Storiæ, archeologia e narrazioni: conclusasi l'edizione 2021 della manifestazione

STORIÆ - ARCHEOLOGIA E NARRAZIONI 2021

Storiae archeologia e narrazioni 2021

Si è conclusa lo scorso 5 settembre la terza edizione di STORIÆ, archeologia e narrazioni, il festival tematico promosso dal Ceic Istituto di Studi Storici e Antropologici. Un’edizione contraddistinta da un ottimo riscontro in termini di pubblico e di critica. La manifestazione, suddivisa in sette sezioni, ha ospitato conferenze, visite guidate, incontri, presentazioni di librI e laboratori che hanno coinvolto in attività applicative anche quel pubblico infantile solitamente estraniato da questo tipo di  proposte culturali. Alessandra Vuoso, coordinatrice del festival,  tira così le fila dei sette giorni di eventi:

“Il Festival si prefiggeva di raggiungere un pubblico variegato, attraverso un’ampia scelta di esperienze e di proposte, e sono entusiasta della risposta ricevuta. La cosa che più mi ha colpito, in positivo, è stata la buona presenza di giovani, aspetto per me molto significativo perché la valorizzazione della memoria storica e del passato è fondamentale per le giovani generazioni e il loro futuro."

Asse portante della rassegna sono stati gli ambiti tematici del rapporto fra le isole e la storia universale, un tema appartenuto alla storiografia dell'ultima parte del secolo scorso e che da qualche tempo è tornato all'attenzione di ricercatori e studiosi. L'itinerario esplorativo ha incluso tanto Creta quanto Sant'Elena (una delle tre isole che hanno cadenzato la vita di Napoleone), o Vivara (descritta nei suoi aspetti archeologici, naturalistici, geologici che ne hanno sottolineato l'unicità e l'importanza storico-ambientale) e, ovviamente, anche Ischia. La storia dell'antica isola di Pithecusa (o Pitchecusæ) è stata narrata nel corso di svariate visite a siti storici e paesaggistici, centri antichi e musei da guide turistiche professionali dell'isola. Negli intenti del festival anche la creazione di una rete territoriale di enti e organismi sociali operanti nel settore culturale e del volontariato. STORIÆ, archeologia e narrazioni ha così intessuto rapporti e convenzioni collaborative con A.i.Parc. l'associazione nazionale dei parchi culturali, con il neo-festival foriano di "InChiostro", con l'Istituto Europeo del Restauro e con istituzioni come i comuni di Ischia e Lacco Ameno, l'Area Marina Protetta, il Liceo Statale "Ischia", per citarne alcuni.

Lungo il tracciato dell'approfondimento e del divertimento culturale, sono stati proposti eventi intensamente partecipati, come il contest rivolto ai giovani artisti grafici (che hanno lavorato sul tema di una auspicata e rinata socialità) o come l'archeocucina antico-romana interpretata dallo chef Giancarlo Lo Giudice a chiusura della manifestazione.

Entusiasti dell'esperienza ischitana anche gli ospiti illustri che hanno animato il festival, come Paolo Giulierini (direttore del Museo archeologico nazionale di Napoli), Giuseppe Caridi (storico dell'Università di Messina), Tsao Cevoli (archeologo e giornalista), Laura Del Verme (archeologa e museografa), Lucia Borrelli (direttrice del Museo di antropologia di Napoli), Luigi Mascilli Migliorini (noto storico dell'età moderna dell'Università L'Orientale di Napoli) e vari altri ricercatori, scrittori, studiosi, divulgatori.

Comunicato per l'edizione 2021 della manifestazione dall'Ufficio Stampa Festival STORIÆ, archeologia e narrazioni


Al via la terza edizione di Storiæ, archeologia e narrazioni

Le Storiæ che ritornano

Al via la terza edizione di Storiæ, archeologia e narrazioni

terza edizione di Storiæ archeologia e narrazioni

La storia torna a essere protagonista della scena culturale dell'isola d'Ischia con la terza edizione del festival “Storiæ, archeologia e narrazioni” (che sostituisce la precedente denominazione di “Arkeostoriæ”), che si svolgerà a Ischia dal 29 agosto al 5 settembre prossimi.
Un programma strutturato in sette sezioni, fitto di incontri, conferenze, presentazioni di libri, tavole rotonde, mostre, visite guidate, laboratori, spettacoli daranno vita ad un Prologo dell’iniziativa che nel mese successivo si dovrebbe consolidare in un'altra serie di interessanti e compositi eventi.

"Il soggetto resterà la Storia nelle sue varie articolazioni, angolazioni, letture e interpretazioni multidisciplinari e, soprattutto, nei suoi diversi protagonismi e nelle sue svariate soggettività",

chiarisce l'archeologa Alessandra Vuoso, ideatrice e coordinatrice del festival promosso dal CEiC - Centro etnografico campano/Istituto di studi storici e antropologici, ente culturale riconosciuto dalla Regione e ONG consulente dell'UNESCO per il patrimonio culturale immateriale.

terza edizione di Storiæ archeologia e narrazioni storiae archeologia e narrrazioni

Come suggerisce il dittongo lasciato nella denominazione del festival, la Storia delle storiografie, quella dei trattati, delle battaglie e delle decisioni dei potenti viene integrata dalla pluralità delle Storie che affollano le memorie della gente comune e delle comunità periferiche.

Sono storie molteplici, spesso tramandate in forma di racconti e di rappresentazioni. Una ricchezza di fonti e di motivi inesauribili, che intendono riproporre la Storia come patrimonio comune al quale riferirsi come una risorsa per il nostro futuro. Un festival, dunque, che racconta e legge il passato come materia utile al divenire di tutti noi.

Si tratta di un messaggio indirizzato soprattutto a quella significativa minoranza di giovani che intrattenendo con la storia (in specie con la materia scolastica) un cattivo rapporto restano impigliati in quelle crisi identitarie che li costringono a vivere in un eterno presente: senza storia e senza futuro. Il contributo che il Festival intende offrire su questi piani operativi, grazie anche alla collaborazione che vorrà offrire l’Istituzione scolastica, resta prioritaria.

 

Foto di Nico Meluziis

Nel programma di Storiæ, archeologia e narrazioni sono ben presenti iniziative rivolte ai giovani e ai bambini con laboratori, workshop, spettacoli, visite guidate, presentazioni di libri per ragazzi come “Le isole sorelle” di Carolina e Michela Malgieri, una “storia del magico incontro fra l’uomo e la natura” ambientata nelle isole di Ischia e Procida.

Centrale è anche il laboratorio "Disegnare la storia" tenuto dal disegnatore Michele d'Ambra sull'illustrazione dei testi, workshop che prende le mosse dal contest di illustrazione lanciato lo scorso mese di luglio e che ha visto il lavoro grafico di Paolina Di Costanzo vincere il concorso (sul tema Ogni uomo non è un'isola) davanti a Giusi Acunzo e Rosaria Di Costanzo, concorrenti premiati alla giuria guidata dal gallerista Massino Ielasi e composta da Michele d'Ambra e dal grafico Luciano Striani. Sempre ai bambini sono riservati i laboratori sul museo di Pithecusa (propedeutico al workshop di illustrazione storica) e quello percettivo sul mare della biologa Stefania Napoleone (2 settembre, ore 18 a Ischia Ponte).

La mostra curata dall'Istituto Europeo del Restauro diretto da Teo Auricchio, documenta il restauro di alcuni sarcofagi e illustra anche il prezioso contributo che la pratica scientifica e culturale del restauro apporta all'interpretazione storica e alla fruizione artistica dei beni storico-archeologici.

Il ruolo svolto dalle isole (minori) nella Storia è il tema dominante di questa edizione del Festival, le cui trame di incontri e di approfondimenti con studiosi e ricercatori hanno lo scopo di contribuire ad esplorare territori storici poco conosciuti.

Nella sezione "Le isole e la storia" vanno segnalati gli incontri con Paolo Giulierini (noto direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ore 19 del 30 agosto all'ex Carcere di Ischia), quello con il famoso storico dell’età moderna Luigi Mascilli Migliorini (parlerà delle isole di Napoleone, alle ore 17,30 del 1 settembre sempre all’ex Carcere di Ischia). le conferenze webinar dell'archeologa subacquea Alessandra Benini (archeologia delle piccole isole del Tirreno, lunedì 30 agosto alle 17 sulla pagina dedicata di facebook) e dello studioso di storia nordica Gianni Glinni (La straordinaria isola di Saarema, alle 20,30 di mercoledì 1 settembre). Di grande interesse anche la tavola rotonda pluridisciplinare dedicata agli aspetti archeologici, geologici, naturalistici dell'isola di Vivara, oasi naturalistica dello Stato da qualche decennio. Il 31 agosto, nel giardino della Torre del Mulino a Ischia ponte, alle 19:00 ne parleranno il naturalista botanico Michele Scotto di Cesare, il naturalista Davide Zeccolella, l'entomologo Costantino D'Antonio, la biologa marina Alice Mirasole, l'archeologa Monica Scotto di Covella coordinati da Denis Trani in questo evento promosso con la collaborazione dell'Area Marina Protetta di Ischia e Procida.

All’interno del programma di STORIÆ, archeologia e narrazioni, la sezione “Charta Canta” presenta le opere editoriali di carattere storico pubblicate da case editrici e da istituti di ricerca. Intorno ai libri di recente uscita si confrontano scrittori e giornalisti, saggisti e storici come il direttore dell’Istituto internazionale di studi pompeiani Umberto Pappalardo (che parlerà del suo libro dedicato a Schliemann a Napoli, edito da Francesco D’Amato editore) o come l’archeologa Laura Del Verme, autrice di un piacevolissimo saggio sulle professioni di cucina nell’antica Roma, evento accompagnato dalle interpretazioni in chiave contemporanea di alcune ricette antico-romane elaborate dal noto chef Giancarlo Lo Giudice (domenica 5 settembre alle ore 20:30 nel giardino del Mulino a Ischia).

Il romanzo storico di Mariano Rizzo (Terra d'ombra) dedicato alla figura del pittore tardocinquecentesco Finoglio, verrà presentato nell'antico chiostro di Forio da Marileda Maggi, esperta di comunicazione che terrà anche una interessante conferenza webinar sulla "sonorità dello storytelling" (diretta facebook alle 15:30 di domenica 5 settembre).

Uno spazio è anche riservato all’approfondimento dei temi legati ad alcuni importanti anniversari che ricorrono quest’anno, con ospiti che raccontano e riflettono criticamente su fatti e personaggi. Segnaliamo l’appuntamento con gli archeologi Tsao Cevoli e Lidia Vignola, che parleranno del Partenone e del mito delle isole greche in occasione dell’anniversario dell’indipendenza della Grecia (1821) il 4 settembre alle 17:30 alla Torre del Mulino.

Altra interessante novità di questa terza edizione del festival è che in questo Prologo vi sono eventi organizzati in collaborazione o in partenariato con altre associazioni (come A.I.Par.C. associazione italiana dei parchi culturali) e manifestazioni come il festival Forio InChiostro, che si svolgerà a Forio in settembre.

Di non secondaria importanza è la sezione "Gli Spazi della Storia", dove sono proposti diversi percorsi in vari luoghi dell'Isola alla riscoperta del passato, percorsi commentati da guide turistiche ed escursionistiche professioniste.

"Sono visite guidate utili alla riscoperta del contatto diretto con la storia e con le sue testimonianze, con quei luoghi più significativi dell'Isola che rappresentano il patrimonio culturale locale e che rinnovano la vivezza della nostra memoria storica", sottolinea la coordinatrice del festival Alessandra Vuoso.

Ogni giorno è possibile prendere parte gratuitamente a visite guidate nei centri storici di Ischia e di Forio, al museo di Pithecusa, al Castello Aragonese o al Monte Epomeo, in una originale ascesa accompagnata da soste musicali (il 4 settembre alle 17:00, meeting point nella piazza di Serrara-Fontana).

Va segnalato anche che sabato 4 settembre sarà possibile visitare la parte più antica di Villa Rosica a Ischia, la villa dove i fratelli Colucci ospitarono Visconti, Eduardo De Filippo e, si racconta, probabilmente anche Picasso.

Non mancano nel programma gli eventi che concretizzano lo spirito seriamente giocoso con cui la storia può essere interpretata, documentata, narrata.

Riproposti in una cantina di Buonopane ('U Sciliatur') da Denis Trani e Agostino Iacono nel corso di una "tavolata", saranno le storie e i canti che nelle cantine e secondo gli orditi della espressività tradizionale si scambiavano i gruppi conviviali in epoca pre-turistica.

Anche questa, una parte poco nota di una Storia che vuole essere sempre più inclusiva.

Il programma dettagliato potrà essere consultato sul sito www.festivalstaoriae.it e sulle pagine Facebook del Festival STORIÆ e del Centro etnografico campano.

 

IL PROGRAMMA DI

Storiæ, archeologia e narrazioni - terza edizione

Promosso dal CEiC - Istituto di studi storici e antropologici
con il patrocinio dei comuni di Ischia e Lacco Ameno

Storiæ, archeologia e narrazioni
Prologo

Ischia, 29 agosto - 5 settembre 2021

Domenica 29 agosto

Eventi / ore 18:00 / Ischia, Torre del Mulino - sala della Cappella

Ogni uomo NON è un'isola. Contest di illustrazione
Inaugurazione della mostra e consegna dei premi agli artisti

Eventi / ore 19:00 / Ischia, Torre del Mulino - Sala grande

Il restauro e la storia: i sarcofagi egizi
Mostra documentaria a cura dell'Istituto Europeo del Restauro
Presentazione di Teo AURICCHIO (Presidente dell' I.E.R.)

Le mostre potranno essere visitate gratuitamente nel corso del festival tutti i giorni dalle ore 17,00 alle ore 21,00

Lunedì 30 agosto

Gli spazi della storia / ore 11:00 / Ischia, corso V. Colonna, 160 / fino al 4 settembre
Tra cronaca e storia
Emeroteca della Fondazione Premio Ischia
Visite gratuite su prenotazione: [email protected]

Le isole e la storia / ore 17:00 / diretta Facebook

Archeologia delle piccole isole del Tirreno
Incontro webinar con Alessandra BENINI (archeologa subacquea)

Gli spazi della storia / ore 17:30

Visita guidata al Castello Aragonese*
a cura di Paolo DE PALMA (guida turistica)
Meeting point: Biglietteria del Castello
il biglietto d'ingresso al Castello è di dodici euro. La visita guidata è gratuita.

Le isole e la storia / ore 19:00 / Ischia, Giardino della Torre del Mulino

Stupor Mundi. Il Mediterraneo in trenta oggetti.
Incontro con Paolo GIULIERINI (Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

Martedì 31 agosto

Laboratori di storiæ / ore 11:00 / Lacco Ameno, Museo di Pithecusa Villa Arbusto
I bambini a Pithecusa
Il museo narrato per bambini e ragazzi*
La partecipazione è consigliata per quanti prenderanno parte al Workshop di illustrazione di M. D'Ambra

Le isole e la storia / ore 19:00 / Ischia, Giardino della Torre del Mulino

Vivara: oasi naturalistica e archeologica
Tavola rotonda con: Michele SCOTTO DI CARMINE (naturalista botanico), Davide ZECCOLELLA
(naturalista, collaboratore AMP), Costantino D'ANTONIO (entomologo, delegato LIPU Ischia e
Procida) e Alice MIRASOLE (biologa marina), Monica SCOTTO DI COVELLA (archeologa).
Evento in collaborazione con l'Area Marina Protetta di Ischia e Procida

Mercoledì 1 settembre

Laboratori di storiæ / ore 11:00 / Ischia, Villa Panoramica / dall'1 al 3 settembre

Disegnare la storia. Workshop di illustrazione*
a cura di Michele D'AMBRA (disegnatore)

Gli spazi della storia / ore 18:00

Visita guidata dal Porto d'Ischia al borgo di Sant'Alessandro*
a cura di Stefania NAPOLEONE (guida turistica)
Meeting point: ingresso Chiesa di Portosalvo

Le isole e la storia / ore 17:30 / Ischia, Giardino della Torre del Mulino

Napoleone e le sue isole
incontro con Luigi MASCILLI MIGLIORINI (Ordinario di Storia Moderna all'Università L'Orientale di
Napoli)

Le isole e la storia / ore 20:30 / diretta Facebook

La straordinaria isola di Saarema
Incontro webinar con Gianni GLINNI (Centro studi Paesi Baltici)

Giovedì 2 settembre

Gli spazi della storia / ore 10:00
Visita guidata nel centro storico di Forio*
a cura di Ilaria DI MEGLIO (guida turistica)
Meeting point: chiesa del Soccorso, Forio

Laboratori di storiæ / ore 18:00 / Ischia Ponte

Sa di mare. Laboratorio percettivo sul mare*
Laboratorio per bambini e ragazzi a cura di Stefania Napoleone
Meeting point: ingresso Bar Cocò, Ischia Ponte

Le isole e la storia / ore 17:30 / Ischia, Biblioteca Antoniana, Rampe s. Antonio 5

Le isole sorelle. Storia del magico incontro fra l'uomo e la natura
Conversazione con le scrittrici Carolina e Michela MALGIERI
Evento in partenariato con la Biblioteca Comunale Antoniana.

Le voci della storia / ore 21:00 / Cantina 'U Sciliatur, Toccaneto v. A. Migliaccio n.151 - Barano
d'Ischia

Storiæ di cantina.
Enogastronomia, storie e canti
di Denis TRANI. Con Agostino IACONO
Prenotazioni : [email protected] oppure cell. 342 622 6910 (menù fisso euro 25)

Venerdì 3 settembre

Gli spazi della storia / ore 17:00

Hiking al tramonto: sentiero della Bocca di Tifeo, Forio*
a cura di Marianna POLVERINO (guida escursionistica)
Meeting point: campo sportivo di Panza, Forio

Le isole e la storia / ore 18:30 / Ischia, Biblioteca Antoniana

Gli Aragonesi di Napoli. Una grande dinastia del Sud.
Incontro con Giuseppe CARIDI (Ordinario di Storia moderna all'Università di Messina)
Evento promosso dall'Associazione Italiana Parchi Culturali - A.I.Par.C. Ischia

Gli spazi della storia / ore 21:00 / Forio, Chiostro del convento di s. Francesco

Quello che passa il convento - cena spettacolo
Con la Compagnia Artesìa
Spettacolo scritto da Corrado VISONE e diretto da Pierpaolo MANDL
Evento in partenariato con il Festival Forio InChiostro.
Ingresso gratuito su prenotazione: cell. 3477569844

Sabato 4 settembre

Gli spazi della storia / ore 10:30 / Lacco Ameno, Museo di Pithecusa Villa Arbusto

Visita al Museo di Pithecusa*
a cura di Alessandro LUCIANO (guida turistica, archeologo)
In collaborazione e con il patrocinio del Comune di Lacco Ameno
a seguire

Charta Canta / ore 11:30 / Lacco Ameno, Terrazza di Villa Arbusto

Storie del MANN. I capolavori si raccontano. Guida letteraria.
Incontro con l'autore Alessandro LUCIANO
Gli spazi della storia / ore 17:00
Percorso musicato verso la cima del monte Epomeo *
a cura di Denis TRANI (guida escursionistica)
Meeting point: piazza di Fontana, Serrara-Fontana.

Anniversari / ore 17:30 / Ischia, Giardino della Torre del Mulino

Dal Partenone alle isole del mito
conferenza di Tsao CEVOLI (archeologo e giornalista / SIMERA LAB)
con la partecipazione di Lidia VIGNOLA (archeologa e scrittrice / SIMERA LAB)

Charta Canta / ore 19:00 / Ischia, Terrazza di Villa Rosica a Punta Molino

Schliemann a Napoli
Incontro con Umberto PAPPALARDO (direttore del Centro Internazionale di Studi Pompeiani)

Domenica 5 settembre

Gli spazi della storia / ore 10:30

Visita guidata al centro storico di Ischia Ponte*
a cura di Giovanna FERRANDINO (guida turistica)
Meeting point: ingresso Bar Cocò, Ischia Ponte

Le voci della storia / ore 15:30 / diretta Facebook

La sinfonia narrativa delle parole. Evoluzione e utilizzo delle sonorità universali nello storytelling dall'antichità
all'era contemporanea.
incontro webinar con Marileda MAGGI (Voice-over artist)

Charta Canta / ore 18:00 / Forio, Chiostro del convento di s. Francesco

Terra d'ombra
Romanzo storico. Il pittore Paolo Finoglio nella Napoli del XVII sec.
Incontro con Mariano Rizzo (archivista e scrittore)
Con l'Autore dialoga Marileda MAGGI (Voice-over artist)
Evento in partenariato con il Festival Forio InChiostro

Charta Canta / ore 20:30 / Ischia, Giardino della Torre del Mulino

Coco Optimo. Cuochi, briganti e brigate di cucina nell' antica Roma
Incontro con Laura DEL VERME (archeologa e scrittrice)
Percorsi gastronomici di cucina antico-romana
proposti dallo chef Giancarlo LO GIUDICE
______________________________________________________
* La visita guidata (o la partecipazione all'evento) è gratuita e va prenotata, fino a esaurimento, scrivendo a: [email protected] o alla
pagina Facebook @festivalstoriae
Il programma potrà subire variazioni che saranno comunicate tramite la stampa cittadina, i canali
social e il sito web del festival.

Storiæ, archeologia e narrazioni
È promosso dal CEiC Istituto di studi storici e Antropologici - Ischia
ONG Ich UNESCO

Facebook: @festivalstoriae
www.festivalstoriae.it

Testo dall'Ufficio Stampa STORIÆ, archeologia e narrazioni


Cales, antica e fiorente città sulla via Latina

Cales, antica e fiorente città sulla via Latina

Articolo a cura di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Cales
Figura 1. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Negli ultimi anni nuove scoperte in ambito archeologico hanno ampliato la conoscenza del sito preromano di Cales, sicuramente uno dei più importanti della Campania Felix, ancora poco esplorato però nella sua fase protostorica. Cales è attribuita dalle fonti letterarie antiche al popolo degli Ausoni, oppure degli Aurunci se si tiene conto dell’ambito geografico, che occuparono tra l’età del bronzo e la prima età del ferro una vasta zona compresa tra il basso Lazio e la Campania settentrionale.

Differentemente dalle sorti di altri antichi centri come Teanum Sidicinum, Allifae e Capua, la storia di Cales, ubicata all’interno del comune dell’attuale Calvi Risorta, non è stata celata da una successiva stratificazione urbana, circostanza rara e sorprendente che rende l’antica conurbazione ancora oggi nitidamente discernibile dall’ambiente circostante. L'antica colonia latina di Cales, con la quale nel 334 a.C. l'Urbe pose un primo caposaldo in Campania, fu fondata in un'area fortemente strategica che garantiva un saldo controllo della rete viaria che legava Roma e il Lazio meridionale alla città di Capua, collegamento già attestato in età pre-romana, secondo le linee di un percorso, denominato prima "Via Latina" e poi conosciuto come "Casilina", che ancora oggi percorre la valle del Sacco e del Liri fino ad attraversare alcune zone suggestive dell'alto Casertano e a ricongiungersi con la via Appia, presso Pastorano.

Infatti, la particolare conformazione morfologica dell'area ha influenzato la progettazione e la realizzazione dei nuovi assi viari che, ricalcando in parte gli antichi percorsi, hanno comportato “brutali” stravolgimenti nell'area urbana di Cales: ad esempio, solo nei tempi più recenti, la costruzione della moderna autostrada del Sole e alcuni interventi legati all’ampliamento di quest’ultima hanno tagliato in due la città antica, frantumandone definitivamente la compattezza e determinando così la distruzione e la conseguente perdita di non pochi monumenti. Ma Cales è stata vittima di reiterate vessazioni e nefandezze anche nell’Ottocento, a causa delle azioni predatorie che ancora oggi tormentano il sito archeologico.

Cales
Figura 2. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Principale oggetto di interesse sia dei tombaroli che, per fortuna, delle soprintendenze sono state soprattutto le necropoli preromane, corredate naturalmente di preziosi materiali votivi e scultorei. Le necropoli situate nelle zone del Migliaro, dove sono state rinvenute numerose sepolture a fossa terragna, oltre alle tombe a cassa di tufo puntualmente trafugate da famelici tombaroli. Le tombe emerse erano tutte ad inumazione, segnalate in alcuni casi da segnacoli in pietra calcarea o da recipienti ad impasto grezzo, spesso andati perduti a causa degli scavatori clandestini e dei lavori agricoli invasivi. Le sepolture presumibilmente celavano degli ampi corredi funerari, che annoveravano armi e vasi dalla pregevole fattura, collocati generalmente ai piedi, sul corpo o accanto alla testa del defunto.

Naturalmente il valore degli oggetti tombali era strettamente legato alla posizione sociale del soggetto inumato e, purtroppo, la maggior parte dei reperti più importanti risulta perduta a causa dei reiterati furti che hanno interessato l’area sepolcrale. In ogni caso, seppur mutilo e privato di resti significativi e paradigmatici, lo studio approfondito del contesto funerario ha offerto la possibilità di rilevare delle connessioni culturali tra gli Ausoni e il mondo medio-adriatico, attraverso la probabile intercessione della civiltà sannitica, giunta nell’area calena tra il VII ed il VI secolo a. C. La comunità di Cales, guidata da una classe dirigente intraprendente, appariva dunque socialmente variegata, intessendo contatti con popoli differenti, tra i quali gli etruschi, i greci e gli autoctoni dell’area transappenninica.

Una minore attenzione è stata rivolta invece al nucleo urbano di epoca romana, che solo di recente è stato sottoposto ad un interessante progetto di rivalutazione culturale, basato su eventi incentrati sul teatro e l’arte. Ma la stessa fase del sito ha appassionato Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, professori e archeologi, autori di importanti studi topografici del territorio campano (vd. Carta archeologica e ricerche in Campania. Ricerche intorno al santuario di Diana e Tifatina, vol. 15/6), che hanno condotto un accurato studio topografico sulla città, sviluppando negli anni attraverso ricognizioni sul sito, approfondimenti su monumenti e ricerche sugli scavi ottocenteschi (nel 2021 Quilici e Gigli Quilici hanno pubblicato un nuovo volume sulle ricerche condotte a Cales).

Negli ultimi anni, la lunga ed estenuante limitazione della mobilità dovuta alle misure restrittive per il contenimento della dilagante pandemia, nonostante le ripercussioni drammatiche ha comunque offerto ai due studiosi alcune occasioni per riordinare e riesaminare appunti e materiali accumulati negli anni, relativi ad un’area particolare che custodisce ancora tante sorprese; alle tracce di strutture sepolte ravvisabili attraverso le immagini di Cales offerte da Google Earth, che sono in aggiornamento dal 2003, sono state aggiunte nuove foto aeree zenitali e oblique che hanno permesso un quadro molto più chiaro ed esaustivo dell’area.

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Figura 3: Teatro di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

I risultati della ricerca proseguita dal professor Quilici e dalla prof.ssa Quilici Gigli hanno messo in evidenza il Foro, inquadrato tra il Teatro (figura 3), le Terme Centrali, il Tempio Esastilo, con il rilevamento, grazie alle riprese aeree, di un maestoso edificio di una Basilica civile. L’indagine perimetrale dello stesso Foro ha permesso anche di inquadrare e isolare da altri contesti la posizione di un importante santuario arcaico.

Cales
Figura 4: la Cattedrale di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

La meticolosa ricostruzione si riferisce principalmente alla città di epoca tardo repubblicana e imperiale e analogamente, in base ai nuovi dati raccolti, anche ai monumenti riesaminati, che presumibilmente però sembrano rimandare a un orizzonte cronologico differente: nell’area a monte della via Casilina permangono la Cattedrale medievale (figura 4), il Seminario eretto nel XVIII secolo1 (figura 5) e il Castello (figure 6 e 8), che si presume di matrice aragonese; una serie di edifici costellano poi il percorso della via Casilina sul lato meridionale; nella porzione rimanente della piana, oltre ai monumenti antichi, si trovano delle masserie, spesso dismesse oppure riutilizzate dagli agricoltori.

Figura 5: il Seminario Vescovile di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella
Figura 6: il Castello di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Dalle molteplici meraviglie custodite nella affascinante zona che avvolge quasi misticamente Cales nasce l’ambiziosa idea di un parco archeologico-ambientale dei Monti Trebulani, un’idea alimentata dalla consolidata consapevolezza che l’intero complesso accoglie realtà naturali e storico-archeologiche di notevole valore, la cui sorprendente stratificazione storica è stata spesso sottovalutata da parte della comunità scientifica. Lo stesso centro antico di Cales, ad esempio, nonostante sia stato tutelato da interventi urbanistici e da norme specifiche, attende da tempo una definitiva e convincente opera di recupero e valorizzazione. 

Cales
Figura 7. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Il massiccio dei Monti Trebulani costituiva anticamente una vera e propria barriera naturale tra la pianura alifana e quella capuana – quest’ultima delimitata a Nord dal Volturno, che rappresentava una via commerciale di rilievo (Stat., Silv. IV, 3, 67). Ad occidente il fiume Savo separava i Monti Trebulani dal complesso vulcanico del Roccamonfina. Il territorio, connotato da sentieri e mulattiere, come quella delle Campole frequentata da generazioni di carbonai, alcune sorte nel tempo attraverso la transumanza, ha preservato molte peculiarità paesaggistiche.

La maggior parte delle alture circostanti è ricoperta da fitte e rigogliose aree boschive, dove l’uggia umida offre ristoro ai viandanti, mentre burroni e caleidoscopiche vallate dominano l’ambiente già di per sé variegato. Le pendici, invece, sono caratterizzate da castagneti e da piante aromatiche rare, rinvenibili tipicamente in queste zone, come l’alloro, il ginepro, la salvia, il finocchio selvatico, l’erba cipollina, il rosmarino e la mentuccia. Sulle colline l’attività agricola è logicamente più intensa e qui infatti si scoprono varietà sontuose di vino e di olio. Completano il quadro bucolico sorgenti di acqua dalle sorprendenti proprietà benefiche.

Infatti, tutto il territorio dell’ager calenus è ed era attraversato da corsi d’acqua, come il rio Cifoni e il rio Palombara, un tempo rispettivamente Pezzasecca e “dei Lanzi”, che già caratterizzavano l’insediamento antico e rendevano favorevoli le condizioni del territorio: attraverso un sofisticato sistema idrico di canaloni naturali, pozzi e cunicoli sotterranei, facilmente rilevabili da chiunque intraprenda oggigiorno l’antica via per Cales, le acque confluivano sul pianoro, principalmente per finalità agricole ma, con molte probabilità, anche per usi civili legati alla deduzione coloniale del centro.

Nel quadro di un’ambiziosa ottica di recupero e rivalutazione del sito, Cales potrebbe rappresentare il punto nevralgico di un progetto ancora più consistente, rivolto a dare prestigio e lustro ad una delle zone più suggestive della Campania, quella dei Monti Trebulani, un territorio ricco di storia e di risorse che pazientemente attende di essere sottratto alle ombre.

Figura 8: il Castello di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Bibliografia

    • Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, Carta archeologica e ricerche in Campania. Fascicolo 12
      Cales. Topografia e urbanistica della città romana,
      Roma – Bristol, 2021.
    • Francesco Sirano, In itinere. Ricerche di archeologia in Campania, Santa Maria Capua Vetere, 2006.
    • Colonna Passaro, Cales. Dalla cittadella medievale alla città antica. Recenti scavi e nuove acquisizioni, Sparanise, 2009.

1 Secondo quanto riportato da BeWeB - Beni Ecclesiastici in Web: http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/AccessoEsterno.do?mode=guest&type=auto&code=86490

 


incendio Anfiteatro Flavio Pozzuoli

16 luglio 2021: incendio all'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli

16 luglio 2021: incendio all'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli

incendio Anfiteatro Flavio Pozzuoli
16 luglio 2021: incendio all'Anfiteatro Flavio di Pozzuoli

La direzione del Parco comunica che nel pomeriggio del 16 luglio 2021, all'interno dell'Anfiteatro Flavio si è sviluppato un incendio che ha interessato parte della struttura lignea per spettacoli già in disuso e situata in un'area interdetta al pubblico.

I Vigili del Fuoco, prontamente intervenuti, hanno provveduto allo spegnimento delle fiamme. Sono in corso le verifiche tecniche per comprendere le cause dell'incendio.

Dai primi accertamenti non risultano danni alle strutture archeologiche. Si ringraziano i Vigili del Fuoco e le Forze dell'ordine per il loro intervento.

Seguiranno aggiornamenti per comunicare la riapertura al pubblico del sito.

Sito web: www.pafleg.it
Facebook: www.facebook.com/parcoarcheologicodeicampiflegrei
Instagram: www.instagram.com/pa_fleg

 

Testo e foto dall'Ufficio Comunicazione del Parco Archeologico dei Campi Flegrei


Festa nazionale francese del 14 luglio con restituzioni di beni culturali da un versante all’altro delle Alpi

Festa nazionale francese del 14 luglio - Restituzioni di beni culturali da un versante all’altro delle Alpi

14 luglio restituzioni Francia

In occasione delle cerimonie del 14 luglio 2021, che si sono tenute a Palazzo Farnese a Roma, Christian Masset, Ambasciatore di Francia in Italia, ha restituito i beni culturali rubati alla Repubblica italiana, rappresentata dal Generale di Brigata Roberto Riccardi, Comandante dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), che a sua volta ha restituito i beni culturali che erano stati sottratti alla Repubblica francese. Queste opere, recuperate dai militari del Reparto specializzato dell’Arma, sono state esposte nella Galleria di Murano a Palazzo Farnese per un giorno.

14 luglio restituzioni Francia

Arturo Dazzi (1881-1966), “Sogno di bimba”, scultura in marmo, 36x122x60 cm, 1926

Asportata a Roma l’8 aprile 2006 dalla cappella di una villa privata, sequestrata in Francia il 22 aprile 2006 e rimpatriata a luglio 2021

La scultura in marmo raffigurante “Sogno di bimba”, scolpita nel 1926 dall’artista Arturo Dazzi (1881-1966), era stata trafugata presso la cappella di una villa privata di campagna a Roma. Il suo recupero è stato possibile grazie a un’indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma e condotta dalla Sezione Archeologia del Reparto Operativo TPC. Nell’aprile del 2006, personale della dogana di Port-Vendres (Francia) ha rinvenuto la scultura, insieme ad altri reperti, nel bagagliaio di un’autovettura condotta da un cittadino italiano, che non era stato in grado di giustificarne il possesso e la provenienza. Gli accertamenti condotti sia in Francia che in Italia hanno permesso di identificarla. Le operazioni, svolte in collaborazione con il Servizio di cooperazione di sicurezza presso l’Ambasciata di Francia a Roma e la Direzione Regionale delle Dogane Francesi di Perpignan (Francia), ne hanno consentito il rimpatrio da Port-Vendres.

Bottega campana del XVII secolo, Angeli capo altare, sculture in marmo, 82x43x27 cm e 78x42x25 cm

Asportate il 13 dicembre 1989 dalla Chiesa di San Sebastiano di Guardia Sanframondi (BN). Spontaneamente restituite in Francia e rimpatriate a luglio 2021

Le due sculture marmoree di angeli da capo altare, speculari tra loro, con drappo di foglie e frutta, opera di una bottega campana del XVII secolo, erano state trafugate nel 1989 da un altare barocco della Chiesa di San Sebastiano di Guardia Sanframondi (BN). Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Benevento e condotte dalla Sezione Antiquariato del Reparto Operativo TPC, hanno avuto inizio dal controllo capillare che viene effettuato costantemente sulle case d’asta, nei mercati internazionali, nei siti internet e nel mercato antiquario online. Nel 2019 i Carabinieri TPC, insieme ai colleghi di Roma-San Pietro, hanno individuato i beni, in vendita sul sito web di un’importante galleria antiquaria francese. Le successive indagini, una volta informato il collaterale servizio della polizia francese Office Central de lutte contre le trafic des Biens Culturels (OCBC), hanno consentito di accertare che le due sculture erano state affidate in conto vendita da un cittadino inglese, nel frattempo emigrato in Portogallo. Di concerto con la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Benevento, è stato interpellato il possessore delle opere che ha manifestato la sua disponibilità a restituirle spontaneamente. Le sculture, in collaborazione con il Servizio di cooperazione di sicurezza presso l’Ambasciata di Francia a Roma, sono state rimpatriate da Bagnols-Sur-Cèze (Francia).

4 volumi di testo in marocchino rosso - LA PEROUSE Jean-François (1741-1788) Voyage de La Pérouse autour du monde. Paris: L’imprimerie de la République 1797

Trafugati il 1° dicembre 1987 presso la Biblioteca municipale di Provins (Francia);

14 luglio restituzioni FranciaL’indagine che ha consentito il recupero dei beni librari è stata condotta dai Carabinieri del Nucleo TPC di Genova, coordinati dalla Procura della Repubblica di Milano, e ha avuto origine nel dicembre 2018 a seguito della segnalazione dell’Ufficio Esportazione della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Genova e le Province di Imperia, La Spezia e Savona, a cui i preziosi manufatti erano stati presentati per il rilascio dell’attestato di libera circolazione.

L’attenta consultazione da parte dei militari della “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti” gestita dal Comando TPC, in cui sono inserite le immagini e le informazioni sulle opere d’arte rubate, ha permesso di riscontrare che i beni librari segnalati erano quelli trafugati 34 anni fa dalla biblioteca di Provins.

14 luglio restituzioni Francia

I Carabinieri, dopo aver appurato che la domanda per il rilascio dell’attestato di libera circolazione era stata avanzata da una società con sede a Ventimiglia (IM) per conto di una donna incensurata della provincia di Milano, hanno proceduto al sequestro dell’atlante e dei quattro volumi.

La conferma ulteriore sull’origine e sull’autenticità delle opere è stata ottenuta attraverso il loro definitivo riconoscimento da parte del Conservatore Capo del patrimonio di Provins, dott. Luc Duchamp. È stato importante anche il risultato dell’expertise compiuto dai funzionari della Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Liguria, che hanno rilevato la presenza di abrasioni e cancellature, verosimilmente eseguite dai ladri con l’intento di rendere più difficoltosa l’individuazione dei beni.

Il dettagliato quadro probatorio fornito all’Autorità Giudiziaria milanese ha infine determinato l’emissione del provvedimento di dissequestro e di restituzione dei beni.

San Rocco e l’Angelo”, altezza 54 cm, scultura in legno policromo

Trafugata il 23 febbraio 1973 presso il Museo comunale “Le Prieuré Du Vieux Logis” di Nizza (Francia)

Riproduzione fotografica dell’opera inserita nella “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti” del Comando TPC

Nel settembre 2019, all’esito di un controllo amministrativo effettuato a carico di un noto mercante di antiquariato, poi deceduto, i militari del Nucleo TPC di Napoli hanno accertato il possesso di tre opere di provenienza illecita, tra cui una scultura in legno policromo raffigurante “San Rocco e l’Angelo” che, grazie agli approfonditi accertamenti svolti presso la “Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti”, è stata ricondotta al furto avvenuto il 23 febbraio del 1973 presso il Museo comunale “Le Prieuré Du Vieux Logis” di Nizza.

L’opera, di inestimabile valore, è stata successivamente riconosciuta dalle Autorità Francesi interessate nell’ambito della cooperazione internazionale di polizia (INTERPOL).

Fotografia dell’opera al momento del recupero

I responsabili del Ministero della Cultura Francese e del Museo, riconoscendola come quella asportata al Museo di Nizza, ne hanno richiesto la restituzione.

Il 17 maggio 2021 è stato emesso il relativo decreto di dissequestro e restituzione dell’opera alle autorità transalpine.

San Leonardo”, altezza 88 cm, scultura in legno

Rubata il 4 dicembre 2004 dalla Chiesa di Saint-Pierre di Couin (Francia)

Riproduzione fotografica dell'opera inserita nella Banca dati P.SY.C.HE.

Il 23 gennaio 2020, i militari del Nucleo TPC di Venezia, a seguito di segnalazione INTERPOL, hanno sequestrato ad Arzignano (VI), presso un esercizio commerciale di settore, la statua lignea raffigurante "San Leonardo” posta in vendita per circa 2.800 euro. L’ufficio interforze di polizia francese OCBC ha rappresentato che la scultura policroma, alta 88 cm e risalente al XVIII secolo, censita nella banca dati P.SY.C.HE. di INTERPOL, risultava parziale provento di furto di una delle otto statue rubate il 4 dicembre 2004 dalla Chiesa Saint-Pierre di Couin nel dipartimento del Pas de Calais (Francia), bene annoverato dal 12 gennaio 1966 nel patrimonio nazionale della Francia.

La successiva attività d'indagine, svolta con la decisiva collaborazione del Servizio di cooperazione di sicurezza presso l’ambasciata di Francia a Roma, ha permesso di eseguire il formale riconoscimento dell’opera da parte del Sindaco di quel Comune, consentendo così all'Autorità Giudiziaria italiana di disporre il dissequestro e la restituzione della statua che potrà così ritornare, dopo 17 anni, nel luogo di culto da cui era stata asportata.

Fotografia dell’opera dopo il recupero

Testi e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Pontecagnano. Dalla Tomba 10000 importanti informazioni sulla necropoli

È di qualche giorno fa la notizia del ritrovamento a Pontecagnano della "Tomba 10000", un numero eccezionale che testimonia l’importanza dell’insediamento etrusco-campano dal IX secolo a.C. e fino ad età romana. I lavori di scavo sono stati condotti nell’ambito di lavori di archeologia preventiva avviati dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino in un’area destinata alla realizzazione di un complesso residenziale.

Pontecagnano
Pontecagnano Tomba 10000. Foto: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino

La sepoltura non è isolata ma fa parte di una necropoli impiantata nell’area a partire dal V secolo a.C. e con tracce di frequentazione fino alle prime fasi dell’insediamento romano. Il gruppo più consistente di tombe risale ad epoca sannitica, fine V – metà III secolo a.C. e restituisce un’immagine abbastanza precisa del costume funerario dell’epoca oltre a differenze interne riconducibili allo status sociale e all’età dei defunti.

Ponrecagnano
Pontecagnano Tomba 10000. Foto: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino

La Tomba 10000 si caratterizza per essere una tomba a cassa, tipologia sepolcrale abbastanza frequente nella necropoli, che non utilizza come materiale edilizio il travertino, disponibile con facilità in loco, ma tufo grigio campano probabilmente d’importazione. Anche la messa in opera della struttura sepolcrale è molto raffinata: tre blocchi in tufo modanati costituivano la copertura della cassa realizzata con blocchi squadrati.

Pontecagnano
Pontecagnano Tomba 10000. Foto: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino

L’inumato si conserva solo parzialmente, dal bacino ai piedi, lo scheletro infatti è stato intaccato da infiltrazioni di radici e probabilmente da animali. Dalla lunghezza dello scheletro e dalle dimensioni delle ossa si tratterebbe di un adolescente. Il corredo era costituito da un cinturone di bronzo che era indossato, da due coppe a vernice nera posizionate ai piedi, una di questa uno skyphos destinato al consumo del vino e riconducibile al simposio così come il cinturone, in uso secondo il costume maschile sannitico alla sfera guerriera. Assente è invece la lancia o il giavellotto che caratterizza specificatamente gli individui di sesso maschile adulti della comunità.

Sulla scoperta si è espresso anche il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna che dice che il fanciullo della Tomba 10000 di Pontecagnano è un importante e prezioso caso studio per la ricostruzione storica e archeologica del sito.

L’intensa collaborazione istituzionale tra Soprintendenza, Università degli Studi di Salerno e Museo di Pontecagnano è stata ricordata da Luigina Tomay e Antonia Serritella, che hanno rimarcato i risultati raggiunti in quasi sessant’anni di scavo e di ricerca, ben illustrati nel percorso espositivo del Museo Archeologico Nazionale “Gli Etruschi di frontiera”. Pontecagnano, inoltre, ha rappresentato per molte generazioni di archeologi un importante campo di formazione e studio e costituisce ancora oggi un punto di riferimento fondamentale per le attività didattiche dell’Ateneo salernitano.
Pontecagnano
Pontecagnano Tomba 10000. Foto: Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino

 


Controlli nel Golfo di Cagliari: recuperate anfore e un cannone - mitragliera

Controlli straordinari ai siti archeologici sommersi nel cagliaritano. Recuperati un cannone - mitragliera della Seconda Guerra Mondiale e preziosi reperti archeologici

Cagliari cannone mitragliera anforeDurante lo scorso mese di giugno, i Carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale, dei Subacquei e della Motovedetta CC 821 “Cortellessa” di Cagliari, al fine di prevenire e reprimere gli illeciti ai danni del patrimonio paesaggistico costiero e delle bellezze naturalistiche e archeologiche delle acque della Sardegna, hanno effettuato una serie di servizi di controllo e monitoraggio straordinario dei siti archeologici subacquei della Sardegna meridionale.

Le attività sono state condotte sotto la costante supervisione e in collaborazione con funzionari e tecnici responsabili di archeologia subacquea della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari.

Durante l’attività di controllo dei siti archeologici sommersi sono stati recuperati:

    • nelle acque antistanti l’area archeologica di Nora: due anfore in terracotta del I secolo d.C. – tipo dressel 2-4 – di fabbricazione dell’area pompeiana;
    • nelle acque antistanti la località Capitana nel Golfo di Cagliari: un cannone-mitragliera polivalente di fabbricazione italiana, Breda 20/65 Mod. 1935, utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale sia come arma contraerea che controcarro. L’arma era impiegata, con apposito affusto, sulla maggior parte delle unità della Regia Marina. Nello specifico è risultata essere l’armamento del mercantile armato “Romagna”, nave cisterna adibita al trasporto di carburanti, requisita in data 4 ottobre 1941 dalla Regia Marina Italiana, affondato per l’esplosione di una mina il 2 agosto del 1943.

I reperti recuperati, attualmente in fase di studio da parte dei funzionari della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari, rivestono un eccezionale interesse storico-scientifico: le anfore, quale ultima testimonianza, prima dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., delle rotte commerciali percorse tra l’area pompeiana e la Sardegna, mentre il cannone-mitragliera, una volta ripulito e opportunamente restaurato, potrà essere esposto al pubblico, testimone anch’esso del nostro recente passato.

Testo e foto dall’Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale


Accordo per recupero e valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’Isola di Santo Stefano - Ventotene

Siglato un accordo quadro tra Sapienza e il Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’Isola di Santo Stefano - Ventotene

La collaborazione punta allo studio di nuove tecnologie per la salvaguardia del territorio e ad attività che valorizzino il patrimonio storico-culturale dell’Isola

 

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene
L'accordo siglato da Silvia Costa, Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene, e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza

Mercoledì 16 giugno alle ore 11.00, presso la Sala Senato, Silvia Costa, Commissario straordinario del Governo per il Progetto di Recupero e Valorizzazione dell’ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene, e Antonella Polimeni, rettrice della Sapienza hanno siglato un accordo quadro. Alla cerimonia ha partecipato in modalità telematica il Sindaco di Ventotene Gerardo Santomauro.

L’intesa promuove iniziative di ricerca, trasferimento tecnologico, formazione, educazione e divulgazione integrate, aventi ad oggetto il recupero e la valorizzazione dell’ex carcere di Santo Stefano e dell’Isola di Ventotene dal punto di vista culturale e paesaggistico ed ambientale, in stretta connessione con le caratteristiche storico-ambientali dei contesti di riferimento e con particolare attenzione alla loro vocazione europea, puntando su tecnologie innovative di intervento in un’ottica di Green Deal e di raggiungimento degli obiettivi 2030 dell’ONU.

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene

“La collaborazione che si avvia con la firma di oggi è un’ulteriore conferma dell’impegno della Sapienza nel territorio e  della volontà di dialogo con le istituzioni del Paese – dichiara la Rettrice, Antonella Polimeni – Voglio sottolineare in particolare l’importanza di una sinergia realizzata su temi di estrema attualità, come la crescita sostenibile, la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità, la valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico, storico, paesaggistico, naturalistico, materiale e immateriale, in un luogo fortemente simbolico per l’Italia e per l’Europa”.

accordo ex Carcere Borbonico dell’isola di Santo Stefano - Ventotene

“Ritengo di grande importanza questo accordo quadro che dà seguito all’impegno preso già in ambito CRUL di attivare forme di collaborazione stabili con il sistema universitario del Lazio - sottolinea la Commissaria Silvia Costa - In questo caso si tratta della più grande università d’Europa, la “mia“ università, che con le competenze altamente specialistiche e interdisciplinari dei suoi importanti dipartimenti, con i suoi docenti, ricercatori e studenti,  potrà dare un supporto significativo alle attività legate a due isole dal così alto valore simbolico. Oggi è il primo passo di un accordo in cui a breve entrerà formalmente anche il Comune di Ventotene grazie a un Addendum che andremo a sottoscrivere quanto prima”. Aggiunge la Commissaria: “Lo sviluppo di questa progettualità comune ha il suo fulcro nella valorizzazione, ricerca e innovazione per la fruizione del Patrimonio culturale e delle aree archeologiche, nella ricerca nell’ambito delle infrastrutture innovative e sostenibili, nell’alta formazione in ambito europeo e mediterraneo, nella prospettiva della New European Bauhaus a cui il progetto di recupero si ispira.”

A supporto dei progetti mirati allo sviluppo e recupero, alla promozione e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente, saranno approfonditi i temi legati alla sostenibilità ambientale ed energetica, allo sviluppo di tecnologie innovative e green nel campo dell’approvvigionamento di energia elettrica, dell’efficientamento energetico, della resilienza dei sistemi, della gestione delle risorse idriche, dello smaltimento e riciclo dei rifiuti.

“Sapienza realizzerà le attività previste attivando progetti di ricerca ed innovazione tecnologica, - sottolinea Maria Sabrina Sarto, Prorettrice alla Ricerca - attraverso l'elaborazione di studi volti alla valorizzazione e alla fruizione dei contesti oggetto di intervento, da un punto di vista storico-culturale e paesaggistico, promuovendo sinergie con il Distretto Tecnologico Culturale della Regione Lazio - DTC Lazio.”

Focus - Ventotene e Santo Stefano

Un solo comune, due isole situate al confine geografico e storico tra Lazio e Campania, hanno condiviso la destinazione a reclusorio e confino legate anche alla dissidenza politica, alla libertà di pensiero e alla costruzione dei principi democratici e europeisti.

Luogo di esilio coatto già a partire dagli antichi romani, e in seguito bagno penale dei Borbone ed ergastolo del Regno d’Italia, del regime fascista e della Repubblica, Santo Stefano viene scelta alla fine del ‘700 da Francesco IV di Borbone per l’edificazione di una possente struttura detentiva immaginata come un teatro San Carlo rovesciato, per consentire un totale controllo dei galeotti comuni e dei deportati politici, secondo i principi illuministi dei fratelli Bentham, ripresi dall’arch. Francesco Carpi.

Tra i detenuti i Settembrini, padre e figlio, Giuseppe Poerio, Silvio Spaventa, accanto a Fra Diavolo, e poi Gaetano Bresci e Pietro Acciarito, Rocco Pugliese e il bandito Giuseppe Musolino. E, non da ultimi, Mauro Scoccimarro, Pietro Secchia, Umberto Terracini e il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, poi confinato a Ventotene, la più grande struttura confinaria del fascismo. Nel 1952, un nuovo direttore, Eugenio Perucatti, sperimentò a Santo Stefano pratiche di recupero dei detenuti alla comunità civile.

L’ergastolo fu chiuso nel 1965 e da allora giace in stato di abbandono.

Il panopticon

 

Testo e foto dall'Ufficio stampa e comunicazione Sapienza Università di Roma

 


Insula Occidentalis. Avviato il cantiere di messa in sicurezza

Prende avvio il cantiere di messa in sicurezza dell’Insula Occidentalis, un’area posta fra la Regio VI e la Regio VII nella parte occidentale della città e affacciata, in antico, sull’area lagunare sottostante. Le abitazioni che a partire dal II secolo a.C. occuparono la zona erano dotate di un affaccio panoramico e di terrazze disposte al di sopra delle mura urbiche.

I lavori della durata di circa un anno permetteranno nuovamente la fruizione delle ville di Marco Fabio Rufo, di Maio Castricio, della Casa del Bracciale d’oro e della Biblioteca fino ad ora inaccessibili perché sede dei laboratori di restauro del Parco.

Insula Occidentalis
Insula Occidentalis. Foto: Parco Archeologico di Pompei

L’intervento ha previsto il montaggio di una gru di 65 metri d’altezza, suggestiva costruzione moderna nel panorama antico, che consentirà a fine lavori di restituire ai visitatori la fruizione di complessi abitativi unici e ricchi per raffinatezza e bellezza paesaggistica.

Il grandioso complesso dell’Insula Occidentalis, dopo la deduzione a colonia da parte di Silla (88 a.C.), consta di una serie di terrazze degradanti verso il mare, che si vennero progressivamente ad appoggiare alle mura una volta dismesse dalla loro funzione protettiva. I complessi residenziali messi in luce soprattutto negli ultimi decenni del Novecento sono tra i più grandi della città e a tutti gli effetti possono essere considerate vere e proprie “ville urbane”.

Insula Occidentalis
Insula Occidentalis, Casa Marco Fabio Rufo. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Da qui provengono alcuni dei reperti più preziosi della città vesuviana laddove mosaici, affreschi e arredi presenti nelle ville, delineano quel vivere colto di cui molti personaggi amavano circondarsi, soprattutto nei richiami letterari delle pitture o nella suggestiva bellezza dei giardini lussureggianti delle pareti dei triclini.

I lavori di messa in sicurezza dell’Insula Occidentalis sono finanziati da fondi CIPE del Piano Stralcio “Cultura e Turismo” Fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) oltre che con i fondi del Parco Archeologico di Pompei.


yiddish

Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

Uniba Marisa Ines Romano yiddish
Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

yiddish Machezor Worms
Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/