Pentesilea Penthesilea Kleist Achille

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

Nel 1806, Heinrich Von Kleist abbandona il suo “posto fisso”, il suo incarico sicuro e ben retribuito a Königsberg, per potersi dedicare anima e corpo alla letteratura. I grandi scrittori non hanno molta scelta, obbligati come sono dalla loro vocazione, ma certamente Kleist non visse male questa necessità, considerato il suo reiterato odio nei confronti della burocrazia e di quel lavoro alienante. Tale avversione e un effettivo malessere, legato alla sua salute cagionevole, lo indussero nell’agosto di quell’anno a dichiarare i suoi problemi di salute e un assoluto bisogno di riposo. E in quella libertà scrisse la Pentesilea. Ci vollero quasi due anni perché, durante quel periodo detentivo, il suo capolavoro vedesse la luce, ma noi moderni non possiamo che essergli grati.

Pentesilea Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist
Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist, autore della tragedia Pentesilea / Penthesilea. Immagine tratta dalla rivista Die Gartenlaube (Ernst Keil, Lipsia, 1858, p. 221), in pubblico dominio

Protagonista della sua opera è proprio la regina delle Amazzoni, ma il poeta prussiano non ha voluto riproporre la versione ufficiale del mito, ma una minore, passata sotto silenzio e riconducibile alla persona di Tolomeo Chenno, scrittore greco vissuto a cavallo tra l’età traianea e adrianea. In questa versione poco nota non è Achille a risultare vincitore nel duello con Pentesilea, bensì l’amazzone. Insomma, un enorme scarto rispetto ad una tradizione ben consolidata che vedeva l’inaffondabile Achille ancor una volta trionfante, prima della sua disfatta. Eppure, tra tutte le novità introdotte da Kleist, probabilmente questa risulta essere la meno audace.

Però, prima di addentrarci nelle particolarità della tragedia, è bene specificare che non si tratta di un’opera femminista. Il suo autore non ha voluto rappresentare una donna combattente, forte, militaresca per spingere le sue lettrici e spettatrici ad immedesimarsi e ad imitare per quanto possibile l’oggetto della sua opera più bella. In tanti sono caduti in questo inganno, dimenticando che Kleist, da uomo del suo tempo, ritenesse che una donna dovesse innanzitutto essere una moglie e una madre. Non una comandante forte, combattente e autonoma, ma nulla più di quello che la società già le riservava.

Achille e Pentesilea su una kylix attica a figure rosse (470-460 a. C.), opera del Pittore di Pentesilea, ritrovata a Vulci e conservata presso lo Staatliche Antikensammlungen di Monaco di Baviera, Inv. 2688 (= J 370). Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
E Kleist presenta, un po’ come facevano i Greci, due mondi antitetici, ma li rappresenta come due esempi sbagliati. Se le Amazzoni sono donne guerriere, spesso etichettate come “vergini”, totalmente avverse alla logica della guerra ma solamente interessate a fare prigionieri per perpetrare la propria stirpe, i Greci sono l’incarnazione della logica guerriera, finalizzata alla conquista di terre e alla soppressione dei nemici. In questo frangente, Ulisse finisce con diventare simbolo assoluto della ragione e Protoe, fedele alleata di Pentesilea, rampollo della genia amazzonica e del loro fine prettamente biologico.

Ad emergere sin dai primi versi, quindi, è la disapprovazione nei confronti di tutto ciò che si allontana dalle loro visioni, rappresentato splendidamente dell’amore dissoluto e insensato tra Achille e Pentesilea. Queste due figure emblematiche dell’antichità rendono talamo la battaglia stessa, la guerra un luogo erotico, dominato da giochi di potere e di dominazione. E sono, infatti, i corpi a lanciarsi in questa sfida, ad inseguirsi, a scontrarsi, paragonati ad animali feroci, forze della natura incontrollabili, esseri dominati dal puro istinto.

Paolo Finoglio, Tancredi affronta Clorinda nel ciclo della Gerusalemme liberata a Palazzo Acquaviva, Conversano. Foto di Velvet, in pubblico dominio

Tra Achille e Pentesilea nasce e si sviluppa un amore, quindi, puramente fisico, una lotta simile al duello tra Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme Liberata di Tasso. Non vi sono spade o colpi di lama, lance o scudi, ma corpi che si toccano e si respingono, in un gioco di spinte feroci e corse a perdifiato, che mirano alla sopraffazione dell’altro, alla vittoria sul combattente, fino alla sua totale distruzione. È un amore sadico, ma che ha momenti masochistici, perché sia Achille sia Pentesilea desiderano essere colpiti e deturpati proprio dall’oggetto del loro amore perverso.

L’amazzone sogna che Achille faccia di lei quello che ha fatto con il corpo di Ettore, desidera essere legata, umiliata e farlo a sua volta, traendo piacere dalla violenza. Ricorda per molti versi la Salomè di Oscar Wilde, che desidera a sua volta la testa di San Giovanni Battista, solo per poterla baciare ardentemente e piangere sulla sua morte. Sono dinamiche che saranno, poi, grandemente studiate e sfruttate nel Novecento per rappresentare la tensione erotica tra due nemici. E, infatti, non appena Achille sarà sconfitto, a Pentesilea non resterà che uccidersi con un pugnale, sul modello di Romeo e Giulietta, la tragedia shakespeariana amatissima da Kleist e riproposta in maniera diversa nella prima tragedia di Kleist, La famiglia Schroffenstein.

E molto shakespeariano è il modo in cui viene presentata Pentesilea, sul modello della descrizione che fa Enobarbo a Cleopatra. Come Shakespeare, Kleist affida questo delicato compito al membro più eloquente dello schieramento greco, ma con un’importante differenza: se Enobarbo è affascinato e innamorato della regina egiziana, Ulisse osserva e descrive tutto quello che vede con il suo sguardo clinico e prepara lo spettatore a quello che vedrà, a quest’amore dai tratti sadomasochistici che, da sempre, caratterizza due nemici in lotta in quel talamo che è da sempre la battaglia. E in questo, specialmente in questo, Kleist mostra la sua grande modernità.

Pentesilea ed Achille su un cratere a campana lucano a figure rosse del Pittore di Creusa (tardo V secolo a. C.). Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, CC BY 2.5

Riferimenti bibliografici:

Bosco, Metà furia metà grazia. Il classicismo weimariano e la Pentesilea di Heinrich von Kleist, Pensa Multimedia, Lecce 2009.

Von Kleist, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di A.M. Carpi, Mondadori, Milano 2011

Saviane, Kleist, Olschki Editore, Firenze 1989.Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.

Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.


La centralità della riflessione politica nell’Edipo a Colono di Sofocle

La centralità della riflessione politica nell’Edipo a Colono di Sofocle

Edipo a Colono Sofocle
La tragedia di Sofocle ha ispirato questo dipinto, Edipo a Colono, opera del pittore francese Fulchran-Jean Harriet (1778-1805), olio su tela (1798) conservato presso The Cleveland Museum of Art, Cleveland, Ohio, Mr. and Mrs. William H. Marlatt Fund 2002.3, immagine CC0 1.0

Sul mito di Edipo e sulla sua tragedia si sono spesi fiumi di inchiostro e ancora adesso sono studi che non smettono di affascinare, sorprendere e richiamare sempre più studiosi. E per quanto se ne scriva, non è mai troppo. Indagare la tragedia antica significa scoprire l’origine del teatro, della letteratura e della nostra civiltà, perché tanto hanno ragionato sul governo e sulla democrazia quelli che possiamo ritenere nostri avi. L’Edipo a Colono è una grande tragedia politica, tanto che la parola polis compare quarantadue volte, e proviene dalle mente di un uomo che ha fatto tanto per la sua di polis, Atene. Si parla, naturalmente, di Sofocle.

Un aneddoto vuole che il drammaturgo sia morto mentre guardava la sua ultima opera, proprio per la gioia dovuta alla vittoria riportata. Ma, ahimè, non può che essere una bella leggenda, perché la tragedia fu rappresentata forse proprio nel 405 a.C., dopo la morte del poeta. E lo si può presumere con certezza perché proprio in quell’anno, durante le Lenee - un evento religioso, dedicato a Dionisio Leneo, ove venivano rappresentate tragedie e commedie - Aristofane aveva portato in scena le Rane, straordinaria commedia in cui c’era un esilarante diverbio tra Eschilo ed Euripide, due tragediografi agli antipodi su chi fosse il miglior poeta e, a tale scopo, pronti a sfidarsi all’ultimo verso. Il vincitore, Eschilo, prima di tornare ad Atene per riportarla a quei valori ormai perduti, affida il suo trono proprio a Sofocle, da poco morto. Aristofane aveva fatto questa modifica poco prima della rappresentazione, perché non poteva non includere un così grande poeta. Dopo le Lenee, fu rappresentata l’ultima tragedia sofoclea, quando ormai il suo autore era defunto.

Edipo a Colono, Incisione di Antoine- Alexandre-Theodore Giroust. Iconographic Coll. folder 6357. Immagine Wellcome Images di Wellcome Trust, CC BY 4.0

E non poteva che essere una tragedia della vecchiaia, perché qui confluiscono tutte le riflessioni che il tragediografo ha inserito nel suo teatro. Non a caso si affiderà ad Edipo, protagonista del dramma portato in scena trent’anni prima, che ha fatto presso antichi e moderni la fortuna di Sofocle. Non segue, però, la vicenda mitica più autorevole, ma si affida ad una tradizione locale che voleva il re tebano morto a Colono, una volta scoperti i suoi natali, alla ricerca di un luogo dove trovare la pace. Sofocle scrive, così, una ‘tragedia del rifugio’, una tipologia che aveva particolare fortuna presso il pubblico ateniese. Qui figure di emarginati e perseguitati si spingevano fino alle porte di Atene, alla ricerca di riparo e salvezza, e la città le accoglieva, reintegrandole socialmente. Così, questo anziano e indifeso re, cieco e stremato, giungeva nel demo attico di Colono, guidato da sua figlia Antigone.

È un dramma che si rivolge agli Ateniesi e che parla di Atene, di una città mitica, che faceva da contralto al modello tebano. Ad avvenire era lo scontro tra due forme di governo: l’oligarchica Tebe, guidata da tiranno (il tyrannos) e la democratica Atene rappresentata dal re (basileus) Teseo. Cleonte, che aspira al trono di Tebe insieme ai due figli di Edipo, cerca con la forza e l’inganno di riportare a casa Edipo, giungendo perfino a rapirgli le figlie. A questa figura meschina e calcolatrice si oppone Teseo, il sovrano mitico di Atene, un re giusto che ascolta il suo popolo, la guida perfetta per una città democratica, perché non a capo di schiavi ma di uomini liberi. Liberi, cioè, di esprimere la propria opinione e far ascoltare la propria voce.

Teseo è una guida saggia che ascolta le opinioni e si lascia persuadere dalla migliore. È un uomo retto, che rispetta le leggi terrene e divine, e che accoglie i supplici, proprio come vorrebbero gli dei. Accogliendo Edipo, Teseo e Atene ottengono protezione dagli attacchi tebani e un’eterna immunità dal dolore. Quindi, l’Atene di Teseo è un esempio di armonia, perché chi la guida è rispettoso e pio. Tebe è, invece, stata deturpata da uomini avidi di potere, che hanno distrutto la città con lotte intestine, che non ascoltano il popolo e non badano se non alle proprie esigenze personali. Tebe diviene, così, l’Anti-Atene, in cui si è verificata una costante degenerazione del sistema di governo.

Eppure, nell’Edipo a Colono Sofocle non voleva tessere le lodi di Atene, ma voleva mettere di fronte ai suoi spettatori una scelta politica. Questo è lo scopo dell’intero dramma sofocleo ed è evidente sin dal verso 66, quando Edipo chiede a Teseo che tipo di governo vi sia nella sua città («Qualcuno comanda su di loro o il diritto di parola è del popolo?»). Non è una domanda che rivolge solamente all’antico fondatore di Atene, ma a tutti i cittadini Ateniesi, in quel preciso presente storico, perché riflettessero sulla sorte della loro città e sul futuro del proprio governo. Atene aveva conosciuto nel 411 l’esperienza del colpo di stato oligarchico e, una volta restaurato il regime democratico, non vi era stato un grande miglioramento. Tra il 408 e il 406, Atene aveva subito importanti sconfitte militari, la destituzione del comandante (detto stratega) Alcibiade, un uomo in cui Atene aveva riposto le sue più vivide speranze, e la sua fuga nell’Ellesponto. Forti tensioni, dovute alle tendenze democratico-radicali, ostili a qualunque trattativa con il nemico spartano.

Busto di Sofocle al Museo Pushkin, Foto dell'utente Wikipedia Shakko, CC BY-SA 3.0

Sofocle voleva che i suoi spettatori vedessero quanto lontana fosse Atene da quel modello mitico che le poneva davanti agli occhi e quanto assomigliasse a Tebe, la degenerata Tebe. Un’Atene così lontana da quel virtuoso paradigma politico, perché non più governata da uomini pii e rispettosi delle leggi, amanti della libertà e del proprio popolo, ma da demagoghi accecati dal potere e interessati solo a se stessi. Una realtà così lontana dall’Atene di Teseo, ancora pura e non infettata dalla sete di potere, non ancora inficiata e invalidata da tendenze bellicose e imperialiste. Una polis che Sofocle sperava potesse rivivere, il suo lascito ai politici e cittadini del domani.

 

Riferimenti bibliografici:

Jebb R.C., Sophocles, The Plays and Fragments II. The Oedipus Coloneus, with Critical Notes, Commentary and Translation in English Prose, Cambridge 1899, rist. Amsterdam 1965;

Mastromarco G., Totaro P., Storia del teatro greco, Milano 2008.

Paduano G., Sofocle. Tragedie e frammenti II, Torino 1982;

Ugolini G., L’immagine di Atene e Tebe nell’Edipo a Colono di Sofocle, in «Quaderni Urbinati di Cultura Classica» 60, n.3, 1988, pp.35-53.


letture primavera 2021

Le migliori letture della primavera 2021

Il nuovo anno mi ha portato a confrontarmi con ottime realtà editoriali indipendenti; questo contributo vuole essere una bussola all'interno di questo vastissimo mondo e vi indicherà la direzione per conoscere e scoprire i professionisti del libro: iniziamo questo carosello di uscite e titoli validissimi per questa primavera 2021 di letture.

letture primavera 2021
Foto di Prettysleepy

Mattioli 1885

La casa editrice indipendente ha sicuramente lasciato il segno nel mio cuore grazie a tre distinte pubblicazioni che mi hanno definitivamente conquistato. A partire dall'accattivante thriller Facile preda di John D. MacDonald, una scrittura calibratissima che racconta una storia allucinata d'amore e morte, con inseguimenti da capogiro e un finale all'altezza dei bestsellers di Stephen King. A seguire, c'è una splendida raccolta di scritti di Andre Dubus, Riflessioni da una sedia a rotelle, un devastante caleidoscopio interiore e autobiografico di uno degli scrittori più caratteristici d'America. Una pregevole raccolta di aneddoti, stralci di vita e saggi che ci fanno scoprire l'uomo dietro ai successi letterari. Infine, mi sono innamorato dell'antologia di racconti Le colline ricordano di James Still, dove l'autore americano confeziona racconti ispiratissimi e dotati di una violenta bellezza e finali destabilizzanti.

La copertina del thriller Facile preda di John D. MacDonald, pubblicato da Mattioli 1885

La Vita Felice

La Vita Felice è una casa editrice davvero di grande qualità, una perla rara nell'intero panorama italiano. A partire dalla rinomata collana di poesia (I labirinti) e alla controparte asiatica con la pubblicazione di numerosi poeti giapponesi e le loro raccolte di haiku, senza mai dimenticare il grande impegno a rinnovare la letteratura classica (Il piacere di leggere). Portano in Italia testi inediti e ottimamente tradotti e curati, per esempio Il Re dalla maschera d'oro e altri racconti di Marcel Schwob o Metamorfosi e altri racconti gotici di Mary Shelley. Pregevolissima è la mia ultima lettura, La Sirena di H. G. Wells a cura di Matteo Noja, una storia ispirata al romanticismo di fine 800 in cui si innesta l'immaginazione di uno dei più grandi autori della letteratura fantastica; un testo davvero mordace dove la sensualità va a provocare il bigottismo dell'epoca.  GM. libri è una costola della casa editrice sopramenzionata e si dedica con fervore a riportare in Italia i classici della letteratura fantasy, in particolare questi testi scomparsi da anni nei cataloghi, tra cui il Ciclo Celta di R. E. Howard o i cicli planetari di Edgar Rice Burroughs, da John Carter di Marte al Ciclo di Pellucidar (pubblicazioni a cura di Masa Facchini).

La copertina del volume La Sirena di H. G. Wells, a cura di Matteo Noja, pubblicato da La Vita Felice

 

Del Vecchio Editore

Ho conosciuto Del Vecchio Editore recensendo proprio su ClassiCult la squisita raccolta di racconti brevi di Jacopo Masini, Polpette e altre storie brevissime. Dopo questo primo e felice incontro, mi sono avvicinato alla curatissima collana di poesia con un testo che sta diventando "cult" nella sua nicchia letteraria. Parlo di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie (con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni), di un altro autore capitale del canone americano ovvero Ron Padgett che scrive poesie con una disarmante leggerezza (e perciò complessità) e che avvicina la giovinezza con lo sfiorire degli anni, la bellezza alla ruvidezza delle vite distrutte, il pensiero al corpo. Un autore ricco di nostalgia, amore, pensieri candidi e verità disincantate in un continuo sciabordare di ossimori, rivelazioni e metafore dell'innocenza.

La copertina di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, di Ron Padgett, con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni, pubblicato da Del Vecchio Editore

 

NN Editore

Casa editrice che conoscevo da anni, ma che ho iniziato a leggere da pochissimo (ed è stato un colpo di fulmine). Dopo aver recensito su altri portali la squisita antologia di racconti I poteri forti di Giuseppe Zucco e Decameron Project (AA. VV.) - due dirompenti letture - ho scoperto Brian Panowich con Hard Cash Valley uno dei thriller più belli letti nella mia vita, con un ritmo serrato e personaggi complessi e un'orchestrazione della storia a tinte cinematografiche. Consigliatissimo. Sul versante italiano ritorna Michele Vaccari, con un romanzo che è già un classico moderno (in ristampa dopo 3 giorni!). Urla sempre, primavera è un romanzo-mondo, uno squarcio metafisico all'interno della carcassa putrescente della storia e della letteratura nostrana, un titolo che fonde al suo interno generi diversi; eppure Vaccari crea una sinfonia narrativa, invece di una cacofonia di fantasy, science fiction e speculative fiction (e molto altro, come l'avventura, l'epica, etc).

La copertina del romanzo Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, pubblicato da NN Editore (2021)

 

 

Carbonio Editore

Dopo aver recensito Solo di August Strindberg, sono tornato da Carbonio grazie alla pregevole raccolta a firma di Sadeq Hedayat, Il randagio e altri racconti, con la traduzione di Anna Vanzan, una delle più grandi studiose dell'Oriente in Italia, che purtroppo ci ha lasciato nel terribile 2020. Avevamo già recensito Hedayat e il suo La civetta cieca con una bellissima intervista ad Anna Vanzan a cui rivolgiamo il nostro amore e la nostra stima, nonché le sentite condoglianze ai suoi studenti e soprattutto ai familiari.

Hedayat è uno dei maggiori rappresentanti del mondo culturale iraniano e punta di diamante della letteratura persiana moderna, un uomo dalla caratura intellettuale infinita e autore di numerosi gioielli. All'interno del libro troverete nove racconti estremamente interessanti e contrassegnati dagli stilemi di Hedayat, dall'estetica grottesca, a volte spettrale e allucinata, dove una lirica spesso surrealista va innestarsi in un repertorio di immagini oniriche e cangianti.

La copertina della raccolta Il randagio e altri racconti, di Sadeq Hedayat, pubblicata da Carbonio Editore

 

Neo. Edizioni

Neo. Edizioni è stata una delle scoperte più sorprendenti di questo 2021. Dopo aver recensito Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (con intervista in diretta all'autore) e La carne di Cristò (sempre su ClassiCult) mi sono innamorato definitivamente del loro catalogo e della loro mentalità editoriale.

In lettura ho Vinpeel degli Orizzonti di Peppe Millanta e si sta rivelando uno dei "fantasy" più atipici che io abbia mai letto, scritto con una prosa incantata e pervasa dall'innocenza, una storia intima e di grande coraggio narrativo, perché la narrativa di genere made in Italy sembra essere sotto torchio da parte della critica letteraria contemporanea. Consigliata anche la raccolta (s)poetica Romanticidio. Spoesie d'amore e altre disgrazie di Eleonora Molisani, che coniuga l'ironia all'abusato tema dell'amore e delle relazioni all'interno del mondo poetico e degli autori "sensibili"; Molisani scrive con irriverenza e divertimento e consegna ai suoi lettori una lettura dal sapore agrodolce. perfetta per sovvertire gli stereotipi del poeta classico e moderno, di tutte le sue costruzioni metaforiche e romantiche.

Le copertina di Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, pubblicato da Neo. Edizioni

 

Jaca Book

Questa casa editrice è tra le migliori che il pubblico di ClassiCult può scoprire, una realtà indipendente estremamente sensibile al mondo dell'arte, della storia, della religione, dell'archeologia e di tantissime altre discipline umanistiche.

Tra i titoli che mi sento di consigliare c'è certamente Il Mito a cura di Julien Ries, uno stupendo libro cartonato di notevoli dimensioni che raccoglie il repertorio mitologico dell'intero corpus sensibile della storia umana, in maniera verticale e orizzontale perché si spazia dal Paleolitico ai giorni nostri e dalle grotte di Lascaux agli Aborigeni australiani. All'interno del catalogo Jaca Book c'è molto spazio per Mircea Eliade e della sua opera magna del dizionario delle religioni e dei simboli, un acquisto imprescindibile per antropologi, appassionati di letterature comparate e studiosi delle religioni e dell'arte.

La copertina del saggio Il mito. Il suo linguaggio e il suo messaggio, di Julien Ries, pubblicato da Jaca Book

 

NPE edizioni

NPE è una delle realtà fumettistiche che mi sento di consigliare su ClassiCult, Nicola Pesce - oltre ad essere un ottimo scrittore (ne ho parlato già per La Cura del Dolore) - è un editore attento ed esigente e pretende il massimo dai suoi collaboratori e dagli artisti che mette in catalogo.

Mi sento in dovere di consigliare alcune opere cardine del catalogo, a partire da Eccetto Topolino (Gori, Lama, Gadducci) uno splendido volume saggistico che esplora la storia della figura di Topolino con la lente d'ingrandimento della storiografia italiana e del giornalismo nostrano e con un focus sul rapporto tra Walt Disney e il fascismo. Sul lato fumetti consiglio l'intera bibliografia di Sergio Toppi, Dino Battaglia, Nino Cammarata, Attilio Micheluzzi,  Ivo Milazzo, Sergio Tisselli (a cui rivolgiamo amore e stima per la sua recente scomparsa nel 2020), Sergio Vanello. Oltre a questi autori immensi consiglio caldamente agli amanti del fantastico le Guide Immaginarie dei Vampiri e de i luoghi di Lovecraft.

La copertina di Sharaz-de. Le mille e una notte di Sergio Toppi, pubblicato da NPE edizioni

 

Aguaplano Editore

Ottima casa editrice indipendente, che investe nei suoi libri una curatela maniacale (per fortuna!) e tantissima passione. Dopo aver amato Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù sono passato a un libro unico ovvero Aura di Alessandro Celani, un magnifico reportage fotografico della nostra Italia (e che edizione!) che si snoda attraverso un'edizione bilingue caratterizzata da testi di accompagnamento altamente evocativi. Un testo che si può contemplare in un pomeriggio o per tutta la vita.

Sempre per Aguaplano ho apprezzato tantissimo la raccolta di poesie Ragli di Fabio Greco, libro dal carattere sperimentale e dal linguaggio evocativo quanto indomabile; consiglio davvero a tutti gli amanti della poesia l'intera collana edita da Aguaplano. In lettura ho il Gran Bazar del XX secolo, di Stefano Trucco, che si sta rivelando un romanzo pulp-meta lovecraftiano godibilissimo e che gli amanti della letteratura weird/fantastica dovrebbero recuperare. Le edizioni Aguaplano sono particolarmente pregiate, siano esse cartonati rilegati o brossure più economiche.

La copertina di Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, pubblicato da Aguaplano nella collana Blaupause

 

Ronzani Editore

Chi segue ClassiCult avrà già incontrato Ronzani, una delle realtà editoriali che dà alle stampe libri dalla qualità perfetta, con edizioni di pregio e attente ai bisogni bibliofili dei suoi lettori.

Ultimamente ho concluso il thriller turco di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, che si è rivelata una lettura pazzesca per esplorare la storia recente della Turchia e il suo viscerale legame con l'antica Bisanzio/Costantinopoli. Un romanzo stratificato e ricchissimo di vita e morte, avventura e momenti davvero travolgente. Ma Ronzani è un editore attento a qualsisia tassello del mondo culturale, che sia la produzione di riviste, poesie, saggi e molto altro. Tutti i loro titoli sono stampati con una cura unica, basti pensare alle poesie di Pasolini per la sua Casarsa.

La copertina del thriller di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, pubblicato da Ronzani Editore

 

ABEditore

Per i cultori dell'estetica vittoriana, gotica e decadentista non posso non consigliarvi ABEditore, uno dei migliori editori dal punto di vista tipografico e delle traduzioni, per quanto concerne il recupero di testi classici di letteratura immaginifica e fantastica.

Vi consiglio caldamente i volumi miscellanei di Draculea (a cura di Lorenzo Incarbone) e Follettiana (a cura di Pietro Guariello), che analizzano rispettivamente il repertorio folclorico e letterario di Vampiri e membri del Piccolo Popolo. I volumi sono scrigni preziosi per compiere esperienze di lettura eccezionali e curati nei minimi dettagli per fornire al lettore le sensazioni di mondi dimenticati e storie sepolte dal mistero.

Su ClassiCult abbiamo avuto ospite Fabio Camilletti, per un'intervista spettrale.

La copertina della Follettiana di Pietro Guariello, pubblicata da Abeditore

 

Jimenez Edizioni

Jimenez è la mia più recente scoperta e sono davvero felice di presentarvi un catalogo eccezionale, del quale la mia prima lettura è La notte arriva sempre di Willy Vlautin, un thriller a dir poco avvincente che parte dal presupposto della presente crisi finanziaria e immobiliare che ha investito la città di Portland portando la protagonista Lynette a compiere azioni sempre più folli, fino a realizzare un'accozzaglia di avventure grottesche nell'ambito della vita notturna cittadina, tra criminali, individui pericolosi e tanta illegalità. I libri sono di pregevolissima fattura e non vedo l'ora di conoscere l'intero catalogo.

La copertina del romanzo La notte arriva sempre di Willy Vlautin, pubblicato da Jimenez Edizioni

 

Il Palindromo

La casa editrice palermitana Il Palindromo è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti, soprattutto per quanto riguarda la collana I Tre Sedili Deserti, dedicata al fantastico. Dall'Elogio del Fantastico di Jacques Bergier a La Collina dei Sogni di Arthur Machen possiamo riassaporare i testi che hanno canonizzato l'immaginario moderno con elementi weird, fantascientifici e gotici. Una cura esemplare nell'apparato critico, dalle traduzioni alle prefazioni con un notevole innesto di fonti fotografiche o iconografiche a cura di artisti italiani o stranieri coevi alle opere.

Particolarmente amata è la riedizione del "primo" Pinocchio di Collodi, una narrazione più oscura del classico della letteratura italiana arricchito dalle splendide illustrazioni fumose e grottesche di Simone Stuto. Un un'ultima uscita davvero particolare è Etna. Guida immaginifica del vulcano di Rosario Battiato con la travolgente copertina di Chiara Nott.

La copertina di Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi, a cura di Salvatore Ferlita e con le illustrazioni di Simone Stuto, pubblicato da Il Palindromo

 

Miraggi Edizioni

Miraggi è una delle mie case editrici preferite, perché mi ha permesso di conoscere non solo ottimi autori italiani (La Chiusa, Forlani, ecc.)  ma di affacciarmi alla letteratura del mondo slavo grazie alla strepitosa collana NováVlna. Su ClassiCult avevo già recensito Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, ma vi consiglio moltissimo anche La perlina sul fondo, Il lago, Il bruciacadaveri e il magnifico Krakatite di Karel Čapek, uno dei più importanti romanzi di fantascienza del '900.  Bellissima anche la collana di poesia e gli Scafiblù, dedicati agli autori italiani, di cui vi consiglio Il bambino intermittente, Colloqui con il Pesce Sapiente e Uno di noi.

 

La copertina del romanzo di fantascienza Krakatite di Karel Čapek, pubblicato da Miraggi Edizioni

"Qualcuno si ricorderà di noi": antiche voci femminili in scena

"Qualcuno si ricorderà di noi" di Alessia Pizzi: antiche voci femminili in scena

In un panorama di crescente attenzione per la rilettura e ri-attualizzazione dei classici o, per meglio dire, della tradizione antica, uno spazio privilegiato occupano oggi - ma in realtà già da diversi decenni - le riscritture e reinterpretazione in chiave moderna di miti al femminile. Se ne possono citare tantissimi: dalle illustri e meravigliosamente riuscite variazioni sui miti di Medea e Cassandra ad opera di Christa Wolf, alla recentissima riscrittura del mito di Circe ad opera di Madeline Miller, o alla guerra di Troia raccontata da Briseide attraverso la penna di Pat Barker in “The Silence of the Girls”, passando per la “Penelopiad” di Margaret Atwood (nella debole traduzione italiana “Il canto di Penelope” frustra malamente la forza del titolo), senza neanche poi soffermarsi sul glorioso precedente rappresentato dalle donne del mito nei “Dialoghi con Leucò”.

Si parla molto di reception studies, gli studi, appunto sulla ricezione dei Classici, che sovente si intersecano con i gender studies (gli studi di genere) applicati al mondo antico, terreno scivoloso, il cui studio richiede un approccio di grande dottrina e serietà, affinché si evitino banalizzazioni e confusioni fra modi di pensare e concepire il mondo fondamentalmente incompatibili.

Questa è la doverosa premessa alla lettura del libello, “Qualcuno si ricorderà di noi” recentemente edito da FusibiliaLibri, contenente la prima opera teatrale pubblicata da Alessia Pizzi, giovane giornalista romana laureata in filologia classica. Si tratta di un esperimento letterario singolare: la pubblicazione del testo,  qui, contrariamente alla norma, precede la sua rappresentazione scenica. Un esperimento, interessante questo, poiché apre la possibilità per l’autrice e per chi ne curerà la regia, di incorporare il feedback dei lettori nella possibile messa in scena futura.

Ma veniamo al contenuto e al tema del testo: ho parlato di ricezione dell’antico e di studi di genere (gli studi a cui l’autrice si è dedicata nel lavorare alla sua tesi di laurea magistrale), perché le protagoniste di questa breve commedia sono gli spiriti delle tre poetesse  greche “dimenticate”, Erinna, Anite e Nosside, in compagnia della più nota Saffo, tutte rievocate dall’oltretomba ad opera di Google, altro personaggio sempre in scena. La pièce, dunque, non riscrive il mito, ma, attraverso un’idea assai originale, punta i riflettori su una produzione letteraria femminile dileggiata e messa da parte, scomparsa e fatta a pezzi, addirittura, a causa dell’inesorabile meccanismo di perdita e trasmissione dei testi che, nei secoli non ha perdonato a queste poetesse (o forse sarebbe meglio dire “poete”, come si nota anche nella prefazione al testo, a cura di Antonella Rizzo) il fatto di essere nate donne.

Ritratto femminile, detto “Saffo”. Copia romana da originale greco dell’età classica, Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori. Foto di Marie-Lan NguyenPubblico Dominio

Il merito del testo è quello di riportare l’attenzione su figure letterarie note a pochi - sebbene tornate in auge tra le ricerche online nel 2017, come ci racconta il personaggio di Google - non solo in quanto anomale versioni femminili di un ruolo tipicamente maschile (il poeta, lo scrittore), ma in quanto voci autonome, capaci di parlare di amore senza dover essere tacciate di essere frivole e facili, o di guerra senza essere definite “Omero in gonnella”. Una riflessione, questa, che naturalmente si estende con facilità alla società odierna, in cui ancora molto si discute di professioni prettamente maschili o femminili, o di desinenze di genere nei sostantivi.

Il pubblico a cui questo testo teatrale si rivolge è potenzialmente molto ampio. La narrazione è semplice e rapida, a tratti anche didascalica nel momento in cui mette in bocca ai protagonisti informazioni descrittive e di contesto, magari scontate per un classicista, ma non necessariamente per un fruitore di altro genere. Il lessico e la lingua sono contemporanei, di facile comprensione e il tono è leggero e scanzonato, spesso vagamente ironico.

Sarà sicuramente interessante scoprire come questo testo verrà rappresentato - quando, come ci si augura, sarà possibile vederlo in un teatro - e quali sfide di regia proporrà una sua messa in scena. Nel frattempo, ci accontentiamo di leggerlo su carta, nell’ottima e ben curata edizione di FusibiliaLibri.

Qualcuno si ricorderà di noi Alessia Pizzi
La copertina del testo teatrale Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi, pubblicato FusibiliaLibri (2020) nella collana palco con introduzione di Antonella Rizzo

Natale in casa Cupiello con Sergio Castellitto

Su Rai1 "Natale in casa Cupiello" con Sergio Castellitto e Marina Confalone

Su Rai1 "Natale in casa Cupiello" con Sergio Castellitto e Marina Confalone

Natale in casa Cupiello con Sergio Castellitto
Natale in casa Cupiello, firmata dal regista Edoardo De Angelis, con Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo, Tony Laudadio, Pina Turco, Alessio Lapice e Antonio Milo

È in arrivo su Rai1 “Natale in casa Cupiello”, l’attesissima trasposizione filmica dell’intramontabile opera teatrale di Eduardo De Filippo, firmata dal regista Edoardo De Angelis. Un omaggio nel 120° anniversario della nascita del celebre drammaturgo e poeta partenopeo e una strenna per i telespettatori alla vigilia delle prossime festività natalizie.

Martedì 22 dicembre in prima serata, il film, prodotto da Picomedia in collaborazione con Rai Fiction, racconterà le vicende dal sapore agrodolce tratte dal capolavoro di Eduardo attraverso le straordinarie interpretazioni di Sergio Castellitto, Marina Confalone, Adriano Pantaleo, Tony Laudadio, Pina Turco, Alessio Lapice e Antonio Milo.

Una storia che ha saputo commuovere e divertire fino alle lacrime generazioni intere e che narra le dinamiche complesse e conflittuali di una famiglia che, Natale alle porte, si ritrova a fare i conti con una palese e profonda incapacità di comunicare.

LA STORIA
Napoli, 1950. Il giorno di Natale è vicino e, come ogni anno, Luca Cupiello prepara il presepe; è il
suo mondo perfetto, al riparo dalla realtà, dove ogni cosa trova la sua giusta collocazione. Ma a
nessuno interessa. Non a suo figlio Tommasino, nonostante i tentativi di seduzione. Non a sua
moglie Concetta, che ha ben altro a cui pensare: l’altra figlia, Ninuccia, infatti ha deciso di lasciare
il ricco marito Nicolino per l’uomo che ha sempre amato, Vittorio, e gli ha scritto una lettera per
comunicarglielo. Concetta riesce a evitare quella che per la famiglia sarebbe una sciagura, ma la
missiva capita nelle mani di Luca che, ignaro di tutto, la consegna al genero. Nicolino scopre così
il tradimento della moglie. Durante la vigilia di Natale, la sbadataggine di Luca mette di fronte i due
rivali e la realtà irrompe prepotente nel clima presepiale di casa Cupiello. Tutto sembra perduto,
ma in soccorso di Luca, morente, arriva ancora una volta il suo presepe.

PERSONAGGI

Luca Cupiello
(Sergio Castellitto)
In casa lo chiamano Lucariello. È Natale e la sua ossessione per il presepe è mal sopportata o
addirittura derisa da tutti. La famiglia Cupiello sembra presa da altre faccende più importanti. Ma
il presepe custodisce un segreto che soltanto lui conosce. Sembra inconsapevole, Lucariello, di
tutto ciò che gli accade intorno. Eppure, mentre gli altri restano disorientati, indecisi tra la libertà e
il quieto vivere, proprio lui si rivela l’unico ad avere un disegno, puro e incontestabile come l’amore.

Concetta Cupiello
(Marina Confalone)
Pragmatica e diretta, Concetta è un po' il contraltare di Luca. Questo Natale scoprirà che non
sempre la concretezza è l’arma più efficace per decifrare la realtà.

Tommasino Cupiello
(Adriano Pantaleo)
Secondogenito di Luca e Concetta, lo chiamano Nennillo. A lui sta bene, del resto crescere è faticoso. A un certo punto, però, si rende necessario.

Pasquale Cupiello
(Tony Laudadio)
Fratello di Luca e suo coinquilino, Pasquale è uno scapolo di mezza età rancoroso e collerico. In
lite perenne con Tommasino.

Ninuccia Cupiello
(Pina Turco)
Prima figlia di Luca e Concetta. Intrappolata tra un matrimonio che la rende infelice (con Nicola) e
un amore impossibile (per Vittorio), sceglie la libertà dell’amore anche se questo la scaraventa in
un campo vuoto, senza niente.

Vittorio Elia
(Alessio Lapice)
Amante di Ninuccia. Vittorio è un ragazzo bruciato dall’amore che lo porta a essere temerario al
punto di distruggere la pace di una famiglia.

Nicola Percuoco
(Antonio Milo)
Marito di Ninuccia, è un grosso commerciante che incarna il ruolo del borghese arricchito. Nicolino appare infatti elegante e distinto, ma è in realtà rozzo, trasandato e per nulla adeguato allo
status sociale che ha raggiunto. Inoltre, vede Ninuccia come un oggetto di sua proprietà e, pur
trascurandola e rendendola infelice, ne è incredibilmente geloso.

NOTE DI REGIA

Natale in casa Cupiello è una tragedia che fa ridere. Una casa distrutta e una famiglia in frantumi vengono tenute in piedi dall’ostinazione di Luca e dai suoi strumenti patetici: colla di pesce puzzolente e il sogno pulito del presepe.
Il presepe è bello e commovente perché lì ognuno ha il suo posto, il suo ruolo. Piace solo a lui però perché gli altri vogliono cambiare posizione, vogliono essere liberi. E in nome della libertà, distruggono tutto. Sospesi tra realtà e presepe, è possibile una forma di salvazione? Sì, è possibile ma affinché il bambino possa nascere e salvare il mondo trasformandolo in un vero mondo nuovo, il mondo vecchio deve morire.
Dopo un’attenta istruttoria filologica attraverso le edizioni dell’opera mutata nel corso dei decenni anche profondamente, abbiamo deciso di collocare il presente adattamento nel 1950.
Un anno emblematicamente sospeso tra la guerra e il benessere. Napoli è ancora ferita dalle bombe ma si sentono i primi vagiti di una classe media che si affermerà negli anni successivi.
Un anno sospeso tra distruzione e ricostruzione, proprio come il 2020.
È una commedia che fa piangere Natale in casa Cupiello.

Edoardo De Angelis

Per ulteriori approfondimenti vedi NewsRai dedicato.

Foto e testo da Ufficio Stampa RAI, sulla trasposizione filmica di Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, firmata dal regista Edoardo De Angelis e con Sergio Castellitto e Marina Confalone.


Daniele Giuva teatro

Il teatro ai tempi del coronavirus: intervista all'attore Danilo Giuva

Il teatro ai tempi del coronavirus: intervista all'attore Danilo Giuva

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

L'emergenza sanitaria attualmente in atto ha profondamente modificato lo stile di vita degli italiani: molte sono state le attività sospese una prima volta a marzo e, successivamente, intorno alla fine di ottobre, con l'arrivo della seconda ondata pandemica. In entrambe le circostanze, il settore della cultura è andato incontro a chiusure: a partire dal 6 novembre musei, biblioteche e archivi non sono accessibili; sono sospese inoltre mostre, convegni e qualsiasi attività comporti la presenza di pubblico. A essere maggiormente penalizzati, tuttavia, sono stati cinema e teatri, chiusi già col DPCM del 25 ottobre: una scelta controversa, sia perché la presenza del pubblico è essenziale per l'esistenza stessa di questi luoghi, sia perché i protocolli di sicurezza varati in seguito alla riapertura primaverile si erano rivelati particolarmente efficaci. La priorità, beninteso, rimane la tutela della salute pubblica; tuttavia la preoccupazione è che il mondo della cultura italiana abbia subito dei danni tali che, una volta messa sotto controllo la pandemia, tornare alla normalità possa essere ben più difficile del previsto.

Danilo Giuva e Licia Lanera a teatro con I sentimenti del Maiale. Foto di Manuela Giusto

Danilo Giuva, attore professionista pugliese, vive in prima persona questa spinosa situazione: “Le prove erano ripartite a giugno, mentre solo a settembre avevamo ripreso le attività di formazione; dopo poco più di un mese abbiamo dovuto sospenderle e rimandare tutto sine dieracconta Giuva durante un'intervista rilasciata ai microfoni di AngInRadio Triggiano- Giovani Radioattivi.

Listen to "Teatri e chiusure.La dura vita dell'attore durante la pandemia.In studio con Danilo Giuva,attore e regista" on Spreaker.

Nato a Foggia ma formatosi tra Bari, l'America e la Danimarca, Giuva ha lavorato con registi del calibro di Emma Dante; attualmente fa parte della compagnia teatrale di Licia Lanera (attrice recentemente vista nel film Spaccapietre dei fratelli De Serio) in veste di attore, formatore e regista: sua un'originale mise en scéne di Mamma- Piccole tragedie minimali, l'ultimo testo di Annibale Ruccello. Le “prove” a cui si riferisce sono quelle de I sentimenti del maiale, opera di Vladimir Majakovskij e ultimo capitolo della trilogia Guarda come nevica inaugurata nel 2018 dalla Compagnia Licia Lanera, comprendente Cuore di Cane di Michail Bulgakov e Il Gabbiano di Anton Čechov; lo spettacolo, messo in scena a tempo di record dopo il lockdown di marzo-aprile, ha debuttato in prima assoluta il 25 agosto al Teatro Carignano di Torino in occasione della venticinquesima edizione del Festival delle Colline Torinesi; le repliche previste sono al momento sospese.

Licia Lanera a teatro con I sentimenti del Maiale. Foto di Manuela Giusto

Le implicazioni di questo fermo sono molte e complesse: “c'è sicuramente un danno economico” dice Giuva “i ristori economici stanziati sono del tutto insufficienti per chi fonda la propria vita sull'attività teatrale, esattamente come per qualsiasi altro professionista; inoltre molte indennità previste, a distanza di mesi devono ancora arrivare. C'è tuttavia un ulteriore danno, più subdolo, che coinvolge tutti quanti: in questo momento non è possibile condurre una vita normale, e il teatro, che di vita si nutre, ne risente notevolmente”.

In effetti i luoghi della cultura, tanto nella prima fase della pandemia quanto nell'immediato passato, sono stati i primi a essere chiusi, a differenza di attività commerciali e chiese, che pure mostrano un grado di rischio uguale o superiore: “questo riflette la cattiva interpretazione di cui soffre il mondo della cultura e il teatro in particolare” commenta Giuva “per lo più essi vengono visti come luoghi di intrattenimento, facilmente sacrificabili. Ma non è così: è in quei luoghi che circolano le idee, è lì che si costruisce il futuro”.

Questa cattiva percezione, riflette l'attore, non è condivisa da altre nazioni che, come l'Italia, stanno vivendo la crisi sanitaria: “in altri stati quello dell'attore è riconosciuto come mestiere a tutti gli effetti, e la copertura economica è assicurata non solo quando si è sul palco o in tournée, ma anche nei momenti in cui si prova o addirittura si crea”. Le parole di Giuva sono confermate dal fatto che, in altri Paesi europei, le attività teatrali sono state sospese solo in seno a lockdown generali, non prima.

Danilo Giuva teatro
Danilo Giuva a teatro con Mamma. Foto di Manuela Giusto

Come tutti i pregiudizi, quello sulla figura dell'attore tende a manifestarsi con violenza in periodi di crisi: sui social network molti sono i commenti inveleniti di chi invita gli attori a “trovarsi un vero lavoro” anziché gravare sulle spalle dello Stato. Giuva trova un'amara spiegazione a questo fenomeno: “non è possibile distinguere chi fa l'attore per mestiere e chi per hobby, perché di fatto non esiste un riconoscimento legale a questa professione”. Eppure il lavoro teatrale occupa un notevole monte ore, che non si ferma al solo allestimento degli spettacoli: la Compagnia Licia Lanera, ad esempio, spende molte risorse nella formazione di nuovi talenti, alla quale sono dedicati numerosi giorni a settimana. “A questo si aggiunge il 'normale' lavoro di attore: le prove vanno avanti dal mattino a sera inoltrata, quanto un vero e proprio full-time. E poi c'è tutto il tempo che va dedicato allo studio dei testi e dei linguaggi”.

C'è poi un pericolo che viene forse sottovalutato: sono molti i teatri e le compagnie che, nell'impossibilità di andare in scena, hanno fatto ricorso allo streaming. Si corre forse il rischio che questo mezzo di necessità vada a soppiantare del tutto il teatro dal vivo? “No” risponde Giuva “finché due persone potranno incontrarsi faccia a faccia, il teatro non morirà. La dimostrazione c'è stata la scorsa estate quando, pur con tutte le limitazioni e le precauzioni richieste, la gente è accorsa a vedere gli spettacoli dal vivo. Il teatro in differita è noioso e privo di emozioni, perché parla un linguaggio completamente diverso rispetto a quello dal vivo: perfino gli spettacoli televisivi di Eduardo De Filippo erano studiati espressamente per quel mezzo, con tempi tecnici e gestualità diversi; ma la gente vuole emozionarsi, è innamorata del teatro”.

Danilo Giuva teatro
Danilo Giuva a teatro con Mamma. Foto di Manuela Giusto

Si può comunque trarre un insegnamento dal triste momento che stiamo vivendo: è necessario pensare a una nuova cultura del teatro. “Bisogna sensibilizzare le nuove generazioni” dice Giuva “i giovani rispondono con entusiasmo se viene data loro l'opportunità di guardare uno spettacolo; tuttavia molto spesso non sono guidati nelle loro scelte, oppure non c'è un progetto coerente di avvicinamento al teatro, pertanto finiscono per annoiarsi o averne una visione distorta. Il teatro andrebbe studiato a scuola insieme alla letteratura, ma la verità è che molti docenti non sono né preparati né sensibili al teatro. Possiamo prenderci questo momento di pausa per rivedere un po' tutto e liberarci dai pregiudizi”, guardando a un futuro che si spera prossimo, quando si potrà tornare a godersi uno spettacolo in teatro.

Danilo Giuva teatro
Danilo Giuva a teatro con Mamma. Foto di Manuela Giusto

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano

I Padroni dell'Acciaio: dieci protagonisti dell'ars bellica

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano è stata una boccata d'aria fresca, un'interessantissima lettura che potrà appassionare tantissimi. Gli amanti della storia, i neofiti che vogliono immergersi in un mondo affascinante quanto duro e spietato, o gli specialisti che possono confrontarsi con monografie eccezionalmente curate sotto l'aspetto critico.

Infatti è proprio questo I Padroni dell'Acciaio: una raccolta di dieci monografie dedicate a grandi personaggi storici e protagonisti dei più disparati eventi bellici. L'attenzione di Campagnano è tuttavia rivolta a quelle figure ingiustamente dimenticate da molti storiografi contemporanei, ma non per questo di minor conto.
Nel volume, riccamente illustrato dal magistrale Francesco Saverio Ferrara, avremo modo di approfondire le peculiarità biografiche e geopolitiche di questi uomini d'arme:

1) Giorgio Castriota Scanderbeg
2) Pregianni De Bidoux
3) Ettore Fieramosca
4) Pier Gerlofs Donia
5) Enrico V di Brunswick
6) Jean de la Valette
7) Giovanni delle Bande Nere
8) Alberto Alcibiades
9) Astorre Baglioni
10) Franz Schmidt

Sicuramente merita una menzione d'onore uno de I Padroni dell'Acciaio tra i più atipici, che ha fatto della morte la sua vita. Franz Schmidt conosciuto come il boia di Norimberga. Tutta la vita della famiglia Schmidt si interseca con le vicende di un altro dei protagonisti delle monografie, ovvero Alberto Alcibiades, margravio di Brandeburgo-Kulmbach: nel 1547 il "bellator" di Brandeburgo mette a morte 3 armaioli rei di tradimento.

In quella circostanza non c'era il boia e quindi Alcibiade rievoca un'usanza cittadina; scegliere il boia tra la folla degli spettatori. Il suo dito sceglie Heinrich Schmidt, il padre di Franz, e condanna tutta la famiglia degli Schmidt a un'esistenza poco nobile, visto che il mestiere del boia non era certo ben visto dall'intera popolazione. Franz cresce aiutando il padre e già da giovane è un esperto torturatore e sviluppa una corporatura massiccia abituata ai lavori più pesanti.

Di pari passo svilupperà una certa sensibilità scientifica, grazie allo studio dei cadaveri e dell'anatomia umana. Questo padrone dell'acciaio poi sarà ricordato come "L'onorabile Franz Schmidt, medico"; perché dopo aver abbandonato il mestiere del boia (esercitato per 40 anni) a causa della vecchiaia presterà servizio come medico (come in parte già faceva durante gli anni precedenti). Non solo: una notifica imperiale gli laverà l'onta di essere stato un "portatore di morte" e gli garantirà la nobile posizione di medico.
Nel suo diario apprendiamo che ha accompagnato il trapasso di 361 criminali; ma possiamo credere a ben ragione che con le sue doti scientifiche abbia salvato quasi diecimila abitanti di Norimberga, grazie alla sua spiccata inclinazione medica.

Uno dei maggior pregi del volume è quello di rivolgersi al lettore senza un apparato di note, la volontà dell'autore è di offrire un testo direttamente fruibile a tutti senza il proliferare di commenti che possono appesantire l'esposizione della materia. Con una prosa cristallina, svuotata di qualsivoglia retorica o spirito romantico (tipico di alcuni storici schierati e fin troppo “innamorati” dell'argomento), Campagnano offre tutte le informazioni in uno slancio divulgativo dall'alto valore. A mio avviso raramente troverete, inoltre, una bibliografia così commentata, che permette la nascita di un'interfaccia ragionata tra lo scritto dell'autore e i suoi predecessori, che si tratti di colleghi del passato recente o di cronisti dei tempi più remoti. Infatti, come dice Campagnano nell'introduzione, questo è l'obiettivo dello storico del futuro, “della storiografia 2.0”, ovvero intessere un dialogo con le fonti e riesumarle dal dimenticatoio, correggere dove c'è ne il bisogno, arricchirle con fonti iconografiche e visive, usare i supporti informatici e tecnologici al servizio della storia, senza aver il timore di esserne dipendenti.

Il risultato è palese, un libro - manifesto che permette a chiunque di assaporare la Storia da punti di vista inediti e affascinanti. Non solo episodi bellici, ma vivi ritratti di antagonisti eccezionali, coinvolgenti spiegazioni dei contesti geo-politici e degli scacchieri mediterranei, italici e nordici. Aneddoti, episodi estrapolati dal retaggio leggendario e snocciolati con accortezza storiografica, mitologie personali declinate alla rappresentazione dell'uomo prima dell'eroe invincibile e molto altro. I Padroni dell'Acciaio è un libro magistralmente presentato nell'estetica e nella qualità della stampa, con una carta patinata opaca da 135 grammi: il volume si presenta come un monolite solido dal peso notevole. La carta è la stessa che troverete in mirabili cataloghi d'arte e permette di apprezzare in pieno le cartine geografiche, le illustrazioni di Ferrara e il font grande dei caratteri.
Il volume inoltre presenta la dedica dell'autore (menzionato con onore su Indiegogo come “Top Inspirational Project”, unico in Italia), i segnalibri sempre illustrati da Ferrara e delle Card A5 che derivano dalle impressionanti illustrazioni interne.

Non posso far altro che invitarvi a conoscere le gesta dell'irriducibile Scanderbeg d'Albania, genio militare che si oppose allo strapotere di Maometto II il conquistatore di Costantinopoli, ad avventurarvi per mare con Piergianni l'ospitaliere, a vendicare i torti subiti a colpi di spada titanica come Pier Gerlofs Donia o a difendere ogni palmo della sacra Malta, come Jean de la Valette fece contro le armate di Solimano il Magnifico.
Gabriele Campagnano è il fondatore e il curatore del Centro Studi Zhistorica e dell'omonima pagina Facebook, autore di articoli, monografie e del romanzo dark-fantasy Zodd. Alba di Sangue.

Sito: http://zweilawyer.com/

I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano
I Padroni dell'Acciaio di Gabriele Campagnano e con illustrazioni di Francesco Saverio Ferrara, pubblicato da Zhistorica

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Eduardo De Filippo poesia

Eduardo e la poesia contemporanea

Scrivere di e su Eduardo è scrivere di Teatro nella sua forma più alta e nobile.  Nelle tematiche, nella complessa realtà che irrompe nel suo Teatro, il drammaturgo trova la sublimazione di autore estremamente moderno nella sua epoca ed incredibilmente attuale nella nostra: la dissoluzione della famiglia, le conseguenze della guerra, il difficile ricambio generazionale, la corruzione della morale. Temi che diventano predominanti nei testi e che nel contempo vanno al di là del “solo” edificio teatrale per convogliare – anche mediante le forme e le espressioni più disparate – addirittura nel cinema.

Eduardo De Filippo poesia Pulcinella
Eduardo De Filippo in scena truccato da Pulcinella. Foto di IlSistemone, in pubblico dominio

Ma è nella poesia che l’universo eduardiano si avviluppa e s’evolve nella prassi di poeti certamente contemporanei. Proseguiamo per gradi.

Napoli milionaria: Gennaro tornato dalla guerra. Foto in pubblico dominio

Con Napoli milionaria! s’inaugura quella nuova fase della sua drammaturgia, La Cantata dei giorni dispari, che lo vede autore “impegnato”, lontano dall’atmosfera comica del Teatro umoristico I De Filippo e completamente immerso nel racconto della triste realtà napoletana della guerra che spazza via ogni valore morale, in nome di una ricchezza materiale che comporta l’asservimento etico ed umano da parte di una società animata da ben pochi scrupoli e che porterà il protagonista della vicenda, Gennaro Jovine, a pronunciare la celebre: «’A guerra nun è fernuta e nun è fernuto niente», per poi lanciarsi nel finale in un effimero sussurro di speranza nell’avvenire:« Ha dda passà ’a nuttata».

È da qui, a partire da questi temi che, qualche decennio successivo, nasce una nuova schiera di autori che delineano la loro poetica verso mete tanto diverse ma che hanno in comune l’influenza del grande drammaturgo:
Salvatore Palomba con l’imprescindibile esempio di Carmela, Napule è mille ferite – diventate poi canzoni grazie alla musica di Sergio Bruni – Vestuta nera, Chisto è nu filo d’erba e chillo è ’o mare non soltanto sono la riproposizione dei temi in parte sopraccitati, ma l’evoluzione di una precisa prassi poetica che, a partire dal 1975, trova nella denuncia della miserevole realtà dei bassi, della scomparsa progressiva dei valori morali, della disoccupazione e micro delinquenza giovanile, l’essenza della sua stessa esistenza.

Un’evoluzione poetica che porta alla nascita di altri poeti – anche se più comunemente definiti cantautori –  come Pino Daniele con le memorabili Suonno d’ajere, Terra mia, Napul’è, dove la miseria e l’alienazione del popolo cominciano a divenire irreversibili; Enzo Avitabile e Enzo Gragnaniello che, mescolando suoni antichi e moderni, tradizionali e africani, raccontano la povertà materiale e sociale di un popolo attanagliato sempre dagli stessi dilemmi, dalla stessa fame, dagli stessi fantasmi.

Eduardo De Filippo, nella scena del caffè durante la quale Pasquale Lojacono dialoga col Professore. Fotogramma dalla produzione per la televisione diretta ed interpretata da Eduardo De Filippo di Questi Fantasmi del 1962. Foto in pubblico dominio

Qualcuno che forse un tempo amavo

Famiglia, talvolta microcosmo accogliente e fidato, talvolta gabbia dorata in cui covano tradimenti e si annidano inganni insospettabili. Come le fiabe più crudeli, il mito con i suoi graffi riesce a strappare la maschera alle ipocrisie e rivela il nucleo di irriducibile verità che si cela dietro l’apparenza di molte relazioni: così, accanto a memorabili episodi di amore sincero in cui la purezza del sentimento commuove fuor di ogni retorica (emblematico risulta a tal proposito l’intenso saluto di Ettore e Andromaca, un momento di poesia altissima, prima del duello furibondo che sancirà la morte del marito e poi la riduzione in schiavitù della moglie e del figlioletto Astianatte), l’antico ha saputo proporre, senza vani pudori, modelli matrimoniali non altrettanto limpidi.

Spicca in questo senso la vicenda della casa degli Atridi, già contaminata dal miasma della maledizione divina, in virtù di quell’ineluttabile vincolo per cui le colpe dei padri ricadono sui discendenti. È infatti in seno alla famiglia di Atreo – colui che aveva imbandito al fratello le carni dei figli – che si dipana la sanguinosa storia di Agamennone e Clitemnestra, sovrani di Micene, protagonisti di una leggenda che con i suoi accenti feroci e straordinariamente magnetici ha ispirato poesia epica e tragica e continua a solleticare la fantasia dei moderni.

Recentissima è la rilettura a opera dell’irlandese Colm Tóibín: nel romanzo del 2017 La casa dei nomi, pubblicato in Italia l’anno successivo per i tipi di Einaudi, le voci dei personaggi principali si alternano nel progredire del racconto e testimoniano la complessità dell’intreccio dei punti di vista che compongono la realtà, dando forma a una verità che non è mai granitica, anzi riluce nelle sue molteplici sfumature. La Clitemnestra della tradizione, appiattita dal tempo su una spietatezza quasi stucchevole, viene qui risarcita della sua umana fragilità e sin dal memorabile incipit – ‘I have been acquainted with the smell of death’ («Ho dimestichezza con l’odore della morte») – rende i lettori partecipi del suo sentire attraverso i sensi. Volitiva e irriguardosa delle conseguenze dei suoi gesti, è vero, ma solo perché visceralmente segnata da una tragica prigionia nel ventre della terra: dopo essere stata sepolta viva affinché non fosse di ostacolo al sacrificio di Ifigenia (primogenita immolata dal padre Agamennone per placare i venti contrari e propiziare la partenza per Troia), la regina riemerge dal suolo dopo averne assorbito la forza ctonia e uterina. Colm Tóibín la dipinge fiera negli istinti muliebri, ma non ne nasconde i timori e vulnerabilità di madre, e attorno alle sue paure costruisce un castello di incomprensioni e silenzi. Non senza trepidazione la donna si consegnerà al suo amante Egisto, non senza apprensione infliggerà il colpo mortale a suo marito.

Oreste, a cui finalmente l’autore restituisce un’adolescenza, vive il suo personale (e mccarthyano) romanzo di formazione prima in una terra desolata e poi in una casa che un tempo era piena di nomi, quelli degli dèi non più invocati, un’assenza che risuona del suo stesso vuoto. Fedele al modello classico resta, a conti fatti, soltanto Elettra – immobile nel suo dolore di ghiaccio e nell’altera nobiltà di stirpe, frenata dall’equivoco dell’incomunicabilità e attonita di fronte alla piega degli eventi – resa più ardita, forse, dalle carezze notturne che indisturbata regala alla fidanzata del fratello.

L’operazione che con nitore lo scrittore di Dublino porta avanti risulta tanto più comprensibile e significativa se la si legge alla luce della storia recente irlandese; l’amarezza e il senso incolmabile di solitudine che pervade il romanzo suonano quasi come un monito: il malinteso che cova nel guscio di una famiglia può pericolosamente sfociare in lotte intestine, scontri fratricidi. Una tragedia che appare così intima contiene cioè in nuce i simboli di ogni guerra civile; il sacrificio di Ifigenia, stabilito senza alcuno scrupolo da suo padre Agamennone, costituisce il primo atto cruento della vicenda, seguito dall’uccisione di Agamennone da parte di Clitemnestra e poi di quest’ultima per mano di suo figlio Oreste. Si tratta a ben vedere di un ciclo di violenza che non conosce tregua e che evoca amari rimandi ai troubles nordirlandesi e ai fatti della Siria dei nostri giorni.

La domanda aperta che Colm Tóibín sembra porre ai lettori è: avrà fine tutto questo? In che modo sarà possibile interrompere questa successione di delitti efferati, compiuti selvaggiamente all’interno di una comunità di affini? A un altro interrogativo – come ha avuto inizio tutto ciò? – tenta di rispondere un testo memorabile di Marguerite Yourcenar, contenuto nello scrigno di prose liriche Fuochi (scritto nel 1935), edito da Bompiani con la traduzione di Maria Luisa Spaziani. Clitemnestra o del crimine è un monologo in cui la protagonista si rivolge ai Signori della Corte per ripercorrere le origini del suo gesto colpevole, senza mai volerlo banalmente giustificare. In un tribunale novecentesco, la cattiva del mito non ha paura di svelare le ferite inflitte da una relazione sofferta, ridimensiona la portata dell’adulterio («Se qualcuno io ho tradito, si tratta certamente di quel povero Egisto. Avevo bisogno di lui per sapere fino e che punto fosse insostituibile colui che amavo») e si sofferma a ponderare le conseguenze dell’assassinio. Nell’eternità i morti non conoscono riposo e Agamennone non fa che ritornare: la sua ombra è un tormento che non si può sopprimere.

Nella tragedia di Eschilo erano le Erinni, terribili dee della vendetta, a perseguitare Oreste dopo il matricidio con cui aveva vendicato suo padre per volere di Apollo. Scomparso l’orizzonte divino, l’uomo deve farsi carico delle sue inquietudini e della notte atra della civiltà in cui il non-detto è capace di confinarlo. Ormai priva del legame sacro con il trascendente, la famiglia è costretta fare i conti con una distanza che la rende vulnerabile, che ne acuisce le lacerazioni e la espone alla trappola delle menzogne fino a mettere in dubbio la consistenza stessa dei sentimenti («Qualcuno che forse un tempo amavo», dirà l’ombra confusa della Clitemnestra di Tóibín a proposito di suo figlio Oreste). Rileggere il mito significa estrapolarne i simboli e farli reagire con il presente, mettendoci in guardia dalle derive ideologiche che negano la complessità in nome di una tradizione che, a ben vedere, infine, risulta tutt’altro che rassicurante.

famiglia
Edvard Munch, The Kiss (El Beso), olio su tela (1892), foto The Athenaeum, pubblico dominio

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight


Natale in casa Cupiello: Dieci curiosità sul capolavoro di Eduardo

Natale a Napoli è qualcosa di diverso, di unico.

Difficilmente le parole possono descrivere i profumi, lo scintillìo delle luci di qualsiasi balcone, il sapore delle prelibatezze di antica “formula”. Natale è qui la festa più lunga che comincia da«quando in una notte di novembre il vento freddo prende il posto dello scirocco», come scrive il grande Giuseppe Marotta.
Ma Natale vuol dire soprattutto presepe e Natale in casa Cupiello.

 La celebre commedia eduardiana è entrata meritatamente a far parte della tradizione ed è imprescindibile per i napoletani, un po’ come il capitone e la Santa Messa di Mezzanotte.

Quella che però noi crediamo essere una commedia che ormai si conosce  a «memoria» per le tante vigilie passate davanti alla Tv, nasconde tanti aspetti che soltanto pochi conoscono. Non ci credete? Allora leggete:

1) Poesia prima di Natale in casa Cupiello: Eduardo, ancor prima della stesura della commedia, scrive una lunga poesia intitolata 'A vita  dove anticipa e riassume alcuni temi affrontati successivamente proprio in Natale in casa Cupiello:

Spara 'sti botte,
allumma 'sti bengale,
arust’e capitune,
ch’è Natale!
Ncoll’e pasture!…

2) Inizialmente era solo un atto unico: quello che noi conosciamo come il secondo atto, in realtà nel 1931 – anno di nascita della commedia – costituisce un atto unico. Solo l’anno successivo Eduardo aggiunge la stesura del primo atto e nel ’34 quella del terzo;

3) Eduardo la definisce «parto trigemino con una gravidanza di quattro anni»;

4) Nascita del «Teatro Umoristico i De Filippo»: il successo della commedia coincide con la nascita della nuova compagnia con i tre fratelli De Filippo.

Eduardo De Filippo con il sughero del Teatro S. Carlino (1955), foto Agenzia Ruggieri - Archivio di Teatro Napoli, pubblico dominio

5) I “veri” protagonisti sono i nonni materni di Eduardo: pur non avendolo mai dichiarato esplicitamente, con ogni probabilità il drammaturgo fa stretto riferimento ai nonni materni nella creazione dei due coniugi protagonisti, non solo perché affida a quest’ultimi i loro nomi (Luca e Concetta, appunto), ma anche perché il carattere fanciullesco e strettamente legato al rito natalizio di Luca Cupiello ben coincide con la figura del nonno materno,  così come testimonia Peppino nella sua autobiografia.

6) L’ affermazione al Teatro Kursaal: il successo della messinscena dello spettacolo (e di altri ventiquattro, visto che il repertorio cambiava quasi ogni giorno) comporta l’allungamento del contratto da soli nove giorni a ben nove mesi!

7) Lettera di Nennillo: la celebre, esilarante lettera nasce da un’invenzione scenica di Peppino. Nonostante quest’ultimo rivendicasse anche la paternità della celebre «Nun me piace 'o presebbio», non ci sono prove che attestino la veridicità della rivendicazione.

Luca De Filippo, foto di Maria Procino, CC BY-SA 4.0

8)  Il compianto Luca De Filippo raccontava che durante il lungo e quasi “silenzioso” inizio del primo atto, dovendo stare completamente sotto le coperte, gli capitava spesso di addormentarsi e di risvegliarsi soltanto dopo la “chiamata” di Luca (Eduardo): «Tommasì, scetate…»

9)  La scomparsa dei dolori: quando Eduardo riprese Natale in Casa Cupiello nel ’76, viene da un periodo di assenza dalle scene a causa di una forte artrosi che lo colpì soprattutto alle mani ed alle braccia. Isabella Quarantotti, ultima moglie di Eduardo, ricordò successivamente che nel mese di giugno decise di riprendere la commedia ed i dolori, come per magia, sparirono.

10) Il saluto del Principe Umberto a Titina: ricorda Maurizio Giammuso in Vita di Eduardo che Umberto prese posto in un palco di prima fila, a spettacolo già iniziato. Regalmente fece un piccolo gesto di saluto e un sorriso a Titina che, senza farsi scorgere da Eduardo, accennò una fugace risposta: «Sapevo quanto Eduardo teneva a certe cose. Ma non era possibile far finta di niente e non rispondere […] accennai a un sorriso di risposta e a un lieve cenno del capo. Eduardo non c’era: respirai di sollievo!»

Natale in Casa Cupiello Eduardo De Filippo
Eduardo De Filippo, foto in pubblico dominio