La storia genetica della popolazione dell’Umbria

La storia genetica della popolazione dell’Umbria, studio dei ricercatori degli Atenei di Perugia, Pavia e Firenze

Un nuovo articolo dal titolo “The mitogenome portrait of Umbria in Central Italy as depicted by contemporary inhabitants and pre-Roman remains” e pubblicato dall’autorevole rivista internazionale “Scientific Reports” ricostruisce per la prima volta la storia genetica della popolazione dell’Umbria. Dall’analisi del DNA di campioni antichi e moderni, i ricercatori delle Università di Perugia, Pavia e Firenze hanno evidenziato molteplici input genetici da parte di diverse popolazioni che nel tempo hanno plasmato il pool genico mitocondriale degli antichi Umbri, compresi flussi genici con l'Europa centrale.

genetica Umbria Umbri DNA antico genoma mitocondriale
Origine dei campioni Umbri analizzati e distribuzione delle principali linee genetiche mitocondriali identificate nei campioni antichi e moderni

Recenti studi di genetica di popolazione hanno evidenziato una straordinaria complessità del patrimonio genetico degli Italiani, molto maggiore di quella che si osserva nel resto d’Europa. In questo contesto i ricercatori hanno voluto affrontare uno studio a livello micro-geografico focalizzando l’attenzione, per la prima volta, sull’Umbria. Situata nel cuore dell’Italia, questa regione ha rappresentato fin dalla preistoria un punto nodale della comunicazione tra il mar Tirreno e il mare Adriatico. Seppur annoveri una delle più antiche popolazioni italiche di cui si abbia traccia, con una identità culturale forte e ben definita, quello degli Umbri rimane ancora un popolo sottovalutato, soprattutto se confrontato con i “vicini” Etruschi e Piceni.

Professori Hovirag Lancioni e Alessandro Achilli

La ricerca è frutto di una collaborazione tra gruppi di ricercatori, coordinati dai Professori Alessandro Achilli (Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “L. Spallanzani”, Università di Pavia) e Hovirag Lancioni (Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie, Università degli Studi di Perugia), a cui hanno contribuito anche genetisti dell’Università di Firenze, di Porto (Portogallo) e i genetisti forensi di Innsbruck (Austria). A sottolineare l’aspetto multidisciplinare della ricerca, va menzionato il prezioso apporto (sia in termini di materiale da analizzare che di conoscenze storiche) di esperti archeologi, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell'Umbria e il contributo degli studenti dell’Istituto Comprensivo Statale Foligno 5 (Perugia) e di tutti i volontari che hanno partecipato alla ricerca.

genetica Umbria Umbri DNA antico genoma mitocondriale
Alcuni reperti ossei rinvenuti nella necropoli di Plestia, Colfiorito, utilizzati per l’analisi del DNA antico

La Prof. Hovirag Lancioni sottolinea come “grazie all’Archeogenetica, una nuova disciplina che associa dati genetici a studi storici e preistorici, i ricercatori hanno messo a confronto i dati genetici di 545 volontari Umbri con quelli ottenuti da 19 reperti ossei umani rinvenuti nella necropoli pre-Romana di Plestia, Colfiorito, risalenti tra il IX e III secolo a. C.” La Dott.ssa Alessandra Modi aggiunge che “dall’analisi diacronica della variazione di sequenza di interi genomi mitocondriali è emerso il quadro genetico della popolazione umbra, come risultato di una lunga e complessa storia di migrazioni e mescolamenti favoriti dalla posizione geografica al centro della penisola Italiana.”

Dottori Irene Cardinali e Marco Rosario Capodiferro

La Dott.ssa Irene Cardinali riassume che i risultati ottenuti indicano che “alcune varianti mitocondriali sono state introdotte nella regione dagli antenati degli Umbri antichi e mantenute fino ai tempi nostri nelle aree più orientali, probabilmente per il loro isolamento geografico. Questi antenati ebbero origine da diverse popolazioni che in tempi diversi raggiunsero l'Umbria a partire dai primi agricoltori neolitici che si diffusero attraverso il Mediterraneo.” Inoltre, precisa il Dott. Marco Rosario Capodiferro, “le successive connessioni risalenti all’età del Bronzo e periodi medievali con gli europei centro-orientali, probabilmente includendo anche alcuni gruppi di nomadi (Yamnaya) dalle steppe pontico-caspiche sono a sostegno dell'ipotesi di un input genetico da nord-est fin da tempi antichi, come confermato anche dall'origine indoeuropea della lingua degli antichi Umbri”.

Conclude il Prof. Alessandro Achilli, dicendo che “il lavoro dimostra ancora una volta come il genoma mitocondriale sia uno strumento indispensabile per analizzare tracce genetiche e riscoprire eventi storici e preistorici che rimarrebbero altrimenti sconosciuti. In particolare, questi risultati genetici rappresentano un primo passo verso la ricostruzione della storia genetica della popolazione dell’Umbria e dei complessi rapporti di interscambio con le popolazioni confinanti (come gli Etruschi e i Piceni prima, e i Romani poi), ma anche con quelle più lontane. Più in generale questo approccio multidisciplinare basato su dati archeologici, storici e genetici rappresenta uno strumento indispensabile per la conoscenza del nostro patrimonio storico-culturale e quindi per la valorizzazione del nostro territorio.”

Alcuni tra gli autori principali delle Università di Perugia e Pavia coinvolti nel lavoro, da sinistra: Hovirag Lancioni, Irene Cardinali, Marco Rosario Capodiferro, Alessandro Achilli

“The mitogenome portrait of Umbria in Central Italy as depicted by contemporary inhabitants and pre-Roman remains”, di Alessandra Modi#, Hovirag Lancioni#, Irene Cardinali#, Marco R. Capodiferro#, Nicola Rambaldi Migliore, Abir Hussein, Christina Strobl, Martin Bodner, Lisa Schnaller, Catarina Xavier, Ermanno Rizzi, Laura Bonomi Ponzi, Stefania Vai, Alessandro Raveane, Bruno Cavadas, Ornella Semino, Antonio Torroni, Anna Olivieri, Martina Lari, Luisa Pereira, Walther Parson, David Caramelli, Alessandro Achilli è pubblicato sulla rivista Scientific Reports 10:10700. doi.org/10.1038/s41598-020-67445-0 www.nature.com/scientificreportsEqual contribution

 

Testo e foto sullo studio della storia genetica della popolazione dell'Umbria dall'Ufficio Stampa dell'Università degli Studi di Perugia


Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink: misteri alchemici tra le pagine della storia

Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink
Misteri alchemici tra le pagine della storia

L'opera di Gustav Meyrink (1868 – 1932) è tornata ultimamente nelle proposte delle case editrici specializzate nelle pubblicazioni più originali e intriganti, dopo una notevole edizione illustrata Hugo Steiner Prag de Il Golem da parte di Tre Editori e quella più anonima della collana Gotica della Skira, che purtroppo non presenta nessun apparato critico o profilo bio-bibliografico. Come ha scritto Cesare Buttaboni in Versacrum, anche le edizioni Theoria hanno proposto un altro lavoro dell'autore austriaco, ovvero La casa dell'alchimista: si tratta di un testo davvero piacevole da leggere. A conti fatti, il famoso scrittore esoterista è ancora un mistero da dipanare e scoprire, nonostante sia stato pubblicato anche da grandi editori come Bompiani e Adelphi. Sicuramente l'operazione portata dignitosamente avanti dalle Edizioni Studio Tesi è un nuovo tassello che si aggiunge agli elementi chiave per godere pienamente dell'opus di Meyrink.

Fabbricanti d'oro di Gustav Meyrink è un testo che va a colmare un'imperdonabile lacuna all'interno del panorama editoriale italiano ed è curato magnificamente sotto ogni aspetto. Il volume è tradotto dall'irriducibile Vittorio Fincati ed è introdotto dalla penna del maestro Gianfranco de Turris, che ripercorre i precedenti esempi dei meyrinkiani Julius Evola e Elémire Zolla, in quanto studiosi ovviamente e non detentori di qualsivoglia ideologia.
Il successo dell'autore è principalmente merito del romanzo Il Golem, ma anche dei testi Il Volto Verde, La Notte di Valpurga (Edizioni Studio Tesi), Il Domenicano Bianco e L'angelo della finestra d'occidente. La vita di Meyrink fu spesso sconquassata dai numerosi lavori intrapresi, dalle variegata passioni e dagli studi più disparati. Fu banchiere, traduttore - oltre che scrittore - e non da ultimo, fervente esoterista. Un episodio chiave della vita dell'autore è narrato nel breve scritto autobiografico Il mio risveglio alla veggenza, dove l'autore confessa di volersi suicidare con un colpo di pistola in seguito a una dolorosa vicenda d'amore, ma all'improvviso un opuscolo libresco scivola sotto la porta e “illumina” Meyrink sulle materie occulte, religiose e misteriche. Al tal punto che rinuncia ai suoi propositi suicidi.

Gustav Meyrink, foto di sconosciuto in pubblico dominio

L'austriaco è uno dei più grandi intellettuali del paese e si contraddistingue per i suoi testi riccamente ornati da tematiche spiritiche, religiose (non meramente cristiane), occulte, esoteriste. Non sono lavori banalmente “fantastici”, volti a incuriosire il lettore generalista del suo tempo per impressionarlo, ma dei veri spaccati che si affacciano sul mondo nascosto sotto il velo dell'ignoranza “realista”. Ovviamente Meyrink può anche essere letto senza voler intraprendere un cammino iniziatico, perché in lui sono connotate una meravigliosa cultura enciclopedica, la capacità di dipingere contesti storico-magici con una lucidità incredibile e la forza di evocare elementi soprannaturali e onirici con sapiente equilibrio. Senza mai eccedere nei cliché o nei meccanismi macchiettistici delle storie di fantasmi o dei gothic novels di serie B.

Pubblicato nel 1925, Fabbricanti d'oro (Goldmachergeschichten) è un testo che propone tre racconti incasellati in precisi momenti storici a cui l'autore dedica parecchio studio: infatti Meyrink si documentò parecchio per scrivere questi gioielli letterari, finora inediti in Italia. L'esposizione dell'austriaco è quindi in equilibrio tra la fiction e la cronica storica, e presenta un gradevole registro, che permette di leggere i suoi racconti come se fossero opere del tutto diverse: l'appassionante e misteriosa storia di un alchimista o la curiosa vicenda storica di un individuo alle prese con bizzarri esperimenti.

Jan Matejko, l'alchimista Sendivogius (1867). Immagine in pubblico dominio

Come si può immaginare, l'ambientazione cinquecentesca e seicentesca delle corti europee è curata con perizia e sagacia e catapulta il lettore nel sofisticato mondo dell'Europa nobiliare, come se fosse una docufiction. Se nei precedenti lavori Gustav Meyrink è molto più restio a descrivere le oscure pratiche alchemiche dei suoi protagonisti, al contrario nei racconti di Laskaris, Sendivogius e Sehfeld è molto più meticoloso e diretto e ci fa capire che il compito degli “adepti” è quello di raggiungere una realtà superiore. La lettura del presente testo non è un invito all'esoterismo, bensì alla riflessione profonda e interiore dell'uomo, una proposta di auto-indagine della verità che vige nei nostri tempi. Del resto è del tutto esatta la frase dell'alchimista Laskaris “La verità è diversa a seconda di chi la guarda” (p. 230). Siamo noi lettori a usare i propri filtri per comprendere cosa si cela dentro di noi, intorno a noi e sopra di noi. Meyrink non fa altro che invitarci a questa riflessione e questo è sicuramente il suo più grande merito.

Fabbricanti oro Gustav Meyrink
La copertina di Fabbricanti d'oro. Storie di alchimisti di Gustav Meyrink, Edizioni Studio Tesi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Hidetoshi Nagasawa – Sotto il cielo e sopra la terra

“Per capire una cultura ce ne vuole sempre un’altra”, dichiara Hidetoshi Nagasawa durante una delle sue ultime interviste. Dall’incontro tra il mondo orientale e quello occidentale apre al pubblico Martedì 10 Dicembre 2019 la mostra Hidetoshi Nagasawa. Sotto il cielo e sopra la terra, curata dalla Direttrice del Polo Museale della Campania, Anna Imponente, e realizzata con Paolo Mascilli Migliorini, direttore del Palazzo Reale, in collaborazione con Fondazione CAMUSAC – Cassino Museo d’Arte Contemporanea di Cassino –  diretta da Bruno Corà, con il prezioso contributo di Ryoma Nagasawa.

Ambasciatore della cultura giapponese, Nagasawa si laurea in Architettura e Design a Tokyo nel 1963, mentre sviluppa un crescente interesse verso il gruppo artistico Gutai, che inizia a frequentare. Terminati gli studi, parte per un viaggio alla scoperta dell’Asia e poi dell’Europa e che lo riporterà in Giappone dopo un anno. Munito solo della sua bicicletta e mosso da un’inguaribile curiosità, Nagasawa arriva in Turchia, dove le note di una sinfonia di Mozart lo attirano verso l’Europa. Nel tentativo di raggiungere l’Austria, patria del famoso compositore, egli si innamora dell’Italia dove arriva e si stabilisce nel 1967.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È qui che ha inizio la sua carriera artistica: conosce e frequenta numerosi talenti, tra cui Fabro, Trotta, Nigro e Castellani, con cui fonderà la “Casa degli Artisti”. Egli s’accosta alla scultura e all’uso dei marmi e dei metalli, materiali tipici della cultura occidentale. La sua opera trasmette la sensazione dell’equilibrio, intesa non solo come stabilità gravitazionale dovuta alla leggerezza delle strutture da lui create, le quali sembrano poggiarsi sul vuoto, ma anche generata dal dialogo tra i materiali occidentali e quelli tipici della cultura nipponica, come carta, legno e pietra.

L’arte nasce dall’incontro tra la razionalità e il “ma”, ovvero il vuoto, la pausa, la distanza che i giapponesi interpongono tra lo spazio e il tempo, tra il vuoto e il pieno. Con lo stesso principio, l’architettura materica e massiccia del Fontana del Palazzo Reale di Napoli, accoglie le sculture quasi sospese di Nagasawa.

Hidetoshi Nagasawa

Il richiamo tra i marmi degli elementi del monumentale palazzo e quelli di “Matteo Ricci”, 2014, composta da otto cilindri in marmo di Carrara e acciaio adagiati a terra, così come il rame inserito nei suoi disegni, posto a ridosso delle enormi vetrate del primo piano, che richiama il rosso dei mattoni delle superfici esterne dell’edificio, sono chiari esempi di un riuscito bilanciamento tra due diversi paesaggi, tra visibile e invisibile, tra due culture distanti non più della pausa tra le parole Napoli – Tokyo.

Hidetoshi Nagasawa

Tutte le foto sono di Sveva Ventre

Hidetoshi Nagasawa


Il premio Nobel e la passione per la prosa

Dopo un anno di silenzio e scandali, l’Accademia svedese torna ad assegnare il premio Nobel per la letteratura, e lo fa per entrambe le annate 2018 e 2019. I nuovi laureati sono rispettivamente la romanziera polacca Olga Tokarczuk e il poliedrico scrittore austriaco Peter Handke.

Al netto dei pianti di rito da parte degli estimatori più accaniti dei soliti sospetti Murakami, Yeoshua e Grossman, la scelta non sconvolge (il nome di Olga Tokarczuk non era ignoto agli scommettitori), ma non si presenta neanche ovvia.

Premio Nobel letteratura prosa Olga Tokarczuk
Olga Tokarczuk. Foto di Martin Kraft (photo.martinkraft.com), CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons

Le motivazioni dell’Accademia:

Olga Tokarczuk “per un'immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l'attraversamento dei confini come forma di vita”.

E Peter Handke “per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell'esperienza umana”.

Premio Nobel letteratura prosa Peter Handke
Peter Handke. Foto Wild + Team Agentur - UNI Salzburg, CC BY-SA 3.0

L’Accademia di Svezia ci regala, con questa doppia scelta, un’importante riflessione sulla letteratura contemporanea, ovvero, oserei dire ancora meglio, sulla prosa contemporanea.

Tokarczuk, che pure ha pubblicato una raccolta di poesie, è principalmente nota per essere la raffinatissima autrice di romanzi (molto classico il suo esordio con Il viaggio del libro-popolo) e soprattutto ‘non-romanzi’, ossia splendidi miscugli di racconti, resoconti e brevi saggi, tra cui il più recente e forse il più famoso fra quelli tradotti in italiano è I Vagabondi, un romanzo frammentario (già vincitore del Booker International Prize nel 2018), composto da 116 piccoli racconti dalla lunghezza variabile, aventi a che fare con viaggi – con l’atto del viaggiare, per essere precisi, non con la permanenza.

Dal canto suo, sebbene Handke abbia scritto anche molta poesia, è per i suoi romanzi, la sua saggistica e la sua prosa teatrale che è famoso in tutto il mondo: stilare una lista di titoli di rilievo sarebbe riduttivo, ma si dovrà quanto meno ricordare il suo testo avanguardistico Insulti al pubblico, in cui, in assenza di trama, il drammaturgo cerca di imbarazzare gli spettatori, coinvolgendoli e spaventandoli. Decisamente più tradizionale è il romanzo La donna mancina, da cui, essendo Handke anche sceneggiatore (la sua penna ha significativamente collaborato a Il cielo sopra Berlino), ha curato la trasposizione cinematografica.

Questa nuova coppia di eletti nell’olimpo della letteratura mondiale si inserisce bene in una tacita tendenza dell’accademia svedese a prediligere la prosa – e, spesso, il romanzo, in particolare – alla poesia.
Se guardiamo agli ultimi vent’anni di assegnazione del prestigioso premio, ben pochi sono i poeti, o in generale i non prosatori, giusto per voler includere l’alquanto infelice e quasi imbarazzante caso di Bob Dylan nel 2016, un errore di percorso, forse, se – non solo evidentemente sopravvalutato dall’accademia – mancò anche di mostrare riconoscenza e, pur accettando il premio (ovverosia, il denaro), non presenziò alla cerimonia di assegnazione trincerandosi dietro una becera scusa. Ma torno al punto cruciale: se si eccettuano Dylan nel 2016, Tranströmer nel 2011, e, volendo, anche Pinter nel 2005, è almeno dal 1998 – ma si può andare ancora indietro – che la prosa (spesso, spessissimo, il romanzo) domina in modo preponderante sulla poesia. Eppure, stando alle statistiche, non sembra che nel mondo si sia a corto di poeti.

A questo punto, per concludere questi brevi rallegramenti per la felice ed elegante scelta per questi 2018 e 2019, non possiamo che augurarci molti altri anni di buona letteratura, ma forse anche e soprattutto di buona poesia!

Foto lil_foot_ da Pixabay 

Austria: una protesi del sesto secolo da Hemmaberg

14 Dicembre 2015 - 12 Gennaio 2016
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Una rara protesi del sesto secolo d. C. è stata scoperta nel sito di Hemmaberg, vicino al villaggio austriaco di Globasnitz, nella Carinzia meridionale.
Il ritrovamento è avvenuto per una tomba che ha anche fornito reperti come una spilla pennanulare e uno scramasax (arnese da taglio di origine germanica). La tomba, scoperta nel 2009, era occupata da un uomo, di età compresa tra i 35 e i 50 anni, a cui mancava il piede sinistro e parte di tibia e fibula. Gli archeologi hanno qui verificato l'esistenza della protesi, composta da parti in ferro e materiali organici, questi ultimi però sopravvissuti solo in parte nei resti in legno. La tomba dell'uomo, di alto rango, era in un cimitero franco vicino una chiesa.
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Le protesi non sono un ritrovamento usuale, e però se ne parla persino in alcuni testi dell'antichità, in Erodoto e Plinio. Le prove archeologiche sono assai più deboli, anche se un esemplare eccezionale ci viene dalla mummia di Tabaketenmut.
L'analisi dello scheletro sarà sul numero di Marzo della rivista International Journal of Paleopathology.
Link: The History Blog; Forbes; Daily Mail; Atlas Obscura; Archaeology News Network via AFP.
Vista di Hemmaberg, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Griensteidl.
La Carinzia, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS - File:Austria location map.svg by Lencer).
 
 


Austria: sifilide congenita prima di Colombo?

19 Novembre 2015
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Fino a questo momento, una delle teorie principali sulla sifilide (Treponema pallidum) la vede portata nel Vecchio Mondo a seguito del viaggio di Cristoforo Colombo nelle Americhe. È invece oggetto di discussione il fatto che potesse essere presente in altri luoghi diversi dalle Americhe, prima di allora.
Un nuovo studio porterebbe ora le prove di un caso probabile di sifilide congenita, sulla base di sintomi ritrovati in resti umani datati tra il 1320 e il 1390 d. C., e provenienti da scavi nella piazza della cattedrale a St. Pölten, in Austria. La sifilide infatti si trasmette anche dalla madre al feto, e gli studiosi ne hanno ritrovato i segni caratteristici nei denti in un individuo non ancora adulto. Si attendono ora ulteriori conferme dalle analisi.
Negli scavi presso la piazza della Cattedrale di St. Pölten si sono finora dissotterrati novemila scheletri, risalenti fino al nono secolo d. C. Per la grande quantità dei resti, si tratta di un sito unico in Europa.
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Austria: attività minerarie dell'Età del Bronzo a Montafon

9 - 10 Novembre 2015
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Le attività minerarie sulle Alpi sarebbero molto più antiche di quanto finora ritenuto, e risalirebbero all'Età del Bronzo. La ricerca, che è ora un libro, ha avuto luogo nell'area di Montafon (e in particolare presso Bartholomäberg), nello stato austriaco più occidentale: Vorarlberg.
Si tratta di una delle attività minerarie più antiche in area montagnosa, per l'Europa.
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Archeozoologia al Tempio di Artemide presso Efeso

28 Agosto 2015
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Il Tempio di Artemide ad Efeso era una delle Sette Meraviglie del Mondo Antico. Da sempre oggetto di interesse degli archeologi, è recentemente divenuta luogo di lavoro anche per l'archeozoologia, visto il gran numero di animali che venivano lì sacrificati.
Ossa e conchiglie ci danno informazioni non solo su riti e società, ma pure su quali animali vivessero a quell'epoca: il pesce noto come Sander, ad esempio, non è più presente nell'area.
Link: Past Horizons
Il sito del Tempio di Artemide ad Efeso, oggi, foto di Adam Carr (at the English language Wikipedia), da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Nuno Tavares.
 


Germania, Neolitico: il terribile massacro di Schöneck-Kilianstädten

17 - 18 Agosto 2015
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Nell'Europa Centrale del Neolitico i conflitti erano molto più violenti e brutali di quanto si potesse ritenere. Queste le conclusioni alle quali è giunto un nuovo studio, in considerazione di quanto presente in alcuni siti della Cultura della ceramica lineare (abbreviata in LBK, da Linearbandkeramik).
Si tratta dei siti degli antichi massacri di Asparn/Schletz, in Austria, Talheim in Germania, a cui si è fatto riferimento in passato per ipotesi riguardanti una crisi finale della suddetta Cultura; in particolare, lo studio prende però in esame il sito di Schöneck-Kilianstädten, 20 km a nord est di Francoforte. Qui vi sarebbero prove conclusive e incontestabili in merito.
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Polonia: le cantine al di sotto della piazza di Muszyna

10 Agosto 2015

Gli archeologi scavano nelle misteriose cantine al di sotto della piazza del paese di Muszyna

Foto: Fotolia
Foto da Fotolia

Gli archaeologi scavano nelle misteriose cantine  al di sotto del mercato del paese reso celebre dalla sua spa - Muszyna (nel Voivodato della Piccola Polonia). Le cantine, come l'intera città, appartenevano ai vescovi di Cracovia ed erano probabilmente utilizzati per immagazzinare vini importati dall'Ungheria.
I ricercatori contano su ritrovamenti di valore, che arricchirebbero la collezione del Museo Regionale dello Stato di Muszyna, ed espanderebbero la conoscenza degli storici. "Non dobbiamo dimenticare che Muszyna è una città con un'eredità medievale. La piazza del paese di Muszyna nasconde molti segreti. Sembra che i nostri ritrovamenti saranno significativi almeno per la regione" - ha spiegato a PAP l'archeologo Artur Ginter della società Sekcja Archeo, che conduce gli scavi.
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