Tommaso Traetta Bitonto

L’incredibile Buovo d’Antona di Carlo Goldoni e Tommaso Traetta

L’incredibile Buovo d’Antona di Carlo Goldoni e Tommaso Traetta

Qualche anno fa, mentre si attraversava Venezia e ci si perdeva tra i suoi calli, capitava spesso di sentire il nome di Tommaso Traetta, un compositore del Settecento, che ha avuto l’insolita quanto rara fortuna di vedersi riconoscere il suo talento in vita. Adesso non tutti lo conoscono, perché non ha assunto la fama popolare di Mozart o Beethoven. Per chi è nato e cresciuto a Bitonto, la sua città natale, è un oltraggio non conoscere il celeberrimo Traetta, ma la crudele verità è che solo gli specialisti conoscono il suo nome, molti dei quali neppure italiani. Eppure, si sta tentando da qualche anno di ristabilire la sua antica fama popolare, attraverso molti festival operistici e non, primo tra tutti il Traetta Opera Festival (TOF), un festival che intenda promuovere il compositore e tentare di far luce su aspetti della sua musica non ancora del tutto chiari. Perfino, della sua bibliografia.

Corte Fenice, casa natale di Tommaso Traetta, nel centro storico di Bitonto. Foto di 92bari, CC BY-SA 3.0

Nato a Bitonto, Traetta ha girato molto l’Italia sin da quando era piccolo, ma se Napoli è il luogo della sua formazione, Venezia è la città dove ha vissuto i momenti più salienti della sua esistenza: dal matrimonio al battesimo del figlio. Qui che è divenuto il direttore dell’Ospedaletto (Ospedale di Santa Maria dei Derelitti), il conservatorio di Venezia dove erano ricoverate delle orfanelle e dove queste ultime venivano istruite nel bel canto. Compose per loro il Miserere, destinato ad un coro esclusivamente femminile. Traetta è profondamente legato alla città di Venezia e vi morì all’età di cinquantadue anni, compianto dai suoi contemporanei.

È incredibile che, nonostante la terribile crisi economica che stava attraversando l’Italia in quegli anni, il compositore conobbe un successo incredibile, ma, considerando quanto grande fosse l’importanza che si dava alla cultura in quel periodo, quando a Venezia la lirica attirava sempre più pubblico pagante, si possono comprendere le ragioni del suo successo.

Tommaso Traetta Buovo D'Antona
La statua di Tommaso Traetta a Bitonto. Foto di Emanuele Porzia

Eppure, nonostante la varietà delle sue opere e il notevole successo della sua musica, non solo nell’ambito italiano ma anche, e soprattutto, europeo, Traetta è stato conosciuto decisamente tardi nel suo paese natale che, addirittura, inizialmente dedicò il suo teatro al monarca Umberto I e non al suo famoso compositore, cosa avvenuta recentemente. D’altro canto, la notizia appare meno sorprendente alla luce del fatto che la sua fama sia stata più grande all’estero e nel nord Italia. Bitonto, in effetti, ha scoperto e rivalutato piuttosto in ritardo il suo noto compositore. E difatti, attualmente, la città conserva davvero poco dei suoi spartiti originari, eccezion fatta di una copia del celebre Stabat Mater, appartenuta a Gian Donato Rogadeo, donata alla città e attualmente conservata nella Biblioteca comunale.

Tommaso Traetta è una figura avvolta nel mistero e del compositore non si conosce con assoluta certezza neppure il volto, spesso rappresentato in maniera diversa da ritratto a ritratto. Così come poco si sa dell’uomo e delle sue passioni, se non attraverso le sue opere, suo straordinario e variegato lascito, oggetto affascinate di studio e di approfondimento. Prima che vi fosse questo periodo di emergenza sanitaria, a Bitonto presso il teatro Traetta sono state portate in scena le tre opere del ciclo comico di Traetta, scritte da Carlo Goldoni e portate in scena per la prima volta a Venezia: Il cavaliere errante, Le serve rivali e il Buovo d’Antona. In questa sede, si tenterà di analizzare da un punto di vista letterario proprio quest’ultima opera, straordinaria nella sua profondità e  modernità.

Il Teatro Traetta a Bitonto: qui sono state portate in scena le tre opere del ciclo comico di Traetta, scritte da Carlo Goldoni e portate in scena per la prima volta a Venezia: Il cavaliere errante, Le serve rivali e il Buovo d’Antona. Foto di Emanuele Porzia

Protagonista della commedia (in musica) è proprio il cavaliere Buovo d’Antona, oggi forse meno noto di altri celeberrimi paladini, come Orlando e Rinaldo. La storia originale di Buovo d’Antona (eroe cavalleresco di origine inglese, in quel contesto noto con il nome di Bevis of Hampton) è molto diversa da quella musicata da Traetta, eppure si possono notare dei temi ricorrenti, come quello della conquista del regno. Infatti, Bevis era figlio del re di Antona (Hampton) e della figlia del re di Scozia. Quest’ultima, nella versione originale, avrebbe spinto l’imperatore di Alemannia, innamorato di lei, ad attaccare il consorte, ucciderlo e a prenderne il trono. Buovo sarebbe stato tratto in salvo dal precettore, per poi anni dopo vendicarsi e riprendere il trono. Inoltre, c'è un'altra versione, secondo cui la madre avrebbe venduto il piccolo Buovo a dei mercanti, a sua volta conquistato dal re di Armenia. Questi aveva una bellissima figlia, di cui Buovo si sarebbe innamorato crescendo. Questo filone è interessante perché Buovo è di classe inferiore, ma riesce comunque a sposarsi, una volta recuperato il regno.

Veniva cantato nelle chansons anglo-normanne ed è sopravvissuto nella memoria popolare, grazie alla raccolta dei Reali di Francia di Andrea Barberino, un autore italiano del Quattrocento. Il quarto libro è, infatti, interamente dedicato al cavaliere e Goldoni riprende e rielabora una storia abbastanza conosciuta. Ma, contrariamente all’epoca, non la riempie di quei personaggi ‘volgarotti’ che fanno ridere il pubblico o dei soliti ruoli fissi dell’opera buffa: si tratta di persone comuni, prese dalla quotidianità, alle prese con un sentimento che era ben presente nella sua epoca, e cioè quel desiderio di riscatto che serpeggiava e impreziosiva quelle vite che, fino a poco tempo prima, parevano già scritte. Ma, innanzitutto, la trama.

Il povero Buovo è stato cacciato da Antona, insieme al suo fedele scudiero Striglia, perché il malvagio Maccabruno l’ha defraudato del regno e della bellissima Drusiana, amata da entrambi. Questo tiranno era interpretato da un eunuco nel lontano Settecento o, meglio, da un uomo evirato, pratica particolarmente diffusa e approvata dal pubblico. Attualmente, quindi, una categoria assente, che viene rimpiazzata da donne in abiti maschili. Tornando alla storia, Maccabruno, per quanto sia malvagio, è realmente innamorato di Drusiana e, allora, cerca di farsi strappare una promessa di matrimonio. Drusiana, vista l’insistenza, gli promette che lo sposerà solo se Buovo non sarà di ritorno per tre anni.

Naturalmente, l’opera si apre con il ritorno del cavaliere e dello scudiero, travestiti da poveri pellegrini, che subitamente vengono intercettati da Menichina e Cecchina, due umili fanciulle innamorate dell’uno e dell’altro. Cecchina e Striglia subito si innamorano, perché della medesima classe sociale, ma è diverso per Menichina che è di rango inferiore. Eppure, si fa promettere da Buovo di sposarla e questi giura che, se Drusiana non gli è stata fedele, prenderà in sposa la fanciulla. È un personaggio intraprendente quello di Menichina, coraggioso, straordinariamente moderno, e nel corso dei tre atti è sempre meno propenso e troppo scaltro per farsi manovrare da Buovo, deciso com’è nell’intento di sposarlo. E nel tentativo di riuscirci affina le sue arti seduttive, rivelandosi molto simile alla ben più celebre protagonista della Locandiera goldoniana.

Le due ragazze devono, però, nascondere l’arrivo dei giovani da Capoccio, un mugnaio assai fedele a Maccabruno, di certo per codardia e non per sincera devozione. Eppure, l’impresa appare ardua, quanto verificare la fedeltà di Drusiana, personaggio di Drusiana è molto ambiguo e squisitamente complicato. La donna in questione è stanca di aspettare il ritorno di Buovo e vorrebbe sposare l’usurpatore del suo trono. E, inizialmente, pare una scelta di comodo, ma più la trama progredisce, più si comprende che è seriamente innamorata di Maccabruno.

Vive una tormentata guerra interiore tra quello che dovrebbe fare, cioè aspettare Buovo, e quello che vorrebbe fare, alias sposare il suo rivale, a sua volta tremendamente innamorato di lei. Si preoccupa della sua salute più che del regno, tanto da chiamare medici a destra e a manca per farla guarire, ignorando del tutto il campo di battaglia che le siede all’interno. Buovo e Striglia si presentano a corte travestiti da medici e scoprono l’amara verità.

Il cavaliere tenterà di farle cambiare idea, ma otterrà solamente un incrementarsi dei sensi di colpa di Drusiana e della rabbia di Menichina. Eppure, giunge una notizia che porta un senso di pace, almeno nella promessa di Buovo: questi è morto. Adesso Drusiana non necessita più di mentire e può sposare il suo amato. Buovo ne approfitta per riprendersi il trono, ma una volta riuscito non si vendica di Maccabruno o di Drusiana. Dà al entrambi un marchesato da governare, oltre che la sua benedizione. Intanto, sposerà Menichina.

È incredibile quanti elementi di novità siano presenti in questa commedia: innanzitutto, Buovo non sposa Drusiana, come ci si aspetterebbe, ma la povera figlia di un mulinaro, Menichina, un personaggio fuori dagli schemi e che non manca di essere irriverente con Buovo, specialmente nel terzo atto.  Per non parlare di Maccabruno che non impersona il solito cattivo, ma un personaggio impulsivo, affatto senza cuore, di cui Drusiana finisce con l’innamorarsi, sebbene sia così difficile ammetterlo, visto che non sta bene innamorarsi del cattivo e scordarsi del buono… del Buovo, in questo caso. E motore di questa storia sono proprio le donne, a cui Goldoni dà parola, potere e azione, nonché la possibilità di avere l’amore che desiderano, anche se si tratta del cattivo, anche se si è innamorati del ricco, anche se siamo nel Settecento.

Tommaso Traetta
Bitonto: la statua di Tommaso Traetta, che ha musicato il Buovo d'Antona. Foto di Kasimix, CC BY-SA 4.0

Riferimenti Bibliografici

Goldoni, Traetta, Buovo d’Antona. Dramma giocoso per musica, testi di Carlo Goldoni, musiche di Tommaso Traetta, su www.librettidopera.it

Staffieri, Un teatro tutto cantato. Introduzione all’opera italiana, Carocci Editore, Roma 2012.

Dorsi, Storia dell’opera italiana. Il Seicento, il Settecento (Vol.1), Casa Musicale Eco, Roma 2016.

Coletti, Da Monteverdi a Puccini. Introduzione all’opera italiana, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 2017.

 


letture primavera 2021

Le migliori letture della primavera 2021

Il nuovo anno mi ha portato a confrontarmi con ottime realtà editoriali indipendenti; questo contributo vuole essere una bussola all'interno di questo vastissimo mondo e vi indicherà la direzione per conoscere e scoprire i professionisti del libro: iniziamo questo carosello di uscite e titoli validissimi per questa primavera 2021 di letture.

letture primavera 2021
Foto di Prettysleepy

Mattioli 1885

La casa editrice indipendente ha sicuramente lasciato il segno nel mio cuore grazie a tre distinte pubblicazioni che mi hanno definitivamente conquistato. A partire dall'accattivante thriller Facile preda di John D. MacDonald, una scrittura calibratissima che racconta una storia allucinata d'amore e morte, con inseguimenti da capogiro e un finale all'altezza dei bestsellers di Stephen King. A seguire, c'è una splendida raccolta di scritti di Andre Dubus, Riflessioni da una sedia a rotelle, un devastante caleidoscopio interiore e autobiografico di uno degli scrittori più caratteristici d'America. Una pregevole raccolta di aneddoti, stralci di vita e saggi che ci fanno scoprire l'uomo dietro ai successi letterari. Infine, mi sono innamorato dell'antologia di racconti Le colline ricordano di James Still, dove l'autore americano confeziona racconti ispiratissimi e dotati di una violenta bellezza e finali destabilizzanti.

La copertina del thriller Facile preda di John D. MacDonald, pubblicato da Mattioli 1885

La Vita Felice

La Vita Felice è una casa editrice davvero di grande qualità, una perla rara nell'intero panorama italiano. A partire dalla rinomata collana di poesia (I labirinti) e alla controparte asiatica con la pubblicazione di numerosi poeti giapponesi e le loro raccolte di haiku, senza mai dimenticare il grande impegno a rinnovare la letteratura classica (Il piacere di leggere). Portano in Italia testi inediti e ottimamente tradotti e curati, per esempio Il Re dalla maschera d'oro e altri racconti di Marcel Schwob o Metamorfosi e altri racconti gotici di Mary Shelley. Pregevolissima è la mia ultima lettura, La Sirena di H. G. Wells a cura di Matteo Noja, una storia ispirata al romanticismo di fine 800 in cui si innesta l'immaginazione di uno dei più grandi autori della letteratura fantastica; un testo davvero mordace dove la sensualità va a provocare il bigottismo dell'epoca.  GM. libri è una costola della casa editrice sopramenzionata e si dedica con fervore a riportare in Italia i classici della letteratura fantasy, in particolare questi testi scomparsi da anni nei cataloghi, tra cui il Ciclo Celta di R. E. Howard o i cicli planetari di Edgar Rice Burroughs, da John Carter di Marte al Ciclo di Pellucidar (pubblicazioni a cura di Masa Facchini).

La copertina del volume La Sirena di H. G. Wells, a cura di Matteo Noja, pubblicato da La Vita Felice

 

Del Vecchio Editore

Ho conosciuto Del Vecchio Editore recensendo proprio su ClassiCult la squisita raccolta di racconti brevi di Jacopo Masini, Polpette e altre storie brevissime. Dopo questo primo e felice incontro, mi sono avvicinato alla curatissima collana di poesia con un testo che sta diventando "cult" nella sua nicchia letteraria. Parlo di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie (con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni), di un altro autore capitale del canone americano ovvero Ron Padgett che scrive poesie con una disarmante leggerezza (e perciò complessità) e che avvicina la giovinezza con lo sfiorire degli anni, la bellezza alla ruvidezza delle vite distrutte, il pensiero al corpo. Un autore ricco di nostalgia, amore, pensieri candidi e verità disincantate in un continuo sciabordare di ossimori, rivelazioni e metafore dell'innocenza.

La copertina di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, di Ron Padgett, con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni, pubblicato da Del Vecchio Editore

 

NN Editore

Casa editrice che conoscevo da anni, ma che ho iniziato a leggere da pochissimo (ed è stato un colpo di fulmine). Dopo aver recensito su altri portali la squisita antologia di racconti I poteri forti di Giuseppe Zucco e Decameron Project (AA. VV.) - due dirompenti letture - ho scoperto Brian Panowich con Hard Cash Valley uno dei thriller più belli letti nella mia vita, con un ritmo serrato e personaggi complessi e un'orchestrazione della storia a tinte cinematografiche. Consigliatissimo. Sul versante italiano ritorna Michele Vaccari, con un romanzo che è già un classico moderno (in ristampa dopo 3 giorni!). Urla sempre, primavera è un romanzo-mondo, uno squarcio metafisico all'interno della carcassa putrescente della storia e della letteratura nostrana, un titolo che fonde al suo interno generi diversi; eppure Vaccari crea una sinfonia narrativa, invece di una cacofonia di fantasy, science fiction e speculative fiction (e molto altro, come l'avventura, l'epica, etc).

La copertina del romanzo Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, pubblicato da NN Editore (2021)

 

 

Carbonio Editore

Dopo aver recensito Solo di August Strindberg, sono tornato da Carbonio grazie alla pregevole raccolta a firma di Sadeq Hedayat, Il randagio e altri racconti, con la traduzione di Anna Vanzan, una delle più grandi studiose dell'Oriente in Italia, che purtroppo ci ha lasciato nel terribile 2020. Avevamo già recensito Hedayat e il suo La civetta cieca con una bellissima intervista ad Anna Vanzan a cui rivolgiamo il nostro amore e la nostra stima, nonché le sentite condoglianze ai suoi studenti e soprattutto ai familiari.

Hedayat è uno dei maggiori rappresentanti del mondo culturale iraniano e punta di diamante della letteratura persiana moderna, un uomo dalla caratura intellettuale infinita e autore di numerosi gioielli. All'interno del libro troverete nove racconti estremamente interessanti e contrassegnati dagli stilemi di Hedayat, dall'estetica grottesca, a volte spettrale e allucinata, dove una lirica spesso surrealista va innestarsi in un repertorio di immagini oniriche e cangianti.

La copertina della raccolta Il randagio e altri racconti, di Sadeq Hedayat, pubblicata da Carbonio Editore

 

Neo. Edizioni

Neo. Edizioni è stata una delle scoperte più sorprendenti di questo 2021. Dopo aver recensito Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (con intervista in diretta all'autore) e La carne di Cristò (sempre su ClassiCult) mi sono innamorato definitivamente del loro catalogo e della loro mentalità editoriale.

In lettura ho Vinpeel degli Orizzonti di Peppe Millanta e si sta rivelando uno dei "fantasy" più atipici che io abbia mai letto, scritto con una prosa incantata e pervasa dall'innocenza, una storia intima e di grande coraggio narrativo, perché la narrativa di genere made in Italy sembra essere sotto torchio da parte della critica letteraria contemporanea. Consigliata anche la raccolta (s)poetica Romanticidio. Spoesie d'amore e altre disgrazie di Eleonora Molisani, che coniuga l'ironia all'abusato tema dell'amore e delle relazioni all'interno del mondo poetico e degli autori "sensibili"; Molisani scrive con irriverenza e divertimento e consegna ai suoi lettori una lettura dal sapore agrodolce. perfetta per sovvertire gli stereotipi del poeta classico e moderno, di tutte le sue costruzioni metaforiche e romantiche.

Le copertina di Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, pubblicato da Neo. Edizioni

 

Jaca Book

Questa casa editrice è tra le migliori che il pubblico di ClassiCult può scoprire, una realtà indipendente estremamente sensibile al mondo dell'arte, della storia, della religione, dell'archeologia e di tantissime altre discipline umanistiche.

Tra i titoli che mi sento di consigliare c'è certamente Il Mito a cura di Julien Ries, uno stupendo libro cartonato di notevoli dimensioni che raccoglie il repertorio mitologico dell'intero corpus sensibile della storia umana, in maniera verticale e orizzontale perché si spazia dal Paleolitico ai giorni nostri e dalle grotte di Lascaux agli Aborigeni australiani. All'interno del catalogo Jaca Book c'è molto spazio per Mircea Eliade e della sua opera magna del dizionario delle religioni e dei simboli, un acquisto imprescindibile per antropologi, appassionati di letterature comparate e studiosi delle religioni e dell'arte.

La copertina del saggio Il mito. Il suo linguaggio e il suo messaggio, di Julien Ries, pubblicato da Jaca Book

 

NPE edizioni

NPE è una delle realtà fumettistiche che mi sento di consigliare su ClassiCult, Nicola Pesce - oltre ad essere un ottimo scrittore (ne ho parlato già per La Cura del Dolore) - è un editore attento ed esigente e pretende il massimo dai suoi collaboratori e dagli artisti che mette in catalogo.

Mi sento in dovere di consigliare alcune opere cardine del catalogo, a partire da Eccetto Topolino (Gori, Lama, Gadducci) uno splendido volume saggistico che esplora la storia della figura di Topolino con la lente d'ingrandimento della storiografia italiana e del giornalismo nostrano e con un focus sul rapporto tra Walt Disney e il fascismo. Sul lato fumetti consiglio l'intera bibliografia di Sergio Toppi, Dino Battaglia, Nino Cammarata, Attilio Micheluzzi,  Ivo Milazzo, Sergio Tisselli (a cui rivolgiamo amore e stima per la sua recente scomparsa nel 2020), Sergio Vanello. Oltre a questi autori immensi consiglio caldamente agli amanti del fantastico le Guide Immaginarie dei Vampiri e de i luoghi di Lovecraft.

La copertina di Sharaz-de. Le mille e una notte di Sergio Toppi, pubblicato da NPE edizioni

 

Aguaplano Editore

Ottima casa editrice indipendente, che investe nei suoi libri una curatela maniacale (per fortuna!) e tantissima passione. Dopo aver amato Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù sono passato a un libro unico ovvero Aura di Alessandro Celani, un magnifico reportage fotografico della nostra Italia (e che edizione!) che si snoda attraverso un'edizione bilingue caratterizzata da testi di accompagnamento altamente evocativi. Un testo che si può contemplare in un pomeriggio o per tutta la vita.

Sempre per Aguaplano ho apprezzato tantissimo la raccolta di poesie Ragli di Fabio Greco, libro dal carattere sperimentale e dal linguaggio evocativo quanto indomabile; consiglio davvero a tutti gli amanti della poesia l'intera collana edita da Aguaplano. In lettura ho il Gran Bazar del XX secolo, di Stefano Trucco, che si sta rivelando un romanzo pulp-meta lovecraftiano godibilissimo e che gli amanti della letteratura weird/fantastica dovrebbero recuperare. Le edizioni Aguaplano sono particolarmente pregiate, siano esse cartonati rilegati o brossure più economiche.

La copertina di Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, pubblicato da Aguaplano nella collana Blaupause

 

Ronzani Editore

Chi segue ClassiCult avrà già incontrato Ronzani, una delle realtà editoriali che dà alle stampe libri dalla qualità perfetta, con edizioni di pregio e attente ai bisogni bibliofili dei suoi lettori.

Ultimamente ho concluso il thriller turco di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, che si è rivelata una lettura pazzesca per esplorare la storia recente della Turchia e il suo viscerale legame con l'antica Bisanzio/Costantinopoli. Un romanzo stratificato e ricchissimo di vita e morte, avventura e momenti davvero travolgente. Ma Ronzani è un editore attento a qualsisia tassello del mondo culturale, che sia la produzione di riviste, poesie, saggi e molto altro. Tutti i loro titoli sono stampati con una cura unica, basti pensare alle poesie di Pasolini per la sua Casarsa.

La copertina del thriller di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, pubblicato da Ronzani Editore

 

ABEditore

Per i cultori dell'estetica vittoriana, gotica e decadentista non posso non consigliarvi ABEditore, uno dei migliori editori dal punto di vista tipografico e delle traduzioni, per quanto concerne il recupero di testi classici di letteratura immaginifica e fantastica.

Vi consiglio caldamente i volumi miscellanei di Draculea (a cura di Lorenzo Incarbone) e Follettiana (a cura di Pietro Guariello), che analizzano rispettivamente il repertorio folclorico e letterario di Vampiri e membri del Piccolo Popolo. I volumi sono scrigni preziosi per compiere esperienze di lettura eccezionali e curati nei minimi dettagli per fornire al lettore le sensazioni di mondi dimenticati e storie sepolte dal mistero.

Su ClassiCult abbiamo avuto ospite Fabio Camilletti, per un'intervista spettrale.

La copertina della Follettiana di Pietro Guariello, pubblicata da Abeditore

 

Jimenez Edizioni

Jimenez è la mia più recente scoperta e sono davvero felice di presentarvi un catalogo eccezionale, del quale la mia prima lettura è La notte arriva sempre di Willy Vlautin, un thriller a dir poco avvincente che parte dal presupposto della presente crisi finanziaria e immobiliare che ha investito la città di Portland portando la protagonista Lynette a compiere azioni sempre più folli, fino a realizzare un'accozzaglia di avventure grottesche nell'ambito della vita notturna cittadina, tra criminali, individui pericolosi e tanta illegalità. I libri sono di pregevolissima fattura e non vedo l'ora di conoscere l'intero catalogo.

La copertina del romanzo La notte arriva sempre di Willy Vlautin, pubblicato da Jimenez Edizioni

 

Il Palindromo

La casa editrice palermitana Il Palindromo è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti, soprattutto per quanto riguarda la collana I Tre Sedili Deserti, dedicata al fantastico. Dall'Elogio del Fantastico di Jacques Bergier a La Collina dei Sogni di Arthur Machen possiamo riassaporare i testi che hanno canonizzato l'immaginario moderno con elementi weird, fantascientifici e gotici. Una cura esemplare nell'apparato critico, dalle traduzioni alle prefazioni con un notevole innesto di fonti fotografiche o iconografiche a cura di artisti italiani o stranieri coevi alle opere.

Particolarmente amata è la riedizione del "primo" Pinocchio di Collodi, una narrazione più oscura del classico della letteratura italiana arricchito dalle splendide illustrazioni fumose e grottesche di Simone Stuto. Un un'ultima uscita davvero particolare è Etna. Guida immaginifica del vulcano di Rosario Battiato con la travolgente copertina di Chiara Nott.

La copertina di Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi, a cura di Salvatore Ferlita e con le illustrazioni di Simone Stuto, pubblicato da Il Palindromo

 

Miraggi Edizioni

Miraggi è una delle mie case editrici preferite, perché mi ha permesso di conoscere non solo ottimi autori italiani (La Chiusa, Forlani, ecc.)  ma di affacciarmi alla letteratura del mondo slavo grazie alla strepitosa collana NováVlna. Su ClassiCult avevo già recensito Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, ma vi consiglio moltissimo anche La perlina sul fondo, Il lago, Il bruciacadaveri e il magnifico Krakatite di Karel Čapek, uno dei più importanti romanzi di fantascienza del '900.  Bellissima anche la collana di poesia e gli Scafiblù, dedicati agli autori italiani, di cui vi consiglio Il bambino intermittente, Colloqui con il Pesce Sapiente e Uno di noi.

 

La copertina del romanzo di fantascienza Krakatite di Karel Čapek, pubblicato da Miraggi Edizioni

Introduzione alla sociologia della musica

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno

Theodor Wiesengrund Adorno Introduzione alla sociologia della musica
Theodor Wiesengrund Adorno (Aprile 1964). Ritaglio da una foto di Jeremy J. Shapiro, CC BY-SA 3.0

Theodor Wiesengrund Adorno, il grande filosofo nato a Francoforte, è sempre stato alla ricerca di un modo per unire la filosofia e la musica, giungendo a farle convivere senza sminuire né l’una né l’altra. Operazione, questa, che ha condotto grazie alla passione per entrambe, oltre alla profonda conoscenza di entrambe. E i due aspetti non possono che essere consequenziali. Lo scrittore Thomas Mann, che aveva avuto modo di conoscere Adorno durante la scrittura del Doktor Faustus, non aveva mancato di fare un quadro quanto mai illuminante sul filosofo-musicista: "Quest’uomo singolare ha rifiutato in tutta la vita di decidersi tra la professione della filosofia e quella della musica. Troppo era sicuro di mirare allo stesso scopo nei due diversi campi. La sua mentalità dialettica e la tendenza sociologico-filosofica s’intrecciano con la passione musicale in un modo che affonda le radici nei problemi del nostro tempo". 

Eppure, Adorno non ha mai mancato di collocare tali suggestive riflessioni nei tempi correnti, soffermandosi anche sugli aspetti sociali e, dunque, su chi ascoltasse la musica ricavando, così facendo, sette tipologie di ascoltatore. Il criterio di questa classificazione non vuol essere critico nei confronti dei gusti di chi ascolta musica, soffermandosi su ciò che si giudica bello o brutto da un punto di vista strettamente personale. Anche perché, al riguardo, il filosofo non ritiene che vi sia alcuna scelta, in una società dove l’industria regna sovrana al punto da intaccare perfino quello che si credeva intoccabile, alias la cultura. "Il concetto di gusto – scrive ne Il carattere di feticcio in musica - è superato in quanto non c’è più una scelta: l’esistenza del soggetto stesso, che potrebbe conservare questo gusto, è diventata problematica quanto, al polo opposto, il diritto alla libertà di una scelta che non gli è più empiricamente possibile. […] Per chi si trova accerchiato da merci musicali standardizzate, valutare è diventata una finzione". 

Adorno, nella prima delle dodici lezioni che comprendono la sua Introduzione alla sociologia della musica, preferisce, perciò, basarsi "sull’adeguatezza o meno dell’ascolto alla musica ascoltata”, sulla qualità dell’ascolto, quindi, ma senza dimenticare il rapporto tra il tipo di musica e la classe sociale di appartenenza di chi l’ascolta. La stessa valutazione che si può dare di un brano musicale deriva immancabilmente da questo. Come difatti chiarisce nel quarto saggio del libro sopracitato, chiamato Classi e strati sociali, i detentori di un alto livello di cultura sono abituati ad ascoltare la musica classica e si fanno portavoce di un genere percepito come elitario. Più il reddito si fa modesto, più ne risente il gusto musicale e l’ascolto musicale (discorso che di certo si può estendere alla cultura tout court), mostrando come la musica si colleghi alle rispettive ideologie. Accostando la sociologia alla musica, Adorno analizza, quindi, i tratti peculiari di una società.

Adorno, nel primo dei saggi della sua raccolta, spiega che la sociologia della musica non può non essere che “la conoscenza del rapporto tra gli ascoltatori di musica, come singoli individui socializzati, e la musica stessa”, e perciò di quei comportamenti tipici dell’ascolto, all’interno della società di massa. Rivela, così, ben sette categorie.

Introduzione alla sociologia della musica
Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di Gerhard Bögner 

Innanzitutto, viene l’esperto, che è colui che “sa rendersi conto in ogni istante di quello che ha ascoltato” e, quindi, colui che possiede quello che Adorno definisce ‘ascolto strutturato’. Ha, cioè, una conoscenza tecnica ineccepibile, che gli permette in ogni istante di comprendere e capire a pieno quello che sta ascoltando. Ad avere queste particolari e peculiari capacità sono, senz’altro, i musicisti, perché hanno un orecchio allenato all’ascolto tecnico. Sta di fatto che sono assai pochi gli ascoltatori che hanno un orecchio così allenato. Eppure, Adorno fa sottintendere, come efficacemente rilevato da Rognoni nella prefazione all’opera analizzata, si tratta di una conoscenza esclusivamente tecnico-formale.

Poi, vi è il buon ascoltatore, che non ha le conoscenze tecniche dell’esperto di musica, ma riesce a fare spontaneamente e inconsciamente i nessi tra significanti e significati del brano musicale. È una categoria che Adorno apprezza moltissimo, perché si accosta alla musica con senso critico e con sensibilità, riuscendo a distinguere il tenore dei brani trattati. Ha una predisposizione innata verso il linguaggio musicale, come fosse la sua seconda lingua. Pur non conoscendone la grammatica riesce a comprenderla. La preoccupazione principale di Adorno riguarda proprio la sempre più difficile sopravvivenza di questa categoria, destinata a scomparire o a ridursi sensibilmente a causa dell’imborghesimento della società. Sono, difatti, gli ultimi rappresentanti, anzi “i resti” di una società aristocratica, ora sostituita dalla borghesia.

Il terzo tipo di categoria trattata è quella del borghese, per l’appunto, frequentatore di concerti e spettacoli operistici, il consumatore di cultura. Si tratta della categoria che vede nel sapere personale e nell’erudizione un’occasione per aumentare il proprio prestigio sociale. La musica è vista, quindi, come un modo per accrescere tale prestigio ed è pertanto vista come un bene culturale da acquisire attraverso cd, libri dei musicisti e nozioni. Sono, perciò, dei collezionisti e sanno riconoscere i brani musicali che ascoltano, i loro autori e anche i motivi più noti del teatro operistico. L’attaccamento alla musica da parte di questi soggetti ha, a parere di Adolfo, qualcosa di feticistico perché il consumatore consuma secondo il metro del prestigio sociale, ma prova un enorme piacere nell’atto di consumare. Un piacere più grande della musica stessa. Si tratta di un tipo di ascoltatore conformista e convenzionale, ma è anche un gruppo dominante e ben più diffuso del secondo. Decide in prima persona l’andamento “della vita musicale ufficiale” e pilotano i gusti dell’industria musicale. Sono, quindi, i responsabili della ripetitività dei brani moderni e amministrano i brani in quanto beni di consumo.

Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di PourquoiPas

Il quarto tipo di ascoltatore è quello emotivo, cioè colui che ascolta musica per “liberare stimoli istintuali altrimenti rimossi ovvero tenuti a bada da norme civili”. La musica ha per quest’ultimo uno scopo liberatorio che non ha nulla a che vedere con l’apprezzamento del brano musicale in sé e poi con “la realtà effettiva della musica ascoltata”. Non nutrono alcun interesse nella musica se non questo e per tal ragione sono più facilmente pilotabili dalla categoria precedente, perché si limitano ad un’identificazione con quanto ascoltato, anche traendo da questo “le emozioni di cui sentono la mancanza in se stessi”. Non è un ascoltatore che analizza ciò che ascolta, ma che si lascia trasportare. Apprezza, quindi, solo ciò che lo emoziona, senza quello che Adorno definisce ‘ascolto strutturale’: “il tipo emotivo resiste violentemente ai tentativi di condurlo ad un ascolto strutturale, in maniera forse più violenta del consumatore di cultura che infine per amor di questa vi sarebbe anche disposto”.

L’ascoltatore risentito è la tipologia che segue e si tratta dell’ascoltatore che si rifugia nell’ascolto della musica del passato e in epoche remote, sicuro della propria sicurezza. Così crede di sfuggire alla mercificazione della musica corrente, rifiutando così alcun contatto con i tempi odierni. Ha, insomma, un atteggiamento reazionario, a parere di Adorno legato all’impulso interiore di “realizzare nell’arte stessa il primordiale tabù della civiltà relativo all’impulso mimetico, di cui l’arte vive. Vogliono togliere di mezzo tutto ciò che non è addomesticato dall’ordine fisso, tutto ciò che è vagante e ribelle e che ha la sua ultima, meschina traccia nei ‘rubati’ e nelle esibizioni solistiche”. Eppure, nel suo ambito di preferenza è un vero esperto, solo che manca della conoscenza di tutto il resto, perché si interessa unicamente di quello che gli piace e non ha la sensibilità di riconoscere altro se non quello che gli aggrada, mancando di “sensibilità per le sfumature”. Questo essere chiuso in altre epoche e affatto aperto a nuovi influssi musicali, limita la loro capacità di “determinarsi nella loro realtà esteriore e quindi di essere in grado di evolversi interiormente. Nella stessa categoria è anche il fan del jazz, che è invece colui che protesta contro la cultura ufficiale e che necessita della spontaneità musicale che, a sua volta, preferisce alla “fissità del testo scritto”.

Sono sette le categorie di ascoltatori esaminati nella Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno. Foto di Foundry Co 

Il sesto tipo di ascoltatore è il più diffuso ed è oggetto dell’industria culturale. Si tratta dell’ascoltatore per passatempo. Questi non vede nella musica altro se non un modo per distrarsi, non è un “nesso significante ma una fonte di stimoli”. È colui, a parere di Adorno, che tiene la radio accesa mentre lavora e non bada a quello che ascolta. Mantiene un atteggiamento privo di attenzione e di concentrazione. Vede nella musica un mezzo di distensione, senza sviluppare alcun senso critico e ricevono tutto in maniera passiva. Per tal ragione, sono i consumatori ideali in una società industriale: “scettico solo nei riguardi di ciò che lo costringe a pensare con la sua testa, egli è pronto a solidarizzare con la propria veste di cliente, ed è ostinatamente convinto della facciata della società, quale gli si presenta ghignante sulle copertine dei rotocalchi”. La musica come svago è, a parere di Adorno, il sintomo di un peggioramento della musica nella società contemporanea, sempre meno trattata e considerata come una forma d’arte. L’esperienza artistica – sostiene Adorno in Teoria estetica - è autonoma solo quando rigetta il “gusto del godimento”. Nei confronti dell’arte si provava ammirazione, senza che questo fosse un rapporto di incorporazione. L’ascoltatore doveva, piuttosto, scomparire nella forma d’arte, in quanto oggettiva. “Il concetto di godimento artistico è stato un cattivo compromesso tra l’essenza sociale e l’essenza antitetica alla società dell’opera d’arte. Essendo già inutile ai fini dell’autoconservazione (a società borghese non glielo perdonerà mai del tutto), l’arte deve almeno affermarsi per una sorta di valore d’uso che sarebbe modellato sul piacere dei sensi”.

La società incoraggia questa forma di passività, perpetrando tale istupidimento culturale con ogni mezzo in loro possesso. Grazie a tale processo, si avranno dei consumatori sempre pronti a spendere e veicolati verso una scelta, senza ribellarsi a quello che viene loro imposto. Tale forma di annebbiamento viene, secondo Adorno, condotto proprio attraverso la musica leggera, causando quel processo di pseudoindividualizzazione (di cui si è parlato in precedenza) che porta l’ascoltatore ad un’obbedienza cieca nei confronti di quello che ascolta, credendo non solo di scegliere ma anche di ascoltare qualcosa di nuovo, anziché “consumare prodotto già digeriti a dovere”. Le canzoni di successo sono quindi costruite a tavolino, senza che il gusto personale dell’ascoltatore abbia il minimo peso. Questi si limita ad accettare quello che gli viene propinato, senza rendersi conto pienamente di quello che ascolta.

Se il sesto tipo di ascoltatore, attualmente il più diffuso, è alla mercé della sete consumistica che provoca l’industria musicale e culturale, il settimo tipo è del tutto disinteressato nei confronti della musica, tanto che Adorno lo identifica con l’ascoltatore indifferente, non musicale e antimusicale. Appartengono alla categoria quelle persone che non nutrono alcun interesse nei confronti della musica e che non hanno alcuna predisposizione alla musica. Sono del tutto indifferenti ad essa, probabilmente a causa di un’educazione troppo rigidi, ipotizza Adorno, e dei padri troppo severi, che hanno reso i figli incapaci di leggere la musica e di ricevere un’educazione musicale. Quest’autorità così rigida li ha resi totalmente insensibili non solo nei confronti della musica, ma dell’arte in generale. Così facendo, li ha disumanizzati, desensibilizzati alla bellezza. Ma è una categoria, questa, che non è stata analizzata socialmente e da cui “ci sarebbe molto da imparare”, a parere dello stesso Adorno.

Introduzione alla sociologia della musica di Theodor W. Adorno.

Riferimenti bibliografici

Adorno T.W., M. Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1971, pp.192-193.

Adorno T.W., Il carattere di feticcio in musica in Dissonanze, Feltrinelli, Milano 1990.

Adorno T.W., Introduzione alla sociologia della musica, introduzione di Luigi Rognoni, Einaudi, Torino 2002.

Adorno T.W., Teoria estetica, Einaudi, Torino 2009.

Diodato R., Relazione, sistema, virtualità. Prospettive dell’esperienza estetica, in “Studi di estetica”, n.1-2, 2014, pp.85-103.

Mann T., Romanzo di un romanzo. La genesi del Doctor Faustus, in Scritti minori, Mondadori, Milano 1958.

Serravezza A., Musica, filosofia e società in Th. W. Adorno, Dedalo Libri, Roma 1993.

Vercellone F., Dopo la morte dell’arte, Il Mulino, Bologna 2013.


Robert Johnson, il fumetto che racconta la leggenda del blues

Robert Johnson, fumetto di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Nasce spontaneo, come un'erba selvatica impossibile da sradicare, perché il blues è il canto che lega intere generazioni melanconiche, è la testimonianza canora di un passato schiavista che riverbera ancora oggi. Impossibile non cedere al fascino di questo canto. Melodie tristi, struggenti, cantate quasi trattenendo le lacrime per raccontare le grandi delusioni della vita come la perdita dell'amore, l'impossibilità di ricongiungersi con la propria famiglia o il sogno di riabbracciare la terra d'origine, l'Africa.

Nel Sud degli Stati Uniti d'America iniziò la rivoluzione musicale dei Diavoli Blu

Il blues non raccontò solo le umili origini degli interpreti, ma creò a livello endogeno una mitologia popolare, perché coloro cantavano e suonavano plasmarono le comunità afroamericane in enti che tentarono - riuscendoci - di trasformare il loro mondo emotivo in un fenomeno di successo commerciale. I primi a tramutare il blues in un'ottica di successo musicale ad ampio raggio furono gli interpreti del Delta, quei musicisti di colore che operarono tra gli anni '20 e '30 del secolo scorso.

Nel decennio appena accennato il blues si popolò di vere leggende della musica, a cui attorno gravitavano dicerie, rumors e vere imprese degne di un'epopea. Un esempio tra tutti è Robert Johnson. La travagliata vicenda biografica di Robert Johnson e il suo successo, costellato da eccessi e amori fiammeggianti, costituiscono il fulcro del recente fumetto sceneggiato da Jacopo Masini e illustrato da Francesco Paciaroni, uscito per Edizioni Inkiostro.

Robert Johnson fumetto Jacopo Masini Francesco Paciaroni
La copertina del fumetto Robert Johnson, di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni, pubblicato da Edizioni Inkiostro

Masini e Paciaroni raccontano la vita di uno dei più grandi musicisti mai esistiti, scomparso a soli 27 anni.

I got a kindhearted woman do anything in this world for me I got a kindhearted woman do anything in this world for me but these evil-hearted women, man they will not let me be I love my baby my baby don't love me

Partendo dal substrato mitico che aleggia intorno al giovanissimo Robert Johnson, Jacopo Masini racchiude la biografia del musicista in una cornice in bilico tra la narrazione classica delle vicende personali fino a tratteggiare, in maniera fumosa, le misteriose vicende che consacrano Johnson a dio del blues.

Usando un narratore vivido e che ha toccato con la proprio mano Robert Johnson, Masini ripercorre i successi e i fallimenti del giovanissimo talento, consapevole della volontà di scarnificare l'idolo della musica per ritrarre il ragazzo che si innamora delle work song e delle melodie struggenti.

fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Più che una biografia a fumetti, l'opera di Masini e Paciaroni è un'archeologia del beat e del sound che ha spinto Johnson a consacrarsi alla musica dopo una vita tormentata dal dolore, il disamore e un passato legato allo schiavismo della comunità in cui si riconosce.

fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Mentre il popolo americano vive il proibizionismo e la crisi del '29, gli afroamericani ancorano il proprio bagaglio emotivo all'unica forma espressiva ed artistica che possono praticare. Ricordiamo che Ralph Ellison riesce a pubblicare Invisible Man soltanto nel 1953 per codificare una delle prime forme letterarie che rappresentano il nazionalismo nero.

Masini riesce quindi non solo a proporre le vicende biografiche con cura ma interviene nel linguaggio, nei dettagli storico-sociali per inquadrare uno degli spaccati storici più interessanti non solo della scena musicale. Non si può svincolare il blues dalla storia, dalla terra e dalle persone. Sofferenza e musica, sono entrambe la stessa cosa.

fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni
Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Paciaroni ha il merito di scolpire il titanismo sentimentale degli eroi del blues, della loro verve e fantasia; passione e gioia traspaiono con la stessa folle lucidità degli incubi interiori e delle grandi sofferenze. Un tratto deciso, capace di far trasparire gli ossimori e le contraddizioni che animavano Johnson, i suoi amori, le sue idee fuori di testa, l'incapacità di contenere la propria rabbia o passione.

Masini e Paciaroni formano un cocktail perfetto, a cui è impossibile resistere anche per coloro che non amano il blues o che non lo conoscono. Bellissime le sequenze di alcune tavole tripartite, che vivisezionano i volti, come per sottolineare lo smembramento dell'interiorità. La psicologia per la caratterizzazione dell'intero coro di comparse e personaggi è di grande cura, ciò non si limita a una ricostruzione biografica, ma a una vera dichiarazione d'amore al blues, a quel mondo perduto e a Robert Johnson.

 

Tavola del fumetto Robert Johnson di Jacopo Masini e Francesco Paciaroni

Biografia romanzata o leggenda? Forse agiografia di un diavolo poeta.

Si ringrazia Edizioni Inkiostro per le immagini.


Polifonia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Polifonia: suonando la colonna sonora della Storia

Al via un nuovo progetto internazionale, coordinato dall'Università di Bologna, che indaga il patrimonio musicale europeo, per migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società

Foto di Pexels 

Ricreare le connessioni tra musica, persone, luoghi ed eventi in Europa dal XVI secolo fino ad oggi. È l'obiettivo di Polifonia, nuovo progetto europeo finanziato con 3 milioni di euro dal programma quadro Horizon 2020 e coordinato dall'Università di Bologna. Il progetto si svilupperà nel corso dei prossimi 40 mesi, e i risultati - che saranno pubblici e disponibili via web sotto forma di un dataset globale e interconnesso - forniranno un contributo fondamentale al miglioramento della comprensione del patrimonio musicale europeo.

“Polifonia svilupperà strumenti di intelligenza artificiale che permetteranno di navigare attraverso un’incredibile mole di suoni e testi plurilingue”, spiega Valentina Presutti, coordinatrice del progetto e ricercatrice al Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna. “In questo modo, sarà possibile capire come la musica è cambiata e come ha reagito al contesto sociale e politico negli ultimi sei secoli”.
Louis P. Grijp, professore all’Università di Utrecht e ricercatore in musicologia della Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences (KNAW), purtroppo recentemente scomparso, ha dimostrato come la musica tradizionale olandese della fine del XVI secolo fosse stata influenzata dall’Opera francese dello stesso periodo. Considerando che in quegli anni i due paesi erano in guerra, risulta evidente come le connessioni musicali tra individui possano essere stabilite nonostante apparenti ostacoli o confini. Quanti casi analoghi potrebbero esistere? Ci sono somiglianze per quanto riguarda il contesto culturale, politico o artistico di diverse realtà? Attualmente è difficile rispondere a simili domande anche perché i musicologi lavorano principalmente su cataloghi non connessi tra loro.
Lo scopo di Polifonia è creare una risorsa vasta e accessibile da chiunque - ricercatori, artisti, produttori musicali, musicisti e amanti della musica - attraverso un portale web, permettendo in tal modo di svelare fenomeni di connessione in modo sistematico.
Utilizzando la stessa metodologia sarà possibile migliorare la comprensione dell’evoluzione dei generi musicali, la loro diffusione nel tempo e nello spazio e le relazioni esistenti tra musica e società, come le colonne sonore delle rivoluzioni, dei movimenti di emancipazione, delle guerre o addirittura delle pandemie. L’industria musicale, per citarne una, avrà finalmente la possibilità di sfruttare appieno il proprio enorme catalogo: collegamenti inaspettati tra musiche apparentemente lontane potranno rivelare nuovi metodi di classificazione in aggiunta alle usuali etichette.
Tra i diversi temi attorno ai quali si articolerà il progetto, uno è dedicato nello specifico a Bologna, città nella quale la musica riveste da sempre un ruolo centrale, ma con un patrimonio musicale solo in parte conosciuto e sfruttato se comparato al suo pieno potenziale. Il pilot MUSICBO si propone di creare un corpus digitale plurilingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) contenente testimonianze di studiosi, giornalisti, viaggiatori, scrittori e studenti in un periodo compreso dal Medioevo ai giorni nostri. Saranno pubblicati documenti che mostrano diversi stili discorsivi come narrazioni, epistole, notizie di attualità, resoconti di viaggio: un corpus che costituirà il punto di partenza per costruire un dataset disponibile per il riuso da parte di ricercatori, istituti culturali e pubbliche amministrazioni.

Il consorzio di Polifonia è un gruppo interdisciplinare composto da ricercatori e amanti della musica: informatici, antropologi ed etnomusicologi, storici della musica, linguisti, archivisti del patrimonio musicale, amministrativi e professionisti creativi. Coordinato dall'Università di Bologna, il progetto coinvolge inoltre: The Open University (Regno Unito), King’s College London (Regno Unito), National University of Ireland Galway (Irlanda), Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo (Italia), Centre National de la Recherche Scientifique (Francia), Conservatoire National des Arts et Metiers (Francia), Stichting Nederlands Instituut Voorbeeld en Geluid (Paesi Bassi), Koninklijke Nederlandse Akademie van Wetenschappen (Paesi Bassi), Digital Paths srl (Italia).

Per maggiori informazioni: https://polifonia-project.eu/.

Testo dall'Ufficio Stampa Alma Mater Studiorum - Università di Bologna

Scardanelli accordo

Scardanelli, l'estate del nostro scontento: "L'accordo. Era l'estate del 1979"

Il dolore ci costituisce in misura maggiore di ciò che pensiamo: è la spina dorsale della consapevolezza

A ventisette anni avverto un certo timore nel parlare di un libro scritto da un autore che ha la stessa età di mio padre. Non è solo la paura di confrontarsi con qualcuno che ha più di trent'anni di te, ma la reverenza di saggiare le parole di uno spirito che ha attraversato la storia (S minuscola, perché ci sono le storie intime, gli anni del crepuscolo ideologico, le storie dimenticate).

Paolo Scardanelli L'accordo. Era l'estate del 1979 (Carbonio Editore)
La copertina del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979pubblicato (2020) da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

Paolo Scardanelli è entrato a gamba tesa, sulla mia testa, in un pomeriggio di settembre, fallo tattico o irruenza agonistica non saprei dirlo, ma i segni dei suoi tacchetti semantici sono impressi, tant'è che sto scrivendo una delle rarissime recensioni a "caldo", ovvero immediatamente dopo aver concluso L'accordo. Era l'estate del 1979.

Il romanzo d'esordio di Scardanelli è un'ode dagli accordi volutamente cacofonici e melanconici:

le note dolcemente depensate, malinconiche, intensamente leggere che il grande pianista distillava riempivano l'aere, rimbalzavano su mobili e stucchi, su arredi e porte, su tappeti e divani, per finire a lambire la figura abbandonata di Andrea. (p. 187)

Un esempio della prosa ariosa e ambiziosa di Scardanelli, che evoca tempi passati e destrutturati, anzi masticati dalle fauci del crepuscolo ideologico della fine degli anni '70.  La trama riveste gli stilemi riconoscibili del romanzo d'amicizia, quello di impegno civile (chi scrive ne ha letti tanti, da Volponi a Trevisan), ma ci sono echi manganelliani dalla tetra potenza universale:

Pensa cosa sarebbe un orgiastico universo nel quale ogni atomo avesse trovato il suo battito di ciglia, il suo proprio compimento. L'apoteosi del contrario. Potrebbe davvero sostenerlo l'universo un tale impatto vitale? Non soccomberebbe  all'insensato flusso delle passioni? (p. 214, secondo me una piccola centuria di Manganelli)

Torniamo alla trama, ovvero la storia dell'amicizia tra Andrea e Paolo che viene contorta e contesa dalle potenze ctonie del tempo e del cambiamento, della sacra alterità che non si può addomesticare con nessun mezzo. Il destino di due ragazzi-uomini in continuo burn-out  ansiogeno per un futuro nebuloso, senza stelle o soli iridescenti. Eclissi totale di un'estate shakesperiana che ha il lezzo dello scontento di Riccardo III (ma salutiamo anche Steinbeck). Il De amicitia di Cicerone viene stravolto, o compreso in pieno, a voi il giudizio, di certo c'è l'esegesi modernista delle Lettere Morali a Lucilio. Ho visto tanto Seneca in questo romanzo, perché non ci sono rapporti amicali solo per fini utilitaristici (aristotelicamente parlando) ma perché l'uomo stringe legami a prescindere, c'è l'istinto verace che ottenebra i sensi fino a portare a quell'amicizia folle, tipicamente senecana, che si può chiamare amore.

https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Anneo_Seneca#/media/File:Seneca-Cordoba.jpg
Statua di Seneca a Cordova, foto di Gunnar Bach Pedersen, in pubblico dominio

Scardanelli fa male, spesso ci sono fraseggi laceranti che fanno colare sangue e il pus delle infezioni dell'anima. Un romanzo che non avrebbe, secondo il mio modesto avviso, niente da invidiare ai finalisti Strega o ad altri premi. Vera letteratura del disincanto, morte precoce di qualsiasi fanciullo, imperiale decadenza delle strutture utopiche post anni '60: un mondo simile racconta Scardanelli con una prosa ampia, densa, a volte impenetrabile grazie a una linea Maginot di richiami, citazionismi e mitologemi letterari polifonici.

C'è l'Italia, patria o wasteland, terra del devasto e della fuga, culla di migrazioni omeriche e vaneggiamenti beat. Ho percepito così tanta cultura, merito di una ricchissima e bulimica prosa, che è impossibile fare una summa degli autori percepiti nel testo. In questo romanzo si passa da Bufalino a Thomas Mann, da Kerouac a Jünger, ma sempre saldamente ancorati alle "pendici dell'Etna", ultimo other world dal sapore utopico protetto dai custodi dei drammaturghi greci. Così Scardanelli, come un vero siciliota sulla piana d'Imera, difende un'identità di "sicilitudine" grazie a un mix-up platonico-pirandelliano.

https://it.wikipedia.org/wiki/Etna#/media/File:Etna_cima.JPG
La cima dell'Etna. La Sicilia è protagonista del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979. Foto di Andrea Fontanelli, CC BY-SA 3.0

Fa male pensare a questi anni lontani dalla mia generazione, chiamiamola era della morte delle illusioni, lampante dichiarazione di fallimenti politici e individuali, l'era antropologica dei senza qualità di Robert Musil. Riassumere Scardanelli in vacue opinioni lo trovo personalmente limitante, significa raggiungere la luna per recuperare la ragione di Orlando volando su una navicella di carta. Il respiro della prosa di Scardanelli è il punto di forza del romanzo, che potrebbe prendersi il lusso di siglare una non-storia, che invece è ieratica e impervia, pericolosa e affilata così sfrontata da allontanarsi dal panorama italiano.

La "Ricerca" è l'unico romanzo che s'approssima davvero all'esistenza, consciamente ne vive i tempi e l'assoluta precarietà, che pensa e vive la vita come un eterno crepuscolo nel quale è inscritto il nostro dovere conoscitivo che, unico, ci salverà dalla dannazione.

La storia di amicizie che collimano nella totale disillusione politica, questo e  molto altro ci aspetta nel romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979, edito da quella frizzante realtà di Carbonio Editore.

Scardanelli accordo
Foto di Sasin Tipchai

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Rigoletto, scacco al re al Teatro Nuovo di Spoleto

“Necessariamente l’orchestra doveva essere in scena, quindi vedendo che c’era una pedana quadrata, non volevo rinunciare a quella che è la missione del Lirico Sperimentale - ovvero trasformare i cantanti in interpreti - e così ho pensato a una partita a scacchi, anche perché Giuseppe Verdi giocava a scacchi, erano le sue pubbliche relazioni” nell’introdurre allo spettacolo la regista Maria Rosaria Omaggio non lascia adito a dubbi: il Rigoletto che vedremo rappresentato al Teatro Nuovo di Spoleto avrà una scacchiera.

Rigoletto scacchi
Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

 

E così è stato ieri sera, alla prima. Anche avere l’orchestra in scena e non in buca ha destato sorpresa e compiacimento, ma anche qualche difficoltà. “Le distanze sono gigantesche e questo crea dei problemi di assestamento e di ritardo del suono – mi aveva spiegato il direttore d’orchestra Marco Boemi – l’orchestra è sui due lati della scacchiera ed è geniale perché in questo modo tutto quello che nelle recite normali è un corrispettivo solo uditivo, qua vedo tutto il pensiero che c’è dietro”. Si riferisce, ad esempio, al flauto che da simbolo di purezza e candore nelle varie arie canta con Gilda (interpretata a rotazione nelle repliche da Zuzana Jeřábková, Vittoria Magnarello e Yulia Merkudinova), il clarinetto che canta con Rigoletto (il ruolo a rotazione di Luca Bruno, Luca Simonetti e Alan Starovoitov), o quando il violoncello, il contrabbasso e il corno inglese colorano la musica di note scure per dedicarsi alla vendetta, all’inganno e al dolore.

Il COVID-19 ha costretto il Teatro Lirico Sperimentale ad un nuovo allestimento, non più definito da Andrea Stanisci come era in principio ma affidato alla Omaggio che racconta il lavoro svolto con i ragazzi durante le prove, perché potessero sentirsi presenti a sé stessi: “Era molto difficile perché non avrebbero potuto appoggiarsi a un tavolo, non avrebbero potuto bere da un bicchiere vero, non avrebbero avuto una sedia dove sedersi, non avrebbero potuto toccarsi perché dovevano mantenere le distanze e quindi la gestualità diventava ancora più difficile, a cavallo di uno scacco, di un personaggio ma anche nelle relazioni fra loro”. Dopo le prime tre anteprime svoltesi in settimana però ensemble, interpreti e il coro diretto dal maestro Mauro Presazzi, sembrano aver acquisito scioltezza nei movimenti e padronanza del testo. Gli intermezzi di applausi parlano chiaro.

Ma l’idea degli scacchi è casuale? Chiedo, anche perché la partita che si gioca in scena con pedine viventi è reale ed è stata studiata appositamente dagli istruttori della Federazione Scacchistica Italiana. “Mio padre giocava molto bene a scacchi e anche mio fratello, quindi dedico a loro questa idea - risponde la Omaggio con un sorriso, poi riprende – Verdi non era un grande scacchista, ma veniva accolto molto volentieri soprattutto nel salotto della contessa Maffei a Milano”. La passione che il compositore nutriva per gli scacchi sembrerebbe provata in un articolo francese datato 1855 nel quale la polizia aveva redatto un verbale per aver trovato ubriaco nel Café de la Regence di Parigi Alfred De Musset caduto in terra per eccesso d’assenzio “mentre giocava a scacchi con un italiano, tale Giuseppe Verdi”. Passione che sembra dal gioco aver trasposto anche ne La donna è mobile perché, come precisa la regista “la regina degli scacchi può andare in ogni direzione e quindi la donna è mobile in tutti i sensi”.

Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Una capacità di astuzia che tuttavia non le porterà fortuna: l’amore ingenuo che Gilda prova per il Duca (a rotazione con Nicola Di Filippo, Pablo Karaman e Giacomo Leone) subirà la provocazione di Maddalena (Dyana Bovolo, Silvia Alice Gianolla, Magdalena Urbanowicz) e l’inganno di un sicario (Giordano Farina, Ferruccio Finetti) prima di cedere al padre l’ironia e al sé stesso giullare grezzo la disperazione.

Rigoletto scacchi
Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Non solo la partitura ma anche il libretto di Francesco Maria Piave rendono l’opera complessa, a tal punto da dover fare un passo indietro, uno studio interiore sul personaggio e sulla parola. Durante le prove Boemi parla ai ragazzi e per spiegare il concetto porta l’esempio del baritono spagnolo Carlos Álvarez, oggi uno dei Rigoletto di riferimento. “Quando aveva 27 anni il maestro Muti gli chiese di cantare Rigoletto alla Scala e lui gli disse maestro io non lo posso fare: innanzi tutto sono troppo giovane, ma non è tanto il fatto vocale, non posso capire a fondo la psicologia di Rigoletto il personaggio perché non ho figli e perché il concetto del dolore, della sofferenza che ho io non è quello che può avere un padre ultra quarantenne”.

Ma insomma, Verdi cosa ne penserebbe? “Sarebbe contento perché era una persona con delle idee e convinzioni molto radicate, con una sua etica assoluta, ma era molto aperto alle novità sia musicali che sceniche – risponde senza mezzi termini Boemi - La cosa che qui viene fuori è un rispetto pressoché assoluto di tutto quello che lui ha scritto, ma anche in termini di scene lo sarebbe perché sulla scacchiera ogni personaggio è quello che deve essere”.

Il Rigoletto e gli scacchi al Teatro Nuovo di Spoleto

Potrete constatarlo voi stessi nelle repliche di questa sera 19 Settembre, sempre al Teatro Nuovo, alle ore 20.30 e domenica 20 Settembre alle ore 17.

Rigoletto scacchi

Tutte le foto sono di Valentina Tatti Tonni.

Rigoletto scacchi


Spoleto Serva Padrona Pericca Varrone

Stagione Lirica Sperimentale a Spoleto, una tela per servi e padroni

Dubito ergo sum, è da una tela immaginaria che comincia il racconto del maestro Pierfrancesco Borrelli, incontrato a Spoleto durante la settantaquattresima edizione della Stagione Lirica Sperimentale. Insieme al regista e scenografo Andrea Stanisci, per la seconda volta sullo stesso palco, stanno preparando gli Intermezzi del Settecento nelle opere di Pericca e Varrone di Alessandro Scarlatti e de La Serva Padrona di Giovan Battista Pergolesi su libretto di Gennaro Antonio Federico.

 

Spoleto, Pericca e Varrone

“Penso che eseguire questo tipo di repertorio è un fatto molto stimolante perché è un grande lavoro di ricerca e nessuno può pensare di avere la verità assoluta” continua Borrelli che corrisponde a Stanisci lo stesso grado di umiltà e rispetto che anch’egli terrà a sottolineare. “Lui interviene in scena ma non prevarica mai, abbiamo lavorato bene anche per la sua disponibilità; ci capiamo” dirà lo scenografo riferendosi al direttore. Disponibilità e serenità che ha favorito le prove, brevi e rese difficili dalle disposizioni anti-COVID-19. “Mi hanno affidato l’incarico prima che scoppiasse la pandemia, per cui avevo pensato a una messa in scena in cui i due spettacoli, essendo la stessa sera, sarebbero comunque entrati in relazione in qualche modo – mi ha spiegato Stanisci - Con la pandemia è cambiato tutto e ho dovuto cambiare tutto perché principalmente c’è il fatto delle distanze tra gli interpreti, ci sono state difficoltà di allestimento perché avevo previsto cambi di scena in Pericca e cambi di costume ma non ci potevano essere assembramenti in quinta”.

Spoleto, Pericca e Varrone. Dyana Bovolo e Alfred Ciavarella

La necessità trasformata in virtù di fatto non sembra esser dispiaciuto il pubblico che ieri, nella serata della prima, non ha disdegnato qualche risolino di gusto. I due atti unici, l’uno interpretato da Dyana Bovolo e Alfred Ciavarelli (con Diletta Masetti ed Enrico Toschi come due mimi attori) e l’altro di Pergolesi da Zuzana Jeřábková e Tosca Rousseau alternate, Luca Simonetti e di nuovo Enrico Toschi, hanno permesso variazioni minime nel testo e di lavorare al distanziamento in modo diverso grazie alle gag e ai recitativi.

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, La Serva Padrona. Zuzana Jeřábková e Tosca Rousseau alternate con Luca Simonetti

“Quando ci si approccia a La Serva Padrona il primo problema è capire quale testo prendere come riferimento, perché in giro non ci sono manoscritti autografi di Pergolesi ma solamente copie”. Per immergersi nella musica strumentale Borrelli riprende in mano quella tela immaginaria e come fa sulla scena con il suo quintetto d’archi e la cembalista Livia Guarino necessaria per il basso continuo, dirige la partitura con il gesto.

Dopo essere stata rappresentata per la prima volta nel 1733 come intermezzo del Prigionier Superbo, fu eseguita di nuovo solo due anni dopo a Roma con un finale diverso:  “Anziché utilizzare il duetto originario, si è usato il duetto finale del Flaminio (1735) che era un’altra opera di Pergolesi, perché il duetto originario era ritenuto, diciamo, un po' brevino mentre quest’altro era più articolato, più lungo ed era stato molto gradito dal pubblico”.

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, La Serva Padrona. Serpina

Problematica non da poco se sommata al successo che ha sempre ricevuto. “A Venezia durante il carnevale è stata rappresentato tantissime volt, ma addirittura negli anni Quaranta del Settecento è stato eseguito in Francia e in Inghilterra. Una delle esecuzioni più famose è proprio quella del 1752 che a Parigi ha creato la querelle de bouffons” tratteggia il direttore. In quegli anni, intellettuali francesi come Rousseau avevano capito che l’opera buffa avrebbe portato un cambiamento nel modo di vedere e di concepire il teatro borghese. “Pretesti teatrali contro personaggi veri” per dirla con Stanisci.

Sì, Pergolesi segnò una linea di demarcazione tra la musica barocca a cui era ancora evidentemente legato Scarlatti – evidente nella musica spezzata e nel libretto con il susseguirsi di recitativi, duetti e arie – e il concetto di modernità a cui, anche in soli ventisei anni e con gli insegnamenti della scuola napoletana, riuscì a superare. Esempio fra tutti lo Stabat Mater: “Per quanto riguarda la musica sacra,

Alessandro Scarlatti era considerato all’epoca uno dei più grandi compositori e quindi a Napoli venivano rappresentate in occasioni religiose le sue opere. Un classico che veniva rappresentato nel periodo pasquale era lo Stabat Mater, il più famoso era proprio quello di Scarlatti e per dieci anni fu sempre rappresentato – incuriosisce Borrelli - Quando nel 1736 Pergolesi scrisse il suo Stabat Mater fu preferito a quello di Scarlatti perché venne considerato più moderno, di uno stile ormai nuovo rispetto a quello di Scarlatti che era datato e che musicalmente era considerato obsoleto”.

Spoleto Serva Padrona Pericca e Varrone
Spoleto, Pericca e Varrone. Dyana Bovolo

Ma torniamo agli Intermezzi “inusuali” andati in scena a Spoleto, con repliche al Teatro Caio Melisso questa sera, 12 settembre alle ore 21, e domani alle ore 17 quando Serpina diventerà padrona lasciandosi dietro i due servetti buffi (Pericca e Varrone) che, con i costumi di Clelia De Angelis e le luci di Eva Bruno, avranno alzato il sipario. Per non disperderli nei secoli e in platea si noterà il ponte musicale, il distanziamento e il riscatto sociale.

Spoleto Serva Padrona Pericca e Varrone
Spoleto, Pericca e Varrone

Prima dell’avvento dell’editoria l’unico modo per diffondere la musica era copiarla: si trovano allora molti manoscritti de La Serva Padrona e incerta è la paternità di molte altre opere. “Quella a cui io ho fatto più riferimento è una copia manoscritta della metà del Settecento che si trova nella biblioteca del Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, anche se lì non è completamente affidabile perché è già una copia di metà del Settecento che inserisce, oltre all’organico originale, anche due oboi e due corni che in origine appunto non c’erano” svela sulla fonte Borrelli.

E tuttavia, infine, il pubblico si alza in piedi, applaude, grida gioia dai palchi. La gioia nel core dell’ultimo duetto che spegne la luce sul lampadario dismesso.

 

Spoleto Serva Padrona
Spoleto, Pericca e Varrone e La Serva Padrona: applausi finali; in primo piano Pierfrancesco Borrelli

 

Tutte le foto sono di Valentina Tatti Tonni

Spoleto, Pericca e Varrone e La Serva Padrona: applausi finali.

Spoleto Due Mondi fratellanza

Spoleto Due Mondi, giù il sipario nel segno della fratellanza

Giù il sipario della sessantatreesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto: la manifestazione si è conclusa ieri sera nel segno della fratellanza, come ha sapientemente sottolineato il maestro Riccardo Muti riferendosi alla nona Sinfonia di Beethoven e a cui, con la direzione dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini da lui fondata nel 2004, è stato affidato in piazza Duomo il concerto finale.

I movimenti del compositore tedesco, di nuovo celebrato nel duecentocinquantesimo anniversario dalla nascita e dopo che l’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova due giorni prima aveva eseguito Le creature di Prometeo (concerto in forma scenica che abbinava le suggestive creature dello stilista Roberto Capucci, n.d.r.), si trova a fornire il vero significato all’intera edizione.

28/08/2020 - 63a edizione del Festival dei Due Mondi, Piazza Duomo, Le creature di Prometeo. Le creature di Capucci. Foto copyright Kim Mariani

 

28/08/2020 - 63a edizione del Festival dei Due Mondi, Teatro Romano, Maria Callas. Lettere e Memorie. Foto copyright Kim Mariani

Un anno particolare questo, nel quale a causa dell’emergenza sanitaria da COVID-19, fino all’ultimo non era neanche sicuro che il Festival si potesse fare. Per questo Umberto De Augustinis, sindaco della Città e presidente della Fondazione Festival, ha più volte ringraziato il direttore artistico uscente, Giorgio Ferrara, per il coraggio e il sacrificio.

Sebbene questa edizione abbia subito ristrettezze dal punto di vista precauzionale (uso di mascherine, pulizia delle mani, distanziamento sociale), dei posti a sedere ridotti (così come del pubblico anche della stampa), dei prezzi dei biglietti (per i più troppo alti), dei luoghi messi a disposizione (solo due, il Teatro Romano e la piazza del Duomo che all’aperto, potessero garantire sicurezza e permettere a quante più persone di assistere agli spettacoli) e la durata dell’intera kermesse (solo otto serate, seppur con nomi di più richiamo quali Dante, Ferrari, Bellucci e Zingaretti) il bilancio conclusivo non può che essere positivo: la prospettiva che il Festival dovesse saltare un’edizione – cosa mai avvenuta da quando Gian Carlo Menotti lo aveva fondato nel 1958 – per gli avventori era di fatto impensabile.

20/08/2020 63a edizione del Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro Romano, Spettacolo - Concerto da Euripide e Sofocle I Messaggeri regia di Emma Dante, nella foto Elena Borgogni. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF
21/08/2020 63a edizione del Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Piazza Duomo, 3 Monodrammi per attrice, coro femminile e orchestra. Arianna, Fedra, Didone Ovidio – Epistulae Heroidum, musica di Silvia Colasanti; adattamento e traduzione di Rene' de Ceccatty, nella foto il direttore Roberto Abbado, Orchestra Giovanile Italiana International Opera Choir, maestro del coro Gea Garatti con Isabella Ferrari. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF

Il repertorio francese con cui il maestro Daniele Gatti aveva concluso l’edizione dello scorso anno, in questo ha ceduto il passo ad un più formale classicismo (Mozart, Cimarosa e Mercadante) che nel romanticismo (Schubert) ha poi conosciuto la grande opera con Verdi e Bellini (con arie interpretate dalla soprano Rosa Feola) grazie ad un’orchestra che è sempre preghiera e compimento per l’armonia. Ecco perché Riccardo Muti sprona affinché la Chiesa e lo Stato non dimentichino quale “colonna portante” rappresenti per il Paese “la storia della musica”.

23/08/2020 63a edizione del Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro Romano, spettacolo Pianoforte con la pianista Beatrice Rana. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF

Nel fare questo – anche ricalcando il tentativo della pianista Beatrice Rana in concerto solista nella prima settimana del Festival, nella messa in scena dell’Orfeo di Monteverdi che ne aveva inaugurato le gesta, o anche nel termine della trilogia del mito con musiche della Colasanti - con gli applausi finali è stato il maestro Muti, accompagnato da Maria Teresa Venturini Fendi, a dare all’infermiera Elena Pagliarini il premio Carla Fendi 2020 perché con il suo lavoro ha consacrato la sua vita al servizio dell’umanità senza in nessun caso abbandonare il malato (parafrasi dal “Giuramento degli Infermieri” tratto dal testo di Florence Nightingale, ndr.).

19/08/2020 63a edizione del Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Piazza Duomo, prova generale teatro con l'Opera de L'Orfeo, regia del maestro Pier Luigi Pizzi, nella foto il direttore Ottavio Dantone con l' Accademia Bizantina. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF
Spoleto Due Mondi fratellanza
30/08/2020 63a edizione del Festival dei 2 Mondi di Spoleto: un messaggio di fratellanza. Piazza Duomo, Concerto Finale, nella foto il direttore Riccardo Muti, Orchestra Giovanile Luigi Cherubini. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF

Al sacrificio e alla fratellanza si è infine aggiunto l’augurio di un futuro prospero, ieri in una conferenza stampa pomeridiana, della nuova direttrice artistica del Festival dei Due Mondi di Spoleto, Monique Veaute, il cui mandato inizia oggi per cinque anni: tra le anticipazioni quella di voler coinvolgere di più il territorio di Spoleto e di voler far tornare la musica protagonista. Il Festival 2021 che si svolgerà dal 24 giugno all’11 luglio, si prepara dunque ad affrontare nuovi impegni: ”Le tre parole d’ordine saranno novità, rarità e originalità. Spero di essere all’altezza delle aspettative”, ha concluso la Veaute a margine dell’incontro.

 

Spoleto Due Mondi fratellanza
30/08/2020 - Spoleto, Palazzo Comunale, conferenza stampa di presentazione della nuova direttrice artistica del Festival dei Due Mondi Monique Veaute. Da sinistra: Daniela D'Agata del collegio dei revisori dei conti, Dario Pompili vice presidente della Fondazione Festival, Maria Teresa Venturini Fendi, il sindaco Umberto De Augustinis, Monique Veaute e la direttrice amministrativa Paola Macchi. Foto da Ufficio Stampa del Comune di Spoleto.

Le Creature di Prometeo Capucci Ludwig Van Beethoven

Una pantomima per Beethoven

“Quando disegno mi sento distaccato dal mondo e quindi disegno, non ne potrei fare a meno”, si è aperta così la seconda serata dell’ultimo fine settimana della sessantatreesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, con le parole e il cuore dello stilista Roberto Capucci ritratto in un filmato che ieri sera sovrastava il pubblico in piazza Duomo.

Le Creature di Prometeo Capucci Ludwig Van Beethoven
Musica di Ludwig van Beethoven con Le creature di Prometeo - Le creature di Capucci. Photo Maria Laura Antonelli/AGF

Prima che l’orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova, diretta dal maestro Andrea Battistoni, iniziasse a suonare, nel filmato che scorreva ancora si vedevano scene di prove e di sartoria, mentre lo spettatore cominciava ad essere immerso nell’arte di due grandi protagonisti: Ludwig van Beethoven, per festeggiarne i duecentocinquant’anni dalla nascita, e Roberto Capucci che su iniziale storia raccontata nella coreografia di Salvatore Viganò ha avvicinato nella messa in scena due movimenti scenici.

Non essendo presente il compositore, seppur celebrato, il narratore Capucci – applaudito a lungo in platea – ha estrapolato il dramma dalle sue sculture di stoffa. L’epica di Prometeo nel voler raggiugere e strappare agli dei il fuoco è violato dai colori, interpreti cospicui che aderiscono alle pelli dei danzatori. L’identificazione nell’opera 43 di Beethoven e nella più famosa Eroica (sinfonia n. 3) che, tra natura floreale e apparenza è posta sul palco laterale e nelle immagini riflesse sulla facciata del vicino Teatro Caio Melisso, differisce senza alterare l’azione gestuale e musicale.

Le Creature di Prometeo Capucci Ludwig Van Beethoven
Musica di Ludwig van Beethoven con Le creature di Prometeo - Le creature di Capucci. Photo Maria Laura Antonelli/AGF

Beethoven, nel volersi conoscere fuori di sé, riesce a spingere la sua musica ben oltre la quasi sordità che già nel primo Ottocento era per lui un vero dramma. È nella sua vita avversa che lo stilista riconosce il valore delle sue creature, seguendo il mito del titano Prometeo che pur nel combattere per l’umanità sfiderà Zeus per subirne poi le gravi punizioni. Un favore per l’intima battaglia della vita che il compositore tedesco, già per la prima rappresentazione del balletto nel 1801, conosceva bene: la sua opus creativa ne era imperniata totalmente.

Le Creature di Prometeo Capucci Ludwig Van Beethoven
Musica di Ludwig van Beethoven con Le creature di Prometeo - Le creature di Capucci. Photo Maria Laura Antonelli/AGF

Per comprendere il suo animo riporto ciò che egli un anno dopo, a trentadue anni, scrisse ai suoi fratelli:

“La mia sventura mi fa doppiamente soffrire perché mi porta a essere frainteso. Per me non può esservi sollievo nella compagnia degli uomini, non possono esservi conversazioni elevate, né confidenze reciproche. Costretto a vivere completamente solo, posso entrare furtivamente in società solo quando lo richiedono le necessità più impellenti; debbo vivere come un proscritto. Se sto in compagnia vengo sopraffatto da un’ansietà cocente, dalla paura di correre il rischio che si noti il mio stato. (…) quale umiliazione ho provato quando qualcuno, vicino a me, udiva il suono di un flauto in lontananza e io non udivo niente, o udiva il canto di un pastore e ancora io nulla udivo. – Tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita. – La mia arte, soltanto essa mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile abbandonare questo mondo, prima di aver creato tutte quelle opere che sentivo l’imperioso bisogno di comporre; e così ho trascinato avanti questa misera esistenza (…) – Duratura deve essere, io spero, la mia risoluzione di resistere sino alla fine, finché alle Parche inesorabili piacerà spezzare il filo (…) che, almeno dopo la mia morte, il mondo e io possiamo riconciliarci, per quanto è possibile”.

(tratto dal libro a cura di Michele Porzio, Autobiografia di un genio, ed. Piano B 2018, pp. 58-9)

A Spoleto, intanto, le variazioni incluse nell’Eroica anticipavano il plauso finale dove il pubblico, in visibilio per i quindici costumi viventi (i quali bozzetti erano stati da poco esposti nella mostra “Capucci Dionisiaco. Disegni per il teatro” agli Uffizi di Firenze) e per l’impeccabile prassi esecutiva dell’orchestra, era rimasto ispirato dall’epica di questo insolito concerto in forma scenica.

Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Piazza Duomo, prova del Concerto in forma scenica Le Creature di Prometeo / Le Creature di Capucci, musica di Ludwig van Beethoven, costumi originali di Roberto Capucci. Nella foto il direttore Andrea Battistoni, Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova, a cura di Daniele Cipriani. Danzatori ( in ordine di apparizione ): Hal Yamanouchi, Fabio Bacaloni, Davide Bastioni, Filippo Pieroni, Nico Gattullo, Marco Lo Presti, Roberto Lori, Luca Campanella, Giampiero Giarri, Raffaele Iorio, Antonio Cardelli, Flavio Marullo, Riccardo Battaglia, Damiano Ottavio Bigi, Luca Giaccio. Foto di Valentina Tatti Tonni