ConsagraInnovationHub teatro di Pietro Consagra a Gibellina

ConsagraInnovationHub, Gibellina: nuova vita al Teatro di Pietro Consagra

La nuova vita del Teatro incompiuto di Pietro Consagra a Gibellina: nascerà il ConsagraInnovationHub

L’idea progettuale di 65 milioni di euro ammessa al bando del Ministero per il Sud

GIBELLINA (TP). Senza angoli retti, un unico movimento fluido, morbido, che nelle intenzioni di Pietro Consagra sarebbe dovuto diventare un’opera di Architettura Frontale, un teatro aperto al territorio, una scultura vivente e abitabile, con piani curvi e continui, che comunicava compattezza. Consagra avviò la costruzione del Teatro di Gibellina nel 1989, più di vent’anni dopo il terremoto che distrusse il Belìce, ma il progetto non fu mai completato e la struttura è rimasta incompiuta, enorme, divenendo un simbolo solitario, impossibile da dimenticare. Nei giorni in cui cade il 54° l’anniversario del sisma e a 33 anni dall’inizio dei lavori, diventa concreta la nascita del ConsagraInnovationHub. È stata infatti ammessa al bando che finanzia Interventi di riqualificazione del territorio del Ministero per il Sud, l’idea progettuale che regalerà una nuova vita al teatro incompiuto di Pietro Consagra.

ConsagraInnovationHub teatro di Pietro Consagra a Gibellina
La nuova vita del Teatro incompiuto di Pietro Consagra a Gibellina: nascerà il ConsagraInnovationHub

Due anni fa, il Comune di Gibellina ha inaugurato la strada a doppia corsia che faceva parte del progetto originario, attraversa il teatro e lo collega a piazza Beuys; ma per completare il progetto di Pietro Consagra e rendergli un ruolo sul territorio, servono fondi imponenti: pochi giorni fa l’idea progettuale del ConsagraInnovationHub ha superato il primo step [decreto n. 319 del 30 dicembre 2021] ed è stata ammessa al mega bando del Ministero per il Sud e la Coesione territoriale: 265 le idee progettuali presentate e 171 quelle ammesse che procederanno il loro percorso verso il finanziamento. Il bando è diretto a Interventi di riqualificazione e rifunzionalizzazione di siti per la creazione di ecosistemi dell’ innovazione nel Mezzogiorno per i quali sono stati stanziati 350 milioni di euro in cinque anni. Il ConsagraInnovationHub di Gibellina è un progetto enorme, legato al territorio e che proprio sulla Valle del Belìce avrebbe una ricaduta importante in termini di lavoro, impegno, innovazione e rinascita; prevede un investimento di 65 milioni di euro e mira a trasformare il Teatro in incubatore e aggregatore di energie, interventi di ricerca e potenziamento del capitale umano, sostegno ai giovani ricercatori, servizi alle imprese che decideranno di insediarsi nell’area ZES del Comune di Gibellina.

ConsagraInnovationHub teatro di Pietro Consagra a Gibellina
La nuova vita del Teatro incompiuto di Pietro Consagra a Gibellina: nascerà il ConsagraInnovationHub

Per il sindaco di Gibellina, Salvatore Sutera, “questo è solo l’inizio di una grande scommessa per completare finalmente una grande incompiuta e restituire alla sua giusta fruizione uno dei più importanti interventi al mondo di architettura frontale realizzata da Pietro Consagra. Sarà un grande gioco di squadra, che mette in campo eccellenze progettuali: guardo avanti con fiducia, sperando che questo progetto possa realizzarsi; lo proporremo comunque come priorità nelle svariate misure attivate dal nuovo Pnrr”.

ConsagraInnovationHub teatro di Pietro Consagra a Gibellina
La nuova vita del Teatro incompiuto di Pietro Consagra a Gibellina: nascerà il ConsagraInnovationHub

Al progetto del ConsagraInnovationHub stanno lavorando importanti partner, con capofila il Parco scientifico e tecnologico della Sicilia, con il Comune Di Gibellina, il CNR e l’Università di Catania, Its Emporium di Castellamare del Golfo, Therreo, Ett Solution, il Consorzio interuniversitario di Firenze, la Fondazione Orestiadi, Studio Mario Cucinella, Club di prodotto Terre della Valle del Belice, la Rete Museale Belicina, il Cresm Società Cooperativa, Laboratorio Restauro Teri, G55 Comune di Partanna. L’attività di coordinamento per la presentazione della manifestazione d’interesse è stata realizzata da Giampiero Cappellino della Therreo srl.

La nuova vita del Teatro incompiuto di Pietro Consagra a Gibellina: nascerà il ConsagraInnovationHub

Ogni partner coinvolto nel ConsagraInnovationHub potrà dar vita a proprie attività: centri di ricerca, sperimentazione e trasferimento di metodologietecnologiche, laboratori di ricerca applicata in ambito ITC per la valorizzazione dei beni culturali, una sala per conferenze e teatro attrezzata con traduzione in simultanea, aree dedicate all’Alta formazione (ITS e universitaria), aree di servizio (uffici amministrativi, Server Farm o Data Center), un incubatore di imprese ICT per la valorizzazione dei beni culturali.

Un altro passo di Gibellina verso un sistema che punta sulla restituzione di bellezza al territorio belicino, senza dimenticare la sua naturale vocazione ad attirare flussi turistici: a luglio scorso la riapertura del MAC, il museo intitolato a Ludovico Corrao, ha già attirato migliaia di visitatori accorsi per scoprire la più imponente collezione di arte contemporanea del Mezzogiorno d’Italia.

La costruzione del Teatro

La costruzione del Teatro a Gibellina fu avviata da Pietro Consagra nel 1989. Da allora si sono susseguiti gli appalti, nel 1989, 2004, 2011 e 2016; i lavori si sono fermati più volte, le ditte sono cambiate una dopo l’altra, fino al 2017 quando (due anni dopo la morte dell’artista) la struttura in cemento armato, definita in tutte le sue parti, fu messa in sicurezza. L’anno successivo, nel cinquantesimo anniversario del terremoto che rase al suolo il Belice, la gente di Gibellina entrò per la prima volta nel Teatro dalla storia infinita, complice un grande architetto come Mario Cucinella, che oggi sta lavorando alla musealizzazione del Cretto di Burri.

La nuova vita del Teatro incompiuto di Pietro Consagra a Gibellina: nascerà il ConsagraInnovationHub

Testo, video e foto dall'Ufficio Stampa MLC Comunicazione.

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qui rido io mario martone De Filippo Eduardo Scarpetta

Qui rido io e I fratelli De Filippo: una "casuale" saga cinematografica

Qui rido io e I fratelli De Filippo:

la "casuale" saga cinematografica

dei giganti del Teatro italiano

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Le vicende familiari della dinastia Scarpetta - De Filippo sono ben note a storiografi e amanti del teatro: tra figli legittimi e illegittimi, beghe giudiziarie e un talento che scorre imperterrito nel sangue superando le differenze di status, la realtà sembra assumere le caratteristiche di un dramma che potrebbe benissimo essere stato scritto da Eduardo (Scarpetta o De Filippo, poco importa). Era lecito aspettarsi che prima o poi questa storia venisse trasposta sul grande schermo; meno prevedibile, invece, che essa venisse scissa in una coppia di film girati da due tra i migliori registi del panorama italiano e usciti in un lasso di tempo molto breve.

Qui rido io di Mario Martone è stato tra i protagonisti della stagione autunnale appena conclusasi: nelle sale a partire dal 9 settembre scorso e in home video dal 5 gennaio, il lungometraggio ha come fulcro l'annosa bagarre tra Eduardo Scarpetta e Gabriele d'Annunzio a proposito del comicissimo Il figlio di Iorio, parodia de La figlia di Iorio, opera del Vate. I fratelli De Filippo, girato invece da Sergio Rubini, è rimasto in sala per soli tre giorni (dal 13 al 15 dicembre) per poi approdare su Rai Uno in prima serata il 30 dicembre 2021; in esso si racconta invece la vicenda di Titina, Peppino ed Eduardo, figli non riconosciuti di Scarpetta, e della loro ascesa a leggende del teatro. Due storie complementari, dunque, che arrivano perfino a sovrapporsi nella seconda metà dell'uno e nel primo quarto dell'altro.

Uno dei punti di giunzione tra i due lungometraggi è infatti il personaggio di Eduardo Scarpetta: protagonista nel film di Martone e personaggio secondario in quello di Rubini, il patriarca della grande dinastia teatrale è al centro di due performance estremamente differenti (anche in termini di screen-time), ma entrambe in grado di elevare il livello del film.

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La locandina del film Qui rido io di Mario Martone, prodotto (2021) da Indigo Film, Rai Cinema, Tornasol e distribuito da 01 Distribution

In Qui rido io Toni Servillo ci regala uno Scarpetta istrionico, in precario equilibrio tra un'esistenza tragica e la necessità di far ridere il proprio pubblico; un padre-padrone di scarsa tenerezza e grande severità, sul quale si basa tutta la vicenda (e di conseguenza l'intero film).

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Un fotogramma tratto da Qui rido io
La locandina del film I fratelli De Filippo di Sergio Rubini, prodotto (2021) da Marco Balsamo, Pietro Peligra, Maria Grazia Saccà, Agostino Saccà per Pepito Produzioni, Nuovo Teatro, RS Productions, con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution

Nell'opera di Rubini l'attore è interpretato da un immenso Giancarlo Giannini, che gli dà una connotazione ben più ombrosa, un'aria truce che non lo abbandona nemmeno quando sul palcoscenico veste i panni del personaggio-feticcio Felice Sciosciammocca: lo Scarpetta di Giannini non è amorevole né romantico, anzi finisce per apparire quasi un boss in grado di manovrare a proprio vantaggio i fili della propria famiglia e dell'intera città. O, perlomeno, di lasciare intendere che sia così. Sebbene appaia solo nei primi minuti, la sua ombra si stenderà sui tre nipoti-figli per il resto della pellicola, fino a che essi non saranno in grado di emanciparsene con le proprie forze.

Un fotogramma tratto da I fratelli De Filippo

I fratelli De Filippo è infatti una storia di formazione corale, che si sviluppa lungo svariati decenni e coinvolge non solo i tre protagonisti (interpretati dai semiesordienti Mario Autore, Domenico Pinelli e Anna Ferraioli Ravel), ma anche il nutrito cast di comprimari, tra i quali spiccano un inedito Biagio Izzo in versione tetra e Marianna Fontana, curiosamente già apprezzata in Capri-Revolution di Martone.

Biagio Izzo e Marisa Laurito in un fotogramma tratto da I fratelli De Filippo

Per contro, Qui rido io si concentra sugli anni della querelle legale tra Scarpetta e d'Annunzio, che il regista fa coincidere con il declino dell'attore e della sua maniera di fare teatro. I due film differiscono profondamente anche sul piano emotivo: Martone, come suo solito, osserva i personaggi attraverso una lente discreta, asettica, quasi consapevole del latente voyeurismo dello spettatore; nessuno dei personaggi sembra richiedere pietas, nemmeno lo stesso Scarpetta/Servillo. Rubini, al contrario, cerca l'emozione e l'empatia: basti pensare al commovente finale, che presenta un gioco registico studiato appositamente per indurre alla lacrima. E va bene così.

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Un fotogramma tratto da Qui rido io

A ben vedere, la differenza d'approccio è riscontrabile anche nel lato tecnico dei due film, in particolare nel modo in cui i registi raccontano la città di Napoli: in entrambe le pellicole la città non è solo quinta scenica, ma protagonista silenziosa e forza motoria alla base di qualunque azione dei protagonisti. Martone la racconta con il suo solito occhio discreto, asettico, con una studiata lontananza che finisce per far brillare i vicoli silenziosi, gli interni affollati, i teatri in penombra: anche quando non la si vede, si ha sempre la consapevolezza di essere a Napoli, in un'epoca lontana ma non troppo. Rubini adotta invece un linguaggio più classico, che spesso indulge al panorama facile, agli angoli pittoreschi, al Vesuvio sfumacchiante, senza mai, va specificato, scadere nel già visto: fanno eccezione le molte citazioni visuali di capolavori come L'oro di Napoli, richiamati con affetto e discrezione mediante il ricalco di alcune inquadrature.

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Un fotogramma tratto da Qui rido io

I due film sono, insomma, prodotti molto diversi non solo sul piano tecnico ed estetico, ma anche nell'essenza cinematografica; tuttavia essi trovano la propria comunanza nella passione e nell'affetto che hanno alla base. Tanto lo Scarpetta di Martone quanto i tre De Filippo di Rubini non sono eroi, né hanno la piena consapevolezza di quanto potranno, in futuro, divenire fondamentali per la storia del Teatro; al contrario, tutti e quattro combattono contro il pregiudizio, contro la necessità imposta dall'arte di evolversi continuamente rimanendo se stessi. Da questo punto di vista, entrambe le pellicole mostrano una Napoli in continuo fermento, dove le mode fanno presto a rendersi antiquate e chi si ferma, cristallizzandosi in un'idea di teatro fattasi già vecchia in pochi mesi, è perduto. A soffrirne sarà principalmente Scarpetta (sia nell'uno che nell'altro film), ma anche Eduardo, Titina e Peppino dovranno sottostare a una gavetta fatta di molte sconfitte e pochi trionfi.

Un fotogramma tratto da I fratelli De Filippo

L'aderenza alla realtà dei fatti è un altro elemento che unisce i due lungometraggi: le licenze, che pure ci sono, più che a piegare la Storia alla trama servono semmai a corroborare il rapporto tra il personaggio e il valore (o disvalore) che esso incarna. Stranamente, la “vittima eccellente” di queste licenze è tutte e due le volte Eduardo De Filippo: all'occhio più attento non sfugge che entrambi i registi l'abbiano in qualche modo caricato di una malcelata preminenza, sia su suo padre (in Qui rido io, dove è ritratto come un bambino prodigio) che sui suoi fratelli (nel film di Rubini è visto come il più colto e lungimirante dei tre). Pur non trovando particolari riscontri nelle fonti, l'affetto nutrito dal pubblico per il grande commediografo fa perdonare facilmente queste libertà.

Un fotogramma tratto da I fratelli De Filippo

Pur molto diversi tra loro, Qui rido io e I fratelli De Filippo sono senza dubbio tra i prodotti più interessanti del 2021 e finiscono per costituire una saga cinematografica che, pur casuale, non può non rinverdire negli spettatori l'affetto per dei giganti del Teatro italiano, lasciandoli commossi e soddisfatti.

qui rido io mario martone De Filippo Eduardo Scarpetta
Un fotogramma tratto da Qui rido io

Foto e video del film Qui rido io di Mario Martone da 01 Distribution, foto e video del film I fratelli De Filippo di Sergio Rubini da 01 Distribution.


Sarah Kane Blasted Dannati Tutto il teatro

Di fughe e di dannati, anime alla deriva: un assaggio di Sarah Kane

Di fughe e di dannati, anime alla deriva: un assaggio di Sarah Kane

Cosa succederebbe se, fin dall’infanzia, fossimo educati esclusivamente ai valori della violenza e della bestialità? Quando sei un’amante delle litterae, cerchi di vedere sempre oltre i tuoi limiti umani, la voglia in tasca di occupare spazi della mente non tuoi. Dentro le storie si è ciechi, solitamente serve sempre un terzo o un quarto occhio che ti mostri che stai sbagliando, che dovresti uscirne e slacciarti dallo stato di oppressione e sofferenza in cui ti ritrovi ogni volta che vorresti essere un protagonista.

Capita di amare profondamente qualcuno, tanto che ad un certo punto senti la necessità di riemergere perché si è imparato qualcosa di sconvolgente, perché è la trasformazione viscerale che spaventa l’uomo e lo pone ad affrontare le sue dannazioni. La visione della realtà subirebbe, così, un’alterazione tale da disinvestire emotivamente il livello di umanità e assimilarlo a quello di bestie: così facendo, si vivrebbe in una società consumata da bestie feroci, cannibali della propria rabbia, brutalità fisica e spregiudicatezza, ognuno escluso dall’altro, senza relazioni ed intimità, in un massacro che esalta il vacuo. In realtà, a ben pensarci, non è uno scenario così distante da alcune vicissitudini di guerra a cui siamo, ormai, abituati ad assistere quotidianamente, perché, come dice John Keats, siamo «anime alla deriva»[1].

Dannati (Blasted) di Sarah Kane è contenuto nella raccolta Tutto il teatro (2000), pubblicata da Giulio Einaudi editore nella collana Collezione di teatro, con traduzione di Barbara Nativi e introduzione di Luca Scarlini. Foto di Rosa Gadaleta

Se lo chiede anche la drammaturga britannica Sarah Kane, uno dei volti del In-Yer-Theatre, che a 23 anni scrive la sua prima pièce, priva di ogni moralità, fortemente aggressiva, vicina alle tavole borghesi del teatro giacobita e forte dell’influenza di personalità teatrali come Edward Bond. Nata nel 1971, debutta giovanissima con la trilogia di monologhi Sick nel 1994 che nel gennaio dell’anno seguente viene messa in scena al Royal Court di Londra per la regia di James Macdonald, con titolo Blasted.

In seguito Sarah Kane si cimenta nella creazione di altre drammaturgie: una riscrittura della tragedia greca euripidea, Phaedra’s love (Londra, Gate Theatre, 1996), Cleansed (Regia James Macdonald, Londra, Royal Court, 1998) e Crave (Regia Vicky Featherstone, Edimburgo, Traverse Theatre, 1998). Nel festival dedicato al drammaturgo tedesco Georg Buchner, poi, i due testi di Phaedra’s love e Woyzeck ottengono una rappresentazione al Gate Theatre.

Nel 1995 viene invitata a comporre la sceneggiatura di Skin, cortometraggio diretto da Vincent O’Connell e prodotto da Channel 4. Il suo ultimo lavoro 4.48 Psychosis, rappresentato postumo al Royal Court Theatre per la regia di James Macdonald nel giugno 2000, è il testamento di vita e di morte: Sarah Kane, dopo aver terminato quest’opera, tenta fallimentarmente un primo suicidio a seguito di un'overdose di compresse antidepressive, ricoverata in ospedale riuscirà nel suo intento nel febbraio del 1999.

La giovane venne ritrovata impiccata in uno dei bagni dell'ospedale. Il suo suicidio venne in seguito giustificato con disturbi psichiatrici che compromisero effettivamente la salute mentale di Kane, afflitta da angoscia e tormentata da un'insoddisfazione della realtà che l'aveva condotta irrimediabilmente a soffrire di depressione.

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Sarah Kane Dannati Blasted Tutto il teatro
Dannati (Blasted) di Sarah Kane è contenuto nella raccolta Tutto il teatro (2000), pubblicata da Giulio Einaudi editore nella collana Collezione di teatro, con traduzione di Barbara Nativi e introduzione di Luca Scarlini

Dal plot di Blasted, in italiano Dannati[2] (presentato in Italia per la prima volta al Festival Intercity di Sesto Fiorentino nel 1997, per la regia di Barbara Nativi), che costituisce il debutto di Sarah Kane sulla scena londinese nel 1995, critici e spettatori restano inorriditi. Opinioni contrastanti contornate da un fortissimo battage mediatico e, a fase alterne, il menzionare quel «gran banchetto di oscenità» (espressione adottata dalla critica del tempo) che lascia intendere come non sia stata immediatamente compresa l’intenzione di parallelismo con le violenze subite dai bosniaci durante la guerra.

Blasted non è facile da guardare, tantomeno favorisce un’immediata immedesimazione nei personaggi o nella storia. L’obiettivo di Sarah Kane è di mettere il pubblico di fronte a una realtà che preferirebbe evitare, nel modo più audace, crudo ed esplicito possibile, è cercare di porre in primo piano la brutalità fisica e sessuale, operando un «confronto tra gli stupri perpetrati nel testo e quelli di massa ammessi dalla politica serba nell’ottica di una pulizia etnica»[3], abusi che, differentemente a Bosnia e Cina, vengono adottati come arma di guerra per degradare le donne musulmane.

Le realtà della guerra vengono molte volte nascoste, anche deliberatamente, così come per le riprese della guerra del Vietnam che hanno indirizzato il pubblico americano contro di essa alla fine degli anni '60 e all’inizio degli anni '70. La guerra è ripulita per un pubblico “civile”. Molte persone non vogliono nemmeno sapere cosa succede veramente in guerra, cosa fa veramente alle persone. Vogliono che la guerra sia un affare giusto ed eroico, come in quasi tutti i film di guerra. I film di guerra sono propaganda sciovinista e disonesta che presenta la guerra come sfondo per narrazioni eroiche sul bene che trionfa sul male.

Kane voleva mettere il pubblico di fronte all’orribile realtà della guerra, volendo far vedere che è radicata nella violenza quotidiana delle nostre vite private. Forse uno dei motivi per cui non vogliamo sapere com’è veramente la guerra è che inconsciamente ci si rende conto di quanta violenza è accettata nelle nostre fantasie domestiche e civili, quella che chiamiamo “vita normale”. La violenza e il trauma sono l’involucro in cui ognuno di noi si stratifica. Blasted fa luce su molte cose o molte sfaccettature diverse di una certa tematica: definisce come la violenza politica del mondo pubblico si rispecchi nella violenza domestica del mondo privato, il ciclo di vittimizzazione che porta le vittime a diventare carnefici, creando sempre più vittime – e quindi più carnefici – e come ognuno di noi è una vittima, un passante e un carnefice. Riguarda l’uso e l’abuso del potere.

Lo stupro è di fatti il fulcro dell’intero dramma e in Blasted, Kane rappresenta il modo in cui si evidenziano tali episodi per consolidare l’idea dello stupro come arma per eccellenza con cui si rafforza il divario sociale tra uomini e donne non solo nel mondo moderno, ma dagli albori delle civiltà. Si esaspera una nuova prospettiva del “rape in general”, fenomeno trans-storico che coagula le pratiche di violenza nei confronti delle sole vittime femminili, riproducendolo mediante vere scene di stupro fisico, vividamente descritte e rappresentate dal corpo maschile femminilizzato prima in Ian e poi nella vittima Cate. Così facendo, va rinforzando il binario oppositivo uomo-donna e il gap sociale, oltre che storico, del silenzio dello stupro: nelle scene dell’opera ciò che colpisce maggiormente non è la pura cruda violenza in sé per sé, attorniata dalle considerazioni su guerra, questioni di genere e società in arresto cardiaco, bensì l’insistenza esplicita, quasi coinvolgente, in cui il pubblico si trova ad assistere. Nei quattro diversi atti si assistono a quattro modalità differenti di stupro, un’insistenza che genera un senso di disfunzionalità intima.

Di seguito l'articolo prosegue con dettagli della trama e del finale. 

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Carlo Vanoni: un narratore di arte contemporanea che fa letteratura

Da poco è uscito il nuovo libro di Carlo Vanoni, precisamente un romanzo, pubblicato sempre con la casa editrice Solferino. Naturalmente, si sta facendo riferimento a I cani di Raffaello.

Carlo Vanoni
La copertina del romanzo di Carlo Vanoni, I cani di Raffaello, pubblicato da Solferino (2021) nella collana Narratori 

Per chi non lo conoscesse, Vanoni è un bravissimo critico d’arte contemporanea, un curatore di mostre, uno storico dell’arte, che vive a Milano e qui ha ideato il BienNoLo, la Biennale d’arte milanese. Ha portato a teatro spettacoli di grande successo, come per esempio L’arte è una caramella e I migliori quadri della nostra vita. Eppure, in questa sede privilegiata, si farà riferimento ad un po’ tutta la produzione scritta di Vanoni e a quell’abilità di particolare rilievo che ha questo critico esperto d’arte contemporanea. Sarà certamente un compito arduo, ma necessario perché è incompleto parlare di Vanoni scrittore, senza citare il Vanoni narratore. Che scriva bene è ineccepibile, ma che sia un bravo narratore e divulgatore è la ragione per cui sia anche un bravo scrittore. Perciò si deve partire di qui.

 

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Con la Solferino, ha pubblicato in tutto tre libri, di cui l’ultimo, che ha sempre l’arte come elemento fondamentale, come storia principale, come magistra vitae, un po’ come nella sua intera produzione. Il romanzo in questione, il primo dello scrittore, parla per l’appunto di un professore d’arte contemporanea all’Università Ca' Foscari di Venezia, dove il giovane Vanoni ha affrontato i suoi studi in Sociologia e, poi, in Conservazione dei Beni Culturali. La storia non è affatto male, specie perché tocca tematiche delicatissime, ma quello che davvero colpisce e fa breccia nel lettore non è tanto il contenuto, quanto il modo con cui è trasmesso. E quell’inserire abilmente l’arte negli aspetti del quotidiano, fino a confondere i due aspetti. Ecco che meglio si comprende la sua bravura, questa sua capacità (affatto comune) di scrivere d’arte, mentre parla di tutt’altro. Anche solo la passeggiata sovrappensiero per le strade di una città può diventare un escamotage per parlare di arte, perché essa è così tanto radicata nel comune, nel quotidiano, che non può sfuggire agli occhi di un cercatore di tesori come Vanoni. Quindi, partire dal solito, per giungere all’insolito, all’inaspettato, come se ogni scusa fosse buona per parlare d’arte, innanzitutto contemporanea.

La copertina del libro di Carlo Vanoni, A piedi nudi nell’arte. Una passeggiata alla scoperta dei capolavori antichi e moderni, pubblicato da Solferino (2019) nella collana Tracce

E mai come adesso si avverte la necessità di qualcuno che ci spieghi che l’arte non ci deve necessariamente commuovere, che è un allenamento intellettuale, un modo in linea con i tempi per spiegare la contemporaneità:

«Oggi tutto è diventato arte – scrive Vanoni nel suo libro A piedi nudi nell’arte, pubblicato sempre con Solferino nel 2019 – tranne l’arte contemporanea: quella per molta gente non lo è ancora».

E allora questo critico in jeans tenta di spiegarcela, e ce la spiega con semplicità, in modi che difficilmente si possono scordare o possono risultare incomprensibili. Per esempio, non scorderemo che abbia conquistato una giovane, intelligente quando avvenente commessa, parlando di Duchamp!

Carlo Vanoni
La copertina del libro di Carlo Vanoni, Andy Warhol era calvo, pubblicato da LINEA edizioni (2016)

È una tecnica puramente narrativa che usa anche per i suoi articoli brevi, scritti per conto della rivista ArteiN World, per la quale ha una rubrica che si intitola Andy Warhol era calvo. 2500 battute in totale libertà sull’arte, talvolta 5000, che si rivelano un viaggio appassionante e inedito nel mondo dell’arte, adatto ad esperti e a profani. Alcuni di questi articoli, Vanoni li ha raccolti nel suo primissimo libro (pubblicato con LINEA edizioni), che ha lo stesso titolo della sua rubrica, creando un piccolo e innovativo saggio sull’arte contemporanea. Anche qui parte dalla sua quotidianità e, mentre è sotto l’ombrellone, nel bel mezzo della calura estiva, ci viene a parlare di Anish Kapoor, mentre è ad un party esclusivo rinuncia ad una donna preda del suo fascino per spiegare che l’arte non deve far commuovere ad un gruppo di testardi festaioli. Che poi la donna gli sia sgusciata via è stato motivo di rammarico, ma così va nel mondo quando si vuol fare giustizia!

Carlo Vanoni
La copertina del libro di Carlo Vanoni, Ho scritto t’amo sulla telapubblicato da Solferino (2020) nella collana Tracce

Rende l’arte il motore del racconto, quasi accidentale materia di narrazione, una digressione quasi inaspettata. Unisce la cultura alta alla popolare, e lo fa con il cipiglio del giornalista culturale. Usa un linguaggio immediatamente comprensibile, per parlare di qualcosa di altamente complicato. E con Vanoni quella materia magmatica che è l’arte ci pare quasi più comprensibile. Possiamo avvicinarci ad essa con maggiore consapevolezza, con il proposito di lasciarci stupire. Questo suo primo romanzo non sarà il libro migliore, però continua su questa scia. Probabilmente, quello in cui meglio ha manifestato questa sua dote e, quindi, il miglior libro a parere di chi vi scrive, è Ho scritto t’amo sulla tela. Una storia dell’arte tascabile, adatta a tutti i tipi di lettore, perfino a chi di arte non si è mai interessato, e scritta dal punto di vista di chi ha amato e conosciuto le tante donne di alcuni dei quadri più famosi, fino all’oggi, al contemporaneo. Ed è un amore contagioso il suo, ci fa quasi desiderare di poter viaggiare nei secoli e amare ogni donna dipinta. Un viaggio nell’arte che non può non conquistare innanzitutto noi. Un po’ come accade sempre, leggendo questo bravissimo narratore.

Caravaggio, Suonatore di liuto (1596-7 circa), olio su tela (100×126,5 cm) Wildestein Collection in prestito al Metropolitan Museum of Art, New York. Foto Flickr di Rodney, CC BY 2.0

Edipo La serata a Colono Elsa Morante

La serata a Colono, l'Edipo di Elsa Morante

La serata a Colono, l'Edipo di Elsa Morante

Alberto Moravia Elsa Morante La serata a Colono Edipo
Alberto Moravia ed Elsa Morante a Capri negli anni quaranta. Foto in pubblico dominio

Il 18 agosto 1912 nasce a Roma la scrittrice Elsa Morante. Moglie di Alberto Moravia, sposato nel 1941, con cui avrà una storia viscerale e sofferta, esordisce con la raccolta di racconti Il gioco segreto. Durante un lungo soggiorno a Capri, riprende in mano Menzogna e sortilegio saga familiare, dove insanabile è il contrasto fra realtà e illusioni, un volume di oltre 700 pagine partorito poi nel 1948, che la celebrerà con il premio Viareggio. Nel 1957 vince il Premio Strega, L’Isola di Arturo, romanzo nel quale ormai si delinea la sua scrittura poetica e realistica, con personaggi umili e di impatto che, come lei, scardinano il sistema conformistico per svelare il senso di un’umanità incompiuta. È nota per altre pubblicazioni come i racconti de Lo scialle andaluso e l’epopea collettiva La Storia, uscito tardo nel 1974 dopo un faticoso lavoro.

Busto di Sofocle al Museo Pushkin. Foto dell’utente Wikipedia ShakkoCC BY-SA 3.0

Nel 1968 Elsa Morante pubblica una rielaborazione dell’Edipo a Colono con il titolo La serata a Colono, che compare nel volume Il mondo salvato dai ragazzini, diviso in tre sezioni (Addio - La commedia chimica - Canzoni popolari) che raccoglie opere di vario tipo. Il sottotitolo «parodia»[1], così definito dalla stessa Morante, è un termine che allude al serio e al ridicolo, spiegato nel suo significato letterario – etimologico come controcanto o canto parallelo.

Edipo a Colono, Incisione di Antoine- Alexandre-Theodore Giroust. Iconographic Coll. folder 6357. Immagine Wellcome Images di Wellcome TrustCC BY 4.0

Una parodia amara, in cui la scrittrice ricerca l’autonomia dal mito, contaminandolo con varianti originali, concetti esistenziali e culturali di cui i personaggi sono portatori. Il testo, destinato alla sola lettura, è calato nella contemporaneità in un modo assai più tragico di quello sofocleo. Atto unico, modellato sull’influsso teatrale di Artaud: una città sconosciuta del centro-sud d’Italia, la scena si apre in un ospedale moderno (più precisamente siamo nel corridoio del reparto neuro-deliri, al piano terra), un Edipo cieco e malato di demenza senile e Ninetta, una “bambinetta”, fedelissima al padre, solo da lui chiamata Antigone:

 

EDIPO

[…] un vecchio accattone, ammasso di miserie infami, che invece d’occhi ha due coaguli di sangue,

accompagnato da una zingarella semibarbara e di pelle scura

/ come lui

 

povera guaglioncella malcresciuta per colpa della sua nascita, che in faccia ha i segni dolci e scostanti delle creature

di mente un poco tardiva.[2]

 

Edipo e Antigone sono gli unici due personaggi di questo dramma insieme al terzo grande personaggio, il Coro; gli altri sono comparse. L’azione viene spostata negli anni ’60, quindi più che memori eroi della tragedia classica, sono uomini dei nostri tempi. Edipo, un vecchio logorroico (parla in un linguaggio sovrabbondante, fastidioso ma allo stesso tempo evocativo), è esibito in un personaggio delirante (il tema del delirio è il coagulante dell’opera) alla ricerca del suo essere re, ma alla fine si abbarbica alla decadente ambizione della solennità.

Ninetta è, al contrario, una fanciulla semicolta, dall’aspetto quasi barbaro-popolare, che parla una lingua dialettale[3], come uno dei ragazzi di Pasolini. Si trova ad assistere, come Arturo, alla caduta del mito paterno. Si fronteggiano un padre e una figlia, un uomo anziano dell’età di 63 anni e una giovanissima di 14 anni. Ninetta ha qualcosa di Nunziata, la sposa bambina che Wilhelm porta sull’isola e che seduce il figlio Arturo con la sua conoscenza intuitiva della vita e dei suoi valori. Antigone è una F.P., cioè una dei felici pochi[4], ancora una vergine in senso religioso.

Il coro ha un’importanza fondamentale, perché ha il ruolo di commentare con frasi senza senso, al limite del surrealismo e del nonsense: il coro è il simbolo di un’opinione pubblica svuotata e divorata da se stessa, senza più parametri di giustizia sociale. Il dramma inizia proprio con questo coro di corpi folli e malati, che non hanno più nessun autocontrollo.

 

CORO

E la casa, kaputt! Buon giorno come va? Buon giorno come va? Su quattrocentocinquanta concorrenti – Fuoco! – Buon giorno come va? Lei non ha rispettato il segnale di stop – Io non devo pensare non devo pensare

Su quattrocentocinquanta concorrenti – Il cuore si è fermato. Io non devo pensare non devo pensare non devo pensare non devo pensare non devo pensare –

Perché la pasta era scotta. Un momento. Posso fare un grande respiro per favore? Grazie. Un momento. Adesso va meglio. E la casa, kaputt! Buon giorno come va?

Siamo tutti militari!!! Un momento la tibì – perché quando l’ostia sanguina è un segno d’importanza. – Lei che vuole da me?! Un momento un momento un momento. Un momento. Un momento.

Che atto notarile? Il cuore si è fermato – Buon giorno come va? – Con la maschinenpistole. Lago Tana siamo in Africa Siberia fortino in Africa – Voglio andare con la Vespa tutta una tappa come al Giro – Fuoco! – Posso respirare per favore? Grazie. Ne taglio un pezzo? Sti bei ricordi di gioventù Bambi Disney, Un momento un momento. Per ragioni di sicurezza. – Qua c’è un olografo con data successiva. – Con la maschinenpistole. Lunedì sera.

Li conosci tu gli scheletri americani?

Ahia! Ahia! A TLATELOLCO. Lei che vuole da me?! Un momento un momento – Posso fare un respiro, per favore? Grazie. Adesso va meglio – Io non devo pensare non devo pensare.[5]

 

Tra le novità della scrittrice c’è l’introduzione di moderni personaggi che hanno il compito di attualizzare la vicenda: tre guardiani, rappresentanti del potere, il cui esercizio è debole; due portantini; una suora, alla cui cura è affidato il paziente, ma si rivela una donna ipocrita e un po’ cinica, perché finge un amore caritatevole che non corrisponde alla realtà; un medico, un personaggio assolutamente negativo, in quanto rappresenta una scienza lontana che non presta servizio alle reali necessità dell’uomo malato. Il Guardiano legge il referto medico con cui Edipo è già stato ricoverato e congedato da un precedente ospedale psichiatrico e che la figlia porta con sé credendolo un miracoloso lascia passare.

Nel referto Edipo viene catalogato secondo criteri clinici e sociologici; dall’altro lo stesso profilo di Edipo è fornito dal punto di vista di Ninetta con un’amorosa arringa difensiva. Il referto medico porta su di sé tutti i segni dell’emarginazione e della caduta (vecchio, cieco, malato, drogato, alcolizzato, pazzo). Il referto viene descritto con lo stesso stile linguistico con cui Edipo parlerà: stereotipi verbali, citazioni classiche, manierismi ecc.

Edipo, però, non è solo una vittima, ha avuto un potere, ha combattuto in guerra, ha compiuto atti di violenza. Un padre che non è solo pazzo, drogato o alcolizzato ma ha letto tutti i libri, dice Antigone, è un poeta, come poeti pazzi sono quelli citati dalla Morante alla fine della Serata a Colono, Allen Ginsberg e Friedrich Hölderlin. Un poeta che vive nella sua agonia una crisi devastante di realtà, proprio come si percepiva la Morante in quel momento della sua vita. Questa proiezione di Elsa in Edipo, e poi in Antigone, è dimostrato in alcuni punti del testo dove vi sono rimandi letterari al mito. Ad esempio quando compare il medico per visitare Edipo, questi lo scambi per Teseo di Atene; appena il vecchio si rivolge con queste parole, il dottore si trasforma proprio in Teseo di Atene e gli risponde con le parole di Sofocle.

 

EDIPO (rivolto in direzione del DOTTORE) Chi sei tu?

Mi pare di riconoscerti Alla corona d’oro

Che porti…

 

 

IL DOTTORE (irrigidendosi d’improvviso come un fantoccio di legno,

e con una voce sincopata e meccanica, ti timbro diverso dalla sua di prima)

Io sono

il re di questo paese. Anch’io ti riconosco alle orbite svuotate e

/sanguinose dei tuoi occhi

o punitore di te stesso, disgraziato figlio di Laio.

da molti mi è stata riferita la tua storia, con la notizia del tuo prossimo arrivo.[6]

 

Questo Edipo si chiede se la maledizione esista per davvero, ripercorre la sua stirpe, cita i nomi di Laio e del padre prima di lui: un uomo senza pace, assurge a figura chiave dell’uomo contemporaneo, che ha perso il sonno e le certezze, reduce di un lunghissimo pellegrinaggio, preferisce il delirio all’ipocrita sanità. Allo stesso modo quando per la prima volta in ospedale arriva una suora, Edipo la accoglie con le parole con cui, nell’Edipo a Colono, annuncia l’arrivo di Ismene.

 

EDIPO (seguitando c.s.)

… La riconosco! Antigone? Non è proprio lei? Non è la tua sorella maggiore

la mia figlietta più grande, la mia Ismene?...

 

LA SUORA (c.s. annuendo in fretta – in un sorrisetto malizioso e ammonitore verso Antigone – e con la sua voce naturale, appena un po' caricata)

Sí, sí sono io! eccomi qua! sono proprio la figlia vostra Ismene! eccomi qua![7]

 

Tra padre e figlia c’è una prossimità fisica, una vicinanza dei corpi, un riconoscimento fisico, ma il dialogo è qualcosa di impossibile. Ecco perché Morante definisce il testo un “monologo”, sebbene in realtà ci siano ben due monologhi, uno di Antigone che canta e celebra la realtà nelle sue forme più elementari, nella sua infinita ricchezza, nella sua varietà, nella sua alternanza di morti, di gioia, di sofferenza; per gran parte della serata Antigone cercherà di rispondere alle domande angosciose di Edipo, «Chi sei tu, che stai là davanti, abbaiando con / tre bocche e un corpo solo?»[8]; la bambina avrà il compito di rispondere al delirio del padre con una parvenza di realtà consolatoria familiare a tratti celebrativa e giocosa. Il primo esempio:

 

EDIPO

Queste traversate enormi di tanti equatori

mi s’alternano con un’altra nausea: le misure piatte d’un insetto che cammina dentro una crepa.

non voglio più davanti questo muro sbieco di calce screpolata tutto strisciato di macchie e ronzante

di parole…Che lingua parlano? Dove mi trovo?!...

Dove m’avete portato?!

 

ANTIGONE

Quello non è un muro pa’

Quella

è una bella cancellata di rose

che voi non dovete stare a credere all’impressione vostra che quella è tutta la frebbe che vi fa confondere

le cose e i rumori ma perché quella

pa’ è la frebbe che ve li fa confondere.[9]

 

Ecco il secondo esempio:

 

EDIPO

Dove siamo?...

 

ANTIGONE (con voce spaurita e cantilenante)

Siamo

sotto a un bel chioschetto di piante pa’

dentro a una bella piazza forestiera che mica lo so come sia chiamata che è

forestiera

e qua questa piazza è formata tutta di bei giardini che alle sere adesso

è tutta una grande luminaria con le giostre e le orchestrine e gli induvini e i carretti!

e tutte cose! e ci sta pure un teatrino di pupazzi come giù a Pescheria e pure le montagne russe con le auto elettriche di tanti colori

e ci sta pure la lotteria con le strazioni dei premi e ci sta una folla di gente che compra tutte cose e passa e ripassa e discore con la famiglia

e s’attruppa e scherza con l’amichi e si diverte e va e viene.[10]

La serata a Colono Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi Elsa Morante Einaudi
La serata a Colono di Elsa Morante è contenuta nella raccolta Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi. Nell'immagine, l'edizione Giulio Einaudi Editore con prefazione di Goffredo Foti, pubblicato (2012) nella collana Letture Einaudi

A questa Antigone si affida il messaggio stesso dell’opera: rappresenta ancora una volta la nobiltà dell’offerta di fedeltà ad un padre ingrato. Alla fine Antigone è innalzata quale figura, sbiadita rispetto alla tradizione del mito, più vicina alla saggezza tipica dell’uomo moderno e con quel fare ieratico del modello originale: è colei che sente dal cuore e con il cuore e che esprime l’immagine più giusta del senso della vita. L’opera è stata rappresentata la prima volta il 17 febbraio 2013, per la regia di Mario Martone, al Teatro Argentina di Roma. Martone ha dichiarato che si tratta del testo «più misterioso e inafferrabile mai avuto tra le mani, indefinibile già nella forma, […] una drammaturgia da grande avanguardia del 900»[11].

Edipo a Colono Sofocle
Oltre alla serata a Colono di Elsa Morante, la tragedia di Sofocle ha ispirato molte altre opere, come questo dipintoEdipo a Colono, opera del pittore francese Fulchran-Jean Harriet (1778-1805), olio su tela (1798) conservato presso The Cleveland Museum of Art, Cleveland, Ohio, Mr. and Mrs. William H. Marlatt Fund 2002.3, immagine CC0 1.0

La serata a Colono di Elsa Morante

NOTE

[1]  «Parodia» perché è un intreccio di fonti e citazioni, non solo prese da Sofocle, ma anche dall'Inno ebraico dei morti, dalle Istruzioni alle reclute, dalla Bibbia, dai Veda, infine citazioni da Torquato Tasso; ancora dalle poesie di Allen Ginsberg e di Marina Cvetaeva, dai poeti della beat generation, naturalmente da Hölderlin. Inoltre il termine attiva un’altra memoria, interna al sistema narrativo della Morante, nel precedente romanzo dell’Isola di Arturo (1957). Verso la fine della vicenda il protagonista Arturo segue suo padre fino alle soglie del penitenziario dell’Isola di Procida per cercare di scoprire il segreto che si cela dietro quest’uomo che ai suoi occhi è un essere venerato, irraggiungibile e misterioso come un Dio. Fa una scoperta a dir poco scioccante: il padre è impegnato in un colloquio amoroso con uno dei carcerati, che ai messaggi appassionati di amore risponde con un insulto terribile, «vattene parodia!». In quel momento esatto, Arturo, ascoltando tali parole, fa due esperienze opposte e ugualmente traumatiche: la prima, vive la caduta del mito paterno; la seconda, scopre un nuovo tipo di affetto che lo lega al padre nel momento in cui questo ai suoi occhi non è più una divinità intangibile, ma un povero schiavo d’amore umiliato e respinto. Qualcosa di simile accade in Serata a Colono. Cfr. FOFI in MORANTE 2012, p. V-XI.

[2] Cfr. MORANTE 2012, p. 63.

[3] Straordinaria invenzione morantiana, un dialetto di italiano popolare contaminato da una specie di italiano inventato, mescolato a vari dialetti dell’Italia centro-meridionale che si contrappone alla lingua dell’istituzione. A volte sembra che la bambina parli una sorta di dialetto napoletano che proietta una luce sulla dimensione del sud d’Italia. Cfr. FORNARO 2012a, pp. 149-152.

[4] A differenza dei I.M., Infelici Molti, i felici pochi sono ragazzini e ragazzine che hanno conservato l’innocenza, lo stato di natura, il candore e l’ignoranza non ancora intaccati dalla irrealtà del potere, dalle convenzioni sociali, e che per questo sono gli unici candidati possibili per salvare il mondo. Fofi chiarisce così il progetto morantiano di poesia come politica: «[…] “I ragazzini”, si vedranno costretti a far fronte all’ignominia della Storia – alla criminale cecità del Potere, alla sua capacità di piegare i corpi e ottundere le coscienze e alle tentazioni così pervasive di servirlo, di entrarne a fare parte sia pure da servi – […]. Il drago dell’irrealtà ha mille volti, spesso i più lusinghieri, e l’accettazione di quest’indegnità finisce sempre per coinvolgere i più, per farne degli Infelici. […] Gli Infelici Molti sono, nella visione di Elsa Morante, anzitutto gli adulti – gli accettanti. I Felici Pochi sono, tra i nuovi, coloro che sapranno vedere e di conseguenza agire, con la convinzione che quanto dà senso e dignità alla nostra esistenza è combattere il drago.» FOFI in MORANTE 2012, p. X.

La canzone degli F.P. e degli I.M. è presente nella terza parte del volume Il mondo salvato dai ragazzini, suddivisa in tre parti. MORANTE 2012, pp. 131-157.

 

[5]Cfr. MORANTE 2012, pp. 39-40.

 

[6] Cfr. MORANTE 2012, p. 57.

[7] Cfr. MORANTE 2012, pp. 74-75.

[8] Cfr. MORANTE 2012, p. 52.

 

[9] Cfr. MORANTE 2012, p. 55.

[10] Secondo la studiosa morantiana Concetta D’Angeli, questi tentativi di parlare al padre sono definiti «favole di consolazione». Cfr. MORANTE 2012, p. 62.

[11] L’intervista integrale è presente sul sito http://www.teatrodiroma.net/doc/2228/mario-martone.

 

La serata a Colono di Elsa Morante

BIBLIOGRAFIA

ALONGE, Antigone volti di un’enigma. Da Sofocle alle brigate rosse, Bari 2008.

BELARDINELLI – GRECO, Antigone e le Antigoni, Milano 2010.

BUTLER, Antigone’s Claim. Kinship Between Life and Death, New York 2000. Traduzione italiana a cura di Isabella Negri: La rivendicazione di Antigone. La parentela tra la vita e la morte, Torino 2003.

DI NICOLA, Nostalgia di Antigone, Torino 2010.

FORNARO, Antigone. Storia di un mito, Roma 2012a.

FORNARO, L’ombra di Antigone dal nazismo agli “anni di piombo”, Tübingen 2012b.

MORANTE, La serata a Colono, in Ead. Il mondo salvato dai ragazzini, Torino 2012, pp. 35-108.

 

La serata a Colono di Elsa Morante

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Pentesilea Penthesilea Kleist Achille

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

Nel 1806, Heinrich Von Kleist abbandona il suo “posto fisso”, il suo incarico sicuro e ben retribuito a Königsberg, per potersi dedicare anima e corpo alla letteratura. I grandi scrittori non hanno molta scelta, obbligati come sono dalla loro vocazione, ma certamente Kleist non visse male questa necessità, considerato il suo reiterato odio nei confronti della burocrazia e di quel lavoro alienante. Tale avversione e un effettivo malessere, legato alla sua salute cagionevole, lo indussero nell’agosto di quell’anno a dichiarare i suoi problemi di salute e un assoluto bisogno di riposo. E in quella libertà scrisse la Pentesilea. Ci vollero quasi due anni perché, durante quel periodo detentivo, il suo capolavoro vedesse la luce, ma noi moderni non possiamo che essergli grati.

Pentesilea Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist
Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist, autore della tragedia Pentesilea / Penthesilea. Immagine tratta dalla rivista Die Gartenlaube (Ernst Keil, Lipsia, 1858, p. 221), in pubblico dominio

Protagonista della sua opera è proprio la regina delle Amazzoni, ma il poeta prussiano non ha voluto riproporre la versione ufficiale del mito, ma una minore, passata sotto silenzio e riconducibile alla persona di Tolomeo Chenno, scrittore greco vissuto a cavallo tra l’età traianea e adrianea. In questa versione poco nota non è Achille a risultare vincitore nel duello con Pentesilea, bensì l’amazzone. Insomma, un enorme scarto rispetto ad una tradizione ben consolidata che vedeva l’inaffondabile Achille ancor una volta trionfante, prima della sua disfatta. Eppure, tra tutte le novità introdotte da Kleist, probabilmente questa risulta essere la meno audace.

Però, prima di addentrarci nelle particolarità della tragedia, è bene specificare che non si tratta di un’opera femminista. Il suo autore non ha voluto rappresentare una donna combattente, forte, militaresca per spingere le sue lettrici e spettatrici ad immedesimarsi e ad imitare per quanto possibile l’oggetto della sua opera più bella. In tanti sono caduti in questo inganno, dimenticando che Kleist, da uomo del suo tempo, ritenesse che una donna dovesse innanzitutto essere una moglie e una madre. Non una comandante forte, combattente e autonoma, ma nulla più di quello che la società già le riservava.

Achille e Pentesilea su una kylix attica a figure rosse (470-460 a. C.), opera del Pittore di Pentesilea, ritrovata a Vulci e conservata presso lo Staatliche Antikensammlungen di Monaco di Baviera, Inv. 2688 (= J 370). Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
E Kleist presenta, un po’ come facevano i Greci, due mondi antitetici, ma li rappresenta come due esempi sbagliati. Se le Amazzoni sono donne guerriere, spesso etichettate come “vergini”, totalmente avverse alla logica della guerra ma solamente interessate a fare prigionieri per perpetrare la propria stirpe, i Greci sono l’incarnazione della logica guerriera, finalizzata alla conquista di terre e alla soppressione dei nemici. In questo frangente, Ulisse finisce con diventare simbolo assoluto della ragione e Protoe, fedele alleata di Pentesilea, rampollo della genia amazzonica e del loro fine prettamente biologico.

Ad emergere sin dai primi versi, quindi, è la disapprovazione nei confronti di tutto ciò che si allontana dalle loro visioni, rappresentato splendidamente dell’amore dissoluto e insensato tra Achille e Pentesilea. Queste due figure emblematiche dell’antichità rendono talamo la battaglia stessa, la guerra un luogo erotico, dominato da giochi di potere e di dominazione. E sono, infatti, i corpi a lanciarsi in questa sfida, ad inseguirsi, a scontrarsi, paragonati ad animali feroci, forze della natura incontrollabili, esseri dominati dal puro istinto.

Paolo Finoglio, Tancredi affronta Clorinda nel ciclo della Gerusalemme liberata a Palazzo Acquaviva, Conversano. Foto di Velvet, in pubblico dominio

Tra Achille e Pentesilea nasce e si sviluppa un amore, quindi, puramente fisico, una lotta simile al duello tra Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme Liberata di Tasso. Non vi sono spade o colpi di lama, lance o scudi, ma corpi che si toccano e si respingono, in un gioco di spinte feroci e corse a perdifiato, che mirano alla sopraffazione dell’altro, alla vittoria sul combattente, fino alla sua totale distruzione. È un amore sadico, ma che ha momenti masochistici, perché sia Achille sia Pentesilea desiderano essere colpiti e deturpati proprio dall’oggetto del loro amore perverso.

L’amazzone sogna che Achille faccia di lei quello che ha fatto con il corpo di Ettore, desidera essere legata, umiliata e farlo a sua volta, traendo piacere dalla violenza. Ricorda per molti versi la Salomè di Oscar Wilde, che desidera a sua volta la testa di San Giovanni Battista, solo per poterla baciare ardentemente e piangere sulla sua morte. Sono dinamiche che saranno, poi, grandemente studiate e sfruttate nel Novecento per rappresentare la tensione erotica tra due nemici. E, infatti, non appena Achille sarà sconfitto, a Pentesilea non resterà che uccidersi con un pugnale, sul modello di Romeo e Giulietta, la tragedia shakespeariana amatissima da Kleist e riproposta in maniera diversa nella prima tragedia di Kleist, La famiglia Schroffenstein.

E molto shakespeariano è il modo in cui viene presentata Pentesilea, sul modello della descrizione che fa Enobarbo a Cleopatra. Come Shakespeare, Kleist affida questo delicato compito al membro più eloquente dello schieramento greco, ma con un’importante differenza: se Enobarbo è affascinato e innamorato della regina egiziana, Ulisse osserva e descrive tutto quello che vede con il suo sguardo clinico e prepara lo spettatore a quello che vedrà, a quest’amore dai tratti sadomasochistici che, da sempre, caratterizza due nemici in lotta in quel talamo che è da sempre la battaglia. E in questo, specialmente in questo, Kleist mostra la sua grande modernità.

Pentesilea ed Achille su un cratere a campana lucano a figure rosse del Pittore di Creusa (tardo V secolo a. C.). Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, CC BY 2.5

Riferimenti bibliografici:

Bosco, Metà furia metà grazia. Il classicismo weimariano e la Pentesilea di Heinrich von Kleist, Pensa Multimedia, Lecce 2009.

Von Kleist, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di A.M. Carpi, Mondadori, Milano 2011

Saviane, Kleist, Olschki Editore, Firenze 1989.Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.

Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.


Edipo La serata a Colono Elsa Morante

La centralità della riflessione politica nell’Edipo a Colono di Sofocle

La centralità della riflessione politica nell’Edipo a Colono di Sofocle

Edipo a Colono Sofocle
La tragedia di Sofocle ha ispirato questo dipinto, Edipo a Colono, opera del pittore francese Fulchran-Jean Harriet (1778-1805), olio su tela (1798) conservato presso The Cleveland Museum of Art, Cleveland, Ohio, Mr. and Mrs. William H. Marlatt Fund 2002.3, immagine CC0 1.0

Sul mito di Edipo e sulla sua tragedia si sono spesi fiumi di inchiostro e ancora adesso sono studi che non smettono di affascinare, sorprendere e richiamare sempre più studiosi. E per quanto se ne scriva, non è mai troppo. Indagare la tragedia antica significa scoprire l’origine del teatro, della letteratura e della nostra civiltà, perché tanto hanno ragionato sul governo e sulla democrazia quelli che possiamo ritenere nostri avi. L’Edipo a Colono è una grande tragedia politica, tanto che la parola polis compare quarantadue volte, e proviene dalle mente di un uomo che ha fatto tanto per la sua di polis, Atene. Si parla, naturalmente, di Sofocle.

Un aneddoto vuole che il drammaturgo sia morto mentre guardava la sua ultima opera, proprio per la gioia dovuta alla vittoria riportata. Ma, ahimè, non può che essere una bella leggenda, perché la tragedia fu rappresentata forse proprio nel 405 a.C., dopo la morte del poeta. E lo si può presumere con certezza perché proprio in quell’anno, durante le Lenee - un evento religioso, dedicato a Dionisio Leneo, ove venivano rappresentate tragedie e commedie - Aristofane aveva portato in scena le Rane, straordinaria commedia in cui c’era un esilarante diverbio tra Eschilo ed Euripide, due tragediografi agli antipodi su chi fosse il miglior poeta e, a tale scopo, pronti a sfidarsi all’ultimo verso. Il vincitore, Eschilo, prima di tornare ad Atene per riportarla a quei valori ormai perduti, affida il suo trono proprio a Sofocle, da poco morto. Aristofane aveva fatto questa modifica poco prima della rappresentazione, perché non poteva non includere un così grande poeta. Dopo le Lenee, fu rappresentata l’ultima tragedia sofoclea, quando ormai il suo autore era defunto.

Edipo a Colono, Incisione di Antoine- Alexandre-Theodore Giroust. Iconographic Coll. folder 6357. Immagine Wellcome Images di Wellcome Trust, CC BY 4.0

E non poteva che essere una tragedia della vecchiaia, perché qui confluiscono tutte le riflessioni che il tragediografo ha inserito nel suo teatro. Non a caso si affiderà ad Edipo, protagonista del dramma portato in scena trent’anni prima, che ha fatto presso antichi e moderni la fortuna di Sofocle. Non segue, però, la vicenda mitica più autorevole, ma si affida ad una tradizione locale che voleva il re tebano morto a Colono, una volta scoperti i suoi natali, alla ricerca di un luogo dove trovare la pace. Sofocle scrive, così, una ‘tragedia del rifugio’, una tipologia che aveva particolare fortuna presso il pubblico ateniese. Qui figure di emarginati e perseguitati si spingevano fino alle porte di Atene, alla ricerca di riparo e salvezza, e la città le accoglieva, reintegrandole socialmente. Così, questo anziano e indifeso re, cieco e stremato, giungeva nel demo attico di Colono, guidato da sua figlia Antigone.

È un dramma che si rivolge agli Ateniesi e che parla di Atene, di una città mitica, che faceva da contralto al modello tebano. Ad avvenire era lo scontro tra due forme di governo: l’oligarchica Tebe, guidata da tiranno (il tyrannos) e la democratica Atene rappresentata dal re (basileus) Teseo. Cleonte, che aspira al trono di Tebe insieme ai due figli di Edipo, cerca con la forza e l’inganno di riportare a casa Edipo, giungendo perfino a rapirgli le figlie. A questa figura meschina e calcolatrice si oppone Teseo, il sovrano mitico di Atene, un re giusto che ascolta il suo popolo, la guida perfetta per una città democratica, perché non a capo di schiavi ma di uomini liberi. Liberi, cioè, di esprimere la propria opinione e far ascoltare la propria voce.

Teseo è una guida saggia che ascolta le opinioni e si lascia persuadere dalla migliore. È un uomo retto, che rispetta le leggi terrene e divine, e che accoglie i supplici, proprio come vorrebbero gli dei. Accogliendo Edipo, Teseo e Atene ottengono protezione dagli attacchi tebani e un’eterna immunità dal dolore. Quindi, l’Atene di Teseo è un esempio di armonia, perché chi la guida è rispettoso e pio. Tebe è, invece, stata deturpata da uomini avidi di potere, che hanno distrutto la città con lotte intestine, che non ascoltano il popolo e non badano se non alle proprie esigenze personali. Tebe diviene, così, l’Anti-Atene, in cui si è verificata una costante degenerazione del sistema di governo.

Eppure, nell’Edipo a Colono Sofocle non voleva tessere le lodi di Atene, ma voleva mettere di fronte ai suoi spettatori una scelta politica. Questo è lo scopo dell’intero dramma sofocleo ed è evidente sin dal verso 66, quando Edipo chiede a Teseo che tipo di governo vi sia nella sua città («Qualcuno comanda su di loro o il diritto di parola è del popolo?»). Non è una domanda che rivolge solamente all’antico fondatore di Atene, ma a tutti i cittadini Ateniesi, in quel preciso presente storico, perché riflettessero sulla sorte della loro città e sul futuro del proprio governo. Atene aveva conosciuto nel 411 l’esperienza del colpo di stato oligarchico e, una volta restaurato il regime democratico, non vi era stato un grande miglioramento. Tra il 408 e il 406, Atene aveva subito importanti sconfitte militari, la destituzione del comandante (detto stratega) Alcibiade, un uomo in cui Atene aveva riposto le sue più vivide speranze, e la sua fuga nell’Ellesponto. Forti tensioni, dovute alle tendenze democratico-radicali, ostili a qualunque trattativa con il nemico spartano.

Busto di Sofocle al Museo Pushkin. Foto dell'utente Wikipedia Shakko, CC BY-SA 3.0

Sofocle voleva che i suoi spettatori vedessero quanto lontana fosse Atene da quel modello mitico che le poneva davanti agli occhi e quanto assomigliasse a Tebe, la degenerata Tebe. Un’Atene così lontana da quel virtuoso paradigma politico, perché non più governata da uomini pii e rispettosi delle leggi, amanti della libertà e del proprio popolo, ma da demagoghi accecati dal potere e interessati solo a se stessi. Una realtà così lontana dall’Atene di Teseo, ancora pura e non infettata dalla sete di potere, non ancora inficiata e invalidata da tendenze bellicose e imperialiste. Una polis che Sofocle sperava potesse rivivere, il suo lascito ai politici e cittadini del domani.

 

Riferimenti bibliografici:

Jebb R.C., Sophocles, The Plays and Fragments II. The Oedipus Coloneus, with Critical Notes, Commentary and Translation in English Prose, Cambridge 1899, rist. Amsterdam 1965;

Mastromarco G., Totaro P., Storia del teatro greco, Milano 2008.

Paduano G., Sofocle. Tragedie e frammenti II, Torino 1982;

Ugolini G., L’immagine di Atene e Tebe nell’Edipo a Colono di Sofocle, in «Quaderni Urbinati di Cultura Classica» 60, n.3, 1988, pp.35-53.

 

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letture primavera 2021

Le migliori letture della primavera 2021

Il nuovo anno mi ha portato a confrontarmi con ottime realtà editoriali indipendenti; questo contributo vuole essere una bussola all'interno di questo vastissimo mondo e vi indicherà la direzione per conoscere e scoprire i professionisti del libro: iniziamo questo carosello di uscite e titoli validissimi per questa primavera 2021 di letture.

letture primavera 2021
Foto di Prettysleepy

Mattioli 1885

La casa editrice indipendente ha sicuramente lasciato il segno nel mio cuore grazie a tre distinte pubblicazioni che mi hanno definitivamente conquistato. A partire dall'accattivante thriller Facile preda di John D. MacDonald, una scrittura calibratissima che racconta una storia allucinata d'amore e morte, con inseguimenti da capogiro e un finale all'altezza dei bestsellers di Stephen King. A seguire, c'è una splendida raccolta di scritti di Andre Dubus, Riflessioni da una sedia a rotelle, un devastante caleidoscopio interiore e autobiografico di uno degli scrittori più caratteristici d'America. Una pregevole raccolta di aneddoti, stralci di vita e saggi che ci fanno scoprire l'uomo dietro ai successi letterari. Infine, mi sono innamorato dell'antologia di racconti Le colline ricordano di James Still, dove l'autore americano confeziona racconti ispiratissimi e dotati di una violenta bellezza e finali destabilizzanti.

La copertina del thriller Facile preda di John D. MacDonald, pubblicato da Mattioli 1885

La Vita Felice

La Vita Felice è una casa editrice davvero di grande qualità, una perla rara nell'intero panorama italiano. A partire dalla rinomata collana di poesia (I labirinti) e alla controparte asiatica con la pubblicazione di numerosi poeti giapponesi e le loro raccolte di haiku, senza mai dimenticare il grande impegno a rinnovare la letteratura classica (Il piacere di leggere). Portano in Italia testi inediti e ottimamente tradotti e curati, per esempio Il Re dalla maschera d'oro e altri racconti di Marcel Schwob o Metamorfosi e altri racconti gotici di Mary Shelley. Pregevolissima è la mia ultima lettura, La Sirena di H. G. Wells a cura di Matteo Noja, una storia ispirata al romanticismo di fine 800 in cui si innesta l'immaginazione di uno dei più grandi autori della letteratura fantastica; un testo davvero mordace dove la sensualità va a provocare il bigottismo dell'epoca.  GM. libri è una costola della casa editrice sopramenzionata e si dedica con fervore a riportare in Italia i classici della letteratura fantasy, in particolare questi testi scomparsi da anni nei cataloghi, tra cui il Ciclo Celta di R. E. Howard o i cicli planetari di Edgar Rice Burroughs, da John Carter di Marte al Ciclo di Pellucidar (pubblicazioni a cura di Masa Facchini).

La copertina del volume La Sirena di H. G. Wells, a cura di Matteo Noja, pubblicato da La Vita Felice

 

Del Vecchio Editore

Ho conosciuto Del Vecchio Editore recensendo proprio su ClassiCult la squisita raccolta di racconti brevi di Jacopo Masini, Polpette e altre storie brevissime. Dopo questo primo e felice incontro, mi sono avvicinato alla curatissima collana di poesia con un testo che sta diventando "cult" nella sua nicchia letteraria. Parlo di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie (con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni), di un altro autore capitale del canone americano ovvero Ron Padgett che scrive poesie con una disarmante leggerezza (e perciò complessità) e che avvicina la giovinezza con lo sfiorire degli anni, la bellezza alla ruvidezza delle vite distrutte, il pensiero al corpo. Un autore ricco di nostalgia, amore, pensieri candidi e verità disincantate in un continuo sciabordare di ossimori, rivelazioni e metafore dell'innocenza.

La copertina di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, di Ron Padgett, con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni, pubblicato da Del Vecchio Editore

 

NN Editore

Casa editrice che conoscevo da anni, ma che ho iniziato a leggere da pochissimo (ed è stato un colpo di fulmine). Dopo aver recensito su altri portali la squisita antologia di racconti I poteri forti di Giuseppe Zucco e Decameron Project (AA. VV.) - due dirompenti letture - ho scoperto Brian Panowich con Hard Cash Valley uno dei thriller più belli letti nella mia vita, con un ritmo serrato e personaggi complessi e un'orchestrazione della storia a tinte cinematografiche. Consigliatissimo. Sul versante italiano ritorna Michele Vaccari, con un romanzo che è già un classico moderno (in ristampa dopo 3 giorni!). Urla sempre, primavera è un romanzo-mondo, uno squarcio metafisico all'interno della carcassa putrescente della storia e della letteratura nostrana, un titolo che fonde al suo interno generi diversi; eppure Vaccari crea una sinfonia narrativa, invece di una cacofonia di fantasy, science fiction e speculative fiction (e molto altro, come l'avventura, l'epica, etc).

La copertina del romanzo Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, pubblicato da NN Editore (2021)

 

 

Carbonio Editore

Dopo aver recensito Solo di August Strindberg, sono tornato da Carbonio grazie alla pregevole raccolta a firma di Sadeq Hedayat, Il randagio e altri racconti, con la traduzione di Anna Vanzan, una delle più grandi studiose dell'Oriente in Italia, che purtroppo ci ha lasciato nel terribile 2020. Avevamo già recensito Hedayat e il suo La civetta cieca con una bellissima intervista ad Anna Vanzan a cui rivolgiamo il nostro amore e la nostra stima, nonché le sentite condoglianze ai suoi studenti e soprattutto ai familiari.

Hedayat è uno dei maggiori rappresentanti del mondo culturale iraniano e punta di diamante della letteratura persiana moderna, un uomo dalla caratura intellettuale infinita e autore di numerosi gioielli. All'interno del libro troverete nove racconti estremamente interessanti e contrassegnati dagli stilemi di Hedayat, dall'estetica grottesca, a volte spettrale e allucinata, dove una lirica spesso surrealista va innestarsi in un repertorio di immagini oniriche e cangianti.

La copertina della raccolta Il randagio e altri racconti, di Sadeq Hedayat, pubblicata da Carbonio Editore

 

Neo. Edizioni

Neo. Edizioni è stata una delle scoperte più sorprendenti di questo 2021. Dopo aver recensito Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (con intervista in diretta all'autore) e La carne di Cristò (sempre su ClassiCult) mi sono innamorato definitivamente del loro catalogo e della loro mentalità editoriale.

In lettura ho Vinpeel degli Orizzonti di Peppe Millanta e si sta rivelando uno dei "fantasy" più atipici che io abbia mai letto, scritto con una prosa incantata e pervasa dall'innocenza, una storia intima e di grande coraggio narrativo, perché la narrativa di genere made in Italy sembra essere sotto torchio da parte della critica letteraria contemporanea. Consigliata anche la raccolta (s)poetica Romanticidio. Spoesie d'amore e altre disgrazie di Eleonora Molisani, che coniuga l'ironia all'abusato tema dell'amore e delle relazioni all'interno del mondo poetico e degli autori "sensibili"; Molisani scrive con irriverenza e divertimento e consegna ai suoi lettori una lettura dal sapore agrodolce. perfetta per sovvertire gli stereotipi del poeta classico e moderno, di tutte le sue costruzioni metaforiche e romantiche.

Le copertina di Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, pubblicato da Neo. Edizioni

 

Jaca Book

Questa casa editrice è tra le migliori che il pubblico di ClassiCult può scoprire, una realtà indipendente estremamente sensibile al mondo dell'arte, della storia, della religione, dell'archeologia e di tantissime altre discipline umanistiche.

Tra i titoli che mi sento di consigliare c'è certamente Il Mito a cura di Julien Ries, uno stupendo libro cartonato di notevoli dimensioni che raccoglie il repertorio mitologico dell'intero corpus sensibile della storia umana, in maniera verticale e orizzontale perché si spazia dal Paleolitico ai giorni nostri e dalle grotte di Lascaux agli Aborigeni australiani. All'interno del catalogo Jaca Book c'è molto spazio per Mircea Eliade e della sua opera magna del dizionario delle religioni e dei simboli, un acquisto imprescindibile per antropologi, appassionati di letterature comparate e studiosi delle religioni e dell'arte.

La copertina del saggio Il mito. Il suo linguaggio e il suo messaggio, di Julien Ries, pubblicato da Jaca Book

 

NPE edizioni

NPE è una delle realtà fumettistiche che mi sento di consigliare su ClassiCult, Nicola Pesce - oltre ad essere un ottimo scrittore (ne ho parlato già per La Cura del Dolore) - è un editore attento ed esigente e pretende il massimo dai suoi collaboratori e dagli artisti che mette in catalogo.

Mi sento in dovere di consigliare alcune opere cardine del catalogo, a partire da Eccetto Topolino (Gori, Lama, Gadducci) uno splendido volume saggistico che esplora la storia della figura di Topolino con la lente d'ingrandimento della storiografia italiana e del giornalismo nostrano e con un focus sul rapporto tra Walt Disney e il fascismo. Sul lato fumetti consiglio l'intera bibliografia di Sergio Toppi, Dino Battaglia, Nino Cammarata, Attilio Micheluzzi,  Ivo Milazzo, Sergio Tisselli (a cui rivolgiamo amore e stima per la sua recente scomparsa nel 2020), Sergio Vanello. Oltre a questi autori immensi consiglio caldamente agli amanti del fantastico le Guide Immaginarie dei Vampiri e de i luoghi di Lovecraft.

La copertina di Sharaz-de. Le mille e una notte di Sergio Toppi, pubblicato da NPE edizioni

 

Aguaplano Editore

Ottima casa editrice indipendente, che investe nei suoi libri una curatela maniacale (per fortuna!) e tantissima passione. Dopo aver amato Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù sono passato a un libro unico ovvero Aura di Alessandro Celani, un magnifico reportage fotografico della nostra Italia (e che edizione!) che si snoda attraverso un'edizione bilingue caratterizzata da testi di accompagnamento altamente evocativi. Un testo che si può contemplare in un pomeriggio o per tutta la vita.

Sempre per Aguaplano ho apprezzato tantissimo la raccolta di poesie Ragli di Fabio Greco, libro dal carattere sperimentale e dal linguaggio evocativo quanto indomabile; consiglio davvero a tutti gli amanti della poesia l'intera collana edita da Aguaplano. In lettura ho il Gran Bazar del XX secolo, di Stefano Trucco, che si sta rivelando un romanzo pulp-meta lovecraftiano godibilissimo e che gli amanti della letteratura weird/fantastica dovrebbero recuperare. Le edizioni Aguaplano sono particolarmente pregiate, siano esse cartonati rilegati o brossure più economiche.

La copertina di Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, pubblicato da Aguaplano nella collana Blaupause

 

Ronzani Editore

Chi segue ClassiCult avrà già incontrato Ronzani, una delle realtà editoriali che dà alle stampe libri dalla qualità perfetta, con edizioni di pregio e attente ai bisogni bibliofili dei suoi lettori.

Ultimamente ho concluso il thriller turco di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, che si è rivelata una lettura pazzesca per esplorare la storia recente della Turchia e il suo viscerale legame con l'antica Bisanzio/Costantinopoli. Un romanzo stratificato e ricchissimo di vita e morte, avventura e momenti davvero travolgente. Ma Ronzani è un editore attento a qualsisia tassello del mondo culturale, che sia la produzione di riviste, poesie, saggi e molto altro. Tutti i loro titoli sono stampati con una cura unica, basti pensare alle poesie di Pasolini per la sua Casarsa.

La copertina del thriller di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, pubblicato da Ronzani Editore

 

ABEditore

Per i cultori dell'estetica vittoriana, gotica e decadentista non posso non consigliarvi ABEditore, uno dei migliori editori dal punto di vista tipografico e delle traduzioni, per quanto concerne il recupero di testi classici di letteratura immaginifica e fantastica.

Vi consiglio caldamente i volumi miscellanei di Draculea (a cura di Lorenzo Incarbone) e Follettiana (a cura di Pietro Guariello), che analizzano rispettivamente il repertorio folclorico e letterario di Vampiri e membri del Piccolo Popolo. I volumi sono scrigni preziosi per compiere esperienze di lettura eccezionali e curati nei minimi dettagli per fornire al lettore le sensazioni di mondi dimenticati e storie sepolte dal mistero.

Su ClassiCult abbiamo avuto ospite Fabio Camilletti, per un'intervista spettrale.

La copertina della Follettiana di Pietro Guariello, pubblicata da Abeditore

 

Jimenez Edizioni

Jimenez è la mia più recente scoperta e sono davvero felice di presentarvi un catalogo eccezionale, del quale la mia prima lettura è La notte arriva sempre di Willy Vlautin, un thriller a dir poco avvincente che parte dal presupposto della presente crisi finanziaria e immobiliare che ha investito la città di Portland portando la protagonista Lynette a compiere azioni sempre più folli, fino a realizzare un'accozzaglia di avventure grottesche nell'ambito della vita notturna cittadina, tra criminali, individui pericolosi e tanta illegalità. I libri sono di pregevolissima fattura e non vedo l'ora di conoscere l'intero catalogo.

La copertina del romanzo La notte arriva sempre di Willy Vlautin, pubblicato da Jimenez Edizioni

 

Il Palindromo

La casa editrice palermitana Il Palindromo è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti, soprattutto per quanto riguarda la collana I Tre Sedili Deserti, dedicata al fantastico. Dall'Elogio del Fantastico di Jacques Bergier a La Collina dei Sogni di Arthur Machen possiamo riassaporare i testi che hanno canonizzato l'immaginario moderno con elementi weird, fantascientifici e gotici. Una cura esemplare nell'apparato critico, dalle traduzioni alle prefazioni con un notevole innesto di fonti fotografiche o iconografiche a cura di artisti italiani o stranieri coevi alle opere.

Particolarmente amata è la riedizione del "primo" Pinocchio di Collodi, una narrazione più oscura del classico della letteratura italiana arricchito dalle splendide illustrazioni fumose e grottesche di Simone Stuto. Un un'ultima uscita davvero particolare è Etna. Guida immaginifica del vulcano di Rosario Battiato con la travolgente copertina di Chiara Nott.

La copertina di Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi, a cura di Salvatore Ferlita e con le illustrazioni di Simone Stuto, pubblicato da Il Palindromo

 

Miraggi Edizioni

Miraggi è una delle mie case editrici preferite, perché mi ha permesso di conoscere non solo ottimi autori italiani (La Chiusa, Forlani, ecc.)  ma di affacciarmi alla letteratura del mondo slavo grazie alla strepitosa collana NováVlna. Su ClassiCult avevo già recensito Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, ma vi consiglio moltissimo anche La perlina sul fondo, Il lago, Il bruciacadaveri e il magnifico Krakatite di Karel Čapek, uno dei più importanti romanzi di fantascienza del '900.  Bellissima anche la collana di poesia e gli Scafiblù, dedicati agli autori italiani, di cui vi consiglio Il bambino intermittente, Colloqui con il Pesce Sapiente e Uno di noi.

 

La copertina del romanzo di fantascienza Krakatite di Karel Čapek, pubblicato da Miraggi Edizioni

"Qualcuno si ricorderà di noi": antiche voci femminili in scena

"Qualcuno si ricorderà di noi" di Alessia Pizzi: antiche voci femminili in scena

In un panorama di crescente attenzione per la rilettura e ri-attualizzazione dei classici o, per meglio dire, della tradizione antica, uno spazio privilegiato occupano oggi - ma in realtà già da diversi decenni - le riscritture e reinterpretazione in chiave moderna di miti al femminile. Se ne possono citare tantissimi: dalle illustri e meravigliosamente riuscite variazioni sui miti di Medea e Cassandra ad opera di Christa Wolf, alla recentissima riscrittura del mito di Circe ad opera di Madeline Miller, o alla guerra di Troia raccontata da Briseide attraverso la penna di Pat Barker in “The Silence of the Girls”, passando per la “Penelopiad” di Margaret Atwood (nella debole traduzione italiana “Il canto di Penelope” frustra malamente la forza del titolo), senza neanche poi soffermarsi sul glorioso precedente rappresentato dalle donne del mito nei “Dialoghi con Leucò”.

Si parla molto di reception studies, gli studi, appunto sulla ricezione dei Classici, che sovente si intersecano con i gender studies (gli studi di genere) applicati al mondo antico, terreno scivoloso, il cui studio richiede un approccio di grande dottrina e serietà, affinché si evitino banalizzazioni e confusioni fra modi di pensare e concepire il mondo fondamentalmente incompatibili.

Questa è la doverosa premessa alla lettura del libello, “Qualcuno si ricorderà di noi” recentemente edito da FusibiliaLibri, contenente la prima opera teatrale pubblicata da Alessia Pizzi, giovane giornalista romana laureata in filologia classica. Si tratta di un esperimento letterario singolare: la pubblicazione del testo,  qui, contrariamente alla norma, precede la sua rappresentazione scenica. Un esperimento, interessante questo, poiché apre la possibilità per l’autrice e per chi ne curerà la regia, di incorporare il feedback dei lettori nella possibile messa in scena futura.

Ma veniamo al contenuto e al tema del testo: ho parlato di ricezione dell’antico e di studi di genere (gli studi a cui l’autrice si è dedicata nel lavorare alla sua tesi di laurea magistrale), perché le protagoniste di questa breve commedia sono gli spiriti delle tre poetesse  greche “dimenticate”, Erinna, Anite e Nosside, in compagnia della più nota Saffo, tutte rievocate dall’oltretomba ad opera di Google, altro personaggio sempre in scena. La pièce, dunque, non riscrive il mito, ma, attraverso un’idea assai originale, punta i riflettori su una produzione letteraria femminile dileggiata e messa da parte, scomparsa e fatta a pezzi, addirittura, a causa dell’inesorabile meccanismo di perdita e trasmissione dei testi che, nei secoli non ha perdonato a queste poetesse (o forse sarebbe meglio dire “poete”, come si nota anche nella prefazione al testo, a cura di Antonella Rizzo) il fatto di essere nate donne.

Ritratto femminile, detto “Saffo”. Copia romana da originale greco dell’età classica, Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori. Foto di Marie-Lan NguyenPubblico Dominio

Il merito del testo è quello di riportare l’attenzione su figure letterarie note a pochi - sebbene tornate in auge tra le ricerche online nel 2017, come ci racconta il personaggio di Google - non solo in quanto anomale versioni femminili di un ruolo tipicamente maschile (il poeta, lo scrittore), ma in quanto voci autonome, capaci di parlare di amore senza dover essere tacciate di essere frivole e facili, o di guerra senza essere definite “Omero in gonnella”. Una riflessione, questa, che naturalmente si estende con facilità alla società odierna, in cui ancora molto si discute di professioni prettamente maschili o femminili, o di desinenze di genere nei sostantivi.

Il pubblico a cui questo testo teatrale si rivolge è potenzialmente molto ampio. La narrazione è semplice e rapida, a tratti anche didascalica nel momento in cui mette in bocca ai protagonisti informazioni descrittive e di contesto, magari scontate per un classicista, ma non necessariamente per un fruitore di altro genere. Il lessico e la lingua sono contemporanei, di facile comprensione e il tono è leggero e scanzonato, spesso vagamente ironico.

Sarà sicuramente interessante scoprire come questo testo verrà rappresentato - quando, come ci si augura, sarà possibile vederlo in un teatro - e quali sfide di regia proporrà una sua messa in scena. Nel frattempo, ci accontentiamo di leggerlo su carta, nell’ottima e ben curata edizione di FusibiliaLibri.

Qualcuno si ricorderà di noi Alessia Pizzi
La copertina del testo teatrale Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi, pubblicato FusibiliaLibri (2020) nella collana palco con introduzione di Antonella Rizzo

Natale in casa Cupiello con Sergio Castellitto

Su Rai1 "Natale in casa Cupiello" con Sergio Castellitto e Marina Confalone

Su Rai1 "Natale in casa Cupiello" con Sergio Castellitto e Marina Confalone

Natale in casa Cupiello con Sergio Castellitto
Natale in casa Cupiello, firmata dal regista Edoardo De Angelis, con Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo, Tony Laudadio, Pina Turco, Alessio Lapice e Antonio Milo

È in arrivo su Rai1 “Natale in casa Cupiello”, l’attesissima trasposizione filmica dell’intramontabile opera teatrale di Eduardo De Filippo, firmata dal regista Edoardo De Angelis. Un omaggio nel 120° anniversario della nascita del celebre drammaturgo e poeta partenopeo e una strenna per i telespettatori alla vigilia delle prossime festività natalizie.

Martedì 22 dicembre in prima serata, il film, prodotto da Picomedia in collaborazione con Rai Fiction, racconterà le vicende dal sapore agrodolce tratte dal capolavoro di Eduardo attraverso le straordinarie interpretazioni di Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo, Tony Laudadio, Pina Turco, Alessio Lapice e Antonio Milo.

Una storia che ha saputo commuovere e divertire fino alle lacrime generazioni intere e che narra le dinamiche complesse e conflittuali di una famiglia che, Natale alle porte, si ritrova a fare i conti con una palese e profonda incapacità di comunicare.

LA STORIA
Napoli, 1950. Il giorno di Natale è vicino e, come ogni anno, Luca Cupiello prepara il presepe; è il
suo mondo perfetto, al riparo dalla realtà, dove ogni cosa trova la sua giusta collocazione. Ma a
nessuno interessa. Non a suo figlio Tommasino, nonostante i tentativi di seduzione. Non a sua
moglie Concetta, che ha ben altro a cui pensare: l’altra figlia, Ninuccia, infatti ha deciso di lasciare
il ricco marito Nicolino per l’uomo che ha sempre amato, Vittorio, e gli ha scritto una lettera per
comunicarglielo. Concetta riesce a evitare quella che per la famiglia sarebbe una sciagura, ma la
missiva capita nelle mani di Luca che, ignaro di tutto, la consegna al genero. Nicolino scopre così
il tradimento della moglie. Durante la vigilia di Natale, la sbadataggine di Luca mette di fronte i due
rivali e la realtà irrompe prepotente nel clima presepiale di casa Cupiello. Tutto sembra perduto,
ma in soccorso di Luca, morente, arriva ancora una volta il suo presepe.

PERSONAGGI

Luca Cupiello
(Sergio Castellitto)
In casa lo chiamano Lucariello. È Natale e la sua ossessione per il presepe è mal sopportata o
addirittura derisa da tutti. La famiglia Cupiello sembra presa da altre faccende più importanti. Ma
il presepe custodisce un segreto che soltanto lui conosce. Sembra inconsapevole, Lucariello, di
tutto ciò che gli accade intorno. Eppure, mentre gli altri restano disorientati, indecisi tra la libertà e
il quieto vivere, proprio lui si rivela l’unico ad avere un disegno, puro e incontestabile come l’amore.

Concetta Cupiello
(Marina Confalone)
Pragmatica e diretta, Concetta è un po' il contraltare di Luca. Questo Natale scoprirà che non
sempre la concretezza è l’arma più efficace per decifrare la realtà.

Tommasino Cupiello
(Adriano Pantaleo)
Secondogenito di Luca e Concetta, lo chiamano Nennillo. A lui sta bene, del resto crescere è faticoso. A un certo punto, però, si rende necessario.

Pasquale Cupiello
(Tony Laudadio)
Fratello di Luca e suo coinquilino, Pasquale è uno scapolo di mezza età rancoroso e collerico. In
lite perenne con Tommasino.

Ninuccia Cupiello
(Pina Turco)
Prima figlia di Luca e Concetta. Intrappolata tra un matrimonio che la rende infelice (con Nicola) e
un amore impossibile (per Vittorio), sceglie la libertà dell’amore anche se questo la scaraventa in
un campo vuoto, senza niente.

Vittorio Elia
(Alessio Lapice)
Amante di Ninuccia. Vittorio è un ragazzo bruciato dall’amore che lo porta a essere temerario al
punto di distruggere la pace di una famiglia.

Nicola Percuoco
(Antonio Milo)
Marito di Ninuccia, è un grosso commerciante che incarna il ruolo del borghese arricchito. Nicolino appare infatti elegante e distinto, ma è in realtà rozzo, trasandato e per nulla adeguato allo
status sociale che ha raggiunto. Inoltre, vede Ninuccia come un oggetto di sua proprietà e, pur
trascurandola e rendendola infelice, ne è incredibilmente geloso.

NOTE DI REGIA

Natale in casa Cupiello è una tragedia che fa ridere. Una casa distrutta e una famiglia in frantumi vengono tenute in piedi dall’ostinazione di Luca e dai suoi strumenti patetici: colla di pesce puzzolente e il sogno pulito del presepe.
Il presepe è bello e commovente perché lì ognuno ha il suo posto, il suo ruolo. Piace solo a lui però perché gli altri vogliono cambiare posizione, vogliono essere liberi. E in nome della libertà, distruggono tutto. Sospesi tra realtà e presepe, è possibile una forma di salvazione? Sì, è possibile ma affinché il bambino possa nascere e salvare il mondo trasformandolo in un vero mondo nuovo, il mondo vecchio deve morire.
Dopo un’attenta istruttoria filologica attraverso le edizioni dell’opera mutata nel corso dei decenni anche profondamente, abbiamo deciso di collocare il presente adattamento nel 1950.
Un anno emblematicamente sospeso tra la guerra e il benessere. Napoli è ancora ferita dalle bombe ma si sentono i primi vagiti di una classe media che si affermerà negli anni successivi.
Un anno sospeso tra distruzione e ricostruzione, proprio come il 2020.
È una commedia che fa piangere Natale in casa Cupiello.

Edoardo De Angelis

Per ulteriori approfondimenti vedi NewsRai dedicato.

Foto e testo da Ufficio Stampa RAI, sulla trasposizione filmica di Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, firmata dal regista Edoardo De Angelis e con Sergio Castellitto e Marina Confalone.