Il tribunale divino nel Libro dei Morti: una scena di ‘psychostasia’

Il tribunale divino nel Libro dei Morti: una scena di ‘psychostasia’

La storia egizia ricopre un arco di tempo incredibilmente vasto e difficile da rilevare con compiutezza. Non si può, pertanto, che ricorrere a generalizzazioni e partire dal presupposto che già dalla seconda metà del IV millennio a. C. si possa parlare di ‘civiltà egizia’; certamente una società agli albori, ancora distante da quel cristallizzato splendore che ha spinto le società più moderne (specialmente greca) a prendere quanto più possibile dalla sua arte e dalla sua società. L’Antico Regno, che va dalla fine dalla III dinastia (2700 a.C.) alla fine della VI (2200 a. C.), è un periodo caratterizzato dallo sviluppo economico e dal rigido controllo del sovrano sulla popolazione. Vi è, infatti, un termine che indica questa situazione clientelare dei sudditi rispetto al sovrano, ed è “imakhu”. È questa l’età in cui nascono e si sviluppano le Piramidi, i luoghi di sepoltura destinati ai Faraoni, ed è precisamente tra la V e la VI dinastia che iniziano ad essere riprodotte, lungo le sue pareti, le formule che entreranno a far parte del corpus dei Testi delle Piramidi.

Questi consentono al faraone il passaggio dalla vita terrena all’Aldilà, dove condurrà un’esistenza beata insieme agli altri defunti, infatti è descritta l’ascesa del sovrano al cielo e il suo ingresso nella volta celeste, ove prende il posto del sole e completa la sua metamorfosi in Osiride. Ma, perché questo sia possibile, i Testi contengono gli incantesimi necessari a superare i diversi ostacoli, nonché formule che garantiscono la purificazione dell’anima. Per garantire la vicinanza del defunto al mondo divino e, soprattutto, ad Osiride, si iniziò a trascrivere le formule lungo le pareti tombali. I Testi delle Piramidi erano, però, destinati unicamente al sovrano, diversamente dai Testi dei Sarcofagi, che riguardavano anche gli alti ufficiali e i governatori appartenenti alla cerchia regale, in modo che, fruendo delle formule magiche, potessero ambire all’Aldilà. I Testi dei Sarcofagi hanno ampliato i contenuti presenti nei Testi delle Piramidi sino ad arrivare a settantanove formule, successivamente divenute centonovantaquattro nel Libro dei Morti.

La concezione degli egizi della morte è assai differente da quella occidentale o, semplicemente, da quella odierna, ma, come quest’ultima, risente degli avvenimenti e mutamenti dei propri tempi. Infatti, tra l’Antico Regno e il Medio Regno, caratterizzati da benessere e da una duratura pace, vi è un periodo di lotte intestine e di enorme malcontento per la popolazione, che moriva a causa dello scontro tra Herakleopoliti e Tebani. È in questo periodo colmo di pessimismo e di incertezze che nasce il Libro dei Morti, per poi essere riprodotto sul papiro dal Medio Regno fino all’epoca greco-romana, soprattutto a Tebe, centro di moltissimi atelier, in cui venivano riprodotte copie per privati, alcune di notevole pregio e su papiri di notevole lunghezza. Nel corso del tempo, si sono aggiunti altri centri, come Menfi e Akhmim e si è visto un progressivo passaggio dal geroglifico allo ieratico, fino al demotico, dovuto alla conoscenza sempre meno ridotta del geroglifico e alla necessità di semplificare una scrittura tanto complicata.

Le formule presenti nel Libro variano a seconda del papiro e dell’anno, sebbene l’archetipo fosse conservato nelle biblioteche, disponibile alla copiatura. Attualmente, si utilizza la numerazione compiuta da R. Lepsius sulla base del papiro della XXVI dinastia, conservato al Museo Egizio di Torino. In base al contenuto delle formule, è possibile dividere il Libro in cinque parti: dalla I alla XVI formula, il sacerdote prega gli dei, affinché venga accolto il defunto e possa raggiungere il regno dei morti; dalla XVII alla LXIII la rigenerazione dell’individuo all’alba, insieme al sole che sorge; LXIV alla CXXIX il rituale della trasfigurazione, in cui il defunto assume le sembianze dell’animale che maggiormente lo rappresenta, ed è al CXXV capitolo che il defunto viene valutato per il suo comportamento in vita e giudicato da quarantadue divinità; dalla CXXX alla CXLII formula, il defunto valica il mondo sotterraneo e lo attraversa; dalla CXLIII alla CXCIII la conclusione del viaggio e le preghiere rivolte ad Osiride e a Ra, divinità solare sempre presente e associata Osiride.

Queste formule dovevano essere recitate da un sacerdote e accompagnate da una serie di operazioni ben precise, che costituivano il rituale. Il termine impiegato per «formula» è ra, rappresentato dal geroglifico della bocca, e indica quello che il sacerdote dovrà recitare ad alta voce. Raramente in un qualche papiro veniva omesso l’episodio centrale del Libro: il giudizio del defunto da parte del tribunale divino, presieduto da Osiride, il padre degli dei, e, talvolta, sua moglie Iside. Si tratta di una scena iconica che assume talmente tanta importanza da essere riprodotta anche al di fuori del Libro dei Morti, nel successivo Libro delle Respirazioni, considerato spesso un seguito del Libro e, a partire dal I sec. d.C. a Tebe, viene inserito nel suo corpus.

Scena di pesatura del cuore dal Tempio di Hathor a Deir el-Medina. Foto di Olaf Tausch, CC BY 3.0

Si tratta di una “confessione negativa”: l’accusato giura di non aver commesso quarantadue peccati – il numero corrisponde a quello delle divinità che giudicano, rappresentate sul papiro da una sequela di uomini e donne posti sopra o ai lati della scena - e il suo cuore viene pesato sulla bilancia. Su un piatto viene posto il cuore, mentre sull’altro la piuma di Maat, dea della verità e personificazione della giustizia. Se il peso del cuore è superiore a quello della piuma, significa che il defunto ha mentito sui suoi peccati e non potrà raggiungere il regno beato dei morti. Il suo cuore verrà divorato dalla “Grande Divoratrice” Ammit, un animale fantastico, metà leone e metà coccodrillo.

Libro dei morti (N 3096) al Musée du Louvre. Foto di 三猎, CC BY-SA 4.0

A presiedere il processo è Osiride, che è posto all’estrema sinistra o all’estrema destra del papiro, come nella scena del tribunale divino appartenente al Libro dei Morti di Hunefer, un importante scriba vissuto nella corte del faraone Seti I, ed è un papiro del XIII secolo, conservato in ottime condizioni al British Museum. Qui ad accompagnarlo, si trovano due divinità Maat. Anubi accompagna il defunto nel suo percorso, essendo dio della mummificazione, protettore del morto e del rito funerario, ed è quest’ultimo a pesare il cuore. In altre circostanze, è la dea Maat ad accogliere il defunto e ad assisterlo durante la pesatura. Thot, dio della scrittura e protettore degli scribi, legge la confessione durante la psychostasia. Se l’esito è favorevole - e lo è per qualunque possessore del Libro – Ra conduce il defunto da Osiride: la sua prova si è finalmente conclusa e può proseguire il suo cammino verso l’Aldilà.

Libro dei morti psychostasia
Dettaglio del Libro dei Morti conservato presso la Biblioteca Nazionale Austriaca, Vienna. Foto di Manfred Werner - Tsui, CC BY-SA 3.0

Il defunto è direttamente responsabile del proprio futuro, perché sono le sue azioni ad essere valutate e pesate sulla bilancia. Si tratta di una visione della giustizia molto più simile a quella cristiana, ma che presenta numerosissime differenze con quella greca. E un problema non da poco è spiegare come la pesatura del cuore avrebbe influenzato l’ambito miceneo-greco. E la prima di una serie di difficoltà non è dimostrare l’esistenza di contatti tra l’Egitto e Micene, ma che vi sia stata effettivamente un’influenza per quanto riguarda la psychostasia. Però, meglio procedere con ordine.

È inoppugnabile che tra le due civiltà vi siano stati rapporti commerciali, soprattutto da parte dei Micenei: durante la seconda e terza fase dell’età del bronzo, dall’Egitto veniva importato soprattutto l’avorio, ma anche piante esotiche e animali assenti in Grecia e manufatti artigianali, come collane di pietra e di porcellana; anche i dipinti e i papiri erano grandemente esportati. Ma in Egitto, sono stati rinvenuti numerosissimi manufatti e prodotti artigianali prevalentemente di origine minoica, che attestano uno scambio di natura non solo commerciale, ma anche culturale, che culmina in una serie di influenze reciproche, attestate nel celebre sarcofago cretese di Haghia Triada.

Però, sono soprattutto i Cretesi che hanno attinto al vasto patrimonio egizio sin dalla fase Predinastica, ma soprattutto nel periodo che intercorre tra la dinastia dei Thutmosidi a quella dei Ramessidi, quando assai presenti pitture parietali del Libro dei Morti e degli altri testi sacri, nonché molto diffuse riproduzioni anche di pregio del Libro, non è da escludere che i Micenei siano spesso entrati in contatto con la scena della pesatura e che ne siano rimasti affascinati, adattando la scena iconica al proprio immaginario prevalentemente guerriero.
Cosa impedirebbe, quindi, di pensare che durante questi continui scambi commerciali non ci sia stato un recupero della pesatura del cuore nelle prime storie micenee, sedimentato con il tempo fino a costituire la scena di kerostasia (pesatura dei destini), presente nell’Iliade? Tuttavia, non si può escludere che il recupero e la conoscenza della pesatura non sia avvenuto attraverso Creta, che aveva rapporti commerciali più frequenti con l’Egitto. E, a tal proposito, sarebbe quanto mai indicativo che sia proprio Minosse, il giudice per eccellenza, a detenere la bilancia anche nell’Odissea, giudicando proprio i morti, come faceva Osiride nel Libro dei Morti. E che questi abbia un’origine cretese.

 

Riferimenti bibliografici

Lucarelli R., Per una lettura della cultura funeraria dell’Egitto greco-romano: la tradizione dei papiri del Libro dei morti, in «Incontri triestini di filologia classica» 6, 2008, pp.247-256;

Lucarelli R., Il Libro dei Morti dall’Epoca faraonica all’Epoca greco-romana, in «Atene e Roma», 3-4, 2008, pp.210-220;

Lurker M., Dizionario dei Simboli e delle Divinità Egizie, Roma 1995;

Quirke S., The last Book of the Dead?, in W.V. Davies (ed.), Studies in Egyptian Antiquities. A tribute to T.G.H. James, London 1999, pp.83-98;

Setaioli A., L’immagine delle bilance e il giudizio dei morti, in «Studi Italiani di Filologia Classica» XLIV, 1972, pp.38-54;

Setaioli A., Le bilance di Zeus, in Letterature Comparate: problemi e metodo. Studi in onore di Ettore Paratore I, Bologna 1981, pp.67-74;

Simões Rodrigues N., Um Tema egípcio na Ilíada: a Kerostasia, in Estudos em Homenaegem ao Professor Doutor José Amadeu Coelho Dias, ed. Departamento de Ciências e Técnicas do Património e Departamento de História, Lisboa 2006, pp.247-257;

Tosi M., Dizionario enciclopedico delle Divinità dell’antico Egitto, 2 voll., Torino 2004.


Alla ricerca della vita

"Alla ricerca della vita". Sei mummie per raccontare la vita nell'Antico Egitto

Una nuova sala che amplia la già ricca visita ad uno dei Musei più importanti d’Italia, l’Egizio di Torino, permetterà ai visitatori di percorrere un viaggio a ritroso nel tempo in un percorso su due piani intitolato “Alla ricerca della vita” dove, a costituire il fulcro dell’esposizione permanente, saranno 91 mummie che fanno già parte della collezione del Museo.

Chi visitando il Museo Egizio di Torino non è rimasto affascinato dalle mummie, dai sarcofagi riccamente dipinti e dai corredi che spesso accompagnavano queste sepolture? Tracce di storie che si perdono nel tempo e che raccontano la vita di esseri umani e della loro terra.

Grazie ad una speciale pellicola, sei di queste mummie si sveleranno al pubblico raccontando, laddove possibile, le loro storie. “Alla ricerca della vita” approfondisce il tema della vita nella terra dei faraoni, il rapporto di questa cultura con la tecnica della mummificazione e il concetto di aldilà, partendo da un approfondito studio sui resti umani e dei corredi che accompagnavano i corpi.

Alla ricerca della vita
Alla ricerca della vita. Foto: Museo Egizio di Torino

Sei mummie quindi che si raccontano e si svelano, differenti per età, da una vita nemmeno sbocciata alla maturità di una donna di cinquanta anni. Un ambiente raccolto e intimo in cui ci si confronterà con l’esperienza della vita, nel pieno rispetto nell’esposizione di resti umani e organici, di uomini, donne e bambini vissuti fra i 4 mila e i 2 mila anni fa.

Il ricco corpus di informazioni, restituite ai visitatori attraverso i testi e i video presenti in sala, è frutto del lavoro di ricerca realizzato dallo staff scientifico del Museo, nonché della collaborazione con gli esperti del partner scientifico esterno, l’Eurac Research di Bolzano. Gli studi, sia antropologici che conservativi, condotti su tutte le mummie e i resti umani della collezione del Museo, hanno permesso di raccogliere una vasta mole di dati e di realizzare veri e propri “sbendaggi virtuali”, consentendo inoltre di osservare aspetti perlopiù invisibili all’occhio umano e di scoprire dettagli inediti sulla vita e le patologie di esseri umani vissuti anche più di 4000 anni fa.

https://www.youtube.com/watch?v=uoxo1lI6NCc

Questo progetto nasce da un’esigenza conservativa ma, in linea con la volontà di rendere i magazzini del museo accessibili ai visitatori, intende fornire un “affaccio” sui reperti qui custoditi e sulle ricerche condotte su di essi, ripercorrendo una vita ideale dalla nascita all’età avanzata. Gli spazi di ‘Alla ricerca della vita’ rappresentano non solo un nuovo spazio a disposizione dei visitatori, ma inaugurano un nuovo capitolo della riflessione del Museo sullo studio e l’esposizione dei resti umani della nostra collezione, anche in dialogo con il pubblico, chi accederà alla sala potrà infatti farci conoscere il proprio punto di vista sul tema compilando il questionario, che abbiamo creato ad hoc, compilabile in tempo reale da smartphone attraverso un QR Code dedicato. Allo stesso modo tutti i contenuti multimediali della sala sono liberamente accessibili attraverso il nostro sito, per dare l’opportunità a tutti di fruirne, e di espandere l’esperienza  anche al di fuori della sala”.Christian Greco, direttore Museo Egizio.

Cosa sappiamo di queste mummie? Qual è la loro storia? Il primo reperto esposto è una scatola di legno risalente al Secondo Periodo Intermedio (1550-1450 a.C.) contenente i resti di un feto. Una testimonianza molto toccante che non solo mette in luce quanto la gravidanza fosse un momento delicato della vita di una donna e di una famiglia ma legato anche a precisi rituali, come dimostrano le numerose testimonianze letterarie su papiri medici e formule magiche risalenti allo stesso periodo.

Alla ricerca della vita
Alla ricerca della vita. Foto: Museo Egizio di Torino

Numerose testimonianze sulla fanciullezza nell’Antico Egitto sono inoltre chiarite anche dai reperti di un corredo funebre appartenenti alla mummia di un bambino di circa 4-5 anni e vissuto in epoca tolemaica. L’accurato rito di mummificazione e il sudario riccamente decorato suggeriscono inoltre l’appartenenza ad una famiglia di alto rango.

Meres, una ragazza di circa 13 anni, la cui mummia risale al 2100 a.C. è adagiata sul fianco sinistro, usanza tipica dell’epoca, e aveva una maschera funeraria in cartonnage. La cassa lignea che doveva contenere il corpo non è giunta sino a noi ma, come in uso probabilmente, diverse formule magiche accompagnavano la giovane nel suo lungo viaggio verso l'aldilà. Ad ulteriore protezione del corpo inoltre c’era anche un amuleto, individuato al di sotto delle bende e visibile grazie alle analisi condotte con una TAC.

Non conosciamo la vita di Meres, cosa facesse, la sua vita, ma testimonianze dello stesso periodo in cui visse, seppur in rari casi, ci raccontano di fanciulle che sapevano leggere e scrivere e chissà forse la stessa Meres poteva avere ricevuto in famiglia una minima istruzione di pratica alla scrittura che all’epoca era riservata agli uomini. Oppure chissà, la famiglia poteva averla avviata già ad una professione tipicamente femminile come la balia, la tessitrice, la mugnaia o una sacerdotessa. Non lo sapremo mai.

Alla ricerca della vita
Alla ricerca della vita. Foto: Museo Egizio di Torino

La quarta storia raccontata è invece quella di una sedicenne, il cui sarcofago faceva parte della collezione acquistata da Bernardino Drovetti nel 1824. Indagini al radiocarbonio hanno però messo in luce alcuni aspetti discordanti tra il sarcofago e il corpo in esso contenuto. Il C14 e gli studi stilistici datano il contenitore al V secolo a.C. e questo reca anche il nome di una donna, Menrekhmut ma il corpo invece si data al II secolo a.C. e il nome non è quello indicato sul sarcofago. Ci troviamo di fronte a due vite diverse, indicanti anche datazioni diverse. La mummia, inoltre, reca i segni di una imbalsamazione molto accurata con l’asportazione degli organi interni ad eccezione del cuore, considerato sede dell’intelletto e dello spirito del defunto.

Imhotep era un personaggio di particolare importanza. Alto funzionario della corte del faraone Thutmosi I i cui resti ed il corredo sono esposti oggi al Museo e la tomba, ritrovata nella Valle delle Regine, è una scoperta dell'allora direttore del Museo Egizio Ernesto Schiaparelli insieme a Francesco Ballerini nei primi mesi del 1904. Il personaggio non doveva essere molto alto, circa 1.60 cm e doveva essere morto all’incirca all’età di 40 anni. La tomba del “visir” Imhotep fu saccheggiata come dimostrano le condizioni del corredo e del corpo ma la sua importanza e soprattutto il ruolo che svolgeva presso il faraone, era il suo “secondo”, lo conferma il fatto che circa 200 anni dopo la sua morte il sacerdote Userhat I lo fece ritrarre all’interno della sua tomba assieme a due suoi famigliari.

https://www.youtube.com/watch?v=nKeqUIAnsUc

Una donna di 50 anni chiude il percorso “Alla ricerca della vita”, all’epoca un’età considerata già matura ma comunque tenuta in grande considerazione vista l’appartenenza ad un’alta classe sociale. Non conosciamo il suo nome né la sua provenienza, la datazione al C14 la colloca alla XXII Dinastia, durante il Terzo Periodo Intermedio (945-712 a.C.) e dal confronto con altri reperti della stessa epoca l'area di provenienza dovrebbe essere quella di Tebe. L’età matura, per gli Egizi, corrispondeva alla fine delle attività lavorative e al conseguente mantenimento per il sostentamento da parte dei figli.

Alla ricerca della vita
Alla ricerca della vita. Foto: Museo Egizio di Torino

Il Museo Egizio, in questi anni, ha spesso riflettuto assieme ad altre Istituzioni che condividono lo stesso tipo di reperti, alla questione sul come esporre i resti umani. Una questione di grande complessità, soprattutto etica che vede il Museo impegnato sempre in un grande confronto anche con il proprio pubblico e la comunità scientifica internazionale. Già dal 2015, l’anno dell’inaugurazione del nuovo allestimento, la scelta dei curatori e del Direttore Christian Greco è stata quella di indicare, mediante appositi cartelli, la presenza di resti umani all’interno di teche e alla necessità di accostarsi ad essi con assoluto rispetto.

Alla ricerca della vita
Alla ricerca della vita. Foto: Museo Egizio di Torino

Nel 2019 il Museo Egizio ha inoltre commissionato all’Istituto di ricerca Quorum un sondaggio riguardo al tema dell’esposizione dei resti umani nei musei i cui risultati dell’analisi hanno confermato un interesse positivo dei visitatori e nel complesso anche l’apprezzamento per come questi venissero trattati ed esposti.


"Divinità dell'Antico Egitto": un'introduzione al pantheon egizio

"Divinità dell'Antico Egitto", manuale a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli

"Divinità dell'Antico Egitto" è il terzo volume pubblicato dal Museo Egizio di Torino, preceduto da "Amuleti dell'Antico Egitto" e "Bellezza nell'Antico Egitto", con i quali i lettori vengono condotti alla scoperta dell'affascinante mondo egizio.

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"Divinità dell'Antico Egitto" e "Amuleti dell'Antico Egitto", pubblicati da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio. Foto di Gaia Anna Longobardi

Il libro non si propone come un testo di studio specialistico, ma come un utile manuale introduttivo al grande pantheon egizio. Difatti, ciò è dimostrato dalle sue dimensioni ridotte e compatte (13,5 x 17 cm, 192 pagine), per fungere da lettura interessante e di svago per tutti, ma anche come testo da consultare durante una visita al Museo, per poter vivere al meglio l'esperienza della conoscenza.

Gli autori Paolo Marini e Martina Terzoli, curatori presso lo stesso Museo Egizio di Torino, hanno definito la pubblicazione come l'"Atlante delle Divinità Egizie". Infatti, l'organizzazione interna del testo con le divinità disposte in ordine alfabetico, sembra dar vita ad un vero e proprio atlante.

antico Egitto
"Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio, sullo sfondo riproduzione moderna su papiro di Iside e Osiride. Foto di Gaia Anna Longobardi

Nonostante il titolo anticipi il contenuto, al suo interno è possibile trovare non solo i dettagli riguardanti  le divinità egizie, ma anche notizie riguardanti la cultura egizia e in particolar modo la religione. Una religione che da secoli affascina coloro che con essa vengono a contatto, a partire dallo storico Erodoto di Alicarnasso nel V secolo a.C., che nelle sue Storie, dedica interamente il secondo libro dell'opera all'Egitto, concentrandosi soprattutto sulla religione e definendo gli antichi egizi il popolo più devoto agli dèi, "assai più di tutti gli altri uomini" (Storie II, 37).

La religione e la mitologia egizia continuano tutt'oggi a suscitare notevolissimo interesse in studiosi e non, e proprio a tal motivo giunge questo testo, che ha inizio con una valida introduzione all'essere religiosi nel mondo egizio. Infatti, nulla viene lasciato al caso, e i dettagli di culti, miti e magie vengono precedentemente introdotti in questa prima sezione, anticipata da una schematica cronologia storica. Si troverà la spiegazione ai molti culti animali, per comprendere poi al meglio le caratteristiche zoomorfe delle oltre sessanta divinità presenti nella seconda sezione, ma anche le caratteristiche del periodo amarniano, della rivoluzione monoteista nella religione egizia.

Da apprezzare, in particolar modo, la volontà degli autori di descrivere l'ambiente ove si svolgevano riti e feste che seguivano l'accesso alle diverse e numerose sale del tempio, ognuna di esse dedicata ad un'azione rituale specifica.

L'ampia introduzione vuole far sì che il tema possa essere apprezzato anche da coloro che per la prima volta entrano in contatto con un pantheon decisamente complesso, numero o mutevole nel corso di tutta la storia dell'Antico Egitto.

A partire dalla pagina 56 ha inizio la vera e propria sezione dedicata alle divinità, ognuna descritta in maniera sintetica ma precisa, riportandone sia le caratteristiche celesti, che quelle cultuali, storiche, delle rappresentazioni antropomorfe o zoomorfe, corredandole da un'immagine esplicativa in alta risoluzione. Inoltre, una caratteristica che colpisce il lettore è la presenza del nome della divinità indicata con il proprio geroglifico,  così da poter calarsi fino in fondo nel mondo dell'antico Egitto.

antico Egitto
Il nome della Dea Iside, in caratteri latini e in geroglifico, dal testo "Divinità dell'antico Egitto". Foto di Gaia Anna Longobardi

In conclusione, questo breve manuale - così come i precedenti - può essere, come detto, utile ed apprezzato da qualsivoglia lettore che, affascinato dalla visita al Museo o interessato all'argomento, desideri leggerne senza inciampare in testi troppo impegnativi e complessi.

divinità antico Egitto manuale
La copertina del manuale "Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio.

Warsaw Mummy Project mummia egizia feto

Warsaw Mummy Project: individuata la prima mummia egizia con feto

Warsaw Mummy Project: individuata la prima mummia egizia con feto

L’avanzamento scientifico delle tecniche di analisi su individui mummificati artificialmente sta consentendo al Warsaw Mummy Project di rilevare notevoli informazioni sui e dai defunti conservati nel Museo Nazionale di Varsavia. Infatti, lo studio sulla collezione di mummie egizie del Museo non si è spinto ad una approfondita analisi sui resti umani fino al 2015, anno in cui il progetto ha implementato le sue ricerche oltre lo studio dei materiali fino a studi antropologici.

Warsaw Mummy Project
Analisi radiologiche condotte sulla mummia. Foto Aleksander Leydo/Warsaw Mummy Project

L’ultima scoperta riguarda la presenza di un feto in una mummia dell’élite tebana, rilevato grazie ad analisi radiologiche sul corpo materno, questa rappresenta un unicum nelle ricerche archeo-antropologiche.

Tale nuova individuazione sarà fondamentale per gli specialisti al fine di ricostruire l’ambito, tutt’oggi poco conosciuto, della gravidanza nei tempi antichi, oltre a poter fornire informazioni sulle usanze funerarie egizie e sull’interpretazione della gravidanza nell’antica religione egizia.

Warsaw Mummy Project
Sarcofago e Mummia del caso studio. Foto National Museum in Warsaw and Warsaw Mummy Project

La presenza del feto ha dato una completa reinterpretazione di questa mummia, deceduta tra i 20 e i 30 anni e tra la 26° e la 30° settimana di gravidanza. Infatti, il sarcofago contenente questo individuo conservato in un cartonnage, acquistato da Jan Wezyk-Rudzki e donato all’Università di Varsavia nel 1826, fu realizzato per un sacerdote tebano di nome Hor-Djehuty nel I secolo a.C.

Warsaw Mummy Project
Sarcofago della mummia analizzata. Foto (c) B. Bajerski/Muzeum Narodowe w Warszawie

Inoltre, il luogo del suo ritrovamento rimane incerto, Wezyk-Rudzki scrisse nei suoi appunti che la mummia fu ritrovata in una delle tombe reali di Tebe. In realtà, ciò non può essere comprovato, potrebbe trattarsi di un dato ideato con il fine di aumentare il prezzo d’acquisto della mummia.

Certamente la donna doveva far parte della nobiltà tebana, in quanto la sua imbalsamazione fu effettuata da esperti con estrema cura e materiali di alta qualità. Inoltre, era dotata di un ricco corredo di amuleti e si ipotizza fossero presenti altri reperti purtroppo depredati dagli antiquari nel diciannovesimo secolo.

Warsaw Mummy Project
Dettaglio del bendaggio e della struttura scheletrica della mummia. Foto Warsaw Mummy Project

I risultati delle indagini in corso sono stati pubblicati sul Journal of Archaeological Science.

Link alla pagina Facebook: https://www.facebook.com/1024570907560118/posts/4645678875449285/


Egitto: rinvenute 110 sepolture nel sito di Kom Al-Khaljan

Il 27 aprile 2021 il Ministero del turismo e delle Antichità egiziano ha comunicato sui propri canali social ufficiali il rinvenimento di 110 sepolture nel sito di Kom Al-Khaljan situato nel governatorato di Daqahliya.

Kom Al-Kaljan
Sito di Kom Al-Khaljan. Foto Ministry of Tourism and Antiquities.

La missione archeologica diretta dal Dottor Sayed Al-Talhawi ha individuato tra le tombe tre diverse culture. La prima cultura appartiene al Basso Egitto, conosciuta come Bhutto 1 e 2 (3900-3700 a.C./3700-3350 a.C.), rappresentata da 68 sepolture, presente anche la cultura di Naqada III (3500-3150 ca. a.C.)  con 5 tombe. Infine, presenti 37 sepolture Hyksos, una popolazione che occupò il territorio nel periodo intermedio fino all’avvento della XVIII dinastia egizia e l'inizio del Nuovo Regno.

Il generale del Consiglio Supremo delle Antichità Dottor Mustafa Waziri ha dichiarato che tale scoperta è di grande rilevanza per la ricostruzione storica e archeologica del sito di Kom Al-Khaljan.

Le prime due tipologie sono state analizzate dal Dottor Ayam Ashmawi, capo del settore Antichità Egiziane del Consiglio Supremo delle Antichità.

Le tombe della cultura Bhutto sono caratterizzate da fosse ovali con defunto in posizione fetale su fianco sinistro con cranio orientato ad Ovest, tra queste spicca la particolare sepoltura di un feto della seconda fase, conservato all’interno di un vaso in ceramica.

Le sepolture della civiltà Naqada III sono tombe a fossa ovale tagliate direttamente nello strato sabbioso, due di queste presentano copertura in fango. Inoltre, la missione archeologica ha individuato tra questi corredi funerari tipici con vasi cilindrici e triangolari e la ciotola del Kohl, con decorazioni geometriche.

L’ultima tipologia è stata presa in analisi dalla Dottoressa Nadia Khader, capo del Dipartimento Centrale del Basso Egitto nel Consiglio Supremo delle Antichità. Infatti, ha affermato che le 37 sepolture appartengono al secondo periodo intermedio, 31 delle quali hanno forma semi-rettangolare.

Queste sono caratterizzate dalla posizione distesa supina dei defunti con cranio orientato ad Ovest e volto verso l’alto. Inoltre, sono presenti particolari sepolture di infanti, uno di questi è deposto in un sarcofago in ceramica, altri due sono invece in sepolture rettangolari in mattoni di fango.

Infine, queste ultime due tombe hanno conservato dei ricchi corredi funerari con un piccolo vaso in ceramica e anelli d’argento. Riportata alla luce anche la sepoltura di un feto all’interno di un grosso vaso ceramico con corredo all’interno di questo consistente in un piccolo vaso nero.

La missione archeologica ha inoltre rinvenuto forni, stufe, resti di mattoni, stoviglie e amuleti, tra cui alcuni in pietre semipreziose e ornamenti personali come orecchini.

 


nel laboratorio dello studioso

Il Museo Egizio di Torino riparte con il progetto "Nel laboratorio dello studioso"

Nel laboratorio dello studioso: il Museo Egizio di Torino riapre al pubblico il giorno 26 aprile e lo fa all'insegna della ricerca. Difatti, i visitatori potranno accedere ad una nuova ed esclusiva esposizione su studi e ricerche nell'ambito archeologico e museale.
“Poter riaprire il Museo significa poter restituire alla collettività un luogo e un patrimonio che appartengono a tutti, e non possiamo che essere lieti di ciò - dichiara Christian Greco, direttore del Museo Egizio -. Nel farlo intendiamo dare ancora una volta centralità alla ricerca e alla biografia degli oggetti, come testimoniato dal progetto espositivo ‘Nel laboratorio dello studioso’, che mette al centro l’incessante lavoro che il museo svolge per indagare e rendere sempre più accessibile la propria collezione."
Il progetto espositivo "Nel laboratorio dello studioso" prevede un ciclo di mostre bimestrali nello spazio del primo piano, durante le quali di volta in volta verrà analizzato un reperto archeologico con approfondimenti di curatori,  studiosi e archeologi. Inoltre, saranno messi in luce i collegamenti tra i vari oggetti e i loro significati.
Nel laboratorio dello studioso
Logo del progetto espositivo "Nel laboratorio dello studioso". Foto Ufficio stampa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino.
L'obiettivo primario è connettere il pubblico al mondo della ricerca scientifica che opera dietro lo studio, il restauro, l'esposizione e la valorizzazione di ogni singolo reperto presente nel Museo Egizio di Torino.
"Nel laboratorio dello studioso" avrà inizio il 27 aprile con le luci puntate sulla statua di Hel di epoca Ramesside (XIX dinastia, 1279-1213 a.C. circa). L'opera rappresenta una donna su sgabello con cuscino,  nell'atto di stringere due oggetti rituali. Infatti, presenta nella mano sinistra un fior di loto e nella destra una collana di perline con menat, tipico strumento musicale per il culto di Hathor, dea dell'amore e della bellezza. Oltre alla scultura saranno presenti altre quattro vetrine di approfondimento ai temi legati alla protagonista, quali musiche e strumenti rituali, arte e attività scultorea dell'epoca. Questo primo ciclo a cura di Federico Poole, curatore del MET dal 2013 si concluderà il 27 giugno 2021.
Nel laboratorio dello studioso
Statua di Hel, prima protagonista di "Nel laboratorio dello studioso". Foto Ufficio stampa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino.
Ulteriore novità del Museo riguarda l'impianto d'illuminazione, implementato con nuove luci interne ed esterne alle vetrine, che consentono una miglior visione dei reperti e dei loro dettagli. inoltre, le luci scelte a seconda dei materiali esposti ne consentiranno anche la conservazione.
“Siamo pronti e soprattutto felici di accogliere nuovamente nelle sale i visitatori; ritenendo che i musei rappresentino un servizio pubblico essenziale, ci auguriamo di poterlo fare con continuità e sempre all’insegna della sicurezza – afferma la Presidente, Evelina Christillin - Nei mesi di chiusura, dalla primavera 2020 a oggi, non abbiamo mai interrotto la nostra attività: dalla ricerca, alle mostre, al rinnovamento degli spazi espositivi, abbiamo continuato a lavorare a numerosi progetti: in particolare l’implementazione dell’impianto illuminotecnico, che offrirà al pubblico una visione assai più efficace dei reperti del Museo."
Per poter accedere al Museo è necessaria la prenotazione con almeno un giorno di anticipo in modo da assicurare ingressi contingentati e il rispetto delle norme sanitarie. L'acquisto dei biglietti può essere effettuato sul sito web https://museoegizio.it/tickets-shop, dove sono disponibili informazioni riguardo gli orari e le tariffe.
Il Museo è aperto dal Lunedì alla Domenica e oltre alla nuova esposizione e alla meravigliosa collezione sarà ancora possibile visitare la mostra temporanea "Archeologia Invisibile".
Nel laboratorio dello studioso
Mostra temporanea "Archeologia invisibile". Foto Museo Egizio di Torino.

Tjehen-Aten

Scoperto l'insediamento di Tjehen-Aten "Aton Abbagliante" a Tebe Ovest, Egitto

Scoperto l'insediamento di Tjehen-Aten "Aton Abbagliante" a Tebe Ovest, Egitto

Settembre 2020, la missione archeologica diretta dall'egittologo Zahi Hawass dà via agli scavi archeologici nei pressi di Medinet Habu alla ricerca del tempio funerario di Tutankhamon. In realtà, ciò che l'équipe ha portato alla luce è il più ampio insediamento finora individuato dell'antico Egitto.

"La scoperta di questa città - afferma l'egittologo Betsy Brian - è la seconda scoperta archeologica più importante dopo quella della tomba di Tutankhamon."

Tjehen-Aten
Foto Ministry of Tourism and Antiquities

La città scoperta (come spiega Mattia Mancini, si scavò qui però già negli anni '30 del secolo scorso) è Tjehen-Aten, ovvero "Aton Abbagliante", fondata dal faraone Amenhotep III della XVIII dinastia (1391-1353 a.C.). Infatti, l'insediamento era il più grande centro amministrativo e produttivo ad ovest dell'antica Luxor. Le datazione è confermata dalla presenza del cartiglio con il nome di Amenhotep III su mattoni in fango. Inoltre, ritrovato anche diverso materiale archeologico datante, quale scarabei, anelli e ceramica dipinta.

Tjehen-Aten
Insediamento amministrativo e produttivo di Tjehen-Aten. Foto Ministry of Tourism and Antiquities.

Il sito archeologico dell'insediamento Tjehen-Aten

Le rovine del villaggio sono in un ottimo stato di conservazione, tanto da restituire reperti e aree della vita quotidiana che vi si svolgeva. Difatti, all'interno del villaggio sono stati individuati dei forni, un ambiente per la produzione del pane e un gran numero di utensili per la tavola.

Il sito ha un'ampia estensione che giunge sino a Deir el-Medina e si articola in tre aree, circondate da mura e con un unico accesso di controllo.  La zona centrale rappresenterebbe il centro amministrativo, mentre a sud è presente l'abitato. Infine, l'ultima area è un vero e proprio centro di produzione artigianale. Tale settore è a sua volta suddiviso in aree specializzate, la zona dove avveniva la produzione di mattoni in fango e quella per la realizzazione di materiali in faience ne sono un esempio.

Tjehen-Aten
Foto Ministry of Tourism and Antiquities

Inoltre, nell'area settentrionale è stata individuata una necropoli ancora da scavare del tutto, dove alcune sepolture presentano ricchi corredi.

Corredo della Tomba 3 a Tjehen-Aten. Foto Ministry of Tourism and Antiquities.

All'interno del sito archeologico sono presenti due particolari sepolture da indagare accuratamente. Infatti, in due stanze separate sono presenti un bovino e un uomo in posizione supina e braccia distese lungo il corpo. La singolarità del defunto è data dalla presenza di una corda che cinge le ginocchia.

Le abitazioni raggiungono i tre metri di altezza, mentre l'intero abitato è attraversato da un raro tipo di struttura architettonica, un muro a "zigzag", tipico della XVIII dinastia. La città fu abbandonata in seguito allo spostamento ad Amarna con il faraone eretico Akenathon, ma è ipotizzabile un ritorno con Tutankhamon e Ay.

Tjehen-Aten. Foto Ministry of Tourism and Antiquities.

Link:

Ministry of Tourism and Antiquities, Zahi Hawass, Djed Medu 1, 2.

Foto Ministry of Tourism and Antiquities

virtual tour tomba di Kha Deir el-Medina Museo Egizio di Torino

Al Museo Egizio di Torino un nuovo virtual tour nelle sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha

Al Museo Egizio di Torino un nuovo virtual tour nelle sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha

Un nuovo virtual tour al cuore della collezione del Museo Egizio: da oggi è possibile scoprire da remoto le sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha, tra modelli 3D e approfondimenti video

In questo periodo caratterizzato dall’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del COVID-19, il Museo Egizio di Torino riconferma la sua missione principale: quella di far arrivare le sue collezioni ad un numero sempre maggiore di persone, attraverso la creazione di un nuovo virtual tour (all’indirizzo https://virtualtour.museoegizio.it/) che permette di visitare, da remoto, le sale dedicate al villaggio di Deir el-Medina e alla tomba di Kha.

virtual tour tomba di Kha Deir el-Medina Museo Egizio di Torino
Sala 7 Tomba di Kha. Un nuovo virtual tour al cuore della collezione del Museo Egizio: da oggi è possibile scoprire da remoto le sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha, tra modelli 3D e approfondimenti video

Il Museo continua ad adempiere alla sua missione attraverso l’uso di strumenti diversi: una serie di foto panoramiche a 360 gradi in alta definizione, che permettono di “visitare” gli ambienti dedicati ai reperti trovati nella tomba intatta dell’architetto Kha e della moglie Merit e nel villaggio degli artigiani e degli operai di Deir el-Medina, dalla Missione Archeologica Italiana durante gli scavi novecenteschi; attraverso la tecnica della fotogrammetria, usata per creare circa 10 modelli 3D degli oggetti esposti, permettendo, in questo modo, di osservare i reperti con grande precisione. Inoltre, posizionando il cursore lungo il percorso, è possibile accedere a 18 video di approfondimento per scoprire le sale e i reperti più importanti attraverso la voce e le parole dei curatori del Dipartimento Collezione e Ricerca. I contenuti video sono disponibili in italiano, inglese, francese e tedesco, così come la navigazione, disponibile anche in arabo.

virtual tour tomba di Kha Deir el-Medina Museo Egizio di Torino
Sala 6 Deir el-Medina. Un nuovo virtual tour al cuore della collezione del Museo Egizio: da oggi è possibile scoprire da remoto le sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha, tra modelli 3D e approfondimenti video

Infine, il virtual tour permette di visualizzare fotografie storiche e di accedere ad ulteriori contenuti tramite i database del Museo.

virtual tour tomba di Kha Deir el-Medina Museo Egizio di Torino
Un nuovo virtual tour al cuore della collezione del Museo Egizio: da oggi è possibile scoprire da remoto le sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha, tra modelli 3D e approfondimenti video

Di seguito, la dichiarazione del direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco: “Questo nuovo strumento è un ulteriore passo nello sviluppo delle nostre attività online, ed è il primo a mettere in dialogo più piattaforme: navigando tra le vetrine è infatti possibile accedere a una molteplicità di risorse del museo, compresi il database della collezione, quello della collezione papiri. Il virtual tour rappresenta inoltre un tassello di una strategia più ampia volta a sviluppare e accrescere i progetti di digitalizzazione delle collezioni del Museo, assicurando sempre l’accesso a un pubblico il più ampio possibile: perché il patrimonio che custodiamo sia davvero patrimonio della collettività”.

virtual tour tomba di Kha Deir el-Medina Museo Egizio di Torino
Un nuovo virtual tour al cuore della collezione del Museo Egizio: da oggi è possibile scoprire da remoto le sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha, tra modelli 3D e approfondimenti video

Di seguito, le parole del presidente del Museo Egizio di Torino, Evelina Christillin: “In questa fase lo sviluppo di contenuti fruibili online è fondamentale per continuare a raggiungere i nostri pubblici, da quello accademico, fortemente internazionale, a quello costituito dalle tante famiglie e dagli appassionati che ci seguono sui nostri canali digital. Un obiettivo rientra a pieno nelle finalità di questo virtual tour, che ha inoltre il merito di essere stato sviluppato interamente dal nostro staff, con una qualità fotografica di altissimo livello”.

Un nuovo virtual tour al cuore della collezione del Museo Egizio: da oggi è possibile scoprire da remoto le sale di Deir el-Medina e della tomba di Kha, tra modelli 3D e approfondimenti video

Per le immagini si ringrazia l'Ufficio Stampa della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino.


Piemontesi Museo Egizio Torino

A l’è na storia bela - Piccole storie di piemontesi che hanno fatto grande il Museo Egizio

"Dalle Alpi alle Piramidi. Piccole storie di piemontesi illustri", dal Museo Egizio otto clip per l'iniziativa in collaborazione col Centro Studi Piemontesi

piemontesi museo egizio copertina

Testardi, pragmatici, capaci, appassionati. Liberi, curiosi, eccentrici.
Sono i piemontesi, quelli cresciuti tra le montagne e le colline sabbiose su cui la vite soffre e fa il vino robusto. Quelli che si imbarcano in avventure improbabili e finiscono per dargli un senso. Quelli che paiono chiusi come ricci e poi affrontano culture lontanissime con sincero interesse e disinvoltura.
Quelli che non conosciamo, perché l’understatement è più forte persino della verità storica.

otto piemontesi storia museo egizio
Gli otto piemontesi che hanno fatto la storia del Museo Egizio

Vengono da tutte le provincie della regione ma sono accomunati da un ruolo: il loro lavoro, il loro talento e il loro impegno sono stati determinanti per realizzare quella straordinaria realtà culturale che il Museo Egizio è oggi.

Proprio il Museo, in collaborazione con il Centro Studi Piemontesi, racconta le storie di questi personaggi tanto importanti e affascinanti quanto (ben poco) illustri. E lo fa nella loro lingua, in quella che certamente hanno ascoltato nell’infanzia e utilizzato in famiglia, il Piemontese.

Lascia un po’ interdetti ascoltare il suono di questo dialetto che non ha molto di eroico, e che troppo spesso è stato ridotto a semplice macchietta per la sua riconoscibile e invadente cadenza.
Ma nelle sfumature delle espressioni dialettali, per lo più intraducibili, nella sua disincantata ironia, nel costante rifiuto dell’esagerazione retorica, nella precisione senza fronzoli di alcuni termini risiede la possibilità di offrire un racconto autentico.
E della scoperta, se ce ne hosse bisogno, di quante avventure si nascondano nella costituzione di una collezione tanto bizzarra.

La prima puntata dedicata a Giulio Cordero di San Quintino: il cuneese tanto testardo da impedire a Champollion di tagliuzzare il papiri

Otto piemontesi per raccontare la nascita del Museo Egizio

Ogni martedì, per tutti i mesi di novembre e dicembre, il Museo Egizio celebra i piemontesi che hanno collaborato alla nascita delle collezioni, agli studi di egittologia e alle campagne di scavo. Sono uno per provincia. Da Bernardino Drovetti, torinese al servizio di Napoleone, dalla cui profonda conoscenza dell’Egitto e intelligenza di collezionista nasce il primo nucleo di opere, poi acquistato da Carlo Felice. Passando attraverso il biellese Ernesto Schiapparelli, lo scopritore della tomba di Kha e Merit. E Giuseppe Botti, nato in Valle Anzasca a un passo dalla Svizzera, che cominciò a studiare il dialetto delle sue montagne e finì per diventare il primo demotista dell’egittologia italiana. Per arrivare all’astigiano Leonetto Ottolenghi, mecenate e collezionista, che mise denaro e talento al servizio della collettività e promosse l’interesse per civiltà lontane nel tempo e nello spazio. E altri loro pari che scopriremo di settimana in settimana.

Un vero ciclo di racconti, che mette insieme verità storica e gusto per la narrazione;‌ approfondimento sull’alba dell’egittologia italiana ed europea e gustoso ritratto di costumi e caratteri. Otto clip video, pensate per essere diffuse in primo luogo attraverso il canale YouTube del Museo Egizio. Realizzate e programmate già prima della chiusura dei musei, inserite nella visione di un museo in continuo dialogo con il proprio pubblico che mai come oggi si rivela necessaria.

 

La seconda puntata, uscita oggi e dedicata a Carlo Vidua: dalle Alpi alle Piramidi

Una curiosità:‌ la lingua con cui saremo guidati alla scoperta di queste piccole storie di grandi personaggi è il piemontese “letterario”.
Quello della tradizione scritta, il più simile a quello parlato a Torino. Un piemontese standard, privo dei colori delle inflessioni delle diverse provincie, più facile da comprendere e forse il più vicino a quello che tutti i protagonisti di queste storie possono aver utilizzato proprio all’interno delle sale del Museo Egizio per dialogare con i loro colleghi.
E per i non-piemontesi? Nessun problema: i sottotitoli in italiano rendono comprensibili a chiunque i testi del progetto. Anche se, quando si tratta di contenuti in “lingua originale”, l’invito è sempre quello a smettere di inseguire la lettera per godersi il suono e tutto quel mondo di senso che va oltre la lettera delle singole parole.

piemontesi museo egizio banner

A l’è na storia bela quella dei piemontesi che si sono inventati un museo di antichità egizie vicino alle Alpi. Una storia che vorremmo sentirci raccontare all'infinito, come fa questa filastrocca che viene ricordata anche nelle clip del Museo Egizio.

Di seguito, le dichiarazioni della presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin, e della direttrice del Centro Studi Piemontesi, Albina Malerba.

Nell’assolvere al nostro ruolo di custodi di un patrimonio culturale che appartiene all’umanità intera - spiega la presidente del Museo Egizio, Evelina Christillin - abbiamo al contempo il dovere e l’onore di valorizzare il legame che ci unisce a Torino e alla Regione Piemonte, di cui siamo ambasciatori nel mondo. Un rapporto antico in cui affondano le origini di questa storica istituzione, in virtù del quale la comunità regionale vive con orgoglio la presenza del Museo Egizio sul proprio territorio, così come noi siamo orgogliosi di far parte della storia del Piemonte e di rappresentare un punto di riferimento per la sua gente. Raccontando nel nostro dialetto le vicende dei personaggi provenienti dalle otto Province del territorio, desideriamo dedicarle al 50esimo anniversario della fondazione delle Regioni italiane, e a tutti coloro che ne hanno costruito la storia”.

Il Centro Studi Piemontesi - spiega la direttrice, Albina Malerba - da sempre ha a cuore la collaborazione con chi è impegnato nella valorizzazione dell’immagine e della storia del Piemonte e ha accolto con entusiasmo l’invito del Museo Egizio, una bella e ghiotta occasione - dovremmo dire “galupa” in piemontese - per raggiungere un pubblico più ampio e probabilmente meno avvezzo alle parlate della nostra terra, ma che ci auguriamo possa affezionarsi a questa lingua di lunga e ricca tradizione letteraria nonché glottologico-linguistica. Come Centro Studi siamo depositari e promotori di una lingua capace di indiscutibile forza espressiva e creativa, e dunque non diminutivamente confinabile nell’esercizio di un quotidiano e purtroppo sempre più povero parlare. Per i testi del progetto del Museo abbiamo optato per il piemontese di koinè, cioè quello della tradizione letteraria scritta (e anche parlata nel capoluogo), che tuttavia non rinuncia ad accogliere apporti di altre realtà più periferiche. Una soluzione ragionevolmente obbligata, che certo non sottovaluta le singole e plurime parlate del Piemonte, ma consente una più ampia e comune comprensibilità”.

 

Per le immagini si ringrazia l'Ufficio Stampa del Museo Egizio

 


faraoni Hyksos

I primi faraoni di origine straniera: gli Hyksos

La civiltà delle terre d’Egitto è antichissima e la sua arte ne è diretta, incantevole conseguenza: una storia lunga più di tre millenni, a partire dal Periodo Predinastico fino all’Impero Romano. Questo sviluppo protratto lungamente nel tempo ha spesso stimolato fantastiche idee di auto-conservazione, per cui la cultura egizia vestita di una regale immutabilità, restasse impermeabile a contatti esterni e chiusa nella fedeltà alla propria tradizione. L’emerito egittologo Sergio Donadoni spesso ripeteva quanto l’Egitto non avesse bisogno di misteri, di arcani costruiti ad hoc perché la sua affascinante unicità è frutto anche di un importante sincretismo culturale. Mentre l’incontro con altre culture antiche ha permesso che l’arte egizia fosse partecipe alla formazione di un linguaggio culturale comune nel bacino del Mediterraneo, così  lo scontro con antiche popolazioni asiatiche ne ha caratterizzato evoluzione e mutamenti.

faraoni Hyksos
Scarabeo col nome di uno dei faraoni Hyksos, Khayan. 1620–1581 a. C. circa, Secondo periodo intermedio. Foto Met Museum in pubblico dominio
faraoni Hyksos
Scarabeo col nome di uno dei faraoni Hyksos, Khayan. 1620–1581 a. C. circa, Secondo periodo intermedio. Foto Met Museum in pubblico dominio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Durante il Secondo Periodo Intermedio, tra il secolo XVII e XVI a.C., antichi popoli nomadi asiatici, gli Hyksos, penetrano nel Basso Egitto stabilendosi nella parte più orientale del Delta del Nilo. Alcuni estratti dall’opera storica di Manetone, sacerdote egiziano vissuto nel III sec. a.C., sono la nostra preziosa fonte: Delta del Nilo le sue parole, tramandate dagli scritti di Giuseppe Flavio, Giulio Africano ed Eusebio, testimoniano come l’apertura oltre le frontiere tradizionali durante il Medio Regno abbia determinato un cambiamento profondo di cui questa prima invasione straniera dell’antico Egitto ne è la prova. Infatti, alcuni registri documentari del XVIII sec. a.C. ricordano una permeabilità culturale radicata: molti uomini di stirpe asiatica venivano impiegati come mano d’opera servile in strutture egiziane e molti mercenari nubiani qui facevano i loro affari. Gli Hyksos, quindi, sono stati un punto di rottura ed un tassello molto importante nell’evoluzione della storia e della cultura egizia.

faraoni Hyksos
Testa di ufficiale asiatico con la caratteristica capigliatura, Avaris. Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco, ÄS 7171. Foto di Khruner, CC BY-SA 3.0

Manetone ci racconta che una certa <<Avaris>> fosse la città principale del regno Hyksos e parecchi millenni dopo, nel XX secolo, sarà l’equipe dell’Istituto Archeologico Austriaco del Cairo ad identificarne il sito, scavando nel Delta presso Quantir a Tell el-Dab’a. Il team austriaco-egiziano analizzò la stratigrafia di questo centro abitato: essa mostrò la presenza di Asiatici sul finire del Medio Regno, grazie anche al ritrovamento di manufatti simili a quelli del Medio Bronzo siriano. Ma la particolarità che colpì ed entusiasmò gli archeologici austriaci fu la successiva distruzione violenta dell’insediamento e il conseguente sviluppo di un nuovo nucleo abitativo, caratterizzato da sepolture domestiche nelle quali erano presenti anche ossa di cavalli. Queste testimonianze materiali fecero supporre che nel Secondo Periodo Intermedio alcune genti asiatiche, quali gli Hyksos, si fossero brutalmente sostituiti ad un gruppo di persone che condividevano la cultura egiziana già prima permeata di elementi asiatici.

faraoni Hyksos
Testa di leone da una fontana. XVIII Dinastia, Avaris. Staatliches Museum Ägyptischer Kunst, Monaco, ÄS 5348. Foto di Einsamer Schütze, CC BY-SA 3.0

Gli Hyksos, affini alle popolazioni cananee, regnarono per più di un secolo nel nord dell’Egitto, organizzando uno Stato con sovrani che mantennero lo stesso cerimoniale dei faraoni. Non sappiamo con precisione fin dove si estese il loro dominio, ma è ipotizzabile non oltre il Sud di Tebe. Furono proprio i principi di Tebe della XVIII dinastia, soprattutto Ahmose, che riconquistarono l’Egitto verso il 1550 a.C., liberando Avaris dagli Hyksos. Sembra che questa nuova attitudine bellicosa del popolo egizio sia stato un lascito dei sovraccitati sovrani stranieri oltre all’introduzione dei cavalli e a quei bellissimi scarabei adornati da particolarissimi motivi geometrici e a spirale, non tipici del gusto egiziano.

Recentemente dall’Università di Bournemouth arriva una novità a sfidare le narrazioni tradizionali sulla storia degli Hyksos: la rivista Plos One pubblicava, lo scorso luglio, uno studio di Christina Stantis che sembra confutare la teoria dell’invasione coatta, a favore di una penetrazione lenta e graduale. La scienziata, studiando i rapporti degli isotopi dello stronzio 87 Sr86 Sr) dello smalto dei denti umani ( n = 75) da Tell el-Dab’a con le impronte degli isotopi ambientali provenienti dall’Egitto, cercava di scoprire l’origine geografica degli abitanti di Avaris. I risultati di tale studio dimostrano che una vasta percentuale di queste tracce provengono da uomini originari da altri luoghi del bacino del Mediterraneo. Sembra, inoltre, che la presenza di questa miscellanea etnica fosse riscontrabile sia prima che durante la dinastia HyksosPer questo La Stantis arriva alla conclusione che gli “invasori stranieri” facessero parte della realtà multiculturale del Nord dell’antico Egitto e che ne divennero protagonisti dopo un lungo e pacifico processo migratorio.

Ad oggi ancora non sappiamo quali furono i loro antenati, se realmente fossero una popolazione semita nomade, e quali furono i rapporti con i faraoni locali.

L’approccio interdisciplinare delle varie scienze archeologiche  aiuterà, in futuro, a delineare la storia degli Hyksos, riuscendo così a svelare l’origine di questi faraoni.

Bibliografia

Alan GardinerLa civiltà egizia, Torino, 1971

Paolo Mathiae, Dalla terra alla storia. Scoperte leggendarie di archeologia orientale, Torino, 2018

Sergio Donadoni, L’Arte dell’Antico Egitto, Milano, 1994

Stantis C, Kharobi A, Maaranen N, Nowell GM, Bietak M, Prell S, Schutkowski H., Who were the Hyksos? Challenging traditional narratives using strontium isotope (87Sr/86Sr) analysis of human remains from ancient Egypt, PLoS One. 2020 Jul 15;15(7):e0235414. doi: 10.1371/journal.pone.0235414. PMID: 32667937; PMCID: PMC7363063.