Tenet John David Washington

Tenet di Christopher Nolan: quando la scienza diventa intrattenimento

Tenet di Christopher Nolan:

Quando la scienza diventa intrattenimento

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Elizabeth Debicki. Foto Copyright Warner Bros.

Christopher Nolan, regista di Inception e dell'acclamata trilogia di Batman si è reso protagonista di un'ascesa rapida e senza sbavature nel panorama hollywoodiano, diventando in breve il portabandiera di una cinematografia visionaria ma accessibile al grande pubblico; non sorprende dunque che i suoi film siano in grado di suscitare curiosità e discussioni ben prima della loro uscita nelle sale, complice anche un'accurata strategia di marketing improntata sul febbrile riserbo circa cast e trama. Di Tenet, la sua ultima fatica, si è in effetti parlato molto più di qualsiasi altra sua opera, principalmente a causa dei continui ritardi nella distribuzione dovuti all'emergenza COVID-19, ma anche perché, a questo punto della sua carriera, le aspettative sono altissime, e sbagliare un film potrebbe rivelarsi un errore fatale.

In effetti la trama di Tenet, difficilmente riassumibile in poche parole e senza spoiler, riprende gran parte delle tematiche preferite da Nolan: il Protagonista, con la P maiuscola perché il suo nome viene taciuto, quasi per caso si trova a indagare su una tecnologia rivoluzionaria, in grado di invertire l'entropia di oggetti e persone; in altre parole, per gli elementi sottoposti a essa il tempo scorre al contrario. Ovviamente una diavoleria del genere non può non attirare le mire di persone senza scrupoli: infatti il nostro eroe scoprirà presto di dover impedire un futuro addirittura peggiore della Terza Guerra Mondiale, dal quale, per inciso, proviene la tecnologia di cui sopra.

La manipolazione del tempo è un marchio di fabbrica della cinematografia di Nolan, che in quasi tutti i suoi film ha presentato un montaggio non lineare fatto di continui flashback e flashwforward; è appena il caso di ricordare che questo concetto è basilare in molte sue opere, come Memento, Interstellar e, in misura minore, Inception. In Tenet esso viene portato a un livello superiore: l'intera storia ruota intorno alla molteplicità del tempo, tanto da avere una logica tutta sua che viene continuamente (ma non ossessivamente) spiegata dai personaggi; di più, è lo stesso film ad obbedire a questa logica multilineare, grazie a un montaggio ardito in grado di far coesistere pacificamente le molte linee cronologiche, la cui sovrapposizione incalza man mano che il film va avanti fino allo spettacolare climax.

Kenneth Branagh. Foto Copyright Warner Bros.

Questa complessità potrebbe risultare ostica, almeno sulla carta, a chi non è avvezzo allo sci-fi; in effetti intorno a metà film Neil, il personaggio interpretato da Robert Pattinson, dice che “se non si comprende la bilinearità è meglio lasciar perdere”. Non è il caso del film nel suo complesso, che anzi consente di godere della storia anche senza aver compreso appieno tutta la questione dei viaggi andata e ritorno attraverso il tempo, abbandonandosi semplicemente allo scorrere degli eventi.

Tenet John David Washington
John David Washington e Robert Pattinson. Foto Copyright Warner Bros.

Il punto di forza di quest'opera è proprio la capacità di coniugare in maniera impeccabile più generi cinematografici e, indirettamente, più piani di lettura: ciascuno spettatore potrà quindi trovare quello (o quelli) a lui più congeniali. Non rimarrà quindi deluso chi, dopo aver visto il trailer, si aspettava di assistere a un film di spionaggio à la James Bond o un thriller ricco d'azione: Tenet è esattamente questo, e molto di più. Anche il solo raccogliere i vari indizi che rimandano (fin troppo smaccatamente) al famoso “quadrato del Sator”, cui il film si ispira a partire dal titolo, o comprendere fino in fondo la complessa e talvolta contraddittoria psicologia dei personaggi, porterà lo spettatore a godersi il film; perché, è opportuno ricordarlo, Tenet non ha alcuna velleità divulgativa, non è un film fatto da scienziati per scienziati: esso nasce per intrattenere, e così è. Che poi si renda necessario accettare di non capire tutto in prima battuta, che ci si debba ripensare a fondo a riflettori spenti e che in ogni caso non tutto potrebbe essere chiaro alla fine del ragionamento, è tipico dei film di Nolan.

Un film riuscito, dunque, anche grazie a un cast in stato di grazia comprendente, oltre a Pattinson, John David Washington (promettente figlio di Denzel), Elizabeth Debicki e Kenneth Branagh, che riesce a farsi perdonare i molti difetti: tra i tanti, la costruzione non sempre efficace dei momenti di tensione e soprattutto una serie di buchi di sceneggiatura piuttosto vistosi che gli tolgono automaticamente la palma di capolavoro. Ciononostante Tenet riesce in un'impresa al giorno d'oggi piuttosto rara: accostare efficacemente scienza e azione, riuscendo al contempo a divertire lo spettatore.

Tenet
La locandina di Tenet. Copyright Warner Bros.

Paolino di Nola

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

15 maggio 1909: Paolino di Nola ritorna a casa

Il 15 maggio 1909, dopo quasi un millennio di assenza, le reliquie di Paolino facevano ritorno alla sua amata Nola. Queste erano state traslate – o forse sarebbe meglio dire trafugate – da Nola nel IX secolo da Sicardo di Benevento (†839): il Ducato di Benevento dalla metà del secolo precedente aveva avviato una politica di appropriazione di reliquie dai territori limitrofi, che se da un lato rispondeva al bisogno di salvare i corpora sanctorum da scorrerie saracene o incursioni e devastazioni barbariche, dall’altro era tesa al rafforzamento del prestigio della città e della sua Chiesa1.

Paolino di Nola Duomo reliquie
Urna con le reliquie di Paolino di Nola, presso il Duomo. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Sappiamo, infatti, che dall’VIII secolo in poi Benevento accumulò un ricco tesoro di reliquie tra cui vale la pena ricordare quelle di Massimo, vescovo di Nola, Gennaro, vescovo di Napoli, l’apostolo Bartolomeo, Deodato di Nola, vescovo dopo il nostro, Trofimena da Amalfi e Paolino2. Interessante il fatto che Benevento si riappropriasse del “suo” Gennaro e che fossero non pochi i santi nolani traslati. Mentre per altri santi possediamo un testo della translatio a Benevento, per il vescovo nolano purtroppo siamo sprovvisti di un racconto.

L’unica fonte che accerta la presenza del corpo di Paolino a Benevento è la Chronica monasterii Casinensis (II, 24), che riporta più o meno intorno all’anno 1000 la notizia del successivo trasferimento delle reliquie da Benevento a Roma.

Anno tertio abbatis huius, qui est millesimus ab incarnatione dominica, prefatus imperator Beneventum venit et causa penitentie, quam illi beatus Romualdus inuxerat, abiit ad montem Garganum. Reversusque consequenter Beneventum petiit a civibus corpus sancti Bartholomei apostoli. Qui nichil tunc ei negare audentes habito cum archiepiscopo, qui tunc eidem urbi presidebat, consilio corpus beati Paulini episcopi, quod satis decenter apud episcopium aiusdem civitatis erat reconditum, callide illi pro corpore apostoli obtulerunt, et eo sublato recessit huiusmodi fraude deceptus. Quod postquam rescivit, nimium indignatus corpus quidem confessoris, quod detulerat, honorifice satis ad Insulam Rome recondidit, evestigio autem Beneventum regressus obsedit eam undique per tempus aliquod, se d nichil adversus eam prevalens Romam reversus est3.

Leone di Ostia racconta che Ottone III, dopo il pellegrinaggio al santuario micaelico del Gargano, visitò Benevento e richiese il corpo dell’apostolo Bartolomeo. Non volendo perdere il prestigio di una così preziosa reliquia, il vescovo Alfano optò per una sostituzione di corpi: Paolino fu dato all’imperatore al posto di Bartolomeo! Ad Ottone III non sfuggì l’inganno ma preferì portare il corpo a Roma, deponendolo presso l’Isola Tiberina. Qui, secondo la tradizione successiva, Ottone avrebbe portato anche il corpo di Bartolomeo, e qui, per più di 8 secoli, le spoglie mortali di Paolino riposarono4.

Il 28 maggio 1900, in occasione del pellegrinaggio nolano a Roma per l’Anno Santo, il vescovo Agnello Renzullo rivolse a papa Leone XIII la richiesta per ottenere il Corpo del Santo. In realtà tale richiesta era stata già avanzata qualche anno prima dal vescovo Giuseppe Formisano a Pio IX5. La domanda del vescovo Renzullo fu accompagnata da un volume, che raccoglieva «i voti di tutto l’Episcopato Campano e dei fedeli della Diocesi raccolte per Parrocchia»6. L’11 marzo successivo Leone XIII ordinò la ricognizione del corpo in vista della restituzione7. In quell’occasione Luigi Ranieri, decano del capitolo della cattedrale, diede alle stampe la dissertazione sulla restituzione delle reliquie: De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio8.

La scomparsa di Leone XIII nel 1903, purtroppo, bloccò la faccenda che rimase in sospeso fino al 1908. Il 1 settembre il vescovo Renzullo si rivolse al nuovo pontefice Pio X; toccando la corda sentimentale in occasione del giubileo sacerdotale del pontefice, confortato dal comune desiderio dell’Episcopato campano e quasi desiderando il ritorno di Paolino come contrapposto per Giordano Bruno, cui allude alla fine della lettera, così gli scrisse:

Agnello Renzullo Vescovo di Nola espone e domanda alla Santità Vostra quanto segue. Possano i secoli ed il nome del gran Vescovo Paolino non si cancella dalla memoria di questo gregge Nolano, né scema in esso il vivo desiderio più che millenario di ricevere le amate ossa di Lui, rapite dai Longobardi e poscia da Benevento trasportate nell’alma Roma.
Fu tante volte fatto ricorso ai Romani Pontefici per la grazia della restituzione, ma vari ostacoli impedirono sempre l’esaudimento delle nostre preghiere.
Non è molto, all’immortale Vostro Predecessore furono presentate le suppliche di tutto l’Episcopato Campano, di molti Municipi della regione e di molti corpi morali; ma la sospirata grazia non poté essere concessa.
Ora, in quest’anno del Vostro Giubileo Sacerdotale, anno in cui l’Augusto e Magnanimo cuore vostro è disposto a dispensare le maggiori grazie, io, conscio dei voti dei miei Confratelli e dei miei figliuoli, raccolgo in me le preghiere di tutti e le umilio al Vostro Soglio Pontificio, implorando istantissimamente che concediate la grazia a maggior gloria di Dio, a maggior venerazione del gran Santo, a documento del Vostro Giubileo Sacerdotale, ad incremento della nostra pietà, a contrapposto solenne in questa città all’infausta memoria e monumento del frate apostata nolano9.
Nella ferma speranza di essere esaudito, mi prostro con la massima devozione al bacio dei Sacri Piedi ed imploro l’Apostolica Benedizione.10

Il papa accolse volentieri la richiesta e già il 10 settembre diede il consenso, apposto di sua mano in calce alla lettera di mons. Renzullo. Il 28 febbraio 1909 lo stesso vescovo ne diede lieto annuncio alla Diocesi, in una notificazione entusiastica in cui tesseva le sue lodi per Paolino, santo del Clero, dei Religiosi, del Laicato, dei Reggitori dei popoli, dei Nobili, degli Artisti, dei Letterati, dei Coniugati, dei Plebei, dei Poveri e degli Afflitti, sintetizzandone così il poliedrico spessore umano, intellettuale e spirituale11.

Alle ore 11,00 del 14 maggio 1909 avvenne in Vaticano la consegna delle ossa. Erano presenti accanto al vescovo di Nola gli allora vescovi di Piedimonte, Acerra, Castellammare di Stabia e Gaeta, i principi Filippo e Giuseppe Lancellotti, la marchesa Filiasi, il sindaco di Nola, dott. Felice De Sena e altri sindaci della Diocesi. Alle 17,05 del 15 maggio le reliquie di Paolino arrivarono a Nola su un treno speciale e furono accolte da una folla gioiosa, che le accompagnò fino alla Chiesa del Carmine dove rimasero per la notte. Il giorno successivo furono portate in Cattedrale, dopo una processione di circa quattro ore. In Cattedrale, tra l’altro riaperta dopo la ricostruzione proprio in quell’anno, le reliquie furono esposte alla venerazione fino al 23 maggio, giorno in cui furono richiuse nell’urna e processionalmente collocate nell’attuale cappella laterale12.

Duomo di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

Fu notato che il definitivo ritorno di Paolino a Nola, dopo il suo primo arrivo come governatore della Campania e il successivo trasferimento dopo la conversione e l’ordinazione presbiterale, avvenne esattamente 1500 anni dopo la sua elezione a vescovo nel 40913. Tantissime furono le manifestazioni anche letterarie in occasione di tale evento, raccolte nel 1990 in un volume del Centro Studi e Documentazioni su Paolino di Nola, frutto di un convegno tenuto nel 1989 nell’ottantesimo anniversario della traslazione di Paolino14.

Paolino di Nola
Statua in cartapesta di San Paolino di Nola, sulla punta del giglio. Foto di Achille Battimelli, in pubblico dominio

Piace concludere con una curiosità e con qualche verso di Paolino. La curiosità. Quando il vescovo Renzullo inviò la sua richiesta al papa, la sua lettera fu accompagnata da altre 12 scritte da vescovi campani, nella quale si mostravano entusiasti della proposta di mons. Renzullo di proclamare Paolino protettore dei Seminari Campani15. La richiesta forse su solo un proposito, che per altre vie e in forme più grandi si sarebbe avverata nel 2016, quando Paolino fu proclamato patrono di tutta la Campania insieme a San Gennaro.

La basilica paleocristiana di Cimitile, con le tombe di san Felice e san Paolino di Nola. Foto di Bocachete, in pubblico dominio

I versi. Paolino fu profondamente legato a Nola e, in particolare a Cimitile, tant’è che la preferì alla Gallia e alla Spagna e, quando poté celebrare il primo dies natalis dell’amato san Felice ricorda la tanta strada percorsa tra pericoli e amore per raggiungerlo. Queste le parole rivolte a Felice, che ce lo rendono umanissimo e vicinissimo, bramoso come tutti di tornare alla patria del cuore:

Ex illo qui me terraque marique labores
distulerint a sede tua procul orbe remoto,
nouisti; nam te mihi semper ubique propinquum
inter dura uiae uitaeque incerta uocaui.
Et maria intraui duce te, quia cura pericli
cessit amore tui, nec te sine; nam tua sensi
praesidia in domino superans maris aspera Christo;
semper eo et terris te propter tutus et undis. […]
Sis bonus o felixque tuis dominumque potentem
exores, liceat placati munere Christi
post pelagi fluctus mundi quoque fluctibus actis
in statione tua placido consistere portu.
Hoc bene subductam religaui litore classem,
in te conpositae mihi fixa sit anchora uitae.

Tu conosci quali peripezie per terra e per mare da quel tempo mi abbiano tenuto lontano dalla tua dimora in un paese remoto; infatti ti ho invocato sempre e dovunque a me vicino tre le asperità del viaggio e le incertezze della vita. E mi accinsi a percorrere i mari sotto la tua guida, perché la preoccupazione del pericolo cedette per amore di te, né senza il tuo aiuto; ho sentito infatti la tua protezione superando in Cristo Signore le insidie della navigazione; con la tua protezione sempre avanzo sicuro e per terra e per mare. […] Sii benigno e favorevole ai tuoi devoti e prega il Signore potente affinché sia concesso a noi, che dopo i flutti del mare placato per la grazia di Cristo, superati anche i flutti del mondo, ci fermiamo nella tua casa come in placido porto. A questo lido ho ormeggiato la mia nave felicemente giunta a riva16.

L'argomento è stato già trattato dall'autore sul sito della Diocesi di Nola.

1 Cf. G. Luongo, Alla ricerca del sacro. Le traslazioni dei santi in epoca altomedievale, in A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990, pp. 33-34.

2 Ivi, pp. 35-36.

3 MGH SS. 34, p. 208.

4 Filippo R. De Luca riporta la notizia di ben tre ricognizioni del corpo, avvenute rispettivamente nel 1711, nel 1806 e nel 1867 (cf. F.R. De Luca, I documenti relativi alla traslazione del corpo di S. Paolino conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Nola, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 41-42).

5 Presumibilmente tra il 1855 e il 1878.

6 De Luca, I documenti relativi…, p. 42.

7 Sappiamo che cardinale Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona e titolare della Basilica di S. Bartolomeo sull’Isola tiberina si era opposto, temendo di perdere così importanti reliquie; cf. De Luca, I documenti relativi…, p. 42 e p. 44.

8 L. Ranieri, De exuviis S. Paulini Episcopi et Confessoris Nolanae Urbi restituendis dissertatio, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 64-121.

9 Si tratta di Giordano Bruno.

10 Appello del vescovo Agnello Renzullo a Papa Pio X per la restituzione del corpo di S. Paolino in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 123-124.

11 Agnello Renzullo, Notificazione del ritorno del corpo di S. Paolino, in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp. 141-145; l’elogio di Paolino si trova a p. 144.

12 Il resoconto di quelle giornate fu pubblicato nel «Bollettino religioso per la Diocesi di Nola» – Anno VIII – n. 86 – Giugno 1909, che si può leggere in Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino…, pp.149-163.

13 Ivi, p. 163.

14 A. Ruggiero (a c. di), Il ritorno di Paolino a Nola. 80° dalla Traslazione a Nola. Atti, documenti, testimonianze letterarie, Strenae Nolanae 3, Marigliano 1990.

15 De Luca, I documenti relativi…, p. 45.

16 Paul. Nol. carm. 13, vv. 10-17. 31-35; trad. italiana in A. Ruggiero, Paolino di Nola. I carmi, Strenae Nolanae 6, Marigliano 1996, pp. 214-217.


Spoleto Serva Padrona Pericca Varrone

Stagione Lirica Sperimentale a Spoleto, una tela per servi e padroni

Dubito ergo sum, è da una tela immaginaria che comincia il racconto del maestro Pierfrancesco Borrelli, incontrato a Spoleto durante la settantaquattresima edizione della Stagione Lirica Sperimentale. Insieme al regista e scenografo Andrea Stanisci, per la seconda volta sullo stesso palco, stanno preparando gli Intermezzi del Settecento nelle opere di Pericca e Varrone di Alessandro Scarlatti e de La Serva Padrona di Giovan Battista Pergolesi su libretto di Gennaro Antonio Federico.

 

Spoleto, Pericca e Varrone

“Penso che eseguire questo tipo di repertorio è un fatto molto stimolante perché è un grande lavoro di ricerca e nessuno può pensare di avere la verità assoluta” continua Borrelli che corrisponde a Stanisci lo stesso grado di umiltà e rispetto che anch’egli terrà a sottolineare. “Lui interviene in scena ma non prevarica mai, abbiamo lavorato bene anche per la sua disponibilità; ci capiamo” dirà lo scenografo riferendosi al direttore. Disponibilità e serenità che ha favorito le prove, brevi e rese difficili dalle disposizioni anti-COVID-19. “Mi hanno affidato l’incarico prima che scoppiasse la pandemia, per cui avevo pensato a una messa in scena in cui i due spettacoli, essendo la stessa sera, sarebbero comunque entrati in relazione in qualche modo – mi ha spiegato Stanisci - Con la pandemia è cambiato tutto e ho dovuto cambiare tutto perché principalmente c’è il fatto delle distanze tra gli interpreti, ci sono state difficoltà di allestimento perché avevo previsto cambi di scena in Pericca e cambi di costume ma non ci potevano essere assembramenti in quinta”.

Spoleto, Pericca e Varrone. Dyana Bovolo e Alfred Ciavarella

La necessità trasformata in virtù di fatto non sembra esser dispiaciuto il pubblico che ieri, nella serata della prima, non ha disdegnato qualche risolino di gusto. I due atti unici, l’uno interpretato da Dyana Bovolo e Alfred Ciavarelli (con Diletta Masetti ed Enrico Toschi come due mimi attori) e l’altro di Pergolesi da Zuzana Jeřábková e Tosca Rousseau alternate, Luca Simonetti e di nuovo Enrico Toschi, hanno permesso variazioni minime nel testo e di lavorare al distanziamento in modo diverso grazie alle gag e ai recitativi.

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, La Serva Padrona. Zuzana Jeřábková e Tosca Rousseau alternate con Luca Simonetti

“Quando ci si approccia a La Serva Padrona il primo problema è capire quale testo prendere come riferimento, perché in giro non ci sono manoscritti autografi di Pergolesi ma solamente copie”. Per immergersi nella musica strumentale Borrelli riprende in mano quella tela immaginaria e come fa sulla scena con il suo quintetto d’archi e la cembalista Livia Guarino necessaria per il basso continuo, dirige la partitura con il gesto.

Dopo essere stata rappresentata per la prima volta nel 1733 come intermezzo del Prigionier Superbo, fu eseguita di nuovo solo due anni dopo a Roma con un finale diverso:  “Anziché utilizzare il duetto originario, si è usato il duetto finale del Flaminio (1735) che era un’altra opera di Pergolesi, perché il duetto originario era ritenuto, diciamo, un po' brevino mentre quest’altro era più articolato, più lungo ed era stato molto gradito dal pubblico”.

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, La Serva Padrona. Serpina

Problematica non da poco se sommata al successo che ha sempre ricevuto. “A Venezia durante il carnevale è stata rappresentato tantissime volt, ma addirittura negli anni Quaranta del Settecento è stato eseguito in Francia e in Inghilterra. Una delle esecuzioni più famose è proprio quella del 1752 che a Parigi ha creato la querelle de bouffons” tratteggia il direttore. In quegli anni, intellettuali francesi come Rousseau avevano capito che l’opera buffa avrebbe portato un cambiamento nel modo di vedere e di concepire il teatro borghese. “Pretesti teatrali contro personaggi veri” per dirla con Stanisci.

Sì, Pergolesi segnò una linea di demarcazione tra la musica barocca a cui era ancora evidentemente legato Scarlatti – evidente nella musica spezzata e nel libretto con il susseguirsi di recitativi, duetti e arie – e il concetto di modernità a cui, anche in soli ventisei anni e con gli insegnamenti della scuola napoletana, riuscì a superare. Esempio fra tutti lo Stabat Mater: “Per quanto riguarda la musica sacra,

Alessandro Scarlatti era considerato all’epoca uno dei più grandi compositori e quindi a Napoli venivano rappresentate in occasioni religiose le sue opere. Un classico che veniva rappresentato nel periodo pasquale era lo Stabat Mater, il più famoso era proprio quello di Scarlatti e per dieci anni fu sempre rappresentato – incuriosisce Borrelli - Quando nel 1736 Pergolesi scrisse il suo Stabat Mater fu preferito a quello di Scarlatti perché venne considerato più moderno, di uno stile ormai nuovo rispetto a quello di Scarlatti che era datato e che musicalmente era considerato obsoleto”.

Spoleto Serva Padrona Pericca e Varrone
Spoleto, Pericca e Varrone. Dyana Bovolo

Ma torniamo agli Intermezzi “inusuali” andati in scena a Spoleto, con repliche al Teatro Caio Melisso questa sera, 12 settembre alle ore 21, e domani alle ore 17 quando Serpina diventerà padrona lasciandosi dietro i due servetti buffi (Pericca e Varrone) che, con i costumi di Clelia De Angelis e le luci di Eva Bruno, avranno alzato il sipario. Per non disperderli nei secoli e in platea si noterà il ponte musicale, il distanziamento e il riscatto sociale.

Spoleto Serva Padrona Pericca e Varrone
Spoleto, Pericca e Varrone

Prima dell’avvento dell’editoria l’unico modo per diffondere la musica era copiarla: si trovano allora molti manoscritti de La Serva Padrona e incerta è la paternità di molte altre opere. “Quella a cui io ho fatto più riferimento è una copia manoscritta della metà del Settecento che si trova nella biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, anche se lì non è completamente affidabile perché è già una copia di metà del Settecento che inserisce, oltre all’organico originale, anche due oboi e due corni che in origine appunto non c’erano” svela sulla fonte Borrelli.

E tuttavia, infine, il pubblico si alza in piedi, applaude, grida gioia dai palchi. La gioia nel core dell’ultimo duetto che spegne la luce sul lampadario dismesso.

 

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, Pericca e Varrone e La Serva Padrona: applausi finali; in primo piano Pierfrancesco Borrelli

 

Tutte le foto sono di Valentina Tatti Tonni

Spoleto, Pericca e Varrone e La Serva Padrona: applausi finali.

Daniele De Rossi Daniele Manusia

Daniele De Rossi, o dell'arrivare sempre dopo

Sono romanista, da quando ero bambina. Avevo il poster della Roma campione d'Italia 1983 appeso in camera. Mio padre è romano e romanista. Trapiantato a Milano.

Ho vissuto a Roma 12 anni, in un quartiere dove per sapere che la Roma aveva segnato o aveva preso un gol non c'era nemmeno bisogno di guardare la partita. Bastavano i vicini di casa.

Non mi è mai successo a Milano, eppure anche a Milano ho sempre vissuto in posti dove si possono sentire tranquillamente le urla dei vicini, per qualunque cosa.

Non per Milan e Inter.

Per questo mi ha sempre affascinato il legame stretto che passa tra i romani romanisti de Roma e l'AS Roma.

Foto Flickr di John Dobson, CC BY-SA 2.0

È un legame che non capisco, è lontano da me. È legato in un certo senso anche al modo di fare romano che ho percepito negli anni passati nella capitale.

Ed è il legame che racconta questa strana biografia di Daniele De Rossi, scritta da Daniele Manusia, un romanista innamorato della Roma che alla Roma riesce a perdonare qualunque cosa, pure le sconfitte imperdonabili.

Daniele De Rossi arriva in prima squadra dopo l'ultimo scudetto. È il 2001. Me lo ricordo, quello scudetto. L'ho vissuto da lontano. Mi sarebbe piaciuto viverlo da vicino, ma per me il calcio non è mai stato un elemento decisivo come per i veri tifosi. Soprattutto quelli romanisti.

De Rossi invece nasce romanista, ai confini dell'Urbe, a Ostia (è una cosa ricorrente. Totti è di Porta Metronia. Sta addirittura dentro le mura. De Rossi è di Ostia. Ostia per quanto uno si sforzi è Ostia, non è Roma. Anche se ci si avvicina).

Cresce con la Roma di Totti, come tifoso. Comincia a giocare nella Roma di Totti, sì, va bene, c'è altra gente, ma è la Roma di Totti. Sarà la Roma di Totti sempre, quando ci sarà Totti, fino al giorno in cui saluta l'Olimpico in lacrime accompagnato dalla musica di Ennio Morricone. I grandi momenti chiamano grandi colonne sonore.

Sarà la Roma di Totti per l'immaginario collettivo.

C'è spazio nella Roma di Totti per un Daniele De Rossi?

Io sinceramente non sono riuscita a capirlo.

Foto di Biser Todorov, modificata da Mess, CC BY 3.0

Questa biografia in cui Daniele De Rossi è una scusa per raccontare cosa è Roma per i romani romanisti parla tanto dei ricordi, belli, brutti, anche interessanti, di un romanista che individua in un certo modo di essere la filosofia non solo di chi è romanista, ma di chi a Roma nasce, muore e non si sogna nemmeno per un giorno di andarsene.

Daniele De Rossi non c'è, in questa biografia. Sì, è vero, si parla di lui. Ci sono episodi che raccontano una persona, più che un personaggio. C'è una strana rabbia, insoddisfazione, un senso di incompiuto che dura anni.

E la sensazione che De Rossi arrivi sempre e comunque troppo tardi.

Arriva dopo l'ultimo scudetto.

Nasce addirittura pochi mesi dopo lo scudetto del 1983.

Anche quando decide di ritirarsi, arriva dopo Totti.

Arriva a segnare gol belli ma mai decisivi. Arriva sempre dopo.

Daniele De Rossi con la maglia della Nazionale, dove invece arriva in tempo per riuscire a vincere un mondiale, nel 2006. Foto Football.ua, CC BY-SA 3.0

C'è molto 'poteva essere altro, ma ha scelto di restare qui'. Come se chi è della Roma, di Roma, fosse destinato a non essere altro finché non se ne va.

Daniele De Rossi è un pretesto per raccontare cosa è essere romani a chi romano non è e probabilmente non lo capirà mai.

Io per esempio mi sono accorta leggendo questa biografia che non posso capire cosa sia, essere romani, non solo romanisti.

Mi manca tutto quel senso di incompiuto, di ineluttabile, che sembra parte integrante del corredo genetico ricevuto da chi si trova H501 nel codice fiscale e ne è pure orgoglioso perché sa di appartenere a qualcosa o qualcuno.

E se appartieni a qualcosa o qualcuno non hai nemmeno bisogno di vincere, come i tifosi romanisti. O i romani. Hai la tua memoria. Possono essere le vittorie del passato o i fasti dell'Impero ormai cristallizzato nei libri di storia.

Conti perché sei della Roma e di Roma.

Bello, eh, Ma non ci vivrei,

Daniele De Rossi Daniele Manusia amore reciproco
Foto Football.ua, CC BY-SA 3.0

Il libro Daniele De Rossi o dell'amore reciproco è nella collana Vite inattese di quell'editore meraviglioso che è 66and2nd. Sono tutte vite di sportivi. Ecco, quella di Daniele De Rossi è la più inattesa. Forse inattesa persino da lui che si ritrova a fare quello che tutti i ragazzini di Roma (anche se Ostia non è Roma ma ci prova) e romanisti vorrebbero fare. Giocare nella Roma.

Ma arriva dopo. Sempre dopo.

Daniele De Rossi
La copertina del libro Daniele De Rossi o dell'amore reciproco, di Daniele Manusia, pubblicato da 66thand2nd nella collana Vite inattese

Tutte le foto di Daniele De Rossi in Nazionale si riferiscono agli Europei del 2012.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


“Volevo nascondermi”: un Ligabue inedito al cinema

volevo nascondermi Antonio Ligabue

In un primo momento potremmo definire “travagliata” l’uscita di Volevo nascondermi nelle sale italiane: programmata per il 27 febbraio 2020, viene inevitabilmente rimandata dopo la chiusura dei cinema e degli altri luoghi di cultura, i primi ad essere interessati dalle disposizioni per il contenimento della pandemia.

Al contrario, la lunga attesa creatasi e le aspettative sempre più alte, dopo la vittoria di Elio Germano dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, vengono ripagate appieno ora, con la pellicola finalmente nei cinema.

Il regista Giorgio Diritti propone una nuova interpretazione dell’esperienza artistica di Antonio Ligabue, pittore e scultore attivo a Gualtieri, paesino in provincia di Reggio Emilia, dagli anni venti del secolo scorso.

La parte biografica, esaurientemente esposta anche tramite diversi rimandi all'infanzia di Ligabue, agli internamenti in istituti psichiatrici e alle incomprensioni verso il suo particolare carattere, definisce i contorni del mondo interiore dell’artista senza mai eccedere nella pretesa di un lavoro documentarista.

Si crea così un armonico contrasto tra i grigi delle esperienze da lui vissute e i colori vividi dei suoi quadri, i cui protagonisti indiscussi sono gli animali. Spesso li ritrae tesi, in movimento, a volte immersi nell'ambiente che li circonda, altre volte consapevoli dell’osservatore umano, quasi in segno di autodifesa.

Allo stesso modo lui viene catapultato fuori dal suo habitat, espulso dalla nativa Svizzera, trovando proprio negli elementi naturali e faunistici non solo sé stesso ma anche un sentimento primordiale, non intaccato dalla falsità e dalla manipolazione dell’uomo.

In questo senso possiamo ammirare al massimo del suo potenziale il magistrale Elio Germano che, con un’esperta mano sartoriale, si cuce addosso un abito da Antonio Ligabue perfettamente calzante.

Prima di lui solo l’attore Flavio Bucci, scomparso proprio a febbraio di quest’anno, ha rappresentato al meglio l’artista in uno sceneggiato televisivo del 1977.

L’attore romano, dunque, è riuscito perfettamente nel riprodurre le sfaccettature del suo carattere, dando più risalto alle “luci” rispetto alle “ombre” nella sua vita: fra tutte l’amicizia con l’artista Renato Marino Mazzacurati, che sancisce l’inizio di una florida attività creativa, così come quella con lo scultore Andrea Mozzali, che resterà con lui fino alla fine.

Figure importanti, sia pur evanescenti nella vita del Ligabue, sono le donne.

Nel film è evidente l’influenza che ha avuto su di lui la madre: una figura granitica, severa, quasi complementare alla madre adottiva, poiché più comprensiva nei confronti di un ragazzo irrequieto e irascibile.

Agli inizi della sua vita a Gualtieri (un paesino in cui veniva spesso guardato con diffidenza), fa la sua apparizione una bambina, che gli offre un primo approccio di gentilezza nei suoi confronti dopo diverso tempo. La morte prematura di quest’ultima, quasi da episodio leopardiano, segna profondamente Ligabue, ed è proprio da questo evento traumatico che scaturisce la realizzazione del “Ritratto di Elba”.

Ben più tardi, dopo la realizzazione come artista e la crescente visibilità, sorge in Ligabue il desiderio di dedicare del tempo al suo essere uomo, al suo bisogno di una compagnia femminile: Cesarina è la ragazza della locanda che frequenta quotidianamente, oggetto del desiderio che resta per lui irraggiungibile.

In un momento del film viene re immaginata una scena accaduta realmente e ripresa nel documentario del 1962, in cui Ligabue, dopo aver realizzato per lei un disegno, chiede insistentemente alla giovane un premio al grido di “Dam un bes! Dam un bes!”

Dopo aver dato spazio alla figura umana, nel film si torna spesso ad osservare da vicino il processo di gestazione e realizzazione dell’opera da parte del pittore-scultore:  l’eccentrico Ligabue è solito passeggiare nei luoghi lontani dall'uomo, quei paesaggi agresti rievocati nei suoi dipinti, portando sempre legato al collo uno specchio in cui spesso si osserva, e rievocando lui stesso i versi delle belve feroci quasi a volerle personificare, per poi renderle al meglio nelle sue opere.

In particolare, nel film, vi è una scena ben costruita che si incentra sull'approcciarsi di Ligabue alla tela bianca: Diritti lo raffigura concentrato in un rito sacro fatto di ruggiti e spasmi che precedono il concepimento dell’idea e la sua successiva creazione artistica. Questo momento è percepito come quasi sofferto, poiché egli è lontano dalla natura e costretto tra le quattro mura del suo studio, in cui l’horror vacui a volte riesce a prevalere sulla mano che vuole, ma non può, materializzare o esprimere ciò che sente.

Insomma, è un film degno non solo di una prima ma anche di una seconda, terza visione: il lato biografico ben si accompagna alla maestria tecnica di scenografia, fotografia e regia, con un Elio Germano oltre le righe tra i paesaggi sognanti della bassa reggiana.

Con “Volevo Nascondermi” abbiamo finalmente visto un Antonio Ligabue inedito, completo, che ci si è finalmente rivelato.

volevo nascondermi Antonio Ligabue
La locandina del film Volevo nascondermi, per la regia di Giorgio Diritti. Copyright © 01Distribution

 

Foto e locandina di Volevo nascondermi Copyright © 01Distribution


Speciali perché differenti: gli antichi romani e noi

SPECIALI PERCHÉ DIFFERENTI: GLI ANTICHI ROMANI E NOI

“Tra i romani e noi c’è un abisso”, sentenzia lo storico francese Paul Veyne mentre compila il suo inventario delle differenze. Ne è convinto anche Giusto Traina, docente a Sorbonne Université e autore del recente La storia speciale: perché non possiamo fare a meno degli antichi romani, saggio laterziano che con approccio mordace indaga i tratti peculiari, le vicissitudini e le sorti di alcuni protagonisti della parabola di Roma, dalle origini fino alle soglie del tardoantico, e i colossali fraintendimenti con cui, nei secoli successivi, la sua immagine è stata manipolata, spesso a scopo biecamente propagandistico.

Pannello detto "Saturnia Tellus", Ara Pacis, Roma. Foto di Luciano Tronati, CC BY-SA 4.0

La storia romana è speciale innanzitutto perché ci riguarda: in quanto paradigmatica, i suoi nodi sono impressi indelebilmente nella nostra visione del mondo e influenzano, seppure in maniera sotterranea, il nostro pensiero e, di conseguenza, il nostro agire. Tuttavia, a ben vedere, la cifra di unicità che caratterizza la vicenda di Roma antica è rilevante anche per lo sforzo che essa ci impone di fuoriuscire per un attimo da noi stessi, per mettere a fuoco la vertigine che ci separa da quella civiltà e che contribuisce a definire la nostra identità oggi. Diritto alla cittadinanza, senso del limite, valore della sconfitta, dinamiche di integrazione: sono tutti temi che trovano tuttora posto nel nostro dibattito pubblico, che lo accendono nonostante l’origine antica delle questioni che sollevano.

Efficacemente Traina converte il tradizionale – e, a dire il vero, ormai soporifero – interrogativo «A che serve?» in un’affermazione decisamente più significativa: perché non ne possiamo fare a meno. Sin dal titolo, cioè, lo studioso spazza via i dubbi circa l’utilità della storia e del classico, sancendone anzi l’indispensabilità, alla luce di un percorso avvincente, sotto l’egida di frasi idiomatiche latine (lingua geniale di una storia speciale, avverte l’autore dapprincipio) effettivamente tràdite dagli antichi o fantasiosamente costruite nel volgere delle stagioni successive. Così da Roma caput mundi a Aut Caesar, aut nihil, da Civis Romanus sum a Imperium sine fine, il sentiero tracciato nel volume si dipana lungo luoghi della memoria e dell’attualità, nella convinzione dichiarata che l’esercizio critico del riconoscimento delle analogie possa essere funzionale alla comprensione dei fatti, sia di quelli passati sia di quelli che accadono sotto il nostro sguardo talvolta smarrito; perciò, pur senza cedere all’ammaliante quanto pericoloso fascino della comparazione frettolosa e superficiale, individuare lucidamente i termini di confronto tra il mondo classico e il presente è il primo passo per formulare un giudizio che tenga conto della complessità, senza negarla né appiattirla su schemi noti e rassicuranti.

Il “Grand Camée de France”, sardonice, Cabinet des Médailles, Parigi. Foto Flickr di Carole Raddato, CC BY-SA 2.0 

Grandiosa, irriducibile e multiforme, secondo un aneddoto riportato dal Talmud Roma contiene di che nutrire il mondo intero; considerazione, questa, che risulterebbe ancora pienamente condivisibile se si riuscisse a superare quella percezione di capitale onnivora e indolente, che si crogiola mollemente nel culto delle sue stesse rovine, rinunciando a tradurre in azione il potenziale di cui è ancora indubitabilmente ricca. In questo senso, il saggio di Traina è un affresco che, con accenti pop e un’ironia puntuta, restituisce, insieme alle evidenti ombre che abbiamo ereditato dal passato, anche quella luce feconda che permette di chiarire lo sguardo quando osserviamo i fenomeni compositi del contemporaneo.

La storia speciale: perché non possiamo fare a meno degli antichi romani Giusto Traina
La copertina del saggio di Giusto Traina, La storia speciale: perché non possiamo fare a meno degli antichi romani, pubblicato (2020) da Editori Laterza nella collana i Robinson

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Apulia Film House: nasce il museo del cinema pugliese

Il 31 luglio 2020 l'Apulia Film Commission ha inaugurato un nuovo braccio operativo: l'Apulia Film House. Questo nuovo polo non sarà solo un museo dedicato alle pellicole girate in Puglia ma, soprattutto, sarà una struttura dedicata alle nuove produzioni.

Apulia Film House
Foto © Fondazione Apulia Film Commission

La Puglia è presto diventata una delle regioni che più ha investito nel mondo del cinema e dell'audiovisivo. L'Apulia Film Commission, fondata nel 2007, nacque con l'obiettivo di incrementare il numero di produzioni cinematografiche e televisive ambientante in Puglia. Da quel lontano 2007, gli ingranaggi produttivi e promozionali non hanno mai smesso di lavorare, tanto che ad oggi abbiamo un totale di ben 500 produzioni audiovisive ambientate e girate in Puglia.

 

Festival e celebrazioni

La nascita del celebre Bifest nel 2009, ha dato il via ad una serie di festival commissionati dall'Apulia Film Commission: Festival del cinema europeo, Festival del cinema del reale, Otranto Film Fund Festival, Registi fuori dagli sche(r)mi, Sa.Fi.Ter, Messapica Film Festival. Il ruolo di un festival è quello di permettere la fruizione continua di film noti e di film d'autore o di autori emergenti.

I vari incontri organizzati, invece, permettono al pubblico di incontrare registi, sceneggiatori e attori, creando continua possibilità di confronto.

Per i cinefili baresi, invece, c'è la possibilità di immergersi nel mondo del cinema ogni giorni grazie a due strutture: la Mediateca Regionale Pugliese con sede in Via Zanardelli, 30; il Cineporto situato all'interno della Fiera del Levante nel padiglione 180. Il Cineporto, oltre sala cinema, è un vero e proprio centro cinematografico con scenografie, sale casting e rassegne cinematografiche con ospiti internazionali.

 

Apulia Film House

L'Apulia Film House è prima di tutto un museo dedicato alla storia del cinema. La parte museale si trova al piano terra e sarà dedicata a visite guidate soprattutto per le scuole. L'allestimento è stato curato dalla Factory Makinarium di Leonardo Cruciano e dispone di alcune imponenti scenografie di uno dei più importanti film di Matteo Garrone: Il racconto dei racconti.

Il pubblico, quindi, potrà osservare dal vivo La grotta della pipistrella Il drago marino. Continuando il percorso ci si imbatte in due sale differenti: una stanza dove sono esposte le locandine donate dalla Mediateca, teche e tavoli espositivi di scenografie provenienti da produzioni internazionali girate in Puglia; una stanza in cui troviamo gli uffici e i laboratori di post produzione. Infine è presente una sala proiezioni con 60 posti disponibili.

La Presidentessa dell'Apulia Film Commission, Simonetta Dellomonaco, ha annunciato che il primo progetto dell'Apulia Film House sarà il nuovo video musicale di Cesare Cremonini. La Dellomonaco ha specificato che questa nuova struttura permetterà di aprire un dialogo più ampio sulle tecnologie e lo sviluppo del cinema, così da potersi confrontare anche con realtà più ampie. L'Apulia Film House diverrà presto un luogo di incontro, dove professionisti del settore e aspiranti cineasti potranno realizzare le proprie ambizioni e accrescere il nome e la fama dell'Apulia Film Commission.

L'Apulia Film House aprirà al pubblico lunedì 14 settembre e sarà possibile visitarla tre giorni a settimana: lunedì, mercoledì, venerdì nel rispetto delle norme anti-COVID. Per la visita è necessario prenotare, inviando una mail con nome, cognome e numero di telefono all'indirizzo [email protected]

Apulia Film House
Foto © Fondazione Apulia Film Commission

Scansano: Carabinieri TPC restituiscono terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia

Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, dopo 49 anni dal furto, restituisce alla Comunità di Scansano (GR) ed alla chiesa di San Giovanni Battista, una terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia.

Il 5 settembre 2020, alle ore 11, alla presenza del Vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello (GR), Mons. Giovanni Roncari e del Sindaco di Scansano, Francesco Marchi, il Generale di Brigata Roberto Riccardi, Comandante del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Roma, ha restituito alla comunità scansanese un’importantissima terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia, trafugata la notte del 9 agosto del 1971 dalla chiesa di San Giovanni Battista.

terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia Scansano chiesa di San Giovanni Battista

Erano gli anni del cosiddetto “grande saccheggio” in cui beni d’arte, in particolar modo della Chiesa, e i reperti archeologici venivano trafugati in numero elevatissimo dall’Italia e, quelli di maggiore rilevanza come la terracotta della chiesa di San Giovanni Battista, esportati illecitamente. Tale situazione, diffusa o con ripercussioni anche all’estero, portò la Comunità internazionale, al termine di un lungo e complesso processo di elaborazione, a sottoscrivere la Convenzione UNESCO del 1970 concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà di beni culturali, primo strumento internazionale dedicato alla lotta al traffico illecito di beni culturali in tempo di pace.

Ed è in questo contesto storico che, il giorno seguente al furto, l’allora Parroco, Don Francesco Mascalzi, denunciò il grave fatto alla locale Stazione Carabinieri, producendo la fotografia del bassorilievo asportato, tratta dalla pagina n. 73 del libro, a cura di C.A. Nicolosi, “La montagna Maremmana” stampato dalle Arti Grafiche di Bergamo. Tale immagine si rivelò fondamentale per la prosecuzione delle indagini: infatti, venne acquisita dai Carabinieri dell’allora Nucleo Tutela Patrimonio Artistico di Roma che la pubblicarono sul primo numero del Bollettino delle opere da ricercare, edito dal Comando Generale dell’Arma, all’epoca strumento pressoché unico per informare, anche a livello internazionale, della sottrazione dei beni più importanti. Negli anni ‘80, con lo sviluppo delle prime tecnologie in campo informatico, l’immagine del bene fu inserita nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal TPC.

Nel 2013 i militari del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Firenze accertarono che la terracotta, dopo essere stata venduta nel 2011 presso una nota casa d’aste di Londra, era confluita nelle collezioni di un canadese che l’aveva acquistata in buona fede, per la somma di 340.000 dollari, da una galleria d’arte statunitense. L’opera venduta era, senza ombra di dubbio, quella asportata da Scansano: la comparazione fotografica tra l’immagine presente nel catalogo di vendita e quella trafugata inserita in Banca dati, permetteva di accertare oltre all’identica corrispondenza iconografica, la presenza di contrassegni identificativi univoci (al pari delle impronte digitali) quali la sbeccatura del naso del Bambino, la mancanza di forma triangolare nel mantello sopra al gomito del braccio destro della Vergine e diverse cadute dello smalto su tutta la superficie.

Nel marzo del 2016, personale del TPC avviava con il collezionista canadese le prime trattative extragiudiziali finalizzate alla restituzione dell’opera mediante l’intermediazione dell’Ambasciata italiana in Canada e dell’Ufficiale dei Carabinieri impiegato, quale Esperto per la Sicurezza presso quella Rappresentanza, che organizzava un primo incontro a Londra.

Nel gennaio 2018, il Nucleo fiorentino presentava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lucca un’informativa di reato per esportazione illecita della scultura a carico di ignoti che permetteva di ottenere, il 27 febbraio successivo, dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lucca, la confisca della stessa con successiva emissione di Commissione Rogatoria Internazionale. Contemporaneamente, essendo emerse difficoltà di natura giuridica in ordine all’accettazione della rogatoria da parte della controparte canadese, venivano intraprese molteplici attività di mediazione extragiudiziale tra gli eredi del collezionista, personale del Comando TPC e funzionari della Rappresentanza diplomatica italiana in Canada, culminate con la decisione dei possessori dell’opera di restituirla all’Italia.

Rimpatriata dai Carabinieri del Nucleo di Firenze l’8 aprile 2019, in attesa del perfezionamento delle misure di sicurezza necessarie per la ricollocazione del bene nella sua sede originaria, la scultura veniva esposta dal 3 maggio al 14 luglio 2019 al Palazzo del Quirinale in occasione della mostra, inaugurata dal Presidente Repubblica, intitolata “L’arte di salvare l’arte. Frammenti di storia d’Italia” realizzata in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Firenze, 5 settembre 2020

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale


il tempo che resta Michelle Greco

Il valore del tempo che resta

Incalzante, doloroso, onirico: questi i tre aggettivi con cui Michelle Grillo descrive il proprio romanzo Il tempo che resta, uscito lo scorso febbraio poco prima del lockdown per Alessandro Polidoro Editore, nella collana Perkins, dedicata dalla casa editrice alla narrativa contemporanea. In occasione della riapertura e della ripartenza delle presentazioni letterarie, dopo un’ampia circolazione sui social, il romanzo può finalmente godere delle necessarie presentazioni fisiche.

Infatti, per comprendere ogni sfumatura della storia narrata è quasi indispensabile conoscerne retroscena, genesi e tanti altri dettagli, che l’incontro dello scorso 4 settembre presso il Chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, in occasione della rassegna letteraria “in-Chiostro”, ha portato alla luce. Per l'occasione, anche grazie alla book blogger Federica Scerbo che ha moderato l'incontro, e alla psicologa Benedetta Orlando, con attente domande si sono sviscerate le 148 pagine di narrazione.

tempo che resta
Il tempo che resta, Alessandro Polidoro Editore, 2020. Foto di Francesca Barracca

Il tempo che resta è la storia di Anna, nata e cresciuta nella povertà, che porta cucita addosso una costante sensazione di disagio, nata da una consapevolezza di diversità rispetto ai coetanei e ai nuclei familiari del paesino in cui vive, nonché dal senso di profonda alienazione fisica e psicologica che è costretta a vivere nella sua cosiddetta “famiglia di laggiù”.

È proprio qui che tutto comincia, all’interno della famiglia, luogo di gioia e di orrore. La stessa autrice ricorda le famose parole di Richard Yates a proposito del ruolo imprescindibile della famiglia nella letteratura: “è possibile fare letteratura senza parlare delle famiglie?” Figlia di una madre autoritaria e a tratti tirannica e di un padre troppo remissivo, sorella di Sabrina e Michele, bambino che necessita di “attenzioni speciali”, Anna è profondamente influenzata dalla propria famiglia al punto da adeguare la propria vita a decisioni non sue, come quando, rimasta incinta, viene costretta dalla madre a sposare un uomo che non ama.

La figura materna, infatti, emerge dal testo con prepotenza e l’autrice ci rivela di aver immaginato per lei un passato che non trova spazio ne Il tempo che resta, ma che è facilmente intuibile dagli atteggiamenti che adotta: si tratta di un’orfana cresciuta in convento, vittima di ignoranza, incapace di dare amore perché non ne ha mai ricevuto. Per comprendere il realismo di un simile personaggio, allora, bisogna abbandonare l’idea canonica di una madre affettuosa, premurosa, attenta, per far posto ad una madre dal cuore arido, colei che Anna non vorrebbe mai diventare, ma con la quale, nel corso del romanzo, troverà più affinità di quanto forse sia disposta ad ammettere.

Anna si mostra, quindi, come un personaggio passivo, che non sperimenta una vera e propria evoluzione, ma che si abbandona remissivamente al proprio destino. Soltanto quando lascia entrare un altro uomo nella propria vita assapora un sentimento completamente nuovo e ne è così terrorizzata da pensare che “ci vuole una grande forza per sostenere il peso della felicità”. Risulta singolare, a tal proposito, che non si legga della consueta protagonista come di una donna forte, caparbia, capace di tenere le redini della propria esistenza; piuttosto assistiamo al risvolto negativo di quel senso di inadeguatezza e fragilità che caratterizza molte donne che si trovano nella sua stessa situazione. Quello che Anna ha subito è un vero e proprio trauma, costituito da ricordi che deve ricostruire con l’aiuto della psicologa dell’istituto in cui vive e del lettore stesso che si ritrova, infatti, a seguire le vicende della protagonista attraverso due piani temporali, un presente dal tempo sospeso in cui la percezione del tempo è labile o inesistente e un doloroso passato da indagare ed esplorare.

È nel “tempo”, parola chiave del romanzo, che si scova il suo senso ultimo. Il tempo che resta da vivere ad Anna è quello fermo e immobile dell’istituto in cui consuma le sue giornate tutte uguali, tra visite mediche e rare chiacchiere con le altre ragazze dell’istituto. Contrariamente a questo tempo che non “scorre”, però, la scrittura di Michelle Grillo fluisce rapida, favorendo il piacere di una lettura scorrevole e “incalzante”, come da lei stessa definita, e che regala un finale del tutto inaspettato.

Michelle Grillo. Si ringrazia Alessandro Polidoro Editore per la foto

L’indagine di Michelle Grillo sui sentimenti che almeno una volta nella vita tutti hanno provato non finisce qui e, in chiusura della presentazione, annuncia che continuerà a scrivere di donne, perché nessuno meglio di una donna può descriverne le sensazioni, le percezioni e i disagi. Se qui, dunque, il punto di partenza è la domanda: “Quanto l’inadeguatezza può influenzare un’esistenza?”, la prossima storia nasce dal desiderio di esplorare un sentimento affine: la vergogna.

Il tempo che resta Michelle Greco
La copertina del libro di Michelle Grillo, Il tempo che resta, pubblicato da Alessandro Polidoro Editore (2020) nella collana Perkins

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Agalma

Agalma: la vita al MANN nel film di Doriana Monaco

Agalma. Vita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli

un film di Doriana Monaco

Un vortice di attività ci conduce nel Museo archeologico di Napoli attraverso un racconto intimo in cui le opere d'arte del mondo antico si rivelano come materia viva. Il luogo dove l'umanità che ha creato un patrimonio inestimabile incontra l’umanità impegnata a preservarlo

Agalma: un documentario di Doriana Monaco

con le voci di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni

Mercoledì 9 settembre alle Giornate degli Autori di Venezia 77

Ore 21,30 Sala "Notti Veneziane - L'Isola degli Autori"

Via Pietro Buratti 1, Lido di Venezia

Agalma

Agalma”, vita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli,  film documentario scritto e diretto da Doriana Monaco con le voci di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni, selezionato alle 17esima edizione delle Giornate degli Autori di Venezia 77, sarà proiettato in anteprima assoluta mercoledì 9 settembre alle ore 21,30 nella Sala “Notti Veneziane - L'Isola degli Autori” (Via Pietro Buratti 1, Lido di Venezia).

Paolo Giulierini, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Prodotto da Antonella Di Nocera (Parallelo 41 Produzioni) e Lorenzo Cioffi (LaDoc) con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli diretto da Paolo Giulierini, produzione esecutiva di Lorenzo Cioffi e Armando Andria, con il contributo di Regione Campania e la collaborazione di Film Commission Regione Campania, il film è  frutto  di tre anni di lavoro sulla quotidianità  di uno più importanti musei del mondo, che ha aperto le porte alla giovane regista allieva di FilmaP - Atelier di cinema del reale di Ponticelli.  Agalma, è anche un omaggio al classico  “Viaggio in Italia” di  Roberto Rossellini , oggi più che mai significativo: al centro del racconto c'è  il rapporto segreto e sempre nuovo che nasce tra i visitatori e le meraviglie dell’antichità greco-romana, ma anche il respiro appassionato di chi pianifica ogni giorno la vita del museo. Tutto fa emergere il MANN come un grande organismo produttivo, che rivela la sua natura di cantiere materiale e intellettuale.

Fotografie sul set del film documentario Agalma sul Museo Archeologico Nazionale di Napoli di Doriana Monaco prodotto da Parallelo41 e LaDoc.

In squadra con la regista, i fonici Filippo Puglia e Rosalia Cecere, il compositore Adriano Tenore, gli aiuti regia Marie Audiffren ed Ennio Donato e per la post produzione la montatrice Enrica Gatto e la colorist Simona Infante. Il film ha ricevuto la menzione speciale al Perso Lab 2019.

Sinossi: Agalma” (dal greco “statua”, “immagine”) coglie la bellezza del Museo Archeologico Nazionale di Napoli non solo nell’evidenza dei suoi incantevoli tesori di arte classica, ma anche nelle relazioni intime e invisibili che si realizzano al suo interno.  Nell’illusoria immobilità del grande edificio borbonico che ospita il Museo, un vortice di attività offre nuovo respiro a statue, affreschi, mosaici e reperti di varia natura. Il film osserva ciò che accade ogni giorno negli ambienti del museo, soffermandosi sulla quotidianità dei lavoratori, alle prese con interventi delicatissimi che necessitano di cura e tempo, e manutenzione costante. Le opere che vivono e vibrano da secoli sono monitorate come corpi viventi. Tutto ciò accade mentre giungono visitatori da ogni parte del mondo, popolando le numerose sale espositive sotto l’occhio apparentemente impassibile delle opere che sono protagoniste e spettatrici a loro volta del grande lavorio umano.

Info e prenotazioni per la proiezione: www.giornatedegliautori.com

 

Fotografie sul set del film documentario Agalma sul Museo Archeologico Nazionale di Napoli di Doriana Monaco, prodotto da Parallelo41 e LaDoc

 

 

AGALMA

Italia, 2020, 54’

soggetto, fotografia e regia Doriana Monaco
prodotto da Antonella Di Nocera e Lorenzo Cioffi

con le voci di Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni
montaggio Enrica Gatto
produzione esecutiva
Lorenzo Cioffi, Armando Andria
suono in presa diretta
Filippo Maria Puglia, Rosalia Cecere

montaggio del suono e mix Rosalia Cecere

color correction Simona Infante
musiche originali Adriano Tenore

assistenti alla regia Marie Audiffren e Ennio Donato
fotografia aggiuntiva Luca Scarparo, Martin Errichiello
assistente al montaggio Rosa Maietta

grafiche Andrea Cioffi

traduzioni Aidan Mc Cann

fotografo di scena Angelo Antolino

una produzione Parallelo 41 e Ladoc

con Museo Archeologico Nazionale di Napoli

con il contributo di Regione Campania e Film Commission Regione Campania

film sviluppato in FilmaP Atelier di cinema del reale - Arci Movie

il film ha ricevuto la menzione speciale Perso Lab 2019

Sinossi:

Napoli. Nell’illusoria immobilità del grande edificio borbonico che ospita il Museo Archeologico Nazionale, un vortice di attività offre nuovo respiro a statue, affreschi, mosaici e reperti di varia natura. Il film osserva ciò che accade ogni giorno negli ambienti del museo, soffermandosi sulla quotidianità dei lavoratori, alle prese con interventi delicatissimi che necessitano di cura e tempo, e manutenzione costante. Le opere che vivono e vibrano da secoli sono monitorate come corpi viventi. Tutto ciò accade mentre giungono visitatori da ogni parte del mondo, popolando le numerose sale espositive sotto l’occhio apparentemente impassibile delle opere che sono protagoniste e spettatrici a loro volta del grande lavorio umano. Tutto fa emergere il museo come grande organismo produttivo, che rivela la sua natura di cantiere materiale e intellettuale.

Agalma (dal greco “statua”, “immagine”) coglie la bellezza del Museo non solo nell’evidenza dei suoi incantevoli tesori di arte classica, ma anche nelle relazioni intime e invisibili che si realizzano al suo interno: il rapporto segreto e sempre nuovo che nasce tra i visitatori e le meraviglie dell’antichità greco-romana; il respiro appassionato di chi pianifica ogni giorno la vita del museo.

Agalma

Note di regia:

Prima di varcare la soglia del Museo archeologico avevo individuato come centro della mia ricerca la natura frammentaria delle opere classiche e, di conseguenza, del mondo antico. Il film nasceva con l’intento di avvicinarmi il più possibile a quel mondo e a quelle opere, ponendo l’accento sul fatto che si trattasse per lo più di reperti “riemersi in superficie”, quasi mai integri, che nel corso dei secoli hanno subito continue metamorfosi fisiche e interpretative anche attraverso l’azione del restauro. Il punto di partenza è stato dunque rendere visibili questi frammenti su corpi di statue, ceramiche, affreschi e mosaici. Superfici irregolari, crepe, corrosioni, pezzi mancanti sono diventati segni specifici della narrazione.

Con mia sorpresa quando sono approdata al museo lo scenario era tutt’altro che immobile, in virtù dei numerosi cambiamenti in corso che mi hanno catapultato in un universo dinamico. Seguire la vita del museo per quasi tre anni mi ha dato l’opportunità di scoprire un universo altrimenti inaccessibile – penso al mondo sommerso dei depositi – e filmare momenti memorabili come lo spostamento della scultura dell’Atlante Farnese, il ritorno della statua di Zeus dal Getty Museum o l’allestimento della mostra sulla Magna Grecia nelle sale con i pavimenti costituiti dai mosaici di Pompei.

L'archeologia come materia viva, dunque, ecco uno dei temi del film. La necessità era quella di trovare una chiave che sovrapponesse lo sguardo archeologico a quello cinematografico, depurandolo dall’elemento divulgativo che spesso accompagna i documentari archeologici per affidare il più possibile il racconto a trame visive.

Un'altra traccia di riferimento è stata un fotogramma del film Viaggio in Italia di Roberto Rossellini in cui la protagonista Katherine, interpretata da Ingrid Bergman, si ritrova al cospetto della scultura colossale dell’Ercole Farnese. La visita di Katherine/Bergman all’interno del Museo archeologico avviene, per usare le parole di Giuliana Bruno nel suo Atlante delle emozioni, “attraverso un contatto viscerale, quasi fisico, con sculture che arrivano a turbare il suo animo”. A quello sguardo ho affidato il simbolo del percorso di scoperta e iniziazione. Ed è in qualche modo ciò che vorrei che lo spettatore provasse entrando in relazione con questi oggetti tramite “uno sguardo che si fa contatto”, vederli il più vicino possibile.

Un’ulteriore stratificazione è conferita dal testo in voice over che attraversa il film, costruito sul racconto in prima persona di alcune opere del museo, letto da Sonia Bergamasco e Fabrizio Gifuni. Nel mondo antico era consuetudine che le statue recassero iscrizioni in prima persona, di modo che fosse l'opera stessa a dire da chi era stata realizzata e per quale ragione. Ho mutuato così il linguaggio archeologico della descrizione dell’opera rielaborandolo a favore del racconto. Zeus ci parla di un ritrovamento, Atlante di una metamorfosi, Hermes della sua condizione di frammento, le danzatrici del mito che si mette in scena, mentre i Tirannicidi sono spettatori a loro volta delle vicissitudini umane che si agitano nel museo.

Agalma è la relazione tra l’opera e chi la osserva e ne è osservato. Lo sguardo della statua diviene luogo di possibilità interpretative, punti di vista e nuove visioni che si riflettono nello sguardo del visitatore a sua volta intercettato dal cineocchio, rievocando il ruolo performativo che la cultura greco-romana riconosceva alle immagini.

Note di produzione:

Agalma è un documentario di osservazione e creazione che racconta dall’interno uno dei più importanti musei archeologici al mondo: il Museo archeologico nazionale di Napoli, luogo in continua tensione tra l’incanto del passato e le passioni del presente.

È stato un percorso di elaborazione lungo, partito con lo sviluppo concepito grazie al laboratorio FilmaP – Atelier di cinema del reale e continuato con un lavoro di studio e ricerca che ha previsto interviste, sopralluoghi, relazioni con le persone e con gli spazi oggetto del film. La scrittura è proseguita durante le stesse riprese, i personaggi incontrati sul campo sono diventati soggetti del percorso narrativo, in relazione al momento e allo sviluppo della storia. Questo processo ha consentito alla troupe minima (regista, aiuto, fonico) di instaurare una relazione intima con il museo fino, si può dire, a diventarne parte.

Esito di questo lavoro è il Museo archeologico di Napoli come non l’abbiamo mai visto. Agalma entra nel Mann per rivelarne, per la prima volta, la vita nel suo farsi, applicando un rigore estetico non comune nel cinema documentario. Si tratta di una proposta di sguardo unica che poteva nascere solo da occhi curiosi. Artefice di Agalma è non a caso un gruppo di lavoro giovane e appassionato, guidato da una regista esordiente, la beneventana Doriana Monaco, e seguito da una compagine produttiva solida formata da Parallelo 41 di Antonella Di Nocera (Le cose belle, Il segreto, Rosa pietra stella) e da Ladoc di Lorenzo Cioffi (Napolislam, La natura delle cose, La nostra strada), specializzate nei contenuti indipendenti nel cinema del reale promuovendo giovani talenti.

Agalma è realizzato con il contributo della Regione Campania e in collaborazione con il Museo Archeologico di Napoli, sotto la guida di Paolo Giulierini, che ha mostrato da subito fiducia nel progetto e lo ha sostenuto garantendo alla troupe accesso totale al museo. In questo senso, il film rappresenta un cerchio che si chiude perché unisce una produzione che è espressione del territorio con forti legami internazionali, il contributo della legge cinema regionale, la crescita e promozione dei talenti locali e la valorizzazione di un luogo fiore all'occhiello dell'offerta culturale campana.

Da quando abbiamo iniziato a girare, agli inizi del 2018, con la nomina del nuovo direttore, il Mann sta attraversando una fase di rinnovamento non solo nel restauro e nella riorganizzazione, ma anche nella costruzione di un nuovo modello di gestione, con l'idea del museo come un corpo vivente in tutte le sue forme e attività. Ciò ha significato il confronto continuo, quasi quotidiano, con nuove prospettive di narrazione del film: i frammenti sono divenuti frammenti viventi più del previsto e hanno guidato l’immaginario per la crescita del film. Prova ne è la straordinaria riapertura della sezione Magna Grecia, avvenuta “sotto i nostri occhi” proprio nel luglio 2019, che si è fatta spazio nel racconto filmico.

(Antonella Di Nocera e Lorenzo Cioffi)

Questo progetto mi ha subito entusiasmato. Chi lo ha realizzato ha vissuto questi straordinari anni al Mann dall'interno, con noi. Il lavoro è stato lungo, scrupoloso, e potrei dire assolutamente inedito dal punto di vista della narrazione. Ed è per questo che abbiamo deciso non solo di aprire le porte del Museo ma anche di sostenere questa produzione e di accompagnarne il percorso. Con Agalma proviamo a raccontarci attraverso uno sguardo giovane ed entusiasta. Con l'ambizione di una operazione culturale di respiro internazionale”.

(Paolo Giulierini)

La regista:

Doriana Monaco nasce a Benevento nel 1989. Studia Archeologia e Storia dell’Arte all’Università degli studi di Napoli Federico II. Nel 2014 partecipa al film Perez di Edoardo De Angelis come assistente alla regia. Nel 2015 dirige i suoi primi due cortometraggi, Anatomia di un pensiero triste e Laziest girl in town. Nel 2016 entra a far parte di FILMaP - Atelier del cinema del reale in Ponticelli diretto da Leonardo Di Costanzo, alla fine del quale realizza il documentario Cronopios selezionato al Trieste Film Festival 2017 per il Premio Corso Salani.

Le produzioni:

Parallelo 41 produzioni è fondata nel 2002 da Antonella Di Nocera per valorizzare talenti giovani e contenuti indipendenti e creare opportunità a partire dalla creatività e professionalità del territorio.

La poetica caratterizzante si basa sull’idea del cinema leggero: tecnologie digitali, troupe ridotte, location di strada, protagonisti e storie della realtà e narrazioni che la interrogano e la raccontano. Molte le produzioni che hanno ricevuto premi e riconoscimenti: Corde, 2010 e La seconda natura, 2012 di Marcello Sannino (entrambi premiati al Torino Film Festival); Il segreto, 2014 di cyop&kaf (Nomination Miglior documentario - David di Donatello | Miglior Opera Prima e Menzione Speciale– Cinéma du réel, Parigi | Premio Extra muros - Pravo Ljudski Film Festival, Sarajevo | Menzione speciale – DocLisboa | Premio speciale della giuria - Fronteira, Brasile | Menzione speciale giuria - Torino Film Festival | Premio Casa Rossa Doc - Bellaria Film Festival); Le cose belle, 2013 di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno (Miglior Docufilm - Nastri d’Argento | Miglior documentario italiano - Doc/it Professional Award e Salina Doc Fest | Menzione speciale - MedFilm Festival | Prix Azzeddine Meddour - Festival Cinema Mediterraneo, Tétouan | Premio giuria giovani - Annecy Cinéma Italien | Menzione speciale - Italia Doc - Bellaria Film Festival); Pagani, 2016 di Elisa Flaminia Inno (Filmmaker Festival | Cinéma du Reel, Parigi | Terre di Cinema – Tremblay en France | Lovers Festival – Torino ); MalaMènti, 2018 di Francesco Di Leva (Nastro d’Argento per l’innovazione); Aperti al pubblico, 2017 di Silvia Bellotti (Gran Premio Nanook - Jean Rouch International Festival, Parigi |Miglior documentario - Visioni Italiane, Bologna | Menzione d’onore - Dok Leipzig); Non può essere sempre estate, 2018 di Margherita Panizon e Sabrina Iannucci (Premio Biblioteche di Roma - Extra Doc Festival, Roma | Annecy Cinema Italien); Giu’ dal vivo di Nazareno Nicoletti (coproduzione), 2019 (Rosa pietra stella di Marcello Sannino, 2020 (Rotterdam International film Festival IFFR, Giffoni Film Festival). Parallelo 41 è anche promotore della rassegna Venezia a Napoli il cinema esteso dal 2011 ed è partner di FILMaP Atelier di cinema del reale di Ponticelli.

Ladoc, fondata da Lorenzo Cioffi nel 2011, è una società di produzione specializzata nel cinema documentario. I suoi film sono stati distribuiti in sala, in televisione e nei principali festival in Italia e in Europa (da Locarno a IDFA, da Trieste a Thessaloniki). Ladoc nel corso degli anni ha prodotto con broadcaster quali Rai Cinema, TV2000, Al Jazeera Documentary Channel e France Télévisions. Ha avviato e concluso co-produzioni internazionali con Dublin Films (Francia), Filmsnòmades (Spagna), Ripley Point Pictures (Canada), Forest Troop (Grecia).

Tra i documentari prodotti ricordiamo: La nostra strada di Pierfrancesco Li Donni (miglior film al Biografilm Italia 2020); Napolislam di Ernesto Pagano (prima internazionale IDFA 2015 – Vincitore del Biografilm Festival Italia e in cinquina per i Nastri D’argento 2015, distribuito in sala Italia con IWonder; TV: Sky Arte, Sky Cielo, RSI, Al JazeeraBalkans, Al Arabyia, France 3 Via Stella); La Natura delle Cose di Laura Viezzoli (prima internazionale Locarno 2016 – premio Corso Salani al Trieste Film Festival – Best cinematic approach al Camden Film Festival (USA); TV: RSI); Le Circostanze di Lorenzo Cioffi (premio del pubblico al Biografilm 2018. TV: Rai5); Corpo a Corpo di Francesco Corona (premio del pubblico al Festival dei Popoli 2018 – Thessaloniki Film Festival); Vita di Marzouk (2017) di Ernesto Pagano (TV: Rai uno, France 3, Al Jazeera Documentary Channel); Rustam Casanova di Alessandro De Toni (Biografilm -ZagrebDox; TV: Sky Arte).

Per testi, video e immagini si ringrazia l'Ufficio Comunicazione MANN - Museo Archeologico Nazionale di Napoli