A Padova la mostra “L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi”

L’esposizione "L’Egitto di Belzoni. Un gigante nella terra delle piramidi" è stata inaugurata a Padova presso il Centro Culturale Altinate San Gaetano il 25 ottobre del 2019 per l’anniversario dei 200 anni dal ritorno di Belzoni dall’Egitto, ed è incentrata maggiormente sulla sua vita, sui suoi viaggi alla scoperta di  questa antica civiltà -compiuti tra il 1815 e il 1818- e sugli scenari delle città di Padova, Londra e dell’Egitto di fine Settecento, inizio Ottocento.

Scopo principale della mostra è far conoscere, attraverso gli occhi del protagonista, le sue avventure nella terra dei faraoni e il suo vissuto, grazie a tecnologie innovative, effetti multisensoriali e multimediali, disegni dell’esploratore costituenti una sorta di graphic novel e ricostruzioni ambientali dei suoi viaggi in Egitto, che hanno contribuito alla diffusione di notizie su questo antico popolo di cui, almeno fino alla campagna napoleonica in Egitto del 1798, nulla o poco si sapeva.

Ma chi era Giovanni Battista Belzoni?

Nato a Padova nel borgo del Portello nel 1778, fu una personalità dirompente, con un grande spirito avventuriero che lo portò, a soli sedici anni, a lasciare la sua città natale per andare a Roma, città in cui studiò idraulica. Successivamente visse anche in Olanda e in Francia, e nel 1803 a Londra, dove entrò a far parte di una compagnia teatrale. Nel 1814, durante un soggiorno a Malta, venne a sapere che il pascià dell’Egitto Mohamed Alì cercava degli europei in grado di sottoporgli un’invenzione per risolvere la siccità che affliggeva il paese.

Fu così che Belzoni, grazie alle ottime conoscenze di idraulica, nel 1815 sbarcò in Egitto, progettò una macchina per l’irrigazione dei campi e la presentò al pascià. La macchina idraulica fu messa in moto, ma il progetto venne accantonato a causa del malumore che suscitò tra la popolazione, allarmata nel vedere la manodopera soppiantata dalla macchina.

Una volta giunto in Egitto, Belzoni iniziò a subire il fascino di questa antica civiltà. Dal 1816 al 1818 svolse diverse azioni in terra egizia, tra cui il trasporto, da Tebe ad Alessandria e da lì a Londra, del busto colossale del Giovane Memnone; il disseppellimento delle strutture templari ad Abu Simbel; il trasporto in Inghilterra dell’obelisco da lui rinvenuto nell’isola di File; gli scavi nel tempio di Karnak; la scoperta di diverse tombe nella Valle dei Re e del varco d’accesso alla piramide di Chefren, sulle cui mura della camera sepolcrale appose la sua firma:«Scoperta da G. Belzoni. 2.mar.1818». Alla fine del 1818 rientrò in Europa e, nello stesso anno, inviò a Padova due statue in diorite nera raffiguranti la dea leonessa Sekhmet, rinvenute durante gli scavi a Tebe e oggi presenti nella sala dedicata a Belzoni del Museo Archeologico. Ritornato a Londra nel 1820, pubblicò dei resoconti delle sue esplorazioni in Egitto e in Nubia. Nel 1823 fece il suo ultimo viaggio nell’Africa occidentale, sulle rive del fiume Niger, ma morì il 3 dicembre dello stesso anno in circostanze poco chiare, forse a causa di un avvelenamento, sicuramente a causa di una malattia tropicale. Con le sue scoperte, contribuì anche alla creazione della collezione egizia del British Museum.

Diverse novità si inseriscono nel percorso espositivo, pensato per grandi e piccoli: laboratori didattici riservati a scuole di ogni ordine e grado, la formula “I VISIT”, una visita esclusiva e un momento conviviale riservato in compagnia di un esperto che ridarà voce alla personalità di Giovanni Belzoni, le sue vicende private, le avventure, i momenti di crisi, le conquiste e la passione per l’antico Egitto (l’esperienza prevederà una degustazione di congedo che ripropone i gusti, le pietanze e la cucina dell’antico Egitto conosciuto da Belzoni), la ricostruzione in scala della grande piramide di Chefren e la possibilità di scrivere e stampare il proprio nome in geroglifico.

Sarà possibile visitare la mostra fino al 28 giugno 2020.

Foto: Courtesy of Press Office


Il leone e la montagna. Al museo Barracco in mostra i reperti del Sudan

Al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco arriva la prima tappa di Il leone e la montagna, una mostra a cura di Emanuele M. Ciampini sulla Missione Archeologica Italiana in Sudan – attiva da quasi cinquanta anni nel sito del Jebel Barkal, patrimonio mondiale Unesco – promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale  Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Saranno esposti reperti che lasciano il Sudan per la prima volta e che provengono dallo scavo dell’antica città di Napata, uno dei più importanti siti archeologici dell’intero paese. Gli oggetti accompagneranno il visitatore alla scoperta di un mondo ancora poco noto e di una cultura che fa da ponte tra Africa, Egitto e Mediterraneo. L’evento espositivo, realizzato in collaborazione tra le due sedi universitarie “Ca’ Foscari” di Venezia e “Sapienza” di Roma, si avvale di una scelta di materiali che, pur nella loro fragilità e frammentarietà, sono ancora in grado di fornire – grazie anche a un corredo di testi, immagini e ricostruzioni grafiche prodotto dagli archeologi della Missione – un quadro quanto più esauriente e aggiornato possibile dell’area cerimoniale di epoca meroitica,
fiorita nell’antica Napata intorno al I sec. d.C.

Il sito fu frequentato dagli Egizi dalla seconda metà del II millennio a.C. e conosce una lunga storia, legata al prestigio dei suoi edifici sacri e al connesso settore palaziale, che testimonia del valore di Napata come città regale, dove i sovrani del regno di Kush – antico nome che per gli Egizi identifica la terra di Nubia come entità politica – sono incoronati e confermati nel loro potere. L’ultimo di questi settori regali, datato al regno del sovrano meroitico Natakamani (I sec. d.C.) costituisce l’area di scavo della Missione Italiana. Negli anni, l’indagine ha saputo
delineare le caratteristiche di un vasto spazio dominato da un grande palazzo regale e da varie strutture satelliti. Nel loro insieme, questi edifici rappresentano l’interpretazione meroitica del concetto di città regale di matrice ellenistica.

La mostra occuperà due piani del Museo Barracco, che già possiede una ricca collezione di antichità del Vicino Oriente. Qui saranno esposti una serie di materiali conservati nel magazzino messo a disposizione della Missione dalla National Corporation for Antiquities and Museums della Repubblica del Sudan, autorità preposta alla salvaguardia e alla cura delle antichità. L’evento espositivo è anche occasione per ribadire una sinergia tra l’Università “Sapienza” di Roma, nel cui museo si conservano alcuni materiali dal cantiere diretto dal fondatore della missione, prof. Sergio Donadoni, e l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, che ha attualmente la responsabilità della direzione. Ciò che emerge non è solo una ricostruzione della città regale voluta dal sovrano meroitico, ma anche l’evoluzione e la maturazione nell’elaborazione dei dati di scavo; grazie a questo è ora possibile offrire al
visitatore della mostra un quadro forse incompleto, ma certamente più vicino possibile a quella che deve essere stata un’importante realtà fiorita in un ricco e forte stato dell’Africa Antica.

Accanto ai reperti originali, saranno presentati calchi di materiali, alcuni dei quali di particolare importanza perché riproducono oggetti fragili andati perduti a causa di una violenta inondazione. Tra i metodi di presentazione al pubblico, alcune ricostruzioni in 3D consentiranno di avere una resa grafica particolarmente accurata di strutture
architettoniche e di oggetti di maggior rilievo. La Missione Archeologica è supportata regolarmente dal Ministero degli Affari Esteri, Divisione VI, e dal Fondo Scavi dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Nel quinquennio 2014-2018 la Missione ha anche goduto del supporto del Qatar-Sudan Archaeological Project.

info mostra: http://www.museobarracco.it/it/mostra-evento/il-leone-e-la-montagna


Il Museo Egizio apre al pubblico le nuove sale dedicate alla propria storia

A meno di cinque anni dall’aprile del 2015, quando fu svelata al pubblico la nuova configurazione del Museo Egizio, frutto dell’imponente opera di rifunzionalizzazione che ne aveva trasformato gli spazi e ripensato la disposizione della collezione, le superfici all’interno dell’ex Collegio dei Nobili si arricchiscono oggi di un ulteriore e significativo ampliamento del percorso espositivo. Si tratta di un importante intervento strutturale, realizzato nel corso dell’autunno, che ha per protagoniste le cosiddette “sale storiche” con cui i visitatori iniziano il percorso al piano ipogeo, laddove l’itinerario alla scoperta dell’antico Egitto è introdotto da un racconto sulle origini del Museo stesso. Una narrazione proposta ora in una modalità rinnovata, approfondita e interattiva, grazie al completo riallestimento che ha articolato tale area in cinque inediti ambienti, uno dei quali destinato ad ospitare la fedele ricostruzione di una sala così come si presentava nell’800.

La costante opera di ricerca e di indagine che caratterizza l’attività scientifica dell’equipe del Museo Egizio, negli ultimi anni ha intensamente coinvolto anche l’ambito archivistico, offrendo, fra gli altri, elementi utili a meglio tratteggiare le vicende storiche dell’istituzione culturale torinese, nonché a rileggere pagine dell’egittologia che l’hanno vista al centro della scena fin dall’800. Nasce da qui il bisogno di dare un’altra forma e, soprattutto, maggiore sostanza a queste sale, fornendo una esaustiva e articolata risposta al quesito che inevitabilmente ci si pone varcando la soglia dell’edificio al numero 6 di via Accademia delle Scienze: perché il Museo Egizio è a Torino?

Descrivere la storia del Museo Egizio significa ripercorrere un cammino che muove i suoi passi iniziali circa 400 anni fa, quando le prime antichità egizie approdano a Torino per volere dei sovrani di Casa Savoia, alla ricerca di ciò che oggi definiremmo uno “storytelling”, radicato nel mito, che ne legittimasse il potere. Un ruolo, quello della monarchia sabauda, che sarà poi determinante nel 1824, con la decisione del Re Carlo Felice di acquistare la collezione Drovetti, facendone il nucleo fondante del Museo, che nasce così in quello stesso anno.

Il nuovo percorso storico è stato modellato attorno agli studi condotti all’interno del Museo Egizio dal curatore Beppe Moiso e dall’archivista Tommaso Montonati ed è impreziosito e reso di agevole fruizione da un raffinato progetto di comunicazione visiva, realizzato dagli uffici del Museo in collaborazione di Nationhood per i prodotti multimediale, con il ricorso a immagini d’archivio - antiche litografie, stampe e fotografie d’epoca - nonché a una serie di video e supporti digitali che si incontrano esplorando le cinque sale.

Alla prima di esse spetta il compito di illustrare la fase in cui tutto ebbe inizio, a partire dalle ragioni del rapporto tra Torino e l’antico Egitto. Un’introduzione affidata ai depositari di questa vera e propria epopea, ossia quei reperti giunti da antesignani sulle rive del Po: ad accogliere il visitatore nella nuova area è l’imponente statua di Ramesse II, dopo la quale si svelano la Mensa Isiaca, pregevole tavola metallica di provenienza romanica, e via via gli altri reperti che testimoniano la genesi della collezione, fra cui la riproduzione della testa con segni cabalistici, visualizzata in 3D su un apposito schermo, conservata ai Musei Reali, presso il Museo di Antichità di Torino.

Il cammino prosegue poi, dopo aver approfondito il fondamentale contributo delle figure chiave di Vitaliano Donati e Bernardino Drovetti, tratteggiando lo sviluppo della “Egittomania” in epoca Napoleonica, nata sull’onda della spedizione lungo il Nilo delle truppe francesi, che lo stesso Bonaparte aveva voluto fossero affiancate da oltre 150 Savants, studiosi di varie discipline provenienti dalle Università francesi, con una decina di disegnatori. Proprio il lavoro di questi ultimi, confluito negli undici volumi della famosa Description de l’Ègypte, viene qui messo a disposizione del pubblico in formato digitale, per mezzo di un monitor touchscreen che consente di scorrerne le pagine della seconda edizione, stampata tra il 1821 e il 1829.

Sulla parete opposta allo schermo si estende il suggestivo e scenografico riallestimento del libro dei morti di Iuefankh, papiro la cui lunghezza sfiora i 19 metri, esposto corredato da un apparato infografico che ne percorre e descrive minuziosamente l’intero sviluppo, sulla base degli studi compiuti dalla curatrice e filologa del Museo, Susanne Töpfer, consentendo al visitatore di osservare da vicino e comprendere i disegni e le formule che compongono questo straordinario reperto.

Nella prosecuzione del percorso espositivo numerosi sono gli elementi che restituiscono il clima del tempo, e il fervore sviluppatosi attorno all’antico Egitto e ai suoi reperti in quegli anni pionieristici per l’egittologia: in tal senso, di particolare interesse appare l’inedita sezione dedicata al contesto europeo ed egiziano, che permette di comprendere in che modo la collezione torinese si inscriva entro un quadro più generale di grande interesse per la nascente disciplina. Ma altrettanto fondamentale per comprendere il Museo Egizio risulta essere la conoscenza di fasi storiche dense di entusiasmo, come accade con il racconto della M.A.I. - Missione Archeologica Italiana in Egitto e della direzione di Ernesto Schiaparelli, oppure il ricordo di momenti cupi quali gli anni del Fascismo e l’impatto sul Museo della Seconda Guerra Mondiale.

Entrare in una sala del Museo Egizio dell’800

 Uno degli aspetti che si è inteso approfondire, nell’ottica di offrire al pubblico un’esperienza immersiva reale, è quello relativo alla storia delle modalità espositive della collezione egittologica torinese, della loro evoluzione nel tempo: per introdurre il visitatore nell’autentica atmosfera ottocentesca e far meglio comprendere l’aspetto del Museo di allora, è stata realizzata una sala che riproduce puntualmente l’allestimento di quegli anni, che rende più che mai evidenti il gusto e i canoni museali dell’epoca. In quel periodo le antichità in pietra e le statue erano collocate al piano terreno dell’edificio, come documentato da un acquerello di Marco Nicolosino, mentre il resto stava ai piani superiori, come invece illustrano le due tele di Lorenzo Delleani, rispettivamente del 1871 e 1881, che immortalano due momenti allestitivi distinti con vetrine di tipo diverso.

https://www.youtube.com/watch?v=GF91kYKEiVE

La ricostruzione storica ha pertanto preso a modello proprio la testimonianza pittorica del 1871: al piacevole disordine che caratterizza l’ambiente, ancora inteso quale luogo di studio più che sala museale, con reperti sparsi sul pavimento, si contrappongono severe vetrine a parete ingentilite da una delicata colorazione pastello; in alcuni casi sono esposte le medesime antichità, nel tentativo di trasmettere al visitatore il fascino di vivere la stessa esperienza di chi lo ha preceduto di 150 anni.  Gli oggetti sono sistemati all’interno di alcune vetrine ottocentesche e, come allora, sono privi di didascalie, segno di una fruizione ancora riservata a pochi.  Il centro della sala ospita una vetrina storica con all’interno il Canone Regio, un preziosissimo papiro che ha contribuito alla ricostruzione della cronologia egiziana antica. A fianco una mummia ancora completamente bendata all’interno del suo sarcofago. Tutto intorno altre teche, appartenenti al primo allestimento, contengono oggetti di culto e di uso quotidiano. Una parete intera è dedicata all’esposizione delle stele funerarie, in pietra e in legno. È infine possibile vedere - grazie al prestito dei Musei Reali di Torino - una selezione delle oltre 3000 medaglie e monete di epoca tolemaica e romana facenti parte della collezione riunita da Bernardino Drovetti.

Evelina Christillin, presidente del Museo Egizio

“Dopo quasi 200 anni di storia il Museo Egizio continua a caratterizzarsi come un’istituzione dinamica e in continuo fermento. Il riallestimento delle sale che introducono la visita con il racconto delle origini di questa collezione, costituisce un’occasione preziosa per riscoprire e approfondire le profonde connessioni tra la storia di questo luogo e quella del territorio che lo ospita, nonché a collocarla all’interno del più generale contesto socio-culturale nazionale e internazionale. Un progetto particolarmente significativo lungo il percorso di avvicinamento al bicentenario del Museo Egizio che celebreremo nel 2024 e per il quale siamo già all’opera per sviluppare un’opportuna concertazione con il Mibact, la Soprintendenza, gli enti del territorio e gli altri soggetti coinvolti”.

 Christian Greco, direttore del Museo Egizio

“L’esigenza di intervenire sull’assetto espositivo a meno di cinque anni dal riallestimento della collezione pone le sue basi nella natura stessa di un museo e dell’Egizio in particolare: questo è un luogo vivo, in continuo divenire, che muta e si evolve in virtù dei risultati della ricerca e del suo essere parte attiva della comunità. Cambiare e adeguare sé stessi è quindi una naturale vocazione per un’istituzione come la nostra”. “Per questo importante progetto la ricerca rappresenta ancora una volta il punto di partenza per la nostra attività espositiva. Grazie al lavoro svolto dai nostri curatori sugli archivi, infatti, il nuovo percorso espositivo sviluppa ed espande la narrazione sulla storia del Museo, con elementi utili a rappresentare il contesto culturale al cui interno si è sviluppata. Tale scelta ha permesso di affiancare alla narrazione principale altre storie, che finora non erano state approfondite all’interno dell’esposizione, che, tra l’altro, contribuiscono a inserire la vicenda torinese nel quadro più complesso della realtà egiziana ed europea”.


Le dimensioni non contano: ritrovata una sfinge a Tuna el-Gebel

sfinge Tuna el-Gebel

Il Direttore Generale delle antichità del Medio Egitto Gamal El-Samastawy ha annunciato ieri, sabato 14 Dicembre, la scoperta di una piccola statua reale raffigurante una sfinge nella zona di Tuna El-Gebel.
La sfinge, che indossa il copricapo nemes e l'ureo, misura 35 cm d'altezza e 55 cm di lunghezza: un piccolo gioiellino, ed è uno dei molteplici tesori scoperti dalla Missione Archeologica Egiziana guidata da Sayed Abdel-Malek che si occupa di scavare l'area del governatorato di Minya. Si sono ritrovati anche amuleti e ceramiche.
Tuna el-Gebel, nella città di Mallawy, era la necropoli di Khnum con monumenti che vanno dall'epoca greco-romana fino al tardo Medio Evo.

sfinge Tuna el-GebelFoto della sfinge di Tuna el-Gebel fornite dal Ministero delle Antichità Egizie.


Donne e potere nell’antico Egitto

Quale ruolo avevano le donne nell’antico Egitto? Come vivevano?

Pensando all’antica civiltà nilotica, la prima immagine che balena nella nostra testa è quella di un Paese comandato da un re dispotico e schiavista che imponeva il suo volere e faceva frustare tutti coloro che non obbedivano ai suoi ordini. Seguendo questa logica, sarebbe possibile credere che anche le donne, in quel clima da autocrazia, fossero soggette all’autorità degli uomini e non avessero diritti. Sfatiamo il mito: nell’antico Egitto, la donna era generatrice di vita e, in quanto tale, rispettata e talvolta persino venerata come una dea. Inoltre, si occupava della cura della casa e dei figli, poteva persino amministrare le finanze e intraprendere un’attività economica tutta sua, sposarsi liberamente e avere o meno figli.

Dunque, la donna possedeva una sua dignità ed era libera di fare le sue scelte, anche sul piano governativo. Infatti, durante i disordini politici che a più riprese attanagliarono il Paese, molte donne vennero scelte per salire al potere come reggenti e ristabilire l’ordine, fino a quando il faraone designato non fosse stato pronto per regnare. Ciò che, invece, non avreste mai immaginato, è che il diritto di governare sull’Egitto lo trasmettevano proprio le donne. Infatti, qualora il re avesse avuto un figlio maschio da una sposa secondaria o una concubina, l’erede in questione avrebbe dovuto sposare una donna della famiglia – spesso la sorellastra – che gli permettesse, così, di diventare faraone.

Sobekneferu o Neferusobek, busto dal Museo Egizio di Berlino. Foto dal libro di Hedwig Fechheimer (1871-1942), Die Plastik der Ägypter, Berlin 1941, pl. 57

Molte donne riuscirono a prendere il controllo del Paese e ad autoeleggersi faraoni (basti pensare alle regine Nefrusobek e Hatshepsut), altre arrivarono addirittura ad avere lo stesso potere del marito, come nel caso di Nefertiti, eletta co-reggente dal consorte, il faraone Akhenaton (appartenente alla XVIII dinastia, nel periodo del Nuovo Regno), che regnò durante il XIV secolo a.C., e che è ricordato soprattutto per aver instaurato un regime religioso di stampo enoteistico basato sul culto del disco solare Aton, stravolgendo il panorama religioso del tempo. E proprio a quel punto la figura di Nefertiti si impone sulla realtà storica del tempo: sostenne il marito nella trasformazione religiosa del regno e, dopo la sua morte, regnò lei stessa (o la figlia Merytaton, ma comunque una donna) sotto il nome di Ankheperura Neferneferuaton, cercando di ristabilire l’ordine sociale nel Paese. Dopo questi avvenimenti, nulla si sa più con certezza su di lei, la sua scomparsa è avvolta nel mistero. La sua tomba non è stata ancora trovata e questo contribuisce ad aumentare l’alone di incertezza che caratterizza questa figura così tanto importante.

donna Egitto Akhenaton Nefertiti
Akhenaton e Nefertiti dal Museo Egizio di Berlino. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

Oggi, la sua effigie, il “Busto di Nefertiti” (conservato presso l’Ägyptisches Museum und Papyrussammlung, il Museo Egizio di Berlino), è divenuta emblema di bellezza, grazia ed eleganza e suscita la curiosità di chiunque posi lo sguardo su di lei.

donna Egitto Akhenaton Nefertiti
Busto di Nefertiti dal Museo Egizio di Berlino. Foto di Giovanni, CC BY 2.0

Paziente speciale al JMedical di Torino. Arriva una mummia da Gebelein

Paziente speciale al J Medical di Torino. Ad essere sottoposta ad una Tomografia Computerizzata (TC) una mummia datata all’Antico Regno (2500 a.C. circa) e appartenente alla collezione egizia del Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino.

L’antico “paziente” attualmente si trova al Centro di Conservazione e Restauro della Venaria Reale assieme ad altre 22 mummie della stessa collezione. Luogo di provenienza il sito di Gebelein, nell’Alto Egitto, scavato proprio da una missione italiana, la MAI (Missione Archeologica Italiana) nel 1920 a cui partecipò il Prof. Giovanni Marro (1875-1952) medio antropologo e fondatore del Museo di Antropologia ed Etnografia.

Mummia. Foto: JMedical

«Il sistema Revolution EVO di GE Healthcare è un tomografo TAC di ultima generazione – ci spiega il Dott. Gino Carnazza, Direttore Tecnico Diagnostica per Immagini di J Medical -. L’apparecchiatura fornisce immagini ad altissima definizione consentendo una precisa valutazione dei reperti anatomici. Sarà possibile identificare eventuali anomalie scheletriche acquisite o imputabili a cause post mortem, segni di patologie negli organi interni non rimossi, possibili cause di morte, nonché la determinazione del sesso e dell’età biologica della mummia. Inoltre, questo tipo di macchinario consente di ridurre sensibilmente gli artefatti metallici grazie alla funzionalità Metal Artifact Reduction, fondamentale in questo caso per identificare la presenza di oggetti metallici come amuleti o gioielli presenti sotto le bende».

Tomografia Computerizzata. Foto: JMedical

A tutela della preziosa collezione in campo sono scese importanti figure della medicina torinese e della soprintendenza. Per la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città Metropolitana di Torino è impeganat per lo studio egittologico la Dott.ssa Elisa Fiore Marochetti, per  il progetto di restauro conservativo, il Centro Restauro della Venaria  con il coinvolgimento della Dott.ssa Roberta Genta, e per l’esecuzione dell’esame diagnostico, la valutazione e la ricostruzione con immagini tridimensionali il J Medical con il  Dott. Gino Carnazza, Direttore Tecnico Diagnostica per Immagini, e il  Dott. Giacomo Paolo Vaudano Coordinatore del Servizio TC.

Inoltre, la collaborazione interdisciplinare per indagini paleobiologiche per lo studio e la valorizzazione degli archivi bionaturalistici, vede coinvolti in una convenzione oltre al Museo di Antropologia ed Etnografia dellUniversità di Torino guidato dalla Prof.ssa Cecilia Pennacini, il Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino, con il  coinvolgimento della Prof.ssa Rosa Boano per lo studio di antropologia fisica e della Prof.ssa Beatrice Demarchi per lo studio di archeologia molecolare.


Nuovi ritrovamenti a Saqqara. Tra le mummie cuccioli di leone

Dopo un’attesa conferenza stampa, il Ministro delle Antichità egizie, Dott. Khaled El-Enany, ha annunciato una nuova scoperta avvenuta nella necropoli di Saqqara da parte della missione archeologica egiziana che scava nella necropoli degli animali sacri, guidata dal Dott. Mostafa Waziri, Segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità egizie.

Foto MoA

Qui, dozzine di gatti mummificati e scarabei meticolosamente mummificati sono stati ritrovati con altre mummie di cobra e coccodrilli e con una tomba eccezionalmente ben conservata e attribuita al sacerdote reale Wahtye della Quinta Dinastia. Il Dott. El–Enany ha spiegato che la scoperta di questi giorni comprende una vasta collezione di 75 statue di legno e di bronzo di gatti di differenti forme e misure, oltre ad un gruppo di gatti mummificati trovati in 25 scatole di legno istoriate con testi geroglifici.

Foto MoA

Ci sono statue di legno di animali e uccelli con il bue Api, la mangusta, l’Ibis, il falco e il dio Anubi in forma di animale. La missione ha anche trovato, continua El-Enany, numerosissimi scarabei di pietra contenuti in una scatola di legno, due scarabei di piccole dimensioni realizzati in legno e arenaria, tre statue di coccodrilli e i resti di mummie di piccoli coccodrilli.

Tra i reperti figurano anche divinità dell’antico Egitto e, tra questi, 73 statuette di bronzo raffigurano il dio Osiride, 6 statue di legno il dio Ptah–Soker, 11 statue di legno e di faience la dea leonessa Sekhmet, così come una bellissima statua scolpita raffigura la dea Neith (venerata a Sais, capitale d’Egitto durante la XXVI dinastia) che indossa la corona del Basso Egitto.

Foto MoA

Un rilievo riporta il nome del re Psamtik ed è stato rinvenuto assieme ad una serie di statue di cobra, amuleti, amuleti di faience di differenti forme e dimensioni, maschere funerarie di legno e argilla e una serie di papiri decorati con disegni che rappresentano la dea Tawert (la dea ippopotamo gravida, protettrice delle donne incinte e dei bambini).

Foto MoA

L’archeologo descrive la scoperta come un vero e proprio museo fatto da centinaia di oggetti scoperti nella necropoli di Bubaste a Saqqara e precisa, inoltre, che questi reperti risalgono alla Ventiseiesima Dinastia del VII secolo a.C. considerata come un’era di rinascita. Durante la conferenza stampa, El-Enany ha annunciato che questa non sarà l’ultima scoperta dell’anno ma che ce ne sarà un’altra il prossimo mese, prima di celebrare il Natale.

Foto MoA

Gli studi rivelano infatti che cinque di queste mummie potrebbero riferirsi a cuccioli di leoni e l’egittologo francese Alain Zivie ha da poco scoperto, vicino a questa stessa necropoli, lo scheletro di un leone. Il Ministro conferma che i reperti più interessanti di questa scoperta sono proprio le cinque mummie di felini, da identificarsi, probabilmente, con cuccioli di leone; le scansioni in tomografia computerizzata di due di queste mummie, infatti, hanno rivelato che la forma e la dimensione delle ossa delle mummie si accordano per il 95% a quelle di un cucciolo di leone, ma altri studi saranno portati avanti per ulteriori dettagli.


Dal Nilo al Tevere, il culto di Iside in Egitto e a Ostia

Giovedì 28 novembre 16.30 con gli archeologi Mariarosaria Barbera e Christian Greco

Adorati ovunque, nel mondo antico, sotto mille nomi diversi, Iside e Osiride – re dei Morti, che dona la civiltà e insegna l’agricoltura agli uomini– sono la coppia che protegge i faraoni per migliaia di anni. Il culto di Iside supera quello del consorte fuori dai confini dell’Egitto, ove si accompagna a Serapide. Il loro culto si diffonde ben prima della nascita di Cristo e dall’Egitto conquista il mondo greco e poi quello romano.

isideStatuetta di Iside rinvenuta a Ostia.

Al culto di Iside, insuperato nella capacità di unire le speranze dei popoli del Mediterraneo, è dedicato l’appuntamento con Christian Greco e Mariarosaria Barbera di giovedì 28 novembre, a Ostia Antica. I due esperti promettono di sintetizzare un complesso processo di sincretismo che si conclude soltanto nella tarda antichità (IV-V secolo d.C.), di fronte ad un cristianesimo trionfante e capace di attingere, sul piano dell’iconografia e del contenuto, ad una religione di lunga durata e di ampia diffusione in tutto l’Impero romano.

Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, introdurrà il viaggio attraverso il mondo religioso e politico egiziano: “una delle funzioni originarie della leggenda osiriaca è di sancire che il diritto al trono si trasmette non per via collaterale, di fratello in fratello, ma lineare, di padre in figlio; in Egitto ogni faraone che muore diventa Osiride, ogni faraone regnante è il figlio Horus. Questo nucleo mitologico viene però ben presto elaborato anche in altre direzioni. La resurrezione osiriaca diventa, a partire dal Medio Regno (ca. 2040-1640 a.C.), una condizione a cui aspira non solo il faraone, ma anche i privati, che vi accedono tramite la mummificazione, la resurrezione della mummia e il giudizio del tribunale dell'Aldilà, diretto da Osiride. Fatta salva la centralità di Osiride, è Iside l’agente fondamentale nella leggenda osiriaca, moglie pia, madre protettiva e maga, ruolo che ne farà col tempo la principale divinità femminile dell’Egitto tardo e determinerà il suo successo fuori dall’Egitto, dove eclisserà addirittura il consorte”.

Mariarosaria Barbera, direttore del Parco archeologico di Ostia Antica, spetterà il compito di delineare “la figura e il culto di Iside, che si evolvono, nel passare dall’Egitto al mondo romano, entrando in rapporto con la figura di Serapide. E’ un processo che non manca di suscitare durature problematiche politiche, dall’età repubblicana al tardo impero, finché –a partire dai Flavi– è la stessa coppia imperiale romana a vantare la protezione di Iside e Serapide, in un progressivo percorso di assimilazione tra i regnanti e le divinità che si compirà alla fine del II secolo, sotto i Severi.  Il culto si diffonde nell’impero romano generando una ragguardevole produzione artistica di sculture, pitture e altri oggetti che accompagnano l’esercizio del culto di Iside e adornano i luoghi della pratica religiosa.   Il culto era largamente praticato anche a Ostia e a Porto, dove sono ancora riconoscibili luoghi, iscrizioni, sculture e prodotti artigianali che vi fanno riferimento, riconfermando come Ostia fosse un crocevia di popoli, culture e religioni mediterranee”.


Il leone dal complesso del Bubasteion a Saqqara

Non solo gattini...

Nel 2001, per la prima volta, degli archeologi  scoprirono lo scheletro perfettamente conservato - intatto - di un leone all'interno di una tomba egizia (i resti furono difatti ritrovati al secondo livello della tomba di Maia). A darne la notizia fu - nel 2004 - l'archeologo francesce Alain Zivie, che con il suo team di ricercatori scava presso il Bubasteion dal lontano 1996. I resti del grosso animale, forse prima mummificato, furono sepolti nelle cosiddette "catacombe dei gatti", create in epoca tarda e che occuparono gran parte della molto più antica tomba di Maia, la balia del faraone Tutankhamon.
Maia e Tutankhamon in un bassorilievo. Taluni ritengono che Maia sia la sorella di Tutankhamon, Meritaten. Anche se il leone fu ritrovato nella sua tomba (scoperta da Zivie nel 1996), nel complesso del Bubasteion, non sarebbe appartenuto alla balia.

L'importanza di quel ritrovamento è data anche dal fatto che molte iscrizioni geroglifiche testimoniano che i leoni venivano allevati e seppelliti nelle tombe, ma fino ad allora nessuno scheletro era mai stato ritrovato in quel contesto.

Le ossa del grosso felino furono portate alle luce in un'area della tomba quindi dedicata alla dea Bastet, insieme ad una vasta quantità di ossa umane e di animali, inclusi gatti. Non erano avvolte in bende di lino, ma la loro posizione, così come la presenza di pigmenti e di depositi di minerali sulla loro superficie, presenta similarità con quanto riscontrato coi gatti mummificati e ritrovati all'interno della stessa tomba.

Zivie disse che le condizioni delle ossa e dei denti testimoniano il fatto che l'animale visse una vita lunga e che fu tenuto in cattività. Un punto di vista confermato da analisi più recenti, per le quali il povero animale visse sì a lungo e in cattività, ma pure in condizione estreme, soprattutto dal punto di  vista dell'alimentazione. I suoi denti infatti risultano in cattive condizioni, la maggior parte fratturati e con chiari segni di infiammazioni croniche e durature. Inoltre le costole della parte destra del torace - così come alcune vertebre - testimoniamo che l'animale subì almeno una brutta caduta. Inoltre sembra che il leone non sia appartenuto a Maia, proprietaria della tomba.

Per Emily Teeter, egittologa dell'Università di Chicago, questo "non è un vecchio leone. È un importante leone". Robert Pickering, un antropologo forense, aggiunge che "sembra l'animale sia stato trattato in maniera differente rispetto agli altri animali che furono sepolti, come parte di un quale rituale. Forse l'importanza del leone è semplicemente legata al fatto che fosse un animale domestico, piuttosto che una rappresentazione di una quale divinità."

Probabilmente non sapremo mai perché sia stato sepolto proprio in questa tomba e perché non sia stato mummificato. Molte di queste domande potranno non aver mai una risposta, ma resta l'eccezionalità di questo ritrovamento.

leone Bubasteion
Un leone (Panthera leo) non in cattività (come invece era quello del Bubasteion). Foto di Gerhild Klinkow da Pixabay

 

Fonti:

Pagina ufficiale della Mission Archéologique Française du Bubasteion (MAFB).

CBS/The Associated Press, Lion Mummy Found in Egyptian Tomb, by Alex Dominguez.

Cécile Callou, Roger Lichtenberg, Philippe Hennet, Anaïck Samzun & Alain Zivie, Le lion du Bubasteion à Saqqara (Égypte). Une momie remarquable parmi des momies de chats, Anthropozoologica 46 (2), 30 Dicembre 2011, pp.63-84. Al link dello studio è anche possibile vedere le foto dei resti dell'animale.


La regina Nefertari prosegue il suo viaggio in Nord America e arriva a Kansas City

La regina Nefertari prosegue il suo viaggio in Nord America e arriva a Kansas City

Apre oggi "Queen Nefertari: eternal Egypt" al Nelson-Atkins Museum of Art, con 250 reperti del Museo Egizio.

Prosegue con una nuova tappa il tour nordamericano dei reperti del Museo Egizio, protagonisti della mostra itinerante "Regine del Nilo" che, reduce dal successo di Washington, approda oggi con un nuovo allestimento al Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City, dove potrà essere visitata dal pubblico statunitense fino al 29 marzo del 2020.

L'esposizione, che sta raccogliendo grande apprezzamento a livello internazionale, si presenta nella nuova sede col titolo "Queen Nefertari: eternal Egypt" proponendo un focus dedicato proprio alla regina moglie del faraone Ramesse II (1279 - 1213 a. C.).  Un percorso espositivo che si snoda attraverso circa 250 reperti del Museo che comprendono, insieme a statue e oggetti di vita quotidiana, il corredo funerario e il coperchio del sarcofago di Nefertari, portati alla luce dalla Missione Archeologica Italiana guidata da Ernesto Schiaparelli e al lavoro nella Valle delle Regine tra il 1903 e il 1905.

Ma prima di approdare nelle sale espositive del Nelson-Atkins, alcuni di questi reperti hanno soggiornato alcuni giorni, nelle scorse settimane, in un altro edificio della cittadina del Missouri: il Saint Luke's Hospital, dove alcune indagini diagnostiche ne hanno certificato lo stato di conservazione ottimale.

L’esposizione racconterà inoltre ai visitatori la storia delle mogli dei faraoni durante il Nuovo Regno nel periodo che va dal 1500 al 1000 a.C., quando regine come Ahmose Nefertari, Hatshepsut, Tiye, Nefertiti, e in particolare Nefertari, erano donne influenti che non ricoprivano soltanto il ruolo di mogli ma gestivano anche il palazzo del faraone esercitando un potere politico significativo.