vedranno la partecipazione di importanti personalità dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Tra queste: il pianista e compositore Nicola Piovani, il musicista Paolo Fresu, il filosofo Massimo Cacciari e l’architetto Antonio Forcellino.

CITTÀ DELL’ORSA. La manifestazione uscirà dai confini di Fabriano con “Le città dell’Orsa”, il progetto che unirà i Comuni delle Marche, come in una costellazione, sotto il segno della creatività. I delegati dei singoli cluster si riuniranno l’11 giugno nelle diverse città alle quali, in pieno spirito UNESCO, è stata affidata una categoria creativa: ad Ancona il Cinema; ad Ascoli Piceno il Design; a Fermo l’Artigianato e le Arti popolari; a Macerata le Media Arts; a Pesaro la Musica; a Recanati la Letteratura e a Senigallia la Gastronomia. A partecipare anche Urbino, il cui centro storico è patrimonio UNESCO. Un grande evento riunirà poi in contemporanea le città coinvolte con iniziative diffuse nei teatri e nelle piazze, riprese e condivise grazie ad una sapiente regia e alle migliori tecnologie a disposizione.

Maggiori informazioni sull’evento sono disponibili al sito internet: www.unescofabriano2019.org

I NUMERI

180 città invitate

72 paesi interessati

5 continenti

9 città marchigiane coinvolte

400 rappresentanti delle città UNESCO

8 città italiane coinvolte nel progetto

7 categorie della creatività

7 padiglioni della creatività

1 padiglione RINASCO

oltre 30 eventi culturali

 

Testi e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


Sight mostra Antony Gormley isola di Delo

“Sight”: quando il contemporaneo si coniuga sapientemente all’arcaico

Sight mostra Antony Gormley isola di DeloIl sito archeologico di Delo si trova su un’isola greca che fu abitata a partire da più di cinquemila anni fa. Collocata nell’arcipelago greco delle Cicladi, è attualmente disabitata, benché meta di innumerevoli turisti e di ricercatori scientifici. I primi insediamenti si ebbero sul monte Cinto, l’area più elevata dell’isola, dal 2500-2000 a.C. al 69 a.C. quando il luogo smise di esser nodo centrale delle rotte commerciali nel Mediterraneo. I santuari, le case e tutta l’architettura locale richiamano la mitologia del luogo, rifugio di Leto che diede alla luce i figli gemelli di Zeus (Apollo ed Artemide) garantendo prosperità al sito.

Solitamente si tende a vedere le aree archeologiche come località immacolate ove il tempo sembra essersi congelato per riportarci ad un passato eterno e gli unici elementi moderni ammessi sono i cartelli museali con indicazioni storiche per finalità didattico-culturali. Invece questo territorio è stato insolitamente scelto per la mostra d’arte contemporanea dello scultore britannico Antony Gormley: sebbene ai più possa risultare una scelta bizzarra, la decisione di congiungere antico ed attuale è stata accolta all’unanimità da parte del Consiglio Archeologico Greco, primo caso del genere a trovare una simile entusiastica approvazione generale.

Frutto della collaborazione tra NEON, Eforato per le Antichità delle Cicladi e Museo dell'isola di Delo, il progetto “Sight” nasce proprio dalla volontà di entrare in sintonia con il sito che lo accoglie, con le statue, i templi, le piazze ed i paesaggi della suddetta isola del mar Egeo. Tra i suoi curatori vi sono la direttrice di NEON, Elina Kountouri, e la direttrice della Galleria di Whitechapel, Iwona Blazwick. L’artista coinvolto, Gomley, classe 1950, negli ultimi quarant’anni ha forgiato sculture ed installazioni che hanno rivisitato i canoni percettivi spaziali, sfidando la comune concezione del corpo umano. Studioso di archeologia, storia dell’arte ed antropologia, la sua passione per la cultura e la sua varietà lo spinse ad intraprendere un viaggio per l’Europa, il Medio Oriente e l’India al termine del quale decise di dedicarsi totalmente all’arte. Tali esperienze itineranti hanno inciso profondamente sulla sua scultura incentrata sul corpo, nelle sue posizioni e correlazioni col tempo e gli elementi.

Amministratore del British Museum (2007-2015), cavaliere per i servizi alle arti (2014), vincitore del Turner Prize (1994), del Premio Obayashi (2012), del Praemium Imperiale per la scultura (2013) e del Mash Award per l’eccellenza nella scultura (2015): ecco alcuni dei riconoscimenti ottenuti da Gomley. Posizionato al quarto posto tra le persone più influenti della cultura britannica secondo il Daily Telegraph, l’artista inglese afferma che il suo operato tenta di dar forma al luogo posto oltre l’apparenza imperante, trattando il corpo non come un oggetto bensì come uno spazio che rappresenti la condizione che accomuna gli esseri umani.

Sight mostra Antony Gormley isola di Delo
SIGHT | ANTONY GORMLEY, sito archeologico di Delo, 2019, © Oak Taylor Smith | Courtesy NEON; Eforato per le Antichità delle Cicladi & l'artista

Il suo obiettivo sull’isola è ripopolarla con corpi di ferro, riportando sul posto la presenza umana e la possibilità di nuovi incontri: ventinove statue realizzate negli ultimi venti anni, cinque delle quali compiute appositamente per l’occasione, vivificano i caratteri archeologici e geologici insulari. L’isola, ampia cinque chilometri per un chilometro e mezzo, si fonda su una storia ricca di mitologia, politica, religione, commercio e multiculturalità che ha dato origine ad un’identità sfaccettata e cosmopolita. I visitatori - già accingendosi ad arrivare sull’isola - scorgono una figura artistica posta in piedi su un promontorio di roccia della costa, una scultura della stessa serie è situata nel porto, un’altra sul monte Cinto ed altre sono inserite nei siti archeologici sparsi per il territorio. Le statue gormleyane, in pose erette o giacenti, assumono forme naturalistiche, astratte, cubiche: in tal modo appaiono e scompaiono tra gli elementi topografici inserendosi perfettamente fra di essi.

L’artista ha quindi reinterpretato il ruolo della scultura, mutando in aree empatiche di proiezione immaginativa le statue anticamente presenti in templi e piazze, creando così una connessione col tempo, lo spazio, la natura e la nostra memoria collettiva. Un viaggio temporale che fornisce un’esperienza singolare delle bellissime rovine immacolate locali, agevolando la lettura del passato. Una riflessione sulla nostra identità e sui legami estetico-cognitivi che ci correlano a chi ci ha preceduti. Il direttore dell'Eforato per le Antichità delle Cicladi, Demetrios Athanasoulis, ha asserito che l’antica magia del posto è stata intensificata dalla mostra, poiché non bisogna fermarsi alla constatazione dell’antica gloria ma riaffermare la nostra vitalità donando attualità al luogo.

La mostra conferma l’obiettivo di NEON, ossia quello di avvicinare al vasto pubblico la cultura contemporanea favorendone la comprensione ma anche la produzione nel territorio greco, senza alcun fine di lucro. Alla base di tale impegno vi è la ferma convinzione che l’arte contemporanea sia l’elemento cardine per la crescita e lo sviluppo territoriale; per tale motivo NEON collabora stabilmente con le istituzioni culturali per favorire l’accesso e l’interazione produttiva con l’arte contemporanea, promuovendo iniziative che stimolino il soggetto e la società nel suo complesso. Finalità condivisa con l’Eforato per le Antichità delle Cicladi, una sezione del Ministero della cultura e dello sport della Grecia che ha contribuito al progetto, in quanto responsabile del recupero, restauro e preservazione dei resti archeologici delle isole Cicladi.

Dunque, la scelta di adoperare un’area archeologica per ospitare un’installazione di arte contemporanea è risultata meno azzardata di quanto potesse apparire inizialmente. Inoltre, l’unico costo richiesto per la visione della mostra è quello necessario per l’accesso all’isola di Delos effettuabile dalle vicine Mykonos, Paro e Nasso. Un’occasione da prendere al volo, specialmente per coloro che nei prossimi mesi si recheranno in Grecia, culla della nostra civiltà.

SIGHT | ANTONY GORMLEY ON THE ISLAND OF DELOS

Date espositive: 2 maggio - 31 ottobre 2019, tutti i giorni dalle 08:00 alle 20:00.


Ultimi giorni per ammirare a Recanati il manoscritto originale de “L’Infinito”

Migliaia di visitatori sono venuti appositamente a Recanati in questi mesi per ammirare da vicino il componimento poetico più amato di sempre. È tornato a casa, dopo quasi 120 anni, il manoscritto de L’Infinito conservato a Visso, uno dei più celebri componimenti della storia della poesia firmato da Giacomo Leopardi. È esposto in via straordinaria a Villa Colloredo Mels ancora fino al 19 maggio nell’ambito dell’evento “Infinito Leopardi”, che celebra il bicentenario dalla sua stesura. Versi perfetti che aprono lo sguardo verso un orizzonte senza limiti, una terra senza confini, alla ricerca di un senso da dare alla vita. Il suo ritorno è stata una grande emozione per la città di Recanati e un momento storico.

Nel lungo ponte di aprile e primi di maggio Recanati e i suoi musei sono stati invasi da una colorata carica di turisti. Tantissimi i visitatori che hanno scelto la città marchigiana come meta ideale dove trascorrere qualche giorno di relax nel nome della cultura. Dall’inizio dell’anno i visitatori del circuito museale civico di Recanati sono stati 19.500, con un incremento rispetto allo stesso periodo del 2018 del 22%. In questo contesto si registra un ottimo gradimento della città e dei servizi offerti da parte dei visitatori.
Un successo grazie anche al biglietto unico che, al costo di 10 euro intero, 8 ridotto, permette la visita dell’interno circuito dei musei della città. Sono stati, inoltre, nelle ultime settimane, 700 i partecipanti all’Infinito experience, la visita teatralizzata ai luoghi leopardiani e al Colle dell’Infinito in compagnia di un attore che interpreta Giacomo Leopardi. Tra i luoghi visitati, il Colle dove il poeta compose L’Infinito.

“Infinito Leopardi” è un progetto promosso dal Comitato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario de L’Infinito di Giacomo Leopardi, istituito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MIBAC), con la partecipazione di Regione Marche, Comune di Recanati, Centro Nazionale Studi Leopardiani, Casa Leopardi, Centro Mondiale della Poesia e della Cultura, Università degli Studi di Macerata e Sistema Museo. La programmazione rientra nel Piano strategico unitario della cultura messo in campo dalla Regione Marche per valorizzare al meglio il patrimonio culturale locale, che individua nel 2019 l’anno di Giacomo Leopardi sostenendo gli eventi ad esso collegati.

Un flusso continuo di eventi ed appuntamenti imperdibili, quali mostre, spettacoli, conferenze, pubblicazioni, interesserà la città di Recanati per tutto il 2019 per festeggiare i 200 anni dell'Infinito di Leopardi.
Fino al 19 maggio sono visitabili due mostre. La prima, a cura di Laura Melosi, direttrice della Cattedra Leopardiana presso l’Università degli Studi di Macerata, dal titolo “Infinità / Immensità. Il manoscritto”, vedrà la riscoperta del patrimonio leopardiano dei manoscritti di proprietà del Comune di Visso, attraverso la rilettura attenta di essi e la loro esposizione straordinaria a Villa Colloredo Mels insieme all’autografo de L’Infinito, cuore simbolico del progetto. Strumenti multimediali ne accompagnano la visione, la comprensione e consentono l’approfondimento della storia che lo ha condotto fino a noi. Un’operazione che permetterà di mettere a punto un modello espositivo a rotazione nelle sale del museo civico del corpus leopardiano di documenti, manoscritti e cimeli del poeta, appartenenti alla collezione del Comune di Recanati. Un percorso intrapreso nel dicembre 2017 attraverso un viaggio nelle sale di Villa Colloredo Mels alla riscoperta del patrimonio leopardiano che torna definitivamente, dopo molti anni, a disposizione di tutta la cittadinanza, dei turisti e degli studiosi.

Con “Mario Giacomelli. Giacomo Leopardi, L’Infinito, A Silvia”, a cura di Alessandro Giampaoli e Marco Andreani, si porta in mostra la sequenza fotografica al centro di uno dei capitoli più affascinanti e meno indagati della storia della fotografia italiana del dopoguerra e dei rapporti tra letteratura e fotografia. Saranno esposte A Silvia, il celebre foto-racconto ispirato all’omonima lirica di Leopardi, nella sua versione originale del ’64, di cui fino ad oggi si erano perse le tracce e in quella del 1988, insieme con la serie de L’Infinito per dare modo al pubblico di fare un confronto e avere uno spaccato della straordinaria evoluzione stilistica di Giacomelli nel corso degli anni.

Le celebrazioni continuano dal 30 giugno al 3 novembre 2019 (inaugurazione prevista il 29 giugno, giorno in cui cade il compleanno del poeta recanatese), con due mostre che ruotano intorno all’espressione dell’infinito nell’arte, “Infiniti” a cura di Emanuela Angiuli e “Finito, Non Finito, Infinito” a cura di Marcello Smarrelli, per un percorso sensazionale dall’epoca romantica a oggi.

www.infinitorecanati.it

FOTO: Courtesy of Press Office


L’istantaneo e impulsivo rituale di Simone Mussat Sartor

Simone Mussat Sartor ci accompagna all’interno dei suoi tre progetti esposti dalla galleria Alberto Peola (Torino) al The Phair di Torino: Ss129, Cloud (2018) e Gambe (2011-in corso). I tre lavori riverberano in pieno lo spirito del fotografo che lui stesso pone tra virgolette. Lo strumento utilizzato è sempre un iPhone, che, di fatto, a centottant’anni dalla nascita della fotografia (complici in positivo anche le Polaroid) è ormai diventato il simbolo della fotografia istantanea e ‘a portata di tutti’.

La sua arte è istintiva, impulsiva, con scatti spesso in movimento. Le sequenze riprodotte si agganciano ad altre sequenze con ciclicità e continuità, il cui atto ripetuto per l’artista torinese classe 1972 porta a contrassegnare la fotografia come un rituale.

Fotografo solo con il telefono. Non sono un fotografo, non saprei neanche usarla una macchina fotografica; utilizzo uno strumento che ormai è fotografico a tutti gli effetti, con un’inquadratura più o meno simile perché non mi interessa l’ossessione del cavalletto.

Nel progetto Same Place Project (lo stesso luogo, nel quale confluiscono Ss129 e Cloud) utilizzo la fotografia come mezzo per comunicare un concetto, un mio punto di vista, ovvero quello di rimanere sullo stesso posto, che può essere una stessa piazza, una stessa strada o una stessa città e, attraverso lo strumento fotografico, mostrare come passa il tempo, come cambiano le situazioni e quello che succede: non sono io a muovermi ma ciò che sta attorno”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Cloud (2018). Same Place Project. 25 fotografie, cm 108x133

 

 

Ss129: 90 cancelli in ripresi frontalmente dalla stessa statale, dietro ai quali si aprono strade sterrate, uniti in una ripetitività sempre diversa che permette di cogliere dettagli altrimenti non percepibili.

Ss129 è una statale sarda che unisce Nuoro a Oristano, nella quale io ho fotografato un centinaio di cancelli che hanno come sfondo il mare, le montagne, il cielo e svariati paesaggi perché mi interessa mostrare un aspetto non sempre così evidente; quello, ad esempio, di una strada statale lungo la quale lo sguardo di chi guida solitamente non percepisce un paesaggio differente”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Cloud (2018). Same Place Project. 25 fotografie, cm 108x133

Cloud: Copenaghen, Louisiana Museum of Modern Art. L’opera è una “nuvola” nera di microfoni, riprodotta in 25 scatti fotografici, attorno alla quale si muovono solo i passi dei visitatori accompagnati dal variare della luce.

L’opera è di un’artista indiana; questo ammasso di microfoni l’ho trovato molto interessante come figura e mi sono fermato due ore a fare una serie di fotografie, come molte volte mi capita.

In questo caso l’opera, stando immobile, interagisce sia con il tempo ma anche con lo spazio e con le persone che si muovono attorno ad essa”.

Simone Mussat Sartor Same Place Project
Simone Mussat Sartor. Gambe (2011-on going). Fotografia, cm 26,5x26,5

Gambe: un’enciclopedia tutt’ora in continuo aggiornamento di gambe di donne in movimento riprese quasi sempre nell’atto di allungare il passo. Ritagli affiancati in formato quadrato che generano un senso di movimento e istantaneità a chi li osserva; quasi un’opera futurista. Dalla piccola cittadina Torinese al mondo intero.

Gambe è progetto iniziato per me da quando esiste l’iPhone, ovvero dal 2008. Ho iniziato come mi capita spesso per caso a fotografare gambe in giro per Torino, la città in cui vivo. Adesso ho 4000 scatti di archivio di gambe fotografate ovunque in ogni parte del mondo.

Trovo molto interessante l’aspetto ‘democratico’ delle gambe: non c’entra niente la bellezza tout court che noi conosciamo bene perché delle gambe che camminano sono sempre belle. Ed è questo il motore generatore che mi spinge a fare questa cosa, un po’ voyeuristica forse, ma alla fine il mio è un omaggio”.

Presso la Galleria Alberto Peola Arte Contemporanea (Via della Rocca 29, Torino – www.albertopeola.com) fino al 18 maggio è visitabile la mostra Memorie private di Simone Mussat Sartor, venti abbinamenti di tre istantanee che hanno come soggetti invariabili Zoe, Nina e Phoebe – 10, 17 e 7 anni, le figlie dell’autore. A cura di Marco Rainò.


Fo.To. – Fotografia a Torino: un mese e quasi cento mostre fotografiche

Sulle prime pagine del programma di Fo.To., novantuno numerini rossi sulla pianta di Torino accompagnano dal 3 maggio fino al 16 giugno un pubblico di amatori, appassionati ma anche di professionisti e collezionisti, verso un itinerario di mostre fotografiche che si snoda dal centro alle periferie, dalle grandi fondazioni alle piccole associazioni, passando per biblioteche e studi fotografici indipendenti (il fitto palinsesto è consultabile al link: www.fotografi-a-torino.it).

Fo.To. fotografia Torino
Giuseppe Scellato, Vezo, gli ultimi pescatori nomadi del Madagascar (Phlibero Aps)

La kermessenon vuole essere un progetto esclusivo, di un unico curatore, ma di tanti. È un progetto di forte valenza ‘anarchica’; in questa rassegna non ci sono persone che stabiliscono cosa sia o cosa non sia la fotografia” commenta Andrea Busto, direttore del Museo Ettore Fico, organizzatore del progetto.

Dopo il grande successo della prima edizione (100.000 visitatori per 81 sedi), quest’anno sono 91 le realtà coinvolte nell’ecclettico progetto.

Michele Pellegrino, Persone (Spazio Don Chisciotte)

Fo.To. vuole proprio contraddistinguersi per la sua volontà di dare voce a qualunque realtà che si occupi di fotografia, creando così una rete cittadina all’interno della quale sono annodate mostre indipendenti per orari, tematiche e allestimenti (e una Notte Bianca, l’11 maggio, con aperture straordinarie fino a tarda ora)

A trent’anni dalla Biennale Internazionale di Fotografia a Torino, Fo.To. offre un interessante spunto di riflessione su cosa sia la fotografia di oggi. Le ‘cinquanta sfumature di grigio’ esistono ancora, così come i canoni della Fotografia; tuttavia la fotografia oggi è anche Instagram, perché, in fondo, ognuno di noi ha in tasca una macchina fotografica che può anche telefonare.

Valeria Sangiorgi, Narrazioni (CSA Farm Gallery)

Un forte passo verso l’’emancipazione’ dall’appuntamento autunnale di Contemporary Art Torino Piemonte, soprattutto con l’inaugurazione dell’innovativa The Phair (Photography-fair - fiera della fotografia), in scena all’ex Borsa Valori.

Andrea Busto, Direttore del Museo Ettore Fico, ha anche risposto ad alcune domande per ClassiCult.

Come nasce l’idea ‘anarchica’ di Fo.To.?

L’idea nasce fondamentalmente dal fatto che la fotografia permette l’utilizzo di mezzi espressivi molto diversi. Di conseguenza, ci sono anche modi di intendere la fotografia, pensieri diversi di leggere la fotografia, di realizzarla, di fare critica e di esporla. Per cui mi è sembrato questo un modo completamente “libero” che non mi sembrava il caso di incastrare all’interno di alcun paletto, decidendo quindi di lasciare un programma libero, una proposta libera. È diventata così una kermesse, un festival, una rassegna, chiamiamolo come lo si vuole, ma libero. Ed è per questo che la risposta è stata enorme: 91 partecipazioni in città, che per me è un gran successo. E Vedendo la qualità delle fotografie esposte, ci sono anche delle mostre di altissimo livello.

Talvolta si rischia con il passare degli anni e l’affluenza maggiore di alterare lo spirito delle prime edizioni. Qualche anticipazione sulle rassegne future?

Un progetto vincente è un progetto che si evolve, quindi sicuramente ci saranno delle novità per l’anno prossimo, non posso ancora anticiparle, ma ci sono dei progetti molto forti, anche di internazionalizzare questa kermesse, quindi non lasciarla soltanto a Torino ma farla uscire. Questa settimana ho degli appuntamenti con dei curatori di altre fiere, kermesse e altri festival, non solo europei ma anche extraeuropei.

Fo.To. fotografia Torino
Lina Fucà, Daniele Gaglianone, Paolo Leonardo, Solo da bambini (Fondazione Merz)

balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera

Scoperta a Matera la più grande balena fossile del mondo

Scoperta a Matera la più grande balena fossile del mondo

Nello studio coordinato da Unipi nuovi importanti dati sul gigantismo estremo dei mammiferi marini

 

Lo scheletro fossile di un’enorme balena scoperto nel 2006 nel Comune di Matera, sulle rive del lago artificiale di San Giuliano, torna ora al centro dell’attenzione grazie a uno studio appena pubblicato sulla rivista internazionale Biology Letters, edita dalla prestigiosa Royal Society di Londra. La ricerca ha coinvolto i paleontologi Giovanni Bianucci, Alberto Collareta, Walter Landini, Caterina Morigi e Angelo Varola del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, Agata Di Stefano del Dipartimento di Scienze Biologiche Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania e Felix Marx del Directorate Earth and History of Life, Royal Belgium Institute of Natural Sciences di Bruxelles.

balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera
Scavo dello scheletro fossile di Balaenoptera cf. musculus sulle rive del lago di San Giuliano, Matera (foto G. Bianucci).

“I caratteri morfologici del cranio e della bulla timpanica, che è una parte dell'orecchio interno che serve ad amplificare i suoni – afferma Giovanni Bianucci che ha preso parte allo scavo e ha coordinato lo studio del reperto - rivelano le forti affinità tra la balena di Matera e l’attuale balenottera azzurra (Balaenoptera musculus), confermate anche dalla stima della lunghezza massima dell’animale che superava i 26 metri. Si tratta del più grande fossile di balena mai descritto e, forse, della più grande balena che abbia mai solcato le acque del Mar Mediterraneo. Questo dato è importante non solo perché ci permette di inserire questo fossile nei Guinness dei primati, ma anche, e soprattutto, perché l’aumento estremo delle dimensioni è uno degli aspetti più interessanti dell’evoluzione”.

Confronto tra la bulla timpanica della balenottera azzurra attuale e della balena fossile di Matera con in evidenza i caratteri simili (foto e composizione di F. Marx e G. Bianucci).

Il gigantismo è, infatti, un fenomeno che è comparso e si è affermato, in maniera indipendente e in tempi diversi, in molte linee evolutive di vertebrati. Al di là di un generico vantaggio che le grandi dimensioni potrebbero aver dato ad una specie nella competizione con quelle di taglia più piccola, molti aspetti del fenomeno restano oscuri. In particolare, negli ultimi anni l’attenzione dei ricercatori si è focalizzata sul gigantismo estremo evoluto dai misticeti, quei cetacei che nel corso della loro evoluzione hanno sostituito i denti con i fanoni per filtrare dalla massa d’acqua i piccoli organismi di cui si nutrono.

Cranio in veduta dorsale della Balaenoptera cf. musculus di Matera con in evidenza le parti conservate (foto del cranio di Akhet s.r.l.; disegno e composizione di G. Bianucci e F. Marx).

Questi mammiferi marini, comunemente noti come balene, hanno il proprio rappresentante più spettacolare proprio nella balenottera azzurra, che può superare i 30 metri di lunghezza e le 180 tonnellate di peso, attestandosi dunque come il più grande animale, in termini di massa, mai comparso sulla Terra. Tra le possibili cause del gigantismo dei misticeti ipotizzate da studi recenti va ricordata la pressione selettiva esercitata dai grandi predatori marini del passato, come Livyatan melvillei (un parente del capodoglio trovato fossile in Perù) e lo squalo gigante Carcharocles megalodon, che avrebbe avvantaggiato le balene più grandi e quindi meno vulnerabili agli attacchi. Anche il progressivo raffreddamento del pianeta potrebbe aver favorito l’enorme aumento della taglia delle balene. In particolare, la messa in posto delle calotte glaciali contribuì alla ridistribuzione di cibo nei mari concentrandolo soprattutto in quelli polari. Molte balene si spostarono a loro volta in queste aree fredde per nutrirsi, dovendo tuttavia compiere lunghi viaggi stagionali per tornare a riprodursi nelle acque calde tropicali. In questo caso la pressione selettiva avrebbe favorito le balene più grandi perché in grado di immagazzinare una quantità maggiore di risorse energetiche per affrontare le lunghe migrazioni.

balena di Matera Balaenoptera cf. musculus di Matera
Ricostruzione artistica di Balaenoptera cf. musculus di Matera (disegno di Alberto Gennari).

“Poiché tutte le balene fossili sono molto più piccole delle enormi balenottere attuali – spiega Alberto Collareta - fino ad oggi i modelli macroevolutivi hanno sostenuto che il gigantismo dei misticeti fosse un fenomeno molto recente, originatosi durante il periodo Quaternario, coincidente con gli ultimi due milioni e mezzo di anni. Questa idea ha trovato supporto in studi recenti che, attraverso modelli macroevolutivi, sostengono che l’estremo gigantismo dei misticeti sia un fenomeno limitato agli ultimi 2-3 milioni di anni. Un punto debole di queste ricerche consiste però nel fatto che i resti fossili di misticeti risalenti agli ultimi milioni di anni sono molto scarsi e pertanto l’ipotesi della recente accelerazione nell’aumento della taglia si basa prevalentemente sulle dimensioni gigantesche delle balene attuali”.

Evoluzione della taglia dei misticeti nel tempo geologico. In evidenza la balena di Matera e tre misticeti fossili del Perù utilizzati per ridefinire il trend evolutivo (grafico modificato da Graham J. Slater e colleghi; disegno di B. musculus di Carl Buell).

Lo studio della balena di Matera porta un contributo fondamentale per chiarire gli aspetti ancora oscuri di questi importanti processi evolutivi. Le analisi dei microfossili associati alla balena, condotte da Agata di Stefano e Caterina Morigi, hanno infatti fornito una datazione compresa tra 1,49 e 1,25 milioni di anni fa, all'interno di un intervallo temporale (il Pleistocene inferiore) relativamente vicino al presente, in cui il record fossile dei cetacei è quasi inesistente o quanto meno non accessibile poiché le rocce che ne potrebbero contenere i resti fossili si trovano in gran parte ancora nei fondali marini.

“Inserendo i dati ottenuti dallo studio preliminare della balena di Matera e di altri reperti recentemente rinvenuti in Perù nei modelli macroevolutivi più largamente accettati – afferma Felix Marx - si è scoperto che l’estremo gigantismo dei misticeti è un fenomeno più antico di quanto si pensasse e che l’aumento delle dimensioni è stato probabilmente più graduale di quanto prima teorizzato”.

“Considerato il profondo impatto che i misticeti hanno avuto sull’evoluzione degli ecosistemi marini a scala globale, nonché la loro fondamentale influenza nel foggiare la struttura ecologica degli oceani moderni – conclude Giovanni Bianucci - conoscere in dettaglio questi processi evolutivi è di fondamentale importanza per decifrare le dinamiche evolutive dell'ambiente marino e i delicati equilibri delle comunità biologiche dell'oceano globale e quindi anche per capire quali potrebbero essere gli effetti dovuti alla scomparsa di questi giganti del mare. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che la balenottera azzurra, dopo essere riuscita a sopravvivere con successo per oltre un milione di anni, è stata portata sull’orlo dell’estinzione da soli cento anni di caccia spietata da parte dei balenieri e ancora non sappiamo come la sua definitiva scomparsa potrebbe cambiare il delicato equilibrio naturale di cui fa parte”.

 

Testo e immagini dell'Università di Pisa